L’architettura spontanea in Abruzzo

DOC027

 

Le edizioni Menabò di Ortona hanno pubblicato un volume che esplora la multiforme architettura spontanea dell’Abruzzo con il contributo di selezionati specialisti e con un godibile corredo fotografico [L’architettura spontanea in Abruzzo, D’Abruzzo Libri Edizioni Menabò, Ortona, 2001, p. 144]. Marzia Morrone descrive i tholos, le capanne in pietra a secco della Maiella, gli eremi celestiniani e le grotte dell’altopiano delle Locce sul Gran Sasso. L’architetto Gianfranco Conti analizza il fenomeno collinare delle pinciaie, le case di terra cruda, costruite con l’argilla e la paglia. Lo storico aquilano Alessandro Clementi inquadra le Pagliare dell’altipiano delle Rocche negli eventi che si susseguono dal Medioevo a oggi. Gennaro Zecca e Pietro Cupido descrivono le macchine per la pesca costiera denominate trabocchi. La tesi che emerge dal volume è quella che l’architettura spontanea non sia un arcaismo ma che rappresenti una testimonianza di progresso culturale basato non tanto su materiali superati ma sulla sapienza delle tecniche di lavorazione. Le case di terra e le altre forme di edilizia spontanea non possono essere considerate costruzioni primitive ma frutto di un’integrazione istintiva fra necessità economiche, tradizioni tipologiche, tecnologie edilizie e sapienza ambientale legata alle necessità materiali.

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Abruzzo: archeologia pastorale sulla montagna di Arischia

Capanna in pietra a strobilo

Capanna in pietra a strobilo

Un itinerario di archeologia pastorale sul versante aquilano del Gran Sasso, in Abruzzo. Percorriamo la montagna di Arischia, il vecchio comune ora circoscrizione dell’Aquila, martoriato dai terremoti, un tempo centro rilevante dell’economia della lana. Le sue terre si estendevano dalle propaggini della valle dell’Aterno fino al Monte San Franco e alle cime della catena settentrionale del Gran Sasso. Sulle terre alte di Arischia raggiungiamo il Monte Stabiata toccando i relitti dei villaggi d’altura, gli stazzi di pietra e le grandi stalle, le cappelle rurali, le sorgenti, i fontanili e gli abbeveratoi, gli angusti campicelli di montagna, le aie per la trebbiatura dei cereali coltivati nei più alti coltivi della zona, le pagliare estive, le capanne in pietra a secco a guardia dei campi. Passiamo in rassegna un’architettura spontanea ormai in gran parte abbandonata e soggetta all’inevitabile degrado del tempo. Un’esplorazione dei pascoli e dei campi d’altura dei pastori-agricoltori che salivano giornalmente da Arischia e dai paesi di fondovalle, e talvolta vi stazionavano per più giorni nei periodi dei più intensi lavori agricoli, sfruttando le masserie dei grandi proprietari o i più modesti casali di pietra.

L’itinerario

I ruderi della Cappella di Sant'Antonino

I ruderi della Cappella di Sant’Antonino

Dal Passo delle Capannelle si percorre la strada diretta ad Assergi per 4 km. Per chi proviene dall’autostrada il punto di riferimento è il km 14,600 della strada, là dove una breve rampa sterrata scende al fontanile del Cupo (m. 1462). Qui si parcheggia. Il fontanile è spesso affollato per l’abbeverata da branchi di cavalli, mandrie di buoi e greggi di ovini che pascolano nei dintorni. Vicino al fontanile è un rifugio moderno con un vasto recinto per la custodia notturna degli animali. Di fronte è Sant’Antonino, una delle numerose cappelle che presidiano gli insediamenti pastorali del Gran Sasso. La chiesetta è ormai crollata, mentre resta in piedi il locale costruito a fianco che funzionava da rifugio e deposito. Si risale il pendio dietro la chiesa e si raggiunge la cresta sovrastante (Colle delle Spiazze). A sud-est è ben evidente il cocuzzolo del Monte Stabiata che raggiungeremo nel corso dell’escursione. Si percorre la cresta che separa la valle di sinistra (Fosso della Pappalorda) che scende ad Assergi e la valle di destra che scende ad Arischia. La pista, ben marcata, compie una larga curva a destra per aggirare la base del colle successivo e raggiunge in 30 minuti la valletta delle Pratelle.

Le Pratelle e il Mandrone

Ruderi del Casale delle Pratelle

Ruderi del Casale delle Pratelle

Questa zona prativa è stata un tempo coltivata dai pastori-agricoltori di Arischia. Ai margini sorgono numerose capanne in pietra a secco, costruite dai titolari dei minuscoli fondi in cui le Pratelle erano frazionate. Le piccole capanne sono in precarie condizioni statiche e assediate dai rovi, ma riescono ancora a trasmettere l’idea delle funzioni alle quali erano adibite, ovvero la custodia degli attrezzi agricoli, il deposito delle vettovaglie e il rifugio di fortuna in caso di maltempo. Tutt’intorno sono visibili i recinti di pietra degli stazzi per il riposo notturno del gregge. Sull’altura vicina sono ancora conservate le pareti in pietra a secco di un rifugio organizzato su tre locali destinati alla caseificazione. La pista traversa le Pratelle, sale sulla cresta e scende al di là nella conca del Mandrone che presenta caratteristiche analoghe. Ai piedi del monte Alto (m. 1527) si rinviene una condola interrata, con il tetto ancora conservato e il cortile antistante recintato da un muretto in pietra a secco. Tornati sulla cresta pochi passi ci conducono alla più bella delle capanne a tholos della zona, dal caratteristico tetto a strobilo o a pigna, realizzato con lastre di pietra e impermeabilizzato con terra ed erba. L’interno è ancora accessibile, ma il progressivo deterioramento della struttura ne fa temere il prossimo crollo.

Monte Stabiata

Dopo quest’ampia visita alle antiche strutture di pietra, è tempo ora di riprendere il cammino che ci conduce per cresta in altri 30 minuti sulla vicina vetta del Monte Stabiata (m. 1650). Il panorama è molto ampio e ravvicinato sulla catena del Gran Sasso con il San Franco, lo Jenca, il pizzo di Camarda e il pizzo Cefalone. A sud è la valle aquilana con tutto il gruppo del Velino, seguito dai monti Reatini e dal Terminillo. A est è la montagna aquilana compresa tra il Vasto e i paesi di Aragno e Collebrincioni, una successione di colli popolati di mandrie al pascolo.

Le Case Micantoni

Le case Micantoni

Le case Micantoni

Torniamo ora sui nostri passi scendendo alle Pratelle e ritrovando la pista percorsa all’andata. All’altezza dell’ampia curva percorsa all’andata, lasciamo la cresta e scendiamo nel valloncello di sinistra. Lo percorriamo sul fondo fino a raggiungere la base meridionale del colle delle Spiazze. Al di là del fosso è l’insediamento delle Case Micantoni. Notevole è la costruzione a due piani inserita nel pendio del colle con doppio accesso indipendente al locale basso e al fienile in alto. Un ampio casale che incorpora numerosi locali indipendenti, in gran parte in rovina, è adibito a stalla e a rifugio temporaneo della famiglia di allevatori. Più in alto sono le rovine di altri edifici, testimonianza di un insediamento di allevatori che un tempo dovette funzionare come un vero e proprio villaggio collocato a poca distanza dalla copiosa Fonte dell’Acqua Fredda. Il fontanile riporta la data del 1767, l’epoca del maggiore sviluppo della pastorizia abruzzese. Non resta ora che risalire o aggirare il Colle delle Spiazze per ritrovare la Fonte del Cupo e l’auto. L’intera escursione richiede due ore e mezzo di tempo su un dislivello di 250 metri.

Condola alle pendici del Monte Alto

Condola alle pendici del Monte Alto

Rovereto: il Museo storico della guerra

Museo storico della guerra

La tabella di confine con l'Austria nel 1915

La tabella di confine con l’Austria nel 1915

La visita al Museo della Guerra nel Castello di Rovereto è ricca di stimoli, varia e appagante. Siamo lontani dalle tetre raccolte di cimeli o dalle noiose e pedanti cronologie di eventi. Punto di forza è l’integrazione tra il ‘contenitore’ (i torrioni, le sale, i camminamenti e le terrazze panoramiche del castello) e i ‘contenuti’ delle raccolte, cementato dall’amalgama della multimedialità.

 Le esposizioni

Mitragliatrice austriaca

Mitragliatrice austriaca

Impianto radiologico militare da campo

Impianto radiologico militare da campo

Le esposizioni permanenti sono dieci: 1. armi e soldati nell’Ottocento (la trasformazione della guerra e delle armi da Napoleone alla Grande Guerra); 2. il Risorgimento in salotto (deliziosa raccolta di ceramiche, quadri e oggetti che celebrano le vicende militari e i protagonisti del Risorgmento); 3. La Grande Guerra (le ragioni per cui il conflitto, lo sforzo industriale, la mobilitazione di milioni di uomini e di donne al fronte, nelle fabbriche, nelle campagne e nell’assistenza, lo sviluppo dell’aviazione e i nuovi mezzi di comunicazione, la rivoluzione della propaganda, la violenza sulle popolazioni civili, l’invenzione di nuove terribili armi, i massacri e i genocidi, fino al lutto per i milioni di morti); 4. il 1918 (la riorganizzazione dell’esercito dopo la sconfitta di Caporetto e la vittoria finale); 5. vita di trincea e campi di prigionia (il destino dei prigionieri di guerra italiani e la strumentazione di trincea); 6. propaganda e sanità (gli strumenti e le modalità per sostenere il morale dei propri soldati e abbattere quello delle truppe nemiche, neutralizzare le spinte pacifiste e convincere i civili a sostenere i costi della guerra; la ricostruzione di un’infermeria); 7. la guerra sul fronte italo-austriaco 1915-1918 (uniformi, documenti, memorie di guerra, monumenti e sacrari); 8. torrione Marino (le dotazioni armate del soldato e del cavaliere); 9. torrione Malipiero (le armi dalla Preistoria all’alto Medioevo); 10. le artiglierie della Grande Guerra (cannoni, bombarde, obici e mortai, con il relativo munizionamento).

Pasubio 1915-1918

La mostra dedicata alla guerra sul Pasubio

Una mostra temporanea è dedicata al monte Pasubio, uno dei campi di battaglia tra i più tormentati della Prima guerra mondiale. Tra il 1915 e il 1918 poco meno di 100.000 soldati italiani e austro-ungarici ne abitarono le pendici, la sommità e le valli che lo delimitano, tracciarono freneticamente strade e sentieri, montarono teleferiche e acquedotti, edificarono villaggi di baracche e scavarono centinaia di gallerie. Più di diecimila di loro vi morirono: in combattimento, per malattie e incidenti, travolti da valanghe. La prima sezione della mostra è dedicata ai lavori di recupero del patrimonio storico della Grande Guerra che in questi anni si stanno realizzando. La seconda parte della mostra è dedicata alle vicende storiche che hanno interessato il massiccio durante la guerra. L’ultima sezione è dedicata al dopoguerra. La ricostruzione iniziò grazie all’intervento del Genio militare italiano; contemporaneamente iniziò il lavoro di bonifica dei terreni dai proiettili inesplosi, la chiusura delle trincee, l’asportazione del filo spinato. Per molti abitanti il lavoro di recuperante fu l’opportunità alternativa all’emigrazione. Sui campi di battaglia le salme vennero recuperate, i cimiteri militari riesumati. Il Pasubio, con le sue sanguinose battaglie, divenne una delle montagne simbolo della vittoria italiana.

La guerra di mine sul Pasubio

La guerra di mine sul Pasubio

http://www.museodellaguerra.it/

Rovereto: le postazioni della Grande Guerra sul Monte Ghello

La croce del Monte Ghello

La croce del Monte Ghello

Il Monte Ghello è un promontorio roccioso a ridosso della città di Rovereto, sul versante orientale della Vallagarina. Sulla sommità sono ancora visibili postazioni di artiglieria in caverna e altre fortificazioni in roccia scavate dagli austriaci. Un anello escursionistico con partenza da Rovereto ne raggiunge la sommità dal versante di Noriglio e Zaffoni e ridiscende in città dal versante di Toldi. Il percorso a piedi richiede 3-4 ore. Raggiungendo in auto o in bus le località in alto, i tempi si riducono a circa un’ora di visita delle evidenze sommitali.

 Il giro del Monteghello

Il sentiero e l'accesso alla galleria di guerra

Il sentiero e l’accesso alla galleria di guerra

Da Piazza Rosmini si segue la strada provinciale per Noriglio (Viale dei Colli) oppure la strada vecchia che dal Dosso del Castello di Rovereto porta alla frazione dei Valteri. Di qui una stretta strada asfaltata (Via Klame) sale alla località Zaffoni. Si entra ora nel cuore del Monte Ghello, seguendo fedelmente la segnaletica, prima sull’asfalto e poi su una larga sterrata. Si costeggiano i pozzi di pietra, le opere militari austriache, i terrazzamenti coltivati e si raggiunge la grande croce di vetta (m. 522) da cui si domina l’intera città di Rovereto e un ampio tratto della Vallagarina. Sempre su sterrata si scende alle case di Toldi e ora sull’asfalto (con qualche scorciatoia segnalata) si segue il magnifico e panoramico percorso tra i vigneti che scende alla Vallunga e a Rovereto.

 Le fortificazioni austriache

L'entrata della galleria

L’entrata della galleria

Postazione di artiglieria in caverna

Postazione di artiglieria in caverna

L’esplorazione del Monte Ghello grazie a brevi diramazioni del sentiero principale porta alla scoperta di diverse opere militari a carattere difensivo costruite dagli austriaci a controllo delle valli (Vallarsa, Valle di Terragnolo, Val Lagarina). L’infrastruttura più interessante è il percorso in galleria, scavato nella roccia, che termina nelle postazioni in caverna che ospitavano l’artiglieria. Di rilievo è il bunker anch’esso attrezzato con due postazioni per le bocche di fuoco. Collegano le opere più importanti una serie di strutture di servizio: camminamenti trincerati, posti di osservazione, canalette e cisterne per l’acqua, ricoveri per i soldati.

Ricovero in pietra a secco

Ricovero in pietra a secco

Deposito addossato alla roccia

Deposito addossato alla roccia

Grande Guerra: i forti austriaci di Levico

L'acquedotto austriaco

L’acquedotto austriaco

L'origine del Lago di Levico

L’origine del Lago di Levico

Il Sentiero degli Gnomi

Il Sentiero degli Gnomi

Un bel percorso ad anello compie il periplo del lago di Levico e consente di ammirare i due forti militari delle Benne e di Tenna che gli austriaci costruirono per difendere l’alta Valsugana da una possibile avanzata delle truppe italiane provenienti dal Veneto. Le memorie belliche collegate dal Sentiero della Pace si alternano agli scorci sui due laghi di Levico e Caldonazzo, allo scrosciante torrente che scorre nel bosco dell’area protetta di Pizè, al sentiero degli Gnomi, ai masi e alle architetture rurali in pietra a secco, alle testimonianze dell’antica Via Claudia Augusta, ai centri urbani amati da un turismo cosmopolita.

Si parte dal centro di Levico, guidati dall’utile cartina fornita dall’ufficio turistico e dall’abbondante segnaletica. La direzione è il Colle delle Benne che si alza a est del lago. La strada sterrata alterna tratti pianeggianti a salite assai moderate, fiancheggiata da alti muri a secco e da ingegnose scalinate di pietra che salgono ai fondi sovrastanti. Si sosta per osservare i resti dell’acquedotto austriaco e si riprende il cammino che, tra vigneti e coltivi, sorpassa alcuni masi e raggiunge il punto più alto. Qui alcuni passi sulla destra conducono al Forte delle Benne, sulla quota 650. Ora una lunga e placida discesa torna alla quota del lago, traversa la strada provinciale e raggiunge la località Visintainer. Qui s’inverte la direzione, seguendo le paline segnaletiche per Tenna e il suo Forte. Lo splendido sentiero costeggia a saliscendi il torrente di fondovalle e la costa occidentale del lago di Levico. Il sentiero è dedicato agli Gnomi e traversa il biotopo protetto di Pizé. Quando torna visibile Levico con le sue spiagge, il sentiero diventa sterrata e con alcuni tornanti sale al borgo di Tenna, dove si ammira un cippo miliario dell’antica Via Claudia Augusta. Si raggiunge in breve il vicino forte austriaco di Tenna, restaurato e recintato. Il sentiero segue ora il crinale tra i due laghi, regalando immagini da cartolina, e raggiunge la chiesetta duecentesca di San Valentino e la vicina casetta eremitica. Si scende ora decisamente verso la località di Brenta traversando i meleti con vista sulle rupi della cerchia di monti dell’altopiano. A piedi conviene raggiungere la vicina Caldonazzo e tornare a Levico con il trenino della Valsugana o il bus.

Il Forte delle Benne

Il Forte delle Benne

Il Forte delle Benne

Il contrafforte

Il contrafforte

Il Forte è stato costruito nel 1880 in posizione elevata ed è difeso da fossato, terrapieni e controscarpe. Il corpo centrale ha forma poligonale ed è munito di quattro finestroni da cui spuntavano quattro grandi cannoni in grado di battere tutta l’area tra Levico e Pergine. Il retro del forte è munito di un bastione esterno con feritoie d’acciaio dalle quali sparavano i mitraglieri e i fucilieri. Il corpo del forte si sviluppa su quattro piani sovrapposti, con una cinquantina di vani destinati ai soldati di guardia, alle riserve d’acqua, ai servizi e alla santabarbara. Ai primi del Novecento si realizzò una ristrutturazione che aggiunse un cerchio esterno di difesa costituito da casematte, ricoveri in roccia, fortini blindati e un trincerone. La via di accesso per i rifornimenti era la strada che sale da Visintainer. Va detto che il forte rimase inoperoso durante tutta la guerra.

Il Forte Tenna

Il Forte Tenna

Il Forte Tenna

La batteria di fuoco

La batteria di fuoco

Leggermente più basso di quota del Forte delle Benne, il Forte di Tenna costituiva un altro cardine della linea difensiva austroungarica a controllo della Valsugana e a difesa di Trento. Le camere che ospitavano l’artiglieria utilizzavano finestroni orientati verso il bacino di Levico e le valli vicine. A forma di quadrilatero irregolare, era costruito con pietra e calcestruzzo e ulteriormente protetto da un rivestimento di terra che serviva ad attutire gli eventuali colpi in arrivo. Era anch’esso articolato su quattro livelli, con disponibilità di locali per ospitare la guarnigione, le riserve alimentari, le cisterne dell’acqua, i generatori, le munizioni. I materiali da costruzione e i rifornimenti utilizzavano una teleferica che riduceva le difficoltà di alimentazione del forte collocato in zona scoscesa e impervia. Di una qualche “eleganza” si presenta l’accesso posteriore scandito da sei grandi porte e da quattro alte colonne divisorie.

Il cippo miliario di Tenna sulla Via Claudia Augusta

Il cippo miliario di Tenna sulla Via Claudia Augusta

La chiesetta di San Valentino

La chiesetta di San Valentino

Andar per trincee sul Carso della Grande Guerra

Andar per trincee

Lucio Fabi ha scritto un’agile guida, tutta a colori, di facili e aggiornati itinerari di guerra (con relative mappe, narrazione storica e pratiche descrizioni escursionistiche) per un turismo consapevole, alla scoperta dei resti delle trincee della Grande Guerra sul Carso.       La guida descrive dieci escursioni: 1 – Il Sacrario di Redipuglia; 2 – La Dolina dei Bersaglieri e le Trincee del monte Sei Busi; 3 – Da San Martino al Carso al monte San Michele; 4 – Il Bosco Cappuccio, la Trincea delle Frasche e il Parco Ungaretti; 5 – Doberdò e il suo lago; 6 – Il Sentiero Abramo Schmid; 7 – L’itinerario storico di Cerje; 8 – L’itinerario storico di Temnica; 9 – Monfalcone e il parco tematico della Grande Guerra; 10 – Punta Sdobba, Fossalon e Grado: spiagge armate della Grande Guerra.

Scheda libraria su: http://transalpina.it/editrice/andar-per-trincee-sul-carso.asp

Grande Guerra: le trincee del Carso sui monti Cosich e Debeli

Fortificazioni sul monte Cosich

Fortificazioni sul monte Cosich

Il centro di visita del lago di Pietrarossa

Il centro di visita del lago di Pietrarossa

Partendo da Monfalcone una passeggiata a piedi su comode strade sterrate penetra nella Riserva naturale regionale dei laghi di Doberdò e Pietrarossa ed esplora i campi di battaglia del Carso. L’obiettivo è la trincea austroungarica che si allunga sulla cresta dei monti Cosich (m. 112) e Debeli (m.139). Dal centro di Monfalcone si valica la ferrovia per il sottopasso di Salita Mocenigo e si entra nel Parco tematico della Grande Guerra. Si prosegue sulla sterrata in salita di fronte (nord) e si scende al di là della prima linea di colli raggiungendo l’autostrada. Un sottopasso e un breve tratto successivo portano al Lago di Pietrarossa e all’interessante Centro di visita della Riserva. Tornati indietro di pochi passi s’imbocca la sterrata in salita (segnavia 82) che tra opere di guerra conduce alla sella tra i monti Cosich e Debeli, nodo di sentieri. A destra una strada sterrata sale lungamente lungo la cresta del Debeli, incrociando la trincea e toccando la panoramica sommità nei pressi di grandi tralicci dell’alta tensione. Tornati alla sella si sale al monte Cosich lungo un sentierino nel bosco che costeggia la trincea. La cima ospita altre opere di guerra e si affaccia sul campo di battaglia. Risulta chiara la difficoltà delle truppe italiane che dopo lo sbarco a Monfalcone avevano occupato e fortificato la prima linea di colli. Per attaccare la linea trincerata Cosich-Debeli gli itaiani dovevano prima scendere nella valletta acquitrinosa di Pietrarossa (dove oggi passa l’autostrada) e risalire il pendio sotto il costante fuoco avversario. Scendendo lungo la cresta ovest si tocca un cippo senza nome e si ritorna alla sella lungo la sterrata che aggira da nord il Cosich. Dalla sella si torna a Monfalcone sulla via dell’andata.

La sella tra i monti Cosich e Debeli

La sella tra i monti Cosich e Debeli

Il cippo senza nome

Il cippo senza nome