Le Pagliare di Opi

Ferro di cavallo, tradizionale talismano portafortuna

Ferro di cavallo, tradizionale talismano portafortuna

Siamo a Opi, nel Parco nazionale d’Abruzzo, sul percorso del Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, là dove il fiume Sangro s’infila nella Foce, la prima delle gole che incontrerà nel suo percorso. Ai piedi del borgo di Opi si distende l’insediamento delle Pagliare. In Abruzzo il termine pagliare definisce quei villaggi agro-pastorali di montagna che accolgono d’estate i pastori-agricoltori provenienti dai paesi di fondovalle: le pagliare sorgono ai margini dei pascoli e dei campi coltivati d’altura e ospitano l’abitazione familiare, la stalla, il fienile, il laboratorio e il magazzino. Ma qui a Opi le Pagliare, pur mantenendo il loro carattere di vetusta architettura spontanea delle terre alte, hanno una connotazione del tutto originale. Si tratta di edifici destinati esclusivamente a stalle e fienili.

Le stalle di Opi

Le stalle di Opi

Gli allevatori hanno le loro abitazioni in paese, separate dunque fisicamente dai ricoveri degli animali. Il villaggio è organizzato su più file parallele di caratteristiche stalle. Molte di queste sono abbandonate, ma altre sono ancora attive e frequentate, in una simbiosi di operosità agricola e zootecnica. L’impianto ‘urbanistico’ risale al Settecento e, all’epoca, rappresentò un intervento molto avanzato, forse unico, per la separazione delle stalle dalle abitazioni.

Gruppo di stalle

Gruppo di stalle

L’itinerario

Varchi per lo stivaggio del fieno

Varchi per lo stivaggio del fieno

L’accesso alle Pagliare di Opi è semplice ed evidente. Si trovano sotto il livello stradale della statale 83 che attraversa tutto il Parco, nei pressi dell’incrocio con le due strade che salgono rispettivamente a Opi e alla Forca d’Acero. I pannelli informativi forniscono le informazioni essenziali. Ciascuna fila di edifici comprende una sequenza di stalle diverse. Esse sfruttano il declivio del terreno e si strutturano su due piani: il piano alto, accessibile direttamente dalla sterrata a monte, è dotato di un’apertura con la porta in legno, che dà accesso al vano di stivaggio del fieno. Aggirando la pagliara sulla sterrata a valle, si ha accesso al piano basso che accoglie gli animali e le mangiatoie. In passato le stalle hanno ospitato – e ancora oggi accolgono – bovini, cavalli, pecore e capre, animali da cortile e in particolare i muli, utilizzati soprattutto nelle carovane per il trasporto del legname.

Stalla diroccata

Stalla diroccata

L’acqua è fornita da un’antica fontana che sfrutta una sorgente locale e da un fontanile costruito di recente. Le pagliare sono affiancate da depositi di legna da ardere, da mucchi di letame, di strame e da covoni di fieno. In basso sono i piccoli orti accuratamente coltivati per l’autoconsumo. Dopo il terremoto che colpì le aree del parco nel 1984, la riparazione dei danni ha consentito la ristrutturazione di alcuni ambienti e la fornitura di servizi essenziali come l’elettricità. I racconti degli allevatori locali fanno affiorare gli elementi di continuità con il passato remoto ma anche la discontinuità segnata dalle politiche di gestione del territorio da parte del Parco e del Comune. Affascinanti sono le loro storie sui mulattieri, il tratturo, le grandi nevicate, i lupi, i bracconieri, le pecore rapite ai pastori transumanti, il passaggio della guerra.

Il fontanile delle Pagliare

Il fontanile delle Pagliare

Il progetto di riqualificazione

Progetto di riqualificazione

Progetto di riqualificazione

Il Comune di Opi e il Dipartimento di pianificazione design tecnologia dell’architettura dell’Università Sapienza di Roma, hanno avviato nel 2014 una collaborazione per definire possibili interventi di riqualificazione e sviluppo architettonico, tecnologico ed energetico dell’area Pagliara di Opi. Lo studio preliminare è stato mirato a individuare le tipologie d’intervento da adottare per il recupero di fabbricati e la creazione di strutture ricettive, attività produttive, turistico didattiche, di produzione agricola e allevamento e servizi. L’obiettivo è fornire una nuova destinazione ai fabbricati dell’area, avviando una riqualificazione graduale così da portare, in un quadro integrato e programmato, allo sviluppo di un’area unica nel suo genere in tutta la zona Parco. Le caratteristiche di borgo rurale dell’area la rendono perfetta per la riconversione in centro visita didattico a vocazione turistica, produttiva, artigianale, agricola e di allevamento.

Pietra forata per legare gli animali da soma

Pietra forata per legare gli animali da soma

Suggerisco di visitare la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

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Passeggiata archeologica sui pianori dell’Acquarossa

Via Publica Ferentiensis

Via Publica Ferentiensis

La Tuscia è un immenso giacimento archeologico. Rovistare sotto terra alla ricerca di tesori nascosti è una passione diffusa. Hanno cominciato a farlo occultamente i tombaroli. Ma poi sono arrivati gli archeologi delle Soprintendenze, le missioni archeologiche estere, i ricercatori dei beni culturali delle Università. Ed è grazie al loro lavoro che gli escursionisti curiosi possono visitare oggi antiche testimonianze del mondo etrusco, romano e medievale, in un contesto naturalistico originale e in quadro paesaggistico molto gratificante.

La sorgente dell'Acquarossa

Gli scavi di Fèrento e dell’Acquarossa si trovano su due pianori, entrambi prospicienti sul fosso dell’Acquarossa, circa otto chilometri a nord di Viterbo, lungo la via Teverina. Si può iniziare la visita proprio dalla sorgente dell’Acquarossa, che un meritevole lavoro di restauro ambientale ha reso accessibile. Un cartello la segnala a pochi metri dall’innesto sulla via Teverina della strada provinciale dell’Acquarossa (che proviene da Bagnaia e dall’uscita della supestrada Orte-Viterbo).

La sorgente Acqua Rossa

La sorgente Acqua Rossa

Si scende nel sottostante mondo d’ombra del fosso, dove la rigogliosa vegetazione riparia nasconde un’insospettata sorgente. Essa origina alcune cascatelle, una piscina e alimenta un torrente che s’incanala impetuoso nella forra rocciosa. Il colore rosso dell’acqua è dovuto all’alta concentrazione di minerale ferroso. Sono presenti i ruderi di un mulino e di un vecchio impianto industriale che sfruttava le esalazioni gassose d’idrogeno solforato e di anidride carbonica.

Il percorso archeologico dell'Acquarossa

Pochi passi ci conducono alla strada di accesso agli scavi del sito etrusco di Acquarossa. Il percorso archeologico, chiuso da un cancello, è accessibile nei weekend. Una serie di totem e di pannelli informativi raccontano gli scavi condotti dagli archeologi dell’Istituto svedese di studi classici di Roma e delle università svedesi di Stoccolma, Uppsala, Lund e Goteborg. A questa campagna di scavi degli anni Sessanta e Settanta partecipò anche il re Guastavo VI Adolfo di Svezia. La stradina risale il colle e conduce al Pian del Sale e all’area monumentale, con i templi, la casa degli arieti e la casa dell’acroterio. Bel panorama sulla Tuscia col profilo di Montefiascone in evidenza sulla skyline del vulcano vulsino.

L'abitato etrusco

L’abitato etrusco

Il colle di Ferento è qui di fronte a noi, ma il passaggio diretto attraverso il fosso è impraticabile. Occorre quindi tornare sulla provinciale, innestarsi sulla Teverina e imboccare a destra la Ferentana. Due chilometri di strada ci conducono all’area archeologica. Il colle di Pianicara è stato abitato prima dagli etruschi e poi dai romani; l’insediamento umano rimase vivo anche in età medievale, quando vi fu costituita una diocesi, ma fu distrutto dai viterbesi nel 1170. Gli scavi furono realizzati da Luigi Rossi Danielli alla fine dell’Ottocento e proseguono tuttora a cura dell’Università della Tuscia.

La platea del teatro

La platea del teatro

I monumenti di maggiore evidenza sono il teatro e le terme. Il teatro è anche utilizzato per spettacoli estivi all’aperto. L’area è attraversata dalla Via Publica Ferentiensis, che mostra i basoli originari con i solchi dei carri. La strada romana collegava la Cassia viterbese ai porti fluviali sul Tevere. La passeggiata può così essere proseguita sulla strada sterrata Ferentana, erede della Ferentiensis, che scende dal colle, traversa campi, poderi e masserie, e si dirige verso Grotte Santo Stefano.

Il teatro di Ferento

Il teatro di Ferento

Il borgo antico di Celleno

Il borgo antico di Celleno

Il borgo antico di Celleno

Non è difficile arrivare a Celleno. Si trova nella Tuscia, lungo l’ondulata Via Teverina che congiunge Viterbo a Bagnoregio. Il vero problema, però, non è sapere dove si trovi e come ci si arrivi ma, semmai, ‘perché’ visitarlo. Il nucleo medievale di Celleno antico è un borgo abbandonato. E per andarci occorre dunque possedere un po’ di curiosità e passione per le ghost town, le ‘belle addormentate’ e le città ‘morte’, per quei paesi e borghi definiti di volta in volta ‘fantasma’, ‘abbandonati’, ‘perduti’, ‘nascosti’, ‘dismessi’.

La visita

Il castello Orsini

Il castello Orsini

Dopo aver attraversato il paese nuovo, si prosegue per un km e mezzo costeggiando un antico convento e scendendo nella piazza principale di Celleno antico. Il borgo medievale si staglia davanti a noi, scenograficamente arroccato sopra una rupe tufacea. Vi si sale per la suggestiva (e ripida) Via del Ponte, passando sotto un arco, con arrivo su una bella piazzetta. Un arcigno ponte coperto scavalca con due archi il fossato e conduce al portone d’ingresso del Castello che nel Cinquecento ospitò la nobile casata degli Orsini. La vicina chiesetta di San Carlo ha un bel portale di basalto. Di fronte si trova l’antica chiesa romanica di San Donato col suo bel campanile quadrato; dietro il portale, il tetto è crollato e l’interno è invaso da alberi e piante infestanti. La piazza è infine chiusa da un elegante palazzetto a tre piani, restaurato. Si percorrono ora l’una o l’altra delle stradine che percorrono il borgo antico; colpiscono soprattutto le vecchie abitazioni sventrate, le finestre vuote e aperte sul cielo, gli interni spettrali, le scale franate. Le numerose cantine e le cavità sottostanti ai diversi edifici, sono difficilmente raggiungibili perché interrate o pericolanti: sono le cellae latine, le cavità scavate nella rupe tufacea, che hanno probabilmente dato il nome al paese. Dalle stradine laterali si godono bei panorami sul verde paesaggio della Tuscia, punteggiato da minuscoli borghi turriti e isolati.

Le rovine del borgo

Le rovine del borgo

L’abbandono

La facciata di un palazzo crollato

La facciata di un palazzo crollato

Il paese antico – escludendo il nucleo medievale intorno al castello – non è in realtà disabitato. La chiesa di San Rocco ha un bel portale scolpito e una cappella affrescata: gli arredi liturgici sono un indizio di una comunità ancora attiva. Alcune belle case borghigiane sono aperte e frequentate. Depositi, magazzini e laboratori svolgono ancora le loro funzioni. Gli esercizi commerciali sono però chiusi e i cartelli ‘vendesi’ sono numerosi. Se si ripercorre la storia di Celleno, si deve certamente ammettere che si tratta di una città sfortunata e martoriata. Vittima della guerra tra Romani ed Etruschi, saccheggiata da Goti e Longobardi, stretta tra guelfi e ghibellini, contesa tra Orvieto e Viterbo, subì una strage di abitanti in una battaglia durante la dominazione francese; fu poi devastata da due terremoti alla fine del Seicento e a metà dell’Ottocento e decimata da un’epidemia di tifo petecchiale. Da ultimo il basamento di tufo ove poggia il borgo è soggetto a una lenta e progressiva erosione; le frane stanno mettendo in serio pericolo la sua stabilità.

Il palazzetto restaurato

Il palazzetto restaurato

La comunità del Convento

Il Convento di San Giovanni

Il Convento di San Giovanni

Eppure, del tutto in controtendenza con il progressivo abbandono, va registrata la bella esperienza di un gruppo di famiglie bresciane che nel 1981 scoprirono il borgo e decisero d’insediarsi nel limitrofo Convento di San Giovanni Battista, restaurandolo e rivitalizzandolo. Oggi il Convento è gestito da queste famiglie “unite in un’esperienza comunitaria, fondata su valori umanitari e vissuta nella condivisione: obiettivi, speranze, esperienze, denaro, gioie, dolori, la vita”. La comunità vuole mettere in pratica quotidianamente valori come la solidarietà, la giustizia, il rispetto per la dignità umana e per il pensiero altrui, l’anticonsumismo, lo scambio, l’incontro autentico tra esseri umani, tenerezza e amore. E così oggi, grazie alla testimonianza di queste famiglie, il convento ha rivitalizzato il borgo, ospitando convegni, ritiri e incontri spirituali, soggiorni di gruppi e campi scuola, corsi e stages di discipline orientali. Il Convento merita una visita attenta. Apprezzerete il chiostro affrescato, la cappella con l’abside romanica e il parco.

Affresco settecentesco nel chiostro

Affresco settecentesco nel chiostro

Per approfondire

Il tema dei borghi abbandonati è oggetto di una vivace pubblicistica. Segnalo le ricerche di Antonella Tarpino, di Vito Teti, del ‘paesologo’ Franco Arminio, dell’’abbandonologa’ Carmen Pellegrino e le “Geografie dell’abbandono. La dismissione dei borghi in Italia” (su http://www.lablog.org.uk e http://www.issuu.com). Tra i diversi siti specializzati si segnala http://www.paesifantasma.it con bibliografia. Gli aspetti geologici del territorio della Tuscia sono documentati nel Museo geologico e delle frane di Civita di Bagnoregio e nel Piano di salvaguardia delle Forre del Viterbese. Segnalo anche i siti istituzionali del Comune di Celleno e le esperienze di associazione tra i comuni (www.galinteverina.it; http://www.consorzioteverina.it). Le proposte del Convento di San Giovanni Battista sono descritte nel sito http://www.conventocelleno.it/.

L'abside romanica del Convento

L’abside romanica del Convento

Venezia. Le visioni escatologiche nella basilica di San Marco

La Basilica di San Marco è la cattedrale di Venezia e la sede del Patriarca. L’immagine della piazza, del campanile, della sua facciata con le cupole sullo sfondo è una delle ‘cartoline’ più fotografate in Italia. Nel principale monumento della città, autentica enciclopedia d’arte cristiana, proponiamo un tour a soggetto, dedicato alle immagini dell’aldilà.

 Il Giudizio finale sulla facciata

1 - Il Giudizio universale sulla facciata

Il primo incontro con l’escatologia cristiana avviene esattamente all’ingresso della basilica. La terza arcata, quella centrale, accanto agli importanti cicli di sculture romaniche, mostra un grande Giudizio finale realizzato nella semicalotta dell’arco, con le due scene della Deesis e della risurrezione dei morti. Il mosaico originale è stato rifatto nel 1836-8 da Liborio Calandri su cartone di Lattanzio Querena. Gesù scende dal cielo e viene a sedersi sulle nuvole, aiutato da un angelo e osservato dai serafini, per pronunciare la sua sentenza sul destino dell’umanità. Indossa una tunica bianca e un mantello azzurro; mostra le ferite della passione e ha un nimbo luminoso crociato sul capo; con la mano sinistra abbraccia la pesante croce del suo martirio, agevolato da un angelo. Ai lati i due intercessori pregano in ginocchio: sono la madre Maria, col capo velato e le mani incrociate sul cuore, e Giovanni Battista il precursore, con la croce astile e l’abito eremitico. Due angeli tubicini suonano le trombe che chiamano i morti a risorgere. E vediamo infatti i corpi risorgenti che si sollevano dalle tombe e si liberano dei sudari mortuari. A sinistra i risorti acclamano al giudice ed elevano preghiere di ringraziamento: sono gli eletti. A destra i risorti hanno i capelli dritti e mostrano gesti di spavento: sono i dannati.

La discesa al Limbo

2 - La discesa al Limbo

La scena dell’Anastasis ricorre due volte nella Basilica di San Marco. La prima si trova sulla facciata esterna, nella seconda lunetta da sinistra, in alto. Gesù Cristo con le piaghe della passione, il sudario svolazzante e il vessillo della vittoria sulla morte, abbatte le porte dell’inferno guardate da un inquietante diavolo e libera gli spiriti dei giusti: Mosè con i corni di luce sul capo e le tavole della legge, il buon ladrone con la croce, Adamo ed Eva con i fianchi cinti di foglie di fico, il re Davide e altri vegliardi. L’iscrizione latina spiega l’immagine: visitat infernum regnum pro dando supernum patribus antiquis dimisis Christus iniquis quis fractis portis spoliat me campio fortis.

3 - Anastasis

La seconda scena si trova sulle volte sotto la cupola dell’Ascensione. Anche qui vediamo il Cristo trionfante con la croce in mano che prende per mano Adamo ed Eva e li libera dalla prigione, attirandoli a sé. Gesù ha sfondato le porte dell’inferno, che giacciono rotte a terra tra una miriade di chiodi, cerniere e chiavistelli, e schiaccia sotto i piedi il diavolo canuto che le vigilava. La scena è osservata dai re e dai sapienti dell’antico testamento e commentata da un’iscrizione ispirata a Osea: «Li strapperò di mano agli inferi, li riscatterò dalla morte. Dov’è, o morte, la tua peste? Dov’è, o inferi, il vostro sterminio?» (Os 13,14).

 La cupola del Battistero

4 - La seconda parusia e gli angeli del Giudizio

Ci spostiamo ora nel Battistero per osservare il Giudizio finale nella cupola che sovrasta l’altare. Qui la decorazione a mosaico risale alla metà del Trecento e raffigura la seconda venuta del Signore circondato dai nove cori degli angeli. Ed è proprio la cura nel descrivere gli attributi degli angeli che fa di questa cupola un documento importante dell’iconografia cristiana. Gesù Cristo appare in un cielo sfolgorante di raggi luminosi, sostenuto da due cherubini che hanno sei ali ciascuno e circondato da un primo cerchio di nove serafini rossi. Il secondo cerchio descrive più analiticamente la corte celeste. Ai piedi del Cristo, a guardia del suo trono, troviamo un Cherubino con quattro coppie di ali, le gambe nude e un medaglione sul petto con la scritta siencie plenitudo che allude alla pienezza della scienza teologica. Procedendo in senso orario troviamo il Serafino seduto sul trono dell’etimasia, con lo scettro in mano. Lo segue il Principato, seduto su uno sgabello con le gambe incrociate (simbolo di ponderatezza), rivestito di corazza e armato di elmo e spada sguainata. La Potestà è impegnata a incatenare Lucifero sul fondo dell’Inferno. L’angelo delle Virtù presiede alla risurrezione dei morti e richiama alla vita una mummia giacente tra i due simboli del fiume paradisiaco e della cavità fiammeggiante dell’inferno. Un Angelo e un Arcangelo, intorno a una fossa comune piena di risorgenti, sollevano due beati, li liberano dalle fasce mortuarie e li conducono in cielo. All’angelo delle Dominazioni è affidata la psicostasia: egli pesa le anime dei risorti su una bilancia a doppio piatto e tiene a bada con una lancia il demonio che cerca di alterare l’esito della pesatura. Infine vediamo il Trono seduto sulla volta del cielo stellato, vestito di abiti e calzature preziose, con lo scettro in mano e la corona sul capo.

Il mosaico del Paradiso

5 - Il Paradiso

Dietro la tribuna della parete settentrionale della navata centrale è visibile un grande mosaico seicentesco dedicato al Paradiso. L’iscrizione recita: Hic Paradisus adest hic servans hostia Petrus quem reserat dignis omnibus ipse viris; si allude al ruolo di custode di San Pietro che provvederà ad aprirne le porte per accogliervi i beati. La visione è dominata in alto dalla Trinità: Dio Padre e il Figlio Gesù abbracciano il globo e reggono lo scettro della signoria sul creato, mentre la colomba dello Spirito santo effonde la sua luce, sullo sfondo dei cori degli angeli. Gesù è affiancato dalla madre Maria, con la corona di stelle sul capo. Gli angeli in volo accolgono festosamente i beati agitando il cartiglio con la sentenza di Gesù: «Venite, benedetti del padre mio». La grande schiera dei beati propone il classico gioco del who’s who. Vicino a Maria si riconoscono agevolmente Giovanni Battista con la pelliccia di peli di cammello e San Giuseppe con il bastone fiorito. Prossimi sono anche i dodici apostoli: Paolo ha la spada e le lettere, Andrea porta la sua croce, Bartolomeo il coltello, Giacomo il mantello e il bordone da pellegrino, Giuda Taddeo ha l’ascia sulle ginocchia, ecc. Si allineano i dottori della chiesa, i profeti e i martiri: Stefano, il protomartire, ha in mano la pietra della sua lapidazione; Apollonia ha la tenaglia col dente; Lucia ha la patena con gli occhi; Agata ha i seni tagliati; Sebastiano ha le frecce; Caterina da Siena ha l’abito domenicano, la corona di spine e il cuore in mano. Non mancano infine i patriarchi biblici: spiccano Noè con la sua arca e il re Davide con la cetra.

 L’arcone dell’Apocalisse

6 - Gli angeli delle sette chiese

Il sottarco sopra l’ingresso della Basilica propone alcune scene selezionate dal libro dell’Apocalisse di San Giovanni. I mosaici sono stati rifatti alla fine dell’Ottocento. La prima scena vede Giovanni dormiente che ha la sua visione: Dio gli appare tra i sette candelabri, con la spada che gli fuoriesce dalla bocca e le chiavi in mano (Ap 1,12-16). La seconda scena, introdotta dalla scritta Que refero recte gradibus servare jubete, mostra i sette angeli custodi delle sette chiese dell’Asia (Ap 2). La terza scena vede l’adorazione dell’Agnello e il libro dei sette sigilli, circondato dai simboli dei quattro evangelisti: Beati qui ad caenam nuptiarum agni vocati sunt (Ap 4). 7 - La donna e il drago dell'Apocalisse

La quarta scena descrive il segno grandioso apparso in cielo: «una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12, 1-6). 8 - San Michele combatte il drago

La quinta scena vede l’arcangelo Michele che combatte contro il drago diabolico (Ap 7,9). La sesta scena descrive la curiosa scena di San Giovanni che divora il piccolo libro: «Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Egli mi disse: “Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele”. Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Ap 10,9-10).

La volta del Giudizio finale

9 - La Deesis e l'Etimasia

All’inizio della navata mediana, nell’arcone sopra le gallerie, la volta detta ‘del paradiso’ propone le scene grandiose del Giudizio universale. I mosaici sono stati più volte rifatti ma i cartoni sono quelli originari di Jacopo Tintoretto, Antonio Vassilacchi e Maffeo da Verona, disegnati a cavallo tra Cinque e Seicento. Al centro si allunga la visione del Cristo giudice, con la Deesis e l’Etimasia. Gesù è adagiato su un trono di nuvole, contornato da due splendidi arcobaleni. Regge in mano il libro con la scritta Ego sum via et vita (Gv 14,6). La madre Maria, che prega a mani giunte, e Giovanni Battista, che indica la croce di colui che deve venire, stanno in piedi accanto a Cristo, nel ruolo degli intercessori. Al di sotto della Deesis è descritto il trono dell’etimasia. Due cherubini con sei ali e due serafini con i gigli guardano il trono vuoto, preparato per il giudice: sul trono sono deposti il cuscino, il mantello e il libro; dietro al trono sono le arma Christi: la croce, i chiodi, la corona di spine, la lancia e la canna. I progenitori Adamo ed Eva sono inginocchiati in preghiera ai piedi del trono.

10 - Il tribunale celeste

Ai lati del giudice siede il tribunale celeste dei dodici apostoli. Ognuno di loro è individuato da un’iscrizione ed è affiancato da un angelo con un giglio. Una lunga scritta in latino giustifica il posto privilegiato che è stato loro riservato.

11 - I Beati

Sulle pareti discendenti della volta, sotto la teoria dei Dodici, sono raffigurati il Paradiso e l’Inferno. Una scritta di benvenuto accoglie i beati: ad regnum vitae benedicti quique venite est aeterna quibus pax gloria lux paradisus. Il lieto corteo degli eletti si avvicina al giudice con gesti di riverenza e con preghiere di ringraziamento: si riconoscono tra essi persone di tutte le condizioni; uomini e donne, laici e i chierici, nobili e popolani. Più in basso è descritto sinteticamente il Paradiso, con l’albero della vita, il buon ladrone Disma con la sua croce, la Madre con il Figlio in braccio e ancora la Madonna servita dagli angeli.

12 - I dannati all'Inferno

Sul fronte opposto la sentenza di maledizione introduce la scena dell’inferno: Perpetuis digni cruciatibus ite maligni quos tenet aeternus vorat urit et angit avernus. Un gruppo di angeli guerrieri incalza i dannati e li sospinge verso le fiamme. I peccatori corrono atterriti, inciampano nei corpi, cadono tra le fiamme, rotolano travolti dalla turba. In fondo li attende il drago infernale, la bocca del Leviatano che sputa fiamme dalle nari, la gola del pistrice. Altri personaggi fanno da contorno alla caduta dei dannati: la miserabile figura di Giuda suicida, impiccato al ramo di un albero, il ricco Epulone tra le fiamme che chiede una stilla d’acqua, i due lussuriosi legati con un serpente.

Visita sul sito la sezione dedicata alle visioni dell’Aldilà in Italia: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Sperone, borgo terremotato della Marsica

Abitazione abbandonata

Sperone: abitazione abbandonata

Cent’anni fa, il 13 gennaio 1915, alle 7 e 52 del mattino, uno spaventoso terremoto sconvolse il Fucino e l’area della Marsica, nell’Abruzzo aquilano. I morti sepolti sotto le macerie furono circa trentamila. Crollarono gli edifici di Avezzano e di cinquanta paesi e frazioni. Ignazio Silone, che nella catastrofe perse tutta la sua famiglia, lo descrisse così: «S’è fatta d’improvviso una fitta nebbia. I soffitti si aprivano lasciando cadere il gesso. In mezzo alla nebbia si vedevano ragazzi che, senza dire una parola, si dirigevano verso le finestre. Tutto questo è durato venti secondi, al massimo trenta. Quando la nebbia di gesso si è dissipata, c’era davanti a noi un mondo nuovo. Palazzi che non esistevano più, strade scomparse, la città appiattita. E figure simili a spettri tra le rovine».

La Torre di Sperone

La Torre di Sperone

Sperone è uno dei borghi montani devastati dal quel terremoto. Fu abbandonato ed è rimasto disabitato. Sorge a presidio di un piccolo valico sui monti che dividono la valle del Giovenco dalla piana del Fucino. Frazione di Gioia dei Marsi e compreso nel territorio del Parco nazionale d’Abruzzo, Sperone è ancor oggi raggiungibile solo con mulattiere e tortuose strade sterrate. Per chi ama i percorsi storici, l’escursione è doppiamente interessante. Essa consente di visitare prima il borgo antico, distrutto e abbandonato nel 1915. E raggiungere in successione il borgo “nuovo”, edificato nelle vicinanze per ospitare i terremotati e a sua volta abbandonato negli anni Sessanta del secolo scorso.

Il borgo vecchio di Sperone

Il borgo vecchio di Sperone

L’itinerario

Muro portante

Muro portante

L’itinerario suggerito è una tranquilla passeggiata con partenza da Aschi (1120 m), paese cui si sale in auto con una deviazione di tre km dalla strada della Valle del Giovenco, tra Ortona dei Marsi e San Sebastiano. Per l’una o l’altra delle due sterrate che lasciano il paese in direzione sud e che si ricongiungono poco oltre, si risale comodamente il fondo de La Valle. Raggiunta la fonte Davina, la strada supera con un tornante il gradino successivo e raggiunge un panoramico valico a 1322 m di quota. Bel panorama sul Sirente, sulla catena del Gran Sasso e sui monti del Parco. Compare sulla destra la Torre circolare di Sperone. Proseguendo sulla strada che scende o percorrendo sentieri più diretti si tocca la base della torre, costruita a metà del Duecento dai signori della Contea dei Marsi.

Cantina con camino

Cantina con camino

Le case del borgo vecchio sono esattamente sotto la torre, incredibilmente aggrappate al ripido pendio sottostante e collegate da stretti sentierini. Aggirarsi tra gli ingressi, gli androni, le stalle, i fienili, le abitazioni è come fotografare un istante di vita di un secolo fa, violare una privacy rimasta ininterrottamente e tragicamente esposta nel tempo. Compaiono in successione il forno, il fontanile, la bottega, il canile, il pollaio, i minuscoli orti, l’aia, il piccolo frutteto, la colombaia, la cisterna, l’abbeveratoio, la mangiatoia. Si osservano tutte le forme dell’edilizia spontanea, dalle umili grotte scavate negli affioramenti rocciosi, ai semplici pagliari dal tetto discendente, alle case a due piani con la stalla in basso e la residenza familiare in alto.

Pagliaro con colombaia

Pagliaro con colombaia

Stupisce la varietà dei portali e degli architravi in legno o in pietra, come pure la capacità di adattare il costruito all’impervia conformazione del luogo e di sfruttare ogni terrazzo disponibile. Case in rovina, tetti crollati, travi in vista come scheletri denudati; ma anche qualche segno di riuso, qualche stalla restaurata alla buona, le tracce degli animali al pascolo. E un entusiasmante sguardo d’infilata sulla piana del Fucino, sulla geometria dei poderi, sui paesi che seguivano il bordo dell’antico lago, sulle cento antenne di Telespazio.

Il villaggio per i terremotati

Il villaggio per i terremotati

Proseguendo sulla strada che scende si raggiunge in breve il villaggio “nuovo” costruito su un ampio terrazzo. Ci accolgono le lunghe case a schiera, a un solo piano, costruite con criteri antisismici. La chiesa, la scuola pluriclasse e i servizi essenziali sono testimoni, ormai muti, della volontà di reagire da parte dei sopravvissuti e dei finanziamenti per la ricostruzione. Poi, inevitabilmente, cominciò l’abbandono, prima dei giovani e poi degli anziani, verso le nuove case popolari di Gioia dei Marsi, le opportunità di lavoro nel Fucino e a Roma, i servizi sanitari, la mobilità, gli agi della ‘civiltà’. I tetti sfondati del villaggio “nuovo” ricordano così un nuovo ‘terremoto’, questa volta antropologico, sociale, economico.

Ricovero in grotta

Ricovero in grotta

Si torna ad Aschi sul percorso dell’andata. Gli abitanti sono prodighi di sapide storie sul paese, sui suoi abitanti stanziali e pendolari, sugli animali del Parco (lupi, orsi e cervi). In complesso, tra andata e ritorno, occorrono tre ore per coprire circa nove km. A queste va aggiunto il tempo per la duplice visita, variabile sulla base della curiosità personale. I numerosi fontanili e un’area picnic aumentano la gradevolezza dell’itinerario. Il sentiero è segnato ma l’orientamento è semplice. È comunque utile la carta dei sentieri “Valle del Giovenco” in scala 1:20.000.

Il vecchio forno

Il vecchio forno

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Lettomanoppello. Un monumento al pastore

Il monumento al pastore nella pietra di Lettomanoppello

Il monumento al pastore nella pietra di Lettomanoppello

Monumenti dedicati ai pastori sorgono in diverse località italiane ed estere. Il paese che erige questi monumenti come segni della propria identità vuole testimoniare pubblicamente almeno tre elementi: il legame storico tra la comunità del paese e la pastorizia, il contributo economico che la pastorizia ha apportato allo sviluppo del paese, la riconoscenza della generazione di oggi alle fatiche dei padri e degli antenati. I monumenti al pastore presenti in città come Segovia, Lucerna o Frosolone attestano anche un legame storico regionale e nazionale (tipico di Spagna, Svizzera e Italia) con le pratiche della transumanza. Carattere diverso hanno invece i monumenti ai pastori eretti lungo i tratturi o nel deserto dei pascoli d’alta quota. I monumenti presso la chiesa di Santa Maria dei Cintorelli e nell’area pastorale di Fonte Macina a Campo Imperatore vogliono evocare l’esperienza umana e sociale dei pastori in un contesto naturale talvolta inospitale e tutt’altro che arcadico e ricordare i drammi sociali dell’emigrazione.

Il pastore con il suo cane e il gregge. L'aquila rapisce un agnello

Il pastore con il suo cane e il gregge. L’aquila rapisce un agnello

Il monumento recentemente eretto a Lettomanoppello, al bivio per la Fonte del Papa Celestino V, lungo la strada che sale alla Maiella, attesta un’ulteriore originalità. Oltre alla pastorizia il monumento sottolinea il legame degli artigiani locali con la bianca pietra della Maiella e le cave dei dintorni. L’arte degli scalpellini lettesi è valorizzata dall’associazione “De Lecto in pietra”. E il pastore ritratto nel monumento porta in braccio la “firma” di questa tradizione tutta lettese. Nel blocco scolpito vediamo il pastore sul tratturo che guida al pascolo transumante una pecora e un montone con l’aiuto del suo fido cane. Alle sue spalle compaiono i suoi tradizionali avversari, ospiti del Parco nazionale della Maiella: l’aquila degli agnelli, il lupo e l’orso.

Il gregge, il lupo e l'orso

Il gregge, il lupo e l’orso

Per un approfondimento si segnala la sezione del sito dedicata all’architettura pastorale: http://www.camminarenellastoria.it/index/trat_approf_arch.html

Ostia. L’antica Via Severiana e la Villa di Plinio

La Via Severiana

La Via Severiana

È una delle passeggiate più belle e riposanti che i dintorni di Roma riescono a offrire agli amanti della storia e della natura. Siamo sul mare di Ostia, il Lido di Roma. Si cammina in piano, nel folto della pineta di Castel Fusano, protetta dalla Riserva naturale statale del Litorale Romano. Ci fanno da guida i basoli di pietra della Via Severiana, l’antica strada litoranea lungo la quale i patrizi romani costruirono le loro ville delle vacanze.

L’itinerario

Mappa della Pineta di Castel Fusano

Mappa della Pineta di Castel Fusano

Se si utilizzano i mezzi pubblici, il punto di partenza è la stazione Cristoforo Colombo, che chiude il percorso della ferrovia urbana Roma-Lido. Usciti dalla stazione, con il mare di fronte, si va a destra a raggiungere in breve il piazzale Amerigo Vespucci, al termine della Via Cristoforo Colombo. Si segue il viale laterale della Colombo, si scavalca il ponte sulla ferrovia e si va subito a destra sulla Via di Castel Porziano, che una sbarra protegge dal traffico veicolare. Siamo già nel folto della pineta. Si cammina placidamente sull’asfalto e si va a raggiungere il Piazzale del Cinghiale, dove s’incrocia la via della Villa di Plinio (che percorreremo al ritorno). Ancora pochi passi ci conducono all’incrocio con la Via Severiana, che imbocchiamo sulla destra. Lasciato l’asfalto si va ora sul basolato romano, alternato a tratti sterrati e sabbiosi. I pini marittimi e i lecci svettano sull’intricato sottobosco, percorso da numerosi sentieri. Si prosegue lungamente sulla via romana, si supera il segnale della Villa di Plinio e si sbuca sulla Via del Lido di Castel Porziano, di fronte al muro della Tenuta presidenziale, in una zona di prati, luogo di epiche scampagnate. Pochi passi sulla destra portano all’imbocco della Via della Villa di Plinio, larga e asfaltata, parallela alla Via Severiana e alla linea di costa. La Villa si trova sulla destra, contenuta da un’ampia curva, all’incrocio con Via dei Transatlantici. Vi si accede dai cancelli o dai varchi aperti nella recinzione. La visita è agevolata dai pannelli informativi. Tornati sull’asfalto si punta al Piazzale del Cinghiale, costeggiando il centro del Corpo forestale e la grande torre di avvistamento. Sul viale percorso all’andata si torna a Piazza Vespucci e alla stazione della Ferrovia. La passeggiata sviluppa circa 9 km e richiede tre ore e mezza.

La pineta di Castel Fusano

La pineta di Castel Fusano

La tenuta di Castel Fusano, di circa mille ettari, fu acquisita nel 1933 dal Comune di Roma e trasformata in parco pubblico per legge regionale nel 1980. Essa collega la foce del Tevere alla tenuta presidenziale di Castel Porziano e costituisce il sistema di verde suburbano più rilevante tra la città di Roma e il litorale laziale. Il Fondo “Fusano” appartenne in origine al Monastero di San Paolo e in seguito a quello di Sant’Anastasio alle Tre Fontane, poi passò nelle mani di varie famiglie nobiliari quali i Fabii, gli Albertoni e i Della Valle. Nel 1620 la tenuta fu acquistata dai Sacchetti che ne costruirono il castello per alinearlo nel 1755 alla famiglia dei Chigi. La pineta monumentale è il risultato dell’opera di piantumazioni successive di pini domestici. Dopo il rovinoso incendio del 2000 la pineta è oggetto di cure e restauri ambientali a cura del Comune di Roma e del Corpo Forestale.

La Via Severiana

Cippo della Via Severiana

Cippo della Via Severiana

L’antico tracciato viario fatto lastricare da Settimio Severo nel 198-209 dopo Cristo, univa Ostia antica ad Anzio e Terracina. La via attraversa la pineta per circa 5 km e in alcuni tratti conserva il lastricato di basoli e i muretti laterali.

La Villa di Plinio

Il peristilio della Villa di Plinio

Il peristilio della Villa di Plinio

La cosiddetta Villa di Plinio il Giovane lungo la Via Severiana, è nota anche come Villa della “Palombara”, chiamata così per la presenza di un grande leccio utilizzato per la caccia ai “palombi” (piccioni selvatici). Grazie agli scavi di Antonio Maria Colini a metà del Novecento si è potuto attribuire il complesso residenziale a Quinto Ortensio Ortalo, il celeberrimo oratore romano amico di Cicerone. Se ne visitano il peristilio, le terme, il celebre mosaico e gli ambienti di servizio.

L'ippocampo (mosaico delle terme della Villa di Plinio)

L’ippocampo (mosaico delle terme della Villa di Plinio)

La torre di avvistamento degli incendi

La torre avvistamento incendi

Ville romane sulla Via Severiana