Albenga. Salomone, il conte Ugolino e Dante nell’aldilà

Il Giudizio finale (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

Il Giudizio finale (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

La risurrezione dei morti (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

La risurrezione dei morti (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

Siamo in Liguria, nel Savonese.La Chiesa di San Giorgio di Campochiesa si trova in una frazione alla periferia nord di Albenga. Il suo campanile svetta ben visibile tra le tombe del piccolo cimitero e le serre della fiorente vivaistica ponentina. La decorazione risente probabilmente della collocazione cimiteriale della chiesa e contiene una meditazione artistica sul destino oltremondano degli uomini. Sulle pareti laterali compaiono infatti le immagini del Cristo nella mandorla che torna sulla terra per la sua seconda parusia e dello stesso Cristo raccontato dalla visione giovannea dell’Apocalisse con la spada della giustizia che gli fuoriesce dalla bocca. Accanto al Cristo giudice si raccolgono le figure degli intercessori e il tribunale celeste dei dodici apostoli.

È comunque la parete di fondo che propone l’immagine più organica dell’ultimo giorno dell’umanità e del suo destino di salvezza o di condanna. L’affresco del Giudizio finale è datato in modo pignolo al 13 dicembre del 1446 e riporta il nome del committente. La scena della risurrezione dei morti è descritta con particolare enfasi, forse con l’intento di dare un conforto e una speranza ai superstiti che venivano al cimitero a raccogliersi in preghiera sulle sepolture dei propri defunti. Le tombe di marmo rosa sono scoperchiate. Dal fondo si sollevano e si affacciano, sorpresi ma evidentemente contenti, i corpi nudi dei risorti. Alcuni di essi compiono qualche acrobazia per superare le alte pareti sepolcrali, mentre altri, che hanno capito il senso degli eventi in corso, uniscono le mani nel gesto della preghiera e dell’impetrazione.

Appartata e in posizione più centrale compare un’altra tomba: da essa si solleva un personaggio rivestito di un lungo abito verde che reca sul capo una regale corona d’oro. Una scritta latina lo individua con precisione: «Salomon hodie salvus ero». Si tratta dunque – e nientemeno – che del biblico re Salomone, famoso per la sua sapienza e il suo senso della giustizia. L’associazione tra Salomone e la risurrezione dei morti è forse una citazione dantesca e troverebbe una spiegazione in episodio del canto XIV del Paradiso. Beatrice interroga i beati chiedendo loro di chiarire un dubbio di Dante: se cioè la luce di cui gli spiriti si ammantano rimarrà tale dopo la resurrezione e se – in caso affermativo – gli occhi potranno sopportare tanta luminosità. È proprio Salomone che risponde al poeta dicendo che la luce durerà in eterno con una intensità proporzionale al merito di ciascuna anima: dopo la resurrezione i beati – riunita l’anima al corpo – si troveranno in uno stato di maggiore perfezione e in tal modo si accresceranno la grazia, la visione, l’ardore e il corrispondente splendore. Salomone risponde anche alla seconda parte della domanda dicendo che i corpi stessi dei beati appariranno allora più luminosi della luce che li avvolge; ma tanta luce non offenderà la vista, dato che anche gli organi sensibili saranno più perfetti.

Al di sotto della risurrezione di Salomone troviamo una nuova citazione della Commedia dantesca. Anzi il pittore ha voluto raffigurarvi Dante Alighieri in persona, mentre si aggira tra le cavità infernali in compagnia di Virgilio. I due sommi poeti osservano la scena famosa del Conte Ugolino della Gherardesca intento a rodere il cranio dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini che lo aveva imprigionato insieme ai suoi quattro figli nella torre della fame. L’episodio è raccontato nel canto XXXIII dell’Inferno.

In alto il Cristo giudice appare nell’alto dei cieli all’interno della tradizionale ‘mandorla’ iridata, sostenuta da cherubini. Gli fanno corona gli angeli che ostendono gli strumenti della passione. È rivestito di una tunica che gli lascia scoperto il petto e giudica i risorti con la posizione delle braccia, mentre mostra le piaghe della passione. Ai lati gli apostoli siedono sui loro scranni e compongono la giuria del tribunale celeste. Il giudizio individuale delle anime è affidato all’arcangelo Michele. L’arcangelo è rivestito da una corazza integrale e sfodera una lunga spada. Con la mano sinistra regge una bilancia a due piatti dove sono pesate rispettivamente le opere buone e quelle cattive. Ai suoi piedi è raffigurato l’altare dell’etimasia; sulla tovaglia dell’altare giace l’agnello sacrificale; il nimbo sulla testa ne fa un trasparente simbolo del Cristo.

Ai lati dell’arcangelo è la scena della separazione dei buoni dai cattivi. Il gruppo dei beati vede in prima fila, genuflessi, i rappresentanti degli ordini religiosi. Essi precedono le stesse gerarchie ecclesiastiche e i sovrani. In coda sono i laici comuni del popolo di Dio. A destra assistiamo alla scena dell’allontanamento dei dannati dal cospetto di Dio. Angeli armati pressano da vicino i condannati e li spingono con buona dose di violenza verso la bocca dentata del Leviatano, il mostro infernale. Anche tra i dannati i religiosi compaiono tra i maggiori protagonisti: un frate ipocrita, in grande evidenza, viene atterrato e trascinato per i piedi nella gola infernale. Gli fanno compagnia personaggi lussuosamente abbigliati e probabili simboli del vizio della superbia.

Attraverso la bocca del drago i dannati si trasferiscono sottoterra nella buia caverna dell’Inferno, solo flebilmente illuminata dalle fiamme dei fuochi fatui. Nella grande cloaca il pittore situa, con la precisione dei particolari visivi e delle scritte esplicative, le sadiche punizioni dei viziosi che si sono macchiati dei sette peccati capitali. Ben tre diavoli si occupano dell’avarizia: il primo versa un grande sacco di monete d’oro in un crogiolo di fusione posto sul focolare; il secondo raccoglie dalla marmitta un mestolo del metallo liquido e lo versa nella bocca degli avari e degli usurai; il terzo costringe i due dannati, già sdraiati e legati al loro giaciglio, ad aprire la bocca e subire il supplizio. La punizione del peccato di gola segue il modello di Tantalo: al centro c’è una tavola imbandita, con un pollo arrosto nel piatto, panini, bottiglie di vino e bicchieri; intorno al tavolo siedono vogliosamente tre golosi: una donna, un uomo e un frate tonsurato; ma a godersi il cibo e le bevande, di fronte ai golosi impotenti trattenuti a un diavolo, sono tre schifosi serpenti. A punire l’accidia pensa un diavolo urlante che cerca di stimolare una coppia nuda di pigroni frustandoli con un fascio di serpentelli. Tutta psicologica è la tortura somministrata alla lussuria, simboleggiata da una procace donna nuda: mentre un diavolo servizievole e ghignante le pettina i lunghi capelli biondi, un secondo diavolo le pone innanzi uno specchio dove la fanciulla si vede completamente calva. L’invidia è personificata da una coppia nuda legata e costretta stesa a terra: la sovrasta un demone orrendo, dal corpo ferino; un serpente traversa la testa del demonio, collegando simbolicamente l’orecchio alla bocca, strumenti del peccato punito, e va a morsicare velenosamente la lingua degli invidiosi. Il colpevole del peccato di superbia è schiacciato dalle ginocchia di un demonio nel fondo di una fossa fiammeggiante: un drago lo morde alle spalle; un serpente lo morde in viso; un serpente acciambellato sostituisce in modo sprezzante la corona regale sul capo del superbo. A punire il peccato dell’ira è una ruota dentata azionata da un demonio e munita di lame taglienti; gli iracondi sono infilzati sulle lame e dopo essere stati sollevati in alto dalla ruota finiscono per precipitare sul fondo di un pozzo. Il panorama dei supplizi è completato dalle immagini delle teste dei falsi testimoni che affiorano dalle buche fiammeggianti sul fondo dell’inferno.

L'Inferno (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

L’Inferno (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

Il Cristo apocalittico (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

Il Cristo apocalittico (Albenga, San Giorgio di Campochiesa)

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