Milano. Il diluvio universale

La chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore, in Corso Magenta, è uno scrigno della pittura milanese del Cinquecento. È stata edificata al centro di uno dei più antichi e prestigiosi monasteri di Milano, affidato alla congregazione benedettina femminile. Le due aule della chiesa – quella della clausura e quella più piccola dei fedeli – sono fasciate da cappelle affrescate da pittori lombardi e in particolare da Bernardino Luini con la sua famiglia. Sostiamo nell’ultima cappella dedicata all’arca di Noè. La storia del patriarca biblico e del diluvio universale è qui raccontata in tre godibili e coloratissime immagini dipinte da Aurelio Luini nel 1556. Le accompagniamo con i testi tratti dal libro della Genesi.

L'arca di Noè

Il Signore disse a Noè: “Entra nell’arca tu con tutta la tua famiglia, perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. Di ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina. Anche degli uccelli del cielo, sette paia, maschio e femmina, per conservarne in vita la razza su tutta la terra. Perché tra sette giorni farò piovere sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti; cancellerò dalla terra ogni essere che ho fatto”. Noè fece quanto il Signore gli aveva comandato. Noè aveva seicento anni quando venne il diluvio, cioè le acque sulla terra. Noè entrò nell’arca e con lui i suoi figli, sua moglie e le mogli dei suoi figli, per sottrarsi alle acque del diluvio. Degli animali puri e di quelli impuri, degli uccelli e di tutti gli esseri che strisciano sul suolo un maschio e una femmina entrarono, a due a due, nell’arca, come Dio aveva comandato a Noè (Genesi 7, 1-9)

Il diluvio universale

Il diluvio universale

Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Genesi 7, 17-24).

La fine del diluvio

La fine del diluvio

Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra. Aspettò altri sette giorni, poi lasciò andare la colomba; essa non tornò più da lui. L’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco, la superficie del suolo era asciutta. Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra si era prosciugata. Dio disse: “Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. I figli di Noè che uscirono dall’arca furono Sem, Cam e Iafet; Cam è il padre di Canaan. Questi tre sono i figli di Noè e da questi fu popolata tutta la terra. Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. Avendo bevuto il vino, si ubriacò e si denudò all’interno della sua tenda. Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e raccontò la cosa ai due fratelli che stavano fuori. Allora Sem e Iafet presero il mantello, se lo misero tutti e due sulle spalle e, camminando a ritroso, coprirono la nudità del loro padre; avendo tenuto la faccia rivolta indietro, non videro la nudità del loro padre (Genesi 8 e 9).

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Verona. La Ruota della fortuna

La ruota della fortuna

La ruota della fortuna

Il Museo di Castelvecchio a Verona espone una scultura su pietra con una curiosa immagine della Ruota della fortuna. L’opera è dovuta a uno scultore veronese della fine del Trecento e proviene dal castello di san Pietro. Il rilievo mostra una ruota con otto raggi, alla quale la Fortuna (la figura femminile raffigurata al suo interno) imprime un moto vorticoso, alla maniera di un moderno croupier. Sul bordo esterno della ruota sono attaccate quattro piccole figure: la prima figura sulla destra è in atto di salire e si tiene ben stretta alla ruota con gambe e braccia; la seconda è giunta all’apice ed è seduta in alto (ma è andata perduta); la terza, a sinistra, è seduta a cavalcioni della ruota e rischia di precipitare all’indietro; in basso la quarta si aggrappa disperatamente al cerchio con le braccia. Il piccolo rilievo, testimonianza di un’iconografia molto diffusa nel Medioevo, rappresenta la volubile Fortuna che con il suo continuo moto innalza o precipita le sorti degli uomini. A Verona, l’esempio più noto di questo soggetto è la ruota che si apre nella facciata della basilica di San Zeno, scolpita da Brioloto nei primi anni del Duecento.

Vedi anche in questo Blog: la ruota della vita nell’arte della Bulgaria

Orfeo ed Euridice nell’Oltretomba

È la storia tragica e romantica di Orfeo ed Euridice, narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Orfeo discende nell’Oltretomba per chiedere la liberazione della giovane sposa Euridice che è stata uccisa da un serpente: Plutone acconsente a lasciarla, a patto che Orfeo non si volti a guardarla prima di uscire sulla terra. Orfeo non resiste al desiderio e perde di nuovo Euridice. Una storia celebre, che ha affascinato anche gli artisti. E accompagniamo allora il testo di Ovidio con il dipinto di un artista fiammingo del Seicento conservato nel Museo di Castelvecchio a Verona, che ha voluto raccontare il mito e descrivere l’Oltretomba.

Orfeo ed Euridice nell'Oltretomba

Orfeo ed Euridice nell’Oltretomba

La giovane sposa, mentre tra i prati vagava in compagnia d’uno stuolo di Naiadi, morì, morsa al tallone da un serpente. A lungo sotto la volta del cielo la pianse il poeta del Ròdope, ma per saggiare anche il mondo dei morti, non esitò a scendere sino allo Stige per la porta del Tènaro: tra folle irreali, tra fantasmi di defunti onorati, giunse alla presenza di Persefone e del signore che regge lo squallido regno dei morti. Intonando al canto le corde della lira, così disse: “O dei, che vivete nel mondo degl’Inferi, dove noi tutti, esseri mortali, dobbiamo finire, se è lecito e consentite che dica il vero, senza i sotterfugi di un parlare ambiguo, io qui non sono sceso per visitare le tenebre del Tartaro o per stringere in catene le tre gole, irte di serpenti, del mostro che discende da Medusa. Causa del viaggio è mia moglie: una vipera, che aveva calpestato, in corpo le iniettò un veleno, che la vita in fiore le ha reciso. Avrei voluto poter sopportare, e non nego di aver tentato: ha vinto Amore! Lassù, sulla terra, è un dio ben noto questo; se lo sia anche qui, non so, ma almeno io lo spero: se non è inventata la novella di quell’antico rapimento, anche voi foste uniti da Amore. Per questi luoghi paurosi, per questo immane abisso, per i silenzi di questo immenso regno, vi prego, ritessete il destino anzitempo infranto di Euridice! Tutto vi dobbiamo, e dopo un breve soggiorno in terra, presto o tardi tutti precipitiamo in quest’unico luogo. Qui tutti noi siamo diretti; questa è l’ultima dimora, e qui sugli esseri umani il vostro dominio non avrà mai fine. Anche Euridice sarà vostra, quando sino in fondo avrà compiuto il tempo che gli spetta: in pegno ve la chiedo, non in dono. Se poi per lei tale grazia mi nega il fato, questo è certo: io non me ne andrò: della morte d’entrambi godrete!”. Mentre così si esprimeva, accompagnato dal suono della lira, le anime esangui piangevano; Tantalo tralasciò d’afferrare l’acqua che gli sfuggiva, la ruota d’Issìone s’arrestò stupita, gli avvoltoi più non rosero il fegato a Tizio, deposero l’urna le nipoti di Belo e tu, Sisifo, sedesti sul tuo macigno. Si dice che alle Furie, commosse dal canto, per la prima volta si bagnassero allora di lacrime le guance. Né ebbero cuore, regina e re degli abissi, di opporre un rifiuto alla sua preghiera, e chiamarono Euridice. Tra le ombre appena giunte si trovava, e venne avanti con passo reso lento dalla ferita. Orfeo del Ròdope, prendendola per mano, ricevette l’ordine di non volgere indietro lo sguardo, finché non fosse uscito dalle valli dell’Averno; vano, se no, sarebbe stato il dono. In un silenzio di tomba s’inerpicano su per un sentiero scosceso, buio, immerso in una nebbia impenetrabile. E ormai non erano lontani dalla superficie della terra, quando, nel timore che lei non lo seguisse, ansioso di guardarla, l’innamorato Orfeo si volse: sùbito lei svanì nell’Averno; cercò, sì, tendendo le braccia, d’afferrarlo ed essere afferrata, ma null’altro strinse, ahimè, che l’aria sfuggente. Morendo di nuovo non ebbe per Orfeo parole di rimprovero (di cosa avrebbe dovuto lamentarsi, se non d’essere amata?); per l’ultima volta gli disse ‘addio’, un addio che alle sue orecchie giunse appena, e ripiombò nell’abisso dal quale saliva. Rimase impietrito Orfeo per la doppia morte della moglie, così come colui che fu terrorizzato nel vedere Cerbero con la testa di mezzo incatenata, e il cui terrore non cessò finché dall’avita natura il suo corpo non fu mutato in pietra; o come Oleno che si addossò la colpa e volle passare per reo; o te, sventurata Letea, troppo innamorata della tua bellezza: cuori indivisi un tempo nell’amore, ora soltanto rocce che si ergono tra i ruscelli dell’Ida. Invano Orfeo scongiurò Caronte di traghettarlo un’altra volta: il nocchiero lo scacciò.

La leggenda di Orfeo (Verona, Museo di Castelvecchio)

La leggenda di Orfeo (Verona, Museo di Castelvecchio)

Marzabotto e le querce di Monte Sole

Tombe etrusche nella necropoli di Misa

Tombe etrusche nella necropoli di Misa

Un itinerario della memoria storica sui colli che uniscono le valli del fiume Reno e del torrente Setta. Si parte da Marzabotto, nome indissolubilmente legato al ricordo dell’eccidio dell’intera popolazione compiuto nel 1944 dalle truppe della Wehrmacht e dalle Schutzstaffel o Waffen-SS, determinate a liberare il Monte Sole e le retrovie della Linea Gotica dall’insidia dei partigiani. Dal parco archeologico di Misa, antica città etrusca, si sale al Poggiolo a percorrere le tappe della via crucis del Memoriale. Lo spettacolo della natura di oggi non fa dimenticare le notti del fuoco di ieri: “ardono le querce / come il cero pasquale / sul candelabro della notte / a Monte Sole”. Le comunità della Piccola Famiglia dell’Annunziata, insediate a Casaglia, mantengono vivi lo spirito e l’invocazione di Giuseppe Dossetti “non restare in silenzio, mio Dio”, di fronte alle incarnazioni della ferocia e del male assoluto che fanno scempio dell’innocenza. Un itinerario che richiede “uno spirito duro e un cuore tenero”, motto di Sophie Scholl del gruppo resistente della Rosa Bianca, giustiziata dai nazisti a Monaco nel 1943.

L'acropoli di Misa

L’acropoli di Misa

 Nella valle del Reno, 26 km a sud di Bologna, Marzabotto è facilmente raggiungibile con i treni della Porrettana, con i bus che percorrono la statale 64 Bologna-Pistoia, oppure in auto (l’uscita Sasso Marconi dell’Autostrada del Sole dista 9 km). Traversata la cittadina, conviene dirigersi subito a visitare gli scavi archeologici dell’etrusca Misa sul pianoro di Misano. Qui sono riportate alla luce le tracce di un’intera città, organizzata secondo razionali criteri urbanistici, costituita di strade, case (sono visibili le fondamenta, realizzate in ciottoli a secco), botteghe e fornaci.

La necropoli etrusca di Misa

La necropoli etrusca di Misa

Particolarmente suggestiva è la necropoli, la città dei morti sulla sponda del fiume, con le sue tombe a cassa in travertino, sovrastate da curiose pietre a forma d’uovo. In posizione dominante è l’acropoli, con i suoi edifici di culto, templi e altari. La visita del Museo archeologico “Pompeo Aria” consente di studiare e comprendere a fondo la storia e il ruolo dell’insediamento etrusco.

La Scuola di Pace al Poggiolo

La Scuola di Pace al Poggiolo

Si sale ora al “Memoriale” di Monte Sole. L’itinerario del Memoriale è un percorso che vuole ricordare la drammatica e violenta storia recente di questa terra. Durante la seconda guerra mondiale 955 persone vennero uccise dai nazifascisti nei tre comuni di Marzabotto, Monzuno e Grizzana, ora costituenti il Parco. Venne annientata un’intera comunità, che risiedeva da secoli su questi monti. Con le comunità perirono i loro sacerdoti. La maggioranza delle uccisioni fu compiuta nelle giornate tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944, poi note come quelle dell’Eccidio di Marzabotto, in cui persero la vita 770 persone. Altre violenze avvennero nel periodo precedente e successivo la strage. Su Monte Sole fu anche distrutta e dispersa la brigata partigiana Stella Rossa, con il suo comandante “Lupo”.

Il Memoriale del Poggiolo

Il Memoriale del Poggiolo

Il Centro visite del Parco il “Poggiolo” è un buon punto di partenza. Qui è possibile rifornirsi di cartine, sussidi e idee per la visita. Dal “Poggiolo”, si sale all’incrocio con via Casaglia e si tocca la “Scuola di Pace”, sede di iniziative di formazione ed educazione alla pace rivolte soprattutto ai giovani. La vicina località di San Martino, conserva i resti della chiesa e dell’antico borgo.

Cimitero di San Martino - Cippo in memoria di Don Giovanni Fornasini

Cimitero di San Martino – Cippo in memoria di Don Giovanni Fornasini

Accanto al cimitero un cippo ricorda don Giovanni Fornasini, “eroico parroco di Sperticano”, e altri 4 parroci “con lui uniti nel martirio” del 1944. Ritornati all’incrocio con via Casaglia si sale lungo il panoramico crinale in direzione di Caprara. Poco oltre, sulla sinistra, ha inizio il sentiero che conduce a una sella tra l’altura di Monte Caprara e il Monte Sole. Qui si snoda un campo trincerato realizzato dai tedeschi durante lo stallo del fronte nell’inverno 1944-45. Il sentiero attraversa le antiche postazioni belliche tedesche, i rifugi, la rete di trincee che li collegava, e due acquartieramenti. Dalla sella si sale a Monte Sole, traversando una boscaglia di roverella e carpino nero.

Il cippo in memoria dei caduti della brigata partigiana Stella Rossa

Il cippo in memoria dei caduti della brigata partigiana Stella Rossa

Sulla cima (quota 668 m) è il cippo dedicato alla brigata partigiana “Stella Rossa”. Osservato l’ampio panorama si scende ora per il ripido sentiero della cresta sud. Ai piedi del monte, svoltando a sinistra, si raggiunge il cimitero di Casaglia.

Il cimitero di Casaglia

Il cimitero di Casaglia

Una lapide commemorativa sul muro di cinta ricorda i 560 trucidati di San Martino. L’interno del cimitero ospita le tombe di Don Giuseppe Dossetti e di Don Luciano Gherardi, l’autore de “Le querce di Monte Sole”. Poco più avanti sono gli edifici che ospitano la Piccola Famiglia dell’Annunziata, comunità fondata da Dossetti. Sempre dal cimitero un sentiero conduce a Cerpiano. L’oratorio dedicato agli Angeli custodi e la cappella delle suore furono teatro di un’altra orrenda strage. Sotto una montagna di cadaveri si salvarono solo la maestra e due bambini di 6 e 8 anni.

La chiesa diroccata di Santa Maria Assunta di Casaglia

La chiesa diroccata di Santa Maria Assunta di Casaglia

Ritornati al cimitero, e percorse poche decine di metri, si raggiunge la chiesa diroccata di Maria Assunta di Casaglia. Una lapide ricorda che qui, “ai piedi dell’altare”, fu ucciso Don Ubaldo Marchioni, “pastore e difensore della sua gente con la quale condivise preghiera e martirio”. Sul percorso dell’andata si torna ora al Poggiolo e a Marzabotto.

Lapide in memoria di Don Ubaldo Marchioni

Lapide in memoria di Don Ubaldo Marchioni

Riflettendo sull’eccidio compiuto dalle SS, Giuseppe Dossetti, che non a caso ha voluto insediare le comunità della Piccola Famiglia dell’Annunziata proprio a Monte Sole, ha posto un grande problema allo spirito dei credenti, il problema del silenzio di Dio. “Mentre le SS immolavano le loro vittime, intanto il Dio unico e vero, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe e di Gesù Cristo, dove era? E per quanto invocato e supplicato – soprattutto da tanti innocenti – perché rimaneva muto?” Ha ricordato il grido del Salmo 27: “A te grido, Signore; / non restare in silenzio / perché se tu non mi parli / io sono come chi scende nella fossa”. E il grido straziante di Gesù nell’agonia: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. A questa angoscia della fede che si trova nuda di fronte alla prova, Dossetti tenta di fornire una prospettiva in dialogo ideale con due pensatori ebrei quali André Neher ed Elie Wiesel. E sintetizza un percorso di ricostruzione dell’etica della convivenza: “la prima cosa da fare, in modo molto risoluto, sistematico, profondo e vasto, è l’impegno per una lucida coscienza storica e perciò ricordare: rendere testimonianza in modo corretto degli eventi; in secondo luogo il ricordo deve essere continuato, divulgato e deve assumere sempre più ispirazione, scopi e forme comunitarie e anche ecclesiali; in terzo luogo occorre proporsi di conservare una coscienza non solo lucida, ma vigile, capace di opporsi a ogni inizio di “sistema di male”, finché ci sia tempo;in quarto luogo occorre compiere una revisione rigorosa, purificatrice, di tutto il nostro patrimonio culturale e religioso”. Lasciandoci alle spalle le querce di Monte Sole, scendiamo in silenzio verso Marzabotto. Questo silenzio è l’omaggio ai morti. Dossetti ricorda una parola di Elie Wiesel, premio Nobel per la pace. Nelle ultime due righe del suo libro Al sorgere delle stelle, congedando i suoi personaggi, i morti evocati, dice ancora con stupenda aderenza biblica: “il silenzio, più della parola, rimane la sostanza e il segno di ciò che fu il loro universo e, come la parola, il silenzio s’impone e chiede di essere trasmesso”.

Le tombe di Don Giuseppe Dossetti e di Don Luciano Gherardi

Le tombe di Don Giuseppe Dossetti e di Don Luciano Gherardi

Pisa. Il terrore dei dannati

Pisa 1

C’è un posto in Italia dove la paura può essere guardata in faccia: quella paura che diventa panico collettivo, la paura dipinta sul viso della gente, la paura coniugata con la dannazione. Questo luogo è il grande edificio bianco del Camposanto di Pisa che si staglia sulla verde distesa del Campo dei Miracoli. Esso conserva all’interno un celebre ciclo di affreschi trecenteschi che inizia con il Trionfo della morte e si conclude con la Tebaide. La scena centrale è quella del Giudizio finale. La paura è quella dei dannati. Non hanno avuto pietà in vita. Ora fanno veramente pietà. I dannati qui effigiati sono quarantasette. Quarantasette modi diversi di esprimere uno stesso sentimento, di avere paura. Abbandono. Abbattimento. Accasciamento. Afflizione. Agitazione. Allarme. Amarezza. Angoscia. Angustia. Annichilimento. Annientamento. Ansietà. Apprensione. Avvilimento. Batticuore. Brivido. Costernazione. Depressione. Disagio. Disperazione. Dolore. Emozione. Fobia. Infelicità. Inquietudine. Insicurezza. Isterismo. Ossessione. Panico. Preoccupazione. Sgomento. Smania. Sofferenza. Spasimo. Spavento. Strazio. Sventura. Tensione. Terrore. Timore. Tormento. Travaglio. Tremore. Trepidazione. Tristezza. Turbamento. Vertigine.

Pisa 2

L’alfiere della tragica falange dei reprobi è Caino, il biblico fratricida. Dietro di lui, le prime file dei grandi peccatori pullulano di teste coronate, di turbanti dei persecutori della cristianità, di berretti, veli e tonsure degli eretici. Qualcuno, all’annuncio della condanna, guarda con occhi fissi, inebetiti, catatonici, davanti a sé; altri si coprono il volto con le mani per non vedere l’orrore; c’è chi si divincola urlando selvaggiamente spinto dalla forza della disperazione, chi tace atterrito, chi si torce le dita delle mani, chi le congiunge in un ormai tardivo gesto preghiera, chi guarda sconvolto le ripugnanti regioni dell’inferno, chi rimane annichilito. Spostandosi verso l’inferno si osservano le scene di maggiore disperazione: il pianto dei giovani, l’ostinata immobilità di un nobile barbuto sull’abisso, l’urlo delirante dell’individuo alle sue spalle. In basso è raffigurato il gruppo delle donne. Alcune sono già trascinate verso l’abisso dagli uncini dei diavoli e si aggrappano disperatamente alle vesti delle loro vicine. Una regina tenta di strappare alle zampe pelose dei diavoli la sua damigella. Una monaca inorridisce a mani giunte.

Pisa 3

Tutti questi volti resteranno certamente indimenticabili. L’artista raggiunge qui le massime espressioni della pedagogia della paura, riuscendo a penetrare come uno psichiatra nelle profondità vertiginose e nascoste della mente umana.

Visioni dell’aldilà nelle Marche. Fabriano

L'icona del Giudizio universale

L’icona del Giudizio universale 

Il Paradiso

Il Paradiso

L'arcangelo Michele

L’arcangelo Michele

L'Inferno

L’Inferno

 

La Pinacoteca comunale di Fabriano espone un’icona del Giudizio universale, qui arrivata da Venezia grazie a un dono che Andrea Venier fece nel 1678 a un nobile locale. Venezia era all’epoca un crocevia importante di scambi tra l’arte occidentale e la tradizione iconografica bizantina nelle sue diverse versioni, balcaniche, greca e cretese. L’icona – una tempera su tavola – porta la firma di un certo monaco Ambrogio. Pur nelle sue piccole dimensioni l’icona colpisce per la sua ricchezza delle scene che illustrano il ritorno di Gesù sulla terra alla fine del mondo e il giudizio finale. Una vivacità e una ricchezza figurative che sono peraltre tipiche dell’iconografia religiosa del mondo ortodosso.

In alto è raffigurata la dinamica figura del Cristo parusiaco che scende sulle nuvole, avvolto in un mantello del colore rosso del martirio, con le piaghe della passione in evidenza (i fori dei chiodi sulle palme delle mani e sui piedi; la ferita della lancia sul costato). La mano destra è sollevata nel gesto della benedizione rivolto agli eletti; la mano sinistra sembra invece respingere i dannati dalla sua presenza. Ai suoi fianchi sono inginocchiati la madre Maria e Giovanni Battista che impersonano gli intercessori, gli avvocati difensori dell’umanità risorta. Appare anche l’etimasia con la croce e i simboli della passione sul trono. La scena è collocata nell’alto dei cieli, dove sono visibili gli astri, con il sole, la falce di luna e un gran numero di stelle. Per l’arrivo del Signore il cielo viene aperto: si crea un varco a forma di mandorla, dal quale irrompe la luce risplendente dell’empireo, mentre un alone sfolgorante accompagna l’apparizione del giudice e della croce. Intorno alla mandorla si affollano gli angeli: le alate creature celesti sono distinte nei diversi cori e si distinguono per la statura, la nudità, lo sfarzo degli abiti e il colore delle ali.

Il riverbero della luce dell’empireo si diffonde anche sui quattro evangelisti distesi ai piedi di Gesù e contraddistinti dai simboli del Tetramorfo (il bue di Luca, l’aquila di Giovanni, l’angelo di Matteo e il leone di Marco), come pure sugli apostoli seduti sui troni del tribunale celeste.

Il Paradiso è visto come un immenso teatro nel quale le diverse categorie di Beati occupano le poltrone loro riservate nella galleria e nella platea. Vediamo così a destra il gruppo dei Patriarchi biblici (tra questi è Noè con l’arca) e il gruppo dei Profeti (tra questi Daniele illustra il contenuto delle sue profezie dell’ultimo giorno). Uno spazio di particolare evidenza è assegnato al patriarca Abramo che accoglie tra le sue braccia l’anima del povero Lazzaro. Tra le nuvole fa anche capolino il gruppo dei santi Innocenti, ovvero i bambini sterminati da Erode. Sugli spalti siedono anche i re santi, i diaconi, i sacerdoti e i vescovi, i martiri, le vergini prudenti.

La risurrezione dei morti è articolata su tre diverse scene. Gli angeli tubicini planano dal cielo sulla terra soffiando nelle loro lunghe trombe così che i loro squilli risveglino l’umanità dal sonno della morte. La scena della risurrezione dei morti sepolti in terra è ambientata sui declivi della valle di Giosafat. Negli avelli tombali ritornano alla vita e si sollevano singoli, coppie e famigliole con figli. Il cherubino con la spada fiammeggiante indica la strada ai risorgenti. La terza scena è quella della risurrezione dei morti in mare: dai flutti riemergono i corpi di coloro che sono annegati in seguito al naufragio delle loro imbarcazioni (simboleggiate da una nave a tre alberi).

Al centro vediamo l’animata scena del giudizio individuale. Vi provvede l’arcangelo che regge la bilancia a doppio piatto. Un secondo arcangelo, con la spada sguainata tiene a distanza gli intraprendenti diavoli che cercano di condizionare il giudizio per accaparrarsi le anime. Un Michele in armi, arcangelo guerriero e capo delle milizie celesti, scatena l’attacco agli angeli ribelli trasformati in mostri demoniaci. Frotte di diavoletti portano pacchi di plichi in cui sono registrate le opere cattive compiute dai risorti. A seguito del giudizio avviene la separazione degli eletti dai dannati. I primi ascendono in volo verso il Paradiso dei beati. I secondi sono catturati dai diavoli e portati all’Inferno.

Un gruppo selezionato di beati, scortato da un angelo crucifero, si avvia verso il Paradiso terrestre, o – per dire meglio – verso la nuova Gerusalemme, la città di Dio scesa sulla terra. Il gruppo è preceduto da San Pietro che, con le chiavi consegnategli da Gesù, riapre le porte del regno dei cieli, quell’Eden che era stato chiuso e sigillato dopo il peccato originale e la cacciata di Adamo ed Eva. La descrizione della città di Dio è fedele all’immagine descritta nei capitoli finali dell’Apocalisse: una città quadrata, circondata da mura e da torri, con tre porte per lato, sorvegliata da dodici angeli. In essa non vi è un tempio perché essa è ormai il regno dell’Agnello e del Padre che invia il suo Spirito.

Seguendo la visione di Daniele l’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Giudice e investe i dannati creando un lago infernale. Dalle fiamme emergono bestie immonde (un rospo, un aspide, uno scorpione), l’apocalittico drago dalle sette teste in lotta con gli angeli e la grande prostituta, la Babilonia infernale. La morte viene destinata allo stagno di fuoco. Dappertutto sono le stelle cadute sulla terra a seguito dell’apertura dei sette sigilli. I dannati sono condotti nella bocca del drago infernale, la gola del Leviatano biblico di Giobbe. I corpi dei dannati affiorano tra le fiamme. Nel più profondo dell’Inferno, dove il fuoco è al calor bianco, vediamo Lucifero che ha tra le mani il serpente tentatore responsabile del peccato originale. Da ultimo un angelo solleva il globo e lo riporta a Cristo come segnale della fine del mondo e inizio dell’eternità.

Visioni dell’aldilà nelle Marche. Castignano

L'interno della chiesa dei Santi Pietro e Paolo

L’interno della chiesa dei Santi Pietro e Paolo

Castignano sorge su uno dei colli piceni, in un paesaggio caratterizzato dalle profonde fenditure dei calanchi formatisi per l’azione erosiva dell’acqua piovana sui terreni argillosi e impermeabili, privi di vegetazione. Alla sommità del paese si erge la romanica chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel cuore del vecchio ‘castello’; il nucleo primitivo della chiesa risale all’undicesimo secolo ma la struttura attuale è trecentesca. L’interno propone una rassegna di arte sacra, con l’altare, il coro ligneo, un reliquiario e un affresco del Giudizio universale del terzo decennio del secolo quindicesimo. Il dipinto è purtroppo martoriato dalle lacune ma è ricco di personaggi e di gustosi particolari narrativi dell’ultimo giorno del mondo, in parte comuni all’affresco di Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale

Nella parte alta è descritto il secondo avvento del Signore. Egli scende dal cielo e viene a sedersi sul trono preparato per lui. Gli angeli aprono per lui un varco nell’empireo, simboleggiato dalla mandorla di dorata luce solare. Gesù ha sul capo un nimbo d’oro crociato di rosso. Le ferite delle mani, dei piedi e del costato mostrate ai risorgenti vogliono ricordare il suo sacrificio sulla croce mentre l’ampio sudario che indossa vuole ricordare la sua risurrezione nel terzo giorno. Il significato salvifico della sua passione-morte-risurrezione è rafforzato dalla sottostante ostensione delle arma Christi: la croce, i chiodi, la scala, la colonna e i flagelli, il secchio dell’aceto, il corno, la lancia, il martello, l’alabarda, il forcone, la tenaglia, la veste giocata ai dadi, la canna con la spugna, gli sputi, gli insulti e le oscenità del popolino.

3 - Il Cristo giudice

Segue la scena della risurrezione dei morti. Due angeli in volo svegliano i morti col clamore delle loro trombe, adorne del Vexillum Christi. I cartigli spiegano l’azione e trascrivono il comando divino: «surgite mortui, venite ad iudicium». E qui vediamo descritto il ritorno della vita: un mucchio di ossa aride si rianima, gli scheletri si ricompongono, le bestie feroci e gli uccelli rapaci restituiscono i corpi degli uomini che avevano divorato, le mummie riprendono colore, i corpi si sollevano dai loro sepolcri, abbandonano di corsa i cimiteri e risalgono le pareti dell’impervia valle di Giosafat, i risorti congiungono le mani nel gesto della preghiera e si apprestano al giudizio individuale.

Arma Christi

Arma Christi

L’amministrazione della giustizia e la pronuncia della sentenza di salvezza e di condanna sono affidate all’arcangelo Michele, seduto su un trono istoriato e rivestito di una vistosa dalmatica. Le anime dei risorti sono pesate su una bilancia a doppio piatto. Un angelo rileva dal libro della conoscenza del bene e del male le buone e le cattive azioni compiute da ciascuno. L’anima buona viene raccolta dal piatto e presa in braccio dall’angelo; le viene anche indicata la strada per il Paradiso. L’anima del cattivo prende coscienza del suo destino ed esprime il suo rabbioso disappunto.   Il Paradiso descritto nell’affresco è in realtà plurale, uno e trino. Il primo, appena visibile, è l’hortus, il giardino dell’Eden, il Campo Elisio affollato di spiriti che salgono sugli alberi e raccolgono i frutti della loro virtù. Il secondo è il Paradiso urbanizzato, la Gerusalemme celeste, il castello delle delizie, la torre della beatitudine contrapposta alla babele infernale. A presiederlo sono i tre patriarchi biblici, Abramo, Isacco e Giacobbe, il cui ‘seno’ è un’altra metafora del Paradiso. La porta d’accesso è aperta da San Pietro con le chiavi consegnategli da Gesù. Nella torre paradisiaca le figurine dei beati sono rivestite dagli angeli: ricevono la veste candida e la corona della vittoria, fatta di fiori gettati a piene mani dai veli e dai cesti dagli angeli che scendono dal cielo. Il terzo è il Paradiso celeste, al di sopra delle nubi, nell’empireo dei sette cieli. È la Toussaints, la chiesa trionfante, costituita dagli intercessori, dai cori degli angeli e dalle schiere di santi e beati, uomini e donne, che accolgono in preghiera la seconda parusia del Cristo.   La geografia dell’aldilà di Castignano comprende anche il Purgatorio. La visione di questo luogo è andata purtroppo perduta, ma la descrizione dell’accesso alla montagna sacra è rimasta fortunatamente ben conservata. E si tratta di una citazione della Commedia dantesca: il vasello snelletto e leggero, sul quale viaggiano Virgilio e Dante (forse un autoritratto del pittore), tocca terra di fronte a Catone l’Uticense, un anziano barbuto e incappucciato, seduto su una spartana sedia impagliata, che ammonisce i venienti sulla necessità di una purificazione.   Un’altra nave, ben più capiente e attrezzata, solca l’Acheronte e la palude Stigia, governata dal demonio Caronte seduto sul cassero di poppa. Ammainate le vele, con una manovra del timone la nave tocca la riva dell’Inferno. Qui i diavoli provvedono immediatamente a svuotare con metodi spicci la stiva ricolma di galeotti e ad avviare la moltitudine di sbigottiti dannati tra le fiamme infernali. I dannati sono divisi in rapporto al loro peccato e sono smistati nei diversi loca poenarum per il trattamento penitenziario. I peccati puniti sono i vizi capitali e le infrazioni ai dieci comandamenti. Una caverna ospita così la donna mondana, che si ammira vanitosamente allo specchio e che usa la sua bellezza per attirare gli uomini al vizio della lussuria. Un’altra caverna ospita i ladri che hanno peccato contro il settimo comandamento (non rubare): a loro un diavolo-boia provvede a troncare la mano furtiva. L’inferno si è conservato solo parzialmente, ma ciò resta visibile mostra che le pene applicate sono generalmente un oltraggio al corpo umano e spesso un contrappasso, come la scuoiatura, il morso dei serpenti, la scarnificazione, le ustioni con le monete fuse e incandescenti, la cavalcata con le briglie.