Introduzione al blog

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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

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Sulla Linea Gustav. Il cammino della memoria

Sulla Linea Gustav” è un percorso pedonale e cicloturistico nato dall’idea di alcuni bikers dell’Associazione Winter Line che nel 2013 hanno deciso di ripercorrere la linea difensiva costruita dai tedeschi per fermare l’avanzata degli Alleati. Nell’intento di rendere quel percorso un modo di conoscenza attiva del territorio, la società cooperativa Terracoste ha proposto il progetto alla regione Abruzzo e ha ottenuto i fondi europei destinati all’incentivazione e allo sviluppo dei servizi turistici (Par Fas Abruzzo 2007/20013). Il percorso della memoria si sviluppa in Abruzzo per 130 km, suddivisi in sette tappe, attraversando venti comuni, alla scoperta della parte orientale della Linea Gustav, dal mare Adriatico alla Maiella e alle Mainarde.

La guida e la carta del percorso

Le sette tappe sono le seguenti:

  1. da Torino di Sangro a Sant’Eusanio del Sangro (Comuni di Torino di Sangro, Fossacesia, Paglieta, Mozzagrogna, Lanciano, Sant’Eusanio del Sangro)
  2. da Sant’Eusanio del Sangro a Gessopalena (Comuni di Altino, Casoli, Roccascalegna, Gessopalena)
  3. da Gessopalena a Montenerodomo (Comuni di Torricella Peligna e Montenerodomo)
  4. da Montenerodomo a Gamberale (Comuni di Pizzoferrato e Gamberale)
  5. da Gamberale a Pietransieri (Comuni di Ateleta e Roccaraso)
  6. da Pietransieri ad Alfedena (Comuni di Rivisondoli, Castel di Sangro, Scontrone, Alfedena)
  7. da Alfedena al Pianoro Campitelli.

I ruderi della chiesa di Sant’Egidio a Gessopalena

Il pacchetto di servizio contiene:

  • la guida cartacea (disponibile gratuitamente negli uffici turistici della zona) con le informazioni utili per affrontare il percorso: mappe essenziali, altimetrie, testo in inglese attraverso QR code, 20 approfondimenti, uno per ogni paese;
  • la cartina del percorso in scala 1:55.000;
  • il Passaporto della memoria per apporre i timbri del passaggio;
  • il sito web sullalineagustav.it comprensivo delle tracce gps e dell’elenco delle strutture ricettive.

Ortona. Monumento di Tommaso Cascella dedicato alle vittime civili della battaglia

Linea Gustav. Il Museo di Castel di Sangro

La guerra investe Castel di Sangro nell’ottobre del 1943. Si comincia con un treno carico di profughi e il trenino della Sangritana che sono mitragliati dagli aerei alleati. Si passa poi ai rastrellamenti tedeschi di uomini destinati ai lavori di scavo delle trincee. Sulla corona dei monti che circondano Castel di Sangro si apprestano le difese della Linea Gustav che i tedeschi costruiscono per bloccare la risalita dell’Italia da parte degli alleati. Il 31 ottobre i castellani sono totalmente evacuati. Una settimana dopo le mine tedesche abbattono quasi totalmente le abitazioni e creano quella fascia di “terra bruciata” che precede la linea del fronte. A fine novembre gli assalti dei canadesi liberano il castello dalla guarnigione tedesca che vi era insediata. Seguono i mesi invernali, con il fronte fermo, il freddo e la neve, le requisizioni, scaramucce e scontri di pattuglie, manovre diversive, bombardamenti aerei, scambi di colpi di artiglierie. La guerra si allontanerà solo nel maggio del 1944. Gli abitanti potranno così rientrare tra le case distrutte e i campi minati. E potrà iniziare la ricostruzione.

Il Museo di Castel di Sangro

Oggi un piccolo museo ricorda quegli avvenimenti. Il “War Museum”, inaugurato nel 2017, è una sezione del Museo Civico Aufidenate, che occupa i chiostri e le celle dell’ex Convento della Maddalena, appena fuori Castel di Sangro, accanto alla confluenza della Zittola nel fiume Sangro.

Mappe militari

L’esposizione è frutto delle ricerche degli storici locali, delle collezioni di famiglia e delle donazioni degli appassionati. I cimeli esposti sono stati raccolti in città e nei dintorni. Si osservano alcune divise militari, berretti ed elmetti, baionette, una mina antiuomo, borracce, un thermos porta rancio, una maschera antigas di fabbricazione tedesca, granate da mortaio, proietti di artiglieria, una mitragliatrice tedesca mg42. Sulle pareti sono le cartine delle postazioni militari e delle operazioni di guerra. Un pannello ricorda lo Spitfire abbattuto sul Quarto del Barone. Altre foto ricordano personaggi locali e i volti di quei soldati che stazionarono per mesi sul Sangro.

Cimeli bellici

Il Museo è un viaggio nel tempo, un racconto degli eventi bellici, pieno di curiosità e di oggetti evocativi. Ma è anche uno stimolo ad approfondirne i temi sulle pagine dei numerosi volumi di storia locale, dalle prime cronache dell’arciprete Francesco Catullo, alle rassegne di Terzio Di Carlo, Cosimo Savastano e Ugo Del Castello, alle ricerche di Giovanni Artese e Costantino Felice, fino alla più recente antologia di Alessandro Teti.

Castel di Sangro 1943-45

Il viaggio di San Nilo (3). L’Abbazia di Grottaferrata

Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni, dal 980 al 994, Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni, dal 904 al 1004, a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo nell’abbazia di Grottaferrata

 

San Nilo e le colline tuscolane

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, si conclude con il racconto degli ultimi giorni del santo. Lasciato il monastero di Gaeta, Nilo si dirige verso Roma e si ferma sui colli Albani, a Tusculum, nel monastero di Sant’Agata. Qui muore nel settembre del 1004 e viene sepolto nella Crypta ferrata, donatagli dal conte di Tuscolo. Sulla sua tomba i confratelli costruiscono la chiesa e il monastero di Grottaferrata. Ecco il racconto. “Venuto dunque il nostro Padre Nilo nella decisione di abbandonare il monastero di Serperi, nel quale aveva esercitato vita monastica per un decennio circa, potendosi a stento per la vecchiaia reggersi a cavallo, partì per Roma. Diceva ai fratelli, addolorati per la sua partenza: ‘Non vi rattristate, o Padri e Fratelli miei, io vado infatti a trovare un luogo adatto per prepararvi un monastero, dove io raduni tutti i fratelli e i dispersi miei figli’. Pertanto conducendolo Dio al luogo predestinato della sua sepoltura (Grottaferrata), arrivò a una città chiamata Tuscolana, che era dodici miglia distante da Roma. Nei suoi dintorni v’era un monastero di pochi fratelli della nostra nazionalità, dedicato a Sant’Agata. Qui prese alloggio il santo Vegliardo, esclamando: ‘Qui io mi riposerò per tutti i secoli’”. Saputo dell’arrivo di San Nilo, il principe di Tusculum, di nome Gregorio, accorre ad accoglierlo e a mettergli a disposizione la sua casa, il castello e il territorio intorno. Il Beato lo ringrazia ma gli chiede: “soltanto concedici una piccola porzione nel tuo dominio, dove noi vivendo in santa quiete possiamo placare Dio per i nostri peccati e pregare per la salvezza tua”. E Gregorio concesse i ruderi di una grande villa romana sui colli di Tuscolo dov’era un oratorio cristiano denominato, “Crypta ferrata” (da qui Grottaferrata). “Intanto i fratelli che erano rimasti nel Monastero di Serperi, passati già due mesi, e appreso che il Padre non sarebbe più tornato da loro, prese seco le vesti di pelli, i mantelli e tutto il restante, raggiunsero il luogo che dal Principe era stato loro destinato per costruirvi il monastero”. San Nilo muore al tramonto del sole del 26 settembre 1004 (“col sole tramontò il Sole”). Il suo corpo viene traslato nella Crypta ferrata per la sepoltura. “Quivi presso il suo sepolcro rimase tutta la Comunità dei fratelli, insieme all’egumeno, intenti al lavoro faticoso per adattare quel luogo sprovvisto di tutto, faticando con tutta pazienza per guadagnarci il pane quotidiano, tanto quello spirituale che corporale”. La costruzione della chiesa e del monastero di Grottaferrata occupò i monaci per vent’anni. Nel 1024 il Santuario era completato.

Domenichino, La costruzione dell’Abbazia di Grottaferrata

 

Il monastero di Sant’Agata

La pianta della chiesa di sant’Agata al Tuscolo

Del monastero tuscolano di Sant’Agata, dove morì San Nilo, è rimasto ormai solo il ricordo. L’antica città di Tuscolo fu infatti radicalmente distrutta dai Romani nel 1191 e definitivamente abbandonata. Gli scavi archeologici stanno tuttavia progressivamente riportando alla luce le tracce dell’insediamento romano e medievale. Sul promontorio che si sviluppa lungo la parte meridionale della collina di Tuscolo sono così riaffiorati i resti di una chiesa a tre navate del dodicesimo secolo sorta come ampliamento di una precedente chiesa della seconda metà del decimo secolo. Sulla base delle fonti storiche disponibili si è proposta l’identificazione di questa chiesa extraurbana di Tuscolo con la chiesa di Sant’Agata in cui morì San Nilo. Questa nuova ipotesi supererebbe la tradizionale localizzazione di Sant’Agata nei pressi del Castello della Molara.

 

La Crypta ferrata

La Crypta ferrata

San Nilo fu sepolto nella nuda terra accanto alla Crypta ferrata. Questo ambiente era inserito nei ruderi della villa romana che Gregorio aveva donato a Nilo e di cui resta oggi visibile il criptoportico di sostegno. La Crypta era un piccolo edificio diviso a metà da un poderoso arco di pietra che cominciò ad essere usato come oratorio cristiano per la popolazione cristiana dei dintorni intorno al quinto secolo. Dovrebbe essere quindi il primo luogo d’insediamento dei monaci basiliani di San Nilo. Intorno a questa vetus aedicula, utilizzata come sacrestia, sarebbero stati edificati il monastero e la chiesa dedicata a Santa Maria. La Crypta ferrata è all’origine del nome di Grottaferrata, che designa oggi la cittadina sorta intorno all’abbazia di San Nilo.

 

La chiesa di Santa Maria

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale fu costruita per iniziativa di Bartolomeo, il discepolo e successore di Nilo e fu consacrata nel 1024. La visita può partire dagli esterni, osservando il chiostro, le pareti laterali, il rosone della facciata e il bel campanile romanico a trifore. Al centro del piazzale antistante la basilica si trova la fontana utilizzata per la solenne liturgia della benedizione delle acque. Si entra quindi nell’atrio colonnato (il pronao) e, attraverso un portale con il mosaico della Vergine orante, nel nartece, il vestibolo che precede la chiesa. Qui sono il Battistero, la Porta ‘Speciosa’ (bella), il mosaico della Deesis e due affreschi con il Battesimo di Gesù e la Discesa agli inferi. All’interno si osservano le tre navate, il soffitto a cassettoni e il pavimento cosmatesco. Di grande interesse è la parete che sovrasta l’arcata absidale dove sono il mosaico della Pentecoste (con i due gruppi di apostoli guidati da Pietro e Andrea) e l’affresco della Trinità, circondata dagli angeli e dai profeti. La zona dell’altare è preceduta dall’iconostasi e introdotta dalla grande icona della Theotokos, la Madre con il bambino Gesù in braccio, cui la chiesa è dedicata.

 

La Cappella Farnesiana

Il miracolo del crocifisso (Domenichino)

Dalla navata destra si accede alla Cappella Farnesiana, voluta dal cardinale Odoardo Farnese e decorata dal pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino. La Cappella è considerata il capolavoro giovanile del pittore, che la realizzò negli anni 1608-1610. Vi sono affrescati alcuni episodi della vita di San Nilo e di San Bartolomeo. Sulla parete sinistra viene ricordato il Miracolo dell’ossesso, quando San Nilo guarisce un fanciullo indemoniato, figlio di un ufficiale dell’esercito bizantino. Segue al centro lo storico incontro tra San Nilo e l’imperatore Ottone III e, accanto all’ingresso, il Miracolo del Crocifisso, quando San Nilo in ginocchio prega di essere liberato da una tentazione e il Cristo stacca la mano dalla Croce per benedirlo. Sulla parete destra del presbiterio è ricordata l’Apparizione della Madonna ai Santi fondatori che chiede di fondare il monastero in suo onore. Al centro è raffigurata la costruzione dell’abbazia, con Bartolomeo che esamina il progetto e un monaco che ferma miracolosamente una colonna che sta per crollare. Segue il Miracolo delle messi, in cui san Bartolomeo, raccolto in preghiera, allontana un temporale che minaccia di distruggere il grano appena mietuto.

Il miracolo delle messi (Domenichino)

 

L’abbazia

Mosè e il prodigio dei serpenti

La storica abbazia dispone di alcune risorse di grande interesse e prestigio. Tra queste è la Biblioteca monastica, allestita alla fine del Settecento, il cui nucleo più antico è costituito dai codici manoscritti portati dalla Calabria dallo stesso San Nilo. Nel 1931 ha iniziato a operare il Laboratorio di Restauro del Libro antico, prosecuzione scientifica della tradizionale attività dei monaci criptensi nella cura e nella conservazione dei loro antichi testi. L’iniziativa più recente è il Museo dell’Abbazia, allestito nelle sale affrescate del Palazzo del Commendatario. Il Museo contiene gli affreschi staccati dalla chiesa abbaziale con le storie di Mosè e preziose sculture di epoca romana. Vi si osserva l’originale dell’Aghiasma, il cosiddetto fonte battesimale che si trova nel nartece della chiesa. Tra i ritrovamenti più recenti si segnalano i materiali dell’Ipogeo delle Ghirlande, una tomba romana di età imperiale scavata nel 2000 e qui ricostruita.

La morte dei primogeniti d’Egitto

 

La fortificazione

Le fortificazioni dell’abbazia

Il cardinale Giuliano della Rovere, abate commendatario dal 1472 al 1503, fortificò l’abbazia dotandola di un perimetro quadrangolare di mura e di quattro torrioni circolari angolari. L’abbazia assunse così l’attuale caratteristico aspetto di un castello, fornito di merlatura e cammino di ronda.

 

I monaci basiliani

A Grottaferrata vivono e operano ancora oggi i monaci seguaci di San Nilo e del suo successore San Bartolomeo il giovane. Essi sono cattolici di rito bizantino-greco e appartengono alla Congregazione d’Italia dei Monaci Basiliani, istituzione che nella Chiesa cattolica fu creata per riunire i monasteri italiani di rito bizantino. Attualmente quello di Grottaferrata è l’ultimo rimasto dei numerosi monasteri bizantini che nel Medioevo erano diffusi in Sicilia, nell’Italia meridionale e nella stessa Roma. Esso inoltre costituisce un unicum in quanto, fondato cinquanta anni prima dello Scisma che portò alla separazione tra cattolici e ortodossi, è stato sempre in comunione con la Chiesa di Roma, pur conservando il rito bizantino e la tradizione monastica delle origini.

La statua di San Bartolomeo a Grottaferrata

 

Il viaggio di San Nilo (2). Gaeta e il Sérapo

Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni, dal 980 al 994, Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni, dal 904 al 1004, a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo, civis cajetanus nella chiesa di Gaeta a lui dedicata

 

Gaeta e il ritiro di Sérapo

La montagna spaccata

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta la crisi della sua comunità di Valleluce, causata dall’insediamento del nuovo abate di Montecassino e dal progressivo rilassarsi degli austeri costumi in alcuni suoi monaci. “Nilo vedeva che i fratelli non erano troppo assidui agli spirituali esercizi di pietà, né cosi diligenti nel divino ufficio, secondo l’indirizzo ricevuto fin da principio. Per lo contrario piaceva loro di battere la strada larga, e nel dubbio contrastavano a chi fosse maggiore. Conferiva a ciò anche la leggerezza dell’abate Mansone, come colui che amava i doni, e odiava la pietà”. Nilo decide così di abbandonare il monastero di Valleluce e di cercare un nuovo romitaggio, “un luogo, quanto mai angusto, e che fornisse occasione di lavoro per l’occorrente alla vita; acciocché almeno pel bisogno delle cose più necessarie la più parte dei monaci fosse indotta a percorrere quasi imbrigliata l’ascetico stadio”. Partito così da Valleluce, Nilo con i suoi monaci si ritira presso “Serperi”, l’odierno Serapo di Gaeta. “Il beato Padre, in compagnia dei fratelli che lo seguirono, e del celebre Stefano, trovato nelle vicinanze di Gaeta un misero luogo, o per più vero dire, un deserto, compiacendosi egli di quella somma ristrettezza ed aridità quivi stabili la sua dimora. E se dapprima si trovò nel bisogno e nella mancanza di ogni cosa temporale, non andò guari che, aumentato il numero dei fratelli e questi tutti servi di Dio, ne seguì grande abbondanza di tutto. Assiduo era quivi il lavoro, e il coro non mai interrotto, e frequenti le recite dei salmi e le prostrazioni; l’astinenza volontaria e l’ubbidienza spontanea. Insomma tutto era colà in fiore ed in frutto mercé il mistico inaffiamento dei discorsi e delle incessanti istruzioni del divino nostro padre Nilo”.

 

Il Serapo di San Nilo

Il Serapeo di Gaeta oggi

Mettersi sulle tracce di San Nilo nel Serapo di oggi suona un po’ bizzarro. Quel “misero luogo”, quella “ristrettezza e aridità”, addirittura quel “deserto” che lui vi aveva trovato, risultano incredibili se si guarda all’affollamento turistico che caratterizza oggi il quartiere delle ville di Gaeta e una spiaggia di gran moda.

La chiesa parrocchiale e santuario di San Nilo

Pur nel gran cambiamento dei luoghi il filo della memoria non si è spezzato. Alcuni proprietari di ville del Serapo vollero costruire nel 1938 una Cappella che ricordasse la permanenza di San Nilo nella zona. Nel 1965 la Cappella si trasformò nella grande chiesa di san Nilo, a tre navate, illuminate da vetrate istoriate. Una grande statua del Santo introduce il presbiterio: proclamato “Civis Cajetanus”, San Nilo ha nelle mani le chiavi della città. La cappella dell’adorazione è decorata da due quadri, copia di affreschi seicenteschi del Domenichino dell’abbazia di Grottaferrata, che ricordano due episodi della vita del Santo a Serapo: l’incontro con l’Imperatore Ottone III e il crocifisso che si anima per benedire il Santo in preghiera. Nel clima delle celebrazioni del millenario niliano una grande lapide murata nel pavimento ricorda l’elevazione della chiesa parrocchiale a Santuario diocesano.

La cinta del santuario della montagna spaccata

L’insediamento monastico nel quale San Nilo visse il passaggio dell’anno Mille non ci è noto. Vi è memoria storica di alcuni insediamenti benedettini a Gaeta e nei suoi dintorni risalenti al decimo secolo. Queste celle legate all’abbazia di Montecassino e la stessa presenza a Gaeta di vescovi che erano stati in precedenza abati benedettini non furono probabilmente estranee alla decisione di San Nilo di lasciare Valleluce e di trasferirsi a Gaeta. Alla ricerca comunque di tracce visibili possiamo considerare come ipotetico luogo niliano l’attuale Santuario della Santissima Trinità alla Montagna Spaccata. Risalirebbe infatti al 930 e fu fondato dai padri benedettini sui ruderi di una villa romana.

Il Santuario della Trinità

I benedettini lo tennero per dieci secoli e furono poi sostituiti dai francescani alcantarini che, con l’aiuto del re di Napoli Ferdinando II, diedero grande sviluppo al santuario. Dopo una breve presenza dei Pallottini, dal 1926 il santuario è affidato ai missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Il contesto naturale in cui sorge il santuario è di grande pregio. La montagna è spaccata da una fenditura che raggiunge la riva del mare. Una scalinata scende sinuosa tra le rocce e raggiunge la cappella circolare del Crocifisso, edificata su un masso caduto e rimasto incastrato tra le due pareti del monte. Il terrazzino panoramico è di grande suggestione. Il mix di memorie storiche e di attrazioni naturali rende il luogo molto frequentato.

La Via Crucis del santuario

 

L’incontro con l’Imperatore Ottone III

Domenichino, l’incontro tra San Nilo e Ottone III (Badia di Grottaferrata, 1610)

La biografia di San Nilo ricorda il suo incontro avvenuto a Gaeta con Ottone III di Sassonia.  L’imperatore del Sacro Romano Impero tornava a Roma da un pellegrinaggio penitenziale che l’aveva condotto alla grotta di San Michele sul Gargano. Deciso a incontrare San Nilo, “fattosi pertanto in un posto al di sopra del monastero, e contemplando i tuguri dei monaci aderenti d’intorno all’oratorio, esclamò: «Ecco le tende d’ Israele nel deserto: ecco i cittadini del regno dei cieli! Costoro non come abitatori dimorano colà, ma come pellegrini». Ed il Beato, ordinato si apprestasse l’incensiere, gli venne incontro con tutti i fratelli e con ogni umiltà e divozione l’ossequiò”. Durante il colloquio San Nilo rifiuta cortesemente l’offerta imperiale di un monastero e delle rendite connesse. Ottone insiste e ancora gli dice «domandami pure, come ti fossi figlio, se pur vuoi qualche cosa, e con ogni piacere lo farò». E Nilo chiude il colloquio dicendo «nient’altro chiedo da tua Maestà imperiale, se non che la salute dell’anima tua: perocché quantunque sii sovrano, nondimeno al pari di qualunque altro uomo tu hai da morire, e rendere conto di tutte le tue opere cattive e buone». Il presagio di San Nilo si avverò ben presto. Costretto da una sedizione a fuggire da Roma il giovane imperatore trovò la morte a Faleria. L’episodio è stato descritto dal pittore Domenico Zampieri, detto il Domenichino, nel grande dipinto del 1610 della Cappella farnesiana nell’Abbazia di Grottaferrata. L’abbraccio commosso tra Nilo e Ottone trasmette un messaggio di fraterna umanità. Nel dipinto si colgono anche elementi di contesto, come la rupe di Gaeta, il castello, il golfo e i monti sullo sfondo.

La copia del dipinto del Domenichino nella cappella della chiesa di San Nilo a Gaeta

Il viaggio di San Nilo (1). Montecassino e il monastero di Valleluce

L’Italia meridionale accoglie e impara a conoscere i monaci d’Oriente in epoca bizantina. In fuga dai Balcani a causa dell’espansione araba le comunità di monaci ispirate alla regola di san Basilio varcano il mare e popolano gli eremitaggi della Puglia e della Calabria. Qui attirano anche discepoli del posto. Nicola, un giovane calabrese di Rossano, diventa monaco col nome di Nilo (910-1004). Vive prima nella comunità ispirata alla regola di San Basilio, poi si fa eremita, con dedizione totale a preghiera e studio. Legge i Padri della Chiesa, compone inni, trascrive testi con grafia rapida ed elegante. È maestro di nuovi monaci a Rossano, con un metodo selettivo. Devono essere studiosi, eccellenti anche in calligrafia e canto. Quando si accorge di essere ormai un’autorità locale, fugge in territorio longobardo, verso il principato di Capua. Per quindici anni Nilo educa a Valleluce monaci di rito orientale, mantenendo amabili rapporti con i monaci benedettini di Montecassino. Trascorre poi dieci anni a Gaeta dove vede finire il primo millennio. E da qui parte, novantenne, per fondare l’abbazia di Grottaferrata vicino Roma. Si spegne nel monastero greco di Sant’Agata.

La statua di San Nilo a Valleluce

 

Capua, Montecassino e Valleluce

Le culle del percorso Niliano

“La vita di San Nilo Abate”, scritta dal suo discepolo Bartolomeo, racconta così l’arrivo del Santo nella terra di Sn Benedetto e il suo insediamento nel monastero di Valleluce. “E giunto a Capua, per tacere di altri fatti anteriori, vi fu accolto con grandissimo onore dal principe Pandolfo e dai nobili della città; cosicché si pensava d’intronizzarlo su quella sede vescovile. Il che si sarebbe avverato, se non l’avesse impedito la morte del Principe. Allora quei signori chiamato a sé l’Abate di S. Benedetto di Monte Cassino (era questi Aligerno uomo santissimo) gl’imposero di dare al Beato un monastero, quale egli avesse preferito tra le proprietà del nostro santo Padre Benedetto. Ed in questa recandosi il santo Padre a visitare il predetto insigne monastero, venne ad incontrarlo tutta la comunità religiosa sino a pie’ del monte, vestiti tutti e sacerdoti e diaconi degli abiti sacri, come nei dì festivi, con ceri e incensieri; e con questa pompa condussero il Beato fin su al loro monastero. Né a quei monaci pareva meno di udire o di vedere in lui altra persona che o il grand’Antonio venuto di Alessandria, o il gran Benedetto, il divino loro legislatore e maestro, risorto quivi da morte. (…) Adunque dopo averli con la sua personale presenza, quasi uomo spedito da Dio, confortati e ricolmati di spirituale allegrezza, e viceversa dopo aver egli stesso ammirata la regolarità e la ben compartita loro disciplina, approvandone le costumanze a preferenza delle nostre, venne novamente accompagnato dall’Abate e dai principali fratelli al monastero, ove egli doveva abitare co’ suoi figli, detto Vallelucio, dedicato all’arcangelo San Michele. (…) Il beato Nilo dimorava da circa quindici anni nel monastero detto di Vallelucio, ove i fratelli si erano aumentati, e provvisti di ogni bisognevole in abbondanza, e il monastero divenuto più ampio per opera sua riscuoteva un certo qual nome, dovechè tale invero non era dapprima”.

Valleluce vista dal Monte Cifalco

 

La Valleluce di San Nilo

La chiesa di San Michele arcangelo

Valleluce è oggi una frazione del comune di Sant’Elia Fiume Rapido, che dista circa cinque km dal capoluogo e occupa una conca alle falde del Monte Cifalco. Qui l’abate Gisolfo di Montecassino fondò nel 797 una “cella” monastica, struttura che ha una notevole importanza nella storia del monachesimo benedettino. La “cella” era un piccolo monastero, abitato da un gruppo di monaci distaccati dal monastero principale. Aveva una cappella aperta al culto e un’azienda per la valorizzazione agricola delle terre circostanti, dove lavoravano i monaci con i contadini dei dintorni, nello spirito dell’”ora et labora”.

Il plastico del Monastero di San Nilo a Valleluce

Se ci rechiamo oggi a Valleluce alla ricerca di tracce materiali dell’antica cella di San Nilo, rimarremo delusi. L’attuale chiesa dedicata a San Michele arcangelo custodisce nelle sue viscere alcune labili tracce del monastero niliano, tra cui i resti delle absidi e un cunicolo interrato di collegamento tra il monastero e la chiesa. Altri resti archeologici del Pagus Vallis Luci, di mura megalitiche e di un acquedotto di età romana sono stati rintracciati negli scavi effettuati nei dintorni. Colpiscono in compenso le forme in cui gli abitanti del paese tengono ancora viva la memoria della permanenza del santo monaco. All’ingresso della frazione un vistoso cartello enumera i sette comuni “culle del percorso Niliano” gemellati con Sant’Elia. Nella piazza centrale di Valleluce, dedicata al Santo, a lato della chiesa è stato collocato un plastico che riproduce la struttura presunta dell’antico monastero. Lapidi, targhe e pannelli ricordano i diversi momenti in cui Valleluce ha partecipato alle celebrazioni del Millenario di San Nilo.

Targa memoriale

 

L’eremo di Bartolomeo

La segnaletica del percorso per la vetta del Cifalco

Una traccia della permanenza di Nilo e dei suoi monaci a Valleluce è oggi ancora visibile sulla cresta sommitale del monte Cifalco. Si tratta dei resti di un romitorio frequentato da Bartolomeo, il fedele discepolo di san Nilo. Il luogo selvaggio, la solitudine, l’ampio panorama e la vista di Valleluce e dell’abbazia di Montecassino accompagnavano le ore di preghiera e di meditazione sui testi sacri trascorse nell’eremo.

Il Romitorio di San Bartolomeo sul monte Cifalco

In seguito il luogo fu valorizzato con l’edificazione di una chiesetta intitolata a Santa Maria di Pescluso. Pesclus nel latino tardo medievale era l’antico nome del monte Cifalco. La radice “pesco”, comunissima nell’area appenninica centrale, indica uno spuntone di roccia e rende bene le caratteristiche del Cifalco e della sua arcigna parete di roccia sovrastante Valleluce.

Memoriale sul monte Cifalco

Oggi la salita al monte Cifalco si arricchisce di un altro motivo d’interesse: la visita alle opere di guerra della Linea Gustav, costruite dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale in un punto strategico di controllo del fronte. Da Valleluce, seguendo le frequenti indicazioni per il romitorio e i fortini tedeschi, si segue una stretta strada asfaltata a monte del paese che aggira il Cifalco, sottopassa una condotta idrica e perviene al cancello che chiude l’accesso al bacino di raccolta Enel. Ancora sull’asfalto e poi su sterrato si prosegue in salita, si aggira il laghetto e si raggiunge a saliscendi la vetta del Cifalco. Ai piedi di un’alta croce di ferro, è subito possibile affacciarsi dal balcone panoramico. Poco più avanti, in prossimità del palo della bandiera, si visitano i resti dell’antico romitorio. Impressionante è la visita dell’osservatorio tedesco, una caverna scavata nella roccia con un “occhio” aperto sull’intera valle del Rapido e del Liri. Tornando indietro di pochi passi, un ripido sentierino su pietraia entra nel bosco e raggiunge i resti restaurati di alcuni fortini trincerati tedeschi.

Un fortino tedesco della Linea Gustav sulla cresta del monte Cifalco

(Ho effettuato la ricognizione dei luoghi il 26 giugno 2018)

Barcellona. Angeli e diavoli nel Museo d’arte della Catalogna

Il Museu Nacional d’Art de Catalunya è uno dei grandi attrattori turistici di Barcellona. Noto soprattutto per la sua collezione di affreschi medievali staccati dalle chiese dei Pirenei catalani, il Museo documenta in modo esemplare l’epoca del Romanico e quella del Gotico. Vi sono comunque presenti numerose opere dei secoli che vanno dal Cinquecento al Novecento. Selezioniamo qui alcuni dipinti dedicati alle battaglie apocalittiche dell’arcangelo Michele contro il demonio e al ruolo degli angeli quali tramite tra l’aldiquà e l’aldilà.

Il retablo dell’arcangelo Michele

Il retablo con le storie dell’arcangelo Michele

Questo grande retablo è stato dipinto nel 1430 dai pittori Bernat Despuig e Jaume Cirera. I sedici pannelli che compongono la pala d’altare descrivono episodi della vita di Maria (l’annunciazione, la nascita di Gesù, la crocifissione, la pentecoste e la dormizione) e della vita di Pietro (il cammino sull’acqua, la liberazione dal carcere, il quo vadis e la crocifissione a testa in giù). Sono poi descritte le apparizioni dell’arcangelo Michele come tramite dell’Aldilà cristiano.

La guerra contro gli angeli ribelli

La prima immagine vede Dio Padre che benedice Michele a capo delle milizie celesti rimastegli fedeli. In Cielo è scoppiata la guerra contro Lucifero e gli angeli che si sono ribellati a Dio. Michele guida i suoi angeli guerrieri contro i ribelli, li rovescia dai loro troni e li precipita nella bocca del Leviatano infernale, dove assumono sembianze diaboliche. La seconda immagine descrive Michele che indossa la sua armatura e combatte contro il drago infilzandolo con la sua lancia crucigera.

Le storie dell’arcangelo Michele

I quattro pannelli più piccoli descrivono l’apparizione di Michele in forma di toro sul monte Gargano; segue la psicostasia ovvero la pesatura delle anime con l’immagine del buono che ha superato la prova e che l’angelo conduce a Pietro, all’ingresso del Paradiso; l’apparizione a papa Gregorio e la liberazione delle anime del Purgatorio.

 

Il San Michele del maestro di Soriguerola

La tavola del maestro di Soriguerola

La tavola del maestro di Soriguerola risale all’ultimo quarto del Duecento e proviene dalla chiesa di Sant Miquel di Soriguerola, nei pressi di Puigcerdà (Lérida). Si tratta di uno dei dipinti più belli dei primi tempi del Gotico, realizzato da una bottega attiva nella regione pirenaica della Cerdagna.

La pesatura delle anime

Vi vediamo San Michele che appare nella forma di toro sul monte Gargano e, in successione, nel suo ruolo di ponderator mentre pesa le anime. In basso è raffigurato l’Inferno. Lucifero dà ordini ai suoi diavoli di buttare le anime incatenate dei dannati all’interno del pentolone bollente e di attizzare il fuoco con il soffio dei mantici.

L’Inferno

 

L’altare degli Arcangeli

La pala degli arcangeli

Una pala d’altare del secondo quarto del Trecento, dipinta a tempera, descrive il ruolo degli arcangeli come intermediari tra l’uomo e Dio, e tra il Cielo e la terra. Il primo riquadro mostra i due arcangeli Raffaele e Gabriele che accolgono in un lenzuolo l’anima beata del povero Lazzaro, morto sulla porta del ricco Epulone, per condurla in Paradiso, nel seno di Abramo. Gli altri tre riquadri sono dedicati all’arcangelo Michele. Vediamo Michele prima impegnato nel combattimento contro il drago infernale e poi mentre pesa le anime sulla bilancia a doppio piatto, invano contrastato dal demonio. L’ultima scena è quella della sua apparizione sotto forma di toro in una caverna del promontorio del Gargano.

 

Gli angeli lottano contro il drago

Gli angeli in lotta con i diavoli

L’affresco, staccato e trasferito su tela, proviene dalla chiesa di San Michele del comune di Tubilla del Agua, nella regione di Castiglia e Leon. Risale al primo terzo del Duecento e declina chiaramente lo stile romanico. La scena vede due angeli che combattono contro draghi alati e li infilzano nella bocca con le loro lance. Il primo angelo è probabilmente Michele, accompagnato da un secondo angelo munito di scudo. Il riferimento è probabilmente al capitolo 12 dell’Apocalisse dove è scritto: “Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli”.

L’Apocalisse del Beato di Girona

Si chiamava Beatus un monaco del monastero spagnolo di Liébana. Nel decennio tra il 776 e il 786 scrisse un suo commento in latino al libro biblico dell’Apocalisse. Il testo del suo commentario piacque ai lettori e nei secoli successivi fu copiato innumerevoli volte nei monasteri di Spagna e arricchito da illustrazioni miniate.

L’arca di Noè e gli effetti dei diluvio (f. 102v-103r)

Una preziosa copia miniata del Commentario del Beatus di Liébana è oggi esposta ai visitatori nel Museo della Cattedrale di Girona/Gerona, in Catalogna. L’opera risale al 975 e fu realizzata nello scriptoriumdel monastero di Tábara, nella provincia di Zamora, retta allora dall’abate Dominicus. Passò poi nel 1078 alla cattedrale di Girona. Il copista fu il monaco Sénior. A illustrarla fu però una donna, di nome Ende, forse una monaca, affiancata da un secondo miniaturista di nome Emeterius.

La discesa di Cristo agli inferi (f. 17v)

Le colorate immagini che arricchiscono il Commentario del Beatus sono state opportunamente riprodotte e scorrono in un video che la direzione del Museo ha affiancato al volume custodito in una teca di vetro. Gli specialisti osservano in queste miniature l’evoluzione verso l’arte romanica della precedente arte mozarabica, nata dall’incontro nella penisola iberica della tradizione cristiana e di quella musulmana.

Le due bestie (f. 176v)

Tra le tante, osserviamo la miniatura che illustra le due bestie che escono dalla terra e dal mare e che sono adorate dagli uomini. Fonte dell’immagine è il passo dell’Apocalisse che recita: “Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste, sulle corna dieci diademi e su ciascuna testa un titolo blasfemo. La bestia che io vidi era simile a una pantera, con le zampe come quelle di un orso e la bocca come quella di un leone. Il drago le diede la sua forza, il suo trono e il suo grande potere. (…) E vidi salire dalla terra un’altra bestia che aveva due corna, simili a quelle di un agnello, ma parlava come un drago. Essa esercita tutto il potere della prima bestia in sua presenza e costringe la terra e i suoi abitanti ad adorare la prima bestia” (Ap 13).

La donna e il drago (f. 171v-172r)

Un’altra miniatura occupa due pagine e descrive con precisione filologica la visione apocalittica della donna e del drago. “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni. Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli” (Ap 12).

Il Cielo (f. 3v-4r)

(Ho visitato Girona il 14 ottobre 2018)