Matera. Il villaggio rupestre nella valle della Loe

La confluenza del vallone della Loe nella gravina di Matera

La confluenza del vallone della Loe nella gravina di Matera

Prima di arenarsi serenamente nella piana di Montescaglioso la gravina di Matera ha un ultimo sussulto di wilderness alla confluenza del vallone della Loe. Gli spalti rocciosi che dominano la scena fluviale alternano il fitto scuro e selvaggio della macchia alla nuda roccia chiara strapiombante nel vuoto della gravina. Lo spettacolo che s’offre al Dante che voglia penetrare in quella selva oscura è impressionante: grandi massi di crollo intasano il fondo della gravina; esili sentieri s’inerpicano nel folto in una guerriglia permanente con i lecci, l’olivastro e il lentisco; aeree cenge apparentemente inaccessibili tagliano le rocce verticali. Eppure questo mondo ostile, sorvolato da nibbi e altri inquietanti rapaci, nasconde sorprendenti presenze di antica civiltà rupestre. Superbe scalinate scolpite nella pietra al prezzo di immani fatiche collegano abitazioni in grotta, cripte e santuari, cisterne, immensi ovili, necropoli e tombe di famiglia: un imprevedibile villaggio ipogeo è incastonato nella gravina e sottratto agli sguardi di chi lavora nelle eleganti masserie dei dintorni o vive a Montescaglioso, Pomarico e Miglionico, le cittadine che si stagliano come sentinelle sui colli dintorno.

La struttura della cripta della Scaletta

La struttura della cripta della Scaletta

L’itinerario

Il Casino Irene

Il Casino Irene

Il vallone della Loe si raggiunge in due modi. Scendendo da Montescaglioso, alla confluenza sulla strada proveniente da Matera, si va sulla provinciale in direzione di Ginosa. Dopo circa 1 km, subito dopo il piccolo ponte sulla gravina, si lascia l’asfalto e ci si immette a sinistra su una strada sterrata. La si percorre per 1,2 km fino a raggiungere un’antica cisterna per l’abbeverata degli animali. Qui si parcheggia. Se la sbarra è aperta si può proseguire fino al Casino Irene, una masseria che risale agli inizi dell’Ottocento, con una bella residenza privata a due piani circondata da edifici di servizio. Spalle alla cisterna si segue il largo viottolo protetto da una catena di ferro che scende leggermente verso i pascoli popolati di bestiame brado in vista di Montescaglioso. Traversata una breve fascia boscosa si segue fedelmente la successiva recinzione in filo spinato che separa i campi avvicinandosi al villaggio rurale delle Pianelle (sede di un centro di visita del parco). Superati i resti di un fontanile con vasche di pietra si raggiunge il bordo cespuglioso della gravina di Matera. A questo stesso punto si può giungere in un secondo modo, partendo dalla ex stazione di Montescaglioso e seguendo fedelmente il bordo orientale della gravina (indicazioni per la Madonna della Murgia). Il sentiero entra ora nella macchia e consente un bel colpo d’occhio sulle pareti e il fondo della gravina. Sull’opposto versante spicca la grotta di Pandona che ha ospitato per secoli nel suo capiente ventre le greggi e i loro pastori. Il sentierino che percorriamo è ben riconoscibile nonostante le sue ridotte dimensioni. L’ambiente diventa interessante quando iniziamo a costeggiare la parete rocciosa. Dopo i primi sgrottamenti naturali nel tenero tufo i fianchi della parete accolgono grotte via via più ampie, destinate a ricovero per la comunità del villaggio. Un grande masso caduto sbarra il sentiero e una freccia ci suggerisce la soluzione per aggirarlo. Serve ora un po’ d’attenzione.

La cripta del Canarino

La cripta del Canarino

Ben nascosta dalla vegetazione si palesa la Cripta del Canarino, una chiesetta rupestre del IX secolo. L’iconostasi a due archi separa l’aula dei fedeli (che avevano a disposizione un sedile di pietra) dallo spazio sacro del presbiterio e dell’altare. Attrazione intrigante della cripta sono le scritte graffiate sulle pareti che evocano nei nomi (Gamaliele, Israele) e nei simboli (il candelabro a sette braccia) la presenza di una piccola comunità di ebrei.

Scritte e croci incise nella roccia

Scritte e croci incise nella roccia

Sopra la cripta, grazie ad alcuni gradini, si raggiungono gli arcosoli con le tombe di famiglia. Il sentiero raggiunge poi l’abitazione più imponente, con le sue grandi stanze separate da un corridoio e da un parete divisoria. I crolli hanno modificato la struttura della casa-grotta, ma la sua imponenza resta tuttavia evidente insieme con i segni del riuso come ovile e caseificio.

La cripta di Sant'Andrea

La cripta di Sant’Andrea

Più avanti si giunge a un bivio. A sinistra una scalinata di roccia scende verso il fondo della gravina. Si va invece a destra su alcuni scalini in salita e su un sentierino di cengia. E qui c’è un’altra scoperta emozionante: la grande chiesa di Sant’Andrea, con il pilastro centrale separato dalla parete di fondo da un breve diaframma.

Il pilastro della cripta di Sant'Andrea

Il pilastro della cripta di Sant’Andrea

L’ingresso esterno è stato murato per consentirne il riutilizzo a ovile e l’accesso è possibile solo da un ambiente laterale di servizio che conserva ancora il giaciglio roccioso del pastore. Si torna al bivio precedente e si discende la scalinata per fermarsi alla terza presenza ecclesiale, la cripta della Scaletta.

La cripta della Scaletta

La cripta della Scaletta

Si resta affascinati dalla capacità degli scalpellini di realizzare l’iconostasi e gli archi dell’abside in una successione che dà l’illusione della profondità.

L'abside

L’abside

A fianco della cripta è un secondo locale dotato di una profonda cisterna per la raccolta dell’acqua, fiancheggiato da un terzo locale più piccolo che ospita una tomba a fossa.

Il terrazzo con la chiesa della Madonna della Murgia o della Loe

Il terrazzo con la chiesa della Madonna della Murgia o della Loe

Si scende ora sul fondo pietroso della gravina per risalire l’opposto versante su rampe di scale gradinate nella roccia. Ci si affaccia così su un ampio piazzale roccioso sul quale si aprono quattro grandi cavità. La principale ha un’ampia tamponatura di pietre e mattoni di tufo e un ingresso con una porta di legno.

La chiesa rupestre della Madonna della Loe

La chiesa rupestre della Madonna della Loe

E’ il santuario della Madonna della Murgia o della Loe, ancora oggi officiato e frequentato da un pellegrinaggio annuale il primo maggio. L’ampio interno, con un alto soffitto dal quale pende un mozzicone di pilastro, contiene altari, quadri, un’acquasantiera, stazioni della via crucis e un percorso mattonato di tipo penitenziale. La grotta a sinistra del santuario mostra numerose tombe a fossa. Le altre grotte sono destinate a ospitare i pellegrini e a soddisfare il loro bisogno di riposo e di ristoro.

Vano rupestre a servizio dei pellegrini

Vano rupestre a servizio dei pellegrini

E’ anche possibile proseguire l’escursione salendo il bordo della gravina in direzione delle grotte e della cripta di Sant’Eustachio, ma le difficoltà del percorso consigliano di fermarsi al santuario e tornare indietro lungo il percorso dell’andata con bella vista sul tratto terminale della gravina di Matera e sul profilo di Montescaglioso.

La scalinata rupestre di accesso al vallone della Loe

La scalinata rupestre di accesso al vallone della Loe

Visita le sezione del sito dedicata all’Italia rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

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Matera. Il Villaggio Saraceno

Un’indimenticabile passeggiata nel Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del Materano. La Gravina incide con un profondo solco calcareo questa zona della Basilicata, costeggia i Sassi di Matera e si allunga per venti chilometri fino a Montescaglioso. Il paesaggio rupestre è tra i più spettacolari d’Italia. Un canyon tormentato, desolato, aspro, un orrido apparentemente impraticabile, che nasconde tuttavia ricchezze naturalistiche e inaspettate testimonianze storiche dall’eccezionale valore: chiese rupestri, romitori, villaggi trogloditici, necropoli, masserie rurali fortificate, stazzi, grange, grotte e pareti a strapiombo. La storia sociale, culturale e urbana di Matera, dal degrado alla riqualificazione, è certamente affascinante. Immerse in questa storia, le centinaia di chiesette scavate nella friabile roccia della gravina e affrescate molti secoli prima di Giotto, si caratterizzano come uno stupefacente universo teologico.

L’itinerario

L'ambiente dell'escursione (visto da Montescaglioso)

L’ambiente dell’escursione (visto da Montescaglioso)

Visitata Matera e i suoi Sassi, percorse la Murgecchia e la Murgia Timone, la proposta è ora quella di dedicare un paio d’ore alla scoperta di un altro impressionante luogo della Gravina: il villaggio Saraceno. Da Matera ci dirigiamo verso Montescaglioso, lungo la strada statale 175. Dopo il km 6, all’altezza della Masseria Passarelli e in vista del Parco dei Monaci, una strada sterrata scende sulla sinistra.

La Masseria Passarelli

La Masseria Passarelli

Si può parcheggiare qui oppure direttamente sul fondo della gravina, in riva al torrente. Traversiamo a piedi il ponticello. Siamo su uno dei guadi più agevoli che collegano gli altrimenti scoscesi versanti della gravina. Immediatamente dopo il ponte, trascurando la strada sterrata che si dirige sulla destra, ci inerpichiamo sulla rupe di fronte. Dopo un primo breve tratto ripido il sentiero si snoda nella fitta macchia che costeggia il bordo del burrone e raggiunge in pochi minuti una sterrata più ampia. A uno slargo sulla sinistra conviene sostare per ammirare l’insediamento rupestre di Cristo la Selva, incastonato sulla parete di fronte, al di là del torrente.

L'insediamento rupestre di Cristo La Selva

L’insediamento rupestre di Cristo La Selva

Caratteristica è la chiesa dedicata a Cristo Crocifisso, con la facciata a rilievo sulla roccia, affiancata dal campanile e da due loggiati simmetrici. Intorno alla cripta si aprono una serie di cavità che disegnano un vero cenobio, costituito da vani di forma e dimensione diversa, posti a livelli differenti l’uno dall’altro. Gli antichi ambienti dei monaci collegati con la chiesa ipogea sono stati utilizzati più recentemente dai pastori che hanno trasformato l’originario eremo in luogo di riposo e di ricovero degli animali.

Il Villaggio Saraceno

Il Villaggio Saraceno

Riprendiamo il cammino sulla sterrata, sempre immersi nella folta vegetazione mediterranea. In pochi minuti arriviamo ad affacciarci sulla piccola lama, la valletta scavata dalle acque, che ospita il villaggio obiettivo della nostra passeggiata. Esso è annunciato da cisterne e da alcune tombe scavate nella roccia, la piccola necropoli del villaggio. Ma l’elemento visivo che più ci lascia attoniti è il susseguirsi delle grotte, una serie di occhi neri che annunciano abitazioni pastorali, ripari e stalle per gli animali.

Ovili e abitazioni

Ovili e abitazioni

Addentrandosi nella lama si comprende perchè il Villaggio appartenuto alla nobile famiglia Saraceno, con le sue 70 grotte, costituisca uno dei migliori esempi di “casale”, villaggi rupestri sedi di comunità laiche. Abitato già nel periodo medievale, come molti altri presenti sulla Murgia, il villaggio è stato utilizzato fino ai primi decenni del ‘900, in particolare da comunità di pastori che hanno adattato molte delle grotte ad ovili, fienili e anche a rudimentali caseifici.

L'insediamento rupestre

L’insediamento rupestre

L’abitato occupa una posizione strategica, incassata tra due spalti di roccia, in una valletta laterale con ottima visibilità sui dintorni ma nascosta allo sguardo di eventuali predoni. La maggior parte delle grotte è stata costruita in una posizione che gode di un’ottimale esposizione al sole. L’impianto idraulico del villaggio, costituito da cisterne per le acque meteoriche e sorgive e da una fitta rete di canalette e grondaie di alimentazione delle abitazioni e di eliminazione delle acque reflue, è assolutamente ingegnoso.

L'interno delle grotte

L’interno delle grotte

L’interno delle grotte consente ancora di leggere le forme della vita quotidiana: le camere da letto, le cucine, le mensole e le nicchie per riporre le derrate e gli oggetti domestici, i camini. Ben due chiese testimoniano infine il ruolo della religione nel cementare l’identità della comunità locale. La visita della cripta del Saraceno è sconsigliabile a causa dell’arduo e delicato percorso d’accesso. Più accessibile e meglio conservata è invece la chiesa dedicata a San Luca.

La cripta di San Luca

La cripta di San Luca

La visita è raccomandata perché, nel suo genere, si tratta di un gioiello architettonico e di una delle più suggestive chiese del Materano. Entrati nel vestibolo, si osserva subito sulla sinistra il fonte battesimale. A destra è una ben rifinita cappella con nicchie, tracce d’affreschi e luce indipendente. Salendo i successivi gradini si visitano prima l’aula con le banchine laterali e alcuni rilievi scolpiti, poi la cripta con la cupola, l’altare e una sorprendente iconostasi scavata in un diaframma di roccia. Sulla via del ritorno ricordiamo di osservare l’ampio panorama della valle del Bradano e il contrasto tra le forme arrotondate del paesaggio e le pareti a strapiombo della gravina.

Scale intagliate nella roccia

Scale intagliate nella roccia

Visita le sezione del sito dedicata all’Italia rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Matera. Le chiese rupestri della Murgecchia

La Murgecchia (vista dalla Murgia Timone)

La Murgecchia (vista dalla Murgia Timone)

La Murgecchia (piccola Murgia) è la porzione settentrionale del pianoro che sul versante orientale della gravina fronteggia i Sassi di Matera. Il vallone del torrente Jesce la separa dalla Murgia Timone. Il paesaggio della Murgecchia è complesso e comprende quattro ambienti caratteristici. Il primo è quello delle chiese e delle grotte, dell’habitat rupestre che crivella i bordi di questo autentico pianoro pensile. Il secondo ambiente caratterizza il versante della via Appia, sfruttato dalle cave che attingono dalla calcarenite i blocchetti di tufo necessari all’edilizia. Alcune cave sono ormai abbandonate e trasformate in monumenti dell’archeologia industriale o in parchi culturali. Il terzo è quello della parte centrale del plateau che ospita le coltivazioni agricole e le piccole masserie (i casini Braccali e Staffieri) con i magazzini e i depositi a servizio dei campi. Siamo nel regno della pietra a secco, dei capanni, dei muretti e dei pagliari. Qui è stato scavato anche un insospettato insediamento preistorico del neolitico con un villaggio trincerato e tombe a tumulo. L’ultimo ambiente è quello aspro e verticale delle pareti rocciose che scendono sui corsi d’acqua e che disegnano insenature e vallette dove pure sono testimoniate disperate forme di vita agricola. L’itinerario percorre i diversi ambienti della Murgecchia e collega tra loro chiese rupestri note e meno note, ma tutte affascinanti per la loro spettacolare posizione panoramica. Le discese e le risalite dalla gravina al ciglione murgico richiedono un minimo di fatica escursionistica e calzature adeguate.

Il sentiero della Murgecchia

Il sentiero della Murgecchia

L’itinerario

La chiesa della Madonna dei Derelitti

La chiesa della Madonna dei Derelitti

Il punto di partenza dell’escursione sulla Murgecchia è il santuario rupestre della Palomba che si trova sulla statale 7 Appia, uscendo da Matera in direzione di Laterza e Taranto, al km 581,1. La chiesa di Santa Maria della Palomba è affacciata sul panorama della gravina e si propone con una bella facciata romanica animata dal portale, da un rosone, dal campanile a vela e da due gruppi di sculture (Sacra Famiglia e San Michele arcangelo). La “palomba” è la voce dialettale che indica la colomba selvatica e allude alla discesa della colomba dello Spirito santo su Maria. La visita comprende la navata della chiesa principale con l’immagine della Vergine Odigitria (colei che indica la via (Cristo)” e le strutture dell’antico ospizio dei pellegrini trasformato in chiesa rupestre. Nei pressi, all’interno di una cava dimessa, è visibile la struttura espositiva del Parco Scultura della Palomba. A piedi (o in auto, se si preferisce una passeggiata più breve) si segue ora la panoramica strada vicinale della Murgecchia che conduce in 1,7 km e mezzora di cammino al Santuario della Madonna delle Vergini. Lungo il percorso si osservano cave di tufo, casini di campagna e ripari in pietra a secco.

L'interno della chiesa dei derelitti

L’interno della chiesa dei derelitti

Al termine della strada una rientranza infossata nasconde la chiesa rupestre della Madonna della Scordata, un sacello dedicato alla Beata Maria Vergine, protettrice dei derelitti, dei disperati e degli abbandonati. La chiesa è scavata nella roccia e ha una facciata moderna.

Le grotte comunicanti del villaggio rupestre

Le grotte comunicanti del villaggio rupestre

Seguendo la cengia della gravina si attraversa un interessante villaggio rupestre con un lungo cunicolo e si giunge sul piazzale della chiesa della Madonna delle Vergini.

La chiesa della Madonna delle Vergini

La chiesa della Madonna delle Vergini

Simile alla chiesa precedente, con una facciata moderna che chiude una cella scavata, la Madonna delle Vergini è ancora officiata, grazie alla facilità di accesso e alla nuova scalinata che sostituisce la precedente incisa nella roccia.

Il villaggio rupestre

Il villaggio rupestre

L’insieme delle due chiese, delle grotte del villaggio, delle terrazze di roccia e della vegetazione che le ricopre si configura come un magnifico palco a bomboniera affacciato sul gran teatro rupestre della gravina e del Sasso Barisano.

L'antica scalinata di accesso alla chiesa

L’antica scalinata di accesso alla chiesa

Tornati sulla strada sterrata, poco oltre la chiesa dei Derelitti, un sentiero segnato scende ripidamente nella gravina. Più in basso il sentiero si trasforma in una più comoda scalinata realizzata nel 1985 in occasione delle riprese del film King David.

Riparo in roccia con orto-giardino

Riparo in roccia con orto-giardino

Giunti sul fondo, dove il torrente della gravina è traversato da un ponte in legno, si va subito a sinistra, tra vecchi coltivi e “giardini di pietra” recintati da muretti a secco, a scoprire la chiesa rupestre della Madonna di Monteverde incastonata alla base di una parete di roccia.

La chiesa della Madonna di Monteverde

La chiesa della Madonna di Monteverde

La facciata ha tre finestre e un caratteristico campaniletto a vela. Il profondo interno mostra resti di affreschi, rischi di crolli e segni di vandalismo. L’ambiente circostante emoziona per il suo aspetto selvaggio e abbandonato, per i segni dell’antica fatica, per i mandorli e i fichidindia, per le cupe pareti rocciose incombenti.

Madonna di Monteverde: particolare della facciata

Madonna di Monteverde: particolare della facciata

Sempre aldiquà del fiume, sono ora possibili due deviazioni. Se si va a sinistra si può osservare la confluenza dello Jesce nella Gravina e il laghetto dello Jurio scavato dalle acque all’uscita dell’insenatura rocciosa. Se si va a destra si può rimontare il promontorio aspro e sassoso che fiancheggia la Murgecchia e visitare sul culmine la chiesa rupestre di Santa Maria degli Angeli, una grande cisterna e il sistema grottale con le tre caratteristiche finestre (le tre civette). Senza perdere troppa quota si riscende ora nella valletta (facile l’avvistamento di volpi e di falchi) e si risale la scalinata percorsa all’andata fino a raggiungere il bordo della Murgecchia e la strada sterrata che ci riporta al punto di partenza.

Il ponte sul torrente della gravina

Il ponte sul torrente della gravina

Visita le sezione del sito dedicata all’Italia rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Matera. Il mondo rupestre della Murgia Timone

Asceterio sulla Murgia Timone

Asceterio sulla Murgia Timone

Se il versante occidentale della Gravina sul quale si aggrappa la città di Matera merita tutta la sua fama consacrata dal riconoscimento Unesco di «Patrimonio dell’Umanità», il versante orientale presenta invece il volto spoglio della «Waste Land» della Murgia. Sulle due sponde si fronteggiano due mondi opposti e complementari, il rupestre urbano, abitato e monumentale e il rupestre naturalistico, rurale e pastorale. Se i Sassi brulicano del flusso ininterrotto di abitanti e turisti, solo apparentemente la Murgia Timone e la Murgecchia sono una «terra desolata». Chi voglia percorrerle rigorosamente a piedi, chi ne voglia esplorare le rughe delle lame, il plateau sommitale, le terrazze e le cenge sulla cornice della gravina, scopre un mondo inaspettato: grotte pastorali, cripte affrescate latine e bizantine, masserie ‘di campo’ e ‘di pecore’, ingegnosi sistemi idraulici, villaggi preistorici, insediamenti tra loro tutti collegati da una ragnatela di panoramici sentieri. Questo itinerario è un omaggio alla Murgia Timone. Il nome rimanda alla fitta presenza di cespugli di timo selvatico. Il percorso seleziona i principali motivi d’attrazione e combina tra loro siti preistorici, medievali e moderni, sullo sfondo del panorama ineguagliabile della Matera dei Sassi.

La masseria Radogna

La masseria Radogna

L’itinerario

La Murgia Timone si raggiunge uscendo da Matera e percorrendo la Via Appia in direzione di Laterza e Taranto; si devia sulla destra all’incrocio dopo il ponte sul torrente Jesce seguendo le indicazioni per il Centro di visita del Parco. L’escursione è nota come «sentiero del belvedere» e può essere effettuata in autonomia o con una visita organizzata dalle guide del parco.

La cappella della masseria Radogna

La cappella della masseria Radogna

Il punto di partenza è la grande masseria del Casino Radogna e dello Jazzo Gattini che ospita il centro di visita del parco. La struttura è quella tipica delle masserie della Murgia. La villa padronale è una casa-torre ottocentesca, multipiano, dotata di locali interrati e di un panoramico balcone. La masseria è delimitata da un ampio recinto di muretti in pietra a secco e contiene edifici di servizio e una cappella; ben visibili sono le aie ritagliate dai muretti, i campi coltivati in esteso, le cisterne e i pozzi per l’acqua.

Lo Jazzo Gattini, sede del Centro visite del Parco

Lo Jazzo Gattini, sede del Centro visite del Parco

Poco distante è lo Jazzo destinato all’allevamento ovino e bovino. È una struttura in muratura di forma rettangolare con le aree riservate agli animali, l’abitazione del pastore e il locale per la lavorazione del latte. La struttura è in lieve pendenza per favorire il deflusso dei liquami.

L'interno dello Jazzo Gattini

L’interno dello Jazzo Gattini

Nei pressi dell’ingresso del Casino Radogna un largo sentiero segnalato conduce all’area archeologica della Murgia Timone.

La tomba neolitica a grotticella

La tomba neolitica a grotticella

Vi si può osservare un Villaggio trincerato del neolitico, difeso da un fossato. In bella evidenza è una tomba a grotticella, circondata da un doppio cerchio di pietra e accessibile da un corridoio che conduce a un pozzetto di accesso a due camere sepolcrali.

San Falcione

San Falcione

Proseguendo sulla strada asfaltata principale in direzione del Belvedere si trova sulla destra una piazzola di parcheggio in corrispondenza di un grande ovile rettangolare recintato, situato nella lama a fianco della strada. Si tratta in realtà della chiesa rupestre di San Falcione, riutilizzata come ovile fino a tempi molto recenti.

L'ambone in San Falcione

L’ambone in San Falcione

L’aula ecclesiale si apre su un ambone nella parete destra e un profondo presbiterio con due absidi. Gli affreschi sono ormai evanescenti ma un San Nicola benedicente è ancora ben riconoscibile.

Il "contapecore"

Il “contapecore”

La trasformazione in ovile è resa evidente da alcuni caratteristici particolari: il “contapecore”, un doppio passaggio per le pecore da mungere, ricavato murando una porta; il recinto rettangolare in blocchi di tufo; la sala destinata alla lavorazione del latte, con il focolare e l’apertura nel tetto per lo sfogo del fumo; le grandi grotte per il ricovero notturno degli ovini, dotate di mangiatoie e abbeveratoi. La vocazione zootecnica dell’insediamento è completato dalle “pecchiare”, le cavità che ospitavano gli alveari. Nell’economia del tempo la cera fornita dagli apiari era una risorsa importante per l’illuminazione e la liturgia.

Il pozzo coperto

Il pozzo coperto

Usciti da San Falcione, senza tornare sulla strada, si percorre il fondo della valletta fino ad affacciarsi sul bordo della gravina di fronte al panorama di Matera e della Murgecchia. Un esile sentiero segue la cornice della gravina, aggira uno sperone e scende con qualche complicazione sulla cengia sottostante ove sono alcune grotte pastorali. Qui si trova l’originale pietra cava che copre un pozzo immortalata da Pasolini nel suo Vangelo secondo Matteo come la tomba del Cristo morto e risorto.

L'interno di San Vito

L’interno di San Vito

A fianco è la chiesa rupestre di San Vito. L’ingresso è parzialmente crollato. Due archi poggiano su un pilastro centrale e danno accesso a due ambienti dotati di altare e di absidiole scavate nella roccia. Il particolare più caratteristico è la cupoletta a cerchi concentrici scavata in alto.

La chiesa rupestre di Sant'Agnese

La chiesa rupestre di Sant’Agnese

Il sentiero percorre ancora il bordo della gravina fino a raggiungere la piccola cappella rupestre di Sant’Agnese, dotata di una sola navata e di un arco che separa l’aula dal presbiterio e dall’altare. Un affresco della santa sopra l’altare e una cupoletta scavata nel soffitto arricchiscono l’interesse della cripta.

Le vasche di raccolta e decantazione dell'acqua piovana

Le vasche di raccolta e decantazione dell’acqua piovana

Ma è al fianco della chiesa e sopra il tetto che si rivela uno dei più begli esempi di impianto idraulico rupestre. Una serie di canalette incise nella pietra raccolgono l’acqua piovana e la convogliano in successive e digradanti vasche di decantazione; l’acqua viene poi stivata in un sistema di cisterne tra loro comunicanti.

La navata della chiesa delle tre porte

La navata della chiesa delle tre porte

Si scavalca ora il gradone murgico e si va a scoprire la Madonna delle tre porte, una magnifica chiesa rupestre che, nonostante il distacco vandalico di parti della pellicola dipinta, propone ancora affreschi che hanno per tema la Madonna del melograno e la Deesis. Le pareti dei tre oratori e le colonne portanti sono incise da un gran numero di croci di varia foggia. Probabile quindi la sua caratterizzazione di santuario pastorale, frequentato da fedeli che professavano riti cristiani diversi, orientali e latini.

Gli affreschi nella chiesa delle tre porte

Gli affreschi nella chiesa delle tre porte

Non resta ora che salire allo spettacolare Belvedere su Matera e rientrare al parcheggio.

Le croci incise sui muri

Le croci incise sui muri

Visita le sezione del sito dedicata all’Italia rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Le chiese rupestri di Matera

Le chiese scavate nella pietra, la loro architettura, i dipinti, che le decorano, hanno rappresentato un’attrazione irresistibile per tutti gli studiosi del mondo rupestre. Non a caso quando si è voluto tutelare l’ambiente originalissimo della Murgia di Matera la denominazione scelta è stata quella di “Parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del Materano”. Si conoscono più di 150 chiese rupestri localizzate a Matera e nei suoi dintorni. Ma accanto alla loro straordinaria densità numerica è la loro varietà che colpisce studiosi e visitatori. Un primo asse di differenziazione tipologica fa riferimento alle chiese urbane e alle chiese monastiche. Le chiese rupestri urbane comprendono le parrocchie, i santuari, le cappelle gentilizie. Le chiese rupestri dei monaci riflettono invece i diversi stili della vita religiosa: le grotte degli anacoreti e degli eremiti, le cripte dei cenobi e dei monasteri, le laure dei praticanti dell’esicasmo, basato sull’alternanza tra esperienza solitaria e vita comunitaria. L’altra differenziazione tipologica riguarda le tradizioni liturgiche orientale e occidentale, il rito greco o bizantino contrapposto al rito latino. Queste differenze si riflettono nell’architettura della chiesa e riguardano molti particolari, l’abside, il presbiterio, l’altare, l’iconostasi, le navate, la decorazione. Una terza differenziazione deriva dal riferimento alle grandi tradizioni religiose, dalla Tebaide egiziana all’esperienza siriaca, dalla Cappadocia ai basiliani, dai monaci bizantini ai benedettini delle diverse declinazioni e dei diversi monasteri di riferimento. La quarta differenziazione riguarda il patrimonio dei dipinti: i cicli cristologici, l’iconografia mariana, gli apostoli, il Battista, l’arcangelo Michele, i santi orientali, i santi occidentali, i santi che mettono in relazione l’oriente e l’occidente. L’itinerario che qui proponiamo collega alcune importanti chiese rupestri di Matera e stimola a osservarne somiglianze e differenze. E magari invita a scoperte ulteriori.

L’itinerario

San Pietro Barisano

San Pietro Barisano

L’itinerario propone cinque tappe tra i Sassi di Matera: San Pietro Barisano, la Madonna delle Virtù, Santa Maria de Idris, Santa Lucia alle Malve e il Convicinio di Sant’Antonio. Sono cinque complessi rupestri di grande interesse, resi accessibili al visitatore dall’impegno di associazioni e circoli culturali locali.

La prima tappa è San Pietro, detto Barisano per distinguerlo dall’altra chiesa di San Pietro nel Sasso Caveoso. Siamo al margine della gravina, nel tratto più settentrionale del Sasso Barisano. La chiesa si raggiunge scendendo da Via Stigliani, all’inizio di Via Santa Cesarea, nei pressi della Casa Cava, oppure salendo da Piazza Garibaldi in un intrico di viuzze e scalinate. Sì, certo, sarà pure la più grande chiesa rupestre di Matera e l’antica parrocchia del rione, ma l’interno è un po’ freddino e anche deludente: l’ampia aula e le navate laterali sono spoglie e gli altari con il loro corredo di quadri e di statue mostrano il vuoto desolante dei furti e i danni dei vandali. Iniziamo a rianimarci di fronte al bel viso scolpito nel tufo della Madonna della Consolazione e ai colorati affreschi dei santi in una nascosta cappellina laterale, tra i quali spicca un San Vito con la palma del martirio e due festosi cagnolini al guinzaglio. Ma i veri motivi d’interesse sono soprattutto nei sotterranei, un labirinto di cavità, scalette, passaggi e corridoi inadatti agli oversize. Colpiscono le curiose nicchie e la successione di poltroncine con braccioli scavate nel tufo. Queste avevano una funzione assolutamente macabra: i cadaveri dei defunti venivano insediati su questi troni e lasciati a “scolare” i liquidi corporei fino alla loro completa mummificazione.

Gli scranni per la mummificazione dei cadaveri

Gli scranni per la mummificazione dei cadaveri

Usciamo con un certo sollievo da San Pietro e scendiamo lungo il viale di circonvallazione, mentre il panorama si apre sulla Murgecchia e le “tre civette”, verso la nostra seconda tappa, il complesso rupestre della Madonna delle virtù e di San Nicola dei Greci.

Madonna delle virtù - Abside con cupola crociata

Madonna delle virtù – Abside con cupola crociata

È uno dei luoghi più interessanti e rivelatori di Matera, un mix di luoghi sacri e ipogei residenziali, di agiografia rupestre e di tombe pavimentali, di impianti idraulici e di tini, cisterne e fovea per il mosto e le granaglie. Quest’aerea terrazza multipiano con spettacolare vista su Sant’Agostino, sulla gravina e le Murge è diventata anche un’originale location per opere di arte moderna e per un periplo sulla scultura italiana contemporanea.

L'altare della crocifissione

L’altare della crocifissione

Il primo ambiente in grotta è una basilica romanica a tre navate, con absidi, pilastri, affreschi e finta controfacciata. I particolari più ammirati sono gli archetti a rilievo che simulano le finestre e il matroneo, insieme con le cupole absidali decorate da grandi croci scolpite. Indimenticabile è la crocifissione dipinta nella terza navata dove la madre in lacrime volta le spalle al figlio morente in croce incapace di sostenere la vista di tanto orrore.

Decorazione delle volte della Madonna delle Virtù

Decorazione delle volte della Madonna delle Virtù

Attraverso una doppia rampa di scale si raggiunge il secondo ambiente che fu anticamente un monastero femminile e fu poi trasformato in palmento con la vasca per la pigiatura dell’uva e i bocchettoni da cui il mosto defluiva nelle botti. Risalite le scale e superata una cengia messa in sicurezza si raggiunge uno scenografico piazzale su cui insistono tutt’intorno la chiesa bizantina di San Nicola dei Greci e una decina di ambienti residenziali da esplorare attentamente. Tra le diverse immagini di santi va almeno commemorato quel povero martire trafitto in petto da un pugnale e col cranio spaccato da un colpo di roncola.

San Nicola dei Greci

San Nicola dei Greci

Ripresa la circonvallazione si va verso il Monterrone, lo sperone di roccia che domina la piazza di San Pietro Caveoso. Bisogna ora risalire l’erta rampa che conduce alla nostra terza tappa, il complesso rupestre di chiese dedicate alla Madonna e a San Giovanni. Titolare della prima chiesa è Santa Maria de idris o delle acque.

La chiesa di Santa Maria de Idris

La chiesa di Santa Maria de Idris

L’acqua era storicamente una risorsa essenziale per la città ma la sua scarsità richiedeva un patronato altissimo: per questo l’immagine di Maria viene associata alle cisterne, alle brocche e alle conche, prosaiche protagoniste della vita quotidiana dei materani.

San Giovanni di Monterrone

San Giovanni di Monterrone

La seconda chiesa, cui si accede dalla porta a sinistra dell’altare mariano, è dedicata a San Giovanni. La sua efficace illuminazione da terra richiama le flebili fiamme delle padelle a cera e delle lampade a olio di un tempo. Il sentiero luminoso che percorre gli ambienti rupestri dà luce a una galleria sacra: si svelano in successione il Cristo pantocratore, l’arcangelo Michele, Giovanni il Battista e Giovanni l’evangelista, Pietro, Nicola, Andrea e un San Giacomo Maggiore col bastone da pellegrino.

L'interno affrescato di San Giovanni di Monterrone

L’interno affrescato di San Giovanni di Monterrone

Ridiscesi nella piazza di San Pietro Caveoso ci si avvia verso il rione Casalnuovo. La quarta tappa dell’itinerario è la chiesa rupestre di Santa Lucia, detta “alle Malve” dal nome della pianta spontanea che cresce nella zona. Fu la chiesa delle monache benedettine che nel Duecento vivevano nel vicino monastero. Oggi è una delle chiese rupestri più belle e visitate. Ha l’impianto basilicale a tre navate; la navata di destra è ancora oggi officiata e vede un altare che separa l’aula dalla sacrestia; le due navate laterali sono state riutilizzate come abitazione fino alla fine degli anni Cinquanta. Il restauro completo ha rimesso in luce una bella sequenza di immagini sacre affrescate. Alla mano di Rinaldo da Taranto è attribuita la tenera immagine della Madonna che allatta il suo bambino (Galaktotrophousa). Le benedettine hanno probabilmente stimolato la presenza di immagini della santità al femminile, come Santa Lucia, Sant’Agata e Santa Scolastica che accompagna l’effigie del fratello Benedetto, fondatore dell’ordine religioso.

Il Convicinio di Sant'Antonio

Il Convicinio di Sant’Antonio

Terminata la visita di Santa Lucia si risale il Casalnuovo verso l’ultima tappa dell’itinerario, la più sorprendente e teatrale, il Convicinio di Sant’Antonio. Un unico portale d’ingresso con arco ogivale dà accesso a un piazzale allungato che si affaccia sulla gravina. Quattro chiese rupestri in successione e intercomunicanti fanno corona al piazzale. In fondo è la cripta di S.Antonio, con tre navate absidate e le volte decorate da croci gigliate scolpite. Segue la cripta di San Donato a pianta quadrangolare con due pilastri centrali e la successione degli spazi liturgici (vestibolo, aula e presbiterio).

La navata della cripta di Sant'Eligio

La navata della cripta di Sant’Eligio

La terza cripta è dedicata a Sant’Eligio e comprende due presbiteri sormontati da calotte absidali crociate. La cripta vicino all’ingresso è dedicata a San Primo ed era forse un tempo l’abitazione del custode. Le chiese sono state riutilizzate come palmenti e cantine e hanno subito quindi consistenti alterazioni. Un profondo restauro è valso tuttavia a rendere leggibili le antiche strutture e ha recuperato gli affreschi sacri e profani. Oggi il convicinio è utilizzato per mostre d’arte che interagiscono ottimamente con gli ambienti rupestri riportati al loro splendore e che danno tutto il senso del rinascimento di Matera.

La Deesis del XIV secolo

La Deesis del XIV secolo

Visita le sezione del sito dedicata all’Italia rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Matera. Come si viveva nelle case-grotta

Matera è il paradigma delle città rupestri. Studiandola dal di dentro e osservandola dalla Murgia di fronte se ne ricostruisce interamente la storia, dalla nascita al collasso. La prima fase è quella della canalizzazione delle acque nelle cisterne per l’irrigazione degli orti pensili. Nella seconda fase si scavano le stalle per il ricovero degli animali, le grotte-cantina per la raccolta degli attrezzi e dei frutti agricoli, gli spazi per i mestieri degli artigiani. Nella terza fase si scavano le case attorno agli orti diventati cortili. La popolazione cresce, scava dappertutto e trasforma in case le vecchie cisterne, amplia le grotte con i lamioni esterni, trova spazio per famiglie sempre più numerose e per gli animali domestici. L’equilibrio infine si spezza. L’acqua diventa insufficiente, i servizi igienici sono inesistenti, il sovraffollamento mette in crisi la cultura del vicinato, le malattie si diffondono e diventano pandemie permanenti. E si arriva così all’esodo dalla città rupestre verso i nuovi villaggi urbani e le migliori condizioni di vita. Il resto è storia recente, la storia di una “vergogna nazionale” che si è trasformata in uno straordinario esperimento di riuso che attrae visitatori da tutto il mondo. Resta la curiosità di vedere come si viveva in grotta, di capire l’intreccio tra la forma urbana, l’economia domestica e le relazioni umane nella famiglia e nel vicinato. Proponiamo un itinerario pedonale curioso e istruttivo che collega alcune case-grotta trasformate in museo-vetrina delle antiche forme di vita nella città rupestre.

L'interno della casa-grotta

L’interno della casa-grotta

L’itinerario

L’itinerario ha come riferimento la frequentatissima strada di circonvallazione che costeggia la gravina di Matera e percorre tutta la base dei Sassi, collegando il Barisano al Caveoso.

2 - La stanza soppalcata

La prima delle quattro tappe qui proposte è il Museo Laboratorio della Civiltà contadina e degli antichi mestieri, ospitato nel palazzo Barberis in Via San Giovanni Vecchio 60 al Sasso Barisano, raggiungibile dal centro di Matera scendendo lungo la Via Fiorentini. L’attrattiva del museo è la raccolta degli oggetti di uso quotidiano e degli attrezzi di lavoro dei mestieri che erano alla base della vita economica della città dei Sassi. I materani erano infatti prevalentemente contadini, dediti anche all’allevamento. Ma i Sassi, in particolare il Barisano, ospitavano anche innumerevoli botteghe artigiane distribuite lungo le strade dei diversi rioni. L’interesse del museo sta sia nel suo contenitore che nel contenuto. Una serie di abitazioni in grotta originariamente separate e collocate su differenti livelli sono state collegate e integrate per le esigenze espositive. Un lamione costruito proietta la casa-grotta verso il cortile esterno e la integra con il palazzo residenziale. All’interno le singole stanze accolgono i diversi ambienti di lavoro e la strumentazione degli artigiani. Il visitatore ha così l’opportunità di visitare la bottega del vasaio, che dalla creta ricavava piatti e pentole per l’uso domestico, ma anche l’attrezzatura del conciapiatti, l’artigiano che riassemblava i cocci e riparava gli ombrelli. Il ciclo del ferro fa rivivere l’arte del fabbro, del calderaio e dell’arrotino. L’arte del legno metteva alla prova le abilità del mastro d’ascia, dell’ebanista e del sellaio. A Matera erano ovviamente molto importanti i cavamonti e gli scalpellini, specializzati nello scavo delle grotte e nella lavorazione del tufo. Scorrono nella visita del museo gli ambienti di lavoro del setacciaio, del tessitore, del conciapelli, del cestaio, del lustrascarpe, del barbiere, del sarto e del calzolaio. Ben documentata è l’attività del pastore e del casaro, come pure quella del contadino. Godibile è la ricostruzione della cantina, luogo di ritrovo molto popolare in città. E non mancano i giochi dei ragazzi e l’epopea del brigantaggio post-unitario. La visita si rivela istruttiva e appagante.

L'antica abitazione "C'era una volta..."

L’antica abitazione “C’era una volta…”

Tornati su Via Fiorentini, pochi passi conducono al n. 251, seconda tappa dell’itinerario. Entriamo tra le mura domestiche dell’antica Casa Grotta “C’era una volta…”, una casa materana ricostruita come si presentava fino agli anni Sessanta. L’angolo che attira subito l’attenzione è quello destinato agli animali, un piccolo zoo casalingo dominato dall’asino che portava il contadino al lavoro nei campi, ma che vedeva anche la presenza del maialino e del pollaio, le risorse alimentari della famiglia. I maestri artigiani hanno arredato la casa collocandovi le effigie degli abitanti scolpite nel tufo: rivivono così l’anziana che fila accanto al braciere, la madre con il figlio bambino, l’uomo seduto a desinare, l’anziana con il bimbo in fasce e perfino un uomo seduto sul cantaro, il wc del tempo. Completano la casa i vani scavati utilizzati come cucina e come camera da letto.

6 - La stalla

La camera da letto

La camera da letto

Lungo la circonvallazione ci spostiamo ora nel Sasso Caveoso, superiamo la piazza di San Pietro e imbocchiamo il Vico affollato dai banchetti degli artigiani.

La casa di Vico Solitario: il pozzo e la lavanderia

La casa di Vico Solitario: il pozzo e la lavanderia

Siamo alla terza tappa, la storica Casa Grotta di Vico Solitario, aperta in un vicinato cui si accede con un’ampia scalinata. La parte anteriore è un lamione costruito, con un bel pavimento mattonato; sul fondo sono gli ambienti scavati. Immediatamente a sinistra è il vano della cucina piastrellata con i bracieri alimentati a legna, gli orci e i piatti di coccio, la batteria di pentole di rame e il piano di lavoro. Vicini alla cucina sono la cisterna per la raccolta dell’acqua e il pozzo coperto con la lavanderia. Il vano centrale è occupato dal tavolo per la cena, dal letto, dalla madia, dalla cassapanca e dal telaio per la tessitura. La casa ha lo spazio destinato al cavallo, una stalla interna dotata di mangiatoia, nella quale trova posto anche una colombaia.

La cucina

La cucina

Lasciamo il Vico Solitario e c’inoltriamo nel vasto rione del Casalnuovo, in gran parte ancora murato e non accessibile. Qui le grotte erano frequentemente utilizzate come palmenti e cantine. Inerpicandoci verso il Convicinio di sant’Antonio tocchiamo la quarta tappa del nostro itinerario, la Casa grotta del Casalnuovo.

La casa-grotta del Casalnuovo

La casa-grotta del Casalnuovo

L’ambiente è del massimo interesse, perché sapientemente scavato in modo obliquo e con vani discendenti in grado di sfruttare al massimo la luce solare. Attraversata la corte costruita si scende nello stanzone della casa scavata, un vasto ambiente circondato dal letto, dal tavolo, dall’armadio e dal telaio, dove la famiglia viveva, lavorava e dormiva. Gli arredi e gli attrezzi appartengono alla famiglia che l’ha abitata fino al 1958. A fianco della sala centrale è il focolare con il camino e l’intera dotazione della cucina.

Il focolare

Il focolare

Alcune scale sconnesse scendono al locale della stalla, dotato di quattro mangiatoie scavate nella roccia e del letamaio. Un successivo cunicolo, gradinato in modo da favorire il rotolamento delle botti, scende nel locale cantina, dotato di spazi per la lavorazione delle uve e per la conservazione del vino e degli alimenti. Un’antica cisterna laterale a servizio della casa soprastante è stata aperta e trasformata in un vano di trasferimento. Qui è allestita una mostra fotografica sui numerosi film girati a Matera, con particolare riferimento ai vangeli visti da Pier Paolo Pasolini e Mel Gibson.

Il càntero

Il càntero

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Battistero di Parma. Il portale del Redentore

Il Battistero di Parma, gloria della città e opera celeberrima di Benedetto Antelami, risale al 1196. In grande evidenza sono la sua struttura ottagonale in marmo rosa, il fregio decorato con animali simbolici e fantastici e i tre portali scolpiti dal maestro. Il portare nord, rivolto verso Piazza Duomo, è dedicato alla Vergine, raffigurata al centro della lunetta; il portale ovest, dedicato al Redentore, mostra nella lunetta il giudizio universale; in quello a sud è raccontata la leggenda di Barlaam. Il portale del Redentore, che è poi la principale porta d’accesso al Battistero, spiega ai catecumeni parmensi con la forza delle immagini i modi per salvarsi e guadagnarsi il Regno di Dio. I messaggi trasmessi dalle immagini sono tre: praticare le opere di misericordia corporale (piedritto sinistro), cercare la salvezza in tutte le età della vita, come insegna la parabola della vigna (piedritto destro), prepararsi al giudizio finale e al regno dei cieli (lunetta e architrave).

Il giudizio finale

Il giudizio universale

Il giudizio universale

L’apparizione di Cristo nella sua seconda venuta sulla terra per giudicare l’umanità è descritta nella lunetta sopra il portale. Il giudice siede sul trono, collocato su una superficie ondulata che simbolizza le nuvole. Il suo sacrificio per la salvezza degli uomini è testimoniato dalle mani sollevate che ostentano il foro dei chiodi e dal gruppo di angeli che gli fanno corona e che portano in mano gli strumenti della Passione, proteggendoli con veli di lino in segno di rispetto. Si riconosce la canna con la spugna del fiele, la lancia che gli ferì il costato, le tunica giocata ai dadi, la corona di spine e il legno della crocifissione. L’archivolto che avvolge la lunetta descrive il tribunale celeste, composto dai dodici Apostoli, identificati dai nomi incisi sul marmo: Pietro e Andrea (i primi in basso a sinistra) fino a Simone e Mattia. A loro si aggiunge Paolo, ritratto all’interno della lunetta. L’ambiente del Paradiso è reso con i due alberi dell’Eden (sui cui rami siedono gli apostoli) e con il frutto dell’albero della vita.

Quattro angeli (due in alto, tra gli apostoli, e due al centro dell’architrave) suonano le loro trombe, rivolti ai quattro angoli del mondo. Risvegliati dal suono delle trombe, i morti escono dai loro sepolcri (posti agli estremi dell’architrave) e formano due cortei. I tituli sul margine superiore dell’architrave, tratte dalla Vulgata di Matteo, dicono Surgite defuncti rectorem cernite mundi e Vos qui dormitis iam surgite nuncius in quid: sono l’invito a risvegliarsi dal sonno della morte e ad accogliere il giudizio di colui che regge il mondo. I due cortei in marcia, entrambi formati da figurine nude, si distinguono però per il diverso atteggiamento dei risorti. Il gruppo di sinistra procede esultante con le mani rivolte al cielo e con gesti di lode e di preghiera. Si tratta del gruppo dei beati. Il gruppo di sinistra procede a pugni chiusi, coprendosi le nudità, esprimendo rabbia, sconforto e desolazione. Si tratta del gruppo dei dannati.

Le opere di carità

Le opere di carità verso gli ignudi, i carcerati e gli assetati

Le opere di carità verso gli ignudi, i carcerati e gli assetati

Le immagini illustrate nel piedritto di sinistra descrivono le opere di carità che nel Vangelo di Matteo sono direttamente collegate al giudizio finale di ogni uomo. «Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”» (Mt 25, 34-46).

Beatus accoglie il pellegrino

Beatus accoglie il pellegrino

Protagonista del racconto per immagini di Benedetto Antelami è il Beatus. Il Beatus è naturalmente l’uomo caritatevole, il buon samaritano che si è chinato sulle sofferenze del suo prossimo e ha perciò meritato la beatitudine eterna. Ma il Beatus ha anche la fisionomia del Cristo matteano che insegna la misericordia come chiave della salvezza nell’ultimo giudizio. Nei diversi riquadri vediamo il Beatus che accoglie calorosamente lo straniero che veste la tunica e porta in mano il bordone del pellegrino (Peregrinis hostia pandas), lava i piedi al malato impedito (cum multa cura lavat hic egro sua cura), offre una ciotola di cibo alla coppia affamata (escam larga manus hec porrigit esurienti), porge un bicchiere d’acqua all’assetato (hic quod quesierat sicienti pocula prestat), porta dei doni a un carcerato con le catene ai piedi (non spernens lapsus venit hic ad carcere clausum) e infine aiuta un povero ignudo a indossare una tunica (est hic nudatus quem vult vestire beatus).

Dar da mangiare agli affamati

Dar da mangiare agli affamati

 La parabola della vigna

La parabola della vigna

La parabola della vigna

Le “vignette” del piedritto destro illustrano la parabola di Gesù raccontata nel Vangelo di Matteo. «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”» (Mt 20, 1-16). Antelami trascrive sul marmo questa parabola puntando a trasmettere l’idea – diffusa nell’esegesi medievale – che ogni età della vita è buona per incontrare Dio, grazie al battesimo, ed entrare così nel suo Regno (la vigna del Signore). Le scritte in alto e in basso spiegano chi siano i soggetti della parabola (il pater familias e gli operarii) e l’ambiente nel quale si svolge (la vineam domini sabaot).

Il bimbo della prima ora

Il bimbo della prima ora

Nella diverse scene, incorniciate da tralci carichi di grappoli d’uva matura, il Signore incontra nelle diverse ore del giorno prima un bambino (primam mane infanciam / prima etas seculi), poi due fanciulli con falcetto e vanga (hora tercia puericia / secunda etas), una coppia di adolescenti (sexta adulescencia / tercia etas), un giovane con falcetto e zappa sulla spalla (nona iuventus /quarta etas), un adulto con la zappa (unde gravitas / quinta etas) e infine un operaio anziano appoggiato alla sua zappa (cima senectus / sexta etas). Nell’ultima scena in alto tutti gli operai fanno la fila davanti al pater familias per ricevere lo stesso compenso (fuor di metafora, la salvezza del regno di Dio).

I ragazzi della terza ora

I ragazzi della terza ora

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html