L’Eremo della Solitudine a Monte Muto

Piedimonte Matese

Piedimonte Matese

Questo itinerario conduce in uno dei luoghi dello spirito più suggestivi del Matese e della Campania. L’eremo è un’oasi di pace rarefatta, una piccola Tebaide incastonata sulle prime alture dei monti dei Sanniti, tra i selvaggi valloni del canyon dell’Inferno. Da Piedimonte Matese, lungo un’antica mulattiera seicentesca, si sale prima a un’isolata torre campanaria e poi al santuario francescano di Santa Maria Occorrevole, per ammirarne gli affreschi dell’abside e il vasto panorama sulla media valle del Volturno. Si arriva fin qui anche in auto, ma la lenta ascesa a piedi sui gradoni dell’antica via di pellegrinaggio ha il fascino di un’esperienza d’altri tempi. Si prosegue poi verso l’Eremo. E qui si respirano, a due polmoni, natura e ascesi. Sulla via del ritorno si medita invece sulla Solitudine e sul Silenzio, tormento ed estasi della modernità, antidoti al logorio della vita urbana.

Il campanile di Santa Maria Occorrevole

Il campanile di Santa Maria Occorrevole

Piedimonte Matese, stazione di fine corsa della linea ferroviaria che proviene da Napoli e Caserta, si raggiunge comodamente in auto dalla superstrada Caianello-Benevento che mette in comunicazione le autostrade Roma-Napoli e Napoli-Bari, lungo le valli del Volturno e del Calore. Meritano una visita gli affreschi della chiesa di San Biagio, ispirati a storie dell’antico e del nuovo testamento. Particolarmente efficace è la scena che ritrae Gesù tra i dottori del tempio. Come pure da ammirare sono i sontuosi abiti dei protagonisti del martirio di San Biagio. Visitata la città, nostro obiettivo diventa la salita al monte Muto e ai suoi tesori spirituali. L’itinerario parte dalla zona più antica di Piedimonte. Raggiunta la piazzetta San Sebastiano, s’imbocca Via Giovan Giuseppe della Croce. Superate le ultime case, la mulattiera sale tra gli antichi oliveti, le ginestre e la macchia mediterranea. I caratteristici gradoni, pavimentati con ciottoli di pietra, risalgono a tornanti il monte e toccano alcune cappelline dirute, con qualche sbiadito affresco, che un tempo offrivano sosta e riposo ai pellegrini. Traversata la strada asfaltata, al termine della salita, l’ultima rampa della mulattiera porta a un grande e isolato campanile e a una croce di ferro. La torre campanaria è visibile da tutti i punti della valle del medio Volturno. Anche per questo il luogo è assai godibile e il panorama merita una sosta remunerativa. Volte le spalle alla valle, pochissimi minuti ci servono a raggiungere il Convento di Santa Maria Occorrevole. L’insolito nome di «occorrevole» sta per «orante, in preghiera». In modo certo più semplice il complesso è noto localmente come San Pasquale. La Madonna «occorrevole» è ritratta nell’abside trecentesca del nucleo originale della chiesa inserito nel complesso conventuale. Ai suoi fianchi sono altre immagini quattrocentesche della madre di Gesù (la Madonna del giglio, la Maria lactans), alternate a santi e sante. Le sovrasta la grande immagine del Pantocratore. Gesù ha barba e lunghi capelli biondi, siede sull’arcobaleno della nuova alleanza e mostra il libro con la scritta «Io sono la luce del mondo. Chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita: dice il Signore onnipotente. Io sono la via, la verità e la vita. Amate la giustizia, voi che siete giudici in terra».

L'accesso alla Solitudine

L’accesso alla Solitudine

Dal piazzale della chiesa si osserva il borgo di Castello del Matese, vicinissimo in linea d’aria, ma in realtà separato dalle alte pareti di roccia di una valle selvaggia che più in alto diventerà l’impressionante canyon dell’Inferno. Un viale alberato conduce ora al cancello del suggestivo Eremo della Solitudine, immerso in un fitto bosco di aceri, faggi e querce, fatto edificare nel 1678 da San Giovanni Giuseppe della Croce. All’interno si coglie ancora oggi il senso austero e sereno dell’esperienza francescana alcantarina. L’Eremo è costituito da una piccola chiesa e da un conventino. Altre sette cappelle sparse nel bosco, sono raggiungibili con brevi sentieri. Si percepisce la sensazione di una profonda integrazione tra l’ambiente esterno e il cuore dell’uomo. La natura e l’anima entrano in sintonia.

Castello Matese e la Valle Orsara

Castello Matese e la Valle Orsara

Retrocedendo, prima d’intraprendere la via di discesa, sostiamo ancora un attimo a rileggere la celebre esclamazione di San Bernardo incisa sull’ingresso dell’eremo: «O beata solitudo. O sola beatitudo» (letteralmente: Beata solitudine, unica beatitudine). Questa frase, usata un po’ banalmente per sottolineare il piacere o il desiderio di solitudine e tranquillità, significa più propriamente che la pace spirituale si può trovare soltanto nella solitudine della vita monastica. Sempre sull’ingresso è incisa nella pietra una poesia attribuita alla duchessa Aurora Sanseverino Gaetani che richiama i visitatori alla meditazione e al silenzio: «Taciturni, romiti, o passaggiero vivon lieti in quest’eremo beato che non senza profetico mistero ne’ tempi andati il Muto er’appellato. Qui si conversa in ciel, qui in spirto vero da muti e morti al mondo è Iddio lodato. Qui parla il Verbo al cuore: entri chi tace, perché il solo silentio è qui loquace». Scendendo a Piedimonte per “le antiche scale”, vale la pena avviare una riflessione. Solitudine e silenzio sono realmente una beatitudine per l’uomo d’oggi? È vero, «il grande silenzio» dei monasteri affascina noi contemporanei continuamente stressati dal pattume sonoro dominante. È vero, sospiriamo la pace di una sosta sotto la pressione del tempo, inseguiti come siamo tutto il giorno e anche la notte da rumori, suoni, immagini, ansie, progetti. Ma il silenzio non è mutismo, assenza di parola, mancanza di comunicazione. A pensarci bene, il silenzio è la condizione nella quale riusciamo ad ascoltare veramente una persona. Carlo Maria Martini ci confessa «di capire che cos’è il silenzio, quando ascolto davvero me stesso o quando ascolto davvero un altro senza sovrapporre le mie parole o i miei pensieri o quando mi metto davvero ad ascoltare Dio. Si comincia a sperimentare il silenzio nei suoi gradi più semplici, elementari, camminando da soli in un bosco, andando da soli in montagna, ascoltando una musica ma senza altri pensieri, senza altre interferenze, lasciandosi un po’ andare, cioè lasciandosi interiormente riposare». E la solitudine? È davvero un valore per l’oggi? Davvero bramano la solitudine o l’isolamento quelle “folle solitarie”, quelle moltitudini anomiche che assaltano i «non luoghi» della modernità? E – a contrariis – è giusto che per amore della tranquillità materiale si tolleri la crescente dequalificazione dei rapporti umani, l’involgarimento del linguaggio, l’imbarbarimento della comunicazione? Forse ha ragione un altro maestro dello spirito, il Dietrich Bonhoeffer di «Resistenza e resa». Non è l’auto-emarginazione o l’isolamento ciò che occorre ricercare. Bisogna avere invece il coraggio di ristabilire un autentico senso della distanza tra gli uomini. Occorre cercare la qualità dei rapporti umani e rispettare la qualità umana. «Dal punto di vista sociale questo significa rinunciare alla ricerca delle posizioni preminenti, rompere col divismo, guardare liberamente in alto e in basso, specialmente per quanto riguarda la scelta della cerchia intima degli amici, significa saper gioire di una vita nascosta ed avere il coraggio di una vita pubblica. Sul piano culturale l’esperienza della qualità significa tornare dal giornale e dalla radio al libro, dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura».

Visita sul sito la sezione dedicata ai Sentieri per lo Spirito: http://www.camminarenellastoria.it/index/SENTIERI_SPIRITO.html

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