Introduzione al blog

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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

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Larino romana e medievale

Larino ha fama di di essere una cittadina tra le più belle del Molise. La sua posizione sui colli che guardano la valle del Biferno le garantisce una raccolta tranquillità. Se ne accorsero per primi i Frentani che vi s’insediarono apprezzandone la posizione geografica all’incrocio tra la direttrice costiera, i tratturi della transumanza e i percorsi dell’entroterra. I Romani confermarono questo giudizio positivo, facendola Municipium, autorizzandovi la zecca per il conio delle monete e costruendovi ville patrizie e monumenti. Al tempo dei Longobardi fu capoluogo di una delle contee che costituivano il ducato di Benevento. Fu poi feudo delle nobili famiglie Orsini, Pappacoda, Carafa e Di Sangro.

L’anfiteatro romano

Il centro abitato antico, dove sono i resti archeologici romani, era situato nella parte alta del colle. Le scorrerie dei saraceni e i funesti terremoti indussero la popolazione ad abbandonare gradualmente il vecchio sito per spostarsi sul colle più a valle, meglio difendibile. Nel nuovo borgo medievale sorsero il Palazzo Ducale e la bella Cattedrale diocesana. L’arrivo di dalmati e albanesi che varcavano il mare per sfuggire al dominio turco confermò il carattere di città-crocevia di flussi umani. Il ruolo di centro di scambi commerciali è poi confermato dalla sua storica fiera d’autunno, giunta ormai alla 275^ edizione.

L’anfiteatro romano

La porta settentrionale dell’anfiteatro di Larino

La visita può degnamente iniziare dall’anfiteatro romano. Compiendone il periplo dall’alto delle gradinate se ne avvertono le dimensioni (era capace di ospitare diecimila spettatori) e la struttura mista, con l’arena e la cavea scavati nel banco di arenaria e gli ordini superiori costruiti in elevato.

Le gradinate dell’anfiteatro

Scendendo nell’arena si osserva la fossa quadrangolare che ospitava la piattaforma mobile, una sorta di montacarichi che consentiva alle fiere e ai gladiatori, giunti da un cunicolo sotterraneo, di spuntare a sorpresa al centro della scena. Quattro porte e dodici vomitoria consentivano l’ingresso degli spettatori e la loro ordinata distribuzione sulle gradinate. Vi era perfino il velarium, una copertura mobile in tessuto di canapa utilizzata per garantire agli spettatori un’adeguata protezione in caso di maltempo o nelle giornate di canicola. Un casino di caccia costruito direttamente sulle gradinate ricorda la disinvoltura con la quale in passato si curava la tutela dei monumenti.

Il museo all’aperto di Villa Zappone

Le terme romane

La visita prosegue nel parco di Villa Zappone, adiacente all’anfiteatro. L’avvocato Zappone costruì qui ai primi del Novecento la sua villa privata, con i giardini, le scuderie per i cavalli, la lavanderia e il villino, incurante di insediarsi sull’area archeologica romana. Nel 1994 lo Stato ha esercitato diritto di prelazione nei confronti della Villa e del Parco adiacente.

Il mosaico termale con animali marini

I lavori di scavo hanno riportato alla luce un imponente complesso termale, decorato da mosaici a soggetto marino sul fondo delle vasche. L’intero complesso è in corso di valorizzazione per la costituzione di un Parco archeologico.

Il Museo Civico

L’interno del Palazzo Ducale

Aggirando il vallone della Terra, ci trasferiamo ora nel borgo medievale di Larino. Nel cuore del borgo sorge il Palazzo Ducale, valorizzato dal piazzale antistante che gli conferisce prospettiva. Dall’ingresso laterale si sale al piano nobile, con la sua bella loggia rinascimentale, alzata sul chiostro d’impianto medievale.

Il mosaico del leone

Adiacenti alla biblioteca comunale sono state allestite le sale del Museo civico che ospitano reperti di vario interesse. L’attrazione del museo è costituita dai mosaici pavimentali romani. Molto bello quello del Lupercale, con la lupa che allatta i gemelli, mentre dall’alto di una rupe due pastori contemplano la scena. La tematica animale è presente anche negli altri due pavimenti che ritraggono un elegante leone e la scena degli uccelli. Da segnalare la riproduzione ingrandita delle monete coniate a Larinumnel terzo secolo avanti Cristo.

Il mosaico della lupa

La Cattedrale

La facciata della Cattedrale

In posizione un po’ defilata sorge la Cattedrale del dodicesimo secolo, dedicata a Maria Assunta e san Pardo. Le forme di transizione dal romanico al gotico sono visibili in facciata, dove colpisce il rosone, caratteristico per l’inusuale presenza di tredici colonnine a raggiera di fattura diversa una dall’altra, sormontato dall’agnello mistico e dai simboli dei quattro evangelisti (il leone, il toro, l’aquila e l’angelo). Il portale è introdotto da una serie di cornici e stipiti elegantemente decorati e ha in lunetta la scena scolpita della crocifissione. Nell’interno a tre navate si segnalano resti di affreschi e la cappella rinascimentale, introdotta da un’arcata e decorata con un dipinto dell’Annunciazione.

Il museo diocesano

Accanto alla Cattedrale, nei due piani del Palazzo Vescovile, è stato allestito il Museo Diocesano, che custodisce opere pregevoli, dipinti e sculture. Il piano inferiore ospita numerose statue tra le quali un’antica statua lignea di san Pardo e una Statua di San Michele Arcangelo, in gesso, risalente al XIV secolo.

Sant’Orsola con le sue compagne (affresco della Cattedrale)

(Ho visitato Larino il 12 aprile 2018)

Le case di terra cruda di Villa Ficana a Macerata

Povere case, per gente povera. Ma case vere. Costruite con i “massoni”, mattoni impastati di terra, paglia e acqua, con qualche aggiunta di ghiaia, macerie di case diroccate e radici. Le case di terra cruda costavano molto poco e garantivano pure un buon isolamento termico. Erano piccole case a due piani. Una scala esterna collegava il piano terra, dov’era la cucina col camino, al piano superiore, dov’era la camera da letto per tutta la famiglia.

Uno scorcio del borgo

Siamo alle porte di Macerata, nelle Marche. Villa Ficana è un intero borgo di case in terra e paglia sopravvissuto incredibilmente all’edificazione urbana moderna. Nasce come borgo di case economiche che i proprietari davano in affitto ai braccianti “casanolanti”. Il casanolante era colui che non aveva né casa né terra né mestiere. Era un bracciante che lavorava saltuariamente a giornata nelle campagne, soprattutto nei periodi della raccolta e della semina. Date le sue misere condizioni economiche, egli viveva alla periferia dei centri urbani, vicino alla campagna, pagandosi l’affitto della casa di terra con il suo lavoro manuale. Le donne lavoravano come lavandaie a servizio delle famiglie cittadine.

La parete di terra cruda

Sorto a metà dell’Ottocento, il borgo di Villa Ficana fu progressivamente abbandonato nel secondo dopoguerra. Un abbandono e un degrado causati dal pregiudizio che collegavano le case di terra cruda a condizioni di miseria e arretratezza.

Rievocazione dell’incendio del 1891

Poi la sorprendente rinascita. Con il nuovo secolo l’intera comunità cittadina ha cominciato a prendere coscienza del valore dei suoi beni e ha avviato un percorso virtuoso che ha visto nel 2003 l’apposizione del vincolo da parte della Soprintendenza, l’emanazione nel 2005 di un piano di recupero e infine il restauro realizzato dal comune di Macerata grazie a un finanziamento della regione Marche.

Un vecchio forno

Una volta ultimati i lavori si è assistito alla rinascita del quartiere. I vecchi proprietari hanno intrapreso restauri in proprio e sono tornati a vivere nelle loro casette. Il Comune di Macerata ha destinato gli edifici di sua proprietà a finalità culturali e li ha affidati al Gruppo di Cittadinanza Attiva.

La sede dell’Ecomuseo

E’ nato così l’Ecomuseo delle Case di Terra Villa Ficana, membro dell’Associazione Internazionale Città della Terra Cruda. L’Ecomuseo di Macerata si propone di far riscoprire le tecniche della terra cruda con laboratori ludico-creativi per le scuole e con seminari sull’architettura eco-compatibile. E ai turisti propone di vivere il borgo con originali visite guidate agli ambienti di vita tradizionali.

L’Ecomuseo Villa Ficana

(Ho visitato Villa Ficana il 31 marzo 2018)

A piedi sulle rive del Danubio. L’Abbazia di Weltenburg

L’escursione all’Abbazia di Weltenburg, in Baviera, è un autentico camminare nella storia. Negli occhi del camminatore si fondono come in un caleidoscopio il fascino delle gole rocciose che stringono il Danubio, l’amenità della riserva naturale, il silenzio del bosco, le tracce archeologiche delle fortificazioni dei Celti, la prima abbazia benedettina costruita nel Land, il sacrario della liberazione della Baviera, la fabbrica di birra più antica al mondo, gli affreschi di Cosmas Damian Asam. E quando all’abbazia di Weltenburg ci si allontana dalla folla dei turisti e ci si dirige sui solitari colli circostanti si prova l’intensa emozione della bellezza e il godimento dello spirito.

Kelheim e il mausoleo della libertà

Il punto di partenza è la cittadina bavarese di Kelheim, che sorge dentro le sue mura medievali alla confluenza del fiume Altmühl nel Danubio. Un Museo e un Parco archeologico raccolgono le memorie celtiche e i ritrovamenti frutto degli scavi urbani. Dalla riva del Danubio partono i traghetti turistici che fanno la spola con l’abbazia di Weltenburgh. Il traghetto è ovviamente la scelta più comoda e rapida per ammirare le gole del Danubio e raggiungere l’abbazia.

La partenza da Kelheim

In alternativa è possibile percorrere a piedi alcuni larghi sentieri lungo le rive del fiume o sui colli boscosi che lo fiancheggiano. Il percorso che suggeriamo per l’andata è denominato Waldroute (la via del bosco) coincidente peraltro con la prima tappa dell’Archäologischer Wanderweg, il sentiero archeologico che fiancheggia l’antico vallo celtico. Questo percorso è lungo 5,4 km, ha un dislivello di 135 m e richiede un tempo di andata di circa un’ora e mezza. Si inizia con ripido percorso asfaltato che da Kelheim sale sull’altura del Michelsberg.

Il Mausoleo della libertà della Baviera

Lasciati in basso il monumento ai caduti e la chiesa, si raggiunge in alto la Befreiungshalle, un monumentale edificio circolare costruito per volere di re Ludwig I di Baviera per celebrare la fine delle guerre di liberazione contro Napoleone (1813-1815). Negli immediati dintorni sono il centro di visita e un terrazzo panoramico.

Il sentiero archeologico nel bosco

Il largo sentiero ben segnalato prosegue ora in piano nel bosco. Incontriamo alcuni pannelli informativi che invitano a visitare le parziali ricostruzioni delle mura difensive della citta celtica di Alkimoennis e dell’oppidumdi Artobriga, qui presuntivamente situati sulla base delle indicazioni della Geografia di Claudio Tolomeo.

La Waldroute nel bosco

I Celti fondevano il ferro in piccole fosse che fungevano da altoforni primitivi. L’altopiano è costellato di piccole fosse di fusione a forma di imbuto e cumuli di scorie. Le mura servivano a proteggere quest’area industriale e il vicino insediamento umano.

Pannello del sentiero archeologico

L’abbazia benedettina di Weltenburg

Una veloce discesa nel bosco conduce alla strada asfaltata e alle rive del fiume Danubio. Sulla pietrosa riva opposta si erge la mole dell’abbazia benedettina. Per guadare il braccio d’acqua che ci separa dall’abbazia arriva provvidenzialmente in nostro aiuto una barchetta adibita al collegamento tra le due sponde.

L’abbazia San Giorgio di Weltenburg e il guado sul Danubio

Qui, intorno al 600, giunsero alcuni monaci erranti iro-scozzesi e vi fondarono il primo monastero. Erano seguaci dell’irlandese Colombano e si chiamavano Eustasio e Agilo di Luxeuil. Quel che noi vediamo oggi è il rimaneggiamento settecentesco in stile barocco dell’intero complesso, comprensivo del monastero, della chiesa e degli edifici di servizio. Nel cortile della chiesa si trova uno dei “Biergärten” più belli della Baviera: è una birreria all’aperto, all’ombra di giganteschi castagni, dove si possono gustare le specialità locali accompagnate dalla famosa birra bruna prodotta dai monaci (Weltenburger Klosterbier) in quello che è forse il birrificio conventuale più antico del mondo, risalente al 1050.

La chiesa di Asam e i suoi affreschi

La chiesa abbaziale barocca, dedicata a San Giorgio,risale al 1716 ed è opera dei fratelli Cosmas Damian e Aegid Quirin Asam. Sulla volta del vestibolo (1751) compare un dipinto del giudizio universale di Franz Asam. Nell’aula i dipinti si moltiplicano.

Lo sbarco dei benedettini in America

A destra è la scena dell’arrivo in America dei benedettini, imbarcati sulla caravella Santa Maria, nel secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Sulla parete di fronte San Benedetto domina l’abbazia di Montecassino e fa risuonare le prime parole della sua Regola “Ausculta o Fili”. Il dipinto della volta centrale, capolavoro della pittura barocca, è una luminosa visione del Paradiso. Dio Padre, il figlio Gesù e lo Spirito Santo accolgono Maria e le pongono sul capo la corona di dodici stelle.

San Benedetto e Santa Scolastica con l’abate Bächl

Intorno è schierata la “ecclesia triumphans”: gli apostoli Pietro (con la croce e le chiavi) e Andrea (con la rete da pescatore), Benedetto e la sorella Scolastica, San Giorgio che sconfigge il drago, Davide con l’arpa, la Maddalena penitente, Santa Cecilia con l’organo, Giuditta con la spada, San Martino e l’abate del tempo Maurus Bächl.

La Frauenbergkapelle nei dintorni di Weltenburg

La gola del Danubio e il monastero rupestre

Dopo la visita all’abbazia e ai suoi suggestivi dintorni, si riguadagna con la barca la sponda opposta del fiume e si prende la via del ritorno sul percorso rivierasco denominato “Donauroute”.

La Donauroute sulla riva del Danubio

Alcuni cartelli segnalano la distanza che ci separa dalla foce del Danubio nel Mar Nero, che qui è di 2417 km.

La gola rocciosa del Danubio

Il sentiero è un eccellente balcone sulla spettacolare gola rocciosa di “Donaudurchbruch”, scavata nella roccia calcarea circa duecentomila anni fa da un braccio secondario del Danubio che ha dato poi origine all’attuale percorso del fiume.

L’eremo rupestre

Le pareti della forra raggiungono gli 80 metri d’altezza e al loro interno si trovano numerose piccole caverne. Verso il termine del sentiero s’incrocia il monastero rupestre di San Nicola.

Il monastero rupestre di San Nicola

Qui, nel 1454, l’eremita Antonius de Septem Castris aveva eretto un semplice eremo scavato nella roccia e una cappella in onore del suo santo protettore. Negli anni successivi i terziari francescani abitarono il luogo e con il sostegno del Duca Albrecht III, poterono costruire la chiesa e un edificio più grande, dotandolo di un muro esterno di protezione.

La mappa dei percorsi per Weltenburg

(Ho effettuato l’escursione il 7 maggio 2018)

Il Tratturo Magno dal fiume Fortore a San Paolo di Civitate

Il Tratturo Regio L’Aquila-Foggia, detto anche “Magno” per la sua rilevanza, è in alcuni suoi tratti un autentico museo all’aperto. Le testimonianze storiche della transumanza s’intrecciano con i segni della fede, con i luoghi della natura protetta, con i borghi e i centri urbani di antica fondazione. Ad esempio nel primo tratto del suo percorso pugliese il Tratturo Magno è un museo open air. Il nastro del tratturo è ancora nitido e perfettamente visibile. Percorrerlo tra il guado sul fiume Fortore e la cittadina di San Paolo di Civitate è un’emozionante esperienza di camminare nella storia.

Il Tratturo al ponte di Civitate

Lungo il fiume Fortore

Il fiume Fortore al ponte di Civitate

Il punto di partenza dell’escursione è il Ponte di Civitate sul fiume Fortore. Questo fiume è uno dei maggiori dell’Italia meridionale. Nasce dal monte Altieri in località Grotta di Valfortore, attraversa da sud a nord la Campania, il Molise e la Puglia, forma il lago di Occhito e sfocia nel mar Adriatico presso il lago di Lesina, in località Ripalta. Il Tratturo Magno traversa il fiume al guado di Civitate, dov’è oggi il ponte stradale della ex statale 16, nel tratto tra Serracapriola e San Paolo di Civitate.

Pannello informativo

Sotto il ponte moderno sono ancora visibili, tra la vegetazione riparia, i contrafforti dell’antico ponte romano. Intorno alla Madonna del Ponte è stato realizzato un percorso naturalistico-didattico che percorre le rive de fiume e traversa il bosco ripariale di San Marzano.

Cippo tratturale al ponte di Civitate

Numerosi cippi tratturali fanno memoria dei passaggi delle associazioni escursionistiche e dei gruppi di appassionati.

La Taverna di Civitate

La Taverna di Civitate

Sulla riva destra del Fortore il tratturo ha un importante punto-tappa alla Taverna di Civitate. Alfonso d’Aragona fece costruire l’edificio con la funzione di caserma. Qui alloggiavano le guardie che svolgevano attività di vigilanza e riscuotevano la ‘fida’ dai pastori. In seguito fu trasformata in Posta, luogo di riposo e di ristoro per i viandanti, e infine utilizzata come Stazione della Dogana della Mena delle Pecore durante la transumanza. Le condizioni precarie di conservazione non ne consentono l’accesso all’interno, in attesa di un opportuno restauro conservativo.

Le tariffe di pedaggio

La pandetta con le tariffe dei pedaggi

Accanto al portale è murata un’iscrizione del 1731 su tre pannelli sovrapposti di pietra arenaria che riporta i pedaggi da esigere per i pastori e gli armenti in transito. Sono richiesti, ad esempio, tre carlini per il passaggio di ogni centinaio di castrati, pecore, cani e porci; la cifra sale a cinque carlini per ogni centinaio di animali vaccini, come vacche e bufale. Un tornese è richiesto per ogni ‘salma di fiche, cetrangole e cipolle’ e per ogni carro carico di pane, grano e olio. La pandetta precisa comunque che ‘per qualsivoglia meretrice non si esigga cosa alcuna’.

Le cappelle tratturali mariane

La chiesetta tratturale della Madonna del Carmine

Accanto alla Taverna, il punto di sosta sul tratturo offre anche luoghi di culto e di preghiera. La chiesetta della Madonna del Carmine (o del Carmelo) appare oggi spaccata a metà da una grande crepa ma ricorda con la sua lapide la devozione dei viandanti e le cure dei benefattori.

La cappella della Madonna del Ponte

Poco lontano una cappella più moderna è dedicata alla Madonna del Ponte e porta sulla facciata una lapide dei devoti custodi.

Il percorso del Tratturo

Sul Tratturo, verso il Fortore

Lasciata la Madonna del Ponte, il tratturo scorre parallelo alla strada statale in direzione di una visibile casa cantoniera isolata. Prima di raggiungerla, il tratturo svolta a sinistra, costeggia un fosso e inizia sul fondo di un valloncello la salita verso i colli Liburni. Sul declivio si stendono campi coltivati, boschetti e case rurali. Il tratturo è in parte cementato e si restringe progressivamente, assediato dalla vegetazione e ingobbito dai movimenti franosi del pendio. La salita diventa ripida e faticosa, disturbata da piccole discariche, ma è comunque breve. In alto il percorso sembra interdetto da un muro di fitta vegetazione. Un esile passaggio conduce sull’altopiano, dove il tratturo riprende la sua ampiezza normale.

La Torre di Civitate

La torre di Civitate

Al termine della ripida salita del colle, vediamo stagliarsi sulla destra la Torre di Civitate. La raggiungiamo con un percorso a margine dei campi coltivati. La sua posizione elevata su uno spalto dei colli Liburni, a dominio della valle del fiume Fortore e del tratturo, racconta una storia interessante. Nella solitudine dell’altopiano questa torre diruta è l’ultima testimonianza della città fortificata medievale di Civitate, costruita nel Mille dai Bizantini e attiva fino alla fine del Trecento. Fu un periodo florido, che le consentì di divenire sede di contea e di diocesi. La torre fu incorporata nella cattedrale delle città, divenendone il campanile, mentre la parte inferiore divenne cripta funeraria, collegata alla necropoli esterna alle mura. In seguito la città fu abbandonata, e la popolazione si spostò verso il casale che si era formato presso il vicino monastero, l’attuale San Paolo di Civitate. Le terre abbandonate inghiottirono i resti urbani di Civitate e divennero praterie utilizzate per il pascolo delle greggi transumanti.

Gregge sul tratturo di Civitate

La Tiati dei Dauni e la Teanum Appulum romana

Il territorio dell’antica Daunia

Il tratturo che percorre l’altopiano di Civitate tocca i resti di Tiati, il villaggio fondato da una tribù italica dei Dauni e poi occupato dalle genti dei Sanniti. Sulla Tiati italiaca, dopo la guerra sociale, Roma insediò il municipiumdi Teanum Appulum. E’ però frustrante cercare sul terreno le vestigia e i monumenti di questi antichi centri. Molto più redditizio è visitare il Museo archeologico realizzato al centro di San Paolo di Civitate, nel chiostro del Monastero di Sant’Antonio da Padova.

Il Museo archeologico di San Paolo di Civitate

Tra gli archi del chiostro e nelle antiche celle dei monaci si sviluppano le sette sezioni del museo, godibili in molti punti: il territorio di Tiati-Teanum Appulum nella Daunia antica; l’indagine topografica e la fotointerpretazione aerea; il territorio in età preistorica e protostorica; la civiltà daunia; l’età della romanizzazione; il periodo del municipium; l’età medievale.

La Cappella tratturale di Belmonte

La cappella della Madonna di Belmonte

Proseguendo lungo il tratturo, a lato di questo e all’altezza del paese, sorge la cappella dedicata alla Madonna di Belmonte. Il culto dell’immagine mariana qui venerata collega due paesi del tratturo, il molisano Belmonte del Sannio e il pugliese San Paolo. Secondo la tradizione, i pastori che provenivano dall’Abruzzo e si dirigevano in Puglia per la Transumanza delle loro greggi, portavano un quadro della Madonna per garantirsi protezione nel periodo di permanenza pugliese. Venerata a Belmonte, questa Madonna è diventata compatrona di San Paolo di Civitate. Nella memoria dei pastori transumanti, la sua festa è oggi ancora occasione d’incontro e di scambio tra le due comunità, gemellate dal tratturo e dalla fede mariana. Dopo la cappella di Belmonte, il Tratturo Regio prosegue in direzione di San Severo.

Il nastro bianco del Tratturo Magno lascia il colle di Serracapriola, traversa la Valle del Fortore e sale verso il colle di Civitate

(Il tratturo è stato percorso il 13 aprile 2018)

Malborghetto sulla Via Flaminia. Il sogno dell’imperatore

I Romani alzarono sulla Via Flaminia un arco trionfale per celebrare la vittoria di Costantino su Massenzio. L’esercito romano si era accampato al tredicesimo miglio della consolare Flaminia quando nella notte l’imperatore ebbe il sogno miracoloso che determinò la sua vittoria. Lattanzio racconta che Costantino “durante il sonno viene avvertito di far segnare sugli scudi il celeste segno di Dio e di dar battaglia”.

La visione della Croce (Raffaello, Musei Vaticani)

La visione di Costantino con il famoso segno nel cielo “in hoc signo vinces” ha colpito l’immaginazione degli artisti. Raffaello e Piero della Francesca, per limitarsi a due soli nomi,  l’hanno immortalata nei loro dipinti. Ma alcuni studiosi curiosi non si sono accontentati dei sogni e hanno voluto ricostruire storicamente il cielo stellato della notte di Costantino con un normale programma di simulazione astronomica.

La costellazione del Cigno

Posizionandosi sulle coordinate corrispondenti a quelle di Malborghetto, alla data del 27 ottobre del 312 dopo Cristo (giorno precedente la battaglia di Ponte Milvio), in direzione ovest, all’altezza dell’attuale Sacrofano, alta sopra l’orizzonte celeste, apparve un’inconfondibile croce: si trattava della costellazione del Cigno.

Il basolato della Via Flaminia romana

Il monumento commemorativo romano – un arco quadrifonte – fu eretto agli inizi del quarto secolo all’incrocio tra la via consolare Flaminia e un percorso che collegava Veio a uno scalo fluviale sul Tevere. Quest’ultimo percorso è ancora riconoscibile con l’odierna strada per Sacrofano a ovest e con il sentiero che scende a est al Fosso del Drago, alla Via Tiberina e al fiume, dov’erano alcune cave di pietra.

Il cristogramma della cappella interna

Archiviati i fasti imperiali, durante il Medioevo l’arco trionfale fu murato all’esterno e trasformato in un casale fortificato a presidio di un borgo, in seguito detto Borghetto, Borghettaccio e Malborghetto. In una decadenza sempre più malinconica, nel corso del Seicento, il Casale divenne un’osteria di strada e, nel 1713, una stazione di posta. Infine, alterato e manomesso, fu adattato a semplice abitazione rurale. Dopo un lungo periodo di abbandono, venne però finalmente la rinascita. Acquisito dallo Stato nel 1982, è stato oggetto di lavori di consolidamento, restauro e sistemazione.

Malborghetto

Oggi è tornato visitabile dal pubblico. S’impone con la sua vistosa presenza al km 19,400 della Via Flaminia, circondato da un parco verde.  È anche sede di un piccolo museo che conserva vasi romani provenienti dalle fornaci presso La Celsa, ceramiche scoperte in un ambiente sotterraneo del casale, due statue acefale togate ritrovate a Grottarossa e un’ara funeraria da Tor di Quinto.

Il parco di Malborghetto

(Ho visitato Malborghetto il 23 marzo 2018)

Urbisaglia medievale e la Urbs Salvia romana

Siamo nelle Marche, lungo la valle del Chienti. Urbisaglia ha tutte le caratteristiche del borgo medievale sul colle, chiuso nel recinto delle mura. Vi si accede per la spettacolare Porta Vittoria e se ne percorre il corso principale sfiorando il Municipio e la Collegiata di San Lorenzo.

Il torrione della Rocca di Urbisaglia

Sul fondo è la bella Rocca con quattro torri angolari e il maschio merlato. Se si sale sul cammino di guardia e lo si percorre nelle varie direzioni, si riesce ad ammirare tutto il tipico paesaggio marchigiano, con i campanili dei borghi sulla cima dei colli e la corona dei monti, dalla Laga ai monti Sibillini, dall’Ascensione al San Vicino.

Sulla rocca medievale di Urbisaglia

Merita una visita il Museo archeologico che raccoglie i materiali degli scavi e propone una ricostruzione virtuale di Urbs Salvia in età romana. Usciti dalla Porta Vittoria si può scendere negli impressionanti cunicoli della cisterna dell’acquedotto romano. Il serbatoio immagazzinava l’acqua proveniente dalle sorgenti, la decantava e la faceva defluire lungo il sistema di distribuzione a valle, a servizio della città.

Il serbatoio dell’acquedotto romano

Di fronte al serbatoio inizia il percorso pedonale della visita archeologica. Il vialetto scende con una pendenza molto leggera ed è attrezzato con panchine e aree di sosta. Il viale di sinistra scende rapidamente fino alla base del Teatro romano e costeggia poi un poderoso muro di sostegno. Al bivio, girando a sinistra si costeggia la cinta muraria della città fino ad arrivare rapidamente alla strada statale e all’anfiteatro; continuando invece a destra si giunge a una seconda area terrazzata con l’edificio “a nicchioni” e ai resti della via romana (con basoli e crepidines). Attraversata su un ponte pedonale di legno la strada statale (che ricalca l’antico percorso della Salaria Gallica) si visita il complesso del Tempio-Criptoportico, dedicato al culto imperiale della dea Salus Augusta.

Gli affreschi del criptoportico

Se del tempio poco è rimasto, ben più interessante è percorrere le gallerie affrescate del criptoportico. Si ammirano quadri raffiguranti trofei militari, raffigurazioni naturalistiche con animali esotici, scene di caccia, una gorgone e maschere lunari.

L’anfiteatro romano

Uscendo dall’antica porta nord si va visitare lo spettacolare anfiteatro, coronato da querce. Di forma ellittica, si conserva per tutto il suo perimetro fino all’altezza del primo ordine di gradini (ima cavea), comprendendo il primo livello dei vomitoria. Il suo rivestimento esterno fu prelevato in epoca medievale e fu utilizzato per la costruzione del borgo di Urbisaglia e della vicina Abbazia di Fiastra. Una app consente di ricostruire l’antica struttura, ma l’intreccio attuale tra ruderi e verde alberato riesce a trasmettere un’emozione di grande poesia.

La valle del Chienti vista da Urbisaglia

(Ho visitato Urbisaglia il 30 marzo 2018)

La palude di Colfiorito

La passeggiata intorno alla palude di Colfiorito è un’escursione del tutto facile e un pizzico originale. Siamo in Umbria, sui piani intermontani al confine con le Marche, tra la valle umbra del fiume Topino nel comune di Foligno e la valle del fiume Chienti in provincia di Macerata. I pianori sono circondati da rilievi montuosi che culminano nei 1571 metri del monte Pennino. L’area protetta del Parco comprende la palude, la parte umbra del Piano di Colfiorito e il rilievo di monte Orve (926 m).

La palude

La palude di Colfiorito è proprio come la si immagina. Acque stagnanti che riflettono i colori del cielo; vaste zone palustri e canneti a cannuccia; salici e altre piante acquatiche; aree umide e fangose, periodicamente inondate; tanti uccelli acquatici, anatre, tarabusi e schivi aironi; e la colonna musicale del monotono e insistente gracidio delle rane.

I prati umidi

Sui pendii che circondano il vasto lago palustre si distende il colorato mosaico agricolo dei campi coltivati. Qui si producono diversi legumi: le apprezzatissime lenticchie ma anche le cicerchie, i fagioli e i ceci. Ci sono poi le colture a cereali come frumento, orzo e soprattutto farro. E infine un prodotto tipico molto apprezzato: la patata rossa, introdotta qui nel Settecento e divenuta oggi uno dei prodotti d’eccellenza del territorio. Collegati agli allevamenti e ai pascoli, nel Parco sono insediati caseifici che trasformano il latte localmente prodotto in formaggi e ricotta di alta qualità e salumifici produttori del rinomato ciaùscolo, un insaccato spalmabile. Il vicino centro urbano di Colfiorito offre strutture ricreative e ricettive, un museo e un centro di visita.

Le acque del lago

Sugli altipiani si stabilì nel sesto secolo avanti Cristo la popolazione umbra dei Plestini. Questi s’insediarono nei castellieri, villaggi posti sulla sommità delle colline a controllo delle vie di transito, a loro volta federati tra loro. Il castelliere di Monte Orve, nei pressi della palude di Colfiorito, sembra fosse il più grande e importante dell’area: era dotato di cinta muraria, terrazze artificiali, abitazioni e luoghi di culto. Con la romanizzazione nacque la città di Plestia, municipio romano frequentato dalle popolazioni dei vari castellieri non solo come luogo di culto, ma anche come punto di aggregazione, centro politico e di scambi commerciali.

La Fontaccia

La passeggiata può avere inizio direttamente dal centro di visita di Colfiorito o, più opportunamente, già sulle rive del lago, dall’area verde del Fagiolaro, all’altezza del bivio tra l’abitato di Colfiorito e Forcatura. Ci si avvia a destra sul percorso protetto riservato ai pedoni, parallelo alla strada per Forcatura, fino alla casa del Mollaro posta proprio a ridosso dell’inghiottitoio, e recentemente ristrutturata insieme al “Molinaccio”, antica struttura che sfruttava le acque in eccesso della Palude. Il “mollaro” era il mugnaio che gestiva il mulino per la macinazione del grano, sorto nel 1654.

L’osservatorio

Si prosegue poi sulla strada asfaltata, con pochissimo traffico, fino al primo tornante. Qui si prende a sinistra la carrareccia che raggiunge la Fontaccia, un fontanile utilizzato in passato come lavatoio. Il vicino tavolo da picnic invita a una sosta. Siamo sulla verticale del borgo di Forcatura. Si scende poi alla palude dove l’osservatorio naturalistico invita a scrutare le acque alla ricerca degli uccelli di palude. La parte meridionale dell’anello del lago è spesso invasa dall’acqua e non percorribile. In questo caso si torna indietro sul percorso dell’andata, inserendosi magari sul panoramico itinerario del Castelliere.

La mappa del Parco

(Percorso effettuato il 2 aprile 2018)