Pisa. Il Trionfo della morte

La visione d'insieme del Trionfo della morte

La visione d’insieme del Trionfo della morte

Il Campo dei Miracoli a Pisa, la Torre pendente, la Cattedrale e il Battistero, fanno da sfondo a una delle ‘cartoline’ italiane più celebri e sono un’immagine arcinota, fotografata da milioni di turisti. Eppure giungervi ancora una volta, in un giorno di sole, sbucandovi all’improvviso da una delle stradine dell’Arcivescovado, dà ancora i brividi, un’emozione fisica e mentale. Dalle viuzze inumidite dall’Arno al tepore solare del ‘campo’, dai colori soft degli edifici urbani al bianco abbagliante delle architetture gotiche, stagliate tra il verde del prato e l’azzurro del cielo, la transizione è entusiasmante.

Poi però cominciano le difficoltà. Gli autobus-tank vomitano a ripetizione battaglioni di turisti-marines d’assalto. I portali d’accesso ai luoghi sacri si trasformano in alveari. Il numero dei visitatori accalcati in coda è strabocchevole. Conviene ripiegare intelligentemente verso un portale che appare meno frequentato, forse per ragioni scaramantiche: è il Camposanto.

In questo Cimitero delle glorie del passato pisano avviciniamo una gigantesca meditazione sulla morte che Buonamico Buffalmacco dipinse a metà del Trecento. Si tratta di una grande allegoria, impropriamente nota come ‘Trionfo della morte’, che è in realtà un Memento mori (Ricordati che devi morire). Il primo dei Novissimi introduce un intero ciclo dipinto che prosegue poi nelle successive immagini del Giudizio finale e dell’Inferno. L’ispirazione moraleggiante è evidente ed è declinata dalla cultura monastica del tempo: chi è troppo legato ai piaceri del mondo e trascura di seguire l’esempio di Cristo, non vede la morte incombente e rischia le pene eterne.

L’affresco è un collage di episodi diversi, una raccolta di figurine impaginate in un album un po’ caotico, un patchwork disorganico ma efficacissimo: l’imago mortis trecentesca si fa qui compendio enciclopedico illustrato.

Gli spensierati gaudenti

I giovani nel giardino

I giovani nel giardino

La lettura del dipinto può iniziare dalla scena descritta in basso a destra, che ha per protagonisti una brigata di giovani oziosi che suonano e conversano in un lussureggiante giardino. Vi spiccano tutti i simboli di un’invidiabile e prospera vita cortese, come il cagnolino in grembo alla dama, il falcone per la caccia, gli strumenti musicali, gli abiti fashion, la leziosità dei gesti, il corteggiamento. La scena contiene un implicito rimprovero e un insegnamento moraleggiante che riecheggia l’invettiva del profeta Amos: «Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Voi credete di ritardare il giorno fatale e invece affrettate il regno della violenza. Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti» (Amos 6, 1-7). Sulla brigata di spensierati volteggiano due Geni che rovesciano le fiaccole accese, sinistro presagio di morte.

L’incontro dei tre vivi con i tre morti

Il gruppo dei cavalieri

Il gruppo dei cavalieri

La vignetta successiva della strip di Buffalmacco vede l’allegra brigata dei giovani che si è messa in moto per una battuta di caccia a cavallo. I tre rampolli della nobiltà locale sono accompagnati dalle loro dame e da un largo seguito di paggi, stallieri, falconieri e cani. E qui accade un imprevisto.

Le tre bare aperte

Le tre bare aperte

Il sentiero è interrotto da tre cadaveri giacenti in altrettante bare di legno accostate e scoperchiate. Ciambellano dell’incontro tra i vivi e i morti è il monaco Macario, sceso dal colle per ammonire “gli spensierati di Sion” sulla brevità della vita umana, sulla repentina transizione dalla vita alla morte, sull’orgoglio insipiente dei mortali. San Macario era un solitario della Tebaide, originario di Alessandria, esemplare rappresentante del movimento monastico egiziano del quarto secolo. Il suo monito è scritto nel fumetto: “Se vostra mente fia ben accorta / tenendo fisa qui la vista attenta / la vanagloria ci sarà sconfitta / la superbia, come vedete morta / v’accorgereste ancor di questa sorta / se osserverete la legge che v’è scritta”. Il monaco Macario invita i cavalieri a tener fisa la vista attenta su tre bare aperte, nelle quali giacciono tre re, incarnazione dell’orgoglio, della superbia e della vanagloria. Il primo re, morto di recente, è gonfio di gas. Il secondo è in via di dissoluzione. Il terzo è ormai ridotto a scheletro. Sui cadaveri strisciano viscidi rettili e insetti immondi. Horresco referens sembra dire l’inorridita dama sul cavallo bianco, con un cagnolino accucciato nella mano, che si preme il petto contenendo l’emozione. Al cavaliere che indica lo sfacelo della decomposizione, il collega risponde naturalisticamente turandosi il naso per contrastare il penetrante fetore della putrefazione. Macario invece esibisce naturalezza, maturata in notturne meditazioni e richiama a una vita di penitenza quei personaggi nobilissimi, la carovana di cavalieri, dame e servi.

Il trionfo della morte

La morte

La morte

Ed eccola la morte. Una strega grifagna, con i lunghi capelli bianchi e sciolti, con una maglia ferrata che la rende invulnerabile, con ali da pipistrello e unghie a mo’ di artigli. Volteggia in cielo e scende in picchiata come un falco per recidere vite con la sua falce da fieno. Sotto di lei c’è un tappeto di cadaveri che esibisce i colori dei tessuti dei ricchi e dei poveri, degli stolti e dei sapienti, dei buoni e dei cattivi. La scarsella delle monete, i libri voluminosi, il saio o la mitria non assicurano alcuna salvezza. Il suono dei flauti nel vicino verziere contrasta con il silenzio immoto della morte.

La disperazione dei mendichi

La disperazione dei mendichi

La disperazione dei mendichi

Di fronte al cimitero planetario si staglia l’oscenità di un gruppo di pezzenti, di mutilati e storpi, di inabili rifiuti della storia, dal volto duro che ignora la pietà. La morte appare loro preferibile alla sofferenza: “da che prosperitade ci ha lasciati, o Morte, medicina d’ogni pena, deh vienne a dare ormai l’ultima cena”. Ma per un paradosso la morte, pur desiderata, non viene e volge altrove il suo sguardo grifagno.

La battaglia tra angeli e diavoli

I morti esalano le loro anime

I morti esalano le loro anime

Negli anfratti di questa Rupe Tarpea alla rovescia è l’inferno flamboyant. Gli angeli e i diavoli planano sul campo di morte e raccolgono dalle bocche dei trapassati le animulae che i corpi esalano insieme con l’ultimo respiro. Le anime diventano oggetto del contendere: angeli e diavoli se le contendono in duelli stellari, combattendo in cielo aeree battaglie tra il bene e il male.

Il combattimento tra angeli e demoni

Il combattimento tra angeli e demoni

Gli eremiti

Vita eremitica

Vita eremitica

L’ideale proposto agli ‘spensierati di Sion’ è una Tebaide rocciosa, un’utopia pacificata, dove gli uomini sono dediti a Dio e convivono con gli animali e la natura. La vediamo descritta in concrete scene di economia domestica e di vita eremitica. Un anacoreta prega sui testi sacri, aperti sulle ginocchia, davanti alla cappella cenobitica. Un secondo anacoreta munge dalla capra la razione quotidiana di proteine. Il terzo avanza, pesantemente appoggiato ai bastoni della sua vecchiaia.

I santi monaci

I santi monaci

Il cartiglio esposto dai due Geni alati riporta la lezione che deve trarsi dalla visione dell’insieme: «Schermo di sapere e di ricchezza / di nobiltade e ancora di prodezza / val neente a’ colpi di costei. / Et ancor non si trova contro lei / o lettere veruno argomento. / E non avere l’intelletto spento / di stare sempre sì apparecchiato, / che non ti giunga in peccato mortale».

La bocca dell'Inferno

La bocca dell’Inferno

Visita la sezione del sito dedicata alle Visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Annunci

Sul Regio Tratturo: da Motta Montecorvino alla Crocella di Motta

Motta Montecorvino

Motta Montecorvino

I due Tratturi “Castel di Sangro – Lucera” e “Pescasseroli – Candela” raccoglievano le greggi transumanti provenienti dall’ampio bacino dei Monti Marsicani e le convogliavano verso i pascoli invernali del Tavoliere, in direzione rispettivamente delle locazioni orientali (Lucera) e occidentali (Candela). L’otto maggio, ricorrenza dell’apparizione dell’arcangelo Michele nella grotta del Gargano, le greggi riprendevano la strada verso i freschi pascoli estivi dell’Abruzzo montano.

Panorama dalla Crocella (Motta, il Tavoliere, Lucera e il Gargano)

Panorama dalla Crocella (Motta, il Tavoliere, Lucera e il Gargano)

Lasciata l’assolata pianura del Tavoliere, il tratturo risaliva le prime colline dei monti Dauni e valicava la Crocella di Motta, il punto più alto del tracciato pugliese. Al di là, segue il corso del torrente La Càtola, che si unisce al Fortore per creare insieme al Tappino il lago di Occhito. La fascia del tratturo che traversa il paese di Motta Montecorvino e sale alla Crocella, è una delle meglio conservate del tratturo in Capitanata. Oggi la nuova statale 17 sale prepotente verso il Molise, alternando rettilinei, viadotti e gallerie. Chi ha invece la pazienza di percorrere la vecchia statale 17, con le sue infinite curve, riesce a seguire da presso l’antico tratturo e talvolta gli si sovrappone. Tra Motta e la Crocella la statale compie un ampio semicerchio mentre il tratturo ne è la corda geometrica e lineare. L’osservazione dall’alto, grazie a Google Earth, lo conferma con tutta evidenza.

L'inizio del percorso

L’inizio del percorso

Itinerario

Si giunge a Motta con un sinuoso percorso asfaltato, vigilato da una pittoresca torre medievale diruta che si erge isolata su un colle, accanto alle rovine medievali del vecchio borgo di Montecorvino. Traversato il paese, si lascia l’auto nei pressi del parco comunale, prima del cimitero. A sinistra, dopo un mandorleto, una staccionata di legno individua l’inizio del tratturo.

L'ambiente del tratturo

L’ambiente del tratturo

Lo percorriamo in discesa fino a sfiorare alcuni piccoli stagni, salutati dall’assordante gracidio delle rane. La pista tratturale è qui ampia, argillosa, spesso fangosa soprattutto dopo le piogge. Una breve deviazione sulla sinistra ci fa visitare la Masseria Lepore, e la vicina caratteristica stalla-pagliaio.

La Masseria Lepore

La Masseria Lepore

Il tratturo traversa a mezza costa la testata di un valloncello verde, valica audacemente un fosso, s’infila in un rimboschimento di abeti e lo risale un po’ faticosamente. Più avanti s’innesta su una strada sterrata proveniente dal fondo della valletta. In assenza di segnavia, sono le staccionate di legno, piazzate in tutti i punti strategici del percorso, a indicare la giusta direzione, comunque evidente.

La sorgente Brignano

La sorgente Brignano

Il successivo fontanile, che raccoglie la copiosa sorgente Brignano, è l’incontro più gradito del percorso e offre la possibilità di rinfrescarsi e dissetarsi. Si traversa una nuova sterrata che conduce sulla destra all’attiva Masseria Lionetti.

La Masseria Lionetti

La Masseria Lionetti

Si affronta ora l’ultimo tratto del percorso, verso le incombenti pale rotanti dell’impianto eolico. In cauda venenum, però. Il tratturo, un tempo largo e spazioso, si riduce qui a un’esilissima traccia, assediata dalla macchia infestante. Divincolandosi tra i cespugli spinosi, si raggiunge però in breve l’incrocio stradale della Crocella. Per rientrare a Motta, in alternativa al tratturo, conviene percorrere la strada asfaltata, forse noiosa ma pochissimo trafficata e molto panoramica. Possiamo così goderci lungamente il panorama di tutta la Capitanata, con la cerchia dei monti Dauni, i piccoli borghi, l’immensa piana del Tavoliere, il tavolato rialzato di Lucera e il Gargano in lontananza.

La Crocella di Motta

La Crocella di Motta

Note tecniche

Dislivello: il percorso del tratturo si sviluppa a saliscendi e con un dislivello modesto compreso tra i 662 metri di quota di Motta e i 791 del Passo della Crocella. Tempi di percorrenza: il tratto di andata da Motta Montecorvino alla Crocella di Motta richiede un’ora e dieci minuti. Se il ritorno si effettua sulla strada asfaltata, i quattro chilometri, in discesa, si percorrono in un’ora.

Il tratturo attraversa il rimboschimento di abeti

Il tratturo attraversa il rimboschimento di abeti

Visita nel sito la sezione dedicata alle paesseggiate sui tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

Gargano. Le pietre dei pastori su Monte Calvo

Capanna in pietra a secco su Monte Calvo del Gargano

Capanna in pietra a secco su Monte Calvo del Gargano

La natura del Gargano ha molte facce. C’è l’area più interna, coperta dai boschi di faggi e pini della Foresta Umbra, residuo della primigenia selva del promontorio. C’è il Gargano costiero, ammantato di pini e di lecci, alternati alle coltivazioni di mandorli, aranci e ulivi. C’è poi il volto che ammalia i turisti, quello dei laghi costieri, delle isole Tremiti, delle falesie e delle calette di sabbia finissima. Mancano i fiumi, è vero, ma il mare Adriatico circonda il promontorio su tre lati. Non stupisce dunque che un Parco nazionale sia venuto a proteggere questa “grande bellezza”.

L'inizio del sentiero per Monte Calvo

L’inizio del sentiero per Monte Calvo

Ma c’è anche un altro Gargano. Fatto di calcare e dolomie. Una natura di pietra. Pietre lavorate da generazioni di pastori e contadini che hanno scavato grotte, terrazzato pendii, alzato muretti di recinzione, costruito pagliari e capanne a tholos. Questo mondo di pietra si manifesta in spettacolare evidenza sulla lunga bastionata rocciosa che scende con i suoi ripidi costoni sul mare del golfo di Manfredonia. Qui andiamo alla ricerca di reliquie del mondo pastorale sul monte Calvo, che con i suoi 1065 metri sul livello del mare è la cima più elevata del promontorio del Gargano.

Dolmen

Dolmen

L’itinerario

La traccia del sentiero

La traccia del sentiero

Il Monte Calvo è localizzato nell’immediato entroterra a nordest di San Giovanni Rotondo. Usciti dalla città in direzione di Monte Sant’Angelo, all’altezza del Tribunale, s’imbocca sulla sinistra una stretta strada asfaltata che aggira il cimitero e una cava di pietra e risale a tornanti verso l’evidente gobba del monte. Tenendosi a destra a un bivio, si segue la strada che costeggia la base del monte fino a raggiungere una diramazione sterrata sulla destra, presidiata da un pannello informativo sul sentiero (circa 6 km dal paese). A piedi, si segue per un breve tratto la sterrata per poi deviare sulla destra e risalire il versante settentrionale lungo un sentiero ben segnalato. Si attraversa un boschetto e ci si alza progressivamente con salita dolce e panoramica. Al bivio successivo si va ancora a destra e si raggiunge la cresta del monte su terreno aperto e ventoso.

Il portale di una capanna diruta

Il portale di una capanna diruta

Il sentiero è segnato in modo vistoso da due cornici di pietre e più in alto da paline su ometti. Toccata la sommità, coronata da una capanna di pietra, si può godere del panorama circolare nel quale spiccano il golfo di Manfredonia, il lago di Varano e la fuga prospettica del promontorio. L’andata e il ritorno si coprono in meno di due ore. Il dislivello è di 250 metri. Il Monte Calvo può essere raggiunto anche in altri modi. Un percorso più lungo inizia direttamente dal Cimitero di san Giovanni Rotondo e segue il Tratturo del Carmine (3 ore per la sola andata).

Le doline di Monte Calvo

Le doline di Monte Calvo

L’insediamento in pietra a secco

Il villaggio pastorale

Il villaggio pastorale

Il territorio che sovrasta San Giovanni Rotondo è segnato dalla presenza di masserie, di stalle per l’allevamento e di campi coltivati che sfruttano le particelle di terreno più adatte. Ma è soprattutto il pascolo a dominare il paesaggio. I segni dell’antica presenza dei pastori si alternano ai recinti di pietra che separavano le proprietà e ai muretti che proteggevano gli orti e i frutteti.

Capanna agricola

Capanna agricola

A margine dei coltivi resistono al tempo le belle capanne in pietra a secco, utilizzate per riporvi gli attrezzi di lavoro. Salendo di quota, lungo i sentieri della monticazione, le capanne pastorali sostituiscono progressivamente le capanne agricole. Un insediamento molto interessante è localizzato nell’area sommitale di Monte Calvo, dove la natura calcarea del monte è enfatizzata dalle cicatrici carsiche di grandi doline circolari. In queste depressioni verdi, meno esposte al vento, i pastori hanno costruito i loro piccoli villaggi. I recinti degli stazzi accolgono le pecore per il riposo notturno. Hanno varia ampiezza e forme modellate sull’andamento del terreno. I varchi tra due recinti vicini fungevano da passaggio obbligato per la mungitura serale. Spazi più ridotti erano destinati agli animali gravidi o malati. Le cavità sotto fascia erano il riparo per i cani. Sul bordo della dolina si osservano i manufatti più caratteristici: le capanne di pietra utilizzate dal pastore per dormire, mangiare e per tutte le attività domestiche.

Capanna diruta

Capanna diruta

Le coperture vegetali e i tetti di legno sono scomparsi, ma gli spessi muri di pietra che ne costituiscono le basi sono ancora ottimamente conservati. In una capanna di forma allungata, restano ben visibili il giaciglio di pietra del pastore, le nicchie-ripostiglio nei muri, le lastre sporgenti dove venivano riposti gli oggetti d’uso quotidiano, l’olio e il vino, la lanterna e il cibo. Più difficile valutare il ruolo della capanna vicina. I crolli non consentono di verificare la presenza del focolare per la lavorazione del latte; la ridotta dimensione fa ritenere più probabile la funzione di magazzino e deposito.

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e alla pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Firenze. La visione dell’Aldilà di Nardo di Cione

La chiesa domenicana di Santa Maria Novella è un’enciclopedia visiva dell’arte fiorentina. Il Crocefisso dipinto da Giotto, la croce lignea scolpita dal Brunelleschi e la Trinità di Masaccio sono solo gli alfieri più noti d’innumerevoli altri capolavori di pittura e di scultura, celati dietro la meravigliosa facciata realizzata da Leon Battista Alberti. Un percorso unitario di visita consente di apprezzare la successione delle cappelle (la Rucellai, la Tornabuoni, la Filippo Strozzi, la Strozzi di Mantova, la Gaddi, la Gondi, la Bardi), l’ambiente della Sacrestia, il Refettorio, il Cappellone degli Spagnoli, il Chiostro Grande e gli altri chiostrini. Sul lato sinistro del transetto, sopraelevata rispetto al pavimento della chiesa, si trova la cappella Strozzi di Mantova, costruita tra il 1340 e il 1350 in onore di San Tommaso d’Aquino, grazie alla munificenza degli Strozzi di Mantova e in seguito affrescata (1351-57) da Nardo di Cione, fratello di Andrea Orcagna. Sulle pareti sono raffigurati i regni dell’aldilà.

La Cappella Strozzi di Mantova

La Cappella Strozzi di Mantova

Sulla parete di fondo, intorno alla vetrata, è descritta la scena del Giudizio universale. All’apice vediamo la figura a mezzobusto del Cristo scendere dalla ‘mandorla’ (il varco apertosi nell’empireo) e affacciarsi sulle nuvole per giudicare l’umanità. La piaga del costato è ben evidente. Due angeli suonano le lunghe trombe per risvegliare i morti, mostrando un lungo cartiglio con la duplice sentenza di salvezza (Venite benedicti) e di condanna (Ite maledicti).

Il Giudizio

Il Giudizio

Altri quattro angeli in volo mostrano gli strumenti della passione di Gesù: la croce, i chiodi, la lancia di Longino, il martello, il flagello, la colonna e la corona di spine. I due intercessori, Maria e Giovanni il Battista, sono in ginocchio ai lati del giudice (la Madonna ha le mani incrociate sul seno; il precursore prega con le braccia levate). Dietro gli intercessori siedono i dodici apostoli che formano il tribunale celeste. Tra essi si riconoscono Pietro (con la chiave del regno dei cieli) e Giacomo maggiore (con il bastone da pellegrino).

I beati

I beati

A sinistra della vetrata vediamo il gruppo dei Beati. Essi escono dagli avelli quadrati delle loro sepolture indossando ancora il sudario. Un angelo li aiuta a risorgere dai morti. Tra i beati ci sono i progenitori e i patriarchi dell’antico testamento: Adamo ed Eva, il figlio pastore Abele con l’agnello, Noè con l’arca, Mosè con le tavole della legge. Vediamo i santi fondatori di ordini come Benedetto, Francesco e Domenico, e il poeta Dante Alighieri.

I dannati

I dannati

A destra della vetrata è ritratto il gruppo dolente dei Dannati. Anche qui è descritta la scena della risurrezione dei morti dai loro avelli quadrati: in vece dell’angelo accogliente compare però un diavolo che artiglia un peccatore usando un rampino. In alto si vedono i grandi ‘cattivi’ biblici: l’omicida Caino, il Faraone persecutore degli ebrei, Core, Datan e Abiram ingoiati dal fuoco della Geenna al tempo di Mosè e Aronne, il sommo sacerdote Caifa che si straccia le vesti, i condottieri delle orde barbariche orientali che minacciavano la cristianità; e poi le gerarchie ecclesiastiche infedeli alla loro missione, le donne e gli uomini preda dei vizi capitali.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sulla parete a sinistra della Cappella c’è la visione immensa della comunione dei santi nel Paradiso. Al centro, appaiono Cristo e la Madonna seduti sul trono, in una sorta di nicchia che allude alla città celeste. Al vertice si allineano i cori dei cherubini e dei serafini, gli angeli più vicini al trono di Dio. Attorno al palco regale si articola la galleria del grande teatro paradisiaco, con le sue dieci file di santi. La platea ha uno spazio riservato al coro (due angeli che suonano e cantano l’innologia celestiale) e un parterre nel quale si affollano i risorti neo-arrivati. Un angelo-guida accompagna la coppia dei donatori Strozzi al posto loro riservato, dal quale potranno godere lo spettacolo della divina liturgia.

Gli apostoli, i patriarchi, i martiri

Gli apostoli, i patriarchi, i martiri

La prima fila è riservata agli apostoli. Il posto dell’impresentabile Giuda è occupato da Giovanni Battista, il precursore. Pietro ha le chiavi del regno; Andrea ha la croce del suo martirio; Giacomo maggiore ha il bastone del pellegrino. La seconda fila ospita i giusti dell’antico testamento: il sacerdote Melchisedec, il re sapiente Salomone, Aronne col bastone, Noè con l’arca, Abramo, Mosè con le tavole della legge, il re David col salterio, il sacerdote Samuele. La terza fila accoglie i martiri, alternati a figure di angeli: si notano Sebastiano con le frecce, Lorenzo con la graticola, il protomartire Stefano con le pietre della lapidazione, Pietro Martire e Giuliano l’Ospitaliere. La quarta fila è destinata ai grandi Dottori della Chiesa e ospita Sant’Agostino, San Domenico, San Girolamo in abito cardinalizio, papa Gregorio Magno, Sant’Ambrogio e San Tommaso d’Aquino.

Le sante

Le sante

Le quattro file successive ospitano ancora santi, con la presenza dei santi fiorentini e dei religiosi come San Francesco, San Benedetto, Sant’Antonio Abate e Sant’Antonio da Padova. Le ultime due file ospitano le grandi figure femminili della santità: Agata con i seni tagliati e Apollonia con i denti, Lucia con gli occhi e Caterina d’Alessandria con la ruota dentata, Margherita col diavolo, Agnese con l’agnello, Orsola col vessillo, Cristina con la pietra al collo e Santa Elisabetta d’Ungheria col grembiule pieno di pani per i poveri.

L'Inferno dantesco

L’Inferno dantesco

Sulla parete destra della cappella vediamo descritto l’Inferno, ordinato su sette registri. La sua geografia, la fauna diabolica e le diverse categorie di dannati, sono tutte tratte di peso dalla prima cantica di Dante Alighieri.

Nel primo registro è raffigurato il vestibolo dell’Inferno, identificato dalla scritta Qui si punisce la setta dei cattivi. Vediamo gli ignavi (l’anime triste di coloro che visser sanza ’nfamia e sanza lodo), nudi e punzecchiati da mosconi e da vespe, correre dietro a una banderuola. Caronte guida la sua barca nel grande fiume dell’Acheronte (Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: “Guai a voi, anime prave!) e viene a raccogliere le anime dannate che si sono raccolte sulla riva per trasferirle ai rispettivi luoghi di pena. Al di là del fiume sorge il castello che ospita il Limbo dei giusti non battezzati (Venimmo al piè d’un nobile castello, sette volte cerchiato d’alte mura, difeso intorno d’un bel fiumicello) identificato dalla scritta Qui si punisce coloro che furo senza peccato ma non ebor fede.

Il secondo registro descrive tre scene: nella prima Minosse accoglie i dannati e indica loro il girone di pena attorcigliandosi la coda intorno al corpo; nella seconda scena vediamo i lussuriosi sballottati in volo dalla tormenta (Qui son puniti li peccatori charnali); nella terza scena Cerbero, il cane infernale a tre teste, strazia i golosi (Qui si punisce il pecchato della ghola) e li costringe a giacere nel fango, tormentati dalle intemperie.

Il terzo registro descrive due grandi scene. Nella prima vediamo la punizione degli avari e dei prodighi: sorvegliati dal demone Pluto, divisi in due schiere contrapposte, essi rotolano enormi macigni, spingendoli con il petto e scontrandosi tra di loro (Qui sono puniti li avari e prodighi). Nella seconda scena vediamo una sorgente d’acqua che sgorga dalla roccia e s’immette in un fossato: è la palude Stigia, nel cui fango sono immersi chi è preda del vizio dell’ira e dell’accidia (la scritta recita: Qui sono puniti gli iracondi e accidiosi). Il demone Flegias traghetta Dante e Virgilio sullo Stige e li accompagna sotto le mura della città infernale di Dite. Sulle torri spiccano le immagini minacciose delle tre Furie e dei diavoli.

La punizione degli avari, degli eretici e dei suicidi

La punizione degli avari, degli eretici e dei suicidi

Il quarto registro è quello degli Eresiarchi. Un vasto incendio avvampa di fiamme le tombe scoperchiate da cui si sollevano gli eretici.

Il quinto registro descrive scene vivacissime. A sinistra vediamo i suicidi tormentati dalle Arpie (Qui sono puniti coloro che dilapidarono e violentarono se stessi). Al centro i tiranni affogano in un lago di sangue circondato e vigilato da centauri armati (Qui sono puniti violenti). A destra una perpetua pioggia di fuoco tormenta gli usurai, i blasfemi e i sodomiti. (Qui sono puniti i violenti contro l’arte e contro Dio). Nell’aria volteggia Gerione, il mostruoso simbolo della frode.

Il sesto registro descrive le Malebolge dei fraudolenti, ed è dominato dalla gigantesca figura di Lucifero che, con le sue tre bocche, divora i grandi traditori Giuda, Bruto e Cassio. Qui sono puniti in dieci bolge successive i ruffiani e seduttori, gli adulatori, i simoniaci, gli indovini, i barattieri, gli ipocriti, i ladri, i tessitori d’inganni e i cattivi consiglieri, i seminatori di discordia, i falsari.

Il settimo e ultimo registro, quello dei traditori, vede al centro il Cocito, il lago di ghiaccio vigilato dai cinque giganti. Qui sono puniti i traditori dei congiunti (zona della Caina), i traditori della patria (zona dell’Antenora), i traditori degli ospiti (zona della Tolomea) e i traditori dei benefattori (zona della Giudecca).

Nell’angolo inferiore destro, in continuità con la scena del giudizio universale, vediamo i diavoli che trascinano i dannati verso le pene infernali.

Il Giudice, gli Angeli, il Battista e gli Apostoli

Il Giudice, gli Angeli, il Battista e gli Apostoli

Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/ald_itinerari.html

Terremoto della Marsica. Il borgo di Morino Vecchio in Val Roveto

Morino Vecchio: la croce di Santa Maria

Morino Vecchio: la croce di Santa Maria

Cent’anni fa, il 13 gennaio 1915, un rovinoso terremoto sconvolse il Fucino e l’area della Marsica, nell’Abruzzo aquilano e provocò oltre trentamila morti. Caddero anche i paesi della Valle Roveto. Quei terribili momenti sono stati così rievocati in uno spettacolo teatrale a Morino: “Quando una mattina presto, quando tutti / o la maggior parte stavano a dormire / E qualcuno si stava vestendo / E qualcun altro stava andando a lavorare / E qualcuno stava in chiesa / E proprio mentre il prete alzava l’ostia rimasero / tutti fermi come per capire che stava succedendo / «Sant’Emidio fa che finisce» / «Sant’Emiddio pareva che il vento era entrato / dentro le case e faceva alzare il tetto» / E poi i muri si giravano tutti quanti, / sembrava che la terra stesse girando le case”.

La torre di Morino Vecchio

La torre di Morino Vecchio

Morino Vecchio è uno dei borghi montani devastati dal quel terremoto. Sorge su un colle della Val Roveto, a presidio del fiume Liri. Oggi ai suoi piedi si stende il paese di Morino Nuovo, capitale di una bella Riserva naturale dedicata a una cascata (“Zompo lo Schioppo”) che scroscia ai piedi dei monti Ernici. Ma in occasione del centenario del terremoto, quel vecchio borgo, devastato e abbandonato, sta riprendendo vita. L’intera comunità di Morino vuole farlo risorgere. Lo ha ripulito, restaurato, illuminato, messo in sicurezza. L’ha attrezzato con sentieri, percorsi e pannelli informativi. Per i visitatori di oggi diventa così un luogo da visitare, un curioso ‘spaccato’ dei modi di vivere del passato. Ma vogliamo credere che sia anche un nobile modo di tener viva la memoria delle innocenti vittime di cent’anni fa.

La chiesa di Santa Maria Bambina

La chiesa di Santa Maria Bambina

L’itinerario

Le cisterne di Palazzo Facchini

Le cisterne di Palazzo Facchini

Morino è un centro della Val Roveto, nell’Abruzzo marsicano, raggiungibile grazie alla superstrada e alla ferrovia che collegano Avezzano e Sora. L’itinerario suggerito è una tranquilla passeggiata ad anello con partenza dalla Grancìa (475 m), sosta a Morino Vecchio (583 m) e rientro via Morino (443 m). La durata dell’escursione è di un’ora e mezza, cui bisogna aggiungere i tempi di visita al borgo vecchio. La Grancìa ospita l’Ecomuseo della Riserva naturale di Zompo lo Schioppo: la sua visita offre un eccellente quadro introduttivo al contesto paesaggistico della passeggiata.

Palazzo Ferrante

Palazzo Ferrante

S’imbocca la Via Cimara, asfaltata nel primo tratto e poi sterrata. Il campanile indica con evidenza la strada e la distanza da percorrere. Superati una croce eretta per il centenario e un interessante edificio rurale sulla destra, dotato di stalla e vasca esterna, si raggiunge in breve l’accesso occidentale del vecchio borgo, con i resti della torre e delle mura. Il percorso di visita non è obbligato: l’anello alla base delle rovine e il percorso di cresta offrono comunque i punti di riferimento essenziali. 6 - Il forno

Meritano una segnalazione le rovine di alcuni edifici ancora leggibili. La chiesa di Santa Maria ha salvato solo il suo campanile e l’abside rampante: tra i moncherini delle mura cadute, una croce di ferro sostituisce il vecchio altare e guarda all’abbraccio dei monti Ernici. Il palazzo Facchini contiene due grandi cisterne (per l’olio o per il vino) che si sono conservate integre grazie alla struttura in cemento armato di Portland realizzata nel 1909 dall’impresa di Cesare Palazzi.

La cella del forno

La cella del forno

In via di recupero è il forno del borgo, che ha conservato la cella di cottura, il camino e i ripiani per il pane. Il Palazzo Ferrante conserva la porta esterna di accesso, la corte interna con i magazzini, la scalinata dell’appartamento padronale e le mura esterne.

I ruderi della chiesa di San Rocco

I ruderi della chiesa di San Rocco

L'ossario

L’ossario

La seconda chiesa, dedicata a San Rocco, alza al cielo due brandelli di muro, a mo’ di estrema preghiera. I locali sotterranei conservano un ossario, l’antico cimitero del borgo. Il bel piazzale orientale è il termine della strada sterrata (Via Cerrito) che sale da Morino. Qui è possibile arrivare anche in auto. In questo caso l’escursione si riduce alla pura visita del borgo antico. Dopo la visita alle case che insistono sul piazzale, a piedi si scende al paese con lungo e panoramico percorso a tornanti. Altri due km sulla Via della Vittoria riportano alla Grancìa e all’Ecomuseo.

Il piazzale orientale

Il piazzale orientale

Per approfondire

La valorizzazione del Borgo di Morino Vecchio, opera del Comitato per il Centenario del Terremoto 1915-2015, è documentata nel sito http://www.morinovecchio.it/. Il programma di iniziative in memoria del terremoto di Avezzano del 1915 è documentato dal sito istituzionale http://www.centenarioterremotomarsica.it/.

Giancarlo Rossetti, presidente del Comitato del Centenario, e Roberto D'Amico, Sindaco di Morino

Giancarlo Rossetti, presidente del Comitato del Centenario, e Roberto D’Amico, Sindaco di Morino

Tra le iniziative escursionistiche realizzate per l’occasione si segnalano l’edizione 2015 del “Cammino dell’accoglienza” (www.camminodellaccoglienza.it) e “La spirale della memoria” di Luca Gianotti (https://it-it.facebook.com/SpiraleDellaMemoria). La Riserva naturale regionale di Zompo lo Schioppo in Val Roveto è descritta nel sito http://www.schioppo.aq.it/. Per l’orientamento sono utili le carta dei sentieri “Riserva Zompo lo Schioppo” in scala 1:25.000 (Iter Edizioni) e “I Monti Ernici e la Valle Roveto” in scala 1:25.000 (Selca, Firenze, 2002).

Ruderi

Ruderi

Il tratturo da Barrea ad Alfedena

Il lago e i monti del Parco visti da Barrea

Il lago e i monti del Parco visti da Barrea

A Barrea il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela abbandona il territorio protetto del Parco nazionale d’Abruzzo e scende verso Alfedena per poi proseguire nel Molise. Il fiume Sangro si è già accomiatato, inabissandosi nella Foce di Barrea dopo essere stato trattenuto dalla diga dell’Enel e aver alimentato il lago artificiale. Ma non bisogna aver fretta di partire. Barrea merita tutto il tempo di una visita accurata e remunerativa. Suggerisco tre punti di sosta. Il primo è la terrazza panoramica. Ci affacciamo sul lago azzurro, presidiato dai borghi di Villetta Barrea e Civitella Alfedena. La cerchia dei monti che incornicia l’orizzonte comprende le cime più alte del Parco, quelle del Greco, del Marsicano e del Petroso, e le valli segrete che ospitano gli orsi, i cervi e i camosci.

L'Antiquarium dei Safini

L’Antiquarium dei Safini

La seconda sosta è all’Antiquarium, che espone in modo ottimale gli oggetti recuperati nelle tombe di un tenerissimo cimitero di bambini. Erano i figlioletti delle famiglie più in vista dei Safini, la fiera popolazione italica locale. Mormoriamo il verso virgiliano “Abstulit atra dies et funere mersit acerbo” e saliamo al Castello, restaurato dopo i danni del terremoto del 1984. Al panorama già noto si aggiungono i tetti di Barrea e un inedito sguardo d’infilata su tutto il canyon della Foce. Con gli occhi pieni di parco, raggiungiamo la partenza del Tratturo: “andiamo, è tempo di migrare…”.

Il tratturo

Il tratturo

L’itinerario

Il punto di partenza può essere l’ufficio turistico del Parco nazionale d’Abruzzo, dove ci si può rifornire di cartine e consigli. Sull’asfalto si raggiunge il campo sportivo e si va in salita sul percorso sterrato che aggira la struttura sportiva, costeggia l’impianto di pannelli solari, si riduce a sentiero e prosegue a mezza costa. Siamo in vista dei prati di Aia della Forca, un’ampia zona di pascoli, frequentata dalle greggi ma anche da cervi e cinghiali. Il sentiero tratturale si restringe ma rimane sempre ben individuato dai frequenti segnavia bianco-rossi e dalle protezioni sui lati offerte da muretti di sassi, alternati a fitti cespugli e a filari di alberi. Più avanti si traversano ombrosi boschetti, mentre il sentiero si divincola tra la macchia e i cespugli che l’assediano. In qualche tratto più intricato conviene lasciare il sentiero e progredire direttamente sui più comodi prati laterali. S’intensificano anche le tracce dell’antico mondo pastorale: i recinti degli stazzi, le capanne di pietra, i ripari sottofascia.

Il fontanile di Colle Iaratto

Il fontanile di Colle Iaratto

Usciti dal bosco ci troviamo sul valico di Colle Iaratto. Il paesaggio cambia. Il Tratturo è individuato dalla sfilata dei pali della luce impiantati sul terreno demaniale. Il vicino fontanile con tre vasche di pietra in successione ricorda le soste per l’abbeverata del gregge. A lato del sentiero emerge un magnifico cippo tratturale con la grande croce rossa aragonese e la data 1720.

Il cippo del tratturo

Il cippo del tratturo

Le lettere incise sui lati del cippo segnalano anche il confine intercomunale tra B (Barrea) e A (Alfedena). Inizia ora la ripida discesa. Il sentiero alterna boschi e radure, si accosta a un tornante della statale 83, tocca l’area archeologica e le mura sannitiche e raggiunge Alfedena. Se si è obbligati a tornare a Barrea non conviene però perdere quota. Da Colle Jaratto si riprende il sentiero segnato percorso all’andata.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Più avanti è possibile seguire, in alternativa, un evidente sentiero sulla destra, parallelo al primo, che porta sul colle che sovrasta Barrea. Vi troviamo le strutture residue di un “sentiero natura” dedicato ai Rapaci e una capanna di pietra a tholos. Di qui si possono osservare anche le gole del Sangro. Sui fianchi, doline, forre e grotte ospitano folte colonie di uccelli rapaci: poiane, falchi pellegrini, astori, oltre a taccole, corvi e uccelli più piccoli. Si scende verso il paese incrociando stalle e altri edifici rurali, il lavatoio e la fontana Mannarino, lungo un antico vicolo a scalinata che conserva il selciato originario in pietra. Vecchie case in pietra e palazzi pregiati, dotati all’esterno di anelli di pietra per “parcheggiarvi” i muli, ci accompagnano al punto di partenza.12 - Anello per legare i muli

Note tecniche

Il Tratturo segue il sentiero del Parco marcato con il numero K1. La variante del ritorno è marcata K8. Il dislivello è modesto, limitato ai 150 metri necessari per raggiungere da Barrea (1060 m) le quote più alte, intorno ai 1200 metri, tra l’Aia della Forca e il Colle Iaratto dalla quota 1060. Se si scende ad Alfedena, occorre aggiungere il dislivello di 250 m. in discesa. I tempi di percorrenza sono di 3 ore tra andata e ritorno. Cartografia: si consiglia di utilizzare la Nuova carta turistico-escursionistica del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise (scala 1:50.000, Selca Firenze 2009). Presso i punti informativi e i centri di visita del Parco è disponibile il dépliant dedicato al Tratturo Regio Pescasseroli-Candela. Tratto Pescasseroli-Opi (Pnalm, 2009). Tra le Guide escursionistiche si consiglia “Regio Tratturo Pescasseroli Candela – Il Trekking – 15 giorni sulle tracce degli antichi pastori” scritta da Bruno Petriccione e Sarah Gregg (Società Editrice Ricerche, Folignano, 2012).

La mappa dei sentieri del Parco

La mappa dei sentieri del Parco

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi e alla transumanza: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

Venezia. Quattro icone dell’Istituto Ellenico

Venezia ha accolto nei secoli una folta colonia di greci, formata da mercanti e da esuli che fuggivano dalla minaccia turca, in particolare dopo la caduta di Costantinopoli. Nel 1498 fu fondata la Confraternita dei Greci Ortodossi (o Nazion Greca) che avrebbe avuto come patrono San Nicolò. Oggi l’antica sede veneziana della Confraternita ospita l’Istituto Ellenico di Studi Bizantini e Postbizantini, frequentato da ricercatori greci e specializzato nello studio della storia dei territori greci sotto dominazione latina. All’Istituto è collegato un museo di icone bizantine e postbizantine, frutto di donazioni di membri della Confraternita e di altri ortodossi; molte icone furono trasportate a Venezia da profughi e altre vi furono dipinte da iconografi greci. Tra queste spiccano le opere di Michele Damaskinòs, Giorgio Klonzas, Emanuele Lambardos, Teodoro Pulakis, Emanuele Tzanes Bunialìs. Passiamo in rassegna quattro di queste icone che propongono la visione della seconda venuta di Gesù e del giudizio universale.

Il Giudizio universale del prete cretese Giovanni Apakas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giovanni Apakas (secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giovanni Apakas (secolo XVI)

La visione dell’ultimo Giudizio è declinato in una strip di scenette isolate. In alto è raffigurata la Deesis del Giudice con i due intercessori. Gesù ritorna sulla terra in una mandorla di luce sfavillante e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza, circondato da una corona di soffici batuffoli di cirri abitati da serafini e cherubini; la doppia sentenza di salvezza e dannazione è simboleggiata dalla posizione delle mani, la destra sollevata nel gesto della benedizione e la sinistra abbassata nel gesto che respinge e allontana i malvagi. La Madre mostra al Figlio l’umanità risorta impetrandone la misericordia; e così anche Giovanni Battista il precursore, raffigurato nell’abbigliamento selvaggio dell’eremita nel deserto. La Deesis è affiancata da due spalti nuvolosi gemelli sui quali si affacciano gli angeli tubicini e quelli che mostrano i libri aperti delle opere buone e cattive. Sotto il Giudice è rappresentata l’ostensione della croce e degli strumenti della passione (la lancia, la canna con la spugna, i tre chiodi e il titulus crucis). I dodici apostoli formano il tribunale celeste e siedono su due lunghe panche. Due recinti di nuvole accolgono la folla dei beati e le diverse nazioni: gli abiti e i copricapi consentono di riconoscere i monaci, i patriarchi della chiesa ortodossa, i sovrani, i martiri, le donne sante. Uno spazio separato è destinato al patriarca Abramo che accoglie nel suo grembo l’anima del povero Lazzaro. In basso, come in un formicaio didattico, vediamo le dimore dei morti inumati: gli scheletri si rianimano, si rivestono di carne e tornano alla vita. L’arcangelo Michele respinge i dannati minacciandoli con la sua spada fiammeggiante. Un fiume di fuoco travolge i dannati e li spinge tra le braccia dei diavoli. L’Inferno è tradotto in due immagini. Da un lato vediamo Babilonia, la città infernale in fiamme; al suo fianco vediamo il lago di fuoco originato dal fiume infernale, traversato dalla barca che traghetta i dannati e popolato da peccatori che galleggiano sulle fiamme mostrando i copricapi dei nemici della chiesa ortodossa.

Il Giudizio universale di Franghias Kavertzas (secolo XVII)

Il Giudizio finale di Franghias Kavertzas (secolo XVI)

Il Giudizio finale di Franghias Kavertzas (secolo XVI)

Nel confronto con l’icona di Apakas il Giudizio finale di Kavertzas è ben più ampio, affollato e ricco di particolari. Nella prima fascia in alto ritroviamo la Deesis con il Cristo parusiaco che giudica i risorti seduto sull’arcobaleno, affiancato dagli intercessori in piedi, dagli apostoli seduti sui troni del tribunale celeste e dalle legioni di angeli schierati alle spalle dei troni. Ai piedi di Gesù vediamo il tetramorfo dei quattro esseri viventi della visione di Ezechiele: essi hanno i libri dei Vangeli in mano e sono dunque i simboli dei quattro evangelisti (l’aquila di Giovanni, il leone di Marco, l’angelo di Matteo e il bue di Luca); i due personaggi inchinati sono Adamo ed Eva, i progenitori. La scena immediatamente sottostante mostra l’ostensione della croce e dei simboli della passione, l’apertura dei libri della vita, delle opere buone e delle opere cattive, e il suono delle trombe che gli angeli tubicini rivolgono ai quattro angoli del mondo per chiamare i morti al risveglio. L’arcangelo Michele è il protagonista della psicostasia: egli pesa sulla bilancia a doppio piatto le opere buone e cattive di ciascuno – simboleggiate da rotoli scritti – e con la spada sguainata tiene a bada i demoni che cercano di condizionare gli esiti del giudizio.

Il Paradiso (Kavertzas)

Il Paradiso (Kavertzas)

Il Paradiso comprende tre gruppi di beati, ordinati sulle nuvole e presidiati da angeli. Evidenza particolare è data ai santi martiri innocenti, a Lazzaro fratello di Marta e Maria fatto risorgere da Gesù e al patriarca Abramo che porta nel grembo l’anima del povero Lazzaro della parabola lucana. Di fronte ai beati sono i gruppi nazionali in attesa del giudizio. La risurrezione dei morti è rappresentata in tre modalità: risorgono dalla terra i corpi degli inumati; le bestie feroci vomitano le carogne umane che avevano divorate; il mare restituisce i corpi degli annegati e delle vittime dei naufragi delle navi. Vediamo anche i segni della fine del tempo, profetizzati da Gioele e Isaia: il sole e la luna perdono luminosità; un angelo stacca il firmamento con le stelle e lo arrotola. Il profeta maggiore Daniele è raffigurato disteso in basso al centro mentre testimonia ciò che ha veduto. Seguono scene apocalittiche: Babilonia la prostituta a cavallo della bestia, il cavallo nero della morte con la falce, l’angelo sterminatore, i re della terra a cavallo dei mostri apocalittici. Sul fondo dell’icona compaiono le immagini del Paradiso e dell’Inferno. Il Paradiso è rappresentato nella forma urbana della Gerusalemme celeste. Sulle scale della porta, Gesù accoglie un doppio corteo di beati: a sinistra sopraggiungono i beati del nuovo testamento, mentre a destra arriva il corteo dei giusti del vecchio testamento (si riconoscono il buon ladrone Disma e Giovanni il Battista). Rilievo particolare è dato alla presenza della Madonna (che benedice dalla porta della cappella a sinistra) e alla badessa del monastero offerente. Dietro le mura merlate s’intravvede il giardino dell’Eden con i fiori, le piante, gli alberi e i quattro fiumi paradisiaci.

L'apertura dei libri del Giudizio (Kavertzas)

L’apertura dei libri del Giudizio (Kavertzas)

L’Inferno è alimentato da un fiume di fiamme che scende fin nella gola del drago. I dannati cadono nel fiume e sono trascinati dal vortice sul fondo dove trovano i diavoli che li stivano con i forconi nella bocca del Leviatano eruttante sulfurei vapori dalle nari. Altri diavoli, guidati da Lucifero sul carro, si caricano i dannati sulle spalle (si noti il superbo con la corona regale) e li scaricano tra le fiamme. Sono infine descritti i castighi infernali: i teschi secchi che servono da nido alle vipere un ambiente tetro e buio; la pena del verme applicata a un carnaio di corpi addentati e stritolati da grandi serpenti.

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il Museo ellenico conserva due opere del pittore cretese Giorgio Klontzas. La prima è un’icona di grande interesse, fittissima di personaggi che partecipano all’ultimo Giudizio, sapientemente ordinati e distribuiti nei diversi comparti della tavola. L’immagine del Cristo parusiaco è tratta di peso dalla visione del profeta Ezechiele. Gesù indossa una veste dorata che lascia in evidenza le cinque piaghe e siede nella mandorla sull’arcobaleno della nuova alleanza accompagnato dai cherubini. Ai suoi piedi sono i quattro esseri viventi che corrono sulle ruote viste da Ezechiele. I quattro esseri alati sono un angelo, un’aquila, un leone e un bue; ognuno di loro reca un libro del vangelo e sono dunque identificabili come i simboli dei quattro evangelisti Matteo, Giovanni, Marco e Luca. Ai fianchi del giudice stanno Maria e Giovanni Battista, nel ruolo di avvocati difensori, e i dodici apostoli (seduti su troni con suppedaneo), preceduti da Pietro e Paolo, nel ruolo della corte del tribunale. Alle spalle degli apostoli sono i nove cori degli angeli. L’etimasia è sintetizzata in un magnifico trono vuoto, sormontato dalla croce.

Gli angeli tubicini (Klontzas)

Gli angeli tubicini (Klontzas)

Ai lati del trono due nubi sostenute dai serafini reggono gli angeli che hanno l’incarico di suonare le trombe che chiamano i morti alla risurrezione e che aprono i libri dove sono elencate le opere compiute in vita dai risorti. I beati sono ordinati su tre livelli. Il primo gruppo è formato dal corteo dei giusti del vecchio testamento: in testa sono i progenitori Adamo ed Eva (tra i loro piedi s’insinua il serpente tentatore del peccato originale), seguiti da Noè col modello dell’arca, dal piccolo Isacco e da Abramo che regge il coltello del sacrificio del figlio, dal re Davide che suona l’arpa, da Mosè con le tavole della legge, dal sommo sacerdote Melchisedec col turibolo dell’incenso, dal centurione romano convertito, da Giacobbe con la scala e dal buon ladrone Disma con la sua croce. Gli altri due cortei comprendono i sacerdoti, i re, i martiri e le donne sante. Sul fondo dell’icona, a sinistra, vediamo la scena della risurrezione dei morti sotto lo sguardo del profeta Ezechiele: nella valle delle ossa aride, gli scheletri si ricompongono, le mummie si rivestono di carne e tornano alla vita.

L'Inferno (Klontzas)

L’Inferno (Klontzas)

Sul lato opposto vediamo l’arcangelo Michele che respinge la schiera supplice e disperata dei dannati. Si staglia poi il profilo della città infernale Babilonia con le cupole e gli archi in fiamme. Uno stormo di diavoli volanti accorre a prendere in consegna i dannati e a buttarli nella gola mostruosa del Leviatano. Sotto lo sguardo di un profeta, vediamo il fiume di fuoco che scende dal trono ad alimentare il lago infernale e le bestie dell’Apocalisse che si scatenano nel carnaio dei viziosi. Lucifero cavalca il drago e regge in mano il serpente tentatore. Ai dannati viene applicata un anello di ferro al collo: legati da una lunga catena sono trascinati all’inferno da un ghignante diavoletto nero.

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas (fine del secolo XVI)

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas

Il trittico del Giudizio universale di Giorgio Klontzas

La seconda opera di Klontzas conservata nel Museo ellenico è un trittico formato da una pala centrale e da due ante laterali, chiudibili grazie a quattro anelli cerniera. Una cimasa dorata sovrasta la pala centrale e racconta in quindici tondi dipinti altrettante storie della Genesi, dalla creazione del mondo al peccato originale, dai fiumi del paradiso alla cacciata dei progenitori dall’Eden.

Il pannello centrale del trittico di Klontzas

Il pannello centrale del trittico di Klontzas

Il pannello centrale vede in alto la manifestazione del giudice seduto sui cherubini, affiancato dagli intercessori, dai due arcangeli e dagli angeli. Il tribunale degli apostoli, seduti sui troni, è decentrato nelle lunette delle due ante laterali. L’etimasia non è raffigurata, ma è sostituita dall’ostensione della croce simbolo del sacrificio di Gesù; la croce è sorretta da Adamo ed Eva (che schiacciano sotto i piedi il serpente tentatore del peccato originale) e riceve l’omaggio dal corteo dei giusti dell’antico testamento. Tra quest’ultimi si riconoscono Noè (con l’arca), Melchisedec (con il turibolo), Abramo col figlio Isacco (che porta la fascina di legna del sacrificio sulle spalle) e Mosè (con le tavole della legge). Ancora sulle nubi vediamo a sinistra il gruppo degli angeli trombettieri e a destra gli angeli che aprono i libri del Giudizio. Segue la scena della psicostasia: l’arcangelo Michele, vestito nell’elegante divisa di condottiero delle milizie celesti, pesa sulla bilancia a doppio piatto le opere buone e cattive trascritte nei rotolini di carta. Ai suoi piedi è il gruppo dei risorti che attende il giudizio. Gli angeli provvedono a formare il corteo dei beati e ad avviarlo verso il paradiso. Dal lato opposto diavoli neri ammanettano i dannati e li portano in corteo nel fiume di fuoco che scende dai piedi del Giudice.

Il Paradiso e la risurrezione dei morti (Klontzas)

Il Paradiso e la risurrezione dei morti (Klontzas)

L’anta laterale sinistra descrive due lunghi cortei di beati che accolgono i sacerdoti, i re guerrieri, i martiri, i solitari, le monache e i monaci, i santi della tradizione orientale. In basso è raccontata la risurrezione dei morti, arricchita dalla scena dell’ascesa dei risorti nudi o sommariamente rivestiti. Il pannello laterale destro riporta un unico corteo di beati, ma incorpora un piccolo spazio dedicato al padre Abramo che tiene in grembo l’anima del povero Lazzaro. Segue la scena grandiosa dell’incendio della città infernale di Babilonia: i suoi abitanti in fuga sono raccolti dai demoni e trascinati nel baratro. Altri dannati attendono sulle rive del lago infernale la barca di Caronte che li traghetterà attraverso la palude di fuoco. Per tutti il destino è la bocca del drago, la gola del Leviatano infernale.

La visione dell'Inferno (Klontzas)

La visione dell’Inferno (Klontzas)

Visita la sezione del sito dedicata alle Visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html