15. Le città dell’utopia negativa

La città infernale (Boves, Madonna dei Boschi)

La città infernale (Boves, Madonna dei Boschi)

La “città secolare” descritta dal teologo battista Harvey Cox, è una città caratterizzata dall’anonimità e dalla mobilità, dove “la morte di Dio” e il tramonto della religione tradizionale si accompagnano alla nascita di nuovi riti e nuovi miti. Sulle ceneri delle vecchie città “religiose”, nuovi profeti, lucidi e pessimisti, hanno edificato città immaginarie, utopie negative, monumenti letterari che prefigurano nuovi inferni. Inferni freddi, ordinati, perfetti, tecnologici, alienati, psicologici. Sono gli inferni urbani di Orwell, Huxley, Bradbury.

La città è disseminata di cartelloni pubblicitari con una faccia dai baffi neri e la scritta «Il grande fratello vi guarda». Domina la città l’enorme piramide di candido cemento del Ministero della Verità. Sulla sua facciata giganteggiano gli slogan del Partito: «La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza». In tutte le case un “teleschermo” che non può essere spento riversa il pattume sonoro della propaganda ufficiale e trasmette contemporaneamente tutti gli eventi della vita privata delle famiglie ai terminali della Psicopolizia, la polizia del pensiero. È la città descritta da George Orwell in Nineteen Eighty-Four (1984). Questa città, di una “tristezza disperata, ossessiva”, è la replica di Brave New World, la città di Aldous Huxley descritta ne “Il mondo nuovo”. Il Centro di incubazione e condizionamento insegna precocemente ai neonati, con tecniche neo-pavloviane, a odiare il bello, i fiori e la natura. È una città pianificata in nome del razionalismo produttivistico che espelle emozioni e sentimenti e ricerca il benessere.

La città di Fahrenheit 451 – ritratta da Ray Bradbury – è un mostro meccanico in cui ogni sentimento è stato soppresso; è un televisore che trasmette ininterrottamente l’alienazione; è un corpo di pompieri alla rovescia che bruciano libri e biblioteche; è una spietata polizia che fulmina gli eccentrici che passeggiano per le strade deserte. Pochi vagabondi che hanno imparato a memoria un libro, soggetti a caccia spietata, vagano per i boschi perpetuando la speranza di un mondo libero. Il romanzo di Bradbury si conclude con uno wishful thinking: la distruzione apocalittica della città, annientata dalle bombe. Per un altro di quegli istanti impossibili, la città rimase, ricostruita e irriconoscibile, molto più in alto di quanto avesse mai sperato o tentato di essere, più alta di come l’uomo l’avesse eretta, torreggiante alla fine, in nodi gottosi di cemento sfracellato, e faville di metallo infranto, in un’altissima muraglia sospesa come una valanga capovolta, un milione di colori, un milione di cose assurde, una porta dove avrebbe dovuto essere una finestra, una cima in luogo di un fondo, un retro invece di un davanti, e a un tratto la città si girò dall’altra parte e precipitò morta. Il rantolo della sua morte arrivò poi.

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