Abruzzo: archeologia pastorale sulla montagna di Arischia

Capanna in pietra a strobilo

Capanna in pietra a strobilo

Un itinerario di archeologia pastorale sul versante aquilano del Gran Sasso, in Abruzzo. Percorriamo la montagna di Arischia, il vecchio comune ora circoscrizione dell’Aquila, martoriato dai terremoti, un tempo centro rilevante dell’economia della lana. Le sue terre si estendevano dalle propaggini della valle dell’Aterno fino al Monte San Franco e alle cime della catena settentrionale del Gran Sasso. Sulle terre alte di Arischia raggiungiamo il Monte Stabiata toccando i relitti dei villaggi d’altura, gli stazzi di pietra e le grandi stalle, le cappelle rurali, le sorgenti, i fontanili e gli abbeveratoi, gli angusti campicelli di montagna, le aie per la trebbiatura dei cereali coltivati nei più alti coltivi della zona, le pagliare estive, le capanne in pietra a secco a guardia dei campi. Passiamo in rassegna un’architettura spontanea ormai in gran parte abbandonata e soggetta all’inevitabile degrado del tempo. Un’esplorazione dei pascoli e dei campi d’altura dei pastori-agricoltori che salivano giornalmente da Arischia e dai paesi di fondovalle, e talvolta vi stazionavano per più giorni nei periodi dei più intensi lavori agricoli, sfruttando le masserie dei grandi proprietari o i più modesti casali di pietra.

L’itinerario

I ruderi della Cappella di Sant'Antonino

I ruderi della Cappella di Sant’Antonino

Dal Passo delle Capannelle si percorre la strada diretta ad Assergi per 4 km. Per chi proviene dall’autostrada il punto di riferimento è il km 14,600 della strada, là dove una breve rampa sterrata scende al fontanile del Cupo (m. 1462). Qui si parcheggia. Il fontanile è spesso affollato per l’abbeverata da branchi di cavalli, mandrie di buoi e greggi di ovini che pascolano nei dintorni. Vicino al fontanile è un rifugio moderno con un vasto recinto per la custodia notturna degli animali. Di fronte è Sant’Antonino, una delle numerose cappelle che presidiano gli insediamenti pastorali del Gran Sasso. La chiesetta è ormai crollata, mentre resta in piedi il locale costruito a fianco che funzionava da rifugio e deposito. Si risale il pendio dietro la chiesa e si raggiunge la cresta sovrastante (Colle delle Spiazze). A sud-est è ben evidente il cocuzzolo del Monte Stabiata che raggiungeremo nel corso dell’escursione. Si percorre la cresta che separa la valle di sinistra (Fosso della Pappalorda) che scende ad Assergi e la valle di destra che scende ad Arischia. La pista, ben marcata, compie una larga curva a destra per aggirare la base del colle successivo e raggiunge in 30 minuti la valletta delle Pratelle.

Le Pratelle e il Mandrone

Ruderi del Casale delle Pratelle

Ruderi del Casale delle Pratelle

Questa zona prativa è stata un tempo coltivata dai pastori-agricoltori di Arischia. Ai margini sorgono numerose capanne in pietra a secco, costruite dai titolari dei minuscoli fondi in cui le Pratelle erano frazionate. Le piccole capanne sono in precarie condizioni statiche e assediate dai rovi, ma riescono ancora a trasmettere l’idea delle funzioni alle quali erano adibite, ovvero la custodia degli attrezzi agricoli, il deposito delle vettovaglie e il rifugio di fortuna in caso di maltempo. Tutt’intorno sono visibili i recinti di pietra degli stazzi per il riposo notturno del gregge. Sull’altura vicina sono ancora conservate le pareti in pietra a secco di un rifugio organizzato su tre locali destinati alla caseificazione. La pista traversa le Pratelle, sale sulla cresta e scende al di là nella conca del Mandrone che presenta caratteristiche analoghe. Ai piedi del monte Alto (m. 1527) si rinviene una condola interrata, con il tetto ancora conservato e il cortile antistante recintato da un muretto in pietra a secco. Tornati sulla cresta pochi passi ci conducono alla più bella delle capanne a tholos della zona, dal caratteristico tetto a strobilo o a pigna, realizzato con lastre di pietra e impermeabilizzato con terra ed erba. L’interno è ancora accessibile, ma il progressivo deterioramento della struttura ne fa temere il prossimo crollo.

Monte Stabiata

Dopo quest’ampia visita alle antiche strutture di pietra, è tempo ora di riprendere il cammino che ci conduce per cresta in altri 30 minuti sulla vicina vetta del Monte Stabiata (m. 1650). Il panorama è molto ampio e ravvicinato sulla catena del Gran Sasso con il San Franco, lo Jenca, il pizzo di Camarda e il pizzo Cefalone. A sud è la valle aquilana con tutto il gruppo del Velino, seguito dai monti Reatini e dal Terminillo. A est è la montagna aquilana compresa tra il Vasto e i paesi di Aragno e Collebrincioni, una successione di colli popolati di mandrie al pascolo.

Le Case Micantoni

Le case Micantoni

Le case Micantoni

Torniamo ora sui nostri passi scendendo alle Pratelle e ritrovando la pista percorsa all’andata. All’altezza dell’ampia curva percorsa all’andata, lasciamo la cresta e scendiamo nel valloncello di sinistra. Lo percorriamo sul fondo fino a raggiungere la base meridionale del colle delle Spiazze. Al di là del fosso è l’insediamento delle Case Micantoni. Notevole è la costruzione a due piani inserita nel pendio del colle con doppio accesso indipendente al locale basso e al fienile in alto. Un ampio casale che incorpora numerosi locali indipendenti, in gran parte in rovina, è adibito a stalla e a rifugio temporaneo della famiglia di allevatori. Più in alto sono le rovine di altri edifici, testimonianza di un insediamento di allevatori che un tempo dovette funzionare come un vero e proprio villaggio collocato a poca distanza dalla copiosa Fonte dell’Acqua Fredda. Il fontanile riporta la data del 1767, l’epoca del maggiore sviluppo della pastorizia abruzzese. Non resta ora che risalire o aggirare il Colle delle Spiazze per ritrovare la Fonte del Cupo e l’auto. L’intera escursione richiede due ore e mezzo di tempo su un dislivello di 250 metri.

Condola alle pendici del Monte Alto

Condola alle pendici del Monte Alto

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