Nuovi itinerari nella sezione Visioni dell’Aldilà

Novità nella sezione Visioni dell’Aldilà:

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Il Sentiero Frassati del Molise

Civitanova del Sannio: la tabella descrittiva del Sentiero Frassati

Civitanova del Sannio: la tabella descrittiva del Sentiero Frassati

Il sentiero Frassati del Molise s’inserisce nella costellazione di Sentieri dedicati al Beato Pier Giorgio Frassati, tracciati in tutte le Regioni italiane. Il percorso molisano parte da Civitanova del Sannio, paese sul fiume Trigno a 656 metri di quota, e sale fino alle rocce della Montagnola (quota 1422), dove l’orizzonte si allarga a tutto l’Alto Molise.

 

La croce stazionale

La croce stazionale di pietra collocata "fuori porta"

La croce stazionale di pietra collocata “fuori porta”

Il Sentiero parte dal centro del paese, presso una croce in pietra eretta nel 1441 a ricordo di un soggiorno di San Bernardino (è opera di uno scultore locale, Cola de Civita Nova).

 

Il Tratturo

La tabella segnaletica del Tratturo Castel di Sangro - Lucera

La tabella segnaletica del Tratturo Castel di Sangro – Lucera

Risalendo la via Garibaldi percorriamo già l’antico tratturo, stretto tra due fila ordinate di case. Il tratturo Castel di Sangro – Lucera era percorso dalle greggi di pecore che i pastori conducevano nella loro transumanza annuale dalle montagne abruzzesi ai pascoli del Tavoliere di Puglia in autunno e in senso inverso a primavera. Il tratturo s’inerpica in direzione dei roccioni del Morricone del Pesco e raggiunge il Colle della Civita, donde scende poi verso il lago di Chiauci e Pescolanciano. Sul Colle è ancora visibile un cippo segnaletico, con la sigla RT (Regio Tratturo).

Il cippo tratturale

Il cippo tratturale

 

Il Morricone del Pesco

Il Morricone del Pesco

Il Morricone del Pesco

Nelle pieghe rocciose del Morricone del Pesco sono state recentemente individuati e studiati graffiti preistorici.

Graffito zoomorfo

Graffito zoomorfo

 

La grande croce di pietra

La grande croce di quota 900

La grande croce di quota 900

Dalla “Civita” (così chiamata perché nelle lontane origini il primo nucleo abitativo era arroccato su questo colle) si raggiunge la vicina bianca croce monumentale (alta 9 metri) che domina (a quota 900) il tratturo e il centro abitato: distrutta nel 1943 dalle truppe tedesche, che la ritenevano un punto di riferimento strategico per il nemico, con tenacia fu dai civitanovesi ricostruita tale e quale nel 1951.

 

Le Carovelle

La cresta delle Carovelle

La cresta delle Carovelle

Si esce sulla lunga, verde cresta delle Carovelle, panoramica bastionata dai precipiti fianchi rocciosi dominante i vasti boschi sottostanti. Il sentiero entra ancora nel bosco, seguendo un percorso assai suggestivo, dove alte pareti ed enormi denti di rocce si elevano fra gli alti e poderosi faggi. Il sentiero passa nei pressi di antiche difese sannitiche del IV secolo a.C., esce infine dal bosco su una strada carrabile che si segue verso sinistra fino agli ampi verdi pascoli della Casella a 1.200 metri di quota, dove ancora oggi i pastori lavorano i formaggi, nelle casere, secondo i metodi tradizionali.

Il recinto sannitico di difesa

Il recinto sannitico di difesa

 

La lapide in memoria di Enzo Meccia

Sulla cresta delle Carovelle è stata posta una lapide in memoria di Enzo Meccia, ideatore del Sentiero Frassati. Il testo, scritto da Domenico Cardarelli, recita: <Il respiro del vento ci sussurra il nome di Enzo Meccia, ideatore del Sentiero Frassati. “Sentì il richiamo della Montagnola come quello di una madre primigenia”. Scoprì e percorse questi sentieri magnificando Dio con la pace e la serenità che solo la bellezza del creato può dare>.

La lapide in memoria di Enzo Meccia

La lapide in memoria di Enzo Meccia

 

La Montagnola

La croce dedicata a Frassati sulla vetta della Montagnola

La croce dedicata a Frassati sulla vetta della Montagnola

Dalla Casella si giunge per strada o attraverso i prati fino a un fontanile generoso di fredda e pura acqua, per riprendere subito sulla destra la vecchia mulattiera in salita, che si lascia al limite della faggeta e seguendo i segni verso destra si entra nel bosco. Da qui si continua con un ultimo balzo fino a una zona prativa, che sale dolcemente (alla destra suggestivi salti rocciosi, vere finestre panoramiche sui sottostanti pascoli e sui monti del Parco). Si attraversa ancora un tratto di bosco in piano e si esce sui prati sotto le rocce della cima Nord. Seguendo i segnali verso destra si aggira la bastionata rocciosa fino a un comodo passaggio che porta in vetta, largo terrazzo roccioso con amplissimo panorama dai monti del Matese al Parco d’Abruzzo e alla Maiella.

 

La Cundra (La Culla)

La frattura rocciosa della Cundra

La frattura rocciosa della Cundra

Poco distante dalla vetta, scendendo sui prati verso sinistra, si trova La Cundra, lunga e profonda frattura apertasi, in tempi remoti, a causa di movimenti tettonici. Nei tempi andati la grande quantità di neve che si posava nel fondo veniva conservata in apposite buche, scavate nel fondo della frattura, coperte quindi con paglia e frondosi rami di faggio; data l’altitudine e la scarsa esposizione al sole si conservava fino all’estate, quando serviva ai “gelatari” per le loro confezioni di gelati in occasione delle feste patronali. La neve veniva allora presa e pressata nei bigonci e trasportata a dorso di mulo nelle ore notturne dalla cima della montagna fino ai paesi a valle.

Per un quadro generale dei Sentieri Frassati in Italia: http://www.sentierifrassati.org/

Vedi anche la sezione “Sentieri per lo spirito” del sito: www.camminarenellastoria.it/index/SENTIERI_SPIRITO.html

Nuova sezione “L’Italia della pietra a secco”

Pubblicata nell’homepage del sito la nuova sezione “L’Italia della pietra a secco. Passeggiate tra i monumenti dell’architettura spontanea“.

shapeimage_1Se le capanne di pietra ci hanno incuriosito, ci stupiranno certamente anche le loro sorelle maggiori. Sono le abitazioni spontanee diffuse nei borghi rurali, nelle grandi estensioni dei feudi o vicine ai coltivi delle campagne. Hanno il volto delle case di terra sulle colline teatine, delle grandi masserie autosufficienti della Murgia, delle cascine a corte della pianura padana, delle fattorie storiche a servizio degli insediamenti agricoli, delle corti rurali, dei casali a servizio dei poderi, dei casini gentilizi di campagna, degli stazzi pastorali della transumanza verticale in Appennino, delle baite e delle malghe sugli alpeggi.

Gli itinerari descritti riguardano l’Abruzzo, il Lazio, il Molise, la Puglia, la Sicilia e il Trentino Alto Adige e sono presentati in una nuova interfaccia grafica. 2014-08-19 12.54.52 pm

Grande Guerra. Le posizioni italiane sul Monte Lozze

Il campo di battaglia dell'Ortigara

Il campo di battaglia dell’Ortigara

Siamo sull’altopiano di Asiago, a 1920 metri di quota. Il monte Lozze fu un importante caposaldo della linea di massima resistenza italiana e fungeva da ottimo osservatorio dirigendo i tiri delle artiglierie contro le posizioni austriache dell’Ortigara e dei Campigoletti. Dal Lozze, inoltre, si dipartivano i principali camminamenti che collegavano le linee avanzate del vallone dell’Agnellizza e, a sud, dei Campiluzzi con le retrovie logistiche. Nei pressi della cima principale si trovano la chiesetta realizzata negli anni Venti a ricordo dei caduti della Battaglia dell’Ortigara, il piccolo Ossario ed il Rifugio Cecchin (gestito dalla Sezione ANA di Marostica), mentre sul cocuzzolo sovrastante s’innalza la colonna che sorregge la statua della Vergine.

Le postazioni italiane del monte Lozze

Le postazioni italiane del monte Lozze

 

Le trincee

La trincea italiana

La trincea italiana

Tutta la zona conserva ancora evidenti resti delle opere difensive realizzate dalle truppe italiane tra l’estate del 1916 e l’autunno del 1917: in particolare sulla quota 1959 si possono ancora visitare i resti della postazione in caverna della 13a batteria da montagna del 2 Reggimento.

Trincea italiana con postazione in caverna

Trincea italiana con postazione in caverna

 

La Madonna degli Alpini

La Madonna raccoglie le "penne mozze" degli Alpini caduti sul campo di battaglia

La Madonna raccoglie le “penne mozze” degli Alpini caduti sul campo di battaglia

In occasione del quarantesimo anniversario della battaglia dell’Ortigara, il 30 giugno 1957 sulla cima di quota 1920 del monte Lozze, venne posta la prima pietra del monumento dedicato alla Madonna degli Alpini. L’opera, ideata e realizzata dallo scultore Gino Cinetto della sezione ANA di Verona, fu inaugurata il 13 luglio 1958. Vi è scolpita l’invocazione finale della Preghiera dell’Alpino: «E Tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti, tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli Alpini vivi ed in armi, Tu benedici e sorridi ai nostri Battaglioni». Il rilievo della Madonna che raccoglie sul campo di battaglia le “penne mozze” degli Alpini caduti.

 

La chiesetta

La chiesetta degli Alpini

La chiesetta degli Alpini

A quasi dieci anni dalla tragica battaglia del giugno 1917, le sezioni dell’Associazione Nazionale Alpini di Verona e degli Altipiani (Asiago) ricostruirono la chiesetta eretta sul monte Lozze dagli Alpini del Battaglione Verona. Vero e instancabile animatore dell’iniziativa fu don Bepo Gonzato, il cappellano del “Verona” che il 24 luglio 1927 celebrò la solenne Messa inaugurale. Accanto alla chiesetta è stato costruito un edificio con funzioni di sacrestia, sulla quale sono state murate alcune lapidi.

 

Il Sacello

Il Sacello

Il Sacello

Nel 1930, sempre ad opera di Don Bepo Gonzato e della sezione di Verona, fu costruito un sacello per raccogliere i resti dei caduti disseminati tra le rocce dell’Ortigara. Il sacello sfrutta una caverna e raccoglie ancora oggi le ossa dei caduti e i cimeli ritrovati nella zona.

L'interno del Sacello

L’interno del Sacello

 

Il Rifugio

Il Rifugio Cecchin

Il Rifugio Cecchin

Nel 1933 è stato aperto al pubblico l’adiacente Rifugio dedicato alla memoria di Giovanni Cecchin di Marostica (Medaglia d’oro al valor militare) ferito mortalmente sull’Ortigara durante l’azione del 19 giugno 1917.

Galleria italiana

Galleria italiana

Trincea italiana

Trincea italiana

Camminamento

Camminamento

Si consiglia la visita del sito web dedicato all’Ecomuseo della Grande Guerra del Veneto: http://www.ecomuseograndeguerra.it/

Gais. Speranza e disperazione tra le croci del cimitero

Il Giudizio universale

Gàis. Il Giudizio universale

Gáis si trova in Val di Túres, lungo il torrente Aurino, a nord di Brunico e della Val Pusteria. Tra le case oltre il fiume si raggiunge la chiesa parrocchiale di San Giovanni evangelista, originariamente di età romanica e poi rimaneggiata in epoca tardo-gotica, dotata di tre navate e abside semi-circolare. Nel vicino cimitero una cappella mortuaria è decorata da un’ampia scena del Giudizio universale. La scelta di illustrare questo tema biblico proprio tra le tombe del cimitero ha l’evidente intento di dare un conforto e una speranza ai vivi che vengono qui per piangere i loro morti. La speranza che un giorno tutti risorgeremo e che potrebbe aprirsi per loro e per noi la porta del cielo nutre il senso cristiano della fine. Il messaggio è rafforzato dal vicino affresco che descrive i cristiani in preghiera con l’intento di accelerare la liberazione delle anime dalle fiamme del sottostante Purgatorio e la loro ascesa al cielo tra le braccia degli angeli.

Il suffragio per le anime in Purgatorio

Il suffragio per le anime in Purgatorio

La rappresentazione del Giudizio finale risale ai primi del Cinquecento e segue il modulo convenzionale. Gesù scende da regno dei cieli attraverso il varco della mandorla e siede sull’iride della nuova alleanza; il capo è nimbato e il rosso mantello che ne avvolge il corpo lascia visibili i fori dei chiodi e la ferita del costato; la doppia sentenza del giudizio è descritta con la postura delle mani: la destra accoglie i beati con il gesto della benedizione, mentre la sinistra invia lontano da sé i dannati. Immediatamente sotto il Cristo giudice, i dodici apostoli sono schierati per esercitare la loro funzione di tribunale celeste; molti di loro sono facilmente riconoscibili dai loro tradizionali attributi: Pietro con le chiavi, Giovanni con il calice, Bartolomeo con il coltello, Giacomo col bastone da pellegrino. In basso, al centro, in campo lungo, i morti risorgono dai loro sepolcri, liberandosi dal sudario che li avvolge; a risvegliarli dal sonno eterno è lo squillo delle trombe suonate dai due angeli trombettieri raffigurati sui risvolti dell’arco ogivale; usciti dalle tombe i risorti apprendono il loro destino di salvezza o di condanna ed esplicitano le loro emozioni di gioia o di costernazione. In basso a sinistra è raffigurata la città celeste, a due moduli, con una torre dotata di bifora. Attraverso un ampio e luminoso ingresso San Pietro e l’angelo introducono i salvati nel luogo della beatitudine. Speculare è la scena dell’Inferno: sullo sfondo della città di Dite un angelo sferza violentemente i dannati e li spinge verso la porta dell’eterna perdizione; qui i diavoli sono pronti a incatenare i reprobi e a condurli alle rispettive punizioni.

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

Il Paradiso e la resurrezione dei morti

L'Inferno

L’Inferno

L'angelo trombettiere

L’angelo trombettiere

Puglia. Il paesaggio agro-pastorale di Castel del Monte

Lo Jazzo Sei Carri sullo sfondo di Castel del Monte

Lo Jazzo Sei Carri sullo sfondo di Castel del Monte

La perfezione euclidea delle forme, la sua prepotente bellezza, la posizione isolata e dominante, le bianche mura che svettano sul tappeto verde del bosco, fanno di Castel del Monte una mèta ‘leggendaria’ del Grand Tour di Puglia. Pure questo monumento del genio imperiale di Federico II di Svevia può essere meglio compreso se messo in relazione con il paesaggio agrario che lo circonda. Un fitto reticolo di masserie, jazzi, trulli e cisterne circonda il castello e illustra visivamente le interrelazioni economiche tra il contado e il centro del potere. E un secondo elemento d’interesse nasce dal confronto tra le forme perfette della superba architettura castellare medievale e le forme dell’umile architettura spontanea di campagna. Al di là delle apparenze di un confronto improponibile, è un esercizio davvero intrigante quello di individuare i fili di razionalità, talvolta sorprendentemente comuni, che sono sottesi sia alla grande che alla piccola edilizia, sia alle possenti torri gotiche che alle piccole ‘torri’ degli anonimi trulli, sia gli interni dei nobili saloni che agli spazi funzionali dei complessi di masserie. Il percorso che proponiamo è una facile passeggiata che muove dal bosco di Finizio e inanella siti agropastorali di rilievo, costantemente in vista del Castello sul Monte.

L’itinerario

Dopo la visita al Castello – Patrimonio Unesco dell’Umanità – si scende al bivio per Corato e Minervino. Si va a destra, in direzione di Minervino e Spinazzola, percorrendo 4,2 km, fino a un quadrivio; qui si va ancora a destra, in direzione di Montegrosso, per 1,7 km. Si parcheggia l’auto in un’ampia radura del bosco, in corrispondenza di una curva, dove partono sulla destra due strade sterrate chiuse al traffico. Ci s’incammina sull’ampia pista di sinistra, segnata dai cippi che ci avvertono che stiamo seguendo la condotta sotterranea dell’Acquedotto Pugliese. Il rimboschimento è frutto dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno e ci dona un po’ d’ombra, accompagnandola con l’incessante colonna sonora del frinìo delle cicale. Usciti dal bosco, si prosegue sulla pista principale, superandone le sbarre confinarie e trascurando le diramazioni, fino a raggiungere il grande Jazzo Sei Carri che occupa il declivio sulla sinistra. Era più di un semplice ovile; funzionava come una vera masseria ‘di pecore’, con gli stabulari, i locali per la lavorazione del latte, i recinti di separazione del gregge, il canile, la cisterna, le stanze per i pastori; le lastre di pietra sporgenti dai muri esterni erano i ‘paralupi’ che proteggevano il gregge dalle intrusioni dei predatori esterni; all’esterno, tra due recinti di pietra, era collocata la capanna-mungitoio. Risalente alla fine dell’Ottocento e oggi ben restaurato, lo Jazzo potrebbe diventare un centro di turismo rurale.

Il mungitoio

Il mungitoio

Il muro "paralupi"

Il muro “paralupi”

Si torna ora indietro di pochi passi per imboccare sulla sinistra la pista che porta alla vicina e visibilissima Masseria Sei Carri, che con lo Jazzo formava un unitario sistema integrato agro-pastorale. Il ‘carro’ è una tradizionale unità di misura della superficie agraria, oggi non più in uso ma persistente nei toponimi. La Masseria è stata ristrutturata come Azienda agrituristica. La si traversa, chiedendo il consenso dei gentili proprietari, peraltro prodighi di informazioni e notizie storiche. Si giunge così alla strada asfaltata che si dirige verso sud, ma è molto consigliabile traversare – parallelamente alla strada – il terreno pascolivo della Masseria. Si può così apprezzare da vicino uno straordinario defilé di trulli. Le capanne di pietra assumono forme diverse: cilindriche, coniche, a tronco di cono, cilindro-coniche, a pianta quadrata e rettangolare, a gradoni, terrazzate, a doppia cupola. Alcune sono elegantissime, rifinite con cura e accessoriate; altre appaiono più trasandate o in rovina. Nell’insieme formano un’antologia completa dell’architettura spontanea.

Trullo tronco-conico

Trullo tronco-conico

Si va ora per un tratto sulla strada asfaltata, fino al bivio e alla stradina sulla destra che conduce all’antica Masseria Finizio Tannoia. La visita del complesso consente di apprezzare un altro bell’esempio di sistema integrato formato dalla residenza fortificata, a due piani, dai depositi e dalle stalle ospitati nei grandi trulli e nell’edificio a capanna. Tornati sulla strada, si prosegue verso sud fino all’incrocio a T dove si lascia l’asfalto e si va sulla sterrata di destra (ovest) in direzione del bosco di Finizio e del parcheggio dell’auto. Vi è tuttavia ancora il tempo per visitare, incuneati nel bosco, i ruderi di un’altra grande masseria di campo, con uno jazzo adiacente e una cisterna per l’acqua. La passeggiata si compie in circa tre/quattro ore, in relazione al tempo dedicato alla visita e all’esplorazione dei manufatti.

Capanna con terrazza

Capanna con terrazza

Trullo a doppia cuspide

Trullo a doppia cuspide

I tempietti salentini

La Puglia meridionale ospita un rilevante numero di chiesette, cappelle, tempietti, edicole, oratori, cripte, grotte eremitiche e santuari rurali. Questi tempietti sono capillarmente diffusi nei centri urbani, nelle campagne e nelle gravine. Sono espressione di un’architettura spontanea, che talvolta riproduce in scala i modelli dell’architettura sacra ufficiale, o che, in altri casi, rielabora e sacralizza manufatti preesistenti. Proponiamo un breve viaggio nell’architettura minore e vernacolare salentina, che ha mediato il sacro per le comunità rurali storicamente insediate nelle periferie dei centri urbani.

Il tempietto Centopietre di Patù

Il tempietto Centopietre di Patù

Il tempietto Centopietre di Patù

Patù è un centro situato nel basso Salento, non distante dal capo di Leuca, che conserva nei dintorni tracce archeologiche dell’antica città messapica di Veretum. Ai margini del paese sorge la chiesa cimiteriale di San Giovanni Battista, dalle dignitose forme del romanico-bizantino. Di fronte alla chiesa è collocato il singolare tempietto delle Centopietre, un edificio di forma rettangolare, composto da cento blocchi di tufo provenienti dalle rovine di Veretum. Ha le forme di una monumentale tomba a capanna (secondo la tradizione utilizzata per seppellire le spoglie del generale cristiano Geminiano, vittima dei Saraceni). In età medievale la tomba è stata trasformata in tempio cristiano e arricchita all’interno di una fascia di affreschi, con una lunga teoria di santi dipinti alla maniera orientale. Il tempietto ha due ingressi ed è diviso in due navate da pilastri che reggono, tramite un architrave, le lastre di copertura.

Centopietre: l'interno a due navate

Centopietre: l’interno a due navate

Tracce di affresco

Tracce di affresco

Il tempietto di San Miserino a San Dònaci

San Miserino

San Miserino

Il tempietto di San Miserino è localizzato nelle campagne di San Dònaci, un grosso borgo salentino situato sulla direttrice di collegamento tra Lecce e Taranto. Lo si raggiunge uscendo dal paese in direzione di Mesagne; dopo circa 5 km, poco prima del segnale del km 9, a un incrocio si va a sinistra sulla Provinciale 51 in direzione di Oria; dopo aver percorso 2,2 km, in corrispondenza del segnale del km 17, si parcheggia l’auto all’inizio di una sterrata sulla sinistra, individuata da un filare di alberi. A piedi si segue la sterrata fino al primo incrocio; qui si va a destra in direzione di un edificio rurale. Il tempietto di Miserino è esattamente alle sue spalle. L’attuale stato malconcio dell’edificio non riesce a nasconderne però la nobile eleganza e l’antica dignità. La posizione ribassata rispetto al terreno circostante fa pensare a un ninfeo o a una sala termale, probabili derivazioni di una villa rustica costruita in età tardo romana. Dalle fondamenta quadrate si alza una struttura ottagonale, sormontata da un tamburo e da una cupola rotonda. L’interno alterna finestre a nicchie angolari. L’accesso esterno era garantito da un avancorpo diviso in tre gallerie con volta a botte, in parte ancora in piedi, e da una gradinata. Il pavimento a mosaico, i resti della decorazione parietale e i capitelli decorati da motivi vegetali, fanno pensare alla struttura originale e alla successiva trasformazione medievale in chiesetta rurale.

Il tempietto di San Pietro a Crepacore

San Pietro a Crepacore: il fianco esterno e le due cupole

San Pietro a Crepacore: il fianco esterno e le due cupole

 Il tempietto di San Pietro si trova nelle campagne di Torre Santa Susanna, un grosso centro del Salento brindisino. Per raggiungere l’antico casale di Crepacore, si esce da Torre di Santa Susanna sulla strada per Mesagne, per circa 3 km; superato di quattrocento metri l’incrocio per Oria e Cellino, al termine di una salitella, si va su una stradina a sinistra, segnalata anche da un cartello turistico; in breve si raggiunge la chiesa di san Pietro, affiancata a una masseria (ristorante e albergo). Il tempietto ha forma quadrata, con due accessi, ed è sormontato da due originali cupolette a trullo; termina con un’abside semicircolare sul quale si apre una piccola bifora; l’interno è diviso in tre navate coperte con volte a semibotte. Le pareti interne sono decorate da frammenti di affreschi di diversi stili; da segnalare è la scena dell’Ascensione di Cristo tra gli Apostoli collocata nel catino dell’abside. All’esterno della chiesa sono visibili tombe appartenenti a una necropoli alto-medievale.