Introduzione al blog

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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

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Eichstätt. Le scene del Giudizio sulle pareti del Mortuarium

Eichstätt è una piacevole città della Baviera. I numerosi turisti che la visitano e gli studenti che ne frequentano l’Università Cattolica apprezzano particolarmente le belle passeggiate sul colle e sulle rive dell’Altmühl, il simpatico trenino-navetta, la fortezza di Willibald sullo sperone roccioso del Giura, i musei e il giardino dell’Hortus Eystettensis, la settecentesca piazza barocca progettata da Gabriel Gabrieli, la grande Cattedrale con il chiostro, l’Abbazia di santa Walburga. Alla ricerca di immagini dell’Aldilà noi ci rechiamo invece in un luogo segreto e raccolto, che trasmette le memorie mortali degli ecclesiastici del passato e che è quindi luogo di storia aristocratica, storia della chiesa e storia della fede. Il Mortuarium è una delle creazioni spaziali più belle e suggestive dell’architettura tardo gotica della Baviera. Questa sala a due navate, dove lo spazio è equilibrato e solenne, fu inaugurata nel 1498 come luogo di sepoltura dei canonici della cattedrale. Le lastre tombali sul pavimento e gli epitaffi sulle pareti raccontano secoli di storia.

La vetrata del Giudizio di Holbein

La vetrata di Holbein

L’opera d’arte più nota del Mortuarium è la vetrata del Giudizio universale, realizzata nel 1505 nell’officina di Gumpolt Giltlinger su disegno di Hans Holbein il Vecchio. I colori vivacissimi, lo stile a cavallo tra il tardo gotico e il rinascimento, il contrasto tra le drammatiche scene infernali e la visione eterea del Cielo, sono le sue note caratteristiche. Gesù, seduto sull’arcobaleno, pronuncia la duplice sentenza di salvezza e di dannazione. Il giudizio favorevole è simbolizzato dalla sua mano benedicente e dal giglio che esce dalla sua bocca; il giudizio di condanna è invece simbolizzato dalla mano che respinge e dalla spada a doppio taglio. Gli angeli trombettieri chiamano i morti alla risurrezione e i due intercessori, la madre Maria e Giovanni Battista, si appellano alla misericordia del Giudice. Particolare curioso sono i due angeli che si sono caricati dei pesanti strumenti della passione di Gesù, tra cui la croce e la colonna della flagellazione.

Il Paradiso e l’Inferno

Una guerra si scatena in cielo tra gli angeli e i diavoli per disputarsi il possesso delle anime dei risorgenti. A sinistra i risorti destinati alla beatitudine formano un lungo corteo dietro al vessillo di Cristo e si dirigono verso la porta d’ingresso della Gerusalemme celeste. Il corteo dei dannati si dirige invece verso la bocca di un grottesco Leviatano infernale, guidato da parodico diavolo alfiere e da un panciuto demonio trombettiere. Tra i costernati dannati si notano un papa, un re, un cardinale, un vescovo, una dama scollacciata e un usuraio che stringe gelosamente il sacchetto delle sue monete.

L’Epitaffio dell’Abate

L’Epittaffio dell’Abate Truchsess

Sulla parete meridionale spicca una lastra sepolcrale con un’immagine scolpita del Giudizio universale. Si tratta dell’Epitaffio realizzato nel 1536 per l’Abate Georg Truchsess von Wetzhausen. La descrizione del Giudizio finale non presenta particolare originalità. Più interessanti sono invece le numerose iscrizioni latine che la arricchiscono. La scritta esterna invita i visitatori superstiti a un comportamento saggio e a prevedere quanto terribile possa essere la venuta del giudice e quanto terribile la sua sentenza; chiede misericordia per tutti, buoni e cattivi, ricordando ai superbi che essi sono destinati a finire in polvere. La scritta centrale invita a pensare al suono della tromba del giudizio che annuncerà il giorno dell’ira. La conclusione è moraleggiante sul destino dell’uomo: quid valet hic mundus, quid gloria, quidve triumphus, post miserum funus, pulvis et umbra sumus (a che vale questo mondo, la gloria e il trionfo; dopo la misera fine saremo polvere e ombra).

La lunetta del Giudizio

La lunetta del Giudizio finale

Sulla parete all’ingresso del Mortuarium è murata una lunetta con una descrizione a rilievo di un affollato Giudizio finale. Al centro il Giudice siede sull’arcobaleno e pronuncia la sua sentenza mostrando le ferite della crocifissione. Una folla di angeli sorregge la mandorla, suona le trombe del giudizio ed esibisce gli strumenti della Passione. I due intercessori in ginocchio si appellano alla misericordia del giudice. In basso è la scena della risurrezione dei morti. A sinistra vediamo i risorgenti accolti dagli angeli incamminarsi verso le architetture della città celeste. Qui San Pietro apre loro la porta del Paradiso.

L’Inferno

A destra sono descritte le pene dell’Inferno. I diavoli scaraventano i dannati nella caldaia arroventata dal fuoco. Un avaro con la borsa dei denari appesa al collo è legato su una panca e costretto a trangugiare un mestolo di metallo fuso. Un diavolo dal becco adunco azzanna un dannato e agguanta da un lato un accidioso e dall’altro un iracondo autolesionista che si pugnala sul petto. Gli altri dannati finiscono nella bocca del Leviatano infernale, insieme con un re coronato (Erode?) e Giuda impiccato. Appollaiato sul muso del drago, un demonio accoglie i dannati col suono della sua tromba.

Ulm. Immagini del Giudizio finale e degli angeli ribelli

Il Duomo di Ulm, iniziato nel 1377, deve la sua notorietà soprattutto alla torre campanaria alta 161 metri, pubblicizzata come il campanile più alto del mondo. Chi ha fiato e gambe per salirne i 768 gradini che conducono in cima viene ricompensato da un eccezionale panorama sulla città attraversata dal Danubio. Visitandone l’interno si percepisce come essa nasca dal contributo dell’intera comunità urbana e delle sue famiglie più facoltose. Si possono valutare le trasformazioni esito della Riforma del 1530. Si possono ammirarne le opere d’arte con un certo sollievo, pensando che la chiesa fu miracolosamente risparmiata dalle bombe alleate dell’ultima guerra mondiale. Il percorso che proponiamo in Duomo seleziona tre scene del giudizio universale (un dipinto, una scultura e una vetrata) e due immagini della caduta degli angeli ribelli.

L’arco del Giudizio universale

 

L’arco del Giudizio universale

Una maestosa rappresentazione del Giudizio universale riveste l’arco trionfale che separa la navata dalla zona presbiteriale del coro e dell’abside. L’opera fu commissionata dal Consiglio comunale di Ulm, ebbe come mecenate i Rottengatter, una famiglia di agiati mercanti, e fu realizzata nel 1471 da Hans Schüchlin, un pittore locale. Una superficie dipinta di 145 mq e una folla di 130 personaggi collocano questo dipinto tra quelli di maggiore estensione in Germania.

In alto, al centro della raffigurazione, 42 metri sopra l’osservatore, Cristo si mostra come giudice universale; è seduto sull’arcobaleno, all’interno della mandorla, e poggia i piedi sul globo terrestre; mostrando le piaghe della passione benedice con la mano destra gli eletti e respinge col palmo aperto della mano sinistra i dannati. Il cartiglio riproduce la sentenza “venite benedicti patris mei”.

Il primo registro orizzontale dell’affresco raffigura gli intercessori, il tribunale celeste, i patriarchi e i profeti. La madre di Gesù e il precursore Giovanni Battista sono inginocchiati ai piedi del Giudice e ne invocano un giudizio di misericordia.

Il Paradiso

Gli apostoli siedono sui troni della corte di giustizia. Nell’ordine, da sinistra a destra, si riconoscono Giacomo il Maggiore (con la spada), Tommaso (con la lancia), Filippo (con la croce a T), Simone (con la sega), Matteo (con la spada, il libro e la borsa), Pietro (con le chiavi e il cartiglio “iudicia tua manifesta”), Andrea (con la croce, il libro e il cartiglio “salus deo nostro”), Giovanni (con il calice), Paolo (con la spada), Bartolomeo (con il coltello), Giacomo il minore (con il bastone) e Mattia (con l’alabarda). Dietro gli apostoli si affollano i profeti e i patriarchi: tra questi è ben riconoscibile Mosè, con i corni di luce sul capo.

Il secondo registro orizzontale accoglie i santi e le sante di Dio. Al centro è il gruppo delle donne sante: vi si riconoscono Caterina (con la corona di regina), Dorotea (con il cesto di fiori e frutti), Agnese (con l’agnello), Barbara (con il calice e l’ostia) e Orsola (con la freccia). Tra i santi, accanto ai papi, ai vescovi, ai cardinali e ai monaci, si riconoscono Sebastiano (con la freccia), Giorgio (con le armi), Stefano (con le pietre), Nicola di Mira (con le tre palle). La scena successiva, separata in due parti dall’apice dell’arco, descrive la risurrezione dei morti al suono delle trombe degli angeli tubicini. I cartigli del gruppo di angeli a sinistra contengono le scritte “Ecce dominus venit”, “filius venit” e “omnes sancti angeli cum eo”. I cartigli degli angeli di destra, sul versante dei dannati, recitano “iustum iudicium”, “surgite mortui”, “separate vos impii” e “tempus amplius non erit”. I risorgenti di sinistra, ancora rivestiti dai sudari mortali, manifestano con la preghiera la loro riconoscenza per la salvezza; a destra, invece, i risorti dannati manifestano la loro contrarietà e costernazione, mentre sono già artigliati dai diavoli.

I dannati

Lo scorcio dell’arco a sinistra descrive il Paradiso. I risorti destinati alla beatitudine si incolonnano nel corteo guidato dagli angeli che si dirige alla porta della città celeste; risalgono poi le scale della torre e affollano le terrazze, allietati dalla musica angelica. Sul fronte opposto il corteo dei dannati è sospinto dai forconi dei diavoli e precipitato nella bocca del Leviatano infernale. Alcuni dannati mostrano i segni del loro vizio: la bilancia falsificata del commerciante, il sacchetto delle monete dell’usuraio, i dadi e le carte da gioco dei bari, i libri degli eretici. Un gigantesco Lucifero accoglie tra le sue grinfie le gerarchie terrene (re, principi, papi, cardinali e vescovi), i lussuriosi e i due gruppi etnici dei musulmani e dei giudei. I demoni hanno aspetto teratologico, deformazioni fisiche e occhi allucinati, e sono accompagnati da aggressivi serpenti.

Il portale del Giudizio

Il portale del Giudizio

Sul fianco destro del Duomo si apre il portale del giudizio. Nel timpano è scolpita una scena del Giudizio universale, risalente al 1360 e proveniente dalla primitiva chiesa parrocchiale extramoenia di Ulm.

Il timpano del portale del Giudizio

Il Giudizio è descritto in due registri sovrapposti. In alto appare il Giudice seduto su un doppio arcobaleno: ha un nimbo dorato; mostra la ferita del costato; benedice i beati con il gesto della mano destra e respinge i dannati con il palmo aperto della mano sinistra; pronuncia il giudizio simbolizzato dalla spada che gli esce dalla bocca. Intorno a lui quattro angeli mostrano gli strumenti della passione: la croce, i chiodi, la corona di spine e la colonna della flagellazione. Sono poi ritratti in ginocchio i due intercessori oranti: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista che indossa un vistoso mantello eremitico. Il registro basso è articolato in tre scene. Al centro quattro angeli suonano le loro lunghe trombe e chiamano i morti alla risurrezione: i teschi e i cadaveri riprendono vita e si sollevano dai loro sepolcri. A sinistra i risorti esprimono la loro gioia e si incolonnano, guidati da un angelo, verso la Gerusalemme celeste. Pietro apre con le chiavi la città turrita del Paradiso e vi introduce gli eletti (i primi sono un papa e un re), accolti dalla musica degli angeli. A destra vediamo i dannati, sgomenti, costretti a incolonnarsi in catene, spinti da un angelo con la spada sguainata e trascinati da un diavolo: li attende la gola del Leviatano infernale.

Le cinque vergini prudenti

Il portale è incorniciato da un fregio dipinto che raffigura le cinque vergini prudenti, con le lampade accese, e le cinque vergini stolte con le lampade rovesciate.

La vetrata della Cappella Besserer

La vetrata del Giudizio nella Cappella Besserer

Nella zona absidale, attraverso un varco del coro, si entra nella cappella privata fatta costruire dalla famiglia Besserer. Qui si ammira un gruppo di vetrate di ottima fattura, risalenti al 1430 e opera di Hans Acker, che descrive gli avvenimenti della storia della salvezza. L’ultima vetrata, isolata rispetto alle precedenti, prefigura gli eventi del Giudizio finale. Il registro superiore mostra il Giudice seduto in trono, all’interno della mandorla sostenuta dagli angeli, che pronuncia la sentenza simbolizzata dalla doppia spada che esce dalla sua bocca. Fanno corona a Gesù gli angeli che ostendono i simboli della passione: la croce, la corona di spine, la lancia, la canna, il flagello e la colonna. Il registro centrale mostra i due intercessori e il gruppo degli apostoli; in posizione subordinata sono i santi e le sante, appartenenti a tutte le condizioni sociali. I tre riquadri del registro basso descrivono la risurrezione dei morti al suono della tromba degli angeli tubicini e il duplice corteo dei beati, diretti in Cielo, e dei dannati, incatenati e condotti nella gola del Leviatano infernale.

Lucifero e gli angeli ribelli

Nella prima vetrata della Cappella Besserer, dedicata alla creazione del mondo, un riquadro descrive la guerra intestina che scoppia in cielo tra gli angeli rimasti fedeli a Dio e quelli che si sono ribellati alla sua autorità. Gli angeli fedeli incalzano i ribelli con spade e lance. Il personaggio centrale, vestito di rosso, che ha assunto già le sembianze demoniache è il superbo Lucifero: viene scalzato dal suo trono e precipitato nella gola del Leviatano infernale.

La cacciata di Lucifero

La scena della vetrata (1430) replica un particolare del timpano scolpito del portale centrale (1380).

Il timpano è diviso in tre fasce orizzontali e racconta le storie della Creazione. La fascia in alto inquadra Dio nell’atto di creare la sfera terrestre. Ai lati del rettangolo sono tre piccole scene che mostrano la caduta degli angeli ribelli al cospetto di Dio e i draghi infernali che li attendono.

La cacciata degli angeli ribelli e la creazione del mondo

Bamberga. Fürstenportal, il Portale dei Prìncipi

Bamberga sa essere città molto seducente. I visitatori amano particolarmente le sue atmosfere, il fiume, l’isola, le strade che salgono verso i monumenti più noti. Il suo centro storico è stato inserito dall’Unesco nel Patrimonio mondiale dell’Umanità.

Il Portale dei Principi (Fürstenportal)

Una delle opere più ammirate è il Portale dei Principi (Fürstenportal) sul fianco della Cattedrale. Il portale era aperto nel Medioevo solo per le celebrazioni più prestigiose e per accogliervi visitatori eccellenti. Coevo alla Cattedrale, risale al 1237, ed è stato realizzato in stile romanico-gotico da maestranze di diverse scuole. Molte statue, erose dall’inquinamento, sono state sostituite da copie. Gli originali sono in chiesa o nel vicino Museo diocesano.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale di Bamberga

Il timpano del portale contiene una scena del Giudizio universale, celebre per le espressioni sui volti dei suoi protagonisti. Al centro, in una mandorla ovale, Gesù siede sul trono del giudice e mostra le ferite della passione. Le stimmate dei piedi sono amorevolmente curate da sua madre Maria e da un Giovanni Battista che ha la barba e i capelli incolti per la lunga permanenza nel deserto. I due intercessori sono in ginocchio e supplicano la misericordia del giudice.

Il Giudice

Tre angeli mostrano le arma Christi – la croce, la corona di spine e la lancia di Longino –  strumenti della crocifissione di Gesù. Un angelo accompagna al cospetto del giudice due figure regali, probabilmente Enrico II e sua moglie Cunegonda, beatificati e sepolti nella cattedrale. Due figure di risorti si sollevano dalle tombe scoperchiate: la felicità sui visi e le mani giunte in preghiera indicano per loro un destino di beatitudine.

I beati

La stessa espressione di compunta felicità caratterizza i volti del gruppo di beati; uno di loro mostra una contentezza persino euforica e una gioia incontenibile. Del tutto diverse sono le emozioni sul fronte opposto, quello dei dannati. L’animatore della scena è un grottesco diavolo, con lunghe orecchie, uno sberleffo sulla bocca e coppie di ali sui polpacci: ha incatenato un gruppo di sei dannati e li trascina all’Inferno. Vediamo tra loro un re e un vescovo, forse un papa, un usuraio con una sacca piena di monete. I loro volti mostrano la smorfia della disperazione, la costernazione per un destino inaspettato, lo strazio del pianto incontrollato.

I dannati

Appollaiate sugli archivolti, in posizione eccentrica e originale, vediamo due figure. La prima è un angelo tubicino che suona la tromba per svegliare i morti e annunciare il giudizio. La seconda è il patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo il povero Lazzaro e le anime dei buoni.

L’angelo trombettiere e il patriarca Abramo

Gli Apostoli e i Profeti

Gli Apostoli e i Profeti (sinistra)

Sulle pareti laterali del portale sono scolpite le figure dei dodici Apostoli che formano il tribunale celeste e fiancheggiano il giudice. Il primo apostolo a sinistra, il più vicino al Cristo, è San Pietro che ha le chiavi del Regno appese al polso e la sua Lettera in mano. Il particolare più sorprendente è tuttavia la posizione degli apostoli che poggiano i piedi sulle spalle dei sottostanti dodici profeti. La gerarchia dei personaggi vuole probabilmente significare che il Nuovo Testamento è comunque fondato sull’Antico.

Gli Apostoli e i Profeti (destra)

L’Ecclesia e la Sinagoga

Ecclesia e Sinagoga

Due colonne ai lati del portale sostengono le statue dell’Ecclesia e della Sinagoga. Queste due immagini simboliche hanno una pluralità di significati (la sposa incoronata e la sposa ripudiata, l’antica e la nuova alleanza di Dio con il suo popolo), ma nel contesto di un Giudizio universale raffigurano rispettivamente i salvati e i dannati. L’Ecclesia rappresenta la Chiesa di Dio riunita intorno alla Parola e all’Eucarestia, il popolo di Dio salvato dal sacrificio di Gesù sulla croce e dalla sua resurrezione. A Bamberga l’Ecclesia è una figura femminile nobile ed elegante, che veste un ampio mantello su di una tunica cinta ai fianchi. Ha sul capo la corona regale e reggeva nelle mani (ora purtroppo mutilate) la croce di Gesù e il calice dell’Eucarestia. Sul suo capo è un baldacchino scolpito con le mura e le torri della Gerusalemme celeste. Alla base della colonna sono scolpiti i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila e l’angelo in alto, il leone e il bue al centro) e, in basso, la statua del profeta Ezechiele, nella cui visione compare il Tetramorfo.

A destra c’è la Sinagoga, la personificazione femminile del culto ebraico. La donna ha perduto la corona e il mantello, simboli della regalità, ma pur vestendo ora solo una semplice tunica legata ai fianchi, mostra una postura flessuosa ed elegante che lascia in evidenza la punta dei seni e la forma delle cosce. Il bastone di Mosè che regge nella mano destra è spezzato. Dalla mano sinistra le scivolano via le tavole della vecchia legge mosaica. Ha gli occhi bendati poiché non ha voluto riconoscere Cristo quale Messia. Sul suo capo è un baldacchino con la riproduzione del Tempio. Nella colonna sottostante si vede un diavolo a testa in giù che mette una benda sugli occhi dell’ebreo, volendo così rappresentare la cecità del popolo dell’antica alleanza che non riconosce la legge nuova portata da Gesù.

(Ho visitato Bamberga il 6 maggio 2018)

Quelle donne pettegole…

Un dipinto molto curioso. Due donne chiacchierano amabilmente compiaciute. Il candeliere e l’immagine sacra soprastanti ci dicono che siamo in una chiesa. Quattro diavoli, più grotteschi che orripilanti, tendono una pergamena ricavata dalla pelle di un vitello. Un diavolo, appollaiato sulla pelle, scrive nel gotico medievale: Ich will hier schreiben / Von diesen dummen Weibern / Was hier wird Plapla gesprochen / Üppiges in der Woche / Das wird alles wohl gerecht / So es wird vor den Richter gebracht. Tradotto dal tedesco, il diavolo annota: “Voglio qui scrivere / di queste stolte donne / che fanno tante chiacchiere / inutili e superflue per tutta la settimana. / Tutto sarà giudicato giustamente / quando sarà portato davanti al Giudice!”.

L’affresco di Reichenau

Questa rappresentazione moraleggiante rimprovera il vizio delle chiacchiere delle donne. I pettegolezzi femminili diventano insopportabili in un ambiente monastico votato al silenzio e alla preghiera. Ci troviamo infatti nella chiesa di San Giorgio a Oberzell, nell’isola monastica di Reichenau, sul lago di Costanza, in Germania. L’affresco risale al 1308 e decora la parete del coro. Possiamo considerarlo un riflesso di misoginia clericale? Un avvertimento spazientito e bonario alle beghine che circolano in sacrestia?

Le due donne

Il fastidio degli austeri monaci medievali per il “plapla” delle donnette può però tranquillamente dilatarsi al disgusto per una forma di comunicazione patologica diffusa anche oggi. I social media amplificano oggi all’infinito le chiacchiere da bar, le ciance da mercato, le sparate dei fanfaroni, le ciarle dei parolai, le dicerie, i gossip, le maldicenze, i pettegolezzi, i rumors, le voci, le fake news. E così un’innocua debolezza femminile diventa un grande vizio sociale.

La scritta ammonitrice

I diavoli di Reichenau che trascrivono sulle loro pergamene i vizi che contesteranno ai risorti nel giorno del giudizio universale ci richiamano allora le parole di Gesù riportate nel Vangelo di Matteo: “Ma io vi dico: di ogni parola vana che gli uomini diranno, dovranno rendere conto nel giorno del giudizio; infatti in base alle tue parole sarai giustificato e in base alle tue parole sarai condannato” (Mt 12, 36-37).

Reichenau. Visioni monastiche dell’Aldilà

L’isola di Reichenau sul lago di Costanza, in Germania, è una testimonianza del ruolo religioso e culturale di un grande monastero benedettino nel Medioevo. Dal nono all’undicesimo secolo il monastero di Reichenau concentra in sé la grande pittura carolingia, lo scriptorium di celebri codici miniati, un centro di ricerca scientifica, letteraria e poetica, il motore di sviluppo economico di un’area marginale. Possiamo aggiungere poi che Reichenau diventa il laboratorio delle visioni dell’Aldilà e un luogo genetico della nuova rappresentazione artistica del Giudizio universale. Questo cantiere produce innovazioni nella poesia (con la Visione di Wetti), nella miniatura (con l’Apocalisse di Bamberga e il libro delle Pericopi di Enrico II) e nella pittura (con il Giudizio di San Giorgio di Oberzell).

La visione del monaco Vetti

L’abate Valafrid Strabo al lavoro e la visione del monaco Vetti (tesoro del duomo di Reichenau)

Il monaco e poi abate di Reichenau Valafrid Strabo (“lo strabico”, a causa di un difetto oculare) fu il primo grande monaco-poeta del Medioevo europeo. La sua Visio Wettini, scritta in latino all’età di diciott’anni, nell’825/26, è la prima visione dell’Aldilà in versi, il capostipite di quel genere che troverà nella Commedia di Dante il suo trionfo. Valafrid riscrisse in 945 esametri la versione in prosa composta dal monaco Heito, che aveva a sua volta raccolto il racconto orale di Vetti, suo confratello nell’abbazia di Reichenau, relativo alla visione avuta in sogno nella notte dal 2 al 3 novembre 824. Vetti visita dapprima l’Inferno: “l’angelo prese il malato e lo guidò lungo una strada amena. Mentre camminavano vedono monti che toccano le stelle tinte di bei colori come marmo: un fiume di fuoco vi scorreva intorno a circondarle, attaccando fiamme inesauribili a chi vi entra. In quell’istante si presentò un’enorme folla di dannati e in ogni luogo riconobbe pene diverse per diverse azioni…”. Vetti visita poi il Purgatorio: “sempre là vide un edificio impressionante in legno e pietra senz’ordine costruito, e insediato come un fortilizio, pieno di fumo e nebbia. Da questo spaventato il confratello che chiedeva chi ne fosse l’ospite, sentì che era chiusa lì a purificarsi una massa di monaci di varie patrie e luoghi”. Raggiunge infine il Paradiso: “fu condotto alle mura di una splendida dimora, ch’egli diceva consistere di rocca naturale. L’edificio rifulgeva abbagliante di uno splendore immenso, rilucente d’archi e variegati ornamenti d’oro: costruito con argento abbondante, offriva alla vista, cesellate da rilievi a pascere la mente, mura di estensione così lunga e larga e di stabilità così mirabile, e fattura bella”. La visione di Vetti contiene numerosi elementi di critica sociale e reprimendadella corruzione dei conti, dei vizi dei monaci e del clero simoniaco e lussurioso.

La traduzione italiana della Visione di Vetti

L’Apocalisse di Bamberga

A Reichenau la miniatura raggiunge vertici di splendore intorno al Mille con il gruppo più prezioso e più ampio di manoscritti, detto di Liuthar. Il gruppo comprende l’Evangeliario di Ottone III, il Libro delle Pericopi di Enrico II, l’Apocalisse di Bamberga, il Codice di Egino. Per il loro valore questi codici sono stati inseriti nel patrimonio mondiale “Memory of the World” dell’Unesco. L’Apocalisse di Bamberga fu realizzata nello scriptorium di Reichenau intorno all’anno 1001 su incarico dell’imperatore Ottone III ed è oggi conservata nella Biblioteca di Bamberga. L’Apocalisse contiene un’affollata rappresentazione del Giudizio universale che influenzerà tutta la successiva elaborazione del tema nel mondo occidentale.

Il Giudizio dell’Apocalisse di Bamberga

Il Giudice è seduto sul trono e regge in mano la croce del suo sacrificio. Gli fanno corona i cori degli angeli, i trombettieri e il tribunale degli apostoli, con Pietro e Paolo in evidenza. In basso, in posizione centrale, i morti risorgono dalle loro tombe, con i corpi ancora cadaverici e verdastri. Due angeli mostrano loro i cartigli con la duplice sentenza di salvezza (venite benedicti patris mei) e di condanna (discedite a me maledicti in igne). A sinistra il gruppo dei salvati ringrazia alzando le mani verso il cielo. I dannati sono descritti invece con il volto attonito, che evolve verso l’angoscia e la disperazione. Nell’Inferno vediamo Lucifero imprigionato sul fondo e un demonio che incatena e strattona i dannati. Come riferimento al testo dell’Apocalisse il miniatore ha inserito la figura di Giovanni che assiste all’evento in basso a sinistra. La miniatura dell’Apocalisse di Bamberga trova corrispondenza nel Libro delle Pericopi di Enrico II (conservato nella Biblioteca statale di Monaco di Baviera) dove tuttavia la risurrezione dei morti è separata dal giudizio universale.

Il Giudizio universale nella cappella di San Michele

Il Giudizio universale nella Cappella di San Michele

Prima di accedere alla chiesa di San Giorgio a Oberzell si traversa un lungo atrio coperto. Al di sopra dell’atrio è nascosta una cappella dedicata all’arcangelo Michele, le cui bifore si affacciano sull’interno della navata centrale. Essa contiene un’immagine tardo-ottoniana del Giudizio universale. La cappella, cui si accede con una scala esterna,è oggi chiusa al pubblico per le esigenze di conservazione di un’opera molto delicata che risale agli anni 1050/1060. In confronto alla miniatura dell’Apocalisse di Bamberga, questo Giudizio enfatizza gli elementi della passione di Gesù. La sua crocifissione è infatti esplicitamente mostrata in basso nella lunetta sopra l’altare, a spiegare e giustificare gli avvenimenti descritti sopra. Il giudice mostra i fori dei chiodi sui piedi e sulle mani. Gli angeli che gli fanno corona esibiscono la croce e la lancia, strumenti della Passione. Alla sua destra è la madre Maria nel ruolo dell’intercessione. Compaiono anche i due angeli tubicini e il tribunale celeste degli Apostoli seduti sui troni. Ampio spazio è dato alla risurrezione dei morti. Non sono invece mostrati i gruppi degli eletti in Paradiso e dei dannati all’Inferno.

Il Giudizio universale nell’abside della chiesa di San Giorgio

Il Giudizio universale nella chiesa di San Giorgio a Oberzell

L’ingresso alla navata centrale della chiesa di San Giorgio ha forma absidale. Quasi a voler ricapitolare la storia della salvezza affrescata sull’arco del coro (l’Annunciazione) e sulle pareti della navata (i miracoli di Gesù), in epoca molto tarda, negli anni 1708/09, su quest’abside fu affrescato un grande Giudizio universale. In linea con l’iconografia del tempo, nella calotta compare l’immagine della Trinità.

Il Paradiso

Circondato dai cori angelici in volo, Dio Padre poggia i piedi sul globo terrestre in segno di signoria sul creato mentre nell’empireo volteggia la colomba dello Spirito Santo. Gesù presiede al giudizio avendo al fianco la madre Maria. Sotto di lui sono gli angeli che mostrano gli strumenti della passione con la grande croce al centro. Ai lati di Gesù si distribuiscono tre ordini sovrapposti di beati. Nel coro basso spiccano le figure della gerarchia ecclesiale e dei santi fondatori di Ordini, con San Benedetto in evidenza.

La risurrezione dei beati

Ai lati della porta d’ingresso compaiono due scheletri armati di lancia, le immagini tradizionali della Morte che il pittore integra nel dipinto a completare il ciclo dei quattro Novissimi. Il giudizio delle anime è contenuto nei due libri del bene e del male che vengono aperti dagli angeli e mostrati ai risorti. I morti che risorgono dalle loro sepolture e che sono destinati alla beatitudine del Cielo sono aiutati a sollevarsi da angeli vestiti di bianco. Sul lato opposto assistiamo alla caduta dei dannati nell’Inferno.

La caduta all’Inferno

L’isola monastica di Reichenau

L’isola monastica di Reichenau sul lago di Costanza è un perfetto obiettivo di viaggio per gli appassionati di storia. Il camminatore vi troverà un ambiente naturale fuso in modo armonioso con le storiche architetture medievali. E l’educated man proverà la nitida sensazione di trovarsi nel cuore dell’Europa, e di scoprirvi progressivamente una delle sue anime profonde. Il monastero benedettino fu per secoli un importante centro di arte, di cultura e di scienza nell’Europa centrale. I suoi abati erano famosi in tutta Europa. La sua scuola di pittura produsse celebri cicli dipinti e un gran numero di manoscritti miniati. L’Unesco ha riconosciuto l’isola di Reichenau quale Patrimonio dell’Umanità e l’ha definita “un capolavoro del genio creativo umano”. In modo particolare “l’insieme delle tre chiese sull’isola monastica costituisce un eccezionale esempio di un gruppo integrato di chiese medievali che conservano elementi di architettura carolingia, ottoniana e salica che sono rilevanti per la storia dell’architettura”.

L’isola di Reichenau

Fu il vescovo itinerante Pirmin a fondare nel 724 sull’isola un monastero benedettino che, in pochi anni attirò circa cento monaci. Il periodo d’oro dell’isola coincide con l’età Carolingia. Grazie a fondazioni e donazioni l’abbazia arrivò a possedere un immenso patrimonio terriero. Si dice che l’abate di Reichenau, recandosi a Roma, potesse pernottare ogni notte su un diverso terreno di sua proprietà. L’abate Valdo (786-806) e il suo successore Heito (806-823) furono influenti consiglieri imperiali di Carlo Magno. Walafrid Strabo (824-849) fu forse l’abate più famoso, ricordato come maestro di Carlo il Calvo alla corte di Ludovico il Pio e come autore di opere poetiche come la “Visio Wettini” e “De cultura hortorum”. Il declino iniziò nel Duecento. Un incendio del monastero distrusse tutti gli edifici e condusse alla sospensione della vita comune monastica. All’inizio del Quattrocento sull’isola erano rimasti ormai solo due monaci.

Sulla riva del lago di Costanza

Chi ama la i percorsi contemplativi trova a disposizione un sentiero pedonale e una pista ciclabile che compiono il periplo dell’isola. Reichenau è inserita in uno dei Cammini tedeschi diretti a San Giacomo di Compostella e precisamente sulla Via Beuronensis, che prende in nome dalla celebre abbazia di Beuron, la più grande sede monastica dell’Ordo Sancti Benedicti in Germania.

La segnaletica per i pellegrini

In alternativa, per i più frettolosi, un anello stradale tocca tutte le principali località dell’isola. Ci troviamo sul versante tedesco del lago di Costanza (Bodensee), lungo il fiume Danubio. Reichenau, non distante da Costanza, è collegata alla terraferma da un ponte-diga. All’ingresso dell’isola si alza il monumento al vescovo Pirmin. I nuclei di visita sono tre, coincidenti con le principali chiese dell’isola, in abbinamento con altrettanti musei.

 

La chiesa di San Giorgio a Oberzell

La chiesa di San Giorgio

La prima chiesa che incontriamo sull’isola – in località Oberzell – è dedicata a San Giorgio. Risale alla fine del nono secolo e conserva ancora il suo impianto medievale. La sua rilevanza artistica è legata al monumentale ciclo di pitture murali distribuito sulle due pareti della navata centrale.

L’interno della chiesa di San Giorgio

L’opera precede l’anno Mille e descrive i miracoli di Gesù: le guarigioni dell’indemoniato di Gerasa, dell’idropico, del cieco nato e del lebbroso; la tempesta sedata; le risurrezioni di Lazzaro, del figlio della vedova di Nain, della figlia di Gairo. Altri affreschi ornano l’ingresso, l’arco del coro e la cappella di San Michele.

La tempesta sedata

Il vicino museo contiene la riproduzione dei dipinti della chiesa e consente così di poterne studiare i particolari da vicino; consente inoltre di osservare le corrispondenze tra i dipinti e le miniature dei codici vergati negli stessi anni dai monaci dell’abbazia.

 

La cattedrale di Santa Maria e San Marco

La chiesa abbaziale di Santa Maria e San Marco

Al centro dell’isola – in località Mittelzell – si visita la cattedrale dedicata a Maria e San Marco. Se ne osservano strutture di epoca diversa: il transetto orientale e l’altare sono di epoca carolingia (816); la Markuskirchee l’altare di San Marco risalgono al 1048; la navata risale al dodicesimo secolo e gli affreschi sul tema dell’Eucarestia (Raccolta della manna, Ultima Cena) che ornano la parete del coro sono cinquecenteschi.

Il Museo di Reichenau

Sempre in centro si visita il Museo di Reichenau, insediato nella storica casa Amann, con un’esposizione tematica su “vivere e lavorare a Reichenau”.

 

La chiesa dei santi Pietro e Paolo

La chiesa dei santi Pietro e Paolo

All’estremità dell’isola – in località Niederzell – si alza la chiesa dei santi Pietro e Paolo, fondata nel 799 dal vescovo Egino di Verona e interamente ricostruita nel secolo dodicesimo. La sua attrazione è il grande dipinto che occupa l’abside, testimonianza della pittura monumentale di Reichenau nel periodo tra il 1104 e il 1134.

Majestas Domini

In alto è la scena della Majestas Domini, con il Cristo seduto sull’arcobaleno all’interno della mandorla, affiancato dai simboli dei quattro evangelisti, dagli apostoli Pietro e Paolo e dai serafini, gli angeli a sei ali. Più in basso, su due file di nicchie separate da archetti, sono raffigurati i dodici apostoli e altrettanti profeti. La vicina cappella ha una porta in bronzo con scene bibliche e conserva all’interno frammenti archeologici della vecchia chiesa.

 

Il paesaggio naturale

Crepuscolo sul sentiero pedonale

L’isola gode di una particolare tutela paesaggistica e naturalistica. Le zone umide rivierasche assicurano la sopravvivenza della fauna e della flora tipiche del lago. Il bosco di canne lacustri è l’habitat vitale del raro tarabusino e di varie specie di passeracei come la cannaiola. Gli specchi d’acqua prossimi al ponte artificiale sono un luogo di sosta degli uccelli acquatici. Ma anche il paesaggio interno vale a qualificare Reichenau come un’isola “verde”. Quando essa era proprietà integrale dei monaci, in epoca medievale i contadini a servizio del monastero coltivavano soprattutto vitigni per produrre vino. Oggi il paesaggio dei vigneti è stato in parte sostituito dalle serre e sono gli ortaggi la specializzazione colturale dell’isola (asparagi, erba cipollina, cetrioli, cavolfiori, pomodori e lattuga). La pesca di lago fornisce alle locali trattorie pesci come il coregone, il luccio e la trota.

(Ho visitato Reichenau il 3 maggio 2018)

Ulm. Il Museo del Pane

La visita al Museo della cultura del pane (Museum der Brotkultur) di Ulm si chiude davanti a un’immagine traumatica. Lui e lei sono seduti a una tavola elegante per una cena a lume di candela. Intorno è il paesaggio desolato di una terra desertificata e priva di vita. Un cameriere in livrea porge ai convitati un piatto di portata con un repellente scorpione. Il titolo del quadro – l’Ultima Cena – esprime tutta l’angoscia apocalittica per un futuro privo di speranza e invita a comportamenti responsabili di sostenibilità ambientale.

The Last Dinner (Mathias Wasche, 1990)

Il viaggio nella cultura del pane a Ulm inizia dalla preistoria e si sofferma sui momenti lieti e simbolici delle tradizioni religiose, come nelle immagini dell’ebreo di Chagall che benedice i due pani sabbatici, della raccolta della manna nel deserto e di Gesù che divide il pane con gli apostoli nel Cenacolo.

Marc Chagall, Homme à la main levée, 1911

Tra le tante immagini proposte da quest’originale museo, spiccano i quadri che descrivono la gioia nel dare e nel ricevere il pane. La tenerezza della scena domestica della merenda dove la madre taglia le fette di pane da imburrare, festosamente attese dai suoi tre figli (per non parlare del cane e del gatto).

Adolf Eberle, Vesperpause, 1880

O la descrizione delle sette opere di misericordia corporale, dove il “dar da mangiare agli affamati” è garanzia di salvezza nel giorno del giudizio universale.

Dar da mangiare agli affamati (Pieter Brueghel il giovane)

Ma il museo scandaglia anche i temi sociali della fame e della penuria di cibo in coincidenza di eventi catastrofici come le guerre e le rivoluzioni. Vediamo il popolo affamato che chiede pane alle autorità o il povero desco dei tempi di guerra nelle opere di Pablo Picasso, Max Beckmann e Georg Grosz.

Georg Grosz, Hunger, 1924

Un esempio di come la fame sia stata usata in guerra come arma di sterminio contro la popolazione civile è il blocco di Leningrado iniziato l’8 settembre 1941. Hitler ordinò di non occupare la città, ma di assediarla e distruggerla con i bombardamenti e l’inedia. Solo dopo 900 giorni, il 27 gennaio 1944, l’Armata Rossa riuscì a porre fine all’assedio. Si stima che circa un terzo della popolazione, allora di oltre un milione di persone, sia morto di fame, in particolare durante il primo freddissimo inverno.

Leningrado, Inverno 1941-42

Il museo di Ulm racconta seimila anni di storia del pane inteso come base indispensabile della cultura e della civiltà umana. Il Museo, nato per iniziativa di due imprenditori del settore della panificazione, Willy Eiselen e suo figlio Hermann, è oggi gestito dalla Fondazione Eiselen e comprende oltre 18.000 oggetti. L’esposizione permanente si sviluppa in due sezioni. La prima, intitolata “dal grano al pane”, è dedicata alla coltivazione dei cereali, alle tecniche di produzione della farina, alla panificazione, alla storia del forno, alla corporazione professionale dei mugnai e dei panettieri.

La Cucina Grassa (Pieter Brueghel il Vecchio, 1563)

La seconda sezione, dal titolo “l’uomo e il pane”, racconta il pane come elemento vitale per l’esistenza umana, la cultura e la civiltà, fino a diventare un simbolo della vita stessa. Non è un caso che il pane sia elemento centrale nelle religioni e in particolare per la fede giudaico-cristiana. Quest’evidenza è trasmessa da numerosi dipinti con scene dei due Testamenti, preziosi e oggetti cerimoniali e liturgici.

La Cucina Magra (Pieter Brueghel il Vecchio, 1563)

La mancanza di pane e di cibo ha segnato la tragedia delle carestie. I mancati raccolti dovuti all’inclemenza del clima non sono stati l’unica causa delle carestie di pane; a essi si sono aggiunti gli effetti provocati dalle guerre e dalle migrazioni. La mostra ripercorre la storia della carestia dai tempi dell’Antico Egitto fino all’insicurezza alimentare mondiale e alle politiche di contrasto delle organizzazioni internazionali.

Il Museo di Ulm

(Ho visitato il Museo del Pane a Ulm il 5 maggio 2018)