Giacomino da Verona e la cucina infernale

4 - La punizione dell'avarizia copia

L’Inferno è una grande cucina. Si comincia con l’elemento infernale più ovvio – il fuoco – che viene utilizzato per arrostire i dannati sullo spiedo. Si utilizza poi la caldaia, per cuocervi i minestroni infernali. E non manca la macelleria degli uncini, delle asce e dei coltelli per sezionare i dannati. Si perviene così alla più completa metamorfosi gastronomica, con la trasformazione dell’inferno in rosticceria, dei diavoli in cuochi e dei dannati in pietanze.

Lisbona Inferno

Esiste anche una gustosa (verrebbe anzi da dire succulenta) versione letteraria dell’arrosto infernale. Ė la scrittura arcaica di Giacomino da Verona, un fraticello veronese vissuto nel Duecento. La sua operetta De Babilonia civitate infernali, insieme con la De Yerusalem cœlesti, è una descrizione dei luoghi dell’aldilà, scritta in un italiano primitivo, ricco d’immagini ingenue e corpose. Su un dannato – scrive Giacomino – piomba Belzebù e lo mette ad arrostire come una bella porchetta sul fuoco. Dopo averlo condito con un delizioso intingolo lo invia a Lucifero, il quale lo respinge però sdegnato, accusando il cuoco che la carne è ancora cruda. Ecco il testo originale di Giacomino da Verona.

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Staganto en quel tormento, sovra ge ven un cogo, çoè Balçabù, de li peçor del logo,
ke lo meto a rostir, com’un bel porco, al fogo, en un gran spe’ de fer per farlo tosto cosro.
E po’ prendo aqua e sal e caluçen e vin e fel e fort aseo e tosego e venin
e sì ne faso un solso ke tant e bon e fin ca ognunca cristïan sì ’n guardo el Re divin.
A lo re de l’inferno per gran don lo trameto, et el lo guarda dentro e molto cria al messo:
“E’ no ge ne daria” ço diso “un figo seco, ké la carno è crua e ’l sango è bel e fresco.
Mo tornagel endreo vïaçament e tosto, e dige a quel fel cogo k’el no me par ben coto,
e k’el lo debia metro col cavo en çó stravolto entro quel fogo ch’ardo sempromai çorno e noito.
E stretament ancor dige da la mia parto k’el no me’l mando plui, mo sempro lì lo lasso,
né no sia negligento né pegro en questo fato, k’el sì è ben degno d’aver quel mal et altro”.
De ço k’el g’e mandà no ge desplase ’l miga, mai en un fogo lo meto, ch’ardo de sì fer’ guisa
ke quanta çent è al mondo ke soto lo cel viva, no ne poria amorçar pur sol una faliva.

(Stando in quel tormento sopraggiunge un cuoco, cioè Belzebù, uno dei peggiori diavoli dell’inferno, che lo mette ad arrostire al fuoco, come un bel porco, infilato in un grande spiedo, per farlo cuocere in fretta. E poi prende acqua e sale e fuliggine e vino e fiele e forte aceto e tossico e veleno, facendone una salsa tanto buona e fine che ogni cristiano sia salvaguardato dal re divino. Al re dell’Inferno lo invia come dono e questi lo guarda bene e grida forte al messo: <<Non gliene darei – disse – un fico secco, perché la carne è cruda e il sangue è ancora fresco. Ma portaglielo indietro velocemente e subito e di’ a quel cuoco vigliacco che non mi sembra ben cotto e che lo deve mettere col capo in giù capovolto in quel fuoco che arde sempre giorno e notte. E sempre da parte mia digli categoricamente di non mandarmelo più e di lasciarlo sempre lì e che nel rispettare quest’ordine non sia né negligente né pigro perché quel peccatore è ben degno di questa pena e di altro ancora>>. Al diavolo cuoco non dispiace mica ciò che Belzebù gli manda a dire, anzi mette il peccatore in un fuoco che arde in modo così rovente che tutta quanta la gente che vive al mondo sotto il cielo, non ne potrebbe spegnere nemmeno una sola favilla).

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