Pastori: i cippi sui tratturi

Cippo del tratturo Pescasseroli - Candela che riporta la sigla RT e il numero progressivo (1105)

Cippo del tratturo Pescasseroli – Candela che riporta la sigla RT e il numero progressivo (1105)

Chi percorre i tratturi s’imbatte sporadicamente negli antichi cippi di confine. Si tratta di blocchi di pietra squadrati, collocati ai lati del percorso come indicatore di confine tra i terreni privati e il tratturo, che recano incise le lettere RT (iniziali di Regio Tratturo). In alcuni casi sui termini lapidei sono state anche scolpiti il numero progressivo e la data della reintegra. I primi cippi furono posti con la reintegra del 1574. Altri sono datati 1651; gli ultimi riportano la data del 1884. Il decreto stabiliva sanzioni severe che andavano fino alla pena di morte per chi avesse rimosso un termine lapideo.

Sui tratturi è possibile incontrare anche altre tipologie di cippi. Vi sono i titoli confinari, cippi di pietra, normalmente di forma cilindrica,  utilizzati per marcare i confini dei terreni e i punti di convergenza delle locazioni sui tratturi. Altri cippi di pietra segnano i confini tra i Comuni e riportano la lettera C (confine) o l’iniziale del Comune. Vi sono poi cippi più grandi che segnalano i confini dei feudi e che recano scolpito lo stemma della famiglia nobile proprietaria. Vi sono infine cippi miliari stradali che segnalano la coincidenza dei tratturi con antiche strade.

Cippo di Forca Caruso sul tratturo Celano - Foggia

Cippo di Forca Caruso sul tratturo Celano – Foggia

Cippo sul tratturo L'Aquila - Foggia nei pressi della chiesa di Santa Maria dei Cintorelli

Cippo sul tratturo L’Aquila – Foggia nei pressi della chiesa di Santa Maria dei Cintorelli

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Pastori: le chiese sui tratturi

La Cappella di Sant'Eusanio accostata a un ricovero pastorale sul Piano di Fugno nel Gran Sasso

La Cappella di Sant’Eusanio accostata a un ricovero pastorale sul Piano di Fugno nel Gran Sasso

Il percorso dei tratturi e le aree di insediamento pastorale sono segnati dalla presenza diffusa di chiese e cappelle. I luoghi sacri più importanti del mondo pastorale sono i grandi santuari, meta di pellegrinaggi rituali annuali: il santuario della Madonna dell’Incoronata nei dintorni di Foggia e la grotta-santuario dell’Arcangelo Michele a Monte Sant’Angelo sul Gargano. Le chiese dei paesi traversati dalla transumanza e quelle collocate nei luoghi di sosta assicurano un’assistenza spirituale costante ai pastori, grazie a un clero e a ordini religiosi specializzati. Va infine segnalata la sequenza delle cappelle, officiate solo in occasioni particolari e nelle festività patronali, spesso integrate a insediamenti pastorali e a rifugi di fortuna. In prossimità di chiese e cappelle si svolgevano feste rituali e piccole fiere durante l’anno e nei periodi della transumanza.

La chiesetta tratturale di Santa Maria delle Grazie a Collarmele  (Tratturo Celano-Foggia)

La chiesetta tratturale di Santa Maria delle Grazie a Collarmele (Tratturo Celano-Foggia)

La Chiesa di Santa Maria del Casale sul Piano delle Cinque Miglia (Tratturo Celano-Foggia)

La Chiesa di Santa Maria del Casale sul Piano delle Cinque Miglia (Tratturo Celano-Foggia)

La chiesa della Madonna della Neve alle Quercigliole  (Tratturo Castel di Sangro - Lucera)

La chiesa della Madonna della Neve alle Quercigliole (Tratturo Castel di Sangro – Lucera)

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Pastori: gli “stazzi” e gli ovili

Lo stazzo  "Difesa dela Valle", con recinto pastorale in pietra e rifugio moderno, sul Piano delle Cinque Miglia

Lo stazzo “Difesa dela Valle”, con recinto pastorale in pietra e rifugio moderno, sul Piano delle Cinque Miglia, in Abruzzo

Gli stazzi (jazzi, giacci) sono i recinti di custodia notturna delle pecore. Possono avere carattere provvisorio, semi-stabile o permanente. Durante la transumanza e il trasferimento delle greggi lo stazzo viene realizzato piantando pali di legno o di ferro e recintando lo spazio con le reti. Si tratta in questo caso di stazzi mobili, di natura provvisoria, destinati ad essere smontati e trasferiti il giorno successivo. Durante la monticazione, risalendo la montagna in sincronia con lo scioglimento della neve, le pecore vengono custodite in successivi recinti di pietra (mandroni), affiancati spesso da passaggi destinati alla mungitura, da capanne per il pastore e gli attrezzi di lavoro e da canili. Con la fine della transumanza, gli ovini sono ospitati in strutture permanenti e in stalle collettive attrezzate, costruite in quota o nei dintorni dei paesi. Un rilievo particolare meritano gli stabulari ovini con finalità di ricerca e sperimentazione scientifica (miglioramento genetico, alimentazione, riproduzione, tecniche di allevamento). Ne sono esempio l’Ovile nazionale sorto a Borgo Segezia di Foggia nel 1924 e poi trasformato nel 1967 in Istituto sperimentale per la zootecnia e l’Azienda pilota sperimentale per l’ovinicoltura sorta nella Piana San Marco di Castel del Monte sul Gran Sasso.

Stalla sociale sulla Maiella nei dintorni di Decontra di Caramanico Terme

Stalla sociale sulla Maiella nei dintorni di Decontra di Caramanico Terme

Il centro pilota sperimentale per l'ovinicoltura nella Piana di San Marco a Castel del Monte sul Gran Sasso

Il centro pilota sperimentale per l’ovinicoltura nella Piana di San Marco a Castel del Monte sul Gran Sasso

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Pastori: le Capanne

Capanna in pietra a secco di forma cilindro-conica ricostruita nel Museo di Caramanico terme

Capanna in pietra a secco di forma cilindro-conica ricostruita nel Museo di Caramanico terme

Le Capanne sono le abitazioni temporanee costruite sugli alpeggi e destinate al ricovero dei pastori. La cura del gregge e la caseificazione non sono, in realtà, le uniche attività dei pastori. Essi sono anche agricoltori, che spietrano i piccoli campi, arano, concimano, piantano graminacee, seguono l’orto, curano la vite e l’olivo. E sono poi artigiani specializzati nelle arti della pietra, del legno, dei metalli e dei tessuti. Gli insediamenti pastorali in quota sono dunque sia uno spartano ricovero temporaneo di fortuna, sia laboratorio di produzione, sia deposito di attrezzi di lavoro, sia magazzino di prodotti e di provviste.

Il primo modello è quello della capanna primitiva, costruita con legna e paglia, con la base di tipo circolare e la forma di cono. La struttura di sostegno è fatta di assi di legno. Il rivestimento è fatto di stramma, un’erba impermeabile o di fasci di canne palustri impastate di creta. Sono capanne mobili, che seguono il pastore nel pascolo vagante.

Il secondo modello è quello delle capanne con la base in pietra e la copertura in paglia. Il muro perimetrale è costruito a secco, senza leganti, con grandi pietre non squadrate e con uno spessore notevole; l’apertura dell’ingresso è coperto da un’architrave di legno. La copertura ha la tipica struttura conica vegetale, armata da un’imponente intelaiatura di rami con uno spesso rivestimento di paglia di montagna.

Il terzo modello è quello della capanna a cupola (a tholos o a strobilo), generalmente a base circolare, interamente costruita con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto. Queste capanne hanno taglia diversa, dalle più piccole che sono destinate a magazzino, alle più grandi, disposte anche su due piani, in grado di ospitare persone e dotate di focolare, giaciglio per la notte e ripostigli per gli oggetti di vita quotidiana.

Capanna aurunca, con base ellittica in pietra a secco e copertura vegetale ricostruita a Campello d'Itri

Capanna aurunca, con base ellittica in pietra a secco e copertura vegetale ricostruita a Campello d’Itri

Capanna pastorale  mobile a tucul, di materiale vegetale, ricostruita nel museo "Le Capanne" di Carpineto Romano

Capanna pastorale mobile a tucul, di materiale vegetale, ricostruita nel museo “Le Capanne” di Carpineto Romano

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Pastori: le “pagliare”

Il villaggio agro-pastorale delle Pagliare del Colle di Ofena sul Gran Sasso

Il villaggio agro-pastorale delle Pagliare del Colle di Ofena sul Gran Sasso

Il pagliaio è un edificio monocellulare a carattere elementare destinato alla conservazione del fieno, talvolta articolato su due piani. Le pagliare, al plurale, indicano in Abruzzo i villaggi pastorali di montagna nei quali si trasferiscono d’estate i pastori-agricoltori provenienti dai paesi di fondovalle. I villaggi estivi delle pagliare sono attrezzati con fonti o pozzi, cappella e aree di socializzazione e sorgono ai margini dei pascoli e dei campi coltivati d’altura. Le abitazioni sono integrate con i fienili e gli orti. Tra le più note si ricordano le pagliare di Tione, Fontecchio e Fagnano ai margini dell’altopiano delle Rocche.

Edificio ristrutturato adibito a fienile ai margini del villaggio della Valle Giumentina sulla Maiella

Edificio ristrutturato adibito a fienile ai margini del villaggio della Valle Giumentina sulla Maiella

Il villaggio agro-pastorale dei Prati di Cottanello nel Reatino

Il villaggio agro-pastorale dei Prati di Cottanello nel Reatino

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Pastori tra le due sponde dell’Adriatico

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Un volume che nasce all’interno di un progetto europeo Leader Plus raccoglie sapide storie di pastori abruzzesi commentate dalle fotografie di Nico Tucci e dai testi di Adriana Gandolfi e Valentina Rusconi. Una serie di ritratti racconta  l’intreccio di storie di vita dei tradizionali allevatori abruzzesi con i pastori stagionali provenienti dai Balcani, in particolare dalla Macedonia e dalla Romania, grazie ai quali la pastorizia abruzzese può ancora sopravvivere. L’area interessata è quella degli stazzi e dei pascoli che da Sulmona risalgono verso la regione degli altopiani.

<<Bugnara, Cansano, Scanno, Anversa degli Abruzzi, Pacentro, Pettorano, Roccapia si affacciano da secoli su Sulmona, città di orafi, di artigiani, baricentro dei pastori che tuttora vivono nei paesi circostanti. Un po’ alla volta questo mondo tradizionale ha iniziato a sgretolarsi, i tempi sono accelerati e si sono scollati dalla tradizione. I mestieri sono cambiati e si sono rotte catene secolari, lungo le quali si tramandavano professioni. Gli abitanti hanno iniziato a lasciare i paesi per trasferirsi in centri più grandi, addirittura in città, facendo iniziare l’agonia di attività tradizionali. Un’emorragia, questa, che pareva insanabile, ma che è stata tamponata da uno strano miracolo. A coloro che se ne sono andati, ai figli dei pastori che hanno studiato e sono diventati commercianti, maestri, avvocati, impiegati, si sono sostituiti uomini che vengono da paesi lontani. Cercano lavoro, un modo per sopravvivere, per lasciare miseria e fame, per mantenere famiglie lontane. Altri cercano un paese nuovo in cui rincominciare, come hanno fatto fino a qualche decennio fa anche molti italiani, un circolo di migrazione, di persone che vanno e che vengono. Ogni partenza impoverisce la terra e ogni arrivo l’arricchisce, come se fosse un ciclo delle stagioni. I nomi che portano sono esotici, altri hanno un suono più vicino all’italiano: Faradin, Viorel, Dragano, Stefan, Giovanni, Bedri, Imer, Lucien, Murat, Vasile. Giovani di poco più di vent’anni e vecchi di cinquanta, perchè la vecchiaia a volte impregna più le ossa e l’anima di quanto non si veda dal viso. Li chiamano “i pastori dell’Est“, vengono dalla Romania, dalla Macedonia, dai Balcani. Lavorano a contatto con i pochi italiani che ancora fanno questo mestiere. Imparano usi e costumi di una terra che non è la loro. In questo modo però divengono i nuovi portatori di un sistema di tradizioni che si sta perdendo. Come se la pastorizia in Abruzzo fosse stata una lunga catena, abbandonata e arruginita, per la quale è stato finalmente forgiato un nuovo anello, da aggiungere alla lunga serie degli altri>>.

Pastori tra le due sponde dell’Adriatico, Synapsi edizioni, Sulmona, 2006, p. 64.

La transumanza del pastore-poeta Francesco Giuliani

Francesco Giuliani

I pastori del Gran Sasso hanno talvolta raccontato le loro storie in lunghi diari o hanno addirittura messo in versi la loro esperienza della transumanza, nella tradizione dei poeti-pastori. È il caso di Francesco Giuliani, pastore nato a Castel del Monte, sul Gran Sasso, nel 1888 e ivi morto nel 1969. I fatti narrati in versi nel suo diario delle transumanze risalgono ai primi anni del Novecento. Nel 1960 Francesco Giuliani affidò i suoi quaderni all’antropologa Annabella Rossi, che ne ha curato la pubblicazione. Ne proponiamo una pagina.

Di settembre allor verso la fine / lassù nel nostro Campo Imperatore, / sull’alte vette, e pur sulle colline / vi scende della neve il bel candore, / bianche le valli ed il piano di brine / ti punge il freddo; le greggi e il pastore / non vi ponno più stare senza ripari / a partire convien che si prepari.

La partenza è ver che è dolorosa / che distaccarsi non puo far piacere, / perché si vive una vita incresciosa / delle Puglie nel vasto Tavoliere. / Chi lascia la consorte o l’amorosa, / i figli, i genitori. Triste mestiere! / Per la miseria e campar la vita / la famiglia non può viver unita.

E partono i pastori un bel mattino / pare che sembran lieti e confortati, / per breve tratto del lungo cammino / vanno dai loro cari accompagnati. / Breve sosta nel borgo vicino, / dopo di aversi un po’ rifocillati / come gli piace con qualche bicchiere / che gli toglie la pena e il dispiacere.

A Forca poi si fermano la sera / dove si stanno col gregge accampati. / Come si puote in qualche maniera / si fa la magra cena e ristorati; / poi si stanno nella notte intera / sopra a qualche pelle addormentati, / e non appena è chiaro il mattino / son pronti e si rimettono in cammino.

Pel tratturo si va largo ed erboso / dove le greggi posson pascolare; / per tutto il giorno non si ha mai riposo / danno le greggi fin troppo da fare. / Lo sguardo intorno può spaziare ozioso / tanti paesi belli ad osservare, / Frittoli, Curvara e Petranico / adagiato sopra un colle aprico.

Adagio o in fretta sempre avanti vanno / campi e paesi a incontrar più belli, / Cugnoli, Nocciano, a destra Alanno; / dei contadini dovunque gli ostelli. / Son ghiotti i pastor io non m’inganno / di tutti i tratti che vedon novelli; / i giovani talor svelti ed accorti / nelle vigne rubano e negli orti.

La sera poi nell’ubertosa piana / del Pescara si sosta, a lieta cena / con gente buona, si può dire umana / e si oblia un po’ l’amara pena. / Non si sa da quale època lontana / alle Puglie il trattur le greggi mena. / …

Francesco Giuliani, “Diario”, in Monti d’Italia – Appennino centrale, ENI, 1972, pagine 128. Leggi anche Se Ascoltar vi piace dai quaderni di Francesco Giuliani, a cura di Maurizio Gentile, Lindau Editore 1992. L’editore Japadre di L’Aquila ha pubblicato nel  2001 di Francesco Giuliani il Diario della guerra 1915-18 curato da Paolo Muzi.

Trailer del documentario “Se vi piace ascoltare – Francesco Giuliani, pastore”: http://www.youtube.com/watch?v=eAPXN1FsxJo&list=PLH-Qha95qsXnhKCC2A1Dg2tT0juvQZgb3&index=1