Odeporica: la letteratura del viaggio

Quaderni

L’Odeporica è il genere letterario che si occupa del viaggio, delle motivazioni e dei processi del viaggiare. Il viaggio è oggi al centro dell’attenzione. Le esigenze informative e conoscitive dei viaggiatori sono soddisfatte dalla “scrittura di viaggio” proposta da una miriade di strumenti di comunicazione: la guidistica, le rubriche televisive, le riviste, i reportages audiovisivi, l’associazionismo, i festival, il giornalismo turistico, e soprattutto le pagine del web. Si ha tuttavia l’impressione che l’ampliamento e la specializzazione delle diverse forme della comunicazione odeporica non abbia diminuito ma anzi stimolato e reso più ambiziosa la presenza della letteratura nel campo della viaggistica. Questa è la convinzione che ha guidato i curatori della pubblicazione dedicata a L’esperienza del viaggio nella letteratura italiana del Novecento. I contenuti sono suggestivi. Eccone i titoli: “Le città indicibili. Venezia, il viaggio in laguna e la città elusa”, “Antonio Delfini e il vagabondaggio”, “Lungo il nastro ondulato della Cassia. Viaggi, città, paesaggi. Il paradigma della pittura senese nella scrittura di Mario Luzi”, “Tiziano Terzani in viaggio el mondo alla ricerca di sé”, “Il caso de ‘Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro’ di Enrico Brizzi”, “Viaggiatori pigri, panchine, viaggi da fermo: poetiche di itineranza alternativa”. I testi sono di Vincenzo De Caprio, Tania Rossetto, Roberto Morena, Antonello Ricci, Cinzia Capitoni, Stefano Pifferi e Davide Papotti.

Quaderni del ‘900, X-2010, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, www.libraweb.net

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Il Museo dei viaggiatori in Sicilia

Museo dei viaggiatori

Palazzolo Acreide – cittadina siciliana in provincia di Siracusa, localizzata sull’altopiano dei monti Iblei – è un obiettivo di visita imperdibile. Il teatro greco, la sua area archeologica, le chiese barocche, le necropoli rupestri, la via dei Santoni, la casa-museo di Antonino Uccello, sono altrettante tappe di un viaggio “di desiderio”. Palazzolo è anche sede di un museo molto particolare, dedicato alla memoria del Grand Tour in Sicilia. Dalla seconda metà del Settecento la Sicilia diventa l’isola del viaggio, tappa fondamentale del viaggio di formazione dei giovani europei. Lo studio delle antichità porta al doric revival e i templi greci di Sicilia saranno in Europa al centro del dibattito culturale. Artisti e architetti, nell’isola, disegnano i monumenti, i costumi, i fenomeni naturali, le piante esotiche. Preziose incisioni illustreranno le opere odeporiche che saranno pubblicate. Tutta questa preziosa documentazione, costituita dalle incisioni con le vedute dei luoghi, dalle carte geografiche del tempo, dai libri antichi del viaggio, è visitabile nell’originale Museo dei viaggiatori in Sicilia, ospitato nel Palazzo Vaccaro di Palazzolo Acreide.

www.museoviaggiatori.it

Un itinerario consigliato a Palazzolo Acreide è nella sezione “Italia rupestre” del mio sito: http://www.camminarenellastoria.it/index/rup_it_si_3_Akrai.html

Palazzolo Acreide - Interno del Museo dei Viaggiatori

Palazzolo Acreide – Interno del Museo dei Viaggiatori

La Sicilia nel Grand Tour

Il Castello d'Ispica (Jean Houel, 1770)

Il Castello d’Ispica
(Jean Houel, 1770)

L’Italia conosciuta fino agli anni sessanta-settanta del Settecento si fermava a Napoli: il sud e le isole, le montagne dell’Abruzzo e della Sila, il Mezzogiorno infestato dai banditi rimanevano un’Italia proibita ai viaggiatori. Progressivamente il baricentro prese a spostarsi sempre più verso il sud, e intorno agli anni settanta si inserì la Sicilia come crocevia ideale in cui si fondevano interessi storici, archeologici e naturalistici. Una terra quasi sconosciuta prima del 1767, lontana e misteriosa «come se appartenesse ad un altro continente» arriva a dire Hélène Tuzet, dopo Goethe – che vi fu per sei settimane nel 1787, nella stagione propizia della primavera con l’aria tiepida e luminosa, e la vegetazione rigogliosa di fragranze e di colori – divenne una tappa obbligata. Lui stesso ne ebbe una profonda impressione: «L’Italia, senza la Sicilia, non lascia alcuna immagine nell’anima», scrive a Palermo alla metà di aprile. Ci si imbarcava a Napoli con un postale regio per approdare a Palermo, dapprima ogni quindici giorni, e poi ogni settimana. La traversata poteva durare da due a quattro giorni, ma anche di più a seconda delle condizioni meteorologiche. A causa della pressocchè totale mancanza di strade nell’isola, per spostarsi da un punto all’altro si preferiva la navigazione costiera con piccoli battelli, sfidando il pericolo delle burrasche e dei pirati e il mal di mare. Nel 1787 esisteva una sola carrozzabile che partiva da Palermo e si fermava a venti miglia più a sud. La capitale appariva allora in pieno sviluppo; sembrava che dappertutto si costruisse per ingrandirla e abbellirla, le vie erano affollate di carrozze e il lusso vi raggiungeva gli stessi livelli di Napoli. Tra essa e il resto dell’isola, dove regnavano povertà e abbandono, sporcizia e negligenza, il contrasto non poteva essere più netto. Lasciata Palermo si toccavano Agrigento, che con i suoi maestosi templi dorici suscitava entusiasmo e ammirazione, Siracusa e Catania, per giungere allo stretto di Messina.

(Citato da: Rita Mazzei, Per terra e per acqua – Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna)

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Grand Tour

Giovanni Paolo Pannini, Galleria immaginaria di vedute di Roma antica (1757)

Giovanni Paolo Pannini, Galleria immaginaria di vedute di Roma antica (1757)

L’espressione Grand Tour la si trova adottata per la prima volta, in trascrizione francese, nel famoso Voyage of Italy, or a Compleat Journey through Italy (1670) del cattolico realista Richard Lassels che fra il 1637 e il 1668, anno della sua morte, visitò cinque volte l’Italia come accompagnatore di giovani nobili, e fu un attento osservatore. Se in passato a viaggiare erano stati più di tutti quelli che lo facevano per mestiere, come i mercanti e gli ambasciatori, o comunque per necessità, si prese poi a farlo senza una precisa finalità, per desiderio di conoscere, per piacere, insomma per il gusto di viaggiare. In un’epoca di innovazioni tecniche e di profondo rinnovamento intellettuale che coincideva con la «crisi della coscienza europea» fra la fine del XVII secolo e l’inizio del XVIII, il viaggio acquistò un nuovo significato, divenne un’occasione per vedere e osservare la varietà dei comportamenti umani, per confrontare forme di vita e abitudini diverse. Si affermava un’idea nuova del viaggio che veniva ad essere valorizzato dal punto di vista pedagogico e filosofico, una visione moderna destinata a durare per gran parte del secolo XVIII, e che ben poco aveva a spartire con la vita itinerante dei pellegrini o dei mercanti, e comunque di coloro che per secoli avevano battuto le vie d’Europa. Questa nuova forma di mobilità richiedeva un’ampia disponibilità di tempo, più mesi, quando non addirittura anni, specie se includeva un periodo di studio, e buone risorse finanziarie; vedeva all’opera comitive di viaggiatori, poiché, a prescindere dall’antica tradizione del tutor che accompagnava i più giovani, si tendeva a viaggiare in gruppo; e infine quell’esperienza si imponeva come fonte primaria di conoscenza e di formazione individuale.

(Citato da: Rita Mazzei, Per terra e per acqua – Viaggi e viaggiatori nell’Europa moderna)

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Per terra e per acqua

Rita Mazzei

Rita Mazzei è un’appassionata spigolatrice di storie di viaggio, personaggi, diari, tutti raccolti e ordinati poi nel mosaico della grande Storia dell’Europa del Cinquecento. Il primo capitolo del suo libro Per terra e per acqua è dedicato ai protagonisti dei viaggi del tempo: i mercanti, gli ambasciatori, gli universitari e gli uomini di cultura, i pellegrini, le donne. Il secondo capitolo è dedicato alle incognite della strada: le frontiere e i confini, i mezzi di trasporto, le strade con le loro difficoltà e pericoli, gli alberghi, le locande e le osterie, la babele delle lingue, le guide. Un curioso capitolo è dedicato alla “identità fluida” del viaggiatore cinquecentesco, costretto a celarsi sotto l’abito dei mercanti, a muoversi tra paesi a diversa confessione religiosa, tra gli arcigni controlli di città ostili e le città rifugio di esuli e spiriti liberi. Il quarto capitolo racconta “le corti in movimento”, il nomadismo dei reali tra i possedimenti dei rispettivi regni. L’ultimo capitolo, godibilissimo, racconta i viaggi degli stranieri in Italia, il Grand Tour del secolo dei Lumi. Lettura raccomandata.

Il Paradiso di Bastia Mondovì

L'incoronazione di Maria e il concerto degli angeli

L’incoronazione di Maria e il concerto degli angeli

La grande immagine del Paradiso nella chiesa di San Fiorenzo a Bastia Mondovì è la trascrizione dell’incipit del capitolo 21 dell’Apocalisse: «vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. (…) E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate». Il Paradiso è immaginato come la città celeste dell’Apocalisse:  «la città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli». Se è vero che gli angeli presidiano le torri della città, nell’affresco di Bastia la porta è in realtà una sola ed è custodita da San Pietro. Questo particolare richiama un’altra immagine del Paradiso, quella del giardino dell’Eden, la cui porta d’accesso fu chiusa dopo la cacciata dei progenitori Adamo ed Eva colpevoli del peccato originale; sarà San Pietro a riaprirla usando le chiavi del regno dei cieli consegnategli da Gesù. All’interno delle mura, su una predella di legno chiaro, Maria, la madre di Dio assunta in cielo, viene incoronata per mano di Dio padre e del figlio Gesù. L’incoronazione si svolge nel tripudio dei serafini ed è accompagnata dalle musiche suonate da un’orchestra celeste. L’artista ha raffigurato in questa scena tutto il catalogo degli strumenti musicali del Quattrocento: le trombette, i tamburini, la ribeca, il liuto, l’arpa, la ghironda, il cembalo, l’organo e il salterio. La scena centrale è affiancata dai cori dei beati, organizzati in sei file ordinate.

http://www.camminarenellastoria.it/index/ald_it_Pi_CN_1_Bastia.html

Il Paradiso di Bastia Mondovì

Il Paradiso di Bastia Mondovì

L’Inferno di Bastia Mondovì

Lucifero e le pene infernali

Bastia Mondovì occupa un’ansa del Tànaro, sui primi colli della Langa. La chiesa di San Fiorenzo richiama memorie storiche perché luogo di sosta dei pellegrini e dei mercanti che percorrevano la “via del sale” che dal mare traversava le Alpi Marittime. Che non si tratti di una semplice cappella di paese lo dimostra se non altro l’imponente ciclo affrescato che copre all’interno una superficie di 326 mq. La data degli affreschi è il 1472. La parete destra della navata è dedicata al giudizio universale. Il tema è declinato in sei scene: il giudizio, le opere di misericordia, il purgatorio, la cavalcata dei vizi, l’inferno e il paradiso. L’Inferno è una grande caverna destinata ai dannati ingoiati dalla gola del Leviatano. Al centro è Lucifero: un essere mostruoso, certo, ma non orripilante; un ‘cattivo’ da cartoni animati, con le corna, due grandi orecchie bovine dalle quali spuntano serpentelli, capelli a spazzola, occhi tondi senza ciglia, naso schiacciato, due bocche con le quali sgranocchia dannati, il corpo scuro pieno di brufoli pelosi, un grande pancia nella quale rumina i dannati, una terza bocca-ano dalla quale defeca un superbo, due ulteriori bocche sulle ginocchia che al posto della lingua allungano intraprendenti serpentelli, una catena che gli imprigiona le caviglie, zampe palmate. A fargli da sgabello sono gli uomini della legge, avvocati e procuratori, sacerdoti della giustizia ma per la gente comune facitori d’ingiustizia, secondo il detto «summum ius, summa iniuria». A sinistra di Satana è descritta la pena della ruota dentata: i corpi dei dannati sono straziati dai rostri e al termine del giro azionato dal demonio con la manovella precipitano in un pozzo. Al di sopra si vede il corpo di un dannato stritolato da un serpente: il rettile che esce dalla bocca indica nel dannato un falso testimone. Nelle vicinanze un demonio cavalca il corpo di una prosseneta, tormentata con la coda appuntita e tirata per i capelli. Un altro demonio porta sulle spalle una gerla del fieno piena di corpi di dannati. A destra di Satana è piantato l’arbor mali, un albero disseccato che funziona da forca per dannati impiccati per la parte del corpo che ha peccato (l’occhio, la bocca). Seguono le punizioni dei vizi capitali. Il goloso ha il collo strozzato da un serpente e non riesce a deglutire il coscio arrosto che il diavolo gli infila in bocca. L’usuraio è ingozzato forzosamente dall’oro fuso che un diavolo trae con un mestolo da una caldaia. L’avaro è immobilizzato e manganellato sul capo con un fascio di serpenti. Il superbo ha sulla testa un rettile acciambellato a mo’ di turbante; un diavolo con un trincetto gli taglia a pezzi un braccio e ne divora una mano. Un altro diavolo fa cozzare l’una contro l’altra le teste di due dannati, rappresentanti di fazioni contrapposte. Un demonio cinocefalo porta all’inferno un monaco, caricandoselo sulle spalle.

http://www.camminarenellastoria.it/index/ald_it_Pi_CN_1_Bastia.html