Introduzione al blog

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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

Abruzzo. La cascata e le antiche pietre di Borrello

Siamo nella media valle del fiume Sangro. Si traversa più volte il confine tra l’Abruzzo e il Molise, saltellando tra un paese e l’altro e varcando i limiti amministrativi delle province di Aquila, Chieti e Isernia. Il confine creato cinquant’anni fa non divide, ma semmai unisce territori omogenei e storicamente legati. Dal fondovalle risaliamo le curve che ci portano agli ottocento metri di quota del pianoro di Borrello. Come tanti altri paesi nei dintorni, Borrello è aggrappato a uno spuntone roccioso, che da queste parti chiamano ‘pesco’.

Panorama di Borrello

La principale attrattiva di Borrello sono le Cascate del Verde, protette da una Riserva naturale regionale gestita dal WWF. Sono le Cascate naturali più alte d’Italia, frutto del triplice salto delle acque del fiume Verde, un affluente di destra del Sangro. Si possono ammirare nella loro forma e nella loro bellezza durante tutto l’arco dell’anno, ma la portata massima delle acque è tipica dei mesi primaverili. Da Borrello si segue la strada per Rosello e dopo circa un km si devia a sinistra per raggiungere l’ingresso, con l’infopoint, la biglietteria e i servizi dell’Oasi. Percorsi i primi cento metri, ci si trova a un bivio.

La cascata del Verde

Se si segue il ramo di sinistra ci si trova su un percorso protetto che raggiunge tre distinti punti di osservazione sulle cascate. Il punto migliore di osservazione è il terzo, il più basso, che si raggiunge scendendo una rampa di oltre duecento gradini all’ombra di un bosco di aceri, lecci, roverelle e abeti bianchi. Il posto è di grande suggestione. La risalita è ovviamente più prosaica e faticosa. Tornati al bivio, si segue il ramo di destra e in meno di un km si giunge all’Osservatorio, una terrazza panoramica dalla quale si domina la valle del Sangro e la corona di monti Frentani con i paesi vicini.

La media valle del Sangro

Altro motivo d’interesse di Borrello sono le casitte, le capanne in pietra a secco che si rintracciano nel bosco del Montalto e nelle radure dei dintorni. Questa forma di architettura spontanea, combinata con i muretti a secco e i terrazzamenti alle pendici del Montalto, potrebbe avere anche una storia importante come attesta una ricerca archeologica in corso. La ricerca ipotizza che le strutture presenti sul Montalto siano riferibili a un complesso posto a difesa e a controllo della via che provenendo da Trebula (l’attuale Quadri) risaliva la valle del Sangro e si dirigeva verso sud dividendosi nei due rami alla base del Montalto; l’insediamento antico godeva di una posizione strategica di rilievo, con una comunità stanziale ricordata da una necropoli monumentale.

Muraglione di pietra nel bosco del Montalto

Il primo nucleo di casitte si trova alle pendici del Montalto a 620 m di quota. Si suggerisce di chiedere in paese l’aiuto di persone esperte dei luoghi, non tanto per il rischio di perdersi, quanto per evitare la frustrazione di ricerche infruttuose nel fitto bosco. Nel mio caso ho trovato persone molto disponibili e prodighe d’informazioni. Utilissima è anche la “passeggiata al Bosco di Montalto” raccontata sul web da Angelo Ferrari. Usciti da Borrello sulla via di Rosello, dopo le ultime case, si devia a destra all’altezza di un fontanile; superato il campo sportivo, presso il cartello della cooperativa Leoreadi, la strada devia a destra passando davanti alla Casa del pastore.

La Capanna del Pastore

Più avanti, superato un cancello, occorre fare attenzione a una stradina che entra a sinistra nel bosco, tra due muretti di pietra (1,1 km dal fontanile). Si sale a piedi sul largo e ombroso stradello, tra muraglioni e macere di pietre, fino a una sbarra verde che chiude un fondo sulla sinistra.

Casitta nel bosco

Lasciato lo stradello si sale a destra nel bosco seguendo i recinti di pietra che terrazzano gli antichi fondi. Un muraglione più alto che segue la cresta del monte può farci da riferimento. Scopriamo qui un nucleo di capanne di pietra, isolate o addossate ai muretti, ancora integre, pur se interrate o parzialmente franate. Tornati alla stradina e percorso un breve tratto si osserva più in basso sul pendio a sinistra una casitta isolata, di dimensioni più ampie e ancora integra pur se pericolante.

La Capanna Simonetta, oggi Nelli

All’interno, su una roccia del pavimento, è inciso l’anno di probabile costruzione (1908) e l’iniziale del proprietario del tempo (Simonetti). Il manufatto e il fondo sono oggi di proprietà della famiglia Nelli. Gli anziani raccontano che in questi ripari, durante la seconda guerra mondiale, trovarono rifugio gli abitanti del paese per sfuggire ai bombardamenti, alle requisizioni e ai pattugliamenti armati lungo la linea Gustav.

La sigla del proprietario e l’anno di costruzione

Un altro esemplare molto interessante di capanna di pietra è il Casino di Pampino. Occorre proseguire in macchina (o a piedi) sulla strada asfaltata che aggira il Montalto, incrocia sulla sinistra un’altra strada che riporta a Borrello e raggiunge un’ampia rotonda dove si parcheggia.

L’interno del Casino Pampino

Pochi metri sulla strada che si dirige a est lungo la linea del confine regionale, tra il bosco di Vallazzuna e il piano Ciavarrello, portano a individuare sulla destra la capanna di pietra, la cui copertura a tholos è caduta. Le dimensioni della capanna sono notevoli, tali da ospitare un nucleo familiare, come effettivamente accadde durante la guerra. Si osservano le aperture esterne e i piccoli vani interni ricavati tra le pietre e destinati a riporvi gli oggetti di uso domestico.

La capanna della radura

Altre capanne di pietra sono distribuite nei dintorni. Pur se crollata, è interessante visitare la capanna che sorge al margine di un’ampia radura un tempo coltivata. Sulla via di Quadri, cinquecento metri dopo il cimitero, una ripida stradina scende verso la radura, guada il fosso e risale brevemente; la casitta è nascosta tra i primi alberi del bosco e attesta la sua antica funzione di servizio al pascolo e all’agricoltura di montagna.

Edificio rurale ristrutturato

(L’escursione è stata effettuata il 9 giugno 2017)

Campi Flegrei. Il Cratere degli Astroni

Gli Astroni sono un magnifico esempio di vulcano ben conservato nella regione dei Campi Flegrei, compresa tra la città di Napoli e il golfo di Pozzuoli. L’interno del cratere ospita un bosco lussureggiante, un paradiso naturalistico, un’inaspettata oasi di pace in un’area densamente popolata. Piacque tanto che già dal Quattrocento divenne la riserva di caccia reale degli Aragonesi, quando il re Alfonso la popolò di cinghiali, cervi, caprioli e uccelli. Vi praticarono la caccia anche i Borboni e i Savoia. Dopo la Grande Guerra il cratere fu affidato in gestione all’Opera Nazionale Combattenti e sottoposta ad sfruttamento agricolo e forestale. Durante la seconda guerra mondiale fu deposito di armi e campo di prigionia. Nel 1969 iniziò il lungo percorso istituzionale che portò alla nascita della Riserva naturale statale del Cratere degli Astroni, al suo affidamento in gestione al WWF e all’apertura dell’Oasi al pubblico nel 1992.

Il cratere degli Astroni

Salendo da Agnano si raggiunge l’ingresso sul bordo del cratere e si accede alla Riserva percorrendo l’antico “sentiero borbonico”, lungo 360 m e costituito da circa 160 scalini, che scende sul fondo del cratere, nel cuore del bosco, con un dislivello di 80 metri. Qui si incrocia lo “stradone di caccia”, un percorso circolare sul fondo del cratere di 3,7 km che collega tutti i sentieri percorribili.

Il Lago Grande

Se si percorre lo Stradone di Caccia in senso orario si raggiunge presto il lago Grande. Sul lago si è formata un’isola galleggiante di vegetazione lacustre, che si sposta a seconda della direzione del vento. Le sponde del lago sono ricoperte dalla ninfea bianca. L’osservatorio ornitologico è un capanno dotato di feritoie disposte a diversa altezza per osservare gli uccelli acquatici che, soprattutto nei periodi delle migrazioni, popolano il lago.

Il giardino degli insetti

Il Giardino delle farfalle è stato realizzato allestendo aiole con piante erbacee e cespugliose, la cui fioritura scalare, dalla primavera all’estate, attira le numerose specie di farfalle e di altri insetti della Riserva. Nei periodi estivi di maggiore siccità vengono posizionate delle “mangiatoie”, piccoli recipienti con frutta matura, acqua e zucchero, che rappresentano un attrazione irresistibile per le specie di farfalle che proprio in quel periodo raggiungono il picco della presenza. Nelle aiole sono presenti anche tronchi d’albero marcescenti che ospitano alcune specie di insetti saproxilici (si nutrono di legno morto) e insetti predatori.

Un esempio di attività della Riserva

A metà del periplo del cratere lo stradone di caccia valica con lieve salita il Colle dell’Imperatrice, un rilievo di scorie laviche alto 72 metri, formatosi nel corso dell’ultima eruzione del vulcano Astroni. Man mano che si sale, è possibile apprezzare il cambiamento della vegetazione, che passa dal bosco alla macchia mediterranea, con prevalenza di leccio, erica, corbezzolo e cisto.

La grande Farnia

La tappa successiva è la radura che ospita la Vecchia Farnia, un esemplare monumentale di quercia di oltre 400 anni, appartenente a una specie che un tempo formava in Italia estese foreste planiziali. Affettuosamente chiamata Gennarino, nel 2008 la quercia ha patito per il crollo di una delle due branche principali, che ha evidenziato un massiccio attacco di insetti xilofagi. Dopo un intervento di potatura conservativa per riequilibrare la chioma, la quercia viene tenuta costantemente sotto controllo. Al di sotto della chioma è stata circoscritta un’area con dei tronchi, all’interno del quale è vietato entrare per il pericolo di caduta rami. In questo modo, inoltre, limitando il calpestio e la costipazione del suolo, si riducono i danni alle radici assorbenti che sono molto superficiali. La radura circostante l’esemplare di farnia evidenzia un abbondante affioramento di pomici, testimonianza dell’ultima attività eruttiva.

La mostra dei dinosauri in corso nel 2017

Tra gli altri punti d’interesse della Riserva si segnalano la cava trachitica, la vaccheria e il campo italiano. La cava è stata utilizzata per estrarvi la trachite, un materiale utilizzato per la realizzazione di strade. La Vaccheria è l’edificio settecentesco, oggi in rovina, che fungeva da luogo di sosta e riposo per i sovrani borbonici e la loro corte. Il Campo italiano è una porzione di bosco pianeggiante che, dopo l’armistizio del 1943, divenne sede dell’accampamento delle truppe italiane rimaste fedeli alla monarchia sabauda.

La Riserva propone alcuni itinerari tematici dedicati alle zone umide, alla conoscenza del bosco, agli uccelli acquatici, alla geologia del cratere ed è percorsa da una rete di sentieri di varia lunghezza e durata. Il lungo sentiero di cresta segue interamente il bordo del cratere, mentre sentieri più brevi sul fondo conducono ai principali punti d’interesse. Lo Stradone di mezzo è una buona proposta escursionistica, una soluzione intermedia che ha il pregio di essere interamente nel cratere e per gran parte sotto bosco. Per apprezzare i diversi ambienti, il suggerimento è di dedicare alla visita un tempo minimo di almeno tre ore.

(Escursione effettuata il 28 maggio 2017)

Linea Gustav. Il monte Santa Maria di Villa Latina

La linea Gustav, nel tratto tra Montecassino e le Mainarde, si sviluppava nella zona montuosa compresa tra la Valle del Rio Secco (traversata oggi dalla strada a scorrimento veloce Cassino – Atina – Sora), il bacino del fiume Rapido e la Val Comino (traversata dalla strada della Vandra). Le operazioni belliche in questa zona si svolsero nel mese di gennaio del 1944, nel corso della prima battaglia di Cassino. La linea tedesca era difesa dalla quinta divisione di montagna del generale Ringel. L’attacco fu portato dal Corpo di spedizione francese del generale Juin, con l’obiettivo di sfondare la linea Gustav, raggiungere Atina e aggirare da nord le difese tedesche di Cassino. Le truppe coloniali francesi (la seconda divisione marocchina e la terza divisione algerina) avrebbero combattuto per superare una prima catena, comprendente da nord a sud i monti Costa San Pietro, Monna Casale, Monna Acquafondata e monte Raimo; avrebbero poi attraversato il corso superiore del fiume Rapido e attaccato i rilievi della linea Gustav propriamente detta e cioè monte Santa Croce, Monte Carella, Colle di Martino e monte Cifalco.

L’attacco francese alla linea Gustav nel gennaio del 1944

Nonostante gli iniziali successi dei francesi, la difesa tedesca si irrigidì progressivamente e bloccò l’avanzata. Le truppe francesi furono allora spostate sulla valle del Rio Secco per dare l’assalto ai colli Abate e Belvedere, in direzione di Terelle, a sostegno delle truppe americane impegnate sul fronte principale di Cassino.

L’escursione

L’escursione che proponiamo ha per obiettivo l’anfiteatro montuoso che cinge a sud Villa Latina e prosegue la cresta del Cifalco verso il monte Bianco e i monti di Valleluce e Valvori. Si tratta di una cresta – un ‘morrone’ – a mille metri di quota, compresa tra la sella (quota 839) che la separa dal monte Marrone e la forcella Vaccareccia (quota 894) che la separa dal monte Bianco. La cresta, sassosa e panoramica, alterna i cocuzzoli Santa Maria (o San Mario su alcune carte; 1074 m), la punta della Bandiera (1050 m), la cime del Re (1060 m) e il monte Aia Franchi (1074m). Molto popolare tra gli escursionisti di Villa Latina che la salgono con un percorso ad anello su un dislivello di 635 metri, può essere raggiunta anche dal versante meridionale, lungo la strada che sale da Valleluce.

L’area dell’escursione

I motivi d’interesse sono diversi. Il primo è certamente il panorama amplissimo su tutto il Lazio meridionale e i luoghi delle battaglie sulla linea Gustav. Ma di buon interesse sono anche i manufatti predisposti dai tedeschi (ripari sottoroccia, postazioni d’artiglieria) e le reliquie del mondo pastorale (stalle, stazzi, recinti, capanne di pietra a secco), senza dimenticare le opere di captazione delle sorgenti e gli acquedotti.

Il percorso

L’accesso da sud prevede che da Sant’Elia Fiumerapido si salga alla frazione di Valleluce e, a monte di questa, alla successiva frazione di Cese e Colle Chiavico. Poco prima di Cese, seguendo i segnali turistici dei “fortini tedeschi” e del “romitorio”, s’imbocca sulla sinistra una stretta stradina asfaltata che passa sotto la condotta forzata e s’inoltra nel Fosso La Valle con direzione nord.

Lasciata a sinistra la stradina che sale al bacino d’acqua che alimenta la centrale idroelettrica dell’Enel e alle fortificazioni sulla vetta del monte Cifalco, si prosegue sulla stradina che ora alterna tratti su fondo naturale a rampe in cemento. Le condizioni della strada peggiorano progressivamente e chiedono di valutare se proseguire in auto (disponendo di un fuoristrada) o fermarsi in prossimità delle masserie che s’incontrano nella salita. In auto o a piedi si raggiunge infine una bella zona di prati, a quota 800 m, frequentata da bestiame al pascolo. Più avanti la stradina s’incassa in un valico, affianca una tubatura dell’acquedotto e scende al di là in direzione dei valloni di Atina e Villa Latina. Lasciata la sterrata, si traversano gli ultimi prati sulla destra, e si sale in direzione sud-est su un esile sentierino lungo il filo di cresta. Una recinzione di filo spinato può aiutare a orientarsi nel primo ripido tratto sotto bosco.

La Punta della Bandiera

Più in alto il bosco si dirada, la pendenza scema e il sentiero, sempre sassoso, diventa più aperto e panoramico. Si tocca il punto più alto (monte Santa Maria) e si prosegue a saliscendi sulla cresta fino alla punta della Bandiera. In questo tratto e in quello successivo si osservano le opere belliche: sono postazioni circolari per i mortai pesanti e ripari scavati nella roccia per proteggere i soldati durante i cannoneggiamenti.

Postazione d’artiglieria

I manufatti si trovano immediatamente a ridosso dalla cresta, invisibili perciò agli eventuali attaccanti da sud e alle granate sparate dalle artiglierie avversarie. In realtà queste postazioni costituivano l’ultima linea di difesa tedesca e restarono inoperanti; i combattimenti si svolsero più in basso e si concentrarono sui colli di Terelle, al di là della valle del Rio Secco.

Ricovero scavato nella roccia

Il panorama

Guardando a nord il panorama si rivela ricco di dettagli su Villa Latina, che è proprio ai piedi del monte, su Atina e su tutti i paesi della valle di Comino, fino a Sora. Il solco della Valle Roveto divide i monti Ernici (con la piramide del Pizzo Deta in evidenza) dai monti del Parco nazionale d’Abruzzo: sfilano il Brecciaro, il Cornacchia, il vallone di Lacerno, i monti di Forca d’Acero; verso est, a destra della Val Canneto, si alza a destra la cresta con il Petroso, l’Altare, il Tartaro e la Meta e poi tutte le cime delle Mainarde.

Villa Latina e la Val Comino

Volgendosi a sud il panorama si apre sulla valle del Liri e su tutto il teatro montano delle battaglie di Cassino. In basso è la valle che abbiamo percorso in salita. Particolare attenzione merita la cresta del monte Cifalco: se ne apprezza il ruolo strategico che ha svolto durante la prima battaglia di Cassino, come osservatorio su tutto il campo di battaglia.

Il Monte Cifalco

Il mondo pastorale

Sulla via del ritorno converrà fare attenzione alle opere create dai pastori e dagli allevatori, in gran parte abbandonate e in rovina ma in qualche caso ancora utilizzate. Si comincia dai muretti dei terrazzamenti di cresta che proteggevano dal dilavamento le pozze, i pascoli e i campicelli d’altura; si prosegue con le capanne realizzate in pietra a secco che affiancano i recinti degli stazzi; scendendo a valle si osservano le masserie con la parte abitativa, affiancata alle stalle e ai pollai, ai pozzi e ai fontanili, ai pagliai e agli orti.

I resti di una capanna in pietra a secco

Le risorse idriche

Durante l’escursione si osservano alcune sorgenti, le opere di captazione dell’acquedotto degli Aurunci e la condotta forzata che alimenta la centrale idroelettrica dell’Olivella. Per quest’ultima l’acqua viene captata dalla Grotta Campanaro, lungo il fiume Melfa, in località Picinisco. Tale flusso, mediante una galleria di derivazione della lunghezza di circa 16 Km, confluisce sopra Valleluce nella vasca di carico di Colle Chiavico. Di qui, dalla quota di 747 m, dopo un salto naturale di oltre 600 m in condotta forzata e tramite tubi di acciaio del diametro decrescente da m 1.60 a 1.30, le acque acquistano la potenza necessaria per alimentare la centrale di Olivella.

L’area tra il Rapido e il Melfa

(L’escursione è stata effettuata il 26 maggio 2017)

Visita la sezione del sito dedicata alla Linea Gustav.

Abruzzo. I segni del paesaggio agro-pastorale di Collepietro

Collepietro è il paese che chiude a sud-est il lungo altopiano di Navelli, nell’Aquilano. L’antico Collis Petri, con le case del centro storico aggrumate sulla cima rotonda del colle, era un paese-sentinella sulle due storiche strade che lo attraversavano: in alto la via degli armenti, il regio tratturo Centurelle-Montesecco, bretella del Tratturo Magno; in basso la romana via Claudia Nova, diventata poi la statale 17 dell’Appennino abruzzese. Oggi però gli armenti non percorrono più da tempo lo storico tratturo e il traffico della statale 17 è stato dirottato sulla veloce fondovalle del Tirino. Con il risultato che Collepietro rischia di diventare un borgo marginale, tagliato fuori dai traffici, sconosciuto ai più. Malinconica fine per un villaggio che un tempo aveva fatto parte del castaldato valvense e che aveva dignitosamente partecipato alla fondazione della città dell’Aquila. E poiché i guai non vengono mai soli, si sono aggiunti in tempi recenti il furioso incendio del 2007 che ha sconvolto il paesaggio vegetale e il terremoto aquilano del 2009 che ha scosso gli edifici di pietra.

Capanna di pietra

Collepietro merita dunque almeno il risarcimento di una visita affettuosa. Si può andare alla scoperta dei segni del paesaggio agro-pastorale: il tratturo, i cippi, le capanne di pietra, gli ovili e gli stazzi, i recinti dei fondi, i pagliai, i muretti dei terrazzamenti, le macère. Collepietro gioca un suo ruolo rilevante in quest’archeologia del paesaggio. I suoi abitanti hanno guardato al monte e al piano. Giù nella valle ci sono i campi coltivati, la terra, l’acqua, le case rurali, le vie lineari, le stalle e i fienili. In alto ci sono le pietre, i ginepri, i recinti di pietra, i muretti, i campicelli d’altura, le tortuose mulattiere, i fossi, le capanne pastorali; e oggi anche la bonifica ambientale e il rimboschimento. Quel che proponiamo è un vagabondaggio tra questi molteplici punti d’interesse, uno scouting del territorio, più che una classica escursione in montagna.

La mappa dei sentieri di Collepietro

L’asse di riferimento della passeggiata è il percorso del Regio Tratturo. Partendo dalla chiesa dedicata alla Madonna del Buon Consiglio che sorveglia Collepietro, si segue il tratturo fino alla Serra di Navelli. Il percorso è facile e panoramico, pur se in salita, e segue all’inizio una strada asfaltata che diventa poi una larga sterrata. La cresta della Serra va percorsa invece sull’evidente sentiero del tratturo. L’esplorazione si svolge senza un itinerario rigidamente prefissato, all’interno comunque dell’anello che una sterrata disegna intorno alle gobbe delle Tredici Rane, di Saline, di Falgiaro e di Collalto; la sterrata si dirama a destra del tratturo e vi ritorna con un percorso circolare. Siamo sul sistema di colli che separa la piana di Navelli dalla valle Tritana, dove sono le sorgenti del Tirino e Capestrano.

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa del Buon Consiglio

La chiesa si trova in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. All’esterno è rinforzata da tre contrafforti per ciascun lato. Una breve scalinata sale al bel portale romanico, sormontato da una lunetta. Sul retro vi sono alcuni edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il tratturo e il cippo

A Collepietro fa tappa il Regio Tratturo che proviene da Navelli e scende poi a Bussi sul Tirino. Dalla chiesa del Buon Consiglio, seguendo anche le segnalazioni, risaliamo i tornanti della stradina prima asfaltata e poi sterrata a nord del paese e seguiamo la cresta dei colli che fasciano a est l’altopiano. In questo tratto il percorso coincide con l’ippovia diretta a Capestrano. Giunti a un incrocio, lasciamo a destra sia la sterrata dell’anello (che seguiremo al ritorno), sia il percorso per Capestrano e imbocchiamo a sinistra (nord-ovest) il sentiero tratturale che risale la cresta della Serra. A quota 883 incontriamo il cippo che porta incisi la sigla RT (Regio Tratturo) e il numero progressivo (il 43). Con agevole salita raggiungiamo la piramide di pietre sul punto più alto, a quota 965. Il panorama comprende le due catene montuose maggiori del Gran Sasso e della Maiella.

In cima alla Serra, col Gran Sasso sullo sfondo

Lo stazzo del pastore 

Esattamente sulla vetta della Serra di Navelli possiamo osservare i muretti di pietra che circondano un antico stazzo. Questo spazio aperto era il ricovero notturno del gregge, dove le pecore pernottavano all’aperto, vigilate dai cani-pastore. All’estremità orientale è ancora visibile il recinto trapezoidale del mungituro, dove le pecore venivano canalizzate e munte dei pastori prima di entrare nello stazzo.

Lo stazzo della Serra

La struttura dello stazzo risulta più evidente dalla foto zenitale. Nei pressi, a quota 930, è ancora visibile la capanna di pietra a secco che costituiva probabilmente il ricovero del pastore. La volta è crollata, ma la struttura è ancora evidente.

La capanna del pastore

Le capanne di pietra

La capanna in località Tredici Rane

Scesi dalla Serra alla selletta dov’è l’incrocio di strade, imbocchiamo la sterrata diretta a est che aggira i colli di Tredici Rane, Falgiaro, Saline e Collalto. Queste alture mostrano un particolare addensamento di capanne in pietra a secco, poste a margine di piccoli fondi recintati. Le capanne sono subito visibili a destra della strada e poi sulle aree sommitali, raggiungibili grazie a una rete di stradelli e sentieri.

Capanna invasa dai rovi

Sono interamente costruite senza leganti, con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Sono generalmente di piccola e media dimensione, utilizzate come magazzino e rimessa degli attrezzi da lavoro. Le troviamo costruite su aree pianeggianti, ma anche aggrappate ai pendii. Purtroppo il loro stato di conservazione è cattivo: l’ingresso è assediato dai rovi e il terremoto ha causato il collasso soprattutto della cupola e dei portali.

Capanna crollata

I muretti di pietra

Campo terrazzato

Nelle stesse aree sono stati costruiti numerosi muretti di pietra. Ne vediamo alcuni di fattura molto semplice e grossolana. Ma spesso s’impongono alla vista muri di media altezza, alzati con grande abilità geometrica, combinando a secco pietre di varie dimensioni. La funzione di questi muretti è ovviamente quella di segnalare i confini dei fondi agricoli, delle aree di pascolo e degli stazzi. Ma i più ammirevoli sono quelli costruiti sui terreni in pendio a sostegno di terrazze di terreno coltivato. La gradinatura del declivio evita il dilavamento del terreno e il suo scorrere a valle e crea un paesaggio di ‘giardini pensili’.

Capanna sottofascia

Le macère

Una macèra

Questo termine indica i numerosi accumuli di pietre visibili ai margini degli appezzamenti agricoli e delle radure. Su questi colli le macère hanno spesso la base costruita con regolarità geometrica e con pietre più grandi. All’interno vi è il pietrame gettato disordinatamente dai contadini, frutto del loro metodico spietramento operato nelle particelle coltivate e nelle aree di pascolo.

I pagliai

A Collepietro sono visibili alcuni pagliai, edifici monocellulari a carattere elementare, col tetto a spiovente, destinati alla conservazione del fieno. Spesso sono costruiti sul pendio e sono allora articolati su due piani, fienile e stalla, con un doppio accesso, posteriore a monte e anteriore a valle.

I fontanili

Il fontanile

Sono vasche per l’abbeverata degli animali, dotate di acqua sorgiva, distribuite capillarmente lungo le vie armentizie, i pascoli, i riposi e nelle vicinanze delle masserie e degli stazzi. Nel piano sottostante Collepietro si può vedere un lungo fontanile a vasca, costruito accanto a un minuscolo lago.

La cisterna

Molto interessante è anche il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data.

La taverna

La taverna di Collepietro

A lato della statale 17, al km 72, nei pressi del bivio per Collepietro, sono ancora ben visibili i ruderi dell’omonima taverna. La taverna è una presenza costante sul fianco delle strade, dove svolgeva la funzione di luogo di sosta e di ristoro e stazione per il cambio dei cavalli. Le taverne sono presenti con regolarità anche lungo i tratturi: sono osterie attrezzate con sale da pranzo a piano terra e camere da letto al piano superiore. Ma la caratteristica più tipica delle taverne tratturali è il cortile interno con le stalle per gli animali, cui si accede attraverso porte o archi dedicati e la disponibilità di acqua nei dintorni.

Per approfondire

L’escursione può essere preparata dalla lettura della ricerca condotta nel 2007 dalla cattedra di Archeologia medievale dell’Università dell’Aquila, curata da Fabio Redi e Lorella Di Blasio, dal titolo “Segni del paesaggio agro-pastorale. Il territorio del Gran Sasso – Monti della Laga e dell’Altopiano di Navelli” (Edizioni L’Una, L’Aquila, 2010). Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Si può aggiungere la guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Letture consigliate

(Itinerario percorso il 24 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di San Lorenzo a Vignanello

Il sito delle grotte di San Lorenzo non è tra i più celebrati della Tuscia. Anzi, per la verità, è praticamente sconosciuto. Ignoto persino agli arboricoltori del luogo che curano con passione e impegno i noccioleti e gli oliveti dei dintorni. Tuttavia i ricercatori che lo hanno studiato definiscono questo villaggio rupestre come una “laura”, ovvero un piccolo insediamento monastico organizzato sul lavoro agricolo, una realtà autosufficiente, con disponibilità di acqua, prossima alle vie di comunicazione e tuttavia mimetizzata sulla parete di una valletta. Un nucleo abitato che comprende la necropoli, i depositi di derrate, gli ambienti residenziali domestici, la cappella, le stalle e gli ambienti rustici per il lavoro dei prodotti dei campi. Se aggiungete la presenza di affreschi, trovate più di un motivo per organizzare un’interessante passeggiata di archeologia medievale.

Passaggio in grotta

Il punto di partenza della visita è l’incrocio al km 5,7 della strada provinciale n. 26 “Vignanellese” che collega Fabrica di Roma e Vignanello, a pochi metri dall’ingresso di una centrale elettrica. A piedi, o anche in auto, si lascia la provinciale e si segue la stradina in direzione ovest (destra, per chi proviene da Vignanello; sinistra, per chi proviene da Fabrica). Dopo 450 metri si tocca una casa diroccata con un oculo in alto; si prosegue sulla sterrata per altri 150 metri, lungo il bordo del Fosso Fontana la Goccia, giungendo in vista di una casa rurale bianca con le porte verdi. Pochi metri prima di questa, un sentierino scende brevemente a sinistra, lungo la scarpata del fosso, e raggiunge un terrazzino erboso.

Le grotte di San Lorenzo

Siamo sulla parete settentrionale del fosso, esposta a meridione. La quota è di 362 metri. Qui troviamo la prima serie di grotte, scavate nella parete di tufo. Le grotte denunciano un utilizzo ancora recente e sono spesso ingombre di materiale. Una ha una mangiatoia scavata nel vano laterale.

Grotta con l’ingresso parzialmente tamponato

Una seconda, con l’ingresso tamponato da blocchetti di tufo, conserva ancora la porta di legno e ospita un piccolo forno in parete. Nell’intervallo tra due grotte troviamo una vasca scavata nella parete, utilizzata come lavatoio o abbeveratoio.

Vasca scavata nel tufo

Possiamo ipotizzare che questo primo nucleo di grotte costituisse una piccola fattoria rupestre a servizio dell’agricoltura e dell’allevamento di animali.

Il sentiero di collegamento

Un sentiero, recentemente sistemato e provvidenzialmente assicurato con una corda fissa, scende lungo la ripida scarpata sottostante e consente di entrare con l’aiuto di alcuni gradini in un lungo sotterraneo: un corridoio collega una successione di vani, divisi da sottili pareti di tufo, ciascuno dotato di un’ampia finestra o una porta aperta sul fosso.

L’ingresso gradinato

Il vano d’ingresso è collegato da una scala a un locale sotterraneo. Il vano successivo ha nel fondo due crogioli con una canaletta di spurgo sul pavimento. I locali che seguono mostrano i segni di geometrici recinti interni dello stabulario e un sistema di canalette di drenaggio dei liquami.

Le stalle

Abbondano le attaccaglie sui muri separatori, i fori predisposti per ospitare i pali orizzontali e i recinti divisori interni, le mangiatoie, le piccole nicchie sulle colonne di sostegno della volta e sui muri divisori. Si può ipotizzare che questo lungo sotterraneo fosse adibito a stalla e che fosse dotato di un deposito di fieno e biade e di un laboratorio artigiano.

La piazzetta

Il sentiero in discesa sfocia ora su una piazzetta sulla quale si aprono ad arco quattro cavità di diversa profondità. Un convicinio o un claustro rupestre, con locali residenziali, uno spazio comune e i servizi privati (nicchie, armadi a muro, panche, silos, cisterne, alcove). Si può ipotizzare che questo fosse il piccolo cenobio, con le celle disposte intorno al ‘chiostro’.

Volto aureolato

Il locale successivo è il più sorprendente, considerando la natura trogloditica e selvaggia del contesto. Sulle pareti affiorano nella penombra i resti di antichi affreschi. Un bel viso di santo con l’aureola dorata. Maria col bambino benedicente in grembo tra due angeli. E sulla parete di fianco l’intonaco steso sulla roccia con tracce di un altro dipinto. Siamo nel Sacro Speco dell’insediamento rupestre, il luogo della preghiera e della meditazione.

Il forno

Progredendo nella discesa, tra altri ambienti residenziali, troviamo un sito che doveva essere il forno della comunità. Saliti alcuni gradini, si trova infatti un ambiente semicircolare con l’intaglio che ospitava il ripiano per la lavorazione e la cottura, la stufa rupestre con il foro di eliminazione del fumo, la cella circolare foderata di malta.

I loculi del piccolo cimitero

Giunti sul fondo del fosso, a quota 332 metri, troviamo il piccolo cimitero rupestre, con una decina di loculi scavati orizzontalmente nel banco. Altre grotte, probabilmente ampliate e regolarizzate in tempi più recenti, sono utilizzate come deposito e ripostiglio. Accanto al rio che scorreva sul fondo, si trovano altri percorsi sterrati che risalgono longitudinalmente la valletta.

Il Fosso Fontana La Goccia e l’ambiente dell’escursione

(L’escursione è stata effettuata il 7 aprile 2017)

Gubbio. Il Giudizio finale e i regni dell’aldilà

Ottaviano Nelli, pittore attivo con la sua bottega nella prima metà del Quattrocento, ha dipinto un grande affresco del Giudizio universale sull’arco trionfale della chiesa di Sant’Agostino a Gubbio. Il tema completa il ciclo absidale dedicato alla vita di Sant’Agostino. La data è probabilmente a cavallo tra la fine del secondo decennio e l’inizio del terzo.

Il Giudizio finale di Gubbio

Nel fregio vediamo i tondi con i profeti che hanno annunciato il giorno di Jahve. In alto è la scena di Cristo che scende dal cielo per giudicare l’umanità e appare nella “mandorla”, seduto sopra l’iride, l’arcobaleno che simboleggia la nuova alleanza tra Dio e il suo popolo. La mandorla è sostenuta da un coro di serafini color rosso fuoco. Gesù è abbigliato con un mantello che lascia visibili la ferita del costato e i fori dei chiodi sulle mani e sui piedi. La pronuncia del giudizio è simbolizzata dalla posizione delle mani: il palmo della mano destra è aperto nel gesto dell’accoglienza dei beati e il dorso della mano sinistra esprime la volontà di allontanare gli empi. Intorno ai serafini si muove una seconda corolla di angeli: sono i cherubini dal diafano colore azzurro. Un gruppo di angeli mostra ai risorti gli strumenti della Passione di Gesù (la croce, i tre chiodi, la colonna della flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto sulla canna, la lancia). Due angeli vestiti di bianco suonano le lunghe trombe chiamando i morti al giudizio. Schierato ai due lati del giudice troviamo il tribunale celeste, composto dagli Apostoli, i cui nomi sono trascritti sui cartigli; gli apostoli indossano tunica e mantello e siedono sui troni, con i piedi poggiati sulle predelle.  Due cortei di beati procedono sulle nubi e s’inginocchiano di fronte al Giudice. A sinistra il primo posto è occupato da Maria, la madre di Gesù; dietro di lei ci sono Santa Caterina d’Alessandria, riconoscibile dalla sua corona di regina e Maria Maddalena, dai lunghi capelli biondi; il gruppo è chiuso dai progenitori Adamo ed Eva. Il corteo di destra è aperto dall’altro intercessore, San Giovanni Battista; al suo seguito sono i dottori della Chiesa, che accompagnano Agostino (Papa Gregorio, San Girolamo con la berretta cardinalizia, Sant’Ambrogio con la tiara vescovile).

La risurrezione dei morti e la corte celeste

Sotto le nuvole, che segnano il confine tra la Terra e il Cielo, la scena cambia. I morti risorgono dalla nuda terra, spuntando dalle fosse e dagli avelli. Un risorto, che espone al pubblico le sue terga, scoperchia un sarcofago di marmo. Il cadavere in esso contenuto si rianima e si appresta a uscirne. Una donna risorta scavalca le pareti di un secondo sarcofago. Molti alzano gli occhi al cielo nell’attesa di conoscere il proprio destino.

Il Purgatorio

Alcuni risorti sono addentati da serpenti velenosi e sono costretti a un periodo di purificazione nel Purgatorio. Il regno intermedio dell’espiazione è rappresentato da una fornace infuocata nelle cui fiamme i purganti sprofondano e si sollevano secondo la gravità della loro pena, fino all’intervento liberatore dell’angelo.

Il Paradiso

I beati sono accompagnati dagli angeli sino alla porta del paradiso, dipinto nella forma urbana della città medievale. San Pietro e San Paolo accolgono i beati e li introducono nella Gerusalemme celeste. Lo stato lacunoso del dipinto non consente di individuare i personaggi che affollano l’agorà interna. Più chiara la scena dei seniori che cantano le lodi di Dio accompagnati dalle trombe e dall’organo suonati dagli angeli.

L’Inferno

Sull’altro versante gli angeli minacciano i peccatori con la spada e li spingono verso l’inferno. Dalle caverne infernali spuntano mostruosi diavoli macrocefali che accolgono irridenti i condannati, li arpionano con forconi e runcigli e li sottopongono alle pene del contrappasso e a fantasiose torture. Agli avari viene versato oro fuso in bocca. Gli iracondi sono accoltellati. I lussuriosi sono infilzati da un’unica lancia e i sodomiti sono impalati a uno spiedo. Il commerciante fraudolento che ha truccato la bilancia e il sarto artigiano con le forbici sono puniti dai diavoli con i loro stessi strumenti di lavoro. La ruffiana è cavalcata sul dorso da un diavolo che la percuote, mentre un secondo demonio la strazia con un forcone. Un diavolo prende a calci i reprobi per precipitarli nella caverna di Lucifero, dove sono attesi da grandi rospi e dal mostruoso Leviatano. Il sovrano infero, dalle grandi corna di stambecco, siede su una graticola il cui fuoco è alimentato dai corpi dei dannati. Egli afferra con le mani e con le zampe unghiute i corpi dei peggiori peccatori e li porta alla bocca stritolandoli con i denti.

Todi. Il Giudizio finale di Ferraù Fenzoni

La Concattedrale di Santa Maria Assunta a Todi ha sulla controfacciata un grande affresco raffigurante il Giudizio universale realizzato nel 1596 da Ferraù Fenzoni da Faenza.

Il Giudizio finale nel Duomo di Todi

Sono numerose le citazioni del Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina, a cominciare dalle immagini del Cristo giudice che leva imperiosamente il braccio e pronuncia la sentenza e della Madre di Gesù che prega a mani giunte in una supplica d’intercessione per l’umanità. Nell’arco in alto e nel risvolto del rosone è descritta l’apparizione in cielo dei segni della Passione di Gesù; la croce e la colonna della flagellazione risultano in grande evidenza; compaiono poi la canna con la spugna imbevuta d’aceto e la lancia di Longino, i chiodi e la corona di spine.

Il giudice e i beati

Gli angeli presentano al Signore i progenitori Adamo ed Eva, ora che la nuova alleanza ha superato il peccato originale e che il Limbo dei padri è stato aperto. Il cielo dei beati accoglie il buon ladrone Disma con la sua croce, l’apostolo Pietro con le chiavi, Caterina d’Alessandria con la ruota e la folla dei martiri che alzano le loro palme.

Le trombe del giudizio e i libri aperti

Al centro della composizione è un gruppo di angeli che suona le trombe per risvegliare i morti e chiamarli al giudizio, affiancato da altri due angeli che aprono i libri del giudizio, dove è annotato il curriculum vitae di tutti gli uomini, con l’elenco delle opere buone e di quelle cattive.

La risurrezione dei morti e l’ascesa degli eletti

Nello spazio inferiore a sinistra è descritta la scena della risurrezione dei morti. I corpi fuoriescono dalla nuda terra o spezzano i coperchi dei sarcofaghi, si rianimano e rivolgono gli occhi al cielo in attesa della sentenza del giudice. I corpi più pesanti sono amorevolmente aiutati a sollevarsi grazie all’intervento di altri risorti. Gli angeli abbracciano e conducono in cielo i beati.

I dannati

Nello spazio inferiore destro è invece rappresentato l’Inferno. Caronte traghetta i dannati sulla sua barca e li rovescia con violenza a colpi di remo tra le braccia dei diavoli nell’anticamera della fornace fiammeggiante. I demoni fanno da collettori dei reprobi: un demonio preleva un risorto direttamente dal sepolcro e se lo carica sulle spalle per portarlo all’Inferno; un secondo demonio sale addirittura in cielo a catturare una peccatrice; un terzo demonio placca una dannata che cerca nella fuga una via di scampo. La scena, per la sua collocazione a contatto diretto con i fedeli, trasmette con buona efficacia il suo carattere ammonitore.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)