Francigena: da San Quirico d’Orcia a Bagno Vignoni

La Via Francigena a Vignoni in Val d'Orcia

La Via Francigena a Vignoni in Val d’Orcia

La Collegiata di San Quirico d'Orcia

La Collegiata di San Quirico d’Orcia

Camminiamo sulle sterrate della Francigena nell’incanto dei panorami della Val d’Orcia. San Quirico d’Orcia, nostro punto di partenza, propone lungo il percorso della Francigena (Via Dante Alighieri) le sue migliori attrazioni: la splendida collegiata dei Santi Quirico e Giuditta con i suoi portali romanici, il Palazzo Chigi progettato da Carlo Fontana, la chiesa di Santa Maria di Vitaleta, i giardini degli Horti Leonini a ridosso delle mura, la chiesa di Santa Maria Assunta. La sosta successiva è al Castello di Vignoni Alto, un minuscolo borgo d’atmosfera medievale con la sua chiesetta dedicata a San Biagio. Dalla porta del castello si ammira il panorama della Val d’Orcia e del percorso della Francigena fino a Radicofani. Sulla larga sterrata si scende a Bagno Vignoni, borgo charmant con le sue terme e con sua la grande piscina sorgiva in piazza, sotto il loggiato di Santa Caterina. Da non perdere il passaggio dell’Orcia sul ponte pedonale ricostruito restaurando le strutture originarie cinquecentesche di Baldassarre Peruzzi.

La descrizione analitica del percorso di tappa è su: http://www.viefrancigene.org

La Val d'Orcia vista dal Castello Vignoni

La Val d’Orcia vista dal Castello Vignoni

La vasca delle sorgenti di Bagno Vignoni

La vasca delle sorgenti di Bagno Vignoni

Il ricostruito ponte sull'Orcia

Il ricostruito ponte sull’Orcia

Francigena: dall’Abbadia a Isola a Monteriggioni

La Francigena tra Abbadia a Isola e Monteriggioni

La Francigena tra Abbadia a Isola e Monteriggioni

La Francigena toscana continua a proporre tappe di grande bellezza. Usciti da San Gimignano, si va verso Badia a Coneo, Gracciano e poi a Strove, con la sua bella pieve romanica. Il borgo di Abbadia a Isola, organizzato intorno all’abbazia cistercense di San Salvatore, emerge ancora oggi come un’isola tra i campi, così come si proponeva come luogo di sosta ai pellegrini in un’area un tempo paludosa. Gli spazi interni e la casa canonica sono stati trasformati in un ostello per l’accoglienza dei pellegrini e degli escursionisti. Lungo una strada sterrata che transita rettilinea tra i campi si va ora verso Monteriggioni, che appare all’orizzonte con la sua inconfondibile corona di torri. La si raggiunge entrando dalla porta di San Giovanni, lungo l’unico asse stradale che coincide con la Via Francigena. La visita di questo borgo medievale fortificato, tra i più belli e meglio conservati della Toscana, ripaga della giornata di cammino.

La descrizione analitica del percorso di tappa è su: http://www.viefrancigene.org

Abbadia a Isola: la chiesa di San Salvatore

Abbadia a Isola: la chiesa di San Salvatore

Le torri e le mura di Monteriggioni

Le torri e le mura di Monteriggioni

Monteriggioni: la porta San Giovanni

Monteriggioni: la porta San Giovanni

Monteriggioni: la parrocchiale di Santa Maria Assunta

Monteriggioni: la parrocchiale di Santa Maria Assunta

Francigena: da Fucecchio a San Miniato

San Cristoforo attraversa il fiume

San Cristoforo attraversa il fiume

L’emozione della giornata di cammino tra Fucecchio e San Miniato è certamente l’attraversamento del fiume Arno. Il ponte che collega Fucecchio alla sua frazione di San Pierino è l’erede moderno del Pons Vicicculi che in età medievale consentiva alla Francigena di attraversare il fiume. Il centro medievale di Fucecchio sul poggio Salamartano accoglie i principali monumenti civili e religiosi, accessibili con scenografiche scalinate. Per il camminatore francigeno l’immagine più significativa si trova affrescata su una casa della piazza ed è quella del grande San Cristoforo che traversa il fiume portando sulle spalle il bambino Gesù. Oltr’Arno i segnali della Via Francigena cercano di schivare i tratti stradali più trafficati, prima avvicinandosi al fiume e poi con un percorso a gomito tra i campi, lontano dai rumori urbani. Superate la ferrovia e la superstrada, si attraversa l’area urbana di San Miniato basso e, seguendo i segni, si risale lentamente il colle sul cui crinale di allunga la bella cittadina di San Miniato. La sua importanza storica nasce proprio dal collocarsi all’incrocio tra le grandi vie di comunicazione del tempo, la Francigena, la via romana tra Firenze e Pisa e il corso dell’Arno, allora navigabile. E la giornata può concludersi con una nuova emozione: dal prato del Duomo si sale al culmine del colle dove svetta la torre di Federico; salite le scale della torre ci si affaccia ad ammirare dall’alto un magnifico panorama toscano.

La descrizione analitica del percorso di tappa è su: http://www.viefrancigene.org

L'Arno dal ponte di Fucecchio

L’Arno dal ponte di Fucecchio

Segnaletica francigena

Segnaletica francigena

Museo del Duomo a San Miniato

Museo del Duomo a San Miniato

Francigena: Altopascio e il selciato di Galleno

Altopascio: San Jacopo Maggiore

Altopascio: San Jacopo Maggiore

Nella parte iniziale della tappa della Via Francigena toscana che collega Altopascio a San Miniato, ho percorso uno splendido tratto selciato, ancora intatto, dell’antica via. La sua fama è del resto testimoniata dalle memorie che pellegrini antichi e moderni hanno voluto lasciare e dalle opere degli attivi gruppi locali del volonatariato. Ma è innanzitutto Altopascio a meritare una visita attenta. Il suo grande ospedale medievale ne ha fatto un punto essenziale di riferimento per i romei. La chiesa di San Jacopo Maggiore incorpora nel transetto la struttura duecentesca con l’antica facciata adorna della statua dell’apostolo pellegrino, opera di Biduino. La vicina torre campanaria conserva la campana del 1327, detta “la smarrita”, che suonava a lungo all’imbrunire per indicare ai viandanti la giusta strada per l’ospizio. Usciti da Altopascio in direzione sud si costeggia la strada moderna e si raggiunge il tratto più interessante, ben segnalato e valorizzato, del selciato medievale. La base più antica della strada risale al XV secolo; sono poi documentati interventi e trasformazioni del manto fino al XVIII secolo. Seguendo la Via Francesca si visita il borgo di Galleno, ricordato dai viaggiatori medievali per il suo hospitale novum. Di qui si prosegue verso la zona delle Cerbaie, selvaggia e deserta, per poi dirigersi verso Ponte a Cappiano e l’antica palude ora bonificata, e continuare verso l’interessante centro storico di Fucecchio e l’Arno. In alternativa, da Galleno si può rientrare ad Altopascio con un percorso ad anello che transita per Villa Campanile.

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Il selciato medievale della Francigena a Galleno

Il selciato medievale della Francigena a Galleno

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La Via Francigena da Fidenza a Fornovo di Taro

Fidenza: sculture sulla facciata del Duomo di San Donnino

Fidenza: sculture sulla facciata del Duomo di San Donnino

Dopo aver attraversato la pianura Padana, la Via Francigena affronta a Fidenza la prima tappa collinare che la porterà a valicare l’Appennino. La tappa ha per meta Fornovo di Taro e si sviluppa su un percorso a piedi di 34 km. Volendo dedicare più tempo ai monumenti e ridurre la monotonia del lungo percorso a piedi, ho preferito utilizzare le stazioni di Fidenza, Felegara e Fornovo della linea ferroviaria Parma-La Spezia. Il percorso propone come hits la cattedrale di Fidenza, vero testimonial della Via Francigena, il parco fluviale regionale del Taro e la pieve romanica di Fornovo. La facciata del Duomo di San Donnino è ricca di sculture antelamiche evocative del pellegrinaggio: il viaggio dei Re Magi, gli angeli che introducono le famiglie dei pellegrini, la statua di San Raimondo da Piacenza in abiti di pellegrino, l’apostolo Simone con il cartiglio indicatore della via di Roma, i pellegrini che sovrastano le statue di Davide ed Ezechiele. Trasferitisi in treno a Felegara, si segue il percorso segnato della Francigena in direzione di Fornovo, costeggiando l’alveo ghiaioso del fiume Taro lungo il sentiero natura, con due piccoli guadi. Sul ponte stradale si varca il fiume e si entra in Fornovo. Il gioiello di Fornovo – il romano Forum Novum – è la parrocchiale di Santa Maria Assunta con i suoi rilievi scolpiti tra i quali emerge la scena dell’Inferno con la punizione dell’avaro e la descrizione dei supplizi della caldaia e della gola del Leviatano. Da Fornovo si prosegue poi per la successiva tappa della Francigena o si rientra in treno a Fidenza.

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Lungo la riva sinistra del Taro

Lungo la riva sinistra del Taro

Fornovo di Taro: l'Inferno scolpito sulla facciata della pieve di Santa Maria Assunta

Fornovo di Taro: l’Inferno scolpito sulla facciata della pieve di Santa Maria Assunta

A Gabii, sull’antica Via Prenestina

Il basolato della Via Prenestina Vecchia

Il basolato della Via Prenestina Vecchia

La Via Prenestina collegava Roma all’antica città di Praeneste, l’odierna Palestrina. La Via usciva dalla Porta Esquilina e raggiungeva la Porta Maggiore; da qui si sviluppava secondo un tracciato ripetuto dalla via moderna fino alla città di Gabii, unica stazione intermedia situata al XII miglio, per poi giungere a Praeneste, posta alla distanza di 23 miglia da Roma.

Proponiamo una breve passeggiata che ha il suo fulcro nelle rovine di Gabii. Si esce da Roma lungo la Via Prenestina. Superato il cartello del km 17, a un bivio a Y, si va a sinistra sulla Via Polense. Incrociate la Via Fosso dell’Osa e la successiva Via di Rocca Cencia, all’Osteria dell’Osa si lascia la Polense e si va destra sulla Via Prenestina antica (cartello). Dopo alcune case, l’asfalto cede il posto allo sterrato, mentre una sbarra limita il passaggio delle auto sull’antico percorso.  La via romana costeggia un’azienda agricola e di allevamento e si affaccia ben presto sulla depressione che un tempo ospitava il lago di Castiglione (e che ancora oggi, dopo forti piogge, diventa un acquitrino). Tutta la sponda destra del lago è occupata dalle rovine dell’antica città di Gabii, coetanea di Roma. Una campagna di scavi sta riportando alla luce gli edifici e le strutture urbane di questa città, preludendo alla realizzazione di un vasto parco archeologico sub-urbano. Gli scavi mostrano come, al di sotto del terreno di campagna, siano ancora in gran parte conservate le principali strutture e gli edifici della antica città. Infatti successivamente all’abbandono del sito, alla metà dell’XI secolo, l’area  – adibita ad uso agricolo – non è stata più oggetto di interventi costruttivi e di trasformazione, che in altre aree hanno irrimediabilmente cancellato le tracce delle frequentazioni passate. Il monumento più importante è il tempio di Giunone, con le pareti esterne ancora alzate. Le recinzioni consentono per ora di osservare solo dall’esterno i risultati degli scavi. Il percorso della Prenestina diventa qui molto pittoresco, calcando i vecchi basoli ancora intatti, tra filari di pini marittimi e boschetti sacri. Si va paralleli alla Via Prenestina moderna, con diversi punti di intersezione. A sinistra, sullo sfondo dei colli Tiburtini e Prenestini, si stagliano i resti della chiesa paleocristiana di San Primitivo. Più avanti si raggiunge una grande tomba romana a base circolare. La passeggiata può concludersi qui o poco più avanti. Il rientro a piedi consente di osservare altri particolari o invitare a inoltrarsi sul bordo del lago verso la torre di Castiglione.

Sull'antica Via Prenestina

Sull’antica Via Prenestina

Il tempio di Giunone a Gabii

Il tempio di Giunone a Gabii

Il sepolcro a base circolare

Il sepolcro a base circolare

Bressanone: vizi e virtù nel chiostro del Duomo

Il peccato originale e i sette vizi capitali

Il peccato originale e i sette vizi capitali

Bressanone (Brixen, in tedesco) è città dotta, austera, densa di memorie; è il capoluogo storico e artistico del comprensorio della Valle Isarco; fu fin dal Mille e per molti secoli soggetta alla dominazione ecclesiastica di un principe-vescovo. La sua cattedrale (Brixner Dom) risale al Duecento ma ci si presenta oggi in stile barocco. La maggiore attrazione è il vecchio chiostro (Alter Kreuzgang) adiacente al Duomo, realizzato in stile romanico nel XIV secolo, interamente affrescato sulle volte con le scene del vecchio e del nuovo testamento. Il complesso comprende anche la Cappella di corte dedicata a San Giovanni, decorata da affreschi romanici, e la Chiesa palatina di Nostra Signora in ambitu. Passeggiando per il chiostro possiamo osservare un’infinità di scene e personaggi spesso familiari a chi pratica le sacre scritture, ma non di rado enigmatici perchè molto legati alla cultura medievale.

L’undicesima arcata illustra in quattro vele coloratissime le sette opere di misericordia corporale: accogliere gli stranieri, dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, seppellire i morti, visitare gli ammalati, consolare i prigionieri, vestire gli ignudi. Le opere di carità sono una metafora del giudizio finale. Nel Vangelo di Matteo, infatti, Gesù associa la carità materiale alla salvezza eterna: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Il messaggio è rafforzato dalla costante presenza della figura di Cristo benedicente alle spalle dei benefattori. Una delle vele illustra anche la parabola del povero Lazzaro e del ricco Epulone. Anche questa parabola è una potente metafora del Giudizio finale. Il povero Lazzaro, alla sua morte, viene portato dagli angeli nel seno di Abramo, mentre il ricco Epulone finisce tra le fiamme dell’inferno.

Due vele della volta dell’ottava arcata sono dedicate rispettivamente ai vizi e alle virtù. La scena delle virtù è purtroppo andata perduta, salvo un brandello dedicato alla prudencia. L’allegoria dei vizi è invece ben leggibile ed originale. L’inizio di tutti i mali è individuato nel peccato originale: il diavolo, in forma di serpente con la testa di donna, avvolge nelle sue spire l’albero del bene e del male e tenta Eva; la prima donna porge ad Adamo la mela del peccato. Dalle radici dell’albero del peccato originale, infestate dal serpente diabolico, si dipartono sette rami carichi dei frutti del male. I sette peccati capitali sono simboleggiati da altrettante figure diaboliche che prefigurano le corrispondenti pene dell’inferno: i diavoli sono rappresentati uno diverso dall’altro: hanno colori diversi, volti mostruosi e impugnano differenti strumenti di offesa: forcone, rastrello, mazza ferrata, piccone, lancia, rampino. Ciascun diavolo regge un cartiglio che descrive il peccato capitale (principale vicium) e i vizi apparentati:

Invidia  (Odium, Afflictio in prosperis, Amaritudo,  Zaspis Adversariorum, Exultatio in adversis inimici, Malicia, Detractio, Sussurracio)

Accidia (Pusillanimitas, Desperacio, Timorancia, Tristicia, Raucor, Torpor, Quorela)

Gula (Ebrietas, Hebetudo, Inmundicia, Voracitas, Languor, Oblivio, Crapula)

Avaricia (Simonia, Philargia, Periurum, Violencia, Usura, Fraus, Rapina, Fallacia)

Ira (Clamor, Blasphemia, Luctus, Furor, Contumelia, Protervia, Rixa)

Vanagloria (Ypocrasia, Adulacio, Inventor, Iactancia, Arrogancia, Loquacitas, Pertinacia)

Luxuria (Immundicia, Voluptas in obediencia, Fornicatio)

Le opere di misericordia

Le opere di misericordia