Palermo. La morte trionfa a Palazzo Abatellis

La Galleria regionale siciliana di Palazzo Abatellis a Palermo propone ai suoi visitatori, come pezzo forte delle proprie collezioni, un grande affresco del Trionfo della morte, proveniente da Palazzo Sclafani. La scena descritta dall’ignoto pittore ha molti elementi in comune con le opere analoghe localizzate in Italia, dal Camposanto di Pisa all’Oratorio di Clusone, dalla Scala Santa di Subiaco a Santa Caterina di Bolzano. Queste scene trecentesche del trionfo della morte sono da incubo, perché richiamano l’idea biblica dell’angelo sterminatore e ricordano lo sterminio di massa causato dalle ricorrenti epidemie e dalla grande peste nera che distrusse l’Europa. La rappresentazione tardiva (intorno al 1445) della Morte a cavallo di Palermo ha però un carattere diverso. Essa risente nettamente dell’evoluzione della sensibilità operatasi dopo l’inizio del Quattrocento. In quest’affresco la trionfatrice appare come la protagonista centrale di uno spettacolo teatrale in costume, la regista di un complesso cerimoniale di malinconia e mestizia, la metafora della biblica vanitas vanitatum, l’anticipazione di un ‘trionfo’ petrarchesco. Secondo Alberto Tenenti (nel suo Il senso della morte e l’amore della vita nel Rinascimento) sembra quasi che la morte alzi la mano destra come per rispondere all’omaggio e al fremito della folla e poco si preoccupi, almeno in quell’istante, del proprio ministero.

Il trionfo della morte

Il trionfo della morte

Osserviamo in dettaglio l’affresco. Lo scheletro della morte, in sella a un cavallo mummificato al galoppo, attraversa un giardino recinto da siepi e scaglia con l’arco i suoi dardi, prelevati dalla faretra, legata alla cintura insieme con la falce. Le frecce vanno a colpire nobili fanciulle e giovani spensierati: questi personaggi sono colti nell’attimo della vita fuggente. Gli zoccoli del cavallo calpestano un tappeto di cadaveri; la morte si è particolarmente accanita sui potenti: i dardi letali hanno ucciso un papa col triregno, due sovrani con la corona, un cardinale con la berretta, un vescovo con la tiara, un diacono con la dalmatica, un religioso con la tonsura, un giureconsulto con il turbante. Quelli che invece invocano la morte a gran voce e la scongiurano a mani giunte di liberarli dalle proprie pene intollerabili, sono paradossalmente risparmiati: è il caso del gruppo ritratto in basso a sinistra nel quale sono raffigurati invalidi, zoppi con le stampelle, anziani, un uomo che mostra i moncherini delle mani. Nei due distinti personaggi che, nel gruppo dei cenciosi, guardano verso lo spettatore, sono forse riconoscibili il pittore e il suo aiutante.
 In secondo piano il pittore descrive una scena di caccia, uno degli svaghi più amati dall’aristocrazia, simboleggiata dal falconiere che tiene un falcone sul braccio e dal cacciatore che regge al guinzaglio un levriero e un altro cane da caccia (in questa scena c’è forse un richiamo al personaggio mitologico di Proserpina e al cane trifauce Cerbero, guardiani dell’inferno). Sulla destra c’è una fontana, circondata da giovani in conversazione, allietati da un suonatore d’arpa. Essa sembra alludere alla fontana della giovinezza, la sorgente d’acqua che guarisce dalle malattie e dona l’eterna giovinezza a chi vi si bagna. Si tratta di un motivo tipicamente rinascimentale (si pensi solo all’affresco del castello di Manta), che in questo contesto si collega al tema generale dell’affresco e cioè al contrasto tra la vanità dei beni terreni, la tentazione dell’immortalità, le gioie effimere della terra e la prefigurazione didascalica della sorte umana.

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Maiella. Le capanne di pietra del Passo San Leonardo

Il sentiero per la Fonte dell'Orso e il Fondo Maiella

Il sentiero per la Fonte dell’Orso e il Fondo Maiella

Il Passo di San Leonardo è un largo valico molto apprezzato da turisti, escursionisti e semplici gitanti della domenica. Vi si gode infatti un bel panorama sulla Maiella e la sua lunga bastionata fasciata dai boschi. Di qui si parte per brevi passeggiate, lunghissime traversate o rudi ascese verticali verso la cima del monte Amaro. D’inverno alcune brevi piste intorno all’albergo del complesso turistico San Leonardo richiamano anche qualche appassionato di sci. Siamo a 1282 metri di quota, su una cresta che collega il versante occidentale della catena della Maiella alla sua importante diramazione del Morrone. Dalla valle del Pescara si sale al Passo percorrendo la lunga valle del fiume Orta. Dalla valle Peligna vi sale una panoramica strada da Pacentro, talvolta chiusa per la caduta di pietre dalle sovrastanti pareti del Morrone; in alternativa si segue la strada che proviene da Campo di Giove. Le praterie in quota sono popolate in estate anche da greggi di pecore e mandrie di cavalli richiamate dai pascoli e dalla disponibilità d’acqua. Allontanandosi dalla strada principale si scopre un mondo pastorale inaspettato, ricco di recinti e stazzi per gli animali, ricoveri per i pastori, piccoli orti, boschetti e fontanili, piste e tratturi, moderni caravanserragli, maneggi e ippovie. In questo caratteristico ambiente spiccano alcune capanne di pietra costruite a secco. Sorgono in piano o lungo i declivi, a fianco degli stazzi; pur se abbandonate o non più utilizzate da tempo, esse mostrano la loro antica funzione di ricovero notturno, di rifugio d’emergenza, di riparo per attrezzi e derrate, di prima lavorazione del latte. L’itinerario qui proposto – la somma di brevi passeggiate per non allontanarsi molto dall’auto – permette di visitare le capanne più ‘belle’ in uno scenario maestoso.

La capanna di pietra di Valle Cupa

La capanna di pietra di Valle Cupa

La prima tappa dell’itinerario è una breve passeggiata che si dirama dal cippo del km 7 della strada che da Campo di Giove sale al Passo. Lasciata l’auto, s’imbocca il sentiero P5 del Parco, diretto alla Fonte dell’Orso e al Fondo Maiella. Abbondantemente segnalata e chiusa da una sbarra, la carrabile s’inoltra nel pianoro in direzione del bosco. In cinque minuti a piedi, appena entrati nel bosco, sotto un gruppo di faggi a sinistra, si scopre una grande capanna di pietra di Valle Cupa, a più piani, inerbita in alto e modellata sul pendio. Conviene girarle attorno per apprezzare la struttura a gradoni, con una doppia base quadrata sulla quale si eleva il tamburo circolare con la cupola a tholos. L’intera zona compresa tra la strada e il bosco mostra le basi dei muretti di confine dei fondi coltivati e degli antichi stazzi. Magnifico il panorama sulla catena del Morrone e sull’anfiteatro di Fondo Maiella.

La struttura a gradoni

La struttura a gradoni

Ripresa l’auto si raggiunge un chilometro più avanti il trivio con la strada che proviene da Pacentro. Qui si parcheggia. Nei pressi troviamo una cantoniera, un fontanile e un’edicola mariana dedicata alla Regina della pace. A piedi si entra nel largo pianoro a sinistra della strada che sale al Passo e lo si percorre senza una meta precisa, lasciandosi incuriosire dalle molteplici tracce del mondo pastorale. Si va comunque verso nord, avendo come riferimento una linea telefonica e una sterrata che traversa il pianoro.

Capanna con ingresso ad arco

Capanna con ingresso ad arco

Si osservano tutti gli elementi tipici degli insediamenti pastorali: le recinzioni di pietra, gli stazzi, i campi terrazzati, i muretti di contenimento, i fontanili, le macere di spietramento, le capanne agricole di pietra, le vene d’acqua sorgiva, i boschetti attrezzati, le roulottes e i camper che hanno sostituito le capanne di pietra e le baracche di lamiera, i tratturelli e le piste battute dalle greggi. Le capanne di pietra a secco ai margini dei campi coltivati sono numerose, anche se sovente sono dirute o hanno il tetto crollato.

La capanna del Laguccio

La capanna del Laguccio

Quella in migliori condizioni, nota come il Laguccio, sorge isolata al centro del pianoro, nei pressi di un palo della linea telefonica, con un alto muro di base che ingloba la porta, e un tamburo circolare sormontato da un caratteristico cupolino.

Capanna con ingresso ad arco

Capanna con ingresso ad arco

Le altre capanne sono spesso ricavate alla base di mucchi di pietre o sono addossate a piccoli rilievi. Seguendo il corso di un ruscello, si traversa la strada asfaltata su un ponticello e si risale il pendio lungo il sentiero segnato indicato come la “direttissima” per il monte Amaro e il bivacco Pelino. La località è nota come l’Acqua Fredda. Si trova subito un fontanile che dà ragione al topos e uno stazzo vigilato dai cani.

Le due capanne di Fonte Fredda

Le due capanne di Fonte Fredda

Appena più in alto, vicino ad alcuni faggi, si trovano due capanne di pietra in successione, irregolari nella forma ma ancora accessibili e agibili (m. 1239).

La capanna del complesso La Cicuta

La capanna del complesso La Cicuta

Tornati all’auto, ci trasferiamo sul Passo, parcheggiando nel piazzale dell’albergo-rifugio San Leonardo. Dobbiamo visitare una capanna importante, che prende il nome dalla vicina fonte della Cicuta e che si trova sui pendii poco a sud del valico. La raggiungiamo in quindici minuti imboccando in salita il sentiero Q3 e lasciandolo per scendere a sinistra su un secondo sentiero recintato ai margini del bosco, sul versante di Pacentro. In alternativa possiamo traversare direttamente per prati, sottopassando uno skilift e tenendoci al margine del bosco. Il complesso agro-pastorale della Cicuta (m. 1299) è articolato in recinti, orti, muretti e un’ampia capanna inglobata nel muraglione di pietra, con il cupolino inerbito. Colpisce la qualità dei muri, realizzati con una doppia parete regolare di pietre sovrapposte e con l’interstizio riempito di pietrame e terra di risulta.

Sezione dei muretti di recinzione

Sezione dei muretti di recinzione

Per approfondire

Il sussidio più utile all’escursione è il volume Paesaggio agrario costruito, diffuso gratuitamente nei centri di visita e scaricabile dal sito del parco della Majella; la guida censisce le capanne di pietra (con foto e geo-referenziazione) e indica gli itinerari del Parco. Di pari utilità è la guida di Edoardo Micati dal titolo Pietre d’Abruzzo. Guida alle capanne e ai complessi pastorali in pietra a secco, pubblicata da Carsa nella collana Scrigni.

Visita la sezione del sito dedicata ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Ferrara. Il protiro del Giudizio universale

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale

La Cattedrale di Ferrara ha una storia lunga, iniziata già nel 1135, e condizionata da terremoti, crolli, demolizioni, rifacimenti, restauri. La fama universale e il rilievo architettonico e artistico conquistati dal Duomo s’intrecciano alla storia della stessa città di Ferrara, che è stata capitale per oltre un secolo e che oggi gode della reputazione di Patrimonio mondiale dell’umanità conferitole dall’Unesco.

Vogliamo qui concentrare l’attenzione sulla facciata del Duomo e in particolare sul protiro sorretto dalla loggia che sovrasta il portale maggiore. Vi compare un lungo e complesso ciclo di sculture dedicate al tema del Giudizio universale. Esse risalgono al XIII secolo e in particolare al decennio tra il 1240 e il 1250, esprimendo così la cultura del romanico antelamico. La collocazione del ciclo scolpito del Giudizio sulla facciata del Duomo è del tutto inusuale in Italia mentre richiama i numerosi esempi dei portali scolpiti delle cattedrali francesi.

Il giudizio finale ha inizio con la risurrezione dei morti. L’umanità viene risvegliata dallo squillo dei fiati suonati da due angeli trombettieri, scolpiti al centro della trabeazione. Nei pennacchi fra i tre archi gotici della loggetta della Madonna sono raffigurati quattro sepolcri: gli uomini e le donne in essi sepolti si risvegliano, sollevano i coperchi e ancora avvolti dai sudari, scavalcano le pareti delle tombe e si alzano per presentarsi al giudizio individuale con gli occhi levati verso gli eventi che accadono in cielo.

La scena celeste è descritta nel timpano triangolare. Il Cristo risorto, radioso, si apre un varco nei cieli (la mandorla) e torna sulla terra per giudicare l’umanità. Siede sul trono (l’arcobaleno della nuova alleanza) con i piedi poggiati su una predella. Indossa una tunica aperta e mostra la ferita sul costato e le stimmate sulle mani e sui piedi. Il giudizio che egli pronuncia è simbolizzato dal Libro che figura aperto sulle sue ginocchia: è il libro del bene e del male che contiene le opere buone e cattive compiute da ciascuno dei risorti. Al suo fianco due angeli in piedi mostrano gli strumenti della passione di Gesù direttamente responsabili delle piaghe che egli esibisce: la croce, la lancia e i chiodi. Accanto agli angeli i due avvocati difensori sono prostrati in ginocchio e pregano per intercedere la misericordia del Giudice. La Madre Maria, col capo velato, non esita a guardare negli occhi il Figlio. L’altro intercessore è un personaggio canuto e anziano: non ha gli attributi caratteristici dell’altro abituale intercessore, Giovanni Battista il precursore; e non è nemmeno il giovane e imberbe apostolo Giovanni che stazionava con Maria sotto la croce; probabilmente lo scultore ha voluto rappresentare l’evangelista Giovanni in età avanzata, quando a Patmos ha avuto la visione dell’Apocalisse, oppure l’anziano Giuseppe, il padre putativo di Gesù, ricomponendo così la sacra famiglia. Sui salienti del timpano sono raffigurati i diversi personaggi della corte celeste: i seniori apocalittici e il coro degli angeli con gli strumenti musicali (il salterio, la crotta, i timpani, il corno e i campanelli), gli angeli con i cartigli della duplice sentenza e con altri strumenti della passione (i flagelli) e infine due angeli che pongono sul capo di Gesù la corona della sua regalità.

Al centro della trabeazione, al fianco degli angeli trombettieri, è la scena della psicostasi. L’arcangelo Michele pesa sui due piatti della bilancia i meriti e i demeriti di ciascun risorgente. Un diavolo cerca di condizionare l’esito del giudizio tirando in basso il piatto delle opere cattive. Sulla base dell’esito del giudizio si formano i due cortei dei beati e dei dannati. Il corteo dei beati è condotto per mano da un angelo verso il Paradiso: gli eletti indossano la corona della gloria e la veste candida e congiungono le mani nel gesto della preghiera di ringraziamento. I dannati procedono in corteo legati al collo da una pesante catena, spinti e trascinati da diavoli teratologici con facce da caproni, code e arti villosi: a differenza dei beati, i dannati sono raffigurati nudi e mostrano sul volto le espressioni dell’infelicità e della disperazione; portano anche i simboli del loro peccato: la sacca dei denari dell’avarizia, la spada della violenza omicida, il gesto autolesionista di strapparsi i capelli tipico dell’ira.

Il Paradiso come Seno di Abramo

Il Paradiso come Seno di Abramo

Il Paradiso è simbolizzato nel lunettone di sinistra con la tradizionale immagine del seno di Abramo. Il patriarca è un personaggio solenne e ieratico, con una lunga barba fluente; regge con le mani un velo di lino sul quale sono raccolte le testine di Lazzaro e degli altri beati; ai suoi lati sono raffigurati due cortei: a sinistra sono i giusti del vecchio testamento, gli ebrei preceduti da Mosè (con la verga); a destra sono i battezzati del popolo di Dio, preceduti dal vescovo con la mitria e il pastorale.

L'Inferno

L’Inferno

Specularmente, il lunettone di destra mostra la visione dell’Inferno. I luoghi di punizione dei dannati sono due. Il primo è la bocca dentata e stritolatrice del Leviatano infernale; il secondo è una grande caldaia che bolle sopra un fuoco alimentato da tronchi e fascine di legno. I diavoli punitori afferrano i dannati che arrivano in corteo e li spingono nella gola del mostro luciferino o nel calderone bollente. Qui un terzo diavolo provvede a rimestare il carnaio umano con un lungo bastone.

 

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Bordeaux. La lotta tra il Bene e il Male: un tiro alla fune…

Il tiro alla fune

Il tiro alla fune

Dimenticate l’eleganza delle forme, l’armonia delle architetture, la simmetria dei portali, le flèches slanciate verso il cielo. La facciata dell’abbaziale della Sainte-Croix di Bordeaux vi si mostra tozza, sghemba, sgraziata. E ancora si discute animatamente sulla controversa ristrutturazione ottocentesca che ha inserito sulla facciata i rilievi di San Martino, degli apostoli e dell’Ascensione di Gesù, a imitazione della cattedrale di Angoulême. Però, quante magnifiche storie può raccontare quest’abbazia benedettina! Fondata da un gruppo di monaci già nel settimo secolo ha visto la venerazione per San Mammolin, guaritore delle malattie mentali; le liturgie e i canti gregoriani dei seguaci di San Benedetto; il lavoro dei monaci e dei conversi, la pesca nel fiume, i mulini ad acqua, le vigne e il vino bordolais; la crisi del XVI secolo, il rinnovamento dei benedettini di Saint-Maur, le confische della rivoluzione francese, le ristrutturazioni ottocentesche, la nascita del polo formativo delle belle arti sulle ceneri dell’antico monastero…

La facciata dell'abbazia della Santa Croce

La facciata dell’abbazia della Santa Croce

L’analisi della decorazione del portale centrale e degli archi laterali dà ragione a Stendhal quando afferma che «Sainte-Croix est sans comparaison l’église la plus curieuse de Bordeaux». Si comincia dalla duplice serie di diciassette omini schierati su fronti contrapposti e impegnati in un vigoroso ed equilibrato tiro alla fune, dall’esito incerto. Una visualizzazione assolutamente originale del faticoso impegno del cristiano alle prese con il quotidiano tira e molla tra le tentazioni del male e le promesse del bene.

Il portale centrale

Il portale centrale

Le due cornici esterne rappresentano la visione apocalittica della divina liturgia: «i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all’Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d’oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, e cantavano un canto nuovo. E vidi, e udii voci di molti angeli attorno al trono e agli esseri viventi e agli anziani. Il loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia E gli anziani si prostrarono in adorazione» (Ap 5, passim).

I seniori dell'Apocalisse e i cori degli angeli

I seniori dell’Apocalisse e i cori degli angeli

La divina liturgia

La divina liturgia

L’anonimo artista ha scolpito le schiere dei vegliardi prostrati nell’adorazione. I seniori hanno corone sul capo e lunghe barbe; offrono all’Agnello le coppe dei profumi, cantano a voce spiegata e formano un’orchestra celestiale, fornita di un’ampia scelta di strumenti musicali a corda e a fiato (si riconoscono il flauto, l’arpa, la ghironda, perfino una zampogna). Accanto ai vegliardi si schierano ordinatamente i cori degli angeli: le creature alate cantano gli inni sacri, sostenendo l’espirazione vocale con le più diverse posture delle mani.

Lo zodiaco e le stagioni

Lo zodiaco e le stagioni

La cornice centrale dell’arco esprime il concetto del tempo che ritma la vita dell’uomo nell’attesa della sua fine e dell’eternità. La ciclicità del tempo è resa con le immagini dei segni dello zodiaco celeste e con le scene che descrivono i lavori tipici delle stagioni dell’anno (il potatore, il mietitore, il bottaio, ecc.).

L'avarizia

L’avarizia

La punizione dell'avaro

La punizione dell’avaro

Sui due archi laterali sono descritti l’avarizia e la lussuria, i vizi capitali che costituiscono l’ostacolo maggiore sulla via della salvezza. La punizione dei peccatori è l’immagine ammonitrice che accompagna che si accosta alla chiesa. L’avaro è raffigurato cinque volte mentre subisce le torture del diavolo e non riesce a difendersi perché è appesantito dalla scarsella gonfia di monete che gli pende dal collo e dalla cassa del tesoro che gli pesa sulla schiena. Anche la donna lussuriosa è raffigurata cinque volte, avvolta in abiti ricercati e con i capelli raccolti in due lunghe trecce seduttrici. I tormenti del diavolo che le suggerisce all’orecchio i comportamenti immorali si sommano all’assalto di allusivi serpenti diabolici che le si attaccano al seno scoperto e le succhiano i capezzoli.

La lussuria

La lussuria

La punizione della donna lussuriosa

La punizione della donna lussuriosa

La decorazione è arricchita da una selva di motivi vegetali, da serie di animali simbolici iterati, da omini che si districano in una giungla arborea. Un portale che è un’esplosione di fantasia e di originalità.

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Bordeaux. Plutone, Proserpina, Cerbero, gli Inferi: la discesa di Gesù al Limbo

Una curiosa visione dell’aldilà che intreccia elementi della mitologia greco-romana e gli articoli del Credo cristiano si può ammirare a Bordeaux, nella Cattedrale di Saint-André. Si tratta di un bassorilievo cinquecentesco, visibile sulla parete occidentale di fondo e proveniente da una tribuna rinascimentale smembrata nel 1810. Il rilievo visualizza l’articolo del Credo che dice che Gesù, dopo la sua morte e la sepoltura: «descéndit ad ìnferosdiscese agli inferi». Esso è integrato da un secondo rilievo gemello che illustra il successivo articolo del Credo dedicato alla risurrezione: «tértia die resurréxit a mórtuis – il terzo giorno risuscitò da morte».

La discesa di Gesù agli Inferi

La discesa di Gesù agli Inferi

L’artista ha abbandonato la tradizionale immagine bizantina e medievale delle porte della caverna infernale vigilate da un diavolo e scardinate dal Cristo vittorioso. A presidiare l’Inferno, qui descritto con le architetture rinascimentali, è invece un gruppo tratto di peso dalla mitologia greca e romana, con una felice contaminazione tra cultura classica e tradizione cristiana. Ne fanno parte Plutone, signore dell’Averno o dell’Ade, Proserpina, sua moglie, corrispondente alla greca Persefone, rapita da Plutone e condotta nell’Oltretomba, e Cerbero, il cane a tre teste, ritratto ai loro piedi. I tre hanno il compito di accogliere i defunti, condurli nel sottosuolo e vigilare perché non vi escano. In alto a destra, tra le mura e le rovine della città di Dite, fanno capolino fantasiose figure diaboliche, dalle fattezze caprine e dal becco arcuato.

Gesù libera Adamo ed Eva nel Limbo dei Padri

Gesù libera Adamo ed Eva nel Limbo dei Padri

Il protagonista della scena è comunque il Cristo. Avvolto nel sudario del sepolcro, la croce con il vessillo nella mano destra, egli scende nei corridoi delle catacombe infernali e ne trae, liberandoli, Adamo, il primo uomo, ed Eva, la prima donna della creazione. Si apre così la strada che conduce al cielo per i patriarchi, i profeti e tutti i giusti dell’antico testamento. Questi sono splendidamente ritratti nel marmo: sono giovani e anziani, che non manifestano alcuna sofferenza, e che conversano amabilmente sul fondo dello Sheol ebraico.

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Bordeaux. Il Giudizio finale di Saint-Seurin

La basilica di Saint-Seurin è dedicata a Severinus che, secondo la tradizione, fu il quarto vescovo di Bordeaux. In origine era situata fuori delle mura urbane e considerata come chiesa funeraria per la sua prossimità alla necropoli gallo-romana (ancor oggi visitabile). La costruzione della chiesa inizia nel secolo XI e prosegue alacremente con l’obiettivo di offrire un punto di riferimento ai pellegrini in marcia verso Santiago di Compostella. Nel secolo XIII viene costruito l’ingresso monumentale, dotato di un portico e di un portale scolpito, con un timpano centrale e due archi ciechi ai lati. Su questo portale dedicato al Giudizio universale fermiamo la nostra attenzione.

Il portale del Giudizio finale

Il portale del Giudizio finale

Protagonista del Giudizio è la grande figura di Cristo, seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza. Egli solleva le braccia e mostra così ai risorgenti le piaghe sulle palme delle mani, sui piedi e sul costato. Gli fanno corona quattro angeli che esibiscono gli strumenti della passione: le vesti, il sudario, la croce, i chiodi, la lancia e la corona di spine. Il messaggio trasmesso è che il sacrificio di Gesù ha fornito all’umanità l’opportunità della salvezza.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Ai lati del giudice sono inginocchiate le due figure degli intercessori in preghiera. A sinistra vediamo Maria, la madre di Gesù, che ha sul capo la corona ricevuta dopo la sua assunzione in cielo; a destra è la giovane figura dell’apostolo Giovanni che Gesù ha voluto accanto alla madre ai piedi della croce.

I cori degli angeli

I cori degli angeli

Le tre cornici dell’arco che sovrasta il timpano sono affollate dai cori degli angeli che accompagnano il ritorno di Gesù sulla terra. Nella prima cornice i due angeli in alto reggono la corona di Re dell’universo e la pongono sul capo di Gesù; altri sei angeli sono raffigurati in preghiera o nel gesto della lode e dell’adorazione. Nella seconda cornice sono raffigurati gli otto angeli che animano la divina liturgia intorno all’altare apocalittico dell’agnello: essi recano nelle mani i turiboli dell’incenso, i calici e i vasi di profumo. Nella terza cornice compaiono i serafini sulle ruote, dal corpo coperto con le ali (come nella visione di Ezechiele), altri angeli incensieri e in preghiera.

Uno strato di nuvole separa la scena celeste da quella terrestre. Sulla terra vediamo la risurrezione dei morti. Il ritorno alla vita è provocato dal suono delle trombe degli angeli trombettieri, ritratti alle estremità. Il primo risorto esce da un vaso cinerario e si copre addirittura le orecchie a causa del clamore delle trombe. Gli altri risorgenti escono da tombe e sarcofaghi di varia misura, forma e decorazione. Sono nudi o stanno ancora liberandosi dai sudari che ne avvolgevano il corpo. Al centro avviene il giudizio individuale con la pesatura delle opere buone e cattive di ciascuno. L’arcangelo Michele, ad ali spiegate, regge con la mano sinistra la bilancia a doppio piatto e resiste ai tentativi di un diavolo di far pendere il giudizio a proprio favore. I risorti si affollano intorno all’arcangelo per essere giudicati e manifestano nel viso e nei gesti la speranza e la preghiera della salvezza.

Sotto la scena della risurrezione è scolpito un giardino edenico nel quale fioriscono quattro alberi carichi di foglie e di frutti. Potrebbe trattarsi del paradiso terrestre con gli alberi della vita e della conoscenza del bene e del male. Sul bordo del portale è inciso un necrologio dedicato a un canonico della basilica.

Gli Apostoli e la Sinagoga

Gli Apostoli e la Sinagoga

Ai fianchi del portale sono collocate quattordici magnifiche statue. Esse rappresentano i dodici apostoli e le due allegorie della chiesa e della sinagoga. La presenza degli apostoli nel giudizio finale è un elemento ricorrente dell’iconografia medievale. Gli apostoli formano infatti il tribunale celeste per esplicita volontà di Gesù: «Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele» (Mt 19,28). Osservando le statue è facile riconoscere alcuni apostoli grazie loro attributi. Pietro è il primo, con le chiavi del regno dei cieli, seguito da Andrea, riconoscibile dalla croce del suo martirio. Giovanni, imberbe, porta tra le mani il suo Vangelo. Giacomo il maggiore è identificato dal bordone del pellegrino. Paolo – spesso inserito tra gli apostoli in sostituzione del traditore Giuda – ha la tradizionale barbetta appuntita e porta in mano le sue lettere.

Le ultime due statue rappresentano la chiesa e la sinagoga e sono l’allegoria del vecchio e del nuovo testamento. La chiesa ha il volto di una donna con la corona sul capo e il vessillo della vittoria tra le mani. La sinagoga è una donna detronizzata, che ha perduto la corona, caduta a terra; l’asta del vessillo è spezzata e il serpente antico le vela gli occhi, incapaci così di riconoscere la salvezza portata da Gesù.

Il Giudizio finale (chiave di volta)

Il Giudizio finale (chiave di volta)

Un’immagine semplificata del giudizio finale, scolpita nel XV secolo, è presente anche all’interno della basilica, collocata come chiave di volta nella cappella di Notre-Dame de la Rose.

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Bordeaux. Il portale Reale

Cathédrale de Saint-André: le portail Royal

Cathédrale de Saint-André: le portail Royal

La città di Bordeaux, nota anche come il Porto della Luna, è stata inserita nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità con una decisione dell’Unesco deliberata nel 2007. Si è così riconosciuto l’eccezionale valore del centro urbano e delle sue componenti storiche e artistiche. Di questo patrimonio è parte rilevante la Cattedrale dedicata a Sant’Andrea, uno dei primi apostoli che seguirono Gesù. La Cattedrale è stata a sua volta inserita nel 1991 nel patrimonio mondiale Unesco per la sua collocazione sul tratto francese del Cammino verso Santiago di Compostella. Il portale reale (Portail Royal) della Cattedrale è stato realizzato verso il 1250 ed è dedicato al Giudizio universale. Riservato all’accesso dei reali e delle alte personalità, esso è normalmente chiuso e inaccessibile. Ma a partire dal 2010 sono stati avviati rilevanti lavori di restauro e di ristrutturazione finalizzati alla riapertura stabile della porta.

Il Giudizio universale (restaurato)

Il Giudizio universale (restaurato)

Al centro del timpano figura l’apparizione gloriosa del Cristo nell’ultimo giorno, secondo la lezione di Matteo: «Vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli manderà i suoi angeli, con una grande tromba, ed essi raduneranno i suoi eletti dai quattro venti, da un estremo all’altro dei cieli» (Mt 24, 30-31). Al fianco di Gesù quattro angeli mostrano gli strumenti della sua passione: la corona di spine, i chiodi, la lancia, la colonna della flagellazione. Due figure sono rappresentate in ginocchio e in preghiera: sono gli intercessori, la Madre di Gesù e l’apostolo Giovanni, che replicano in cielo la posizione che occupavano in terra ai piedi della croce. Alle estremità del registro centrale figurano due piccoli angeli curvi che suonano le trombe del giudizio. La risurrezione dei morti è descritta nell’architrave sottostante. Le tombe si aprono e i coperchi si sollevano dai sarcofaghi: i morti si ridestano, si sollevano e alzano lo sguardo verso il cielo. Si riconoscono un re con la corona, un monaco con la tonsura, due donne, un nobile in preghiera, un papa, un vescovo con la mitria, . Nel registro superiore del timpano i cori degli angeli fanno corona al Cristo giudice. I due angeli centrali staccano dal cielo il sole e la luna: i grandi astri, ormai inutili, si spengono, a significare la fine del tempo astronomico e l’inizio dell’eternità.

L’arco che sovrasta il portale è articolato in quattro cornici scolpite che descrivono nel loro insieme la corte celeste e il paradiso dei beati. La prima cornice, la più vicina al timpano, raffigura dieci angeli in preghiera; i due angeli centrali in alto portano nelle mani le corone di giustizia destinate ai beati. La seconda cornice raffigura altri dieci angeli che portano in cielo gli strumenti della divina liturgia (turiboli, calici e ceri). La terza cornice mostra in basso tre donne per parte (sante o martiri) e in alto quattro serafini sulle ruote (come nelle visioni di Isaia e Ezechiele). L’ultima cornice raffigura i patriarchi e i profeti dell’antico testamento. Si riconoscono Mosè con la colonna del serpente e Davide con l’arpa.

il Cristo giudice

il Cristo giudice

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