Chiavari. Il Giudizio finale di Luca Cambiaso

Il Santuario di Nostra Signora delle Grazie è incastonato nel verde del bosco della costa ligure, a picco sul mare del golfo del Tigullio, sulla statale Aurelia che esce da Chiavari e si dirige verso Zoagli e Rapallo. La sua posizione assolutamente pittoresca e spettacolare si combina poi con l’interesse degli interni, interamente rivestiti di grandi affreschi cinquecenteschi. Teramo Piaggio vi dipinse i cicli delle vite di Maria e di Gesù, utilizzando le due pareti laterali e l’abside per la crocifissione. Luca Cambiaso, che era già artista appezzato dalle famiglie patrizie genovesi, ebbe l’incarico nel 1550 di affrescare la controfacciata del Santuario, chiudendo il ciclo cristologico con l’aggiunta della raffigurazione del Giudizio universale.

Il Giudizio universale di Luca Cambiaso

Il Giudizio universale di Luca Cambiaso

La parte alta dell’affresco descrive le scene che avvengono in cielo. In basso, ai lati della porta, sono invece descritti gli avvenimenti terrestri e gli esiti del giudizio universale. Il Cristo giudice irrompe nell’alto dei cieli attraverso un varco tra le nuvole che ne incornicia la figura nella luce dorata dell’empireo. È nudo, protetto da un velo svolazzante, con le piaghe della crocifissione in evidenza; ha barbetta e capelli biondi; solleva la mano destra nel gesto della benedizione dei beati e punta minacciosamente il dito ammonitore della mano sinistra verso i dannati. Ai suoi lati sono inginocchiati gli intercessori; particolarmente accorata è l’invocazione della madre Maria, con la mano sul cuore, perché il Figlio sia misericordioso nei confronti dell’umanità risorta; con le mani giunte nel gesto della preghiera intercede anche San Pietro, primo successore di Gesù, con le chiavi del Regno appese al braccio; dietro di lui si vede il volto del terzo intercessore, Giovanni il Battista, con i capelli in disordine dopo la lunga permanenza nel deserto. Dietro gli intercessori emergono dalle nubi le figure degli angeli che sollevano gli strumenti della passione (la grande croce e la colonna della flagellazione) e li mostrano ai risorti.

Il Giudice

Il Giudice

La fascia immediatamente sottostante è popolata di angeli che stazionano sulle nubi. Al centro sono gli angeli tubicini che suonano le trombe del giudizio per risvegliare i morti. Un angelo apre il libro del giudizio nel quale sono descritte le opere buone e quelle cattive compiute dall’umanità risorta. A destra un gruppetto di angeli osserva attento gli eventi del cielo e della terra. A sinistra un altro angelo allunga il braccio per aiutare la salita verso il cielo di un risorto giudicato favorevolmente.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Sulla parete a sinistra del portale il pittore ha condensato tre scene diverse. La prima è la risurrezione dei morti, descritta nelle sue diverse fasi: le ossa aride, gli scheletri che si ricompongono e si rivestono della carne, i morti ancora inani e quelli che riprendono vita, i risorti che fuoriescono dalle loro sepolture sotterranee. La seconda scena è quella della separazione degli eletti dai dannati, resa mediante la contesa tra l’angelo e i diavoli per il possesso di una risorta: la donna, nuda e ben pettinata, mostra ancora i segni della sorpresa e l’aria un po’ trasognata della risurrezione; ma il suo occhio è già immagine conscia dell’ambiguità della sua vita interiore; due diavoli muscolosi e grotteschi, con gli attributi tradizionali dell’iconografia di genere (le corna, la coda, i denti aguzzi, le orecchie appuntite) cercano con la forza di strappare la donna dall’abbraccio sicuro del suo angelo custode. La terza scena è quella del gruppetto di risorti che apprende la sentenza di salvezza e guarda ormai verso il Paradiso dei beati.

L'Inferno

L’Inferno

La parete a destra del portale è dedicata all’Inferno. Un corteo di diavoli trascina o spinge con la forza i dannati; alla bocca dell’inferno i reprobi trovano altri diavoli che li attendono in atteggiamenti non propriamente amichevoli; sono quindi condotti nella grande caverna sotterranea, scura e rosseggiante di fiamme, con un religioso tonsurato bene in evidenza.

Il dipinto di Luca Cambiaso presenta alcune evidenti citazioni michelangiolesche: si guardi in particolare agli angeli senza ali che faticano a sollevare i pesi dei simboli della passione; oppure al gruppo, pur mutilato, degli angeli tubicini.

Genova. Il risveglio dei morti in Sant’Agostino

 

Oggi l’antico cuore della presenza dei padri Agostiniani a Genova è stato trasformato in un apprezzato museo di storia della città che ospita sculture, affreschi staccati italiani e liguri, reperti lapidei dal X al XVIII secolo. A fianco del convento-museo sorge la chiesa dedicata al santo: ormai sconsacrata, è stata anch’essa trasformata in una suggestiva sala dedicata a mostre ed esposizioni temporanee o a rappresentazioni teatrali.

Genova - Sant'Agostino - Il Giudizio finale di Barnaba da Modena

Genova – Sant’Agostino – Il Giudizio finale di Barnaba da Modena

 

Sul fondo della chiesa, a destra, è ancora visibile, nonostante i danni della guerra, un affresco attribuito al pittore Barnaba da Modena raffigurante il Giudizio finale. Quest’affresco è stato probabilmente realizzato verso il 1380, negli ultimi anni di vita del pittore. È diviso nettamente in due parti da una cornice.

Il giudice con gli intercessori

Il giudice con gli intercessori

La lunetta superiore reca la scena del Cristo giudice affiancato dagli intercessori. Il giudice è rappresentato all’interno della mandorla, avvolto da un mantello che lascia parzialmente scoperto il torace, con lunghi capelli biondi e il nimbo intorno al capo. Non c’è evidenza delle piaghe della passione. Le braccia sono aperte verso il basso nel gesto dell’accoglienza. Il palmo aperto della mano destra va a sfiorare la mano della madre Maria, sollevata nel gesto della preghiera. Il volto è sereno e fiducioso. Più timoroso è l’atteggiamento di Giovanni il Battista, raffigurato in ginocchio e con le braccia incrociate sul petto: il precursore veste un mantello al di sopra della tunica di pelo di cammello e ha i capelli e la barba in disordine, nella tradizionale immagine dell’eremita che vive nel deserto.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Il riquadro inferiore descrive la scena della risurrezione dei morti. Nella fascia azzurra del cielo due angeli in volo suonano le loro lunghe trombe per chiamare i morti a risvegliarsi. Sulla terra sono visibili sei urne sepolcrali aperte, di diverso colore e prive di fregi e ornamenti. All’interno i corpi dei defunti si risvegliano e si animano progressivamente. Se alcuni corpi sono ancora giacenti all’interno delle tombe, altri si sollevano a sedere o escono dai sepolcri scavalcandone il bordo. Un risorto è già contrassegnato dall’aureola della santità. Altri mostrano la tonsura della loro condizione di religiosi. Tutti si sottopongono al giudizio di Dio.

 

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Modena. Il Giudizio finale della Cappella Bellincini

Cattedrale di Modena - Cappella Bellincini - Il Giudizio universale di Cristoforo da Lendinara

Cattedrale di Modena – Cappella Bellincini – Il Giudizio universale di Cristoforo da Lendinara

Il Duomo di Modena è uno dei capolavori del Romanico padano. Lo rendono celebre i bassorilievi scolpiti in facciata da Wiligelmo con le storie della Genesi, la vita di San Geminiano, gli apostoli, i patriarchi e i profeti. E all’interno la balaustra del pontile scolpita dai maestri campionesi, con le scene della Passione e dell’ultima Cena. Ma la nostra attenzione si concentra anche su un’opera del Rinascimento ospitata nella Cappella Bellincini, la prima della navata destra. Si tratta del Giudizio universale che sovrasta l’altare di San Bernardino, dipinto da Cristoforo da Lendinara nel 1475.

Il Paradiso

Il Paradiso

La scena del Giudizio finale occupa la parete di fondo e si articola in tre fasce sovrapposte. La scena che occupa la metà superiore riporta la visione del Paradiso con i gruppi degli eletti che si assiepano intorno alla mandorla del Cristo giudice. Gesù appare seduto, rivestito di un lungo abito bianco bordato d’oro, con l’aureola dorata sul viso sereno, incorniciato dai lunghi capelli biondi; le braccia sono sollevate ed esibiscono i fori dei chiodi sulle palme delle mani; è reso così il senso della salvezza portata agli uomini per mezzo del suo sacrificio. Il coro dei profeti e dei patriarchi si allunga ai piedi del Cristo e nei sottarchi: i cartigli identificano Malachia, Giacobbe, Isaia, Aronne, Abacuc, Elia, Daniele e Davide. Segue il coro degli apostoli, con Pietro, Paolo e Giovanni. Più in alto sono i Martiri, i Dottori della Chiesa e i santi Confessori, fondatori degli Ordini religiosi.

L'arcangelo Michele e gli angeli tubicini

L’arcangelo Michele e gli angeli tubicini

La fascia intermedia tra il cielo e la terra è occupata dai quattro eleganti angeli tubicini. Essi si sporgono sui quattro angoli della terra, gonfiano le gote e soffiano nelle trombe le note fragorose che risvegliano i morti e li chiamano alla risurrezione universale. Al centro è già appostato sulle nubi l’arcangelo Michele che ha il compito di amministrare la giustizia ultima; con la mano destra impugna la spada della giustizia e con la sinistra regge la bilancia a doppio piatto, sulla quale saranno pesate le opere buone e cattive dell’umanità.

L'umanità risorta attende il giudizio

L’umanità risorta attende il giudizio

In basso, sulla terra, i risorti sono tutti in piedi. Nudi e velati dalla sola biancheria intima essi si rivolgono al cielo nella trepida attesa di conoscere il proprio destino di salvezza o di dannazione. I loro volti esprimono l’ansia e la speranza e le loro mani si congiungono nel gesto della preghiera. Tra le due ali dell’umanità risorta, le nicchie di un tempietto ospitano Maria col bambino e i santi Girolamo e Bernardino. Le pareti laterali della cappella sono rivestite delle immagini di altri santi: Caterina d’Alessandria, Francesco, Agostino e Sebastiano. In alto, la lunetta e i risvolti dell’arco raffigurano l’Annunciazione dell’angelo Gabriele a Maria e la Natività di Cristo: sono gli episodi iniziali di quella storia della salvezza che si concluderà con la seconda venuta del Signore e il Giudizio universale.

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Albenga. La geografia dell’aldilà nella chiesa di San Bernardino

L'affresco dei fratelli Biazaci

L’affresco dei fratelli Biazaci

Siamo ad Albenga, in Liguria. Dalla centrale Piazza del Popolo si supera il ponte in ferro sul fiume Centa e si segue il vecchio tracciato urbano della Via Aurelia. Pochi passi sulla via Piave e una deviazione a destra sulla via Raffaello e poi su via Donatello conducono alla piazza di San Bernardino. La chiesa, dedicata al popolare santo senese, è officiata e visitabile, mentre il vicino convento, già carcere, è stato riutilizzato per ospitarvi i servizi comunali. Entrati nella navata della chiesa ci fermiamo davanti al dipinto sulla parete destra che precede il presbiterio. Il grande affresco rompe con la tradizionale composizione del Giudizio universale o piuttosto la ridimensiona nettamente e propone invece un’ampia geografia dei luoghi dell’aldilà (la città celeste murata e turrita, la vasca fiammeggiante del purgatorio, la prigione in caverna del limbo dei pargoli, i magazzini sotterranei dell’inferno compartimentato, le strade percorse dalle carovane dei viziosi). Ne sono autori i fratelli Tommaso e Matteo Biazaci di Busca, che lo realizzarono nel decennio compreso tra il 1474 e il 1483, alternandosi con il santuario di Montegrazie, dove dipinsero un soggetto del tutto analogo e quasi sovrapponibile. La composizione si articola in quattro fasce orizzontali sovrapposte. Il registro superiore è dedicato alle scene del Giudizio e alle immagini del Paradiso, del Purgatorio e del Limbo. La seconda fascia è dedicata all’Inferno ed è suddivisa in sette riquadri. La terza fascia rappresenta la cavalcata dei vizi capitali e il gruppo delle virtù. L’ultima fascia, in basso, è di difficile lettura a causa della quasi totale scomparsa delle immagini.

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

Il Cristo giudice, con gli intercessori e i santi innocenti

In alto il Cristo parusiaco appare nei cieli all’interno della tradizionale ‘mandorla’, sostenuta da sei cherubini e serafini. Regalmente abbigliato e col nimbo crociato sul capo, siede a braccia levate sull’arcobaleno della nuova alleanza tra il cielo e la terra, simboleggiata dalla sfera sottostante. Gli fanno corona sei angeli in piedi che suonano un concerto celestiale con gli strumenti musicali del tempo (il flauto, la viola, l’arpa). Presenziano al giudizio gli intercessori: Maria, la madre di Gesù e Giovanni Battista, in ginocchio, impetrano a mani giunte la misericordia divina. Tra i due intercessori appare un folto gruppo di bambini, raffigurati nudi o ancora in fasce e a mani giunte: sono i Santi Innocenti, i bimbi fatti uccidere da Erode nel tentativo di eliminare il neonato Gesù e che ora chiedono giustizia per il sangue versato.

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale

Il giudizio individuale delle anime è affidato all’arcangelo Michele. La scena, piuttosto gustosa, è descritta sulla sinistra. L’arcangelo è rivestito integralmente dalla corazza e sfodera una lunga spada con la quale tiene a distanza i demoni. Con la mano sinistra regge una bilancia a due piatti dove sono pesate rispettivamente le opere buone (simboleggiate dalla lettera b, “bene”) e le malvage (lettera m, “male”). Tutt’intorno all’arcangelo si anima il trambusto del giudizio: gli angeli e i diavoli squadernano i libri del bene e del male; un giudicato viene sottoposto alla pesatura individuale; l’esito negativo è accolto dal pianto dell’angelo custode e dalla soddisfazione del diavolo che afferra per i capelli il neo-dannato; le anime dei “sommersi” sono caricate su una carriola e un diavolo si preoccupa di andarle a scaricare nella buca d’accesso all’inferno; le anime dei “salvati” sono invece accompagnate dagli angeli verso la città celeste.

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli e la caduta dei dannati

Il Limbo dei pargoli è raffigurato nell’angolo superiore a sinistra. Un’ampia cavità accoglie le anime dei bambini morti senza aver ricevuto il battesimo. La cavità è chiusa da una grande grata di ferro, vigilata da un diavolo armato di bastone e separata da un cippo confinario dal mondo infernale. Questi bimbi non possono accedere al paradiso perché ancora macchiati dal peccato originale, ma non meritano l’inferno perché liberi da qualsiasi colpa personale.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio è descritto nel registro più alto a destra. In un lago rosseggiante di fiamme le anime peccatrici annaspano, sommerse a profondità diverse: di alcune di esse vediamo solo i capelli o la testa; di altre osserviamo anche il collo e le braccia; altre liberano anche con il tronco; la progressiva emersione dal fuoco purgatorio è correlata alla durata più o meno lunga dell’espiazione della pena. La permanenza in Purgatorio può essere però ridotta, anche fortemente, dalle preghiere intercessorie dei vivi superstiti. Sul fuoco volteggiano infatti angeli misericordiosi che portano alle anime sofferenti il sollievo di una brocca d’acqua refrigerante, il vaso di un unguento che cura le ustioni, un calice colmo di particole delle Messe offerte in suffragio, una veste candida simbolo di salvezza.

I beati in Paradiso

I beati in Paradiso

Le anime dei giusti che hanno superato l’esame dell’arcangelo Michele e le anime che gli angeli hanno liberato dal Purgatorio si avviano verso il Paradiso, risalendone la scalinata d’accesso. Ad accoglierle trovano San Pietro che apre loro la porta del regno dei cieli con le chiavi avute da Gesù e le introduce tra i beati. Il paradiso ha l’aspetto della città celeste descritta dall’Apocalisse, una città circondata da alte mura merlate, intervallate a torri. Lo spazio urbano è affollato di santi oranti, ordinatamente disposti su tre file rivolte verso il Cristo trionfante. Spicca la presenza della famiglia religiosa francescana e dei frati Minori Osservanti con Bernardino da Siena al centro. L’osservazione paziente degli abiti, dei copricapi, degli attributi e degli oggetti che li contraddistinguono, consente anche l’identificazione di numerosi altri beati: il bastone da pellegrino dell’apostolo Giacomo, il piatto con gli occhi della martire siracusana Lucia, la tenaglia dei denti della martire egiziana Apollonia, il calice dell’apostolo Giovanni, il coltello del martirio di Bartolomeo, l’ascia della decapitazione di Giuda Taddeo, il bastone da gualcheraio di Giacomo e via continuando. Tra i beati sono rappresentati gli apostoli, i re cristiani, i santi guerrieri, i diaconi, i papi, i cardinali, i vescovi, i religiosi e le religiose, le vergini, i christifideles laici.

L'Inferno degli invidiosi

L’Inferno degli invidiosi

Al piano inferiore troviamo l’Inferno, il regno dell’aldilà descritto con la maggiore dovizia di particolari. I dannati vi precipitano attraverso la buca nel terreno soprastante e vi sono distribuiti ciascuno in un sepulcrum, sulla base del vizio capitale che li ha caratterizzati in vita. Il sepulcrum trasmette l’idea della tomba, di una sepoltura sotterranea dove viene scontata una pena definitiva ed eterna. I “sepolcri” si succedono tra loro, affiancati e separati da muri divisori, vigilati ciascuno da un diavolo capitanius con la sua insegna infernale. Ciascun sepolcro è destinato a punire un macro-vizio. Al suo interno sono applicate pene diverse anche ai sotto-vizi. Iniziando dall’ingresso dell’Inferno, il primo sepulcrum è dedicato al primo dei peccati capitali, la superbia. Gli orgogliosi sono ammucchiati in una vasca quadrata: si riconoscono un vescovo, un cardinale, un frate e un guerriero col cimiero. Gli eretici finiscono in un pentolone infuocato, rimestati dalla spatola di un demonio. La caduta dell’intonaco rende appena visibili i resti di Lucifero, reso di fronte, con grandi corna arcuate da stambecco. In basso si intuisce la presenza dei rappresentanti di fazioni contrapposte che si scontrano tra di loro. Il secondo sepulcrum dovrebbe essere destinato alla punizione dell’avarizia, ma la caduta dell’intonaco lascia leggibili solo un brandello del vessillo e la pena di due dannati arrostiti sullo spiedo. Il terzo sepulcrum punisce la lussuria. Qui si riconosce il diavolo con l’insegna di capitanius che la scritta sullo scranno identifica come Asmodeo. S’intravvedono due diavoli torturatori e due dannati feriti e sanguinanti, grigliati sul fuoco della loro smodata passione. Il quarto sepulcrum, più leggibile, è dedicato all’invidia. I dannati (si notano un religioso e il membro di una confraternita) sono infilzati alle punte di una ruota dentata che gira vorticosamente, azionata da un diavolo, e che in alternanza solleva e immerge i puniti tra le fiamme. Gli altri diavoli feriscono i dannati con le picche e li lavorano sull’incudine, facendo loro pagare le ‘ferite’ che con la loro invidia e con la maldicenza hanno arrecato al prossimo. Il quinto sepulcrum, probabilmente dedicato al vizio della gola, è completamente perduto. Il sepolcro successivo, il sesto, punisce il vizio dell’ira nelle sue diverse declinazioni. I dannati sono infilzati ai rami appuntiti di un arbor mali. Il peccato punito va interpretato analizzando la parte del corpo colpita: avremo così la punizione della disperazione del cuore, dell’autolesionismo, della violenza sessuale, della collera, della trasgressione del quarto e del quinto comandamento, della bestemmia. L’ultimo sepolcro è dedicato al peccato capitale dell’accidia. La lentezza nell’operare il bene, la pigrizia nell’attendere ai doveri familiari, la trascuratezza dei religiosi nell’attendere al servizio divino sono punite con il contrappasso dell’ipo-mobilità. Gli accidiosi cuociono a fuoco lento in un calderone scaldato da un fuoco alimentato da altri dannati utilizzati come legna da ardere. I pigri e gli oziosi sono costretti all’immobilità, bloccati nel gelo di un lago ghiacciato; neanche le solenni bastonate dei diavoli riescono a svegliare il torpore delle loro membra intorpidite dal freddo.

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

Il terzo registro mostra quel che resta della rappresentazione della cavalcata dei vizi. I rappresentanti dei sette peccati capitali, che cavalcano animali simbolici dello stesso vizio, sono prigionieri di una lunga catena che li trascina nella gola del drago infernale. Le uniche figure dignitosamente riconoscibili sono quelle della superbia (un re a cavallo di un leone) e dell’ira, a cavallo di un orso, che si trafigge in un atto di violenza autolesionistica. S’intravvedono anche la parte posteriore di un elegante levriero, il lupo simbolo del vizio della gola, e l’asino cavalcato da un sonnolento accidioso. Sulla destra s’intravvedono le vesti bianche di quelle fanciulle che probabilmente componevano il gruppo delle virtù.

Gli spensierati di Sion

Gli spensierati di Sion

Il quarto registro, in basso, riporta forse la scena moraleggiante degli “spensierati di Sion”, che “canterellano al suono dell’arpa” e ai quali il profeta Amos minaccia la rovina eterna. Si individuano le immagini di nobili eleganti e sfaccendati che si dilettano con i divertimenti mondani e sono inavvertitamente trascinati da un diavolo, al suona della zampogna, verso le fiamme eterne della caverna infernale.

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Albenga. Le battaglie apocalittiche dell’arcangelo Michele

Albenga è una delle perle del Ponente ligure. Lo è per il suo mare, per la ricchezza dei suoi monumenti storici, per la bellezza del suo antico battistero, per il suo impianto urbanistico. Ma per noi è anche una città visionaria, traboccante di immagini dell’Aldilà, in Cattedrale, a San Bernardino, a San Giorgio di Campochiesa; una città che vive a metà strada tra questo mondo e il futuro oltremondano, allo stesso modo del suo porsi come cerniera tra il mare e il monte.

La cattedrale è dedicata a San Michele arcangelo e mostra i segni delle sue origini paleocristiane combinati con le trasformazioni nel corso dei secoli, fino alla sua decorazione ottocentesca e novecentesca.

La donna, l’angelo e il drago

La donna, l'arcangelo e il drago apocalittico

La donna, l’arcangelo e il drago apocalittico

La calotta dell’abside mostra la visione della donna e del drago, il celebre dramma dell’Apocalisse che si svolge tra cielo e terra e che ha spesso affascinato gli artisti. Si tratta di un’immagine tripolare, giocata sulla donna, l’angelo e il serpente, contornati da frotte di putti. In alto è la donna incinta, tradizionalmente identificata nella madre di Gesù, vestita di bianco, con il disco lunare ai piedi e una grande corona intorno al capo, sullo sfondo del sole dorato: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Il secondo polo è concentrato nella plastica immagine dell’arcangelo volante, vestito di una leggera armatura e protetto da uno scudo con l’impronta micaelica, con un mantello svolazzante a forma di grande esse di vivido colore rosso, che scaglia un fascio di folgori contro i suoi avversari. Il terzo polo è costituito dal viluppo di creature diaboliche schiantate dall’arcangelo intorno al drago furente e precipitate dalle nuvole verso il basso. Il pittore, con tecnica tipicamente tardo-barocca, raffigura i diavoli sopraffatti alla base della montagna che, per sfuggire alla soverchiante forza micaelica, scavalcano addirittura la cornice del dipinto e si buttano verso la terra e i fedeli sottostanti che osservano il dipinto dal basso. Sembra riecheggiare quell’apocalittica «voce potente nel cielo che dice: guai a voi, terra e mare, perché il diavolo è disceso sopra di voi pieno di grande furore, sapendo che gli resta poco tempo. Allora il drago si infuriò contro la donna e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza, contro quelli che custodiscono i comandamenti di Dio e sono in possesso della testimonianza di Gesù. E si appostò sulla spiaggia del mare» (Ap 12,12.17-18). Questa immagine minacciosa, insieme con il “guai a voi, terra e mare”, richiama un’antica leggenda ingauna che racconta come ad Albenga si fosse insediato un grosso serpente che uccideva chiunque si fosse avventurato nelle sue vicinanze. Il popolo atterrito si unì in una processione intercessoria chiedendo all’arcangelo Michele di liberarli dal pericolo. E nel corso della notte un bagliore illuminò il cielo e si condensò in una folgore che colpì il borgo; la popolazione accorse in fretta, e trovò il serpente incenerito.

La battaglia tra gli angeli

2 - Il combattimento tra gli angeli fedeli e i ribelli copia

La grande ellisse sulla sommità della navata centrale racconta il combattimento tra gli angeli fedeli e gli angeli ribelli. Il soggetto replica quello dell’abside e richiama le parole apocalittiche: «scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9). L’arcangelo Michele si staglia sopra le nuvole, armato di corazza, elmo e scudo; impugna una spada ricurva, a metà tra il kriss malese e la folgore fiammeggiante. A capo delle milizie celesti, combatte e mette in fuga gli angeli orgogliosi e ribelli. Questi prendono tutta la scena: ci sono prima quelli che prendono coscienza del proprio destino e ne restano sconcertati; seguono quelli che si dibattono in un selvaggio corpo a corpo; in basso è la scena dei fulminati: gli angeli superbi assumono progressivamente le sembianze diaboliche, le corna, la coda, le ali da pipistrello; precipitano al di sotto delle nuvole e vanno a schiantarsi sulla terra. Il lampo di luce che illumina la scena dall’alto fa idealmente risuonare le parole del Libro: «Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo, perché è stato precipitato l’accusatore dei nostri fratelli, colui che li accusava davanti al nostro Dio giorno e notte. Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita fino a morire. Esultate, dunque, o cieli e voi che abitate in essi» (Ap 12,10-11).

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Alassio. L’Inferno nella chiesa di Solva

Solva: la cavalcata dei vizi

Solva: la cavalcata dei vizi

Da Alassio (in Liguria, provincia di Savona) si risale il colle dove è appollaiata la vicina e panoramica frazione di Solva. Il nostro obiettivo di visita è la chiesetta della Santissima Annunziata. Entrati nell’aula attraverso il portico esterno possiamo osservare sulla parete di sinistra alcuni affreschi del 1482, riportati alla luce durante i lavori di restauro del 1970. Si tratta dei resti di un ciclo dipinto che aveva probabilmente un’estensione più ampia e che raffigurava i regni dell’aldilà, sui modelli diffusi nelle chiese del Ponente ligure e del Piemonte. Ciò che è rimasto oggi visibile di quegli affreschi mostra le punizioni infernali dei dannati e la cavalcata dei vizi, con un’accentuazione grottesca e popolaresca.

A guidare la cavalcata dei viziosi è un diavoletto nero, caricaturale, con un grande naso, che suona il tempo di marcia dello spensierato corteo col rullo del suo tamburo. Lo stolido gruppo di viziosi, avvinto a una pesante catena, termina il suo viaggio nelle fauci di un pescecane dai denti aguzzi, simbolo della gola dell’Inferno. Dei sette vizi originali restano visibili solo la Superbia e la Lussuria. L’Orgoglio, vizio capitale delle corti, è incarnato da un re incoronato, biondo e giulivo, che cavalca un leone. La Lussuria è invece impersonata da un’allegra miss, elegantemente vestita di verde, che rimira le sue grazie in uno specchio e scopre maliziosamente la gamba: il capro che lei cavalca inalbera le sue corna bianche e rimanda alle sfrenate brame sessuali di cui è proverbialmente protagonista e simbolo.

L’Inferno è declinato in cinque quadri. Vi sono descritte le pene subite da altrettanti peccatori: i superbi, gli avari, i lussuriosi, gli invidiosi e i golosi. Le celle di punizione degli iracondi e degli accidiosi non sono più visibili. Un grottesco Lucifero dalle zampe ferine e unghiute s’impone al centro del girone dei superbi: è incatenato ad una colonna e seduto su uno sfortunato dannato che funge da cuscino. Mastica e deglutisce dannati attraverso una pluralità di bocche collocate sulla testa, sul ventre, sui gomiti e sulle ginocchia. Dall’orifizio anale defeca un superbo dal degradante destino, vittima della spietata legge del contrappasso. A cucinare a puntino e a offrire al re dell’Inferno i bocconi più prelibati è un diavolo nero che sovrintende a due caldaie colme di dannati che bollono sul fuoco.

La stanza dei superbi

La stanza dei superbi

Una folla di diavoli popola il girone degli avari. Sono figure grottesche che secernono lingue di fuoco da tutti i loro orifizi. Il diavolo “capitano” siede su un traballante sgabello e regge il vessillo del “sepolcro”dell’avarizia. Seguendo le imperiose indicazioni del diavolo “alfiere”, un demonio che si solleva da terra grazie a una flatulenza di gas infuocati, gira lo spiedo sul quale arrostisce un dannato a guisa di porchetta. Un secondo dannato soffre in una caldaia posta sul fuoco. Un terzo dannato è costretto con un imbuto nella gola a ingoiare l’oro fuso che un demonietto gli versa da una botticella. Due altri diavoli “portatori” chiacchierano amabilmente tra loro: hanno il compito di raccogliere i dannati e di caricarseli nelle gerle del fieno e dell’uva che hanno sulle spalle per poi rovesciarli tra le fiamme infernali: il pittore li coglie argutamente in una sosta del loro stressante lavoro di pendolari.

La punizione dell'avarizia

La punizione dell’avarizia

Gli scarsi resti del quadro dedicato ai lussuriosi mostrano comunque la pena di un monaco infedele al suo voto di verginità e costretto a subire la pena della griglia infuocata. Un diavolo porta canne per alimentare il fuoco.

La lussuria cavalca un capro

La lussuria cavalca un capro

Segue il quadro dedicato agli invidiosi e ai vizi loro correlati. I peccatori sono infilzati ai rostri e alle lame di una ruota dentata a quattro raggi azionata da un diavolo. Soggiacciono alla tortura di un vorticoso moto alternato di abbassamento/innalzamento.

Il destino degli invidiosi

Il destino degli invidiosi

L’ultimo quadro mostra le pene dei golosi. I dannati subiscono il supplizio di Tantalo, posti di fronte a una tavola imbandita con fiasco e bicchiere di vino, con un piatto di arrosto e un pane. Un sadico demonietto e un serpente dispettoso fanno ingurgitare a forza schifezze velenose a un bulimico dannato. Ma il vero protagonista del quadro è il demonio pantagruelico che siede beato su una botte di vino: con una mano porta alla bocca un godurioso manicaretto e con l’altra regge una brocca decorata colma di vino. Gli fanno corona serpenti e uccelli di rapina.

Il sepolcro della gola

Il sepolcro della gola