Parma. Il Giudizio finale nella Cattedrale

Il Duomo di Parma e il vicino Battistero costituiscono uno dei complessi monumentali più importanti dell’arte romanica padana, grazie soprattutto al contributo che vi ha apportato Benedetto Antelami. Anche il Cinquecento ha però lasciato nella Cattedrale una traccia importante grazie alle opere di numerosi artisti. Risalta la bellissima Assunzione della Vergine, a cui la Cattedrale è dedicata, dipinta nella cupola per opera del Correggio. Vanno ricordate le scene della vita di Cristo, dall’Annunciazione alla Resurrezione, affrescate da Lattanzio Gambara. E infine l’affresco del Giudizio universale che Girolamo Bedòli-Mazzòla, allievo del Parmigianino, ha realizzato nel catino absidale tra il 1538 e il 1544.

Cattedrale di Parma: gli affreschi del presbiterio e dell'abside

Cattedrale di Parma: gli affreschi del presbiterio e dell’abside

La visione del Giudizio finale si limita agli avvenimenti che accadono in cielo; ne risultano invece esclusi gli eventi terrestri abitualmente rappresentati negli affreschi dedicati a questo soggetto (la risurrezione dei morti, la separazione dei beati dai dannati, il paradiso e l’inferno). Va sottolineato il carattere di “sacra rappresentazione” della visione, accentuata dal suo carattere molto “teatrale”. Non a caso l’artista ha voluto introdurre nel dipinto le immagini dei due angeli che sollevano il sipario di scena e lo arrotolano in alto, aprendo agli spettatori la visione dell’ultimo giorno.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Al centro della scena è la figura di Gesù giudice, che scende dall’empireo luminosissimo e va a sedersi (non molto comodamente, in verità) su un trono di nuvole. Gesù ha il viso incorniciato da barba e capelli biondi; solleva le braccia e agita le mani mostrando i fori dei chiodi; pure visibili sono le piaghe dei piedi e la ferita sul costato. Alle sue spalle una folla immensa di angeli dai riccioli biondi fa capolino dal cielo e viene a sedersi sulle nuvole per godersi lo spettacolo. Sul palcoscenico del cielo due elementi sono introdotti per ‘staccare’ la figura del giudice e metterla in evidenza rispetto alla folla dei comprimari: gli angeli sollevano la grande croce del supplizio e la colonna della flagellazione a formare una sorta di quinta di scena. La croce porta ancora i chiodi infissi e la corona di spine, mentre la colonna reca ancora attorcigliata la fune che vi legava Gesù. L’ostensione degli strumenti della passione di Gesù è completata dagli angeli fuori scena che collocano sul palcoscenico la lancia di Longino e la canna con la spugna imbevuta di aceto.

3 - Particolare

Le due figure collocate con maggiore evidenza ai lati del giudice sono gli intercessori. Vediamo Maria, la Madre di Gesù, che fa appello al Figlio con la mano alzata (un angelo, in segno di venerazione e cortesia, l’agevola sollevandole il lembo del mantello); di fronte vediamo San Giovanni Battista il precursore, a gambe accavallate, con i suoi tradizionali attributi (la croce astile, l’abbigliamento eremitico, il mantello rosso del martirio), che col dito indica Gesù agli astanti come colui che deve venire («Ecce Agnus Dei»). Alle spalle degli intercessori siedono gli Apostoli, che formano il tradizionale tribunale celeste. I primi due sulla sinistra sono Pietro (con l’attributo delle chiavi) e Giovanni (con il calice); a destra si riconosce Paolo (con la spada del martirio).

Il significato complessivo dell’immagine è che il sacrificio di Gesù, la sua morte e la sua risurrezione, rendono possibile una nuova alleanza con l’umanità e un’opportunità di salvezza per tutti: questo mistero viene replicato continuamente con le celebrazioni eucaristiche sull’altare collocato sotto l’affresco absidale.

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Maiella. Le pietre antiche di Decontra

Case rurali a Decontra

Case rurali a Decontra

Decontra è un borgo appartato della Maiella, eccentrico rispetto alle vie di comunicazione più frequentate. Per visitarlo occorre infilarsi nella tortuosa strada asfaltata che sale da Caramanico Terme, comune del quale costituisce una frazione. Ma chi l’ha conosciuta una volta, torna a frequentarla sempre volentieri, grazie all’accoglienza che vi riceve e all’attrattività dei suoi dintorni. Gli amanti dell’escursionismo e gli appassionati di architettura spontanea troveranno in particolare una via di monticazione che sale verso i pascoli alti della Maiella, fiancheggiata da capanne in pietra a secco e dallo scrigno segreto di un eremo nascosto, intagliato tra le rocce. Sarà anche più interessante accompagnare i passi dell’escursione con i ricordi di Paolo Sanelli, pastore e agricoltore di Decontra. “Paolino” ha voluto raccogliere i ricordi della sua lunga vita in un gradevole libricino dal titolo “I miei sogni sono stati tutti sulla Maiella”. I capitoli del libro ripercorrono episodi dell’infanzia, i racconti della seconda guerra mondiale, gli anni del dopoguerra, le storie delle pecore e dei lupi, i lavori nei campi, i lavori delle donne, il corteggiamento e il matrimonio, l’emigrazione in Inghilterra, la religione e la frequentazione degli eremi, i rimedi della medicina popolare, l’alimentazione contadina.

L’itinerario

La chiesa di Decontra

La chiesa di Decontra

Percorrere le vie del borgo di Decontra è come sfogliare un’antologia dell’architettura rurale e montana abruzzese. Si osservano gli edifici di pietra a uno o più piani, in parte ristrutturati, destinati ad abitazione. A loro si affiancano i numerosi fienili di pietra dal tetto spiovente e i depositi di attrezzi con l’ingresso ad arco. Caratteristici sono anche i fontanili, i pozzi coperti da tetti di pietra, i muretti di recinzione delle aie, le lastre verticali di calcare utilizzate come barriere di separazione, i travagli per la ferratura dei quadrupedi. La chiesetta con il campanile a vela e le strutture di ospitalità completano il quadro.

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Pozzo coperto a Decontra costruito nel 1932

Si esce dal paese e al primo quadrivio si va a destra sul vecchio sentiero, trascurando la strada bianca: qui si osserva subito una serie di pozzi chiusi da sportelli e coperti da cupola in pietra a secco. Al quadrivio successivo, prima di avviarsi sul vecchio tratturo pastorale (sentiero B1), si consiglia di percorrere per un tratto il sentiero per gli eremi di santo Spirito (CP – anello della Valle Giumentina). Nell’ordine si toccano una capanna di pietra a margine di un campo recintato, un fontanile con il beccuccio scolpito nella pietra, il sovrastante campo coltivato a farro con annessa capanna di pietra tra gli alberi dalla stretta apertura ogivale, il Fosso dei Valli protetto da muretti di pietra. Appena al di là del Fosso si scopre un vasto spazio di pascoli, punteggiato da innumerevoli cumuli di pietre e da recinti di confine dei vecchi fondi; si individua anche una capanna sottofascia dal piccolo ingresso a trabeazione orizzontale (quota 870).

Capanna di pietra (quota 875)

Capanna di pietra (quota 875)

Tornati al quadrivio precedente ci si avvia sul sentiero B1. Si tratta del vecchio tratturo di Pratedonica che i pastori di Decontra percorrevano per salire ai ricchi pascoli di Piana Grande della Maielletta. Paolino Sanelli lo ricorda in questi termini: «Quando avevo dodici anni, mio fratello Antonio partì per il militare e così mi mandarono a pascolare le pecore. Avevamo cinquanta pecore e io mi divertivo a portarle sulla montagna. C’erano tanti pastorelli e pastorelle e ci incontravamo in montagna. Siccome i terreni erano coltivati sino a mille e trecento metri, le pecore le portavamo alle quote alte sui pascoli di Piana Grande, dove tutti noi pastorelli facevamo baldoria e giocavamo. Da aprile a giugno stavamo in montagna, e poi Piana Grande veniva occupata dai greggi che tornavano dalla transumanza. Era proprio uno spettacolo quando tornavano le greggi dalla transumanza ed era una bella festa. A quel momento noi pastorelli ci ritiravamo più in basso, vicino al paese o vicino al fiume Orfento».

Capanna di pietra (quota 886)

Capanna di pietra (quota 886)

Il tratturo è protetto da muretti e transita tra campi terrazzati e recinti di pietra con ampia vista panoramica; è tuttavia sassoso e scomodo, tanto da invitare a preferirgli la strada sterrata (percorribile anche con mezzi fuoristrada), meno diretta ma più agevole. Seguendo la strada si fotografa d’infilata una bella serie di capanne di pietra. Alla prima netta curva a sinistra, inoltrandosi a sinistra tra i campi, si trova la capanna di quota 953, invasa dalla vegetazione ai margini di un boschetto.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1001)

Al successivo tornante, poco prima di un grande ovile sociale moderno, proprio sulla curva parte un sentierino in salita a fianco della macchia: pochi metri portano alla capanna più bella della zona (quota 1001), dalla forma cilindro-conica, inserita in un complesso diruto. Tornati alla sterrata e subito dopo la stalla moderna, si lascia nuovamente la strada per il sentiero segnato sulla sinistra; poco più in alto si raggiunge una capanna a lastre (quota 1037) in bella posizione.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1026)

Tornati sulla strada, al termine di un breve tratto rettilineo, si raggiunge la capanna di quota1026: splendido panorama su tutta la valle dell’Orfento da Caramanico alle cime della Maiella e sulla Valle dell’Orta fino al Guado di San Leonardo.

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Capanna di pietra a Pratedonica (quota 1129)

Si prosegue sulla strada che svolta a sinistra e arriva ad affacciarsi sull’altro versante: qui il panorama è ricco di particolari sul Vallone di Santo Spirito, gli eremi e la parete di roccia dell’Orso. A destra della strada, in alto, si raggiunge la capanna di quota 1129. Altre capanne sono più in alto, ai margini del bosco, alle quote 1283 e 1357. Si raggiunge infine il bivio per l’eremo di San Giovanni all’Orfento, il più nascosto dei luoghi di ritiro e di culto eretti da Celestino V nelle aspre valli della Maiella; è interamente scavato nella roccia e vi si accede strisciando un po’ avventurosamente in un angusto passaggio su una stretta cengia rocciosa. Per la visita dell’eremo è necessario comunque richiedere al centro di visita di Caramanico un permesso gratuito di accesso alla Riserva dell’Orfento.

L'eremo celestiniano di San Giovanni all'Orfento

L’eremo celestiniano di San Giovanni all’Orfento

Il commento finale a questa passeggiata lo affidiamo ancora una volta a Paolino Sanelli: «C’erano tante strade piccole, tutti percorsi dove ora non passa più nessuno, che non servono più: erano dei sentieri. Era bello camminare, in quei tempi, in un altro paese o in un altro posto, camminando a piedi, era come un viaggio e una bella avventura: non si pensava alla fatica, si camminava e si guardava la bella magia dei paesaggi. In questi percorsi, noi viaggiatori conoscevamo tutte le fontane, le sorgenti, gli alberi freschi con l’ombra buona, le chiesette ed i punti curiosi dove ci voleva tanta attenzione perché erano pericolosi. Ogni sentiero aveva una sua bella storia: li avevano tracciati i nostri nonni antichi».

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Capanna di pietra sul Fosso delle Valli

Visita la sezione del sito dedicata ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Reggio Emilia. Il Giudizio universale di Camillo Procaccini

Gli affreschi absidali

Gli affreschi absidali

La Basilica di San Prospero a Reggio Emilia ha origine nell’antica chiesa fondata nel 997 dal vescovo Teuzone per custodirvi le reliquie di San Prospero, patrono della città. La Basilica fu però completamente ricostruita agli inizi del Cinquecento nelle forme del barocco emiliano e fu affiancata da una torre-campanile di forma ottagonale. Il nostro interesse si concentra sul ciclo pittorico dell’abside dedicato al tema del Giudizio universale che fu realizzato da Camillo Procaccini tra il 1585 e il 1587. Il grande affresco si articola in due parti, con gli eventi che si sviluppano in cielo (descritti nella metà superiore) e gli eventi che accadono sulla terra (dipinti nella metà inferiore, suddivisa in due parti, separate dalla cornice della pala dell’altare).

Il Paradiso

Il Paradiso

Il Cristo giudice appare nel più alto dei cieli sopra un ammasso di nuvole, in un cielo dorato, sfolgorante di luce e affollato fino all’inverosimile dagli angeli che assistono allo spettacolo. Il Cristo, senza aureola e con l’abito svolazzante nel vento impetuoso, regge da solo la croce della sua passione e solleva il braccio nel gesto del giudizio. La Madre Maria è inginocchiata ai suoi piedi e cerca di temperarne l’ira con un’accorata preghiera d’intercessione. Intorno a Gesù siedono gli Apostoli: nel tribunale celeste è facile riconoscere Pietro (il primo a destra) che ha in mano le chiavi del regno, seguito da Giacomo (con il bastone da pellegrino) e da Giovanni (giovane e imberbe); chiude il coro Andrea (con la croce del suo supplizio).

Il Cristo, la Madre e gli Apostoli

Il Cristo, la Madre e gli Apostoli

Sotto la nube di Gesù, in uno spazio privilegiato, si stagliano i quattro evangelisti: Marco con il simbolo del leone, Luca con il bue, Matteo con l’angelo e Giovanni con l’aquila. Le nubi della corte celeste sono affollate di profeti (che spiegano il senso degli eventi in corso), patriarchi biblici (Mosè con i corni sul capo), dottori della chiesa (san Gregorio Papa), martiri (con le palme in mano) e santi fondatori di ordini. Una nuvola in posizione eminente è occupata da San Prospero, santo di dedicazione della chiesa e patrono di Reggio.

Gli angeli del giudizio

Gli angeli del giudizio

Due angeli aprono il libro della vita, nel quale sono repertoriati i nomi degli eletti, e il libro del bene e del male, nel quale sono elencate le opere buone e quelle cattive compiute da ognuno. Gli angeli tibicini sorvolano il creato e suonano le loro lunghe trombe chiamando i morti al risveglio.

La risurrezione degli eletti

La risurrezione degli eletti

I cadaveri e gli scheletri riprendono vita, fuoriescono dalle tombe nelle quali erano inumati, si liberano dei sudari e si rivolgono verso l’alto attendendo l’esito del giudizio. Quelli che sono stati approvati si librano nell’aria aiutati dagli angeli accompagnatori e ascendono verso il Paradiso dei beati. Sul fronte opposto, i dannati si affacciano sulla caverna infernale, riverberante di fiamme. Qui trovano ad accoglierli i diavoli che provvedono a legarli e a trascinarli (anche tirandoli per i capelli) nel fuoco punitore. Particolarmente efficace è l’espressione di due megere, la prima già tra le fiamme, e l’altra in primo piano, nuda e maltrattata. Di grande potenza è la raffigurazione del diavolo nudo e muscoloso, dal volto luciferino, che tortura la donna col fuoco: alle forme umane Procaccini ha semplicemente sovrapposto gli attributi diabolici delle corna e della lunga coda; la trovata più geniale è però quella delle ali diaboliche, un tempo quelle piumate degli angeli divini, ora trasformate nelle piume di un pavone, allusione simbolica al peccato di superbia degli angeli ribelli.

L'Inferno

L’Inferno

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Rimini. Il Giudizio universale mutilato

Il Museo della Città di Rimini ospita un grande affresco del Giudizio universale. Il dipinto è riaffiorato sotto gli intonaci settecenteschi della chiesa di San Giovanni Evangelista o Sant’Agostino, dopo il terremoto del 1916. Staccato dalla sede originaria e trasferito su tela, è oggi sistemato in una sala del Museo che ospita anche convegni ed eventi. Il Giudizio risale agli anni tra il 1315 e il 1320 ed è attribuito a Giovanni da Rimini, uno dei pittori della scuola riminese espressione della vitalità culturale cittadina ispirata dalla famiglia dei Malatesta.

Gli angeli portano ai beati le palme del martirio e le corone della gloria

Gli angeli portano ai beati le palme del martirio e le corone della gloria

Dell’affresco si è perduta la parte inferiore e anche la parte superiore mostra numerose lacune. Al centro siede il Cristo giudice. L’immagine è perduta e se ne conserva solo il braccio sinistro levato a mostrare ai risorgenti le stimmate dei chiodi. Intorno a Gesù fanno corona quattro angeli che reggono gli strumenti della passione: la croce, i vexilla regis, la lancia di Longino (o la canna con la spugna). Seguono i due intercessori: Maria, la madre di Gesù, velata e con le braccia incrociate sul petto nel gesto della preghiera d’intercessione; e un Giovanni Battista frammentario, con la mano rivolta verso Gesù nel gesto del Precursore. Ai lati degli intercessori figurano i dodici apostoli seduti sui troni del tribunale celeste. Il primo è Pietro che ha nelle mani le chiavi del Regno e il libro che raccoglie le sue lettere. In cielo sono visibili i grandi astri, il sole rosso cupo e la luna biancheggiante: essi perdono colore e si oscurano a segnare la fine del tempo. Rispetto alla scena della corte celeste, caratterizzata dalla fissità dei personaggi e dalla ieraticità dei loro atteggiamenti, la parte superiore dell’affresco si rivela molto più concitata e vibrante. A sinistra si vede un gruppo di cinque angeli in volo. Il primo angelo suona la lunga tromba destinata a svegliare i morti e a chiamarli alla risurrezione. Gli altri scendono in picchiata verso i risorgenti portando loro le palme del martirio e le corone della gloria. Nella cuspide del timpano un angelo si strappa le vesti: è il gesto che nasce dalla disperazione di vedere il destino dei dannati che hanno pervicacemente rifiutato ogni opportunità di salvezza. Segue un angelo trombettiere e un gruppo di tre militi dell’esercito celeste dell’arcangelo Michele, armati di scudi crociati, lance e spade sguainate, che si gettano sui dannati per precipitarli all’inferno. Probabilmente al di sotto delle scene che animano il Cielo era raffigurata la Terra con la scena della risurrezione di morti e la separazione degli eletti dai dannati. Questa parte dell’affresco non si è però salvata.

Maria e gli angeli

Maria e gli angeli

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Ferrara. La visione michelangiolesca del Bastianino

1 - La calotta absidale della Cattedrale

La catechesi sulla fine del mondo e sul destino dell’uomo nell’Aldilà ha un’enfasi tutta particolare nella Cattedrale di Ferrara. Sulla facciata compare un lungo e complesso ciclo di sculture dedicate al tema del Giudizio universale che risale alla metà del Duecento. Tre secoli più tardi lo stesso tema del Giudizio universale è affrescato dal Bastianino in grande evidenza nella calotta dell’abside. Cambiano i generi artistici (dalla scultura alla pittura, dal romanico al barocco) ma il destino di salvezza o di perdizione continua a ossessionare la predicazione per immagini della chiesa ferrarese e del potere civile a lei alleato. È infatti per volontà di Alfonso II d’Este che la decorazione del semicatino absidale viene affidata al pittore Sebastiano Filippi detto il Bastianino, l’esponente più significativo di una famiglia di artisti ferraresi. Il Bastianino aveva fatto un viaggio a Roma ed era rimasto folgorato dalla pittura di Michelangelo nella Sistina. Il Giudizio che lui dipinge a Ferrara tra il 1577 e il 1580 rivela nitidamente il suo ascendente michelangiolesco e, pur non essendone una copia, contiene ampie citazioni del Giudizio vaticano.

Il Giudizio del Bastianino (prima del restauro)

Il Giudizio del Bastianino (prima del restauro)

Al centro della scena è il Cristo che pronuncia il giudizio finale sull’umanità. Intorno a lui, sulle nubi, fanno corona i beati e gli angeli. La risurrezione dei morti occupa l’angolo di sinistra in basso: da lì ha inizio il processo ascendente dei beati. Nell’angolo di destra in basso è la scena dell’arrivo dei dannati all’Inferno.

3 - Il Paradiso

Gesù pronuncia il giudizio con il gesto imperioso della mano destra levata che scaglia il verdetto di condanna e di salvezza. Anche la Madre che intercede per i risorti e tenta di temperare l’ira divina deve sottomettersi alla volontà giustiziera del Figlio. Il gesto divino mette in moto e anima l’intera scena. Intorno al giudice fanno corona gli angeli nel doppio ruolo di spettatori degli eventi e di portatori degli strumenti della passione; tra le mani angeliche spiccano la colonna della flagellazione e la corona di spine. Alcuni beati sono facilmente riconoscibili grazie agli oggetti che li identificano: Pietro ha le chiavi in mano, l’apostolo Andrea e il buon ladrone Disma portano la croce del loro supplizio, il giovane Sebastiano mostra le frecce che l’hanno trafitto, Biagio mostra i pettini di ferro che l’hanno straziato, Bartolomeo esibisce la pelle che gli è stata scorticata. Si riconoscono pure un Girolamo dalle fattezze leonardesche e la prima coppia, Adamo ed Eva, in atteggiamento affettuoso. Lo spazio tra il cielo e la terra è molto animato. Quattro angeli trombettieri planano sulla terra svegliando i morti col suono delle trombe. I cadaveri riacquistano la vita e si sollevano dalle loro sepolture. In una gara di solidarietà gli angeli scendono sulla terra e aiutano i risorti ancora appesantiti dalla pena da espiare ad alzarsi e a prendere la via del cielo. In cielo, con un selvaggio corpo a corpo, un angelo e un demone si contendono il corpo di un risorto. All’ascesa degli eletti corrisponde la caduta dei dannati, trascinati dai diavoli e scaricati come rifiuti alla bocca dell’Inferno. Portati al cospetto di Minosse ne viene deciso il girone punitore. Si può notare il contrasto tra il candore della pelle della fanciulla nuda e terrorizzata e la brutalità del diavolo scuro di pelle che l’abbranca per portarla dal giudice infernale.

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Maiella. Sulla via dei monaci

Da Passo Lanciano all’abbazia di San Liberatore

La capanna di Cerrone

La capanna di Cerrone

La parte alta del versante settentrionale della Maiella è una grande terrazza panoramica che si affaccia su tutto l’Abruzzo adriatico. Più in basso, il versante che scende verso la valle dell’Alento è solcato da una lunga serie di vallette boscose e di ripidi fossi. Nelle pieghe di questo territorio si incastonano gioielli storici che sono frutto della secolare presenza dei monaci. È il caso dell’abbazia di San Liberatore, del Castel Menardo, della necropoli rupestre, della torre di Polegro e dell’eremo di Sant’Onofrio. Una lunga via di monticazione traversa quest’area e sale dal paese di Serramonacesca (che anche nel nome richiama il tradizionale insediamento dei monaci) in direzione di Passo Lanciano e dei pascoli alti della Maiella. Lungo questo storico tratturo si muovevano i monaci alla ricerca di luoghi di ascesi e i collaboratori laici delle grance della badia che si occupavano della cura delle greggi, della coltivazione dei campi d’altura e della raccolta dei frutti del bosco. Oggi l’oblio ha completamente sommerso questo mondo del passato. Vi affiorano soltanto le sue reliquie più resistenti come le capanne di pietra, gli eremi, i rifugi. A far compagnia ai pastori superstiti sono ormai gli escursionisti che percorrono i bei sentieri rivitalizzati dal Parco nazionale della Maiella. Questo itinerario, proposto in discesa per la sua lunghezza e il dislivello, va alla scoperta del mondo di pietra della Maiella. Sono le pietre che hanno costruito i muretti di confine, le capanne a tholos, gli asceteri. Una pietra che ha persino assunto il ruolo terapeutico sacrale di cura dei mali del corpo per i pellegrini della “culla di Sant’Onofrio”.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

L’itinerario

Passo Lanciano. La strada bianca all'inizio dell'escursione

Passo Lanciano. La strada bianca all’inizio dell’escursione

Dal piazzale della località sciistica di Passo Lanciano (1306 m) si segue per pochi passi la strada che scende a Lettomanoppello e, dopo le ultime case, si va a destra su una larga strada bianca che entra nel bosco. Il percorso è abbondantemente segnalato e corrisponde al sentiero D1 del Parco. Quando si esce dal bosco deviando a destra sul Piano di Tarica, conviene fare attenzione. Non lontana, tra i faggi del bosco del Piano di Rienzi, è la sorprendente Capanna di Cerrone. Si tratta di grande blocco di pietra a tronco di cono. Un artista della pietra, con scalpello e martello, l’ha scolpita all’interno, l’ha progressivamente svuotata dal calcare, l’ha dotata di una porta armoniosa e di un camino e vi ha realizzato un focolare, una nicchia per conservare e un piano rialzato rispetto al pavimento destinato a giaciglio. Di questo piccolo capolavoro dell’architettura spontanea della Maiella, realizzata tra il 1880 e il 1890, è noto l’autore: la guardia forestale Alfonso Cerrone, nato a Vittorito di Caramanico nel 1845 e morto nel 1942 a Lettomanoppello.

Segnaletica dei sentieri del parco della Majella

Segnaletica dei sentieri del parco della Majella

Si scende ora lungamente sul versante orientale della Maiella con ampie vedute panoramiche sul mare Adriatico e il tappeto ondulato delle colline costiere. I pendii del Castelluccio e del Colle del Faggio sono ricchi di relitti del mondo agro-pastorale del passato: muretti di recinzione, fondi agricoli e coltivi abbandonati, pascoli ricespugliati, resti di capanne di pietra.

Il rifugio sociale Tre Are

Il rifugio sociale Tre Are

Dopo un’ora e mezzo di discesa si può sostare presso il rifugio Tre Are costruito in pietra a secco, piccolo e spartano, accessibile e ben curato dai pastori della zona. Ripreso il cammino si entra nel bosco. Con un occhio attento è possibile scoprire alcuni begli esemplari di capanne di pietra ancora in buone condizioni. Incrociamo il sentiero dello Spirito (che collega gli eremi e i luoghi di culto della Maiella settentrionale), le sterrate e le piste che si dirigono a ovest verso Roccamorice e ad est verso il Calvario di Pretoro. Il percorso entra nel Fosso di Sant’Onofrio e diventa ora piuttosto ripido e in qualche tratto anche esile e scomodo.

L'eremo di Sant'Onofrio

L’eremo di Sant’Onofrio

Si raggiunge comunque, a 650 metri di quota, l’eremo di Sant’Onofrio, preceduto da un’area picnic dotata di fontana. Il nucleo dell’eremo consiste in un’ampia grotta con un giaciglio di pietra (la “culla di Sant’Onofrio” dove i pellegrini praticavano la litoterapia e vi strofinavano le parti doloranti del corpo).

La statua del santo eremita

La statua del santo eremita

La grotta è preceduta da un altare a doppio ingresso con la statua del santo eremita e da un’aula liturgica chiusa da una struttura muraria esterna. Scendendo sul sentiero d’accesso all’eremo si tocca un terrazzino, da quale la discesa prosegue fino a raggiungere la strada asfaltata e la frazione Brecciarola. In alternativa è possibile seguire un sentierino sulla destra che traversa il bosco, tocca la casa di Gemma, un tempo abitata e ora ricolonizzata dal bosco, e scende nei pressi dell’abbazia di San Liberatore. In tutti i casi, raggiunta la strada di fondovalle e prima di scendere a Serramonacesca (276 m), stanchezza permettendo, è consigliabile dedicare una visita attenta alla splendida chiesa romanica, preceduta dai resti delle strutture abbaziali, seguire il sentiero ripario del fiume Alento per visitare le tombe rupestri dei monaci e salire a visitare il panoramico Castel Menardo.

San Liberatore a Maiella

San Liberatore a Maiella

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Linea Gustav. La Roccia dei Tedeschi nel Vallone di Forca d’Acero

 

La Roccia dei Tedeschi

La Roccia dei Tedeschi

L’itinerario si sviluppa nel territorio laziale del Parco nazionale d’Abruzzo, lungo un’antica via di collegamento e di scambio tra il bacino dell’alto Sangro e il bacino del Melfa. La strada che collega oggi Opi alla Forca d’Acero e alla Valle di Comino, sicuramente una delle più belle del Parco, ha per antenata l’antica Via Marsicana, la mulattiera che da San Donato risaliva la ripida e incassata valle di Forca d’Acero, lasciava a destra la Valle Inguàgnera, toccava la grande area pastorale della Castelluccia e risaliva al valico. La via Marsicana era percorsa storicamente dalle greggi e dalle mandrie che risalivano dalla piana lungo i tratturi dei monti Marsicani, dalle carovane di muli che trasportavano verso valle il legame e il carbone, scambiandolo con i prodotti della pianura, dalle ‘compagnie’ di pellegrini che si recavano ai santuari più popolari, dai frati degli ordini mendicanti, dalle truppe in transito e dai corpi armati di presidio.

La retrovia della Linea Gustav

Durante la seconda guerra mondiale la valle di Comino si viene a trovare esattamente alle spalle della Linea Gustav, nel suo tratto-chiave che va da Montecassino al Monte Cairo e alle Mainarde. L’esercito tedesco che difende la Gustav dall’assalto delle truppe alleate ha bisogno di retrovie logisticamente sicure, sia per gli spostamenti delle truppe, sia per far giungere i necessari rifornimenti alla prima linea. É vero che lo sforzo bellico principale si eserciterà intorno a Cassino, nel tentativo (vano) da parte alleata di sfondare lungo la via Casilina per aprirsi la strada di Roma; tuttavia il cedimento della linea Gustav avverrà in realtà sui monti Aurunci; e nella prima delle numerose battaglie della Gustav si farà concreto per i tedeschi il rischio di uno sfondamento da parte francese delle difese tedesche sui monti tra il fiume Rapido e Atina, con la conseguenza di un possibile aggiramento e dell’accerchiamento del grosso delle truppe tedesche impegnate a Cassino. La Linea Gustav non è un “muro”, come la Maginot o la Sigfrido, ma un fascio di difese elastiche, distribuite su un fronte allungato, in grado di assorbire urti anche profondi e capaci di reagire in modo organizzato, concentrato e potente. Anche questa ragione spiega perché nella valle di Comino si trovino osservatori e difese tedesche di retroguardia. Il controllo del territorio, il contrasto di eventuali infiltrazioni nemiche, la ricerca di soldati sbandati e di prigionieri di guerra in fuga che tentano di passare il fronte, sono fattori che spiegano perché esistano quelle trincee sul monte Pizzuto e quell’osservatorio – chiamato la ‘roccia dei Tedeschi’ – nel vallone di Forca d’Acero che sono la meta della nostra escursione. La Valle di Comino, percorsa dal Melfa e dal Fibreno, è una vasta conca circondata dai monti del Parco, dalle Mainarde e dal gruppo di Monte Cairo e monte Obachelle. La Forca d’Acero (1530 m) è il valico che si apre tra la Serra Traversa e il monte Panìco e che domina le secolari foreste del Parco, ricche di faggi e di aceri. La valle di Forca d’Acero scende dal valico omonimo fino al paese di San Donato Val di Comino (721 m).

San Donato Val di Comino visto dal Monte Pizzuto

San Donato Val di Comino visto dal Monte Pizzuto

L’itinerario

La cisterna e il pozzo coperto

La cisterna e il pozzo coperto

L’itinerario ha per mete il cocuzzolo del monte Pizzuto (1189 m) e la Roccia dei Tedeschi (1214 m) sulla destra orografica del vallone di Forca d’Acero. Il percorso consigliato è l’anello con partenza e arrivo a San Donato di Val Comino, con un dislivello di circa 500 m, che combina i sentieri 10 e 11 (in salita) e 12 (in discesa) segnati dal gruppo locale del Cai. Descrivo qui il percorso più breve, ovvero il tratto centrale del percorso in quota, fattibile in circa 2 ore a/r. Il punto di partenza si trova nei pressi del km 15 della strada che sale dalla valle di Comino a Forca d’Acero, in corrispondenza del tornante stradale che immette nel vallone. Dal tornante si scende a piedi lungo la linea di cresta e si raggiunge in pochi minuti il monte Pizzuto, che è in realtà solo un punto più marcato della cresta che sale dal paese alla cantoniera della Castelluccia. Le rocce del monte Pizzuto sono un balcone panoramico sul sottostante paese di San Donato e su tutta la Val Comino e il bacino del Melfa. In questo tratto di cresta avremo potuto osservare abbondanti segni di vita pastorale, con recinti di pietra, resti di capanne, cisterne, abbeveratoi e un caratteristico pozzo coperto. La zona è ancora frequentata dagli animali che sfruttano i pascoli intorno alla Castelluccia.

La trincea di Monte Pizzuto

La trincea di Monte Pizzuto

Le memorie di guerra si riconoscono nella breve trincea e nel corrispondente ricovero sottoroccia scavati alla base delle rocce sommitali, in posizione dominante. La vicina selletta, segnata da frecce di legno (cadute), è il punto di arrivo del ripido sentiero che sale dalla Torre di San Donato e il punto di partenza del sentiero a mezza costa che prosegue verso la Roccia dei Tedeschi. Ci s’incammina su quest’ultimo sentiero seguendo fedelmente le bandierine bianco-rosse verniciate sugli alberi e sulle pietre. Il percorso s’inoltra a mezza costa nel vallone, seguendo la stessa direzione della strada asfaltata che corre qualche decina di metri più in alto e della mulattiera di fondovalle. Il sentiero è esile e in qualche tratto scomodo, ma le segnalazioni e la direzione evidente sono d’aiuto. Si entra progressivamente nel bosco, traversando qualche pietraia e superando in successione alcuni caratteristici torrioni di rocce calcaree che affiorano dal terreno scosceso.

La segnaletica dei sentieri della Roccia

La segnaletica dei sentieri della Roccia

Si raggiunge infine la Roccia dei Tedeschi nei pressi di un incrocio di sentieri segnalati da frecce di legno. Una stretta trincea protetta da un muro di pietre rialzate immette in una prima piazzola orientata verso valle.

La prima piazzola

La prima piazzola

Attraverso un cunicolo scavato nella roccia si raggiunge la gradinata che sale all’osservatorio più alto, sulla cuspide della roccia, e che ospita un ciliegio cresciuto incurante delle preoccupazioni belliche.

La gradinata d'accesso alla piazzola sommitale

La gradinata d’accesso alla piazzola sommitale

Il successivo anello roccioso collega in forma circolare un’ampia cavità-riparo e due piazzole orientate la prima verso il vallone sottostante e la seconda verso la cantoniera della Castelluccia e la Forca d’Acero.

La piazzola orientata a nord

La piazzola orientata a nord

Lo scavo fu realizzato da maestranze di San Donato rastrellate dai tedeschi tra gli abitanti del paese. Sono ancora evidenti sulle pareti le tracce dello scavo di piccone, mazza e scalpello e i fori dei tubi di gelatina esplosiva. L’opera è certamente originale. La sua visita consente di apprezzare la geniale simbiosi tra le fratture naturali della faglia rocciosa e lo scavo artificiale; consente altresì d’interrogarsi sulla funzione militare dell’opera, sul suo ruolo di osservatorio sui movimenti in valle e di postazione armata, integrata con le trincee vicine.

L'accesso al riparo sotto roccia

L’accesso al riparo sotto roccia

Si torna al tornante di partenza lungo il sentiero percorso all’andata o risalendo faticosamente il pendio che ci separa dalla strada soprastante.

Piazzola

Piazzola

Per approfondire

Il ciliegio cresciuto tra le rocce

Il ciliegio cresciuto tra le rocce

 I sentieri della zona sono segnalati sia dal Parco sia dalla sezione del Cai di San Donato e costituiscono così una rete senti eristica che collega praticamente tutti i siti d’interesse naturalistico e storico. I sentieri del Parco sono identificati dalla lettera P seguita dal numero progressivo da 1 a 7. Il Cai ha segnato altri 16 sentieri. Si può fare riferimento alle cartine e alle descrizioni proposte dal sito http://www.caisandonato.it/. Il paese di San Donato gode del label de “i borghi più belli d’Italia” e il suo sito web istituzionale propone alcuni interessanti itinerari alla scoperta del borgo e dei suoi dintorni (www.comune.sandonatovaldicomino.fr.it/). Molto godibile è anche il sito della Val Comino con sezioni dedicate alla valle, alla natura, alla cultura, alla gastronomia e alla zampogna (www.valledicomino.it/).

I sentieri del vallone di Forca d'Acero (Cai San Donato)

I sentieri del vallone di Forca d’Acero (Cai San Donato)

La descrizione degli itinerari escursionistici sulla Linea Gustav si trova nel sito: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html