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Il nostro sito www.camminarenellastoria.it è in continuo aggiornamento ed evoluzione. Questo blog fornisce ai visitatori anticipazioni sui percorsi storici legati alla civiltà rupestre, ai tratturi e alle transumanze, all’architettura spontanea, ai campi di battaglia, ai sentieri dello spirito e alle visioni dell’aldilà. Buona navigazione!

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Vallo Alpino. Il Bunker di Valdaora in Val Pusteria

“La pace regna in Valle Anterselva. Il vento sussurra soavemente tra le alte cime degli alberi, le travi di una vecchia baita scricchiolano piano. Altrimenti il silenzio. I boschi selvaggi odorano di resina, i prati seducono con un profumo dolce e acerbo…”. D’accordo, è il linguaggio rarefatto dei dépliant turistici. Del resto siamo in Alto Adige, nella Val Pusteria, uno dei distretti turistici alpini tra i più amati. Ancor più sorprendente, quindi, scovare opere di guerra, nascoste nelle pieghe di questa terra. Un colosso di calcestruzzo si annida alla confluenza del rio Anterselva nel fiume Rienza. Bunker e sbarramenti, si sa, per loro natura sono costruiti in modo da passare inosservati: scavati nel profondo del terreno e nella roccia, sempre ben mimetizzati. Il Bunker di Valdaora è invisibile e ignoto ai più. Se ne può andare alla scoperta solo con una visita guidata.

Valdaora in Val Pusteria

Prima però qualche rigo di storia. Il Vallo Alpino risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il regime decise di proteggere i confini alpini dell’Italia con un sistema di fortificazioni difensive distribuito tra Ventimiglia a Fiume. Anche l’Alto Adige fu interessato dal lavoro di costruzione degli sbarramenti fortificati in funzione anti-tedesca. Le proteste del Reich e le successive vicende belliche comportarono la sospensione dei lavori. Solo dopo l’adesione al Patto Atlantico, nel 1949, le Forze armate italiane ripresero i lavori del Vallo Alpino a difesa della frontiera nord-orientale, nella logica della Guerra Fredda e del contrasto con il Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica e l’adesione dei nuovi paesi all’Unione europea, cessò definitivamente l’importanza strategica e di conseguenza l’interesse per le fortificazioni di confine. Nel 1992 iniziò la completa dismissione di tutte le opere dell’ex Vallo Alpino, site in Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. Nel 1998 le fortificazioni dismesse dell’Alto Adige sono state trasferite in proprietà alla Provincia autonoma di Bolzano. La Provincia ha selezionato le opere più interessanti da conservare e ne ha progressivamente aperto l’accesso ai visitatori a scopo culturale, didattico e turistico.

Apertura mimetizzata

Lo sbarramento di Rasun-Valdaora fu realizzato nel 1940, con il compito di difendere la direttrice della Val Pusteria. Comprendeva venti opere difensive, tra cui sei scavate nella roccia, ma le difese anticarro (fossati e punte di calcestruzzo) e i campi minati non vennero mai realizzati. Il Bunker di Valdaora era equipaggiato con armamenti fissi (cannoni) e mobili (mitragliatrici), nonché con impianti tecnologici (elettrico, telefonico, aereazione, deumidificazione) e arredi necessari alla permanenza delle truppe all’interno dell’opera (camerette con brande, tavoli, riserve d’acqua e di cibo, latrine).

L’ingresso del bunker di Valdaora

Al bunker era assegnato il battaglione Alpini d’Arresto ‘Val Brenta’ che risiedeva nella caserma di Valdaora di Sotto. La visita dei gelidi interni del bunker si sviluppa nei lunghi corridoi, affiancati dalle camere e dalle strutture di servizio e raggiunge le camere di sparo dell’artiglieria e le feritoie delle mitragliatrici. Sono anche visibili gli impianti manuali per la ventilazione e le centraline degli impianti elettrici.

L’impianto manuale di ventilazione interna

Il giro esterno del bunker consente di apprezzare il suo basso profilo sul terreno, la dissimulazione della struttura nel boschetto, le protezioni mimetiche esterne e le diverse feritoie di sparo. La visita va concordata con l’ufficio turistico di Rasun di sotto.

Feritoia di sparo

(Ho visitato il bunker il 17 agosto 2017)

Il forte asburgico di Fortezza sull’Isarco

Singolare destino per questo imponente complesso di architettura militare costruito dagli Asburgo. Fu figlio della paura. Si aveva timore che la Francia di Napoleone potesse attaccare l’Austria da sud, lungo la valle dell’Isarco. Con sforzi immensi si costruirono casematte in durissimo granito, si alzarono mura poderose, si aprirono feritoie irte di artiglieria e fucileria per il controllo dei dintorni. Un gioiello di architettura bellica asburgica, a prova di bomba, che doveva rappresentare uno sbarramento invalicabile per qualunque esercito. Mai utilizzato, però. Nessun ‘nemico’ lo ha mai attaccato. I suoi cannoni non hanno mai sparato neanche un colpo. Per fortuna, certo. Ma proprio un destino bizzarro, se non farsesco, per un’opera di guerra.

La Fortezza nella stretta della valle dell’Isarco

Siamo a Fortezza (Franzensfeste), in Alto Adige, tra Vipiteno e Bressanone. Il forte, che ha trasmesso il nome anche al vicino borgo, sbarra come una diga il fiume Isarco, affiancato dalla statale, dall’autostrada del Brennero e da due linee ferroviarie. Alle guarnigioni austro-ungariche si sono succedute nel tempo le truppe tedesche della Wehrmacht e gli Alpini italiani. Poi nel 2005, cessate tutte le preoccupazioni militari legate alla Guerra fredda e alle minacce del Patto di Varsavia, ritiratisi i soldati, la Fortezza è stata pacificamente invasa dai turisti, che dall’alto delle mura possono rivivere le sensazioni letterarie del tenente Drogo, nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Divenuta luogo di eventi ed esposizioni, la Fortezza sta definendo una sua nuova identità, trasformando così un luogo inquietante e repulsivo in un’attrazione turistica internazionale.

Un pannello della mostra storica

L’ingresso

Il portone d’ingresso della Fortezza

Il monumentale portone d’ingresso è costruito con possenti blocchi di granito, ognuno dei quali pesa circa tredici tonnellate. La scritta latina sull’architrave ricorda gli imperatori austriaci Francesco e Ferdinando che decisero la costruzione della fortezza (“Franciscus I. Austr. Imp. inchoavit MDCCXXXIII – Ferdinandus I. Austr. Imp. Perfecit MDCCXXXVIII”).

La cappella

L’interno della cappella

Nel cortile della fortezza sorge la chiesetta a servizio della guarnigione. Costruita in stile neo-gotico, il suo profilo esterno contrasta nettamente con le masse squadrate delle fortificazioni. Anche l’interno, con le pareti e le volte a cassettoni, è dissonante rispetto al resto; a imitazione della volta del Pantheon romano, l’interno ha una buona resa acustica che consentiva alla voce del celebrante di diffondersi anche all’esterno. Più recentemente la cappella è stata arredata da pannelli con citazioni tratte dalla Bibbia e dalle encicliche degli ultimi Papi e anche con piccole opere d’arte.

Locus perennis: l’obelisco geodetico

L’obelisco locus perennis

Un piccolo obelisco sovrasta una scritta in latino che dice: luogo perenne di misurazione precisa dell’altitudine realizzato nel 1893 con un teodolite europeo in Austria e Ungheria. Si fa riferimento al problema scientifico della misurazione dell’altitudine. Nel 1871 i geografi europei avevano stabilito di creare in luoghi assolutamente stabili dal punto di vista geologico delle quote di riferimento precise al millimetro, che potessero fungere da base per ulteriori misurazioni. Nell’Impero austro-ungarico l’Istituto Geografico Militare di Vienna individuò, sette punti di riferimento altimetrico tarati sull’altezza media del mare nel porto di Trieste. Il più alto di questi riferimenti si trova proprio qui, nella Fortezza, a 736 metri: la placca di ottone con la misura è nascosta sotto l’obelisco di granito. Gli altri sei punti si trovano in Slovenia, Cechia, Ungheria e Romania.

Le architetture interne

Un arco interno

La Fortezza fu progettata come una struttura sobria e orientata unicamente alla funzionalità. Scalpellini e muratori la costruirono tuttavia con l’orgoglio artigianale di un tempo, ove ogni pezzo era unico e realizzato a mano. Pilastri, archi e volte in rossi mattoni pieni esibiscono curve perfette come si trattasse di architetture da mettere in mostra.

L’esposizione permanente

Un pannello della mostra permanente

Una mostra permanente, distribuita nelle sette grandi casematte, illustra le vicende di questa costruzione. I visitatori hanno la possibilità di informarsi sulla storia della ‘Cattedrale nel deserto’, dalla sua realizzazione fino ad oggi, attraverso racconti e aneddoti, in particolare sulla realizzazione di questa gigantesca struttura e degli effetti che questa ha avuto sulla zona circostante. Tramite diverse postazioni interattive è possibile scegliere oltre alla storia del Forte, anche la storia del traffico nel territorio e dell’oro della Banca d’Italia che una volta era custodito in questa fortezza. Alla mostra permanente si affiancano periodicamente mostre temporanee.

Un cortile del forte

(Ho visitato Fortezza il 16 agosto 2017)

L’uomo con la borsa al collo

L’uomo con la borsa al collo è un’immagine medievale che esprime la condanna sociale e religiosa per l’uso peccaminoso del denaro. La borsa al collo è piena di monete: una ricchezza ‘male acquisita o illecitamente tesaurizzata’, un pesante fardello del quale il peccatore non riesce a liberarsi e che lo appesantisce precipitandolo all’inferno. La borsa al collo contraddistingue numerose figure detestate nella società medievale: l’avaro, l’avido usuraio, il falsario di monete, il mercante disonesto, il ricco cattivo, il traditore Giuda.

L’uomo con la borsa al collo tra i dannati (Autun)

La preoccupazione dell’idolatria di Mammona è una costante nella vita della chiesa. Gesù mette in guardia dalle ‘borse’ e ammonisce: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34). La tensione tra ricchezza e povertà attraversa la chiesa medievale: i movimenti pauperisti, per i quali la povertà voleva dire essenzialmente assenza di possesso, trovarono come obiettivo polemico della loro predicazione mercanti, usurai, vescovi e abati disinvolti nella gestione dei beni. Tensioni analoghe si sviluppano nella società medievale, sconvolta dalla nascente economia di mercato, dal prestito a interesse, dall’affermazione delle banche e dei banchieri.

Il dannato con i fardelli delle sue ricchezze (Fornovo di Taro)

L’immagine dell’uomo con la borsa al collo compare in diversi contesti, a cominciare dai giudizi universali per poi proseguire nelle raffigurazioni dell’inferno, nei combattimenti tra i vizi e le virtù, nelle cavalcate dei vizi, nella pittura infamante urbana, nei cicli delle parabole di Lazzaro e del tradimento di Giuda.

Propongo una breve rassegna tipologica di personaggi nei quali la borsa al collo identifica i tanti peccati legati all’uso del denaro.

L’usuraio di Ennezat

Il capitello di Ennezat

L’uomo è afferrato ai polsi da due diavoli alati e ha una borsa tondeggiante che gli pende dal collo. Il diavolo ha scritto sul cartiglio “Cando usuram acepisti opera mea fecisti” (Quando prendesti l’usura compisti l’opera mia). Al di sotto è un recipiente che reca le parole “munera” e “dives”. Il capitello è nella Collégiale Saint-Victor et Saint-Couronne di Ennezat fondata dal duca di Aquitania tra il 1061 e il 1073 per la vita comune di dodici canonici. L’usura è il prestito di denaro da restituire gravato da interessi onerosi. L’usuraio era considerato un peccatore tra i più infami.

L’avaro di Conques

Il capitello di Conques

Su un capitello del transetto di Conques vediamo l’avaro finire nelle mani dei diavoli che lo prendono in consegna con visibile soddisfazione. L’avaro ha la scarsella dei soldi appesa al collo e la soppesa con la mano, proteggendola dalle mire diaboliche. La scritta sul cartiglio dice “Tu pro malum, accipe meritum”, ovvero “ricevi la ricompensa che meriti per il tuo peccato”. Conques, nell’Aveyron, fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella.

Il ricco Epulone di Moissac

Il portale di Moissac

Il portale dl Moissac racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco. Questi, nel corso della sua vita fortunata, vestiva elegantemente e banchettava con i suoi amici mentre alla sua porta il povero Lazzaro mendicava il cibo. Dopo la morte il povero Lazzaro era stato accolto in cielo, nel seno di Abramo, mentre il ricco si era ritrovato tormentato nell’Ade. La scultura descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno, schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli. Moissac è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica.

Fol Dives: il ricco stolto di Orcival

Il capitello di Orcival

Un capitello nella chiesa di Notre-Dame di Orcival, scolpito nella prima metà del dodicesimo secolo, mostra un personaggio che stringe la borsa appesa al collo mentre due diavoli lo tormentano con i forconi. L’incisione sovrastante lo definisce “Fol Dives”, un “ricco folle”. Si tratta della figura immortalata nella parabola di Luca (Lc 12, 16-21): “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: ‘Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!’. Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?’. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.

I trenta denari di Giuda

Giuda impiccato all’inferno con la borsa dei trenta denari (Conques)

Nel giudizio universale di Conques, a fianco di Lucifero, compare un uomo impiccato, con il corpo avvolto nelle spire dei serpenti e con la borsa di monete appesa al collo. Si tratta di Giuda, l’apostolo che tradì Gesù per trenta denari. La storia è nota dal vangelo di Matteo: “Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27, 3-5). L’ignobile mercato della vita di Gesù venduta per denaro fece di ‘Judas mercator pessimus’ un soggetto esecrato nella mentalità popolare e nell’iconografia.

Il Simon Mago di Chartres

Simon Mago con la borsa al collo calpestato da San Pietro (Chartres)

Il portale sud della cattedrale di Chartes è rivestito dalle lunghe statue dei dodici apostoli. In posizione d’onore, l’apostolo Pietro schiaccia sotto i piedi un omino barbuto che stringe la borsa appesa al collo. Quell’omino è Simon Mago, il samaritano che ‘praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio’. Nel racconto degli Atti degli apostoli egli chiese a Pietro e Giovanni – in cambio di denaro – il privilegio di conferire lo Spirito Santo: “Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: “Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”. Ma Pietro gli rispose: ‘Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità” (At 8, 18-23).

Il vescovo simoniaco di Giotto

Il vescovo simoniaco (Padova)

Il giudizio universale dipinto da Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova dedica un ampio spazio ai peccatori che si sono macchiati delle colpe legate al cattivo uso del denaro. Tra questi vediamo un vescovo simoniaco, portato sulle spalle da un diavolo, che dà l’assoluzione a un fedele inginocchiato in cambio della borsa di denaro che ha appesa al collo. La simonia è l’uso peccaminoso delle risorse sacre e la compravendita di beni sacri spirituali, come le assoluzioni e le indulgenze. Nel medioevo furono definiti simoniaci coloro che compravano il titolo di vescovo e abate al solo scopo di entrare in possesso dei feudi, dei fondi e degli immobili che nelle campagne e nelle città erano legati alla carica. Le spese di gestione, tra l’altro, gravavano spesso sui sudditi. Ciò spiega le ribellioni del basso clero e del popolo insieme con la diffusione di movimenti pauperistici ed ereticali contro la corruzione del clero simoniaco.

L’avarizia a cavallo

L’avarizia e la superbia nella Cavalcata dei vizi

La Cavalcata dei Vizi è un soggetto iconografico diffuso nelle regioni frontaliere delle Alpi occidentali. I sette vizi capitali sono simbolizzati da altrettanti personaggi maschili e femminili che cavalcano animali anch’essi simbolici; il corteo dei personaggi a cavallo, legati tra loro da una lunga catena, è trascinato da un diavolo nella gola del Leviatano infernale. Un ciclo della cavalcata è stato affrescato da Aimone Duce nella cappella di Santa Maria di Missione a Villafranca Piemonte. Qui l’Avarizia è raffigurata nei panni di una vecchia tirchia, a cavallo di una scimmia cleptomane, che pur di accrescere il suo tesoretto di monete si costringe a una vita di privazioni, percepibile nel corpo macilento, nell’abito misero e strappato, nello straccio usato come copricapo, nella mancanza di calzature.

La carità schiaccia l’avarizia

Largitas vs Avaricia a Aulnay

Il portale della chiesa di Saint-Pierre di Aulnay è decorato negli archivolti da scene di combattimento tra le virtù e i vizi. Il contrasto tra la generosità e l’avarizia è rappresentato dalla donna guerriera della Largitas, armata di elmo, corazza e scudo, che calpesta Avaricia, visualizzata come un uomo con la borsa al collo. Fu il poema allegorico della Psychomachia a sviluppare la rappresentazione dei vizi e delle virtù. Prudenzio vi descrive, in scene vive e variate, i combattimenti epici che impegnano le personificazioni femminili: la Fede contro l’Idolatria, la Pudicizia contro la Libidine, la Pazienza contro la Collera, l’Umiltà contro la Superbia, la Sobrietà contro l’Abbondanza, la Generosità contro l’Avarizia, la Concordia contro la Discordia.

Per approfondire

Il libro di Giuliano Milani

Il mare. Una tragedia, il finimondo…

Oggi il mare è sinonimo di piacere e di villeggiatura. Il 48% degli italiani che va in vacanza sceglie le località marine. Ma non è sempre stato così. Nell’antichità e nel medioevo il mare è stato associato nella sensibilità collettiva alle peggiori immagini di sciagura. Esso era collegato alla morte, alla notte, all’abisso, alle tempeste, ai naufragi, ai cicloni, alle malattie infettive, alla sete ardente, ai mostri. Sancho Pancia sintetizzava così il sapere popolare sul mare: “Se vuoi imparare a pregare, vai per mare”. E allora, ecco una rassegna d’immagini d’arte nelle quali il mare non è più un sogno ma un terribile incubo.

Il maremoto

Il maremoto è un cataclisma generato da movimenti tellurici sottomarini che determinano l’insorgere e il propagarsi nei mari e negli oceani di onde, talora molto alte, con effetti in qualche caso disastrosi, di flusso e di riflusso, specie sulle coste. Nella letteratura e nell’arte cristiana il maremoto è addirittura un evento apocalittico, uno dei segni che accompagneranno la fine del mondo. Un esempio lo troviamo a Lanciano, in Abruzzo, dove la Cappella di San Legonziano è decorata di affreschi del 1515 che descrivono i cataclismi che precederanno la fine del mondo e il giudizio universale. Le prime quattro catastrofi saranno quelle del mare.

Il mare si solleva…

Primo giorno: il mare si alzerà al di sopra delle montagne (el primo dì salzera el mare quaranta braza sopra ciascadun monte). Una gigantesca onda anomala, frutto del maremoto, si solleva sulla spiaggia popolata da persone atterrite e raggiunge le nuvole in cielo. Il mare ospita grandi pesci, imbarcazioni di diversa taglia e una vistosa sirena dalla coda bifida.

Il mare si ritira…

Secondo giorno: il mare si ritirerà (el secondo dì  andarà tanto igiuso che a mala pena si potrà vedere. Per questo el populo starà tanto pensoso). Un’eccezionale bassa marea rivela il letto asciutto del fiume sotto i ponti e il fondo del mare con la fauna marina a secco. Di fronte al borgo, sulla riva, la gente indica i segni del prodigio naturale.

I pesci saltano fuori dall’acqua…

Terzo giorno: i pesci salteranno fuori dall’acqua (el terzo dì i pesci monteranno sopra de l’aqua con gran furore tanto le voci e gridi che vi saranno insino al cielo andarà quelo romore). I pesci, le sirene e i serpenti marini si avventano fuori dall’acqua schiumante, aggredendo gli umani e combattendo una selvaggia battaglia ittica.

Il mare si prosciuga…

Quarto giorno: il mare si essiccherà (el quarto dì si die secare con tute le altre aque similmente). È l’ultimo cataclisma marino. Sotto gli sguardi turbati della gente, l’acqua del mare evapora totalmente e lascia a secco le imbarcazioni a vela.

Il diluvio universale

Il diluvio universale

Nell’immaginario popolare una delle grandi paure è quella dell’alluvione. Da Firenze al Polesine, per effetto dei cicloni, delle “bombe d’acqua”, delle esondazioni, le alluvioni sconvolgono i campi e distruggono le case. L’archetipo di questi cataclismi è il diluvio universale. La biblica storia di Noè e dell’arca è raccontata nelle immagini di tanti artisti. Proponiamo l’immagine dipinta da Aurelio Luini nel 1556 a Milano, nella chiesa di San Maurizio, accompagnata dal testo del libro della Genesi.

Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Genesi 7, 17-24).

I morti in mare

La risurrezione dei morti in mare

Una tragedia che ha provocato storicamente una grande angoscia è il morire in mare. L’idea di non avere una sepoltura, una croce sulla quale potesse confluire il pianto e il ricordo delle persone care, era intollerabile. Forse per questa ragione la speranza nella risurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale ha trovato riflessi nelle raffigurazioni artistiche dell’ultimo giorno e ha voluto ricordare i morti in mare. In particolar modo nell’arte bizantina, al suono della tromba del giudizio i morti si rianimano, risorgono dalle loro tombe e sono restituiti dalla terra, dal mare, dalle fiere terrestri e marine. La specificazione dei morti sulla terra e degli annegati in mare ha la sua fonte nell’Apocalisse (20,13): Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Nel Giudizio universale di Voroneţ, in Romania, il mare è personificato in una donna che ha una banderuola, una fontana sul capo, un veliero tra le mani ed è seduta sul dorso di due cetacei. Tra le acque si riconoscono i profili delle balene, di una piovra e di un serpente marino, oltre alle sagome di pesci più diffusi e familiari. L’ombra di un annegato riemerge tra le onde. Altri resti umani sono vomitati dai grandi predatori marini. Gli scomparsi in mare avranno la loro giustizia.

Abruzzo. Sul tratturo, da Collarmele a Forca Caruso

Partiamo da Collarmele. La chiesetta di Santa Maria delle Grazie, a margine del paese, accanto al Parco Tratturo e al Cimitero, è un buon punto d’inizio. Malinconiche stampelle di legno rimediano agli acciacchi dell’abside, lasciati in eredità dal terremoto del 2009. Ma la facciata è sempre splendida, luminosa, abbagliante. Le maioliche multicolori formano un arazzo intessuto dai simboli dei maggiori casati del tempo con una corona di frutti intorno al simbolo del sole. Il portale classico, le due finestrelle quadrate, l’occhio in alto e le nicchie con le statue di Pietro e Paolo, completano gradevolmente il prospetto rinascimentale.

La facciata di Santa Maria delle Grazie a Collarmele

Dalla chiesa si lascia a sinistra la Tiburtina-Valeria e si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un campo di pannelli solari. Dopo due km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo svolta decisamente a sinistra (nord-est) e s’infila in un valloncello sassoso che risale il colle di Magliano. La natura demaniale del tratturo ha favorito il passaggio dei vettori di energia, come il metanodotto (i cippi e le paline della Snam ci accompagneranno per tutto il percorso) e i cavi interrati dell’elettricità a media tensione. Sui colli si alzano le grandi pale del parco eolico. Al termine della salita troviamo una cava, che aggiriamo sulla sinistra. Proprio di fronte alla cava, sul punto di valico, a mille metri di quota, il cippo del tratturo si mette in mostra e ci rassicura sul percorso.

Il cippo a quota mille

Proseguiamo ora in piano nell’incassato valloncello che affianca la statale, seguendo la pista del metanodotto, fino a sbucare in campo aperto. Davanti a noi si apre il grande spazio del Piano di San Nicola. Superata la strada bianca che scende dall’impianto eolico, mentre la strada statale compie una larga curva, seguiamo l’andamento lineare del tratturo al centro della conca.

Il tratturo sul piano di San Nicola

A sorpresa calchiamo esattamente il sedime dell’antica via romana Valeria che da Cerfennia (l’odierna Collarmele) raggiungeva Corfinio e le gole di Popoli. Si osserva la sua lieve sopraelevazione sul terreno circostante e si apprezza il lavoro sugli argini, mirato a difendere la strada dall’impaludamento. Gli ingegneri stradali dell’antica Roma ci sapevano fare…

I ruderi delle Case Mascioli

Un percorso parallelo (che si può seguire al ritorno) costeggia la base del colle della Forchetta e consente di osservare le depressioni della località Pantano (una di queste ospita un laghetto abbeveratoio per gli animali) e poi di curiosare tra le rovine delle Case Mascioli, testimonianza di antichi insediamenti legati a monasteri ormai scomparsi.

Gregge sul tratturo

Una strozzatura segna il confine tra il piano di San Nicola e il successivo piano di San Rufino. Poco prima, sulla destra è un caratteristico “stazzo”, il recinto di riposo notturno del gregge, affiancato da un ricovero. Superato il piccolo valico, si traversa il pianoro scegliendo se tenersi in alto (sul sentiero che affianca la statale o direttamente sull’asfalto) o seguire la pista che scende sul fondo del pianoro.

Il piano di San Rufino

Non lontano è una fattoria, che è ancora oggi esempio della tradizionale integrazione tra agricoltura di montagna e allevamento. Sul colle dietro la fattoria è ancora evidente il taglio a mezza costa dell’antica strada romana che lasciava qui la Via Valeria, costeggiava il pianoro e scendeva in direzione sud verso Pescina e la valle del Giovenco.

Il valico di Forca Caruso

L’escursione sul tratturo termina a Forca Caruso, al km 143,300 della strada statale n. 5  “Tiburtina Valeria”. Siamo alla quota di 1107 metri, sul ventoso valico che separa la conca del Fucino dalla Valle Subequana. Forca Caruso è oggi un luogo semi-sconosciuto agli stessi abruzzesi. Chi viaggia tra i due mari percorre veloce i viadotti e le gallerie delle nuove autostrade. E il vecchio negletto valico è stato accantonato ed è diventato un luogo remoto e nascosto. Ieri non era così. La consolare Tiburtina Valeria, che transitava sul valico, era il collegamento obbligato per le auto in viaggio tra l’Abruzzo e Roma. L’altroieri era un addirittura un affollato passaggio per le tribù italiche dei Marsi e dei Peligni, per le legioni romane che marciavano da Cerfennia a Corfinium, per le greggi transumanti che salutavano il lago del Fucino e scendevano in valle Subequana, per le diligenze postali e anche per i briganti. Un valico temutissimo per le sue tempeste di vento e per la neve che vi stazionava tutto l’inverno.

Il cippo del tratturo a Forca Caruso

Proprio sul valico, dov’era una casa cantoniera di cui restano solo le fondamenta, saliti pochi metri sul pendio di Monte Ventrino, troviamo un altro cippo che segnala il passaggio del R(egio) T(ratturo). Dopo esserci affacciati sul versante della valle subequana, possiamo riprendere la via del ritorno. Per i tempi di percorrenza occorre prevedere almeno due ore e mezza per l’andata e due ore per il ritorno a Collarmele

Sul piano di San Nicola

(Percorso effettuato il 31 marzo 2017)

Il Canto della Sibilla

Il “Canto della Sibilla” è un testo liturgico di genere apocalittico che descrive i segni della fine del mondo e il giudizio universale. La sua versione cantata si è diffusa nell’Italia centro-meridionale (per esempio ad Alghero) e nella penisola iberica (Castiglia, Catalogna e Baleari). L’Unesco ha voluto dichiararla, con una decisione del 2010, uno dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità. La versione premiata dall’Unesco è quella diffusa nell’isola di Maiorca, dove la popolarità del Canto è immensa: si può dire che ogni parrocchia lo canti in forma teatrale nella celebrazione della notte di Natale, per annunciare la venuta del Salvatore e il suo ritorno nel Giorno del Giudizio.

El Cant de la Sibilla

Il testo del canto è tratto dagli Oracoli Sibillini ed è stato utilizzato in un sermone dell’africano Quodvultdeus. Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, Quodvultdeus (letteralmente “quello che Dio vuole”), è stato un vescovo berbero di Cartagine al tempo dell’invasione dei Vandali di Genserico e poi profugo a Napoli, dove è morto verso il 453. Ma è stato soprattutto il suo maestro e amico Agostino che ha reso celebre il testo inserendolo nella sua opera De Civitate Dei (La città di Dio), con il famoso incipit “Judicii signum tellus sudore madescet”.

L’Oracolo della Sibilla Eritrea (Michelangelo, Cappella Sistina)

La prefigurazione del Giorno del giudizio è contenuta nei testi di molti Profeti. Ma saranno anche le Sibille che proporranno questo genere di profezie. Le Sibille erano profetesse e sacerdotesse dotate di poteri divinatori e capaci di predire il futuro su ispirazione di divinità pagane. Le più conosciute erano l’Eritrea, la Cumana e la Delfica. Il mondo cristiano, basandosi sulle concordanze tra profezie bibliche e vaticini pagani, assimilerà progressivamente le Sibille e le porrà sullo stesso livello dei Profeti. Fino ad arrivare alla consacrazione finale in Vaticano, dove, nell’Appartamento Borgia, dodici Sibille sono affrescate in coppia con altrettanti Profeti.

La Sibilla eritrea, David e i profeti spiegano i segni del Finimondo (Luca Signorelli, Orvieto)

Il Canto della Sibilla trova analogie con il Dies Irae, altro testo che ha avuto grande fortuna liturgica e musicale. Anche Tommaso da Celano si appoggia all’autorità della Sibilla: “Giorno dell’ira, quel giorno / che dissolverà il mondo terreno in cenere, / come annunciato da Davide e dalla Sibilla”. Luca Signorelli fa spiegare dalla Sibilla Eritrea e dal profeta David i segni del “Finimondo” affrescati nella Cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto. Andrea Milanesi ha scritto che il Canto della Sibilla continua a rinnovare la sua straordinaria impronta di teatrale drammaticità, esaltata dagli sconvolgenti riferimenti al giudizio finale e al caos degli elementi (fuoco celeste, tremore della terra, eclissi lunare e solare): Il portato drammatico e trascendentale evocato da queste straordinarie melodie e la vertigine apocalittica risvegliata dalle profezie e dagli oracoli pronunciati da queste misteriose figure sfociano nelle domande esistenziali e nelle riflessioni sul destino dell’uomo, che trovano risposta ultima nella speranza della nuova prospettiva di salvezza eterna inaugurata con la nascita di Gesù Cristo.

I segni della fine del mondo (Lanciano, San Legonziano)

Leggiamo l’Oracolo sibillino citato da Sant’Agostino in una traduzione italiana: “Come segno del Giudizio la terra si bagnerà di sudore. / Dal cielo verrà il re che sarà nei secoli, certamente per giudicare con la sua presenza la carne e il mondo. / Perciò l’infedele e il fedele vedranno Dio in alto con i santi proprio alla fine del mondo. / Così appariranno con la carne le anime, che egli stesso giudica, quando la terra giace incolta tra densi roveti. / Gli uomini getteranno via gli idoli e ogni ricchezza; il fuoco brucerà la terra, il mare e il cielo e diffondendosi infrangerà le porte del tetro Averno. / Ma i corpi di tutti i santi saranno illuminati dalla luce della libertà, e una fiamma eterna brucerà i peccatori. / Allora, svelando le proprie azioni nascoste, ognuno manifesterà i suoi segreti, e Dio dischiuderà i cuori alla luce. / Allora vi sarà lutto e tutti faranno stridere i denti. / Si oscura lo splendore del sole e cessa la danza delle stelle. / Rotolerà il cielo e il chiarore lunare si spegnerà. / Abbasserà i colli, innalzerà dalla loro profondità le valli. / Tra le cose degli uomini non vi sarà più nulla di sublime o di alto. / Già i monti sono abbassati al livello dei campi e tutte le cerulee distese del mare scompariranno, / la terra ridotta in frantumi perirà: così parimenti fonti e fiumi sono seccati dal fuoco. / Ma allora dall’alto del cielo la tromba farà venir giù un suono lugubre, piangendo la miserabile catastrofe e i vari travagli, la terra spaccandosi farà vedere il caos infernale. / E qui dinanzi al Signore compariranno insieme i re e dal cielo ricadrà un fiume di fuoco e di zolfo”.

Rovereto. Guerra e Pace

Un facile sentiero unisce in un anello il dosso di Castel Dante e il sovrastante colle Miravalle di Rovereto. La ricchezza di stimoli che esso propone lo qualificano come una passeggiata esemplare, tra le migliori d’Italia. Il percorso si muove tra le due opposte polarità della guerra e della pace. Si parte dal sacrario militare e dai nomi dei ventimila soldati che sono lì sepolti, impressionante testimonianza della Grande Guerra che fu combattuta sul fronte della Vallagarina. E si sale fino a raggiungere “Maria Dolens”, la monumentale campana di Rovereto che scandisce ogni sera i suoi rintocchi perché l’uomo, nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre e di tutte le nazioni del mondo, trovi la via della Pace. Lungo il percorso piccoli totem ricordano grandi uomini di pace: Giorgio La Pira, Nelson Mandela, Martin Luther King, Aldo Capitini, il Mahatma Gandhi. Sul colle una suggestiva mostra racconta le tante iniziative realizzate dalla Fondazione per la Campana dei Caduti. Un’escursione che giustifica pienamente l’attributo di “città della pace” che una Legge speciale ha conferito a Rovereto.

Il parco del Sacrario

Il Sacrario militare di Castel Dante

La trincea italiana

Il Sentiero “Camminando nella pace” può essere percorso a partire da Castel Dante. Qui fu inaugurato nel 1938 il Sacrario militare che racchiude le salme di 20.279 caduti italiani e austro-ungarici. All’ingresso è visibile un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 da reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona.

Il rudere del Castello

Nel prato che circonda il Sacrario rimangono un pozzo e pochi ruderi del castello nel quale si dice abbia soggiornato il sommo poeta Dante.

Il sacrario monumentale

Il sacrario è una gigantesca costruzione cilindrica che poggia su due gradoni, raggiungibili mediante una ripida scalinata. All’interno sono scolpiti sulle pareti tutti i nomi dei caduti. Vi si trovano anche un busto del generale Guglielmo Pecori Giraldi (comandante della Prima Armata) e le arche di Damiano Chiesa e Fabio Filzi, traslate qui nel secondo dopoguerra.

“Maria Dolens”, la campana della pace

Maria Dolens, la campana della pace

Usciti dal sacrario, si sale ora lungo lo stradino in lieve pendenza che traversa una zona di gradoni calcarei e una fascia di bosco, accosta una ‘calchera’ (un pozzo di cottura della calce) e giunge al parcheggio del Colle. Qui si visita la Campana, collocata in posizione panoramica sulla valle dell’Adige e i monti circostanti, all’interno della struttura della Fondazione che la tutela. La Campana dei Caduti è stata ideata dal sacerdote roveretano don Antonio Rossaro, per onorare i Caduti di tutte le guerre e per invocare pace e fratellanza fra i popoli del mondo intero. Venne fusa a Trento nel 1924 col bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale e fu battezzata a Rovereto col nome di “Maria Dolens”. Benedetta a Roma in Piazza San Pietro dal Papa Paolo VI nel 1965, la Campana fu collocata sul Colle di Miravalle. Sul manto di “Maria Dolens” sono incise le massime dettate dai Papi: “Nulla è perduto con la Pace. Tutto può essere perduto con la guerra” (Pio XII) e “In pace hominum ordinata concordia et tranquilla libertas” (Giovanni XXIII). La Campana fa udire ogni sera i suoi rintocchi per celebrare i Caduti di tutto il mondo, senza distinzioni di fede o di nazionalità e per rivolgere un severo monito ai viventi: “Non più la guerra”.

Il pannello dedicato a Giorgio La Pira

La Mostra “Il mondo alla campana”

La Mostra della Campana sul colle di Miravalle

Nei locali della “Fondazione Opera Campana dei Caduti” si visita la mostra, assai suggestiva, dedicata alla campana e ricca di video e immagini. Il percorso espositivo parte dalla prima sala, la “Sala della profezia”, per proseguire nella grande sala circolare, lo “Spazio della missione”. Da qui, salendo lungo “l’Ascesa del pellegrino”, si esce sulla “Terrazza della visione”, per poi scendere attraverso il “Boschetto della pace” alla “Galleria delle arti”. Percorrendo il viale delle Bandiere si arriva poi ai piedi della Campana e si prosegue verso il “Parco della memoria” con i suoi allestimenti fotografici.

Le città della pace

Il Parco della Memoria

La Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto, grazie a una legge del 2006, ha istituito il Premio Internazionale “Città della Pace”, con l’obiettivo di far conoscere, valorizzare e rendere visibili quelle comunità, piccole o grandi che siano, che si contraddistinguono concretamente nell’importante creazione, sviluppo e affermazione di un’autentica “cultura di pace”. Nel corso degli anni il premio è stato attribuito alla comunità brasiliana di Acupe di Salvador de Bahia, alla città di Strasburgo, all’Isola di Lampedusa e alla stessa Rovereto.

Il Pellegrinaggio civile sul Sentiero della Pace

La colomba, simbolo del Sentiero della Pace

La Fondazione promuove anche il “Pellegrinaggio Civile” lungo il Sentiero della Pace. Questo percorso, realizzato dalla Provincia autonoma di Trento, collega i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dal Passo del Tonale alla Marmolada, per una lunghezza di oltre 520 chilometri. Il Pellegrinaggio è un cammino della memoria tra le montagne del Trentino, che si conclude alla Campana dei Caduti di Rovereto, simbolo della Pace nel mondo e della conciliazione quotidiana con noi stessi e con gli altri.

Il ritorno

La segnaletica del sentiero

Dal parcheggio del Colle si segue per pochi metri la strada asfaltata per Rovereto e s’imbocca sulla sinistra la strada sterrata che ridiscende all’Ossario di Castel Dante. Dopo due tornanti e un’ampia curva in discesa, la sterrata sbuca di nuovo sull’asfalto della Via Madonna del Monte. Sulla sinistra, quattrocento metri di stretta strada riportano al punto di partenza. Lungo il percorso si osservano le installazioni commemorative degli uomini di pace e i grandi pannelli descrittivi delle attività dell’Opera della Campana.

La mappa del sentiero

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)