Ridere dell’aldilà: Barendsz e Sadeler

L'umanità in attesa del Giudizio finale

L’umanità in attesa del Giudizio finale

Osserviamo questa stampa cinquecentesca, custodita nella Villa Vigoni di Menaggio sul lago di Como. Il tema è l’attesa del Giudizio finale. L’autore è Dirck Barendsz, un pittore olandese (Amsterdam 1534-1592) cresciuto artisticamente a Venezia alla bottega del Tiziano. L’incisore è Jan Sadeler il Vecchio, il più noto dell’omonima famiglia di incisori fiamminghi. La scena in primo piano descrive un allegro banchetto. Sei coppie siedono a mensa su corte panche. La cameriera porta un vassoio colmo di frutta, mentre un suonatore di liuto rallegra con la sua musica la tavolata. L’architettura della sala, i tendaggi, i fregi delle panche e gli abiti dei commensali danno un’idea precisa del rango sociale dei protagonisti. Più che ad apprezzare la buona tavola, i nostri gourmand sembrano però piuttosto intenti ai preliminari di una serata orgiastica. Espliciti approcci, abbracci di crescente intensità morbosa, inequivocabili effusioni, trovano soltanto ostacolo – provvisorio – nel goffo e paludato abbigliamento. All’esterno della sala la scena non potrebbe essere più diversa. Il contrasto è impressionante. Alle finestre si alternano le scene concitate di una battaglia tra uomini armati sullo sfondo di un villaggio in fiamme. Dalla porta si osservano le scene della fine del mondo, della risurrezione dei morti e del giudizio universale: Cristo, seduto sull’arcobaleno tra le nuvole, getta lo scompiglio sulla terra, dove sono le rovine di Babilonia e rosseggiano le fiamme dell’inferno. La chiave di lettura di questa stampa è nei versetti biblici riportati in calce. Il titolo “Ita erit et adventus filii hominis”  e il testo, trascritti nel latino della Vulgata, provengono dal capitolo 24 del Vangelo di Matteo: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo». L’abbigliamento cinquecentesco dei protagonisti della stampa non riesce così a velare l’intento moraleggiante dell’autore. L’idea della morte, del tempo e del destino è presentata con modalità drammatizzanti: l’uomo è avvertito di stare in guardia, di essere vigilante. La morte, implacabile, arriva all’improvviso. Il Giudizio finale stimola gli uomini a condurre una vita più rigorosamente puritana; la scena orgiastica del banchetto degli amanti diventa una sorta di vanitas vanitatum. E se pure accettassimo la lettura che ne propone Craig Harbison (The Last Judgment in Sixteenth Century Northern Europe, A Study in the Relation between Art and the Reformation), che inserisce l’opera nel filone neo-stoico fiammingo dell’epoca, il senso finale non muterebbe comunque di molto. Rifacendosi a Seneca, i neo-stoici sostenevano che la caducità della vita e l’incombere sempiterno della morte non andassero drammatizzati, ma piuttosto affrontati con serena preparazione; bisogna accettare senza timore panico lo scorrere veloce del tempo, anche perché dopo la morte ci sarà comunque una risurrezione.

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