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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

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Il bestiario di Moissac

Il portale dell’abbazia di Moissac propone un’originale rassegna del mondo animale. Gli scultori hanno inserito le immagini degli animali accanto alle colonnine che contornano il portale. Vi sono rappresentati animali di ogni genere: reali e fantastici, domestici e familiari, selvaggi, mostruosi e mitologici.

Il bestiario di Moissac (1)

La visione di questo bestiario fa echeggiare le parole della Creazione del mondo (Genesi 1), quando Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro specie. Dio disse: “La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo la loro specie”. E così avvenne. Dio fece gli animali selvatici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la propria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro specie”.

Il bestiario di Moissac (2)

Vediamo così sul portale animali d’acqua, di terra e d’aria. Ma a Moissac non è più il tempo della creazione. Siamo invece alla fine dei tempi, quando il Cristo glorioso torna per la seconda volta sulla terra. E Giovanni, l’autore dell’Apocalisse, vede il mondo trasfigurato, “un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più”. Anche gli animali fanno corona al Cristo parusiaco e partecipano al giudizio universale, secondo le parole del Salmo 36 che afferma: “Uomini e bestie tu salvi Signore!”.

Il bestiario di Moissac (3)

A questa ardita lettura del portale che inserisce anche il mondo animale nella ricapitolazione universale del creato in Cristo, Umberto Eco, con gli occhi di Adso nel suo “Il nome della rosa”, contrappone una diversa interpretazione del bestiario di Moissac. Leggiamo.

Il bestiario di Moissac (4)

E intorno a loro, frammisti a loro, sopra di loro e sotto ai loro piedi, altri volti e altre membra, un uomo e una donna che si afferravano per i capelli, due aspidi che risucchiavano gli occhi di un dannato, un uomo ghignante che dilatava con le mani adunche le fauci di un’idra, e tutti gli animali del bestiario di Satana, riuniti a concistoro e posti a guardia e corona del trono che li fronteggiava, a cantarne la gloria con la loro sconfitta, fauni, esseri dal doppio sesso, bruti dalle mani con sei dita, sirene, ippocentauri, gorgoni, arpie, incubi, dracontopodi, minotauri, linci, pardi, chimere, cenoperi dal muso di cane che lanciavano fuoco dalle narici, dentetiranni, policaudati, serpenti pelosi, salamandre, ceraste, chelidri, colubri, bicipiti dalla schiena armata di denti, iene, lontre, cornacchie, coccodrilli, idropi dalle corna a sega, rane, grifoni, scimmie, cinocefali, leucroti, manticore, avvoltoi, parandri, donnole, draghi, upupe, civette, basilischi, ypnali, presteri, spectafichi, scorpioni, sauri, cetacei, scitali, anfisbene, jaculi, dipsadi, ramarri, remore, polipi, murene e testuggini. L’intera popolazione degli inferi pareva essersi data convegno per far da vestibolo, selva oscura, landa disperata dell’esclusione, all’apparizione dell’Assiso del timpano, al suo volto promettente e minaccioso, essi, gli sconfitti dell’Armageddon, di fronte a chi verrà a separare definitivamente i vivi dai morti” (Il nome della rosa, Primo giorno, Sesta).

La Bestia dell’Apocalisse

L’Apocalisse di Moissac

L’importanza di Moissac è legata alla sua chiesa abbaziale dedicata a San Pietro. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati. Il grande timpano che sovrasta il portale descrive una visione teofanica, ovvero la venuta di Gesù alla fine dei tempi per instaurare il Regno di Dio. La fonte che ha ispirato l’opera è la visione di San Giovanni tratta dal quarto capitolo dell’Apocalisse.

Poi vidi: ecco, una porta era aperta nel cielo. La voce, che prima avevo udito parlarmi come una tromba, diceva: “Sali quassù, ti mostrerò le cose che devono accadere in seguito”. Subito fui preso dallo Spirito. Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto. Colui che stava seduto era simile nell’aspetto a diaspro e cornalina. Un arcobaleno simile nell’aspetto a smeraldo avvolgeva il trono. Attorno al trono c’erano ventiquattro seggi e sui seggi stavano seduti ventiquattro anziani avvolti in candide vesti con corone d’oro sul capo. Dal trono uscivano lampi, voci e tuoni; ardevano davanti al trono sette fiaccole accese, che sono i sette spiriti di Dio. Davanti al trono vi era come un mare trasparente simile a cristallo. In mezzo al trono e attorno al trono vi erano quattro esseri viventi, pieni d’occhi davanti e dietro. Il primo vivente era simile a un leone; il secondo vivente era simile a un vitello; il terzo vivente aveva l’aspetto come di uomo; il quarto vivente era simile a un’aquila che vola. I quattro esseri viventi hanno ciascuno sei ali, intorno e dentro sono costellati di occhi; giorno e notte non cessano di ripetere: “Santo, santo, santo il Signore Dio, l’Onnipotente, Colui che era, che è e che viene!”. E ogni volta che questi esseri viventi rendono gloria, onore e grazie a Colui che è seduto sul trono e che vive nei secoli dei secoli, i ventiquattro anziani si prostrano davanti a Colui che siede sul trono e adorano Colui che vive nei secoli dei secoli e gettano le loro corone davanti al trono, dicendo: “Tu sei degno, o Signore e Dio nostro, di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché tu hai creato tutte le cose, per la tua volontà esistevano e furono create”. Di questa visione mancano nel timpano soltanto alcuni particolari come le fiaccole accese, gli occhi innumerevoli e le sei ali dei viventi. Compare invece un particolare tratto dal versetto 8 del successivo capitolo dell’Apocalisse, che dice che: i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi.

Al centro del timpano è il Cristo seduto sul trono all’interno della mandorla stellata sopra un mare di nuvole. Ha la corona regale sul capo e un nimbo crociato. Con la mano sinistra regge il libro della sua Parola posato sul ginocchio e con la destra benedice gli astanti. Intorno a lui sono dislocati i quattro Viventi, simboli degli evangelisti: l’angelo, il leone, il toro e l’aquila. Ai lati due grandi angeli portano in mano i rotoli che simboleggiano il vecchio e il nuovo Testamento. Intorno siedono sui troni i ventiquattro Anziani, anch’essi coronati. Hanno tutti la testa rivolta al Signore parusiaco e reggono nelle mani la coppa d’oro dei profumi e la ribeca, lo strumento musicale a corda.

Uno dei ventiquattro anziani dell’Apocalisse

Ci trasferiamo ora nel chiostro abbaziale, altro capolavoro della scultura romanica. Veniamo ad osservare due capitelli che descrivono altre scene famose, sempre tratte dal libro dell’Apocalisse.

L’angelo e Giovanni a Patmos

Nel primo capitello una faccia mostra l’incipit del libro sacro, con l’angelo che scende dal cielo e si rivolge a Giovanni chiamandolo a trascrivere su un libro le visioni che seguiranno: “mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: “Quello che vedi, scrivilo in un libro” (Ap 1,9-11).

L’angelo con la falce

La faccia opposta mostra l’angelo del giudizio con la falce, nell’episodio tratto dal capitolo 14: “un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch’egli una falce affilata. Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall’altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: “Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature“.

L’angelo a cavallo

Le altre facce del capitello mostrano due scene simili tra loro, con due angeli che montano un cavallo. Il richiamo è al capitolo 19: “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. Gli eserciti del cielo lo seguono su cavalli bianchi, vestiti di lino bianco e puro”.

L’angelo trascina il diavolo in catene verso l’Abisso

Il secondo capitello descrive l’episodio della Bestia apocalittica come è riferito nel capitolo 20. Una faccia descrive l’angelo che trascina il diavolo incatenato per buttarlo nell’Abisso (puteus abissi): “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni; lo gettò nell’Abisso, lo rinchiuse e pose il sigillo sopra di lui”.

Il diavolo incatenato

La scena contigua mostra il drago alato incatenato e denominato Golias, citazione del combattimento biblico tra Davide e il gigante filisteo. La scritta precisa trattarsi del serpes anticus qui est diabolus.

I popoli di Gog e Magog diretti verso la Bestia

Sulla faccia opposta si osservano i popoli di Gog e Magog che si oppongono al Messia e preferiscono rivolgersi alla Bestia fuoriuscita dalla sua prigione: “Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni che stanno ai quattro angoli della terra, Gog e Magòg, e radunarle per la guerra: il loro numero è come la sabbia del mare”.

Il chiostro di Moissac

Moissac. Il povero in paradiso e il ricco all’inferno

Moissac, antica cittadina della regione dell’Occitania (dipartimento di Tarn e Garonna), è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo e modificata nel quindicesimo, ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica. Celebre è anche il chiostro con i capitelli istoriati e figurati e i rilievi bizantineggianti sui pilastri.

Le scene laterali del portale

Il piedritto sinistro del portale racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco, fonte biblica di numerose rappresentazioni artistiche del paradiso e dell’inferno: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”.

La parabola di Luca

Nel pannello scolpito in alto, letto da destra a sinistra, vediamo il Ricco seduto a tavola che mangia in compagnia di sua moglie, servito da un cameriere che armeggia tra piatti e anfore di bevande. Il povero Lazzaro, respinto sulla porta di casa, steso a terra, muore a seguito delle sue sofferenze, mentre due cani leccano le sue piaghe. Un angelo scende a raccoglierne l’animula che esce dalla bocca, per portarla in cielo. Il Paradiso è ambientato nel giardino edenico, dove cresce un simbolico albero, fiorito e ricco di frutti. Abramo, seduto sul trono del patriarca, riceve l’anima di Lazzaro e se la pone in grembo avvolgendola amorosamente nel mantello. La figura a sinistra rappresenta il profeta che, nella parabola, annuncia le scritture.

La morte dell’uomo ricco

Nel pannello sottostante si vede l’uomo ricco disteso sul letto di morte. Una donna è in ginocchio al suo fianco, in lacrime. Un angelo piomba dall’alto, ma giunge troppo tardi per evitare che i demoni, già in attesa da tempo, si impadroniscano dell’anima del ricco, quasi strappandola dalla sua bocca.

Il ricco all’inferno tra i diavoli

Il pannello a fianco descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno. Lo vediamo schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli.

Il demonio e la lussuria

In basso due pannelli descrivono le punizioni infernali dei vizi capitali. L’avaro che ha rifiutato l’elemosina a un povero mendicante che si regge su un bastone, viene cavalcato sulle spalle da un diavolo che lo acceca. La donna che personifica la lussuria ha due serpenti che le succhiano i seni e un rospo che le morde il sesso. Ne riportiamo la descrizione fattane da Umberto Eco – con gli occhi di Adso – nel suo “Il nome della rosa”. Vidi a lato del portale, e sotto le arcate profonde, talora istoriati sui contrafforti nello spazio tra le esili colonne che li sostenevano e adornavano, e ancora sulla folta vegetazione dei capitelli di ciascuna colonna, e di lì ramificandosi verso la volta silvestre delle multiple arcate, altre visioni orribili a vedersi, e giustificate in quel luogo solo per la loro forza parabolica e allegorica o per l’insegnamento morale che trasmettevano: e vidi una femmina lussuriosa nuda e scarnificata, rosa da rospi immondi, succhiata da serpenti, accoppiata a un satiro dal ventre rigonfio e dalle gambe di grifo coperte di ispidi peli, la gola oscena, che urlava la propria dannazione, e vidi un avaro, rigido della rigidità della morte sul suo letto sontuosamente colonnato, ormai preda imbelle di una coorte di demoni di cui uno gli strappava dalla bocca rantolante l’anima in forma di infante (ahimè mai più nascituro alla vita eterna), e vidi un orgoglioso cui un demone s’installava sulle spalle ficcandogli gli artigli negli occhi, mentre altri due golosi si straziavano in un corpo a corpo ripugnante, e altre creature ancora, testa di capro, pelo di leone, fauci di pantera, prigionieri in una selva di fiamme di cui quasi potevi sentire l’alito ardente.

La punizione dell’avaro

La parabola del ricco e del povero ha una replica sulle quattro facce di uno dei capitelli scolpiti del chiostro dell’abbaziale.

Il pranzo del ricco con Lazzaro alla porta

La prima scena vede il ricco (Dives) e sua moglie (Mulier), riccamente abbigliati, sedere alla tavola del banchetto, simbolizzata da un coltello e quattro pani. Il povero Lazzaro (Lazarus) giace fuori della porta del palazzo, con i cani che leccano le sue piaghe.

Gli angeli accolgono l’anima di Lazzaro

La seconda scena vede un angelo con le grandi ali spiegate inginocchiato davanti al corpo di Lazzaro, in attesa che egli esali l’ultimo respiro; un secondo angelo allunga il braccio per raccoglierne l’anima.

Lazzaro in Paradiso e il ricco all’inferno

La terza scena vede Lazzaro in Paradiso, seduto come un bambino sulle ginocchia del patriarca Abramo assiso sul trono. La scritta dice Abraham tenet animam. A destra un diavolo porta l’anima del ricco tra le fiamme dell’inferno.

Il ricco tormentato dai diavoli

La quarta scena, molto danneggiata, vede il ricco all’Inferno tormentato dai diavoli. Un demonio ne abbranca la testa e porta la mano alla bocca per indicare la sete ardente e la richiesta di refrigerio. Il secondo demonio, robusto e con la coda del maiale, simboleggia il peccato di gola.

 

Il Castello di Montal

Il castello di Montal, nel dipartimento francese del Lot, fu costruito tra il 1519 e il 1534 per iniziativa di una donna di grande cultura, di nome Jeanne de Balsac.  Il suo pregio è l’essere una preziosa testimonianza del primo Rinascimento nel Quercy. La sua progettazione architettonica corrisponde a una nuova arte del vivere
 e del costruire, più confortevole, intima e raffinata, tipica della nobiltà francese all’inizio del sedicesimo secolo.

La facciata occidentale

Anche se la facciata settentrionale e quella occidentale evocano ancora le austere roccaforti medievali,
la leggiadria delle facciate che danno sul cortile è incantevole. La scalinata d’accesso col suo apparato ornamentale sontuosamente scolpito, l’organizzazione degli ambienti interni e il giardino di bosso mettono in risalto il programma ornamentale ispirato al pensiero umanistico.

La decorazione rinascimentale

I sette busti scolpiti e inseriti sulle facciate rinascimentali rappresentano Jeanne de Balsac e i suoi familiari più prossimi. Le due statue nelle nicchie rappresentano le allegorie della Forza e della Prudenza. L’ampia cornice scolpita in leggero rilievo presenta figure mitologiche o simboliche, personaggi e animali favolosi, accanto alle iniziali di Jeanne e dei suoi due figli accompagnate da blasoni e motti in latino.

Il giardino del castello

Accanto al cortile si ammira il caratteristico giardino rinascimentale, formato da quattro aiuole a labirinto di bosso, attorno a un pozzo centrale. All’esterno del complesso sorgono la cappella di San Pietro e gli edifici di servizio.

La cappella di San Pietro

(La visita è stata effettuata il 29 agosto 2018)

Il villaggio in pietra a secco di Breuil

Breuil è un pittoresco villaggio francese che si trova nel dipartimento della Dordogna, a una decina di km da Sarlat. Le capanne sono costruite a secco con pietre sovrapposte che si autosostengono senza bisogno di calce o altri leganti. Non è un museo, perché le capanne sono inserite in una fattoria di quindici ettari ancora abitata e in attività, dove si cuoce il pane nel forno a legna, si coltivano i legumi e la vigna e si allevano oche e altri animali da cortile.

Les Cabanes du Breuil

Nel corso degli ultimi decenni si sono succedute generazioni di famiglie che hanno tenuto in vita il villaggio dalla storia secolare, hanno restaurato le antiche capanne e hanno valorizzato Les Cabanes du Breuil in prospettiva turistica e didattica.

Un pannello dell’esposizione storica

La cava di pietra e la tecnica edilizia

La cava di pietra

Le pietre utilizzate per la costruzione delle capanne erano estratte da una vicina cava. Lo strato di cava superiore forniva le lastre di pietra (lauze) larghe e piatte, di circa sei centimetri di spessore, ideali per costruire il tetto. Dagli strati inferiori della cava provenivano i blocchi di pietra utilizzati per alzare i muri delle capanne.

La base della capanna

I costruttori alzavano le pareti della capanna, dello spessore di circa un metro su una base normalmente circolare. La porta era rettangolare, con un architrave sostenuto da piedritti portanti rinforzati.

La volta vista dall’interno

Costruivano poi un’impalcatura e impilavano le pietre in modo aggettante creando la curvatura interna della volta. Nelle capanne destinate ad abitazione venivano inseriti nella volta delle travi di legno che sostenevano un soppalco con i letti degli abitanti. Si inserivano anche le finestre e gli abbaini. Terminata la struttura interna si procedeva al rivestimento del tetto con le lauze sovrapposte.

La capanna completa

La capanna del fabbro

La capanna del fabbro

La capanna più grande del villaggio era destinata al fabbro. All’interno è ancora conservato il mantice che alimentava il fuoco della fucina. Il fabbro forgiava gli oggetti d’uso comune per i villaggi dei dintorni, come gli attrezzi per il camino, le catene, le caldaie, i chiodi e i ferri da cavallo.

Il mantice della fucina

La capanna del sellaio

La capanna del sellaio

Questa capanna, restaurata nel 1970, è stata nel tempo utilizzata per finalità diverse. Inizialmente era destinata al laboratorio artigiano del cuoio. Fu poi utilizzata per seccarvi le castagne. Oggi è la ‘residenza’ delle oche domestiche allevate nel villaggio.

Le oche allevate nel villaggio

Si tratta di una capanna ‘siamese’, a doppia cupola, aperta all’interno, dotata di porta d’ingresso e di finestre. Di particolare eleganza costruttiva è il raccordo tra i tetti delle due cupole.

Particolare del tetto della capanna gemina

La capanna del tessitore

La capanna del tessitore

La capanna raccoglie oggi al suo interno un piccolo museo di vita contadina, con gli oggetti utilizzati dagli antenati degli attuali abitanti.

La raccolta di oggetti di vita contadina

La residenza privata

L’abitazione privata

Un settore del villaggio è destinato alla famiglia proprietaria e ha carattere privato. Si articola nell’edificio residenziale in pietra a secco, cui si accede da una porta ad arco, affiancato dalla capanna del forno.

La capanna tricellulare di servizio

A servizio dell’abitazione principale vi è una capanna tricellulare, edificata unitariamente ma articolata in tre diversi interni indipendenti, con tre distinte cupole raccordate tra loro. Attualmente la capanna è utilizzata come ripostiglio.

Il cantiere scuola

Il cantiere scuola

Il villaggio è dotato di una sala video e di un cantiere didattico nel quale sono insegnate e apprese le tecniche costruttive delle capanne di pietra.

La tecnica di costruzione dell’arco

Impressionante è il parallelo tra l’architettura spontanea e la tecnica costruttiva degli archi e delle volte dei monumenti del Romanico. Esiste anche uno spazio ludico libero dove ciascun visitatore può improvvisarsi costruttore.

Lo spazio per aspiranti costruttori

(Ho visitato il villaggio di Breuil il 31 agosto 2018)

La Lanterna dei morti a Sarlat

Sarlat-la-Canéda è una cittadina francese del Périgord, nel dipartimento della Dordogna. La sua storia inizia nel Medioevo quando il borgo si sviluppa intorno all’abbazia benedettina. Ma il suo periodo d’oro è il Cinquecento quando le nuove famiglie della nobiltà locale creano prosperità e costruiscono le loro dimore nello stile artistico e nello spirito umanistico del Rinascimento. L’antica abbazia benedettina è stata intanto promossa al rango di vescovado e la chiesa romanica è stata distrutta per far posto alla nuova cattedrale dedicata a Saint-Sacerdos.

1 - La lanterna dei morti di Sarlat

La lanterna dei morti di Sarlat

Tra i resti dell’abbazia, alle spalle dell’abside della cattedrale, sopra il cimitero e i superstiti arcosoli tombali, spicca ancora oggi la Lanterna dei Morti, un’impressionante torre cilindrica a forma di missile, puntata verso il cielo. Vi si accede con una rampa di scale al termine di una stretta stradina. Sulle pareti si aprono finestre e al culmine della volta a costoloni, la chiave di volta raffigura l’Agnus Dei, l’agnello crucifero, simbolo del Cristo risorto.

2 - L'interno della torre-lanterna

L’interno della torre-lanterna

La lanterna dei morti è un edificio in muratura, di forma variabile, tipico di alcune zone dell’Europa centrale. In genere è cavo e allungato, in forma di torre. Alla sommità si trova un locale aperto (con almeno tre aperture) in cui, al crepuscolo, veniva un tempo issata una lampada accesa che secondo la tradizione serviva come guida per i defunti. Di questo “fanal” sono state proposte diverse interpretazioni simboliche, anche se il senso resta controverso ed enigmatico.

3 - La volta della torre con l'Agnus Dei

La volta della torre con l’Agnus Dei

Probabilmente il significato di questa torre-lanterna va recuperato alla luce della liturgia pasquale del XII secolo praticata dai monaci della locale abbazia benedettina, dedicata al Salvatore. La torre sarebbe stata un’interpretazione del cupola del Santo Sepolcro di Gerusalemme come era rappresentata sin dal quarto secolo: una torre circolare, con una porta al primo livello che dava accesso alla Tomba di Cristo, e un secondo livello con un baldacchino a quattro colonne. Nei giorni del triduo pasquale, i monaci vi venivano in processione per pregare sull’altare della reposizione e visitare il “sepolcro”. I monaci potevano quindi sedersi sulla panchina in esedra per meditare sulla morte e la risurrezione di Gesù.

4 - Lo spettatore di Piazza dela Libertà

Lo spettatore di Piazza della Libertà

(Ho visitato Sarlat il 31 agosto 2018)

Le noci e i Magi di Saillac

Le noci del Périgord sono una rinomata specialità territoriale francese. Ed eccoci allora sulla “Strada della Noce”, un sinuoso itinerario tra i campi della Corrèze e del Lot coperti da boschetti di alberi di noce. Giungiamo così al villaggio di Saillac. Ci accolgono le “quatre demoiselles” del Museo della Noce.

Il logo del Museo della Noce

Un popolare indovinello del Limosino si chiede «Quatre demoiselles dans un couvent qui ne voient ni pluie ni vent… Qui sont-elles?”. Chi sono le quattro signorine rinchiuse in un convento che non vedono né pioggia né vento? Ma sono, ovviamente, le quattro parti del seme della noce!

Il Museo della Noce di Saillac

Il Museo di Saillac è un originale tributo versato a questo popolarissimo e gustoso frutto che compare talvolta sulle nostre tavole. Volgiamo ora le spalle al museo per scoprire la chiesa del villaggio, dedicata a San Giovanni Battista. L’aspetto è quello di un maniero fortificato, con un impianto difensivo basato su due torri e un piccolo ingresso a portico.

La chiesa di San Giovanni Battista

Il possente guscio protettivo, eredità dei secoli e delle guerre di religione, custodisce tuttavia un grazioso timpano scolpito, che conserva l’originale policromia.

Il timpano del portale

La scena rappresentata nella lunetta è quella dell’adorazione dei Magi. I tre re – due anziani barbuti e un terzo giovane e imberbe – si lasciano alle spalle le loro cavalcature e avanzano in piedi portando i loro doni tra le mani. Gesù bambino, seduto sulle ginocchia di sua madre, mostra di gradire molto questi regali. Maria ha la corona della regalità sul capo ed è affiancata dallo sposo Giuseppe.

L’arcangelo Michele contro il drago

Il fregio sottostante descrive una scena infernale. A sinistra un leone alato sbrana con i suoi denti aguzzi un ragazzo che tenta invano di difendersi. A destra interviene l’arcangelo Michele che incatena il drago e lo infilza nella bocca con la sua spada aguzza. La scena evoca un passo dell’Apocalisse di Giovanni (20,1-2): “E vidi un angelo che scendeva dal cielo con in mano la chiave dell’Abisso e una grande catena. Afferrò il drago, il serpente antico, che è diavolo e il Satana, e lo incatenò per mille anni”.

Scena di caccia

Il pilastro centrale del portale è decorato da una scultura a spirale avvolgente che descrive una scena di caccia. In basso un battitore suona il corno e lancia i cani sulle tracce di un cervo che termina la sua fuga nella rete di un cacciatore.

Il cane battitore

(Ho visitato Saillac il 29 agosto 2018)