Introduzione al blog

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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

Raimondo Lullo, viaggiatore medievale e uomo del dialogo tra cristianesimo e islam

Nel Medioevo, il mar Mediterraneo, lungi dall’essere un ostacolo alla comunicazione tra i popoli, era un ambiente ideale per gli scambi. La navigazione rappresentava una via di comunicazione più rapida, e spesso più sicura, delle rotte terrestri. La penisola iberica e le isole Baleari occupavano una posizione intermedia tra il Magreb musulmano e l’Occidente cristiano e, dal X secolo, costituivano uno spazio in cui avevano convissuto, non senza difficoltà, cristiani, musulmani ed ebrei.

Il viaggio di Lullo

Raimondo Lullo (Ramon Llull, in catalano), nato a Maiorca nel 1232, è un caso emblematico dell’incontro di culture che si verifica nel Medioevo nello spazio del Mediterraneo. Lullo sviluppa un personalissimo progetto di carattere religioso, intellettuale e politico, di straordinaria portata. La sua vita fu intensa e appassionata come poche altre. Fu al tempo stesso un intellettuale e uno scrittore, ma anche un attivista capace di recarsi in missione nel vicino Oriente o nel Magreb, entrando in contatto e disputando con i saggi e i pensatori musulmani del momento. Apparteneva a una famiglia di ricchi coloni barcellonesi che partecipò alla conquista di Maiorca. Era sposato e aveva dei figli. Verso i trent’anni si sentì chiamato da Dio a cambiare vita e, senza entrare mai in alcun ordine religioso né diventare chierico, si dedicò alla causa della fede cristiana e della conversione dei non cristiani. La novità della strategia missionaria di Raimondo sta nell’abbandono del principio di autorità e nella ricerca di vie di dimostrazione razionale della fede. Lullo trova un terreno comune, in cui rendere possibile una discussione tra cristiani e non-cristiani, nella concezione dell’universo e di Dio che le tre religioni condividevano. Non si trattava, quindi, di discutere dei testi, bensì di una realtà sulla quale, in termini generali, non c’era disaccordo. Il “Libro del gentile e dei tre savi” è una dimostrazione di questa nuova strategia.

I viaggi di Lullo nel Mediterraneo

Se c’è un tratto che caratterizza in modo particolare la personalità e la vita di Raimondo Lullo è il suo dinamismo traboccante e infaticabile. Subito dopo la sua conversione, Lullo intraprende il pellegrinaggio a Santiago di Compostela dal santuario occitano di Santa Maria di Rocamador, nella valle della Dordogna. In seguito si sposta principalmente tra Palma, Montpellier e Genova, ma viaggia continuamente a Perpignano, Parigi, Lione, Marsiglia, Pisa, Roma, Napoli o Messina. Ha colloqui con sovrani e papi. Ha relazioni con le repubbliche di Genova, Pisa e Venezia e con ordini religiosi come i Francescani, i Domenicani, i Templari o i Certosini. Compie quattro viaggi missionari: due a Tunisi, uno a Bugia, e un altro a Cipro e in Armenia minore e probabilmente in Terrasanta. In questi viaggi subì un imprigionamento (a Bugia), un naufragio (presso Pisa) e un tentativo di avvelenamento (a Cipro).

La guerra della Verità alla Falsità

Una miniatura allegorica commenta l’opera lulliana interpretandola come un assedio ideale che le truppe di Aristotele, di Averroè e di Raimondo Lullo, armate delle “dignità divine”, portano alla Torre della Falsità, occupata dai demoni della malizia, della negligenza, della debolezza, dell’ignoranza, della confusione, della frustrazione.

La Torre della Verità

Un’altra miniatura allegorica raffigura nove filosofi che pongono una serie di domande. A loro Lullo risponde indicando i principi del suo pensiero, gerarchizzati sui gradini di una scala che consente di salire sulla Torre della Verità.

Le disavventure di Lullo

Una terza miniatura racconta una delle disavventure di viaggio di Lullo. Giunto via nave in terra berbera, iniziò a predicare pubblicamente la fede cattolica, suscitando reazioni violente tra i musulmani. Si salvò dal linciaggio e dalla condanna a morte grazie all’intervento del muftì della città, il quale però non riuscì a evitargli una prigionia durissima. L’intercessione dei catalani e dei genovesi presenti in quel luogo fece sì che migliorassero considerevolmente le condizioni della detenzione.

Ramon Llull, christianus arabicus

(Dalla mostra “Raimondo Lullo e l’incontro fra Culture”)

I demoni della falsità

Ascea. Il parco archeologico di Elea-Velia

Salire sulla torre angioina di Velia per guardarsi intorno, è un modo sicuro per innamorarsi dell’Italia. Il paesaggio archeologico si stende in basso con tutto il fascino romantico delle rovine e della rigogliosa natura mediterranea. Il promontorio di Castellammare della Bruca s’insinua sull’arco dell’ammaliante costa tirrenica cilentana, disegnata tra la punta Licosa e il capo Palinuro. A oriente spiccano le creste degli Alburni e del Cervati, i monti del parco nazionale del Cilento. E poi l’intreccio tra realtà e mito, l’emozionante mosaico composto con le tessere della Magna Grecia, dell’urbanistica romana e della cittadella medievale. E ancora la filosofia del greco Parmenide, i paradossi di Zenone, la tradizione medico-sacrale del culto di Asclepio, il passaggio di Enea e la memoria del suo nocchiero Palinuro, le ville patrizie di Lucio Emilio Paolo e di Trebazio che vi ospitò il suo amico Cicerone, il sepolcro dell’apostolo Matteo, fino alla successione di archeologi italiani, tedeschi e austriaci che svelarono l’oblio di Velia e ne fecero emergere gli antichi monumenti. Il bello dell’Italia.

Il promontorio

Arriviamo alla Marina di Ascea, nota meta del turismo marino insieme con le altre perle di questo lungo tratto di costa del Salernitano che ricade nel Parco nazionale del Cilento ed è Patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Una breve passeggiata ci conduce al Parco archeologico, situato ai piedi del promontorio. Una sorta di museo all’aperto dove i resti antichi contendono lo spazio alla macchia mediterranea e agli ulivi. Un tempo questa regione si chiamava Enotria (la terra del vino…). Qui nel 540 avanti Cristo arrivarono i Focei, popolo di navigatori e commercianti, provenienti dall’Asia minore, in fuga dagli invasori persiani. Fondarono una colonia e la chiamarono Elea. Ebbero rapporti, non sempre amichevoli, con i bellicosi Lucani e con la vicina Poseidonia (la futura Paestum). Si allearono con Roma e divennero civitas foederata. Elea passò a chiamarsi Velia e, grazie ai traffici commerciali e alimentari nel Mediterraneo, conobbe un lungo periodo di floridezza. In età imperiale, con l’insabbiamento dei porti e l’impaludamento della costa, cominciò la decadenza. Nel Medioevo i pochi abitanti superstiti salirono sul promontorio e costruirono il centro fortificato di Castellum Maris per difendersi dalle incursioni della pirateria saracena. Poi, un lunghissimo periodo di silenzio. Fino al 1889, quando un intraprendente architetto tedesco, su incarico dell’Istituto Archeologico Germanico, effettuò la prima vera ricognizione della città antica, ponendo le basi per le successive campagne di scavo.

Edificio funerario della necropoli romana

Il percorso di visita inizia dalla Necropoli romana, con le sue tombe monumentali, i recinti funerari, i piccoli mausolei, le edicole e le sepolture individuali.

La Porta Marina

Raggiunte le mura, si entra in città attraverso la Porta Marina, preceduta da un vano rettangolare e difesa da due pilastri che reggevano i battenti lignei. I carri transitavano attraverso il vano centrale, mentre i pedoni utilizzavano la postierla laterale.

Il criptoportico

Ci si aggira nei quartieri residenziali meridionali, tra le le architetture domestiche raggruppate nella prima e nella seconda Insula. Le case mostrano i diversi ambienti, l’atrio con l’impluvio inquadrato da colonne, il tablino per il ricevimento degli ospiti, la sala da pranzo del triclinio, il portico a colonne del peristilio, il giardino e l’hortus, il lungo criptoportico con la volta a botte, la terrazza superiore.

Il fabbricato rurale di Masseria Cobellis

Il Parco archeologico integra alcuni edifici rurali della Masseria Cobellis, oggi riutilizzati per gli uffici e i depositi. In prossimità di questi è stata scavata una scenografica struttura pubblica terrazzata, con scalinate laterali e un ninfeo centrale. Nella vicina Via del Porto è scavato un grande pozzo circolare.

Il portale collassato delle Terme

All’inizio della salita verso la collina, la strada affianca il grande complesso delle Terme Romane. Impressionano le strutture collassate dell’ingresso, con gli elementi del frontone spezzati e crollati al suolo. Gli ambienti interni, osservabili da una passerella, sono quelli abituali: lo spogliatoio dell’apodyterium, le latrine, il frigidarium, il tepidarium, la sauna del laconicum e il calidarium.

Il santuario di Asclepio

La lunga e ripida via romana, lastricata con blocchetti di pietra, sale sinuosamente sul colle settentrionale e costeggia il santuario consacrato ad Asclepio, divinità medica e guaritrice. L’uso terapeutico dell’acqua sorgiva è enfatizzato dal canale, dalla presenza delle vaschette e dalla fontana monumentale, preceduta dal portico, sistemata sul terrazzo più basso.

La Porta Rosa

Dopo l’ultima curva appare a sorpresa la maestosa Porta Rosa. La vediamo incastrata nella strettoia del colle, costituita da quattro elementi sovrapposti: i piedritti, l’arco inferiore a undici cunei, l’arco superiore con funzione di scarico e l’elevato, percorribile sulla sommità.

Il Teatro e la Cappella Palatina

Prendiamo ora la via dell’acropoli. Sulla sua terrazza inferiore è incastonato il Teatro, con le gradinate tagliate nel pendio naturale del colle.

Il fortino medievale e la torre angioina

Sulla sommità, attraversando il piazzale sistemato a prato, raggiungiamo la fortificazione medievale su cui svetta la Torre circolare, cuore del sistema difensivo. La torre è stata restaurata e resa accessibile con ascensore, scale e passerelle.

La chiesa di Santa Maria

Intorno al fortino sorgono la Cappella Palatina (o chiesa di San Quirino) e la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo, con l’annessa Canonica. Questi edifici ospitano gli allestimenti museali dell’Acropoli.

La strada lastricata romana

Prima di tornare al punto di partenza, il percorso guidato ci conduce alla Casa degli Affreschi, un’ampia dimora di età romana, impreziosita da intonaci dipinti, pitture parietali e mosaici.

Il panorama della costa cilentana

(Ho visitato il parco archeologico di Velia il 4 marzo 2017)

Abruzzo. La via dei ruderi (e della rinascita) di Albe

Escursione affascinante, istruttiva. Autentico camminare nella storia. Osserviamo solo dei ruderi ma viviamo il presente come storia. Più di cento anni sono trascorsi dal terremoto della Marsica del 1915, e le macerie dei paesi marsicani si sono ormai trasformate in rovine da visitare. E ci sono poi le vestigia di due millenni fa, dissepolte dagli scavi di Alba Fucens. I ruderi dei monumenti della città romana sono ormai una delle principali attrattive archeologiche dell’Abruzzo. Non solo. Tutte queste rovine danno ancora segni di vita e di rinascita. Sulle macerie della storia si sono aperti dei cantieri. E insieme ad essi – direbbe Marc Augé – una possibilità di costruire qualche altra cosa, di ritrovare il senso del tempo e, al di là di esso, forse, la coscienza storica.

Antrosano. I ruderi del paese vecchio

Obiettivo della nostra passeggiata marsicana sono i colli che circondano gli scavi archeologici della città romana di Alba Fucens. Si parte da Antrosano, dalle antiche case distrutte dal terremoto del Fucino nel 1915; si raggiunge il paese nuovo di Albe, edificato dopo il sisma; si sale al colle San Pietro con la sua bella chiesa e il convento restaurati dopo l’apocalisse; si visitano i ruderi di Alba romana, tuttora in corso di scavo; si sale al colle di San Nicola, dove sono i ruderi di Albe vecchia e del castello degli Orsini, abbattuti dal terremoto e ora in via di lenta rinascita.

Da Antrosano ad Albe

Punto di partenza è Antrosano, raggiungibile in breve dall’uscita di Avezzano dell’autostrada A25. Si sale nella parte alta del paese e si parcheggia nei dintorni della Chiesa Nuova. Alcune case diroccate ricordano ancora gli effetti del terremoto del 1915: il borgo fu pesantemente danneggiato e ci furono una sessantina di vittime. Si osservi il palazzotto oscenamente denudato che apparteneva al notabile del luogo: tre piani, con le cantine e le stalle in basso, una sfilata di archi e le camere in alto.

Antrosano. La casa degli archi

Dalle ultime case ci s’incammina su una strada sterrata, che sale in direzione nord tra un muro di cinta e le siepi. Se ne segue il percorso principale, accompagnati fedelmente dai pali di una linea telefonica, trascurando tutte le deviazioni laterali. Dopo un lungo tratto allo scoperto, la strada entra in un boschetto, diventa sentiero e raggiunge il fontanile di Santa Maria, alla base di una muraglia di recinzione. Il sentiero segue ora per un breve tratto la cinta murata dell’antica città romana e raggiunge bruscamente le prime case di Albe. Il paese è stato ricostruito non lontano dal vecchio centro distrutto: case basse, urbanistica semplice, impianto a ferro di cavallo. Ma non perdetevi la facciata della chiesa con il suo bellissimo rosone quattrocentesco a dodici raggi e l’Agnus Dei in alto: è il volto esterno della vecchia chiesa, salvato dalle macerie, rimontato e trapiantato sulla nuova chiesa. Un commuovente legame di memoria.

Il rosone della chiesa di Albe

L’ufficio turistico, a fianco della chiesa, offre informazioni, visite guidate e un interessante bookshop; propone anche un museo fotografico del passato di Albe e un grande plastico didattico della città romana.

L’ufficio turistico di Albe

Il colle di San Pietro

Una croce di ferro segnala ora l’inizio del suggestivo percorso che sulle bianche pietre della strada romana ascende all’antico tempio di Apollo, sui cui ruderi s’innalza oggi la chiesa romanica di San Pietro, con la sua singolare torre che si eleva al centro della facciata e la bella abside.

Il convento e la chiesa di San Pietro d’Albe

Anche questo edificio fu gravemente danneggiato dal terremoto. Crollarono le coperture, le volte, le capriate, alcuni tratti di facciata con la torre insieme a metà dell’abside. Rialzata e restaurata, propone ai visitatori un bel ciborio, l’iconostasi e le colonne scanalate che separano le tre navate. Il vicino convento francescano è in corso di restauro e ospiterà il Museo di Albe.

La decorazione esterna dell’abside di San Pietro

La terrazza che circonda la chiesa è un balcone panoramico sul grandioso panorama della Marsica. A nord si staglia il gruppo del Velino con le cime gemelle del Velino e del Cafornia alte su Massa d’Alba, il Vallone di Majelama, la Magnola, la Serra di Celano e il Sirente. Segue, in senso antiorario, la regione dei Piani Palentini: s’individuano chiaramente Magliano e la frazione di Rosciolo, la Valle dell’Imele con l’autostrada, Scurcola e la cresta dei colli, l’alta valle del Liri. A sud sono ben visibili le creste del Monte Arunzo e del Monte Cimarani, la città di Avezzano, il Monte Salviano e la Valle Roveto, sullo sfondo dei monti Simbruini. E infine, a est, si apre l’immensa piana del Fucino coronata dai monti del parco nazionale d’Abruzzo. Da questa terrazza Carlo d’Angiò seguì nel 1268 l’andamento della battaglia nei sottostanti Piani Palentini contro gli Svevi di Corradino che aveva il suo stato maggiore sul colle di fronte, il San Nicola. Nel 1943 i colli di Alba furono sede della contraerea tedesca che proteggeva il comando militare della Linea Gustav situato a Massa d’Albe e che non valsero comunque a impedire il pesante bombardamento aereo da parte alleata.

Gli scavi di Alba Fucens

Dal colle di San Pietro si scende nella conca che ospita i resti della città di Alba Fucens, colonia romana fondata nel 303 avanti Cristo.

Alba Fucens

Ben conservata è la parte pubblica, con il reticolo regolare delle strade lastricate, il foro, la basilica, le terme e le tabernae. Ma il gioiello di Alba è lo splendido ovale dell’anfiteatro, con le sue due porte e le gradinate ancora in parte visibili. La città è racchiusa da un’imponente cinta fortificata in opera poligonale, con quattro porte d’ingresso. Il “percorso delle mura”, segnato e lungo circa tre km, consente di compierne l’intero periplo e di avere un nuovo punto di vista dell’antica città. La distruzione e il successivo abbandono nell’alto Medioevo si possono attribuire forse alle scorrerie dei Saraceni e a un diffuso dissesto geologico. Fu nella seconda metà del Novecento che gli scavi intrapresi da una missione archeologica belga riportarono alla luce i monumenti dell’antico municipium romano.

L’anfiteatro di Alba Fucens

La visita di Albe Vecchia

Lasciati gli scavi, si risale per l’uno o l’altro dei diversi percorsi segnati al colle dove sorgeva il vecchio paese di Albe. Il percorso di visita è semplicissimo. Si segue il tratto lineare di strada che segue la cresta del colle e che collega il castello alla chiesa. La presenza più visibile è quella del Castello degli Orsini, che ha mantenuto la sua imponenza nonostante i crolli causati dal terremoto. Dopo averlo osservato dall’esterno, con precauzione, aggirando i rovi, si può penetrare all’interno e studiarne la struttura.

Albe Vecchia. Il Castello Orsini tra le rovine

All’altro estremo della via centrale, su una terrazza panoramica sormontata da una croce di ferro, sono i resti della chiesa di San Nicola, di cui è ancora visibile la gradinata del presbiterio. Una pietra di cemento (con la scritta Pax, la croce e la data) ha sigillato l’antico ossario della cripta. Tra i due monumenti si distendono i brandelli delle vecchie abitazioni, con gli accessi, il disegno delle stanze e malinconici mozziconi delle scalinate che salivano ai piani superiori collassati.

Ruderi di Albe Vecchia

A nord del Castello si osservi la porzione del paese che è stata interessata a una rinascita, grazie a un progetto di recupero finanziato da fondi europei. Le mura delle vecchie case sono state integrate nelle nuove costruzioni, con una felice convivenza tra vecchio e nuovo.

Albe Vecchia in una stampa d’epoca

L’intera escursione richiede dalle tre alle quattro ore di visita e può essere naturalmente molto abbreviata raggiungendo in auto la zona archeologica. La quota sale dai 780 metri di Antrosano ai 1022 del colle di San Nicola. Una “carta dei percorsi a piedi, in bici e a cavallo”, realizzata dai comuni di Magliano de’ Marsi e di Massa d’Alba, è disponibile presso l’ufficio turistico.

La mappa dei sentieri

(La ricognizione del percorso è stata realizzata il 3 marzo 2017)

Roma antica. La morte e la vita ultraterrena

Le antiche terme di Diocleziano, di fronte alla stazione Termini di Roma, dopo secoli di traversie e trasformazioni, sono diventate una delle prestigiose sedi del Museo Nazionale Romano.

Gnothi Sautòn

Il lungo e suggestivo tour tra le sale e i chiostri sosta in un luogo particolarmente impressionante. È l’aula X delle Terme, un luogo particolarmente frappant per la sua capacità di testimoniare la grandiosità delle superstiti strutture originarie e per il suo corredo espositivo a carattere funerario. Grazie a una sbalorditiva impresa d’ingegneria e di logistica, due colombari e un intero sepolcro sono stati estirpati dai luoghi originari, trasportati qui nelle Terme ed esposti ai visitatori dell’Aula.

La tomba dei dipinti

La tomba dei dipinti

Questa tomba proviene dalla vasta necropoli che si sviluppò sulla Via Portuense nei primi secoli dopo Cristo. Ricavata in un banco di tufo e tornata alla luce nel 1951 durante i lavori in Via Quirino Majorana, fu staccata e trasportata in blocco qui al Museo delle Terme.

L’interno dipinto del colombario

Ha le dimensioni di una cappella funeraria familiare, nata come colombario (vi sono presenti le nicchiette con i vasi contenenti le ceneri della cremazione) e poi utilizzata anche per l’inumazione (con le fosse scavate nel pavimento e la collocazione di sarcofagi).

Il dipinto sulla parete

Insieme a immagini e simboli legati ai temi della morte e della vita ultraterrena, sulla parete destra sono raffigurati un ragazzo che gioca con una specie di monopattino e un gruppo di tredici personaggi che giocano e conversano in un ambiente sereno e rilassato.

La tomba degli stucchi

L’interno della tomba degli stucchi

Anche questa tomba proviene dalla necropoli di Via Ostiense. Lungo le pareti interne completamente intonacate di bianco, sono ricavate le nicchiette dove erano contenute le olle con le ceneri dei defunti. La volta è coperta da trenta cerchi tangenti di stucco con figure geometriche, decorazioni floreali e personaggi mitologici.

Gli stucchi della volta

I Dioscuri a cavallo e l’Eros alato che conduce una biga hanno carattere allegorico perché alludono all’immortalità dell’anima e al viaggio che questa dovrà compiere per giungere al soggiorno dei beati.

Il sepolcro dei Platorini

Il sepolcro dei Platorini

La tomba fu scoperta nel 1880 sulla riva destra del Tevere tra Ponte Sisto e via della Lungara. Fu demolita, trasferita alle Terme e qui ricomposta secondo il modello originario.

Le urne sepolcrali

All’interno il sepolcro mostra su ogni parete nicchie semicircolari e quadrate nelle quali sono collocate le urne cinerarie. L’iscrizione all’ingresso contiene il nome di due personaggi della Gens Sulpicia, probabilmente padre e figlia.

Minatia Polla

Le due statue di Sulpicius Platorinus e di sua figlia Sulpicia Platorina, ritrovate nella cella sepolcrale, sono esposte insieme con la bellissima testa di Minatia Polla, databile in età giulio-claudia.

Il fanciullo a cavallo

Il ragazzo a cavallo

Una statua funeraria in marmo lunense e alabastro raffigura un fanciullo in groppa a un cavallo. Il giovinetto è seduto su una pelle di leone che funge da sella e con la mano destra sta sferzando il cavallo imbizzarrito. Il corpo dell’animale è cavo, probabilmente per contenere le ceneri del giovane defunto. La statua del terzo secolo proviene da Acilia sulla Via Ostiense.

Conosci te stesso

Il mosaico dello scheletro

Il mosaico del terzo secolo, proveniente da un’area sepolcrale della Via Appia, raffigura uno scheletro umano, disteso forse su un letto da banchetto, che indica il motto dell’oracolo di Delfi Gnothi sautòn, “conosci te stesso”, qui inteso come esortazione a conoscere i limiti della natura umana e la caducità della vita. Piccoli modelli di scheletri umani, le cosiddette larvae conviviales, erano spesso presenti sulle tavole dei banchetti come monito a godere delle gioie della vita.

 

(Visita effettuata il 24 aprile 2016)

Sardegna. La tomba dei giganti di S’ena ‘e Thomes

Visitiamo una delle più antiche tombe dei giganti. Risale all’età del Bronzo, al secondo millennio avanti Cristo. Ha il nome di “S’ena ‘e thomes” (la sorgente di Thomes) e sorge solitaria in una zona ondulata e cespugliosa, caratterizzata da curiosi affioramenti rocciosi.

La segnaletica del sito archeologico

L’ingresso del sito si trova esattamente al km 19 della strada provinciale 38 che collega la cittadina di Dorgali alla superstrada 131 Olbia-Nuoro. Varcato il cancello, si va a destra per alcune centinaia di metri su una pista polverosa. Alcune frecce di pietre composte sul sentiero agevolano la scelta del percorso giusto.

L’esedra monumentale

Il monumento diventa visibile solo all’ultimo momento ed è davvero emozionante. La struttura è in ottimo stato di conservazione e permette di osservare tutte le caratteristiche tipiche. Questa è costruita interamente utilizzando granito locale. La cella sepolcrale è costituita da un corridoio tombale lungo circa undici metri, ancora parzialmente coperto col sistema dolmenico o trilitico (due stipiti verticali che sorreggono la terza pietra orizzontale).

La cella tombale

A chiudere frontalmente l’antico e unico accesso del corridoio, una grande lastra monolitica del peso di sette tonnellate e alta 3,65 metri, con una cornice scolpita; in basso è scavato il piccolo portello d’accesso. La lastra principale è affiancata lateralmente da altre lastre infilate nel terreno di dimensioni decrescenti verso le estremità che formano l’esedra. L’esedra, ampia circa dieci metri, delimita l’area sacra in cui si compivano i riti commemorativi dei defunti.

Il corridoio sepolcrale

(Ho visitato la tomba dei giganti il 10 ottobre 2016)

Sardegna. Il nuraghe San Pietro

Il nuraghe San Pietro sta di vedetta su un’altura a margine della piana alluvionale del fiume Posada. Torpè è a un passo, al di là del fiume. E non siamo lontani dal castello di Posada e dagli altri rinomati centri della costa a sud di Olbia. Dalla superstrada 131 Olbia-Nuoro l’uscita utile è quella di Posada; dalla statale 125 “Orientale Sarda” il bivio giusto si trova al km 269. Quattro km sulla provinciale 24 bis e siamo al cancello d’ingresso e al box-biglietteria del nuraghe. È piacevole scoprirvi la competenza e la passione della guida, come pure la cura con cui il sito è tenuto.

Il nuraghe San Pietro

Pochi passi sul sentiero ed eccolo il nuraghe, illuminato dal sole del tramonto. Si sottopassano le forche caudine che introducono al cortile e si ammira la torre centrale, con il suo possente architrave di trachite rossa e la nicchia che funge da garitta di guardia.

L’ingresso della torre

Dopo il vano con la scala che sale al piano superiore, si entra nella camera circolare, in origine coperta a tholos, nella quale si aprono tre nicchie ben conservate. Il nuraghe è quadrilobato, ovvero circondato da quattro torri laterali a forma di “petali” irregolari, dotate di accessi indipendenti. A breve distanza dal complesso nuragico è in corso di scavo un villaggio che risale all’età romana. Si chiarisce così l’originalità di questo complesso nuragico, che risulta essere stato utilizzato dall’età del bronzo fino al secondo secolo dopo Cristo.

Il cortile e il pozzo

In una delle torri del nuraghe, sotto un’enorme quantità di pietre da crollo, gli archeologi hanno rinvenuto i vasi e le anfore di un granaio, con una cospicua quantità di grano e fave provenienti da coltivazioni locali ma anche orientali, qui giunte con le navi onerarie che solcavano il Mediterraneo. Il granaio fu distrutto dal crollo della volta della torre e le rovine furono utilizzate come tombe per la sepoltura degli abitanti del villaggio.

I ritrovamenti

Gli oggetti ritrovati dagli archeologi (ex voto, oggetti rituali, figurine umane, verghe di ferro) sono descritti in un cartello all’ingresso del sito.

La mappa del sito

(Ho visitato il nuraghe l’8 ottobre 2016)

La trama di pietra del nuraghe

Carpignano Salentino. La cripta bizantina rupestre di Santa Cristina

Gente, luminarie, musica, bancarelle. A Carpignano Salentino oggi impazza la “Festa te lu Mieru”, la festa del vino novello, una delle sagre più famose e frequentate dell’estate salentina. Ma per l’occasione apre anche la cripta rupestre di Santa Cristina. Con un gruppo di amici scendiamo a visitare questo prezioso scrigno di affreschi bizantini tra i più antichi.

L’interno della chiesa rupestre

Due ampie scalinate scendono nella chiesa sotterranea, scavata nella roccia tufacea. Si riconoscono due navate e tre absidi; come pure s’individuano il nartece, dove si raccoglievano i catecumeni; il naos, destinato ai fedeli battezzati; il bema, il luogo dov’era officiata la celebrazione liturgica. La presenza di sepolture nella grotta e all’esterno della cripta, ipotizzerebbero una destinazione funeraria del luogo di culto.

L’arcangelo Gabriele

Gli affreschi rivestono tutte le pareti e sono accompagnati da iscrizioni in greco che citano i committenti e gli artisti. Le date sono quelle degli anni della dominazione bizantina in Italia meridionale: dal 959 alla seconda metà del Mille.

Santa Cristina

La doppia immagine di Santa Cristina

L’immagine più diffusa è quella di Santa Cristina. Si tratta forse della giovinetta martirizzata nel terzo secolo, durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano. Fu il suo stesso genitore, di nome Urbano, ufficiale dell’imperatore, che volle costringere la figlia ad abiurare la fede cristiana che aveva abbracciato. Alla morte del padre – che già aveva fatto più volte torturare la figlia, pur di farla ritornare agli antichi culti – le autorità si accanirono ancora di più su di lei, mettendola a morte.

L’Annunciazione

L’Annunciazione

Nell’abside è affrescata la scena dell’Annunciazione. Un bellissimo arcangelo Gabriele giunge con il braccio destro alzato e la mano benedicente. Maria con la mano sinistra regge il fuso, simbolo di verginità (in allusione alle Vergini del Vecchio Testamento che filavano le tende per il tempio).

La Vergine annunziata dipinta da Teofilatto nel 959

Al centro della scena è l’immagine del Cristo pantocratore, in trono. L’iscrizione laterale cita i donatori: il prete Leone (esponente del basso clero e quindi libero di sposarsi) e sua moglie Crisolea. Cita anche l’autore del dipinto, il pittore Teofilatto, e una data: l’anno del mondo 6467 cioè il 959 dopo Cristo.

Cristo Pantocratore (Teofilatto, 959)

La tomba del piccolo Stratigoulés

La tomba ad arcosolio

Nel nartece si apre la tomba ad arcosolio del piccolo Stratigoulés, accompagnata da una lunga iscrizione metrica in greco, dipinta tra 1055 e 1075, che ci informa che la tomba era stata scavata per un notabile del posto e che fu poi usata per accogliere le spoglie del figlio morto in giovane età. Il padre del giovane Stratigoulès (letteralmente “generalino”, non si tratta quindi del nome ma del vezzeggiativo con cui l’ufficiale chiamava il giovane figlio) era uno spatario di Carpignano cioè un ufficiale dell’esercito bizantino di rango intermedio. Al centro dell’arcosolio compare l’immagine di santa Cristina; nel sottarco sono effigiati la Vergine con il Bambino e san Nicola benedicente alla greca: sono i santi cui il padre affida l’anima del figlio.

L’arcosolio con le immagini dei santi e la scritta dedicatoria

La Madre di Dio

La Vergine col Bambino (Theòtokos) del pittore Eustazio (1020)

La Madre di Dio dipinta dal pittore Eustazio nel 1020 rappresenta il dogma della Theotòkos definito dal concilio di Efeso. Maria è vista come madre di Dio e non come genitrice di un uomo. La vergine è in piedi; il bambino, dai lineamenti del volto ambigui, confusi con quelli di un uomo adulto, sembra quasi levitare tra le mani della madre che tentano di sorreggerlo ma che in realtà non lo toccano direttamente.

La Theòtokos (particolare)

(La visita è stata effettuata il 1° settembre 2012)