Linea Gustav. Le posizioni tedesche su Monte Cairo

Terelle

Terelle

Monte Cairo appare come una montagna isolata, ripida e slanciata, che si solleva dalla pianura con un balzo che raggiunge la cima, su una cresta allungata e orizzontale, a 1669 metri. Verso sud protende la sua cresta di colli, teatro delle battaglie di Cassino, compresi tra i paesi di Villa Santa Lucia e Caira, che si arrestano bruscamente sullo sperone di Montecassino, dove la ricostruita Abbazia domina la moderna città di Cassino. Verso nord il monte Campanella (1318 m.) sovrasta Terelle e i suoi colli. Il gruppo prosegue poi con una serie di cocuzzoli minori in direzione di Atina e Villa Latina. La guerra aveva lasciato il territorio di Terelle disboscato e defoliato e inoltre devastato da trinceramenti, reticolati e campi minati. Oggi delle opere di guerra non resta quasi più traccia. L’opera di bonifica del dopoguerra, la riforestazione, il lavoro dei contadini per rimettere a coltura le terre, hanno riappacificato l’uomo con la natura. Si tratta di zone comunque remote, talora selvagge, lontane dai flussi turistici, pochissimo conosciute. Proprio per questo offrono all’escursionista emozioni e gusto della scoperta. Alcuni interventi di restauro delle costruzioni militari ancora praticabili offrono certamente un incentivo anche a turisti curiosi e in cerca di memorie.

Le casermette

Le casermette

La guerra a Monte Cairo

Il Rifugio forestale

Il Rifugio forestale

La seconda guerra mondiale ha segnato a fondo il settore di Monte Cairo. La linea Gustav consisteva in una fascia di fortificazioni sui monti e sui colli lungo il corso del fiume Rapido. Adeguandosi alla conformazione dei luoghi i tedeschi attrezzarono i monti con artiglieria in grado di colpire gli obiettivi posti a valle e con l’artiglieria contraerea. I colli intorno a Terelle furono trincerati. Le postazioni difensive furono collocate sul terreno in posizioni dominanti tali da sfruttare al massimo l’eccellente visibilità. I lavori di costruzione delle infrastrutture (casematte, bunker corazzati, ricoveri, postazioni in caverna) si svolsero nell’autunno del 1943. L’urgenza di progredire nei lavori, motivata dallo sbarco a Salerno e dalla risalita delle armate alleate, costrinse i tedeschi ad affiancare i lavori assegnati alle ditte private con interventi diretti del genio militare e della Todt. I tedeschi reclutarono forzosamente l’ingente manodopera necessaria con frequenti rastrellamenti, prima solo diurni e poi anche notturni, di uomini nei paesi circostanti. Fu potenziata la modesta viabilità locale e furono costruite nuove strade, come la Neumann che collegava Terelle a Belmonte. Altre vie di penetrazione collegavano i paesi della valle del Melfa alla prima linea, per consentire i movimenti di truppe, l’arrivo dei rifornimenti e la gestione degli ospedali di campo.

L'osservatorio sul campo di battaglia di Montecassino

L’osservatorio sul campo di battaglia di Montecassino

La zona di Monte Cairo fu interessata dalla battaglia del Belvedere, che si svolse nell’ultima settimana di gennaio del 1944 e si aprì con il bombardamento aereo di Terelle. Il corpo di spedizione francese, comandato dal generale Juin, aveva la responsabilità della zona del Rapido. La divisione di fanteria maghrebina, comandata dal maggiore generale de Monsabert, diede l’assalto alla zona dei colli di Terelle. La resistenza dei tedeschi fu accanita e spense l’impeto delle truppe comandate dai francesi costringendole a un’onerosa guerra di posizione per tutta la durata della guerra.

Ricovero in caverna

Ricovero in caverna

L’itinerario

Il secondo osservatorio

Il secondo osservatorio

La passeggiata che proponiamo sfrutta la strada sterrata che percorre il versante occidentale di Monte Cairo mantenendosi costantemente a una quota di circa 1200 metri. Il percorso è molto panoramico, poco faticoso e presenta dislivelli molto limitati. Da Cassino e da Caira si salgono i tornanti stradali che raggiungono il borgo di Terelle. Dalla parte alta del paese si prosegue ancora sui tornanti di strada asfaltata, seguendo l’indicazione per il rifugio forestale. Si parcheggia dove l’asfalto termina (1140 m.), in corrispondenza di una sbarra, o poco prima, sul piazzale di un vecchio edificio ridotto a rudere.

L'accesso al ricovero

L’accesso al ricovero

Superata il varco si va ora a sinistra sulla larga strada bianca del rifugio. Dove la strada svolta a destra, cambiando versante, un piazzale panoramico con tabella informativa permette di godere di una visuale amplissima su tutto il Cassinate. Più avanti la strada termina davanti agli edifici delle “Casermette”. Si tratta di un gruppo di edifici costruiti dai tedeschi per il ricovero dei soldati destinati alle batterie di artiglieria dislocate sulle piazzole della zona. Sono due dormitori rettangolari bassi e lunghi, raccordati da un edificio di servizio e sovrastati da un rifugio a due piani. Il sito è dotato anche di una cisterna per la provvista d’acqua. L’intero complesso è stato recentemente restaurato e ristrutturato dalla Comunità montana per uso eco-turistico. Lasciata la strada, si prosegue sul sentiero forestale protetto da staccionate che sale con regolarità nella pineta. Dopo pochi minuti incontriamo un osservatorio tedesco di artiglieria che sfrutta uno spuntone roccioso naturale, attrezzato con un locale sottostante scavato nella pietra del monte. La felice posizione panoramica permette di osservare in dettaglio tutto il campo di battaglia dei colli di Montecassino e le vie di movimento delle truppe nella piana del Liri. Due pannelli informativi e un tavolo da picnic arricchiscono il sito. Poco più in alto, sulla verticale, troviamo un secondo punto di osservazione che si raggiunge con un lungo tornante nel bosco. Un ricovero sotterraneo è coordinato con la zona trincerata e con le piazzole dell’artiglieria. Nuovo ampio panorama che si allarga ai monti dell’alto Casertano, agli Aurunci e al Mar Tirreno. Fin qui avremo impiegato 45 minuti.

Ricovero sotterraneo

Ricovero sotterraneo

Volendo, l’escursione può essere proseguita in direzione della ventosa cima di Monte Cairo, a 1669 metri di quota. Altrimenti si torna indietro fino alla sbarra (e al parcheggio). Si prosegue ora in direzione opposta sulla strada sterrata che sale leggermente nel bosco, raggiunge un dosso, traversato da un sentiero segnato, e si abbassa subito dopo traversando a mezzacosta.

I "laghi"

I “laghi”

A destra sul fondo si scorge un pianoro (“i laghi”), ricco d’acqua, con cisterna e fontanile di abbeverata per il bestiame; lo si raggiunge scendendo direttamente nel bosco lungo il Fosso del Faggeto o più avanti grazie a una pista che diverge dalla sterrata; qui aveva sede una base logistica tedesca. Proseguendo sulla strada principale si raggiunge la località “la Forcella” (1184 m.).

La Forcella e il monte Campanella

La Forcella e il monte Campanella

A destra si può salire in breve alla serie di cocuzzoli che costituiscono il Monte Campanella (1318 m.), sede di un’importante batteria di artiglieria tedesca. Dalla Forcella, con una deviazione sulla sinistra, si sale alla sella dov’è il piccolo Rifugio di Pozzacone, così chiamato per i suoi tre pozzi in quota al suo fianco e per quelli nella conca sottostante. Pozzacone era una base logistica tedesca, con postazioni di artiglieria e luogo di transito delle truppe da e per il fronte. Su questo versante il panorama si apre sui monti del Parco nazionale d’Abruzzo (con il Breccioso, la Cornacchia e la costiera del Petroso in evidenza) e sulla sfilata di tutte le cime delle Mainarde. La seconda parte dell’escursione richiede due ore a/r.

Il campo di battaglia del Belvedere

Il campo di battaglia del Belvedere

La descrizione degli itinerari escursionistici sulla Linea Gustav si trova nel sito: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html

Memorie di guerra

Memorie di guerra

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La seconda vita del Bunker

Nelle pagine del quotidiano “Avvenire” (sabato 14 marzo 2015) Diego Andreatta segnala il caso di una base Nato dismessa e trasformata in Museo della Guerra Fredda. Il caso riguarda il Trentino ma fa scuola, perché aumenta il numero delle strutture militari riconvertite a usi turistici o commerciali. Per chi ama “camminare nella storia” si svelano così nuove opportunità. Riporto qui alcuni stralci dell’articolo di Andreatta.

La Base Tuono

La Base Tuono

«Adesso i villeggianti dell’altopiano di Folgaria vanno per funghi e si godono il quieto laghetto nascosto dalle conifere, proprio là dove negli anni della Guerra Fredda una rampa di lancio ospitava missili della Nato pronti a intercettare i bombardieri sovietici. L’ex «Base Tuono» di passo Coe, al confine col Veneto, è stata trasformata cinque anni fa in un museo all’aria aperta sempre più frequentato, un esempio («copiato» da altri) di riconversione di un sito militare per finalità culturali ed educative.

I missili della Base Tuono

I missili della Base Tuono

Quei sedicimila ettari a 1600 metri di quota, trasferiti dallo Stato alla Provincia autonomia di Trento, sono diventati un luogo della memoria valorizzato anche turisticamente dal Comune di Folgaria con la collaborazione dell’Aeronautica militare: «I novemila visitatori del primo anno sono ora saliti a 17 mila – conferma Maurizio Struffi, assessore comunale alla Cultura – e cresce anche il numero delle scolaresche prenotate, per un totale di tremila studenti da aprile fino a ottobre».
Accompagnati da guide ben preparate, i ragazzi restano colpiti dai tre missili Nike-Hercules alti 12 metri, puntati verso il cielo (un quarto rimane sdraiato nell’hangar a scopo didattico), come altri 200 nel Nord-Est italiano negli anni Sessanta, macchine da guerra schierate lungo quella che Churchill chiamò la «cortina di ferro», confine anche ideologico fra i due blocchi.

La guida al Bunker di Fortezza

Ma il ripristino dell’insediamento strategico sull’altopiano di Folgaria sta facendo scuola e viene preso a modello da altre basi che negli ultimi anni sono state riconsegnate agli enti pubblici. In Friuli – altro fronte strategico Nato verso est – la disponibilità delle aree non c’è ancora, mentre in Alto Adige il recupero è già cominciato, anche con il concorso di privati. I progetti più avanzati, ma non ancora realizzati, riguardano un’altra ex base Nato a Naz Sciaves, vicino a Bressanone, che dal 1967 al 1983 fu un deposito di munizioni speciali, venne abbandonata nel 1998 e poi restituita al Comune e alla Provincia nel 2010.

Nel Bunker di Fortezza

Nel Bunker di Fortezza

I più riusciti sono quelli che hanno riaperto e svelato i bunker presso Fortezza, la cosiddetta «Opera 3», gestita dalla Provincia e ora meta di scolaresche e gruppi organizzati, e le fortificazioni di Passo Resia, in sigla «Opera 20», valorizzate dal Comune insieme all’associazione Oppidum. La Provincia di Bolzano ha raccolto nel 2004 nel volume intitolato Bunker i molteplici interventi del progetto: le numerose fortificazioni, risalenti in parte al Vallo Alpino voluto da Mussolini e poi dismesse, sono state affidate agli enti pubblici o acquistati da privati che talvolta li hanno anche ristrutturati a scopi turistico commerciali. In alcuni casi i bunker si sono rivelati adatti ad ospitare depositi di formaggi, vino e perfino whisky, in altri casi sono stati arricchiti con testimonianze belliche e inseriti in itinerari didattici e naturalistici: a Passo Resia ad esempio, in località Pian dei Morti, si presenta molto suggestiva la struttura difensiva anticarro «Denti di drago»: anche loro ormai non mordono più».

Lo sbarramento di Pian dei Morti al Passo Resia

Lo sbarramento di Pian dei Morti al Passo Resia

Per leggere l’articolo integrale: http://www.avvenire.it/Cultura/Pagine/la-seconda-vita-del-bunker.aspx

Il mito di Efesto e Atena

 

Atena ed Efesto

Il Museo degli scavi archeologici di Ostia antica espone un curioso e lungo fregio figurato in marmo lunense, che racconta il mito dello sfortunato Efesto, intrecciato a quello di Atena. È la deliziosa strip di un fumetto che risale al secondo secolo dopo Cristo e che si legge da destra a sinistra. Il fregio esalta l’ascendente di Atene sul mondo latino e celebra Efesto quale protettore dell’importante corporazione dei fabbri navali di Ostia antica.

Zeus

Nella prima scena vediamo la nascita di Atena. La dea bambina è partorita dal cranio di Zeus. La vediamo a mezzo busto e con le braccia aperte, mentre Zeus l’afferra per un braccio e, come una levatrice, la estrae dalla propria testa.Accanto a Zeus vediamo una giovane donna che corre. Si tratta di Iris, la dea messaggera, che vola ad annunciare agli dei e all’umanità il prodigio della nascita di Atena. Ma potrebbe trattarsi anche di Ilizia, la dea propiziatrice dei parti, che si allontana attonita di fronte a quel parto tanto straordinario.

La nascita di Efesto

La seconda scena descrive la nascita di Efesto. La madre Hera, adagiata su un accogliente divano, si appoggia sull’alto cuscino; con la mano si scosta il velo dal viso e osserva il neonato Efesto. Il bambino nudo barcolla malfermo sulle gambe a causa del piede zoppo e si protende con le braccia a chiedere l’aiuto della premurosa nutrice. Si noti la brocca d’acqua del primo bagnetto.

Efesto rifiutato dai genitori

La terza scena è terribilmente crudele. Hera e Zeus si liberano del piccolo e infelice Efesto e dall’alto del cielo lo precipitano sulla terra. La coppia regale dell’Olimpo porta gli attributi del rango, il fascio di folgori per lui e lo scettro per lei. Il bimbo, in caduta libera, indossa già una tunichetta corta e un berretto da lavoro, e impugna il martello e la tenaglia del fabbro, suoi segni distintivi. Fortunatamente Efesto trova a raccoglierlo una pietosa Nereide marina, che si libera del velo e lo stende sotto di lui per attutirne gli effetti della caduta. La ninfa, appoggiata a un mostro marino, un pistrice, provvederà poi a nasconderlo in fondo al mare nella grotta di Nereo.

Atena bambina

Il tentato infanticidio avviene sotto gli occhi della sorella, un’Atena ancora bambina, che vediamo appoggiarsi al ramo di un olivo su una balza rocciosa e che indossa già la sua caratteristica divisa (l’elmo, l’armatura, la lancia e lo scudo). Dietro l’ulivo si colloca la solenne figura femminile di Teti. Ai suoi piedi è il famoso scudo che Efesto forgiò per Achille e che consegnò alla madre Teti.

Hermes ed Helios

Il fregio mostra ora una galleria di divinità olimpiche, tutte collegate al mito di Efesto e Atena. Il dio Hermes (che diventerà il Mercurio dei Romani) mostra il caduceo, il suo classico attributo formato da una verga con due serpenti attorcigliati. Lo segue il dio Helios, il Sol invictus, con lo scettro, il lungo abito e il vaso rituale in mano.

Atena, Zeus ed Hera

Vediamo poi in successione Atena, rivestita dell’armatura, seguita da Zeus con un lungo scettro, e da Hera, che ha in mano il vaso rituale della phiale.

Dioniso e Afrodite

L’ultimo blocco di marmo si apre con l’immagine nuda di Dioniso, accostato a un pilastro e appoggiato sulla morbida pelle ferina. Sulla sua sinistra è una figura femminile purtroppo senza volto ma rappresentata con tale eleganza di abito e di gesti e con un corpo flessuoso che fanno pensare immediatamente ad Afrodite.

Ares e Poseidone

Le divinità successive sono Ares e Poseidone. Il dio della guerra è armato di lancia nella mano destra e di scudo nella sinistra. Il dio del mare ha il torso nudo, il mantello intorno ai fianchi e il tridente nella mano destra.

Efesto ed Erittonio

Efesto, ormai adulto, allunga una mano verso Atena accompagnato da un guizzante serpente. Si allude al pruriginoso episodio del mito, quando Atena si sottrae all’inseguimento amoroso e all’amplesso di Efesto, invaghitosi di lei, e lo sperma di Efesto si disperde in terra. La terra Gea ne è fecondata e genera Erittonio, una divinità in forma di serpente.

Atena

Vediamo infine Atena, rivestita del peplo, munita di elmo ed egida e armata di scudo e di lancia: ella indica con la mano al serpente Erittonio l’ulivo sacro dietro di lei. Si completa così la storia dell’origine mitica della città di Atene, la capitale della Grecia, con Erittonio e Atena che presiedono l’Eretteo ateniese e governano la città.

Il fregio del Museo Ostiense

Per approfondire si legga il saggio di Fausto Zevi e Maria Elisa Micheli: https://www.academia.edu/4853132/Un_fregio_tra_Ostia_e_Berlino_problemi_di_iconografia_e_di_topografia_ostiense

La Via Francigena da Bitonto a Bari

1 - Rua Fragigena

La Via Francigena del Sud, che da Roma scendeva verso i porti pugliesi d’imbarco per la Terrasanta, seguiva l’antica Via Appia Traiana romana. La Traiana entrava a Bitonto attraverso Porta Robustina e all’altezza della Cattedrale si biforcava in due tronconi: il primo, attraversando Porta Baresana, proseguiva verso la costa giungendo a Bari; l’altro passava da Porta Maia, raggiungendo Modugno e Ceglie del Campo. Il percorso verso Bari oggi proposto come Via Francigena segue via del Crocifisso, via Nenni e le strade lungo il solco della Lama Balice. Giunti sulla costa all’altezza del porticciolo di Fesca, si va a destra sul lungomare IX Maggio e poi sul Corso Vittorio Veneto fino al Castello Svevo che segna l’accesso al borgo vecchio di Bari e ai suoi tesori. Qui, ad limina Sancti Nicolai, i pellegrini seguono la Rua Fragigena e le stradine che si dirigono verso la basilica di San Nicola. L’intero percorso, se fatto a piedi, sviluppa circa venti km; la traversata della periferia barese non trasmette però esaltanti emozioni, anzi… San Nicola non si offenderà quindi se il neo-pellegrino si concentrerà sui principali siti e monumenti ricorrendo ai mezzi della modernità.

La cattedrale di Bitonto

Il portale della Cattedrale di Bitonto

Il portale della Cattedrale di Bitonto

La cattedrale di Bitonto è una delle più belle espressioni del romanico pugliese. Il suo portale centrale è molto ammirato per l’archivolto decorato di figure animali e per il sovrarco scolpito con foglie d’acanto, sorretto da una coppia di grifoni e sormontato da un pellicano, uccello simbolo dell’amore di Cristo per i suoi figli. L’architrave contiene una fascia scolpita con episodi della vita di Maria: l’annuncio dell’angelo, la visita a Elisabetta, la natività con l’omaggio dei re magi, la presentazione di Gesù al tempio. La lunetta contiene la scena dell’Anastasis: Gesù scende agli inferi tenendo in mano la croce patriarcale del suo sacrificio; con la mano destra afferra il polso di Adamo e lo aiuta a uscire dal “carcere” del peccato originale, insieme con Eva e gli altri patriarchi; di fronte a Gesù è il re David che suona l’arpa.

Il pulpito della Cattedrale di Bitonto

Il pulpito della Cattedrale di Bitonto

Lama Balice

“Lama” è in Puglia, un solco carsico, una valletta ampia e poco profonda, che dalla Murgia scende verso l’Adriatico. Caratteristico delle lame è lo sbocco a mare, costituito da baie sabbiose, che si alternano alle insenature scogliose tipiche delle coste pugliesi. La Lama Balice – protetta da un parco naturale regionale – è l’incisione carsica che attraversa la Murgia barese nei comuni di Bitonto, Modugno e Bari giungendo fino al mare. Il letto della lama era un tempo occupato dal torrente “Tiflis”, oggi prosciugato, lungo il quale sono state trovate tracce di insediamenti rupestri. Vi sorgono casali medievali (casale di Cammarata), chiese anche di antica fondazione (l’Annunziata, Madonna delle Grazie, Santa Maria di Costantinopoli), numerose masserie (Caggiano, Maselli, Framarino, Caffariello) e torri (Pingello, del Carmine, Sant’ Egidio, San Francesco), in origine importanti centri di produzione e di controllo del territorio.

Sirena bicaudata e barbuta (Cattedrale di Bitonto)

Sirena bicaudata e barbuta (Cattedrale di Bitonto)

La chiesa rurale dell’Annunziata di Campagna

La chiesa rurale dell'Annunziata

La chiesa rurale dell’Annunziata

Tra le tante reliquie della tradizione rurale del Barese proponiamo la chiesetta rurale dell’Annunziata di Campagna, sulla strada che da Bitonto conduce all’aeroporto di Bari-Palese. Quando aperta, propone al visitatore un inaspettato scrigno di dipinti. Molto interessante è il Giudizio universale affrescato sulla controfacciata. Cristo giudice pronuncia il giudizio esibendo le piaghe della passione; è circondato da un coro di angeli ed è affiancato dagli intercessori Maria e Giovanni Battista; uno stuolo di santi gli fa corona sulle nuvole del cielo. Compare la scena della risurrezione dei corpi, anche dei morti in mare e della pesatura da parte dell’arcangelo Michele. San Pietro introduce i beati nel Paradiso.

Il giudizio universale

Il giudizio universale

La basilica di San Nicola

La facciata della Basilica di San Nicola

La facciata della Basilica di San Nicola

Le mura della basilica si aprono all’improvviso nel dedalo delle viuzze della città vecchia. La Rua Fragigena è percorsa da folle di pellegrini e di turisti. Da un arco si scopre il candido profilo della vecchia chiesa. Siamo sotto il Portico dei Pellegrini. Il portale centrale meraviglia per le sue fantasiose sculture. Dentro, buio e luce, tre navate e un soffitto decorato d’intagli dorati e tele seicentesche, il ciborio e la sedia episcopale. Nella cripta i pellegrini s’inginocchiano davanti alla tomba e poggiano sulle ossa del Santo gli oggetti più diversi per caricarli di energia positiva. Vengono in pellegrinaggio sulla tomba del santo i cristiani ortodossi, in modo particolare quelli provenienti dalla Russia. Nella cripta, accanto alla tomba, vi è un altare dove gli ortodossi possono celebrare la messa. Qui, alcuni anni fa, papa Giovanni Paolo II, insieme al rappresentante del Patriarcato di Costantinopoli, accesero due lampade fuse insieme che diedero vita a un’unica fiamma, segno dell’anelito dei cattolici e ortodossi verso l’unità. Anche la vicina chiesa di San Gregorio accoglie le frequentate liturgie ortodosse.

Il Portico dei Pellegrini

Il Portico dei Pellegrini

La lampada ecumenica uniflamma

La lampada ecumenica uniflamma

La Via Traiana a Bari

10 - Cippo della Via Traiana a Bari

Bari. Lungomare Imperatore Augusto. Cippo corrispondente al CXXVIII miglio della Via Traiana proveniente da Benevento, ritrovato a nord di Bari.

11 - Basolato di Piazza Ferrarese

Bari. Piazza Ferrarese. Tratto di strada a doppio strato di basoli, con solchi carrai. La strada attraversava l’antica “Porta Mola”, edificata agli inizi del Seicento, che chiudeva a sud la città.

12 - La strada di età romana

Bari. Succorpo della Cattedrale. Probabile tratto superstite del tracciato urbano della Via Traiana. La strada lastricata è attraversata da una coppia di solchi carrai di diversa ampiezza e profondità.

Il turismo di massa all’assalto dei luoghi della memoria

Batteria tedesca a Longues-sur-Mer in Normandia

Batteria tedesca a Longues-sur-Mer in Normandia

La visita ai campi di battaglia e ai siti della storia è un’esperienza pedagogica vissuta attraverso il viaggio, una forma di coscientizzazione storica del turista. E il turismo della memoria è un turismo etico, fondato su una morale civile, e come tale soggetto a tutti i rischi e le derive delle manipolazioni e dei revisionismi storici. Non si deve tuttavia pensare che il turismo della memoria sia un prodotto di nicchia per un target minoritario. Il Ministro francese del turismo ha stimato che sono circa 20 milioni i turisti che ogni anno visitano in Francia fortificazioni, campi di battaglia, memoriali e musei storici militari.

Le spiagge dello sbarco in Normandia

Le spiagge dello sbarco in Normandia

Cosa succede quando il turismo di massa s’impadronisce dei luoghi della memoria? Se lo chiede la giornalista Geneviève Clastres (Le Monde diplomatique, marzo 2015 – Il Manifesto). Ecco alcuni stralci delle sue osservazioni e i suoi interrogativi.

Il cimitero di guerra americano a Colleville-sur-Mer in Normandia

Il cimitero di guerra americano a Colleville-sur-Mer in Normandia

«Memoriale della Shoah di Berlino, parco della Memoria a Buenos Aires, Memoriale di Drancy, lo stupa per le vittime dei khmer rossi, Museo dell’11 settembre a New York… Tutti siti realizzati negli ultimi dieci anni e che testimoniano la volontà di ancorare la memoria in luoghi simbolici. Una particolarità di questi nuovi spazi è l’attenzione all’aspetto turistico fin dalla fase di progettazione, dal momento che cresce sempre di più il numero di visitatori che non hanno alcun legame diretto con la tragedia evocata.

Il Memoriale di Fort d'Alet a Saint-Malo

Il Memoriale di Fort d’Alet a Saint-Malo

Nella Somma, ogni anno quasi duecentomila turisti ripercorrono i luoghi della battaglia che oppose francesi e inglesi alle truppe tedesche dal luglio al novembre 1916. La maggior parte dei visitatori è originaria dei paesi del Commonwealth (quasi il 60%). Molti vengono per ricordare quanto vissuto dai loro nonni o bisnonni e rendere loro omaggio. Tuttavia, in questi luoghi si vedono sempre più adulti o studenti che non hanno nessun legame di parentela con gli uomini che hanno perso la vita in guerra. Vengono per capire, scoprire, per interesse storico…

Torretta di difesa tedesca bersagliata dall'artiglieria americana (Saint-Malo, Corniche d'Alet)

Torretta di difesa tedesca bersagliata dall’artiglieria americana (Saint-Malo, Corniche d’Alet)

Questa nuova categoria di visitatori influenza il contenuto dei siti e delle mostre organizzate, che diventa più didattico rispetto a prima, a volte adattato a un pubblico giovane, spesso multilingue. A Lione, il Centro per la storia della resistenza e la deportazione ha cambiato immagine per i suoi 20 anni, e ha riaperto nel 2012 con una scenografia completamente rinnovata. Ora al suo interno si segue un percorso che si basa sul lavoro fotografico di artisti dell’epoca. Al Memoriale di Caen, la sala dedicata allo sbarco e alla battaglia in Normandia è stata anch’essa rinnovata nel 2012 con l’aggiunta di documenti, mappe in rilievo, oggetti e testimonianze.

Il cimitero militare germanico al Passo della Futa

Il cimitero militare germanico al Passo della Futa

La diffusione e l’internazionalizzazione dei luoghi della memoria pongono delle questioni. Come condividere lo spazio tra visitatori e vittime (o discendenti di queste ultime), che non hanno le stesse aspettative? Come evitare comportamenti irrispettosi, gestire le diverse percezioni del rapporto con la morte, della cultura del ricordo, dell’aspetto religioso? Come rendere possibile momenti di raccoglimento tra pullman turistici e scolaresche? Con oltre un milione e mezzo di visitatori all’anno, il cimitero statunitense di Omaha Beach (Calvados) è diventato un vasto campo da gioco dove ognuno si mette in posa in mezzo a miriadi di croci bianche. Rimane ancora posto per le famiglie dei soldati?

Cacciacarri M10 Volverine nel parco dell'Historiale di Cassino

Cacciacarri M10 Volverine nel parco dell’Historiale di Cassino

Le vittime dirette e i loro discendenti non si ritrovano più in questi luoghi sovraffollati. Preferiscono riunirsi in posti che hanno un senso per loro e in date intimamente legate alla loro tragedia personale, spiega Brigitte Sion, giornalista e ricercatrice che ha lavorato al Memoriale della Shoah a Berlino e a quello dei desaparecidos di Buenos Aires. Nel marzo 2014, il prezzo del biglietto d’entrata al Museo dell’11 settembre di New York, fissato all’equivalente di 24 euro, ha suscitato polemiche. È giusto far pagare l’accesso a un luogo della memoria?

Anzio. Il Museo dello sbarco

Anzio. Il Museo dello sbarco

In uno slancio ecumenico, l’Organizzazione delle Nazioni unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco) è spesso chiamata in causa per dare il riconoscimento di un «eccezionale valore universale» a siti legati ad avvenimenti tragici. Tra il 1978 e il 1999, l’Isola di Gorée (tratta degli schiavi 1978), Auschwitz Birkenau (seconda guerra mondiale, 1979), la cupola del Memoriale della pace di Hiroshima (bomba atomica, 1996), Robben Island (carcere dell’apartheid, 1999) sono stati iscritti nell’elenco del patrimonio mondiale dell’umanità. Certo, la creazione dell’Unesco dopo la seconda guerra mondiale aveva lo scopo di favorire la pace e il dialogo interculturale. Ma i luoghi legati a guerre, massacri, sevizie possono creare questo legame? Inoltre, come attribuire un eccezionale valore universale a spazi difficili da cogliere, dal punto di vista materiale o nella loro dimensione tragica?

Segnalo i miei approfondimenti sul turismo della memoria nella sezione del sito dedicata alla Linea Gustav: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html

L’Acquedotto Pugliese. Camminare sull’acqua

Cippo segnalatore della condotta sotterranea dell'Acquedotto Pugliese

Cippo segnalatore della condotta sotterranea dell’Acquedotto Pugliese

Il percorso sotterraneo dell’Acquedotto pugliese offre lo spunto per originali escursioni a piedi o in bicicletta. Dove il tracciato superficiale lo consente è possibile creare percorsi – brevi o lunghi – che collegano i centri più belli della Puglia lungo l’asse principale di adduzione che sfrutta le ricche sorgenti dell’Irpinia e scende lungo la terra di Bari e il Salento, con una diramazione importante verso la Daunia.

Le vie dell’acqua

La traccia dell'Acquedotto Pugliese nel Bosco Finizio a Castel del Monte

La traccia dell’Acquedotto Pugliese nel Bosco Finizio a Castel del Monte

Il “fiume nascosto” che attraversa i diversi ambienti del paesaggio pugliese è fruibile, grazie ad un progetto finanziato dalla Regione Puglia e realizzato dall’Acquedotto Pugliese, per passeggiate a piedi e in bicicletta. Un progetto che sostiene un turismo diverso, eco-sostenibile e rispettoso della storia e dei luoghi interessati. Il tracciato, secondo percorso ciclabile europeo su acquedotto, è parte dell’Itinerario ciclabile nazionale n. 11 (ciclovia degli Appennini) della rete Bicitalia. I lavori, in particolare, hanno interessato il tratto compreso tra Cisternino e Ceglie Messapica, per un totale di circa 10 chilometri, e rappresentano il primo stralcio di un grande sistema della ciclovia dell’Acquedotto di oltre 250 Km, inserita nel piano della rete ciclabile regionale pugliese. L’intervento ha riguardato la strada di servizio dell’Acquedotto Pugliese da Figazzano, contrada del comune di Cisternino, in corrispondenza dell’incrocio sulla Via dei Trulli e fino all’incrocio della SP 3bis Martina Franca – Ceglie Messapica nel comune di Ceglie Messapica. Numerosi altri itinerari sono stati studiati e proposti dalle guide turistiche nazionali (come il “Giro in Italia” del Touring Club e “Greenways in Italia” di Alleanza Assicurazioni e De Agostini) e dalle associazioni escursionistiche locali.

La storia

L'acquedotto raggiunge Bari (Duilio Cambellotti)

L’acquedotto raggiunge Bari (Duilio Cambellotti)

Con i suoi 21.000 chilometri di percorso reticolare, pari a trenta volte la lunghezza del Po, l’Acquedotto Pugliese è oggi fra le più imponenti opere d’ingegneria idraulica del mondo. Il canale principale – lungo 244 chilometri – parte dalle sorgenti della Sanità di Caposele (AV) e termina nei pressi di Montefellone, nell’agro di Martina Franca (TA). Iniziata nel 1906, la costruzione del canale principale impiegherà più di dieci anni per la sua ultimazione. Esso procede in galleria per lunghi tratti, interrotti da attraversamenti in trincea o in ponti canale, come la famosa galleria Pavoncelli che unisce la valle del Sele a quella dell’Ofanto. Tra i passaggi più impervi, quelli di Vallecamere, Santamaria dei Santi, Toppo Pescione: nomi difficili da ricordare, quasi impossibili da rintracciare nelle carte, oggi come allora. Territori sconosciuti all’uomo e dominati dalla flora selvatica. Cento cantieri aperti lungo il tracciato, 22 mila operai impiegati, sessanta ingegneri, oltre quattrocento tecnici. Trenta depositi di dinamite per vincere le montagne. Dal massiccio del Cervialto a Santa Maria di Leuca, l’acqua sprofonda in gallerie per 97 chilometri, corre in trincee per 103, si solleva su ponti per otto chilometri e mezzo, scende e risale nei sifoni per più di sette.

Gli impianti visitabili

L'acquedotto raggiunge Lucera (Duilio Cambellotti)

L’acquedotto raggiunge Lucera (Duilio Cambellotti)

Gli appassionati potranno visitare i siti più importanti dell’Acquedotto Pugliese: le sorgenti Sanità di Caposele e il gruppo sorgentizio di Cassano Irpino; i potabilizzatori dei bacini artificiali del Pertusillo, del Fortore, del Sinni e del Locone; l’impianto di sollevamento di Parco del Marchese nell’agro di Laterza, la centrale idroelettrica di Battaglia nell’agro di Villa Castelli di Brindisi; la cascata monumentale di Santa Maria di Leuca, punto terminale del sistema idrico pugliese.

Il Palazzo dell’acqua a Bari

L'acquedotto in vista di Castel del Monte (Duilio Cambellotti)

L’acquedotto in vista di Castel del Monte (Duilio Cambellotti)

Il Palazzo, sede storica dell’Acquedotto Pugliese e realizzato tra il 1925 e il 1935, s’ispira allo stile romanico pugliese di transizione e s’inserisce nel contesto architettonico di una Bari che si proietta nella modernità. É decorato e arredato sul tema dell’acqua da Duilio Cambellotti, l’artista romano che ne ha curato il disegno architettonico, la decorazione pittorica, i pavimenti, gli arredi, l’illuminazione, i tappeti e le maniglie per gli ambienti di rappresentanza.

La rete di distribuzione dell'Acquedotto Pugliese (Duilio Cambellotti)

La rete di distribuzione dell’Acquedotto Pugliese (Duilio Cambellotti)

Venezia. L’idrografia infernale di Tintoretto

Il Giudizio universale di Tintoretto nella chiesa della Madonna dell'Orto a Venezia

Il Giudizio universale di Tintoretto

A Venezia, nel sestiere di Cannaregio, in prossimità della suggestiva laguna di settentrione, sorge la chiesa di San Cristoforo, detta della Madonna dell’Orto. Essa è sede di una grande tela del Tintoretto dipinta nel 1562 e dedicata al Giudizio universale. Questa tela è un unicum nella rappresentazione del Giudizio. Il fuoco dell’Inferno qui non esiste. Al suo posto c’è un fiume d’acqua che rompe gli argini e con le sue cateratte procura una disastrosa alluvione che travolge uomini e cose. La corrente torrenziale nasce da lontanissime sorgenti, si direbbe dalle viscere del quadro, ma poi s’ingrossa, precipita dall’argine, si confonde con la terra, le piante, il fango, i corpi dei risorti, gli scheletri dei risorgenti. Tintoretto realizza una sintesi potente tra il Giudizio divino e il Diluvio universale che già punì i peccatori all’epoca di Noè, secondo il racconto della Genesi: «le acque del diluvio furono sopra la terra; eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. Cadde la pioggia sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo» (Gen 7). Il ruolo punitore delle acque è presente anche nel libro della Sapienza («Si metterà in fermento contro di loro l’acqua del mare e i fiumi li travolgeranno senza pietà» – Sap 5,22) e nei Salmi: «Liberami dal fango, perché io non affondi, che io sia liberato dai miei nemici e dalle acque profonde. Non mi travolga la corrente, l’abisso non mi sommerga, la fossa non chiuda su di me la sua bocca» (Sal 69,15-16).

Le acque infernali

Le acque infernali

Tintoretto, a sottolineare ulteriormente il carattere punitore delle acque, introduce il tema della barca di Caronte che traghetta le anime dei dannati verso i lidi infernali e la città di Dite. Come anche nel Giudizio di Michelangelo, la barca di Caronte collega la teologia del tempo alle fonti classiche. Nella mitologia classica l’Inferno è il luogo in cui scorrono e s’incrociano diversi fiumi: il fiume del pianto (Cocito), il torrente di fuoco (Piriflegetonte), la corrente di dolore (Acheronte) e il fiume dell’odio (Stige). Nel canto XIV dell’Inferno Virgilio spiega a Dante l’origine dei fiumi infernali che nascerebbero dalle profonde fessure che incrinano dall’alto al basso la statua del Veglio di Creta, e da queste fessure colano lacrime, un pianto ininterrotto che, raccogliendosi sul fondo della grotta, va a formare l’unico fiume che scende poi nella voragine infernale, chiamandosi di volta in volta Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito («Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta
/ d’una fessura che lagrime goccia,
/ le quali, accolte, fóran quella grotta. / Lor corso in questa valle si diroccia;
/ fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;
/ poi sen van giù per questa stretta doccia,
/ infin, là ove più non si dismonta,
fanno Cocito; e qual sia quello stagno
tu lo vedrai, però qui non si conta» – Inferno XIV, 112-20).

Il Giudizio e il Paradiso

Il Giudizio e il Paradiso

A presiedere il Giudizio è il Cristo, sceso dall’empireo e venuto a sedersi sulle nuvole. Lo affiancano Giovanni il Battista e la madre Maria nel ruolo degli intercessori. La doppia sentenza di salvezza e di condanna è simboleggiata da due particolari: dalla bocca del Cristo spuntano a un tempo la spada della giustizia e il giglio della misericordia; le mani del Cristo sono rivolte ai giusti nel gesto dell’accoglienza e ai malvagi nel gesto del rifiuto.

Il Paradiso

Il Paradiso

La struttura verticale della tela costringe Tintoretto a collocare in prospettiva, su più piani digradanti, il tribunale celeste e la corte dei beati. Una presenza originale, prossima al Cristo, è quella delle virtù teologali personificate: molto tenera è la figura della Carità che si slancia verso Gesù tenendo in braccio i due bimbi che allatta. Si riconoscono poi gli apostoli (ad esempio Andrea con la croce e Bartolomeo con la pelle del martirio), i profeti e i martiri (Caterina d’Alessandria, Lorenzo e Sebastiano). Intrecciati al flusso ascendente dei beati si lanciano in picchiata verso la terra i quattro angeli tubicini che fanno squillare le loro trombe per risvegliare i morti e il grande arcangelo Michele ponderator che gestisce la bilancia a doppio piatto per la pesatura delle anime.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Sotto la descrizione dei fiumi infernali e dei dannati portati tra la perduta gente, vediamo la scena impressionante e potente della risurrezione dei corpi. I morti emergono dalle tombe o dalla nuda terra ancora sporchi di terriccio e delle radici delle piante. Gli scheletri riacquistano la carne, i muscoli e la pelle. I risorti, ancora storditi, prendono progressiva coscienza del loro destino. Un angelo plana sulla terra e abbraccia un beato, strappandolo alla terra per portarlo in cielo.

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html