Il castigo dei serpenti brucianti

Mosè e il castigo dei serpenti (Bolzano, Chiostro dei Domenicani)

Mosè e il castigo dei serpenti (Bolzano, Chiostro dei Domenicani)

Il serpente di bronzo (Michelangelo, Cappella Sistina)

Il serpente di bronzo (Michelangelo, Cappella Sistina)

La storia dei serpenti brucianti e del serpente di bronzo è raccontata dalla Bibbia. La vicenda coinvolge gli Ebrei dopo la fuga dall’Egitto e durante il lungo peregrinare del popolo eletto nel deserto, in attesa di raggiungere l’agognata terra promessa. Dopo l’ennesimo episodio di malcontento popolare contro Mosè, Jahve interviene con il castigo dei serpenti. «Gli Israeliti si mossero dal monte Or per la via del Mar Rosso, per aggirare il territorio di Edom. Ma il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”. Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita» (Numeri 21, 4-9). Questo episodio può essere letto per certi versi come una metafora del Giudizio finale, del quale anticipa alcuni elementi caratteristici: il segno della salvezza, i dannati, i salvati, la pena del ‘verme’. Il serpente issato sul vessillo rimanda al sacrificio di Gesù sulla croce per la salvezza dell’umanità. Chi guarda a lui con fede è salvato dalla morte. Chi è contro di lui, muore avvelenato dai serpenti brucianti. Si esprime così anche Giovanni nel suo vangelo: «e come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Giovanni 3, 14-15).

La vicenda è molto piaciuta agli artisti ed è stata immortalata in un buon numero di opere d’arte. Michelangelo, ad esempio, l’ha inserita nel ciclo della Cappella Sistina, non a caso a ridosso della visione del Giudizio universale. Chi visita la Scuola Grande di San Rocco a Venezia, può ammirare una grande tela di Jacopo Tintoretto dedicata al tema. Ricordiamo anche i dipinti di Rubens alla National Gallery di Londra e del Bronzino al Museo di Palazzo vecchio a Firenze. Ma l’opera più curiosa che vogliamo citare è quella affrescata sotto le arcate del chiostro del convento dei Domenicani a Bolzano. Per rendere più efficacemente il senso della punizione ‘inviata’ da Dio contro il popolo, i serpenti piovono letteralmente dal cielo, rinnovando la piaga della caduta delle rane nell’Egitto del Faraone. I due raggi di luce che circondavano il volto di Mosè dopo la teofania del Sinai sono qui diventati due robusti corni di montone che spuntano nella canizie del patriarca biblico.

Il serpente di bronzo (Rubens, Londra, National Gallery)

Il serpente di bronzo (Rubens, Londra, National Gallery)

Il castigo dei serpenti (Jacopo Tintoretto, Venezia, Scuola Grande di San Rocco)

Il castigo dei serpenti (Jacopo Tintoretto, Venezia, Scuola Grande di San Rocco)

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