Introduzione al blog

In evidenza

cop_scritta

Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

Annunci

Passeggiata a Gerace

Gerace, in Calabria, è oggi uno tra “i borghi più belli d’Italia”, il marchio che riconosce ai piccoli centri l’integrità del loro tessuto urbano, l’armonia architettonica, la vivibilità del borgo, la qualità artistico-storica del patrimonio e dei servizi al cittadino. Fama meritata, se anche lo scrittore inglese Edward Lear, che l’aveva visitata due secoli fa, nel 1847, scriveva che “Gerace è di gran lunga il più grandioso e superbo luogo come posizione in generale, e come città, che noi abbiamo finora visto in Calabria”. I grandiosi panorami che si osservano dal belvedere del Baglio o dalle Bombarde avevano emozionato anche Lear. Scriveva infatti che “la grande altura su cui questo paese è situato, dal suo isolamento, domina una delle più estese vedute di un carattere spettacolare; verso il mare confina con Roccella a nord, e capo Bruzzano a sud; mentre all’interno la catena di montagne verso ovest è interessante in maniera sublime”.

Gerace vista da Edward Lear

La rupe di Gerace e la sua marina sono legate da una storia di periodiche transumanze. La decadenza di Locri a causa dell’impaludamento della pianura e delle incursioni dei pirati saraceni costrinse gli eredi dei coloni magnogreci e romani a risalire i colli e insediarsi sul più sicuro e difendibile plateau. I terremoti, le nuove vie di trasporto, i cambiamenti economici, provocarono discese e risalite della popolazione. La stessa esistenza della diocesi di Locri-Gerace è un attestato non solo simbolico del legame storico tra i due centri.

Il Castello di Gerace

Mentre percorro le stradine del borgo medito i pressanti inviti dei Geracesi che consigliano di non limitarsi alla visita della pur celebre Cattedrale. Hanno ragione. Se Locri ha una pianta urbana regolare, a maglia ortogonale, con vie diritte e mappa a scacchiera, Gerace è invece un labirinto urbano, un caotico incrociarsi di vicoli e stradine, di piazzette sghembe, di porte urbiche, di botteghe rupestri, di scorci improvvisi e inaspettati. La densità di chiese, conventi e luoghi sacri è impressionante. Dell’originario castron bizantino del settimo-ottavo secolo, l’insediamento fortificato con mura di cinta ad anello per difendersi dagli attacchi dei saraceni, rimangono poche tracce nella città alta. Il borgo antico, cresciuto intorno al castello e alla cattedrale, ha visto crescere nel tempo, fuori delle mura, il Borgo maggiore e il Borghetto.

La facciata della Cattedrale e il campanile

La Cattedrale è comunque una sintesi efficace della storia di Gerace, un mosaico di opere di tutte le epoche, il cantiere tuttora operoso di una chiesa locale viva. Colpisce immediatamente il suo orientamento. Mostra le terga alla città e nasconde la sua facciata romanica in un angusto cortile incassato. Dalla piazza della Tribuna si guarda infatti la parte posteriore del duomo, con tre absidi di epoche diverse (quella di destra è nascosta dall’arco trionfale). Dalla porta dell’abside centrale si accede alla cripta greco-bizantina, ricavata in parte nella roccia, costruita probabilmente su un antico oratorio bizantino. Risalendo la via Duomo si trova l’ingresso abituale sul fianco sinistro della chiesa e si scende poi nel cortile su cui guarda la facciata di stile romanico, sorvegliata dall’incombente campanile.

Gli archi e le colonne della navata destra

L’interno è grandioso, a croce latina, diviso in tre navate da due file di dieci colonne. Le colonne, una diversa dall’altra e provenienti forse da Locri antica, sono di epoca imperiale mentre i capitelli sono di stile corinzio.

L’altare ecumenico

Si segnala l’altare basilicale consacrato nel 1995 dal Vescovo Bregantini e dal Metropolita greco-ortodosso Spiridione, in occasione del 950° anniversario della prima consacrazione della Cattedrale. È il primo altare consacrato da vescovi di due diverse chiese dopo la separazione della chiesa ortodossa dalla chiesa latina avvenuta nel 1054. È dedicato all’unità delle chiese come si rileva dalle due scritte, in greco e in latino, “ina osis en – ut unum sint”.

Il gruppo bronzeo a ricordo del Giubileo del Duemila

Un’altra segnalazione merita la scultura di Rosario La Seta che ricorda l’apertura della Porta Santa in occasione del Giubileo dell’anno Duemila. Le figure del gruppo bronzeo si ispirano ai valori giubilari dell’accoglienza e della solidarietà, “perché nella Locride ogni porta, come ogni cuore, si spalanchi per accogliere il Cristo”.

Il cortile del Museo diocesano

Nei locali della Cittadella Vescovile, attigui alla cattedrale, è in corso di allestimento il Museo diocesano con reperti, statue e arredi provenienti dalle chiese della diocesi. Nel periodo estivo è anche attivo un laboratorio di restauro dei beni ecclesiastici diocesani che si avvale dell’opera di giovani catalogatori e restauratori provenienti dalle università e dalle accademie della Calabria.

Veduta di Gerace (Codice Romano-Carratelli)

(Ho visitato Gerace il 3 agosto 2018)

Il parco archeologico di Locri Epizephiri

Vagare nella calura del mezzogiorno, sotto un torrido sole di agosto, tra i muri caduti e le pietre roventi di un parco archeologico può rivelarsi un supplizio crudele per aspiranti al martirio culturale. Eppure a Locri Epizephiri, località in fondo alla Calabria jonica, il supplizio si è trasformato in una passeggiata storica, accaldata sì, ma piacevole e stimolante. Un museo ricco di reperti, ricostruzioni, pannelli descrittivi, bookshop e servizi accessori. Un percorso museale per bambini talmente ben realizzato da rivelarsi affascinante anche per gli adulti. Una straordinaria integrazione tra le rovine della città antica e il paesaggio vegetale dei pini, dei cipressi e degli agrumeti. Una masseria agricola settecentesca costruita con scarsa sensibilità sulle fondamenta delle terme romane, che un restauro magnifico trasforma in un osservatorio sulle forme di vita dall’antichità ai nostri giorni.

Il Museo archeologico

Emozioni simili erano quelle provate da Edward Lear, lo scrittore inglese che vi era giunto a piedi nell’agosto del 1847. Egli racconta che verso mezzogiorno si era rifugiato “in un’osteria, strada facendo, per cercare ombra e melloni di acqua” ed era poi arrivato alla Torre medievale, “situata al margine della costa, nel luogo dove gli archeologi riconoscono con certezza il sito di Locris antica. Fondamenta di costruzioni antiche si estendono per un vasto raggio nei vigneti intorno e innumerevoli monete vi sono state ritrovate. Dappertutto all’intorno della spiaggia sabbiosa, crescono in abbondanza gli amarilli bianchi, che riempiono l’aria con il loro delicato profumo”. Lear si era entusiasmato per quel paesaggio: “molto bella è quella grigia torre, situata tutta sola sopra la rocca vicina alle onde blu, con lo sfondo della graziosa collina di Gerace, e di molte linee di montagne alte e distanti”.

Un pannello del Museo

Oggi, a distanza di due secoli, se è pur vero che la torre vista da Lear si è ridotta a un inglorioso mozzicone, bisogna tuttavia riconoscere che il museo sostituisce con le risorse dell’elettronica e della graphic novel il  tradizionale approccio erudito alle rovine che lo stesso Lear narra nel suo Journal: “Il nostro bravo ospite ci ha sacrificati leggendoci ad alta voce capitolo per capitolo un libro che stava scrivendo su Locri, un opus magnum che, per quanto molto erudito, era abbastanza noioso. Tutti i nostri suggerimenti di andare a riposare erano vani; così Proby si è addormentato, e io ero sul punto di seguire il suo esempio; stavo per scusarmi per andare a letto, quanto il nostro autore si mise a sbadigliare, fece una pausa, e cadde nelle braccia sonnolente di Morfeo, così che l’assemblea letteraria si sciolse nemine contradicente”.

La Casa dei Leoni

Il parco archeologico-ambientale di Locri Epizephirisi trova al km 95 della statale 106, poco a sud di Locri. La città era sorta nel settimo secolo avanti Cristo ed era rapidamente diventata uno dei centri più importanti della Magna Grecia calabrese. Nel quartiere di Centocamere si concentravano le attività produttive e commerciali della polis. Sono state rinvenute 24 fornaci di ceramica (tegole, vasi, statuette) e tanti attrezzi dei telai, eredità dei laboratori di tessitura. Spiccano i resti della Casa dei Leoni, del sacello di Afrodite e dei santuari di Marasà e di Zeus saettante.

La storia di Locri

Ma sono le sale del museo che raccontano storie arcaiche e affascinanti come il rapimento di Persefone, i giardini di Adone, i versi della poetessa Nosside emula di Saffo, il togato di Petrara, i dioscuri Castore e Polluce, il cavaliere di Marafioti.

Tavoletta votiva (pinax) con il ratto di Persefone

Un sentiero sterrato fiancheggiato da alberi di bergamotto raggiunge la masseria baronale ottocentesca, nota come Casino Macrì, costruita sui resti delle terme romane. L’edificio principale ha il pianterreno formato dai ruderi, un primo piano residenziale e un’altana. Le altre costruzioni annesse (case coloniche, stalle per gli animali, strutture di servizio) sono disposte intorno a un’aia centrale, tutte sovrapposte ai ruderi antichi. Un bel restauro ha trasformato gli edifici in un percorso museale che comprende la visita ai resti delle strutture termali, ai reperti di scavo della Locri greca e romana e al modello organizzativo della fattoria settecentesca.

Il Casino Macrì

La conoscenza dell’area archeologica può essere completata con la visita al Teatro greco-romano, che si raggiunge in auto costeggiando le mura fino alla contrada Pirettina, e al nuovo Museo del Territorio, ospitato al centro di Locri nel Palazzo Teotino Nieddu del Rio.

Albero di bergamotto

(Ho visitato Locri il 3 agosto 2018)

Armenia. Le chiese di Noravank

La strada di Noravank s’inerpica nella gola del fiume Anaghu, sfiorando le spettacolari formazioni rocciose emergenti dalle lave dell’antico vulcano di Dalik. Le pareti e le grotte sono l’habitat di una flora e di una fauna ormai rare, dove vivono uccelli di tutti i tipi e folte colonie di pipistrelli.

La valle di Noravank

Al termine della strada si raggiunge a piedi la terrazza naturale che ospita il complesso monastico. Il monastero si mostra qui come un nido d’aquila mimetizzato tra le rocce dove le pietre degli edifici sacri hanno lo stesso colore rosso delle lave dintorno. La storia dell’insediamento risale al 1105 ma conosce una cesura con il saccheggio operato dai Mongoli nel 1238. Nei due secoli successivi il monastero fu ricostruito e prosperò grazie alla fortuna della regnante dinastia degli Orbelian diventando un centro spirituale, educativo, culturale e allo stesso tempo il sepolcro della nobile famiglia.

La chiesa della Santa Madre di Dio sullo sfondo della parete rocciosa

La prima chiesa che s’incontra sul piccolo pianoro è dedicata alla Santa Madre di Dio (Surp Astavatsatsin) e fu costruita nel 1339 da Momik per il principe Burtel Orbelian. I tre livelli di questa chiesa molto slanciata, collegati da una scalinata da brivido, comprendono la zona sepolcrale, una cappella cruciforme e la cupoletta rotonda sostenuta da colonnine. Momik fu un celebre amanuense, miniaturista, scultore e architetto che operò dalla fine del Duecento fino alla prima metà del Trecento. Studiò nella scuola di miniatura di Gladzor, dove cominciò a lavorare, per poi trasferirsi qui nel monastero di Noravank (allora residenza del metropolita), come architetto e decoratore a servizio della potente dinastia dei principi Orbelian.

La facciata della chiesa della Madre di Dio

Tra le tante decorazioni di Momik si segnalano le due lunette della facciata. Sul portale a piano terra è raffigurata la Madre in trono con il Bambino in braccio, affiancata dagli arcangeli Michele e Gabriele. L’ingresso della cappella al primo piano è sormontata dall’immagine di Cristo, affiancato dagli apostoli Pietro e Paolo.

Le chiese di Santo Stefanoi e San Gregorio

Al termine del piazzale si segnala il complesso più interessante, formato dalla chiesa in rovina di San Karapet, dal nartece e dalle chiese di Santo Stefano e San Gregorio. Quest’ultima è la cappella mausoleo degli Orbelian. Santo Stefano ha una struttura a due piani: le camere del secondo piano venivano usate dai monaci per la preghiera, lo studio e la produzione di manoscritti, mentre le camere inferiori servivano come sepolcri, sagrestie e depositi degli arredi della chiesa.

La Madonna col Bambino

Il gavit era il nartece che precedeva l’ingresso della chiesa e che fungeva anche da luogo d’incontro della comunità. Bellissime sono le due lunette sull’ingresso, opera anch’esse di Momik. La scultura in basso rappresenta la Madonna e il Figlio, assistiti da Giovanni il Battista e dal profeta Isaia. Lo sfondo è riccamente intagliato, con grandi lettere intrecciate a foglie, viti e fiori.

Dio e Adamo

La lunetta della finestra superiore mostra al centro la figura di Dio. L’aspetto del volto, segnato dalla barba, dai baffi e da un’elaborata capigliatura, trasmette un’idea di forza e di nobiltà. Dio ha nella mano sinistra la testa di Adamo cui infonde la vita con il soffio dello spirito: il suo alito, in forma di colomba, esce dalla bocca divina, scende lungo la barba e raggiunge la bocca di Adamo, generandolo alla vita. La mano destra di Dio benedice la scena della crocifissione: Gesù muore sulla croce col volto rivolto al Padre, davanti alla madre Maria e all’apostolo Giovanni. Il significato dell’immagine è evidente: Dio ha dato la vita all’umanità, a cominciare da Adamo, primo uomo, e poi le ha donato la vita eterna con il sacrificio di suo Figlio.

Una cappella e le croci di pietra

Il complesso è recintato da mura sei-settecentesche e comprende anche i resti dell’Accademia, un pozzo, due cappelle e un gran numero di pietre tombali e di khachkar risalenti a varie epoche.

La mappa di Noravank

(Ho visitato Novarank il 2 luglio 2018)

Armenia. Il monastero di Haghpat

Scendiamo lungo la valle del Debed, nel nord dell’Armenia. Il paesaggio è verde, rasserenante, persino bucolico nei suoi tratti più aperti e punteggiati di minuscoli villaggi. Poi la scena cambia e il panorama s’incattivisce. Il fiume s’infila in una gola e traversa Alaverdi, città industriale, disseminata di squallidi condomini di stile sovietico, miniere di rame e ciminiere fumanti. Per fortuna il bus devia, si lascia alle spalle l’infernale città fumigante e sale al villaggio di Haghpat, dove si torna a respirare l’aria rarefatta dei monti.

Haghpat

Dalle ultime case del villaggio di Haghpat si sale a una stupefacente cittadella monastica circondata da mura e da torri. La densità di edifici sacri è impressionante, quasi che lo spazio fosse stato considerato una risorsa scarsa.

Il campanile di Haghpat

Evitando d’infilarci tra i vicoli e gli stretti passaggi, aggiriamo il complesso sulla destra e ci portiamo verso uno slanciato edificio isolato, che somiglia a un tempio ma è solo un campanile. Risale al 1245 e si sviluppa su due piani: la base ha la pianta a forma di croce; in alto una cupola ottagonale è sostenuta da colonne.

La chiesa principale

Da qui si apprezza la struttura della chiesa della Santa Croce (Surp Nishan), che è l’edificio principale e anche il più antico del complesso. Fu costruito tra il 976 e il 991 da una regina che volle dedicarla ai figli per propiziarne una lunga vita. I due figli che reggono il modello della chiesa sono ritratti sul pannello scolpito sulla parete posteriore esterna.

Il Cristo affrescato nella calotta dell’abside

All’interno si ammirano gli sbiaditi affreschi dell’abside, con un immenso Cristo benedicente in trono e un doppio corteo di santi nimbati a capo chino.

La crocifissione (Krachkar Amenaprkich)

Nella gavit che collega la chiesa alla biblioteca (il corridoio del Salvatore) si osservano una cappella sepolcrale ma soprattutto un magnifico krachkar, una croce scolpita nella pietra e colorata di rosso, che risale al 1273. Si tratta di una rarissima figurazione del Cristo crocifisso, dove compaiono anche la Madre e l’apostolo Giovanni, i dodici apostoli in ginocchio e una scena dell’ascensione o più probabilmente della seconda parusia, con Gesù nella mandorla sostenuta dagli angeli.

Lo scriptorium del monastero

La visita dello scriptorium e della biblioteca spiega come Haghpat sia stato uno dei centri culturali più importanti dell’epoca medievale; tra il XII e il XIII secolo vi lavorarono i migliori miniaturisti medievali e vi venne pure copiato il famoso evangeliario di Haghpat (1211). Qui veniva anche custodita la più ricca collezione di manoscritti armeni medievali. Le brocche infitte nel pavimento contenevano liquidi che regolavano la temperatura e l’umidità della biblioteca, una sorta di climatizzatore naturale per la conservazione dei manoscritti e dei cibi.

La cappella della Santa Madre di Dio

Al complesso appartengono anche altre chiese di piccole dimensioni, come quella dedicate alla Santa Madre di Dio e a San Gregorio l’Illuminatore. Pure interessanti sono la grande sala del refettorio e l’Hamasasp, il gavit che fungeva da sala capitolare e luogo di riunioni. Ancora visibile è il sistema idrico per l’approvvigionamento d’acqua del complesso. Dal 1996 il complesso è inserito nella lista dei siti che sono Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

L’ingresso del nartece (gavit)

(Ho visitato Haghpat il 3 luglio 2018)

Armenia. Le chiese del lago

Il lago Sevan è immenso. È un lago di montagna, a quasi duemila metri di quota ed è il più grande del Caucaso, con i suoi 80 km di lunghezza. Ben ventotto tra fiumi e torrenti lo alimentano come immissari, mentre uno solo ne è l’emissario, il fiume Hrazdan. Ha una storia tormentata, vissuta nel continuo conflitto tra le esigenze della protezione ambientale e le tentazioni di sfruttamento industriale. La spiaggia settentrionale si trasforma d’estate in una riviera turistica affollata e rumorosa. Ma proprio qui, sulla cresta di un’esile penisoletta che si allunga tra le acque, sorge un magnifico complesso di chiese armene, che dal nome del lago è denominato Sevanavank.

Il lago Sevan

Al termine della lunga scalinata che dalla riva turistica risale alla punta della penisola, una bella terrazza panoramica si affaccia sul lago. Alle spalle si alza la prima chiesa, dedicata agli Apostoli (Surp Arakelots).

La chiesa dei Santi Apostoli

È una piccola costruzione in basalto grezzo e tufo levigato del nono secolo. Ha la pianta a croce, un’alta cupola centrale, tre absidi “a trifoglio” e una sagrestia. A fianco sono le basi dell’antico monastero, oggi distrutto, con le celle dei monaci. Risalendo il pendio troviamo le tracce del gavit, il nartece andato distrutto.

La chiesa della Madre di Dio

Subito dopo si alza la grande chiesa dedicata alla Madre di Dio (Surp Astvatsatsin), con le sue tre absidi e la sagrestia.

La mappa di Sevanavank

Salendo ancora sin sulla sommità della collina diventano visibili le fondamenta delle tre navate della chiesa più antica, dedicata a San Harutiun. Questa chiesa sarebbe stata costruita da San Gregorio Illuminatore nel 305 sulle basi di un preesistente tempio pagano.

La lastra scolpita con la vita di Gesù

Nel recinto del complesso monastico si trovano numerose lastre tombali e croci intagliate nella pietra (khachkar). Una di queste khachkar è conservata nella chiesa della Madre di Dio e propone un compendio della vita di Cristo in immagini scolpite nella pietra. La scena più rilevante è quella centrale con la crocifissione di Gesù: le croci armene sono diffusissime ma in questo caso si tratta di una delle rarissime khachkar che propone la figura di Gesù inchiodato sulla croce. Il registro verticale di destra dedica tre immagini alla Madonna con il bambino in braccio, alla mangiatoia della natività con il bue e l’asino e ai tre re magi in visita al bambino. Il riquadro sotto la crocifissione descrive l’anastasis, ovvero la discesa di Gesù agli inferi e la liberazione dei giusti dell’antico testamento.

Cristo in maestà

I quadri delle fascia orizzontale superiore e del registro verticale di sinistra descrivono la seconda parusia e il giudizio universale. Vediamo la scena della maestà del Cristo, seduto sul trono e benedicente, affiancato dai simboli dei quattro evangelisti (l’aquila, il bue, il leone e l’angelo). Segue il volto del giudice tra gli astri che si spengono, mentre gli angeli tubicini suonano la tromba del giudizio. La scena successiva è la psicostasia, ovvero la pesatura sulla bilancia a doppio piatto delle opere buone e cattive dei risorti, con il demonio che tenta di falsare l’esito agganciando il piatto con un rampino. L’ultima scena vede i dannati rinchiusi nella prigione dell’inferno. Particolare curioso e ripetuto è quello delle lunghe trecce che scendono dal capo di Gesù in croce, agli inferi e in maestà.

Sevanavank

(Ho visitato Sevanavank il 2 luglio 2018)

Il libro di Lorenzo Grassi sulla Linea Gustav

Presentazioni del libro di Lorenzo Grassi
Linea Gustav – Passi nella memoria
Lunedì 6 agosto 2018, alle 17, al Museo Civico Aufidenate (Convento La Maddalena) a Castel di Sangro (AQ). Introduzione di Alessandro Teti.
Sabato 11 agosto 2018, alle 18, nella Sala multimediale del Castello di Palena (CH). Introduzione di Adele Garzarella.
[ È prevista anche un’escursione al mattino alle trincee del Monte Porrara, a pagamento con prenotazione al 349.7704742 ]
Martedì 21 agosto 2018, alle 16.30, nella sede del Parco Nazionale della Majella (Via Badia, 28) a Sulmona (AQ). Saluto del Direttore del Parco Nazionale della Majella, architetto Oremo Di Nino. Introduzione di Fabio Valerio Maiorano.
Giovedì 23 agosto 2018, alle 17.30, al Grande Albergo Roccaraso (Viale Roma, 21) a Roccaraso (AQ). Introduzione di Ugo Del Castello.

Il libro di Lorenzo Grassi

Armenia. Il Monastero rupestre di Ghegard

Percorriamo la profonda gola scavata dal fiume Azat. Il luogo è impressionante. Le pareti di roccia incombono e si stringono pericolosamente. Ma quando raggiungiamo la testata della valle, dove la strada termina e inizia il percorso a piedi, scopriamo un’inaspettata cittadella monastica fiorita tra le rocce.

Veduta generale del monastero

Il suo nome storico in armeno è Ayrivank, cioè il “monastero della caverna”. Raccontano che Ayrivank sorse nei primi anni del cristianesimo armeno sui resti di tempio pagano dedicato al culto delle acque. E secondo la tradizione letteraria e storica, la sua fondazione risalirebbe direttamente a San Gregorio l’Illuminatore, nel quarto secolo. Ma il complesso di chiese ipogee e rupestri che noi visitiamo è databile soprattutto al tredicesimo secolo e fu realizzato grazie al mecenatismo delle famiglie Zacharian e Proshian. Fu a quel tempo che il complesso mutò nome in Ghegardavank (“il monastero della lancia”), quando venne portata qui la punta della lancia (in armeno: ghegard) con cui il centurione romano aveva trafitto il costato di Cristo.

La fascia rupestre a monte del monastero

La struttura difensiva del monastero, indispensabile nel medioevo delle invasioni e delle scorrerie, è garantita dalla verticalità delle pareti rocciose e da una muraglia turrita che avvolge le chiese su tre lati.

La chiesa superiore con i quattro pilastri

Il complesso si articola in ambienti in parte costruiti e in parte ricavati dalla roccia viva. La zona rupestre comprende alcuni gruppi di celle, due grandi chiese e due vaste sale di riunione del tipo detto gavit, sorta di nartece coperto, molto comune nelle chiese conventuali. Caratteristica di questi spazi è la ripetizione di elementi costruttivi e stilistici desunti dagli edifici in pietra; gli archi e le volte a stalattiti nella cosiddetta “prima chiesa rupestre”; la falsa cupola su tamburo ornato di finestre cieche nella chiesa della famiglia Proshian; i quattro pilastri liberi al centro della sala rupestre del gavit superiore.

La chiesa della Santa Madre di Dio

La chiesa principale fu edificata nel 1215 sul modello del tetraconco, con sala cupolata centrale. Sul lato occidentale della chiesa fu costruito nel 1225 un nartece con quattro pilastri di sostegno e nove archi, di eccellente fattura. Particolarmente interessante è la cupola centrale a forma di stalattite e terminante con una lucerna.

Il Gavit

La terza costruzione rupestre, che è anche la più grande per dimensioni, si trova sopra le altre due chiese ed è stata scavata nel 1288. Essa fungeva da chiesa funeraria per i monaci e per i membri del casato dei Proshian.

Il timpano del portale inciso con rami di melograno e grappoli d’uva

La cappella di San Gregorio Illuminatore, scavata nella roccia, comprende un oratorio e la cella monastica.

L’oratorio rupestre di San Gregorio

La parete rocciosa del complesso è incisa da cappelle, dotate di porte d’ingresso e di interni di fattura elaborata, e da più semplici grotte, destinate ad attività artigianali o alla conservazione degli alimenti.

l’ingresso di una cella rupestre

Dovunque si trovano le khachkar, le tipiche croci armene intagliate nella roccia e finemente decorate. La chiesa è oggi officiata da una piccola comunità di monaci. Dopo l’inserimento del monastero nei siti Patrimonio dell’Umanità Unesco, avvenuto nel Duemila, la presenza turistica è fortemente cresciuta.

Le khachkar, le tipiche croci armene incise nella roccia

(Ho visitato il monastero di Ghegard il 30 giugno 2018)