Visioni dell’aldilà nelle Marche. Monteleone di Fermo

Monteleone di Fermo: il Giudizio universale di Orfeo Presutti

Monteleone di Fermo: il Giudizio universale di Orfeo Presutti

Monteleone è un minuscolo borgo della valle del Tenna, che guarda dalla cresta di un colle il profilo del suo capoluogo Fermo. All’ingresso del paese sorge la chiesa dedicata alla Madonna della Misericordia (o del Crocifisso), erede delle chiese devozionali edificate al tempo della peste. Sulla parete sinistra è affrescato un grande Giudizio universale, firmato da Orfeo Presutti di Fano e datato 1548. Non è certamente un capolavoro ma l’opera incuriosisce per la grande ricchezza dei particolari, per la folla dei personaggi che l’anima e per l’intento didascalico, se non pedagogico, che essa declina. L’affresco è nettamente diviso in due parti: il cielo e la terra. In cielo, al di sopra di un banco di nuvole, si staglia Gesù giudice, attorniato da una corte celeste talmente numerosa da costringere i beati a serrare le fila e a stringersi per la grande foto di gruppo. La terra, in basso, sembra riprodurre una delle spettacolari mappe murali dipinte dai geografi quattrocenteschi: vi si può vedere il paesaggio delle colline marchigiane, con la linea di costa e il mare Adriatico sullo sfondo, e con il fiume che scorre al centro e sfocia in mare; sui colli si distribuiscono le città e i borghi fortificati della marca fermana; una grande folla di risorti vive i suoi momenti di tormento e d’estasi, di gloria e di pena.

Cristo giudice tra i cori degli angeli e i beati

Cristo giudice tra i cori degli angeli e i beati

Gesù torna sulla terra nel giorno della sua seconda venuta. Alle sue spalle è il varco che si è aperto nei cieli, a forma di mandorla, illuminato dalla luce solare. Ha barba e capelli biondi, un’aureola di raggi luminosi, mostra i fori dei chiodi sugli arti e indossa una tunica rossa (colore del martirio) e un mantello azzurro (simbolo di regalità). La sua mano destra levata esprime la sentenza di giustizia e di misericordia. Gli angeli mostrano gli strumenti della passione e, in particolare, la croce e la colonna della flagellazione. Altri due angeli fanno risuonare le trombe che annunciano la risurrezione. I cartigli esplicitano didascalicamente i messaggi: l’invito ai morti perché risorgano e si sottopongano al giudizio finale (surgite mortui venite ad iudicium), la sentenza benevola che invita a raggiungere i Padre (venite benedicti patris mei) e quella negativa che spedisce i dannati nel fuoco eterno (ite maledicti in igne eternum). Intorno a Gesù un coro di angeli intona melodie celestiali accompagnandosi con strumenti musicali ad arco, a fiato e a percussione.

Gli angeli, i beati e la risurrezione dei morti

Gli angeli, i beati e la risurrezione dei morti

La corte celeste si accalca su due fasce distinte. In alto, lungo la cornice, sfilano i cori angelici, preceduti dagli alfieri e dai vessilli. Il pittore ha identificato sei gruppi di angeli, privi però dei loro tradizionali attributi: gli Arcangeli, i Principati, le Potestà, i Troni, le Dominazioni e le Virtù. Ai due lati del Cristo si allungano i gruppi dei beati, identificati da scritte ma privi anch’essi dei rituali attributi iconografici. I più vicini a Gesù sono i due intercessori (la madre Maria, che indossa il velo e l’abito lungo e indica al Figlio le anime purganti, e il precursore Giovanni Battista, con l’abito di peli di cammello e la croce astile) e il gruppo degli Evangelisti. Accanto a loro è insediato il tribunale celeste degli Apostoli.

Le vergini prudenti e le vedove

Le vergini prudenti e le vedove

Il gruppo femminile delle sante è costituito dalle vergini prudenti e dalle vedove protagoniste delle parabole evangeliche. C’è poi il gruppo dei santi Martiri. Il timorato pittore non ha poi esitato a collocare le gerarchie ecclesiali, con un folto gruppo di vescovi con la tiara, cardinali con la berretta e un papa col camauro (forse Gregorio che indica gli avvenimenti in corso sulla terra e descritti nei suoi Dialoghi). Segue il gruppo dei Confessori mitrati: sono i santi che hanno sofferto le persecuzioni e che hanno testimoniato con coraggio la loro fede.

La Psicostasia e il Purgatorio

La Psicostasia e il Purgatorio

Scendiamo ora sulla terra. Qui viene innanzitutto descritta la risurrezione dei morti. I corpi dei risorti affiorano dalla nuda terra sui colli e nelle valli, si raggruppano e corrono per sottoporsi al giudizio finale. A pronunciare la sentenza è un grande arcangelo Michele ‘bello, biondo e ricciolino’, dotato di corazza dorata, spada a doppio taglio e bilancia a doppio piatto. I cattivi, condannati dalla psicostasia, cadono dal piatto della bilancia e precipitano a terra nel mucchio dei dannati diventando preda dei diavoli che li caricano come sacchi sulle spalle e li conducono ad inferos. I buoni si raccolgono alla base della bilancia e, in ginocchio, a mani giunte, pronunciano una preghiera di ringraziamento.

Il pittore descrive la geografia dell’aldilà e ci mostra i luoghi cari alla predicazione tradizionale: il paradiso terrestre, il purgatorio, i fiumi infernali, la città di Satana.

Il Paradiso terrestre

Il Paradiso terrestre

L’Eden è immaginato come un giardino, chiuso da un giro di mura a forma di quadrato. All’interno cresce un boschetto con gli alberi della vita e della conoscenza del bene e del male. Un cherubino con la spada sguainata allontana Adamo ed Eva dal paradiso terrestre dopo il loro ‘peccato originale’. Viene così sintetizzata l’intera storia della salvezza, dal peccato dei progenitori al sacrificio di Gesù e al giudizio universale. I due personaggi raffigurati in preghiera nel giardino edenico sono Enoc ed Elia, i profeti che Dio trasportò direttamente nell’aldilà “senza vedere la morte”.

Il Purgatorio è rappresentato come un luogo di fiamme nel quale si purifica chi è stato né completamente buono né completamente cattivo. I purganti si differenziano dai dannati per l’assenza di gesti disperati e per l’atteggiamento di preghiera rivolta al cielo con la richiesta di un intervento liberatorio.

Il fiume infernale

Il fiume infernale

Il dipinto propone un tema raro nell’iconografia dell’oltretomba: il fiume infernale. Si tratta in realtà di una sintesi un po’ ibrida tra i quattro fiumi biblici che sgorgano dalle sorgenti del paradiso terrestre (Pishon, Ghihon, Tigri ed Eufrate) e i cinque fiumi infernali (Acheronte, Flegetonte, Stige, Lete e Cocito) cari alla tradizione classica greco-latina e a Dante. Nel dipinto di Monteleone il fiume nasce dall’Eden e segna il confine con la regione infera: vi vediamo la barca di Caronte che ne traversa la corrente per condurre i dannati nella città di Dite; vi vediamo anche il ponte del capello che traversa le due rive assottigliandosi al culmine dell’arco, costituendo così un’ulteriore prova per i risorti (pons probatorius).

L'Inferno

L’Inferno

Al di là del fiume i dannati trovano i diavoli che li accolgono, li radunano e li spingono verso la caverna d’ingresso dell’Inferno. Qualche dannato tenta una fuga disperata ma è rapidamente rincorso, braccato, afferrato e immobilizzato dai diavoli. La struttura interna dell’inferno è visibile attraverso dieci cubicula. In queste stanze sono mostrati i peccati puniti e le pene irrogate. I peccati sono le più comuni violazioni dei dieci comandamenti e i classici vizi capitali. È così punito chi non ha rispettato i precetti di Mosè e in particolare il terzo (Ricordati di santificare le feste: chi non guarda le domeniche), il quinto (Non uccidere: chi fa homicidio) e il settimo (Non rubare: chi commette furto). Sono poi puniti i peccati capitali di avarizia, superbia, accidia e gola. Sono anche punite le Lussuria e le sue varianti come l’adulterio e la sodomia.

La punizione degli omicidi

La punizione degli omicidi

Le punizioni più diffuse sono le ferite e la macellazione con le armi da taglio (il forcone, il pugnale, l’ascia, la mannaia, l’uncino). Ma non mancano le pene del fuoco (la bollitura nel calderone, ustioni e bruciature, lo spiedone sulla brace) e l’umiliazione del corpo umano (cavalcato, brutalizzato e profanato). L’ultima caverna, nell’infero più profondo, ospita un gigantesco Lucifero.

L'ingresso dell'Inferno

L’ingresso dell’Inferno

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

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Visioni dell’aldilà nelle Marche. Mevale

Il giudizio universale di Mevale

Il giudizio universale di Mevale

Isolato e remoto, a pochi passi dal confine con l’Umbria, Mevale è un piccolo borgo solitario, maltrattato dai terremoti. Ma chi visita Visso o l’abbazia di Sant’Eutizio a Preci non sbaglia ad allungare di qualche chilometro la sua escursione per scoprire la Pieve di Mevale. All’interno, la controfacciata è rivestita da un Giudizio Universale dipinto da Fabio Angelucci e da Ascanio Poggini nel 1600. Anche se ha risentito dei traumi sismici l’affresco è ancora leggibile ed è ricco di citazioni michelangiolesche.

Il Paradiso

Il Paradiso

Al centro è il Cristo con il braccio levato nel gesto del giudizio. In alto lo sovrasta la colomba dello Spirito santo. Ai suoi fianchi sono schierati la madre Maria, il buon ladrone Disma con la sua croce, San Pietro con le chiavi e il tribunale celeste degli apostoli. Più in alto, intorno all’oculo, volteggiano gli angeli che mostrano gli strumenti della passione di Gesù: la croce, la corona di spine, la colonna con le fruste della flagellazione, la scala.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Gli angeli tubicini danno fiato alle trombe e chiamano i morti al risveglio. Un cartello esplicita il messaggio: «Surgite mortui, venite ad iudicium». Al suono della tromba l’umanità si ridesta: gli scheletri si ricompongono, le mummie sgusciano fuori dalla nuda terra ancora avvolte nei loro sudari, i risorti si sollevano in piedi e guardano in alto verso il giudice, i graziati ascendono in cielo. Un angelo espone i cartelli con la doppia sentenza di assoluzione e di condanna.

La sentenza

La sentenza

Ai buoni il giudice divino rivolge l’invito: «venite benedicti Patris mei possidete paratum vobis regnum» che vuol dire – tradotto dalla Vulgata matteana: «Venite, benedetti del Padre mio ed entrate nel Regno che è stato preparato per voi». Ai cattivi il giudice ingiunge: «Discedite a me maledicti in ignem aeternum, qui paratus est diabolo, et angelis ejus», che vuol dire: «Allontanatevi da me, maledetti, e andate nel fuoco eterno preparato per il diavolo e gli angeli suoi».

La caduta dei dannati

La caduta dei dannati

E i diavoli si scatenano: afferrano e tirano giù per i capelli le donne, abbrancano per le gambe un uomo che non si è ancora riavuto dalla sorpresa, strattonano e precipitano in basso un avaro che non vuole privarsi del suo sacchetto di monete, trascinano giù gli adulteri ancora avvinti, agganciano con i rampini un uomo sconvolto. Da un invidioso in caduta libera un serpente esce dalla bocca e lo morde sul fianco. Una donna prosperosa ormai vinta è tormentata da un grosso serpente.

La barca di Caronte

La barca di Caronte

Caron dimonio sgombra la sua barca dai dannati che hanno traversato la palude infernale e batte col remo qualunque s’adagia: monache infedeli ai voti, teste coronate, porpore e prelati. Sotto la crosta terrestre è scavata una caverna tetra e buia. Intorno a un focolaio di fiamme si muove una folle di diavoli governata da Lucifero, incatenato al suo trono, con un cane rabbioso ai piedi. Una donna è costretta a sorbire un liquido che un demonio le versa in gola da una brocca: forse il metallo fuso del tesoretto detenuto dall’usuraia oppure la punizione dei vizi della gola. Un dannato è strangolato da un demonio mentre il suo corpo è morso dai serpenti e percorso dagli scorpioni.

Le pene dei dannati

Le pene dei dannati

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Visioni dell’aldilà nelle Marche. Il Giudizio di Ramazzani ad Arcevia

Il Giudizio universale di Arcevia

Il Giudizio universale di Arcevia

Situata su un contrafforte della valle del Misa, Arcevia è una storica cittadina marchigiana circondata da mura e aperta panoramicamente verso i monti dell’Umbria e le spiagge dell’Adriatico. Il suo tesoro è la collegiata barocca dedicata a San Medardo, ricca di opere di Luca Signorelli, Giovanni della Robbia, Claudio Ridolfi. Inevitabilmente, però, ad attirare la maggiore curiosità è l’accentuato cromatismo manierista di un’animatissima tela dedicata al Giudizio universale. Essa è stata l’ultima opera di Ercole Ramazzani, una sorta di testamento spirituale per questo pittore locale di convinzioni controriformiste, che l’ha firmata e vi ha apposto la data del 1597.

Il Giudizio

Il Giudizio

Un Gesù michelangiolesco scende dall’alto dei cieli – attraverso un varco illuminato dalla luce solare a forma di mandorla sostenuta dagli angeli – e torna con i piedi sulla terra nel giorno dell’ultimo giudizio. La mano destra levata, il corpo ferito, il mantello rosso di martirio trasmettono un chiaro messaggio: Gesù ha voluto prendere su di sé i peccati del mondo e con il suo estremo sacrificio ha voluto offrire a tutti un’opportunità di salvezza; l’umanità ha così liberamente scelto di salvarsi o di dannarsi.

Il Paradiso e le Arma Christi

Il Paradiso e le Arma Christi

Gli strumenti della sua passione sono esibiti in cielo dagli angeli, come altrettanti flash di questa storia di salvezza: la grande croce issata sulle nubi, il velo della Veronica, il martello, la tenaglia, i chiodi, il cartello dell’Inri, la corona di spine, la lancia, la canna con la spugna, la brocca dell’acqua di Pilato, la colonna e i flagelli. Il giudizio finale di Gesù si compie tra due tensioni diverse. Nel giudizio è evidente la tensione della giustizia, simbolizzata dalla spada a doppio taglio e dalla bilancia a doppio piatto portate in mano dall’arcangelo Michele. La seconda tensione è però anche quella della misericordia, simbolizzata dal ramo d’ulivo sventolato dall’angelo e dalla preghiera d’intercessione della madre Maria e di Giovanni il Battista.

Il Paradiso e gli strumenti della Passione

Il Paradiso e gli strumenti della Passione

Il Paradiso dei beati occupa gli spalti delle nuvole che circondano il giudice. Il pittore ha voluto collocarvi una rappresentanza qualificata degli apostoli, dei martiri, dei patriarchi, delle donne sante, dei confessori e dei dottori della chiesa. Nel gruppo degli apostoli osserviamo Pietro (con le chiavi), Paolo (con la spada), Giovanni (col vangelo e il calice), Bartolomeo (con il coltello) e Tommaso (con la squadra d’architetto). Il gruppo dei patriarchi comprende Mosè (con le tavole del decalogo), Davide (con l’arpa), cui si aggiunge Giuseppe, lo sposo di Maria (con il bastone fiorito). Il coro dei martiri comprende Stefano, il protomartire (con la dalmatica), Sebastiano (con la graticola), Caterina d’Alessandria (con la palma e la ruota) e Barbara (con la torre). Tra i dottori della chiesa spiccano Ambrogio (con la mitria) e Gregorio Magno (con il triregno). Le donne sante sono rappresentate da Chiara (con la pisside). I confessori vedono affiancati Francesco (con le stimmate) e Antonio da Padova (col giglio).

La risurrezione dei morti e l'ascesa dei beati

La risurrezione dei morti e l’ascesa dei beati

Al centro del dipinto il pittore ha collocato un grande angelo che suona la tromba della risurrezione e dà il la ai quattro angeli che fanno squillare le loro tube, rivolti ai quattro angoli del mondo. Altri due angeli aprono gli archivi, secondo la parola dell’Apocalisse: «E i libri furono aperti; e fu aperto un altro libro, quello della vita; e furono giudicati i morti dalle cose scritte nei libri, secondo le opere loro». In basso a sinistra assistiamo alla risurrezione universale. I corpi dei morti, ancora avvolti nei loro sudari, emergono dalla nuda terra, rivolgono i loro sguardi al giudice e apprendono quale sarà il loro destino eterno. Il pittore ha fatto ricorso a un elemento cromatico per distinguere gli eletti dai dannati: i buoni risorgono con le carni bianche, mentre i dannati hanno il corpo abbronzato. Frotte di angeli con le loro tuniche e le ali coloratissime scendono dal cielo, aiutano i salvati a uscire dal sepolcro, mostrano loro il cielo e avviano il lungo corteo ascendente, particolarmente fitto di figure femminili, verso il Paradiso.

L'Inferno

L’Inferno

L’ultima scena è quella dell’Inferno, con Lucifero al centro. La figura demoniaca – irritualmente gigantesca – sovrasta per le sue dimensioni quella del Cristo e degli angeli fedeli. Il suo apparire mima la parusia di Cristo e si staglia tra i bagliori delle fiamme infernali, nel calor bianco degli incendi e nei fuochi d’artificio generati dalle scintille dei tizzoni ardenti. La ‘mandorla’ luciferina – come quella del suo antagonista – è contornata da diavoletti e mostriciattoli alati che fanno il verso ai putti celesti. Il corteo dei dannati precipita verso le fiamme infernali, sospinto dalle saette degli angeli sterminatori, artigliato dai rampini dei diavoli, avvolto nelle spire dei serpenti satanici. Il loro destino di consuma tragicamente tra le braccia – tutt’altro che amorevoli – del principe delle tenebre.

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Maiella. Le Pajare sul tratturo di Roccamorice

Il tratturo di Roccamorice

Il tratturo di Roccamorice

La Maiella è una montagna amata. Gli escursionisti tornano appagati dalle lunghe e panoramiche ascese al monte Amaro e alle altre cime del massiccio. Le passeggiate di bassa quota che partono dalla corona di paesi incastonati alle sue pendici sono una piacevole esperienza di scoperta dei gioielli della natura. Ma i motivi di maggiore attrazione della Maiella sono quelli nascosti nelle pieghe dei suoi valloni, nella ragnatela dei suoi eremi, nelle grotte e nei tholos che punteggiano i pendii che salgono dai paesi verso la fascia del bosco. Il percorso qui proposto corrisponde a un’antica via di monticazione. Segue un largo tratturo di transumanza verticale, percorso pendolarmente ancora oggi dalle greggi di pecore e capre che cercano i freschi pascoli in quota e ritornano poi agli ovili distribuiti sulla montagna. La partenza è il borgo di Roccamorice e il punto di arrivo è il Passo Lanciano. Sul tratturo di Roccamorice le risorse della pastorizia non transumante si sommano a uno straordinario rosario di capanne di pietra, tra le più “belle” della Maiella. La scoperta e l’esplorazione di queste perle di architettura spontanea rendono emozionante e istruttiva l’escursione.

1 - La segnaletica del sentiero

L’itinerario

L’itinerario è qui proposto in forma di traversata da Passo Lanciano a Roccamorice. È consigliabile percorrerlo in discesa per limitare la fatica e agevolare – grazie a tempi più generosi – l’esplorazione delle capanne a tholos. Idealmente conviene utilizzare due auto, una da lasciare a Roccamorice e l’altra per raggiungere il Passo. Il punto d’arrivo dell’itinerario, dove lasciare l’auto, è la località Acquafredda che si raggiunge da Roccamorice seguendo la strada per Santo Spirito e Fonte Tettone; al bivio del Km 6,3 (fontanile) si va a sinistra, si passa il ponte sul fosso Launelle, e al bivio successivo si va a destra; la strada sale a mezza costa sul colle e termina a un quadrivio (quota 800, 2,2 km dal fontanile, 4,7 km dal paese); qui si parcheggia. La località di Passo Lanciano (raggiungibile da Roccamorice via Lettomanoppello o via Fonte Tettone) è punto di riferimento sia per il turismo estivo sia per gli appassionati degli sport invernali e dei campi da sci della Maielletta. Si trova a 1300 metri di quota ed è crocevia delle strade che risalgono i versanti del massiccio. L’imbocco del sentiero del Parco CP (Capanne in Pietra a secco – Anello Colle Astoro) si trova a fianco del casotto del Corpo forestale dello Stato, nella valletta che scorre parallela sulla sinistra alla strada che scende a Lettomanoppello. Il sentiero, ben segnato, traversa una fascia di bosco in direzione ovest. Già in questo tratto di sottobosco sono visibili numerose capanne di pietra, ormai in condizioni malandate, che il rimboschimento del dopoguerra ha occultato sotto la sua galleria vegetale. Esse formano una sorta di villaggio, adagiato sul fianco del Fosso Sant’Angelo e dotato di capanne, recinti, muri di contenimento e sentieri di collegamento. Al bivio, si segue il ramo di destra del sentiero CP. Usciti dal bosco, il sentiero scende sinuosamente in una valletta invasa di felci e raggiunge, in località Arcarelli, il più bel monumento di pietra della Maiella, noto come la Valletta.

Il complesso La Valletta in località Arcarelli

Il complesso La Valletta in località Arcarelli

Le tre capanne sono raccordate da muretti di pietra. La prima dispone di un camino e di tre ripostigli ed è affiancata da una capanna mungitoio. La capanna in basso si sviluppa su due piani, un tempo separati da un tavolato, con accessi indipendenti: la porta superiore ha l’architrave orizzontale mentre l’accesso inferiore alla galleria di pietra ha l’architrave a sesto acuto.

Il muro di sostegno della capanna

Il muro di sostegno della capanna

Si continua sul sentiero segnato, tra boschetti, radure e fossi fino a raggiungere un secondo vasto complesso, noto come la Vasca per la caratteristica vasca trapezoidale di abbeverata, scolpita nella pietra.

La vasca scolpita nella pietra

La vasca scolpita nella pietra

Il recinto presenta due porte di accesso, munite di attaccaglie, pietre forate per attaccarvi le bestie da soma. Questa piccola masseria di montagna comprende quattro capanne destinate a dormitorio e a mungitoio. Molto caratteristica è la capanna con la facciata concava, l’architrave orizzontale e la finestra di scarico.

Capanna con l'ingresso concavo

Capanna con l’ingresso concavo

Il sentiero assume ora la forma caratteristica del tratturo pastorale, protetto da muretti di pietra; vira verso nord e costeggia i campi terrazzati, un tempo destinati a coltivi, vigilati da capanne isolate di servizio.

Capanna a margine dei campi terrazzati

Capanna a margine dei campi terrazzati

Usciti dal bosco si raggiunge il bordo della Valle Ardenga, verdeggiante di felci, di fronte al Colle dell’Astoro. Siamo nel cuore dell’itinerario. La quota è di poco superiore ai 1000 metri.

La capanna del complesso Colle Astoro

La capanna del complesso Colle Astoro

La visita agli insediamenti agro-pastorali della Valle Ardenga si concentra subito sul complesso Colle Astoro, con tre capanne comunicanti addossate a una fascia di rocce; un terrazzino domina dall’alto l’allungato recinto di pietra; un bordo scolpito nella pietra canalizza l’acqua piovana e ne impedisce il riversarsi nelle capanne.

Il terrazzino con la canalina per l'acqua piovana

Il terrazzino con la canalina per l’acqua piovana

Poco più avanti s’incontra un recinto dalla forma triangolare dotato di una capanna e di un mungitoio a doppia entrata. Più avanti si è al quadrivio dei sentieri della Valle Ardenga.

Il recinto triangolare nella Valle Ardenga

Il recinto triangolare nella Valle Ardenga

Il sentiero CP inverte il suo percorso e risale a sinistra (sud-est) per poi chiudere l’anello a Passo Lanciano. Il sentiero che dal quadrivio si dirige a sud-ovest conduce subito al complesso delle Tre Capanne (sulla sinistra) e più avanti sulla destra a una capanna recintata all’ombra di un faggio; volendo proseguire, il sentiero scende sul fondo del Fosso Capanna, dov’è una fonte e un interessante ricovero pastorale in grotta, e risale al di là verso il Colle della Civita e la strada.

Gregge sul tratturo

Gregge sul tratturo

Dal quadrivio seguiamo il tratturo principale C2 in direzione nord-ovest: scavalcato il colle il percorso in discesa si apre sul largo pendio di pascoli popolato di greggi di pecore e capre, di fronte all’ampio panorama dei paesi della Val Pescara e della catena del Gran Sasso. Si può seguire alternativamente sia il vecchio e caratteristico tratturo di monticazione, protetto sui lati da muretti di pietra e da piccole capanne, sia la più comoda sterrata.

La capanna del complesso La Cima

La capanna del complesso La Cima

Notevole è il complesso la Cima con doppio recinto, costruito in una magnifica posizione dominante. Più avanti troviamo il recinto triangolare con capanna aggrappato alla ripida costa.

I recinti di pietra

I recinti di pietra

A sinistra, numerosi boschetti ospitano altre capanne. Si raggiunge ora il bordo del pendio sostenuto da muri di pietre e ci si affaccia sulla destra con bella vista sul terrazzo sottostante e sulle grotte del Fosso Sant’Angelo.

Residenza di campagna con tholos

Residenza di campagna con tholos

In breve si raggiunge un fontanile, al margine di una residenza di campagna con un pozzo e un grande tholos di servizio, restaurato.

La Capanna delle Coste Cagne

La Capanna delle Coste Cagne

Di fronte è il complesso di capanne delle Coste Cagne che si visita. Qui arriva anche la sterrata proveniente dal Fosso Sant’Angelo. Un ultimo tratto sullo sterrato o sul sentiero portano alla strada asfaltata, al quadrivio di Acquafredda, a quota 800 (dove avremo lasciato l’auto). Entrambi i rami della strada asfaltata conducono a Roccamorice.

La pietra forata per legare il mulo

La pietra forata per legare il mulo

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Molise. I muretti di pietra di Mennella

Il sentiero di Mennella

Il sentiero di Mennella

Ci si può emozionare di fronte a un muretto di pietra? Sì, proprio un semplice muretto, di quelli tirati su da anonimi artigiani con pietre grezze, che troviamo dappertutto, in campagna come in città, in montagna come nei poderi di campagna? Se ci pensiamo bene ci sono luoghi in Italia dove questa emozione la si prova davvero. Pensiamo ai muretti delle Cinque Terre in Liguria a protezione dei terrazzamenti agricoli sui declivi a mare. Pensiamo anche ai muretti di confine dei poderi del Salento o della Sicilia iblea. Pensiamo ai muretti a secco della Maiella abruzzese che trattengono la poca terra disponibile per la coltivazione di farro e lenticchie di montagna. In questi luoghi l’emozione diventa perfino commozione di fronte all’immane fatica di generazioni di uomini che hanno lavorato allo spietramento sistematico dei loro piccoli fondi e hanno cercato di proteggere i frutti del loro lavoro dall’ostilità della natura.

Il sentiero

Il sentiero

L’itinerario dei muretti di Mennella che presentiamo in questa scheda si svolge in Molise, in una zona marginale e assolutamente sconosciuta, eppure bellissima, nell’area di confine del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Tre conche verdissime in successione ospitano piccoli borghi rurali a cavallo tra i comuni di Filignano e Scapoli. Le alture dintorno hanno visto feroci battaglie tra tedeschi e alleati nell’autunno del 1943. Andiamo a traversare un bosco che sovrasta il selvaggio Rio Chiaro, collegando le rovine di un insediamento medievale a una cappella pastorale meta di pellegrinaggi. Ed è qui che scopriamo il lungo sentiero protetto da due muretti laterali, un magnifico serpentone che segue le gibbosità del monte. Questi splendidi muretti tra i quali c’immergiamo non hanno alcuna funzione precisa se non quella di esibire l’eleganza del manufatto e il virtuosismo del costruttore. Un piccolo capolavoro dell’architettura popolare.

L’itinerario

1 - La partenza dell'itinerario

Il punto di partenza dell’itinerario è Mennella, una piccola frazione del comune di Filignano, nei dintorni di Venafro. All’ingresso del borgo, dove lasciamo l’auto, imbocchiamo una stretta stradina asfaltata che sale vivacemente alle spalle delle case, ombreggiata dalle querce. Le frecce arancio di un recente percorso di mtb ci faranno compagnia per gran parte dell’itinerario. Terminato l’asfalto si prosegue sulla carrareccia che sale ancora con un doppio tornante fino a incrociare il sentiero protetto da un doppio muretto. Si lascia temporaneamente il percorso segnato e si va a sinistra risalendo il colle.

La torre medievale di Mennella

La torre medievale di Mennella

Sulla sommità si rivelano le rovine di una torre e del piccolo abitato circostante. Divincolandosi tra la vegetazione che assedia le antiche pietre si perlustrano i muri ancora alzati, le finestre della torre, la cisterna dell’acqua, le fondamenta delle case, gli assaggi di scavi ricoperti.

La cisterna

La cisterna

Ma l’occhio si allontana presto dai ‘fori cadenti’ per allungare lo sguardo sulla sottostante selvaggia valle del Rio Chiaro e sulla verde conca dominata dal boscoso monte Pantano.

Il Monte Pantano

Il Monte Pantano

Si scende dal colle lungo la mulattiera incassata tra i due muretti di protezione e la si segue lungamente con crescente stupore e ammirazione. I muretti in pietra a secco sono talvolta utili o anche necessari: hanno la specifica funzione di contenere il terreno laterale nei tratti che tagliano il pendio a mezza costa; hanno un senso evidente di protezione quanto il sentiero entra in trincea e non può aggirare un costone. 5 - Il sentiero

Ma per la gran parte del percorso la cura posta nell’edificazione dei muretti non trova alcuna giustificazione precisa, che non sia la pura esibizione della maestria costruttiva, l’ostentazione dell’altezza, l’eleganza del profilo. Nei tratti più ripidi il sentiero viene gradonato e il muretto funziona da appoggio. La larghezza del sentiero fa ritenere che esso potesse essere percorso solo da persone a piedi, da bestie da soma o da mandrie dirette ai pascoli vicini.

6 - Il sentiero

I muretti s’interrompono a ogni incrocio tra il sentiero principale e i numerosi sentieri trasversali o le mulattiere lastricate provenienti dal fondovalle, per poi riprendere fedelmente il percorso.

La sezione del muretto

La sezione del muretto

Il sentiero si mantiene più o meno a una quota costante fino a che trova una ripida discesa che lo porta a una selletta. Senza più muretti, seguendo sulla destra i segni tracciati sul terreno e le fettucce di plastica annodate sui rami, la mulattiera si allarga, fiancheggia i recinti degli allevamenti e raggiunge una strada asfaltata. A sinistra, in pochi minuti, si raggiunge il largo piazzale che fa da platea alla chiesa della Madonna del Morzone.

La Madonna del Morzone

La Madonna del Morzone

La cappella si trova in un luogo assolutamente solitario e isolato. Se ne comprende la funzione come luogo di sosta nei pellegrinaggi che traversavano la montagna e comunque come cappella rurale e pastorale. La scritta sotto la lunetta maiolicata con l’immagine della Pietà (la deposizione di Gesù tra le braccia della Madre) richiama esplicitamente i pellegrinaggi degli abitanti dei Comuni vicini.

La lunetta della chiesa

La lunetta della chiesa

Dopo una sosta nell’area attrezzata con panche e tavoli da picnic si riprende la strada asfaltata – praticamente deserta – e la si segue in discesa con piacevole percorso tra boschetti, radure, allevamenti e stalle fino a raggiungere le belle villette dell’abitato di Selvone. Sulla strada provinciale, con pochissimo traffico, si va ora a destra per coprire in pochi minuti il km che ci separa dal cimitero di Selvone e dalle case di Mennella, dove si recupera l’auto. I tempi di percorrenza prevedono 30 minuti da Mennella alla Torre, 50 minuti da qui alla chiesa e altri 50 minuti dalla chiesa a Mennella: in tutto poco più di due ore. Il dislivello è limitato a 150 metri, dai 600 metri di quota di Selvone e Mennella, ai circa 750 dell chiesa del Morzone.

L'incrocio con la mulattiera lastricata

L’incrocio con la mulattiera lastricata

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

L’architettura agro-pastorale sulla Maiella: l’anello del Colle della Civita

Capanna di pietra sulla cresta del Colle della Civita

Capanna di pietra sulla cresta del Colle della Civita

Il villaggio pastorale del Colle della Civita è ormai diventato un’attrazione per i frequentatori della Maiella. Esso combina il pregio della sua facile accessibilità all’assoluta originalità del complesso. È un villaggio su più livelli, interamente costruito in pietra a secco nel 1940, appoggiato alla parete rocciosa del Colle della Civita, destinato ad accogliere i pastori durante la permanenza estiva sui pascoli montani. Una piccola cittadella di pietra nella quale ci si aggira in modo quasi labirintico tra corridoi, gallerie, varchi e ingressi a sesto acuto. Vi si riconoscono le abitazioni, i pavimenti lastricati, il camino e i ripostigli, l’ovile e i recinti per il bestiame, il mungitoio, i depositi degli attrezzi da lavoro. Un villaggio che è la memoria pietrificata di un’antica forma di vita. Bene ha fatto il Parco a segnare e promuovere un anello escursionistico che ha il suo fulcro nel villaggio e che consente altresì di esplorare nei dintorni altri complessi esiti pastorali di rilevante interesse.

L’itinerario

La mappa del Parco con l'anello del Colle della Civita

La mappa del Parco con l’anello del Colle della Civita

Uno dei diversi possibili punti di partenza dell’itinerario è la località Macchie di Coco, posta sulla strada che da Roccamorice sale verso la montagna in direzione di Fonte Tettone e del Block-Haus. Percorsi 4 km dal paese, poco oltre il segnale del km 8, si trova un bivio con le diramazioni sulla destra che portano a due degli eremi più noti della Maiella (Santo Spirito e San Bartolomeo in Legio) e alla Scuola di roccia. Dal bivio si raggiunge in pochi passi l’interessante masseria delle Macchie di Coco, ancora attiva: gli edifici tradizionali si integrano con un gruppo di capanne di pietra poste sull’aia di fronte e in un recinto al di là della strada.

Capanna di pietra alle Macchie di Coco

Capanna di pietra alle Macchie di Coco

L’insieme rende bene le funzioni di una fattoria che si occupava sia di agricoltura che di pastorizia a una quota di 800 metri, non lontana dal paese di riferimento.

Capanna di pietra alla Cavallara

Capanna di pietra alla Cavallara

Il sentiero delParco (CP) risale ora la costa della Cavallara, incrociando la strada per Fonte Tettone e la diramazione per un ovile sociale moderno. Gli occhi fotografano un paesaggio segnato dalla presenza di un brulli pascoli, mucchi di sassi frutto dello spietramento dei campi, recinti confinari e terrazzamenti, vallecole un tempo coltivate. In questo paesaggio lunare, ben mimetizzati tra i cumuli di pietre di pietra, occhieggiano gli ingressi di alcune capanne di pietra isolate o integrate a recinti, abbandonate da tempo a causa dal progressivo rarefarsi delle attività pastorali. Ritrovata la strada, da una curva a gomito (se in auto, a 2,3 km dal bivio di Santo Spirito) parte sulla sinistra una pista che raggiunge la sommità del colle e ne percorre la cresta fino al villaggio della Civita.

Capanna di pietra sui pascoli della Cavallara

Capanna di pietra sui pascoli della Cavallara

Sul versante del Fosso Capanna e delle alture di fronte, il paesaggio cambia. Le greggi al pascolo sono più numerose. I muretti di pietra cingono alcune particelle di terreno coltivate ancora oggi. Verso l’acropoli si addensano recinti e capanne che sono mute testimoni di una vita un tempo intensa. Tra le altre, nella parte alta, a quota 1169, si segnala un bell’esempio di capanna-ricovero di forma cilindro-conica.

Il villaggio del Colle della Civita

Il villaggio del Colle della Civita

Si giunge ora al villaggio della Civita, addossato alla parete rocciosa del colle. Vi si può anche giungere direttamente in auto, parcheggiando nel piazzale al km 11,500 della strada per fonte Tettone. In questo caso si raggiunge il villaggio di pietra risalendo la stradina in ripida pendenza diretta verso le rocce sommitali. Un sinuoso percorso di visita collega le cinque capanne di pietra e i tratti murari.

Il mungitoio all'ingresso del villaggio

Il mungitoio all’ingresso del villaggio

Colpiscono alcuni particolari: lo sviluppo su piani sovrapposti, il mungitoio coperto a doppio ingresso, la pavimentazione in pietra di un interno, la gestione degli spazi, l’appoggio alla parete di roccia, gli ingressi a sesto acuto.

Il complesso del Canile

Il complesso del Canile

Il sentiero segnato si dirige ora a nord, scende a traversare il Fosso Capanna e risale l’altura di fronte incrociando (e condividendo per un tratto) un altro sentiero segnato del Parco (CP – Anello del Colle Astoro).

Il canile

Il canile

Dall’incrocio dei sentieri è raccomandabile una breve risalita del sentiero di destra (est) per scoprire un complesso recintato con capanna, denominato “il canile”. I motivi d’interesse sono diversi, a partire dalla vasca scolpita nella roccia e dalla cuccia per il cane ricavata nella parte alta del muro interno; l’architrave della capanna di pietra reca incisa la data di costruzione (1938); il bell’ingresso è fornito anche di una pietra forata per legarvi la cavezza del mulo.

La vasca di pietra

La vasca di pietra

Si torna indietro, verso la Valle Ardenga e il Colle dell’Astoro. Trascurando il sentiero segnato, dal Canile si può seguire un sentierino più in quota che incrocia una piccola capanna dotata di finestra e poco dopo un bel recinto circolare, detto “il serpente”, con due capanne poste alle estremità.

Il complesso del Serpente

Il complesso del Serpente

Da qui, scendendo sulla verticale, si torna all’incrocio dei due sentieri e si va a destra verso i complessi della Valle Ardenga. Il primo incontro è con il recinto delle “tre capanne”.

Il complesso delle "tre capanne" al Colle Astoro

Il complesso delle “tre capanne” al Colle Astoro

Se si risale la valletta si trova il complesso del “triangolo”, seguito dal gruppo di capanne con cortile recintato denominato “colle dell’astoro”. Dall’incrocio di sentieri della Valle Ardenga si riprende ora il percorso segnato dell’anello del Colle della Civita. Dopo aver ammirato un recinto con una capanna all’ombra di un grande faggio si scende (sud) verso il Fosso Capanna. In questo tratto si osserva la Fonte detta “del Tasso” (frequentata, secondo la tradizione, dal poeta Torquato Tasso).

Il riparo pastorale sotto roccia all'Acqua del Tasso

Il riparo pastorale sotto roccia all’Acqua del Tasso

Negli anfratti rocciosi sono state ricavate alcune grotte pastorali chiuse da muretti; all’interno dei ripari si trovano ripostigli e mungitoi. Si risale il Colle della Civita, percorrendo spazi ancora messi a coltura e toccando altre belle capanne di pietra. Chiuso l’anello, si torna al punto di partenza.

Capanna addossata alla parete rocciosa della Civita

Capanna addossata alla parete rocciosa della Civita

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e ai monumenti della pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Sulle Vie Francigene del Sud. L’anello urbano di Ferentino

10 - Santa Maria Maggiore

Tra i diversi possibili percorsi delle vie Francigene del Sud, che collegavano Roma ai porti d’imbarco pugliesi per la Terrasanta, la Via Latina fu nel Medioevo un itinerario di collegamento con la Campania alternativo alla Via Appia. Traversava i Castelli Romani, lambiva le colline sui cui sorgevano Anagni e Ferentino, a San Pietro Infine voltava verso Venafro, da qui a Caianello e quindi a Capua, dove si immetteva nell’Appia. Dal IX secolo venne chiamata Casilina, dall’antico nome di Capua. Nel Medio Evo fu molto utilizzata dai pellegrini, che la preferivano all’Appia per la maggiore presenza di ospitali e soprattutto perché transitava in prossimità dell’abbazia Benedettina di Montecassino, importante meta religiosa. Tra il 1151 e il 1154 un abate benedettino islandese, Nikula di Munkathvera, del monastero di Thingor, intraprese un lungo e faticoso pellegrinaggio: partito dalla lontana Islanda in barca, approdato in Danimarca, intraprese la propaggine europea della Via Francigena, che lo condusse, valicate le Alpi e traghettato il fiume Po, fino a Roma; ma da qui volle ripartire, riprendendo la via del mare a Brindisi, alla volta di Gerusalemme per visitare anche il Santo Sepolcro. Oltre Roma usò il tracciato della via Casilina, come si evince dalle località di cui fa menzione : “(T)usculum” (Tuscolo), “Florenciusborg” (Ferentino), “Separansborg” (Ceprano), “Akvinaborg” (Aquino), “Germanusborg” (San Germano), “Kapa” (Capua). Seguendo idealmente questo itinerario di pellegrinaggio francigeno proponiamo una traversata urbana a Ferentino.

La segnaletica della Via Francigena a Ferentino

La segnaletica della Via Francigena a Ferentino

Usciti dal nuovo casello dell’autostrada del Sole e dalla via Casilina sud si sale verso il poggio di Ferentino. A piedi s’imbocca la salita di via di Porta Maggiore, storico ingresso alla città. Poco prima della Porta si consigliano due interessanti deviazioni. A sinistra un sentiero attrezzato percorre la base delle mura poligonali, costruite a partire dal quarto secolo avanti Cristo con enormi blocchi calcarei sovrapposti a secco; se ne apprezzano da vicino le fondamenta murarie più antiche, le integrazioni successive, le torri medievali e le curiose superfetazioni edilizie moderne che ne coronano la sommità.

Le mura poligonali

Le mura poligonali

Tornati alla Porta, a destra, nei pressi di una croce di ferro, si scende lungo un sentiero attrezzato e una scalinata al singolare “testamento” di Aulo Quintilio Prisco scolpito nella viva roccia del colle, di fronte alla veduta della valle Latina; è un monumento sepolcrale rupestre con una lunga iscrizione onoraria che ricorda le cariche pubbliche del “Patrono” del municipio ferentinate e i benefici che egli procurò alla popolazione locale.

Il testamento di Aulo Quintilio Prisco

Il testamento di Aulo Quintilio Prisco

Dopo la doppia deviazione si entra in città passando sotto gli archi della Porta Maggiore. La porta è costituita da un cortile quadrangolare fiancheggiato da due archi a tutto sesto. L’asfalto non riesce a nascondere del tutto l’antico basolato romano. La porta è detta anche “di Casamari” perché da essa parte la strada per Veroli e l’abbazia di Casamari.

La Porta Maggiore

La Porta Maggiore

Seguendo il cartello della Via Francigena si sale a destra e ci s’innesta sul viale di circonvallazione Alberto Lolli Ghetti. Lo si percorre lungamente, osservando e studiando l’arco panoramico di fronte: i monti Lepini a sud, la valle del fiume Sacco densa di insediamenti industriali, il colle di Frosinone, le alture ciociare tra le quali si adagiano Casamari, Veroli, Fumone, Alatri e i monti Ernici a nord. A fianco del viale alcuni gradini scendono alla Porta Santa Croce a un solo fornice con arco a tutto sesto. L’antica via extraurbana che usciva dalla porta è oggi ridotta a un esiguo sentiero. La circonvallazione termina nella piazza antistante la Porta Montana. Un tempo gli allevatori provenienti dai centri montani di Alatri, Guarcino, Trevi ed Arcinazzo conducevano qui il bestiame per la macellazione e la vendita. La Porta medievale, ristrutturata nel Settecento, è chiamata Montana perché apriva la strada per le montagne della Ciociaria.

Il Palazzo dei Cavalieri Gaudenti

Il Palazzo dei Cavalieri Gaudenti

Dalla porta ha inizio in salita il percorso urbano che traversa il suggestivo centro medievale del borgo. Lungo la via Morosini si ammira il palazzo trecentesco dei Cavalieri Gaudenti, con la sua caratteristica bifora, seguito dal Palazzo Montelongo (o di Innocenzo III) con il suo portale gotico.

L'arco gotico dell'ingresso al Palazzo di Innocenzo III

L’arco gotico dell’ingresso al Palazzo di Innocenzo III

Lungo le antiche mura repubblicane, sotto un voltone, si visita il Mercato romano con la sua aula fiancheggiata dalle botteghe. E si raggiunge così il ‘tetto’ di Ferentino, il grandioso terrazzamento dell’Acropoli, con il suo avancorpo retto da possenti massi parallelepipedi.

L'Acropoli di Ferentino

L’Acropoli di Ferentino

Il Duomo romanico, dedicato ai santi Giovanni e Paolo, propone i suoi tesori (il ciborio, la cattedra, il candelabro) e soprattutto il magnifico pavimento realizzato dalla famiglia dei Cosmati. Sulla piazza un monumento bianco ci ricorda che Ferentino è città celestiniana, grazie alle reliquie e ai numerosi legami storici con Pietro da Morrone, più noto come Papa Celestino V. Un terrazzo, decorato dai cipressi e da una colonna con una croce di ferro, si affaccia su un parco pubblico e sulla Valle Latina. Iniziamo ora la discesa.

Il presbiterio della Cattedrale

Il presbiterio della Cattedrale

Scendiamo sotto un passaggio voltato e seguiamo a destra la via Antica Acropoli e la successiva scalinata che ci portano alla chiesa di San Francesco con il suo bel rosone. Un ampio piazzale a fianco della chiesa fa da balcone sulla valle del Sacco, su Anagni e sui colli di Fiuggi. Lungo la Via XX Settembre si scende ora alla centrale Piazza del Municipio e si prosegue per la Via Consolare sul fianco della Chiesa di San Valentino, apprezzandone così la caratteristica abside pensile. Una stretta scalinata ci conduce rapidamente ai resti del Teatro Romano, alla vicina chiesetta di Santa Lucia e all’importante Porta Sanguinaria (così chiamata perché forse luogo delle esecuzioni capitali). Una breve risalita ci porta a fare il periplo della bella Chiesa di Santa Maria Maggiore, eretta in forme gotico-cistercensi e sovrastata da un tiburio ottagonale. La discesa lungo la via di Porta Maggiore e gli archi della Porta omonima chiudono l’itinerario ad anello e ci riportano al punto di partenza.

Il pavimento cosmatesco della Cattedrale

Il pavimento cosmatesco della Cattedrale