Le pietre della storia sul Monte Pallano

Le mura megalitiche

Le mura megalitiche

La storia del monte Pallano è scritta sulle pietre, su quelle molteplici testimonianze che affiorano nel suo ondulato altipiano sommitale. Si comincia dalle imponenti mura megalitiche costruite dai Lucani nel terzo millennio avanti Cristo. Si prosegue con le fondamenta dell’antica Pallanum romana, riemerse grazie a uno scavo archeologico che ha ipotizzato un ancor più vasto insediamento urbano ancora occultato sotto terra. Si completa con le sorprendenti capanne di pietra a tholos, disseminate sui pascoli d’altura e costruite dai pastori che praticavano la transumanza verticale. Il monte Pallano – con i suoi 1020 metri di quota – è il rilievo dei monti Frentani che sovrasta il vicino lago di Bomba nella valle del Sangro e ricade nel territorio dei comuni di Tornareccio, Bomba, Archi, Atessa e Colledimezzo. La Soprintendenza per i beni archeologici dell’Abruzzo ha istituito nel 2000 su monte Pallano un Parco archeologico naturalistico che si propone di mettere in rete didattica per le scuole, archeologia, natura, storia, prodotti tipici, gastronomia e attività ludico-culturali, nel rispetto dello spirito del luogo.

La mappa del Parco

La mappa del Parco

L’itinerario

3 - Le strutture del Parco

Superato il paese di Tornareccio, provenendo dalla Fondovalle del Sangro, si raggiunge un bivio segnalato da una selva di cartelli. S’imbocca sulla destra una stretta strada asfaltata che conduce in 6 km alla cima del monte Pallano e alla vicina area archeologica. Percorsi 1,5 km conviene tuttavia fermarsi a visitare le accoglienti strutture a servizio del Parco e in particolare il Centro di documentazione e visite, il Centro di educazione ambientale e il Ristoro dei Paladini. Una nutrita serie di pannelli informativi, una biblioteca e altre risorse educative accolgono il visitatore in cerca di orientamento e curioso di conoscere la storia, la cultura e la natura del territorio.

La Porta di Monte

La Porta di Monte

Ripresa l’auto (o – se si preferisce – risalendo a piedi un sentiero che attraversa il bosco) si sale alla terrazza sommitale. La vetta del Pallano è recintata e occupata da una selva di antenne a servizio della telefonia e non è dunque accessibile. Conviene parcheggiare nei pressi delle Mura megalitiche, non lontano dal bivio della strada che scende a Sambuceto e Bomba. Le poderose mura in opera poligonale sono state restaurate e rese accessibili da comodi sentieri. È stato anche ricostruito il modello dell’antica gru di sollevamento e posa dei massicci megaliti. Costruite sulla cresta del monte le mura costituivano un imponente apparato difensivo dell’abitato italico e sfruttavano in buona parte il banco di roccia opportunamente regolarizzato. Nel breve tratto visitabile le mura sono conservate per circa 165 m di lunghezza e per un’altezza di 5; sono intervallate da due caratteristiche porte, la Porta del Monte e la Porta del Piano.

La Porta di Valle

La Porta di Valle

Questa muraglia faceva parte di un sistema di ocres o centri fortificati costruiti dalle popolazioni dell’Appennino centrale e dalle tribù di ceppo osco-sabellico: Vestini, Marrucini, Peligni, Marsi, Pentri, Pretuzi, Carricini e Frentani. Le mura erano disposte in modo da favorire un avvistamento ottico reciproco con i non lontani centri di Civita Danzica, Monte Maio, Monte Pidocchio e Montenerodomo. Avevano una funzione civile e militare di riparo e protezione delle popolazioni e delle greggi, a guardia della viabilità terrestre e fluviale.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Dopo la visita alle mura andiamo alla scoperta delle capanne di pietra a tholos. L’altopiano del monte e le aree adiacenti ne erano disseminati. Si dice che esse fossero circa trecento. La loro funzione è da collegare alla pastorizia verticale, praticata, in modo considerevole, fino alla metà del Novecento. L’abbandono della pastorizia da parte degli abitanti del luogo ha fatto cessare l’uso dei tholos che, in poco tempo, sono andati distrutti. Oggi ne sopravvivono solo pochi esemplari. Per scovarli occorre dedicarsi a una sorta di paziente ‘caccia al tesoro’. Il primo esemplare è facile da individuare perché si trova sulla panoramica cresta del monte, seguendo la direzione indicata dalle mura. Il tetto è crollato ma si può ancora apprezzarne in pieno l’ampiezza e la regolarità geometrica dell’impianto.

Capanna di pietra a tholos

Capanna di pietra a tholos

Si torna sulla strada asfaltata la si risale per qualche metro, fermandosi nel tratto compreso tra le mura e il bivio per Bomba. Qui occorre individuare sul pendio sottostante le frecce di legno di un percorso segnato da Legambiente. Il sentiero è obliterato ma seguendo i frequenti paletti si scende in una zona terrazzata con numerosi muretti di pietra e si tocca una delle capanne più ‘belle’, ancora in piedi. L’interno ha il pavimento lastricato e un giaciglio di pietra rialzato. L’esplorazione può continuare a piacere. Le capanne sono numerose ma ridotte spesso cumuli di pietre crollate e invase dalla macchia.

L'interno del tholos

L’interno del tholos

Mantenendo come riferimento la strada asfaltata si scende ora verso l’inizio del pianoro. Su uno spalto roccioso è stata collocata la bianca statua di una Madonna con bambino. Di fronte si risale il cocuzzolo della Torretta (925 m), evitando la macchia più fitta che ricopre altri tholos malmessi.

La Madonnina

La Madonnina

Dalla croce di vetta si ammira un panorama amplissimo che spazia dalla dorsale della Maiella alla valle del Sangro, dal lago di Bomba fino al mare Adriatico. Sulla cima sono i resti di opere militari legate alla Linea Gustav nella seconda guerra mondiale. Tornareccio venne a trovarsi sul fronte e – nella logica della ‘terra bruciata’ – fu minata e distrutta dalle forze armate tedesche.

La Torretta

La Torretta

Tornati sulla strada, nei pressi di una piccola area picnic, si segue la strada sterrata che raggiunge l’area archeologica di Fonte Benedetti. Lo scavo ha messo in luce l’abitato dell’antica Pallanum, restituendo le strutture murarie dell’abitato ellenistico-romano che circondava la rettangolare piazza porticata del Foro. Si osservi l’ingegnoso sistema di drenaggio delle acque meteoriche, con la condotta che ne consentiva il deflusso a valle. Altro particolare interessante è la tecnica di costruzione delle case, basata sull’uso di pietre grossolanamente sbozzate e legate non con la malta ma con un terriccio sabbioso molto depurato, utilizzato anche come rivestimento delle pareti.

L'area archeologica

L’area archeologica

 Per approfondire

Le risorse di Tornareccio sono descritte nel sito del Comune (www.comune.tornareccio.ch.it) e nel sito di marketing territoriale (www.comune.tornareccio.ch.it/). I modi e gli strumenti delle forme di vita tradizionale nella zona sono il tema della raccolta di oggetti, foto e testimonianze confluita nel Museo etnografico di Bomba (www.museoetnograficobomba.it). La cooperativa Gaia si occupa della gestione del Parco Archeologico Naturalistico di Monte Pallano, con il centro di educazione ambientale “Monte Pallano” e con il ristorante “Il Ristoro dei Paladini” (www.gaiamontepallano.it).

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

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Marisa Gallo e il tholos dell’Acquafredda

Ciao, sono un’anziana signora di 76 anni; navigando per caso sul pc mi sono imbattuta nel vostro blog “Camminare nella storia”. Complimenti per le magnifiche parole  e per i sentimenti espressi durante le escursioni fatte lungo quei sentieri di Roccamorice. Voglio solo dire che il tholos di servizio, ristrutturato, annesso alla residenza di campagna vicino all’Acqua Fredda è della mia famiglia: io e mio marito vi abbiamo lavorato personalmente, insieme al muratore mastr’Antonio D’Ascanio nel 1993. E poiché io mi diletto di poesia, ne avevo scritta una proprio sul tholos. Ora noi non vi andiamo più tanto spesso perché siamo anziani, ma soprattutto non possiamo fare escursioni…però fatele voi per noi, e descrivetele,  cosicché anche noi ne godiamo. Di nuovo complimenti: sono contenta di aver avuto l’occasione di leggervi!

Marisa

Residenza di campagna con tholos

IL THOLOS

Arcaico rifugio del pastore

il tholos: muso contro muso il gregge

sceso in fretta dalla montagna scura

giace al sicuro.

Le grosse pietre da  mani operose

senza malta, con perizia e pazienza,

lavorando e con tenacia, sono

state composte.

Quieti or si scaldano il padrone e il cane:

fedele il padrone divide il pane

con lui e lo scarso companatico:

seduti accanto.

Fedele il cane gli lecca la mano.

Fuori infuria ancor forte  il temporale

e ogni cosa il vento strapazza:

ma caldo è il tholos.

Di tanto in tanto  il gregge  bela piano.

Non più rabbuiata è la montagna,

e fra le valli s’intravede un raggio

chiaro di luce.

Capanna di pietra alle Coste Cagne

Capanna di pietra alle Coste Cagne

La fonte dell'Acquafredda

La fonte dell’Acquafredda

 

Le capanne di pietra della Maiella. L’anello della Cerratina

2 - Capanna di pietra

Alle pendici settentrionali della Maiella, il largo declivio che da Lettomanoppello risale verso le faggete di Passo Lanciano, ospita la più grande concentrazione di capanne di pietra. Sono casette a cupola che richiamano i prototipi mediterranei a tholos della civiltà greca e che somigliano ai nuraghi sardi e ai trulli pugliesi. Costruite con pietre a secco sovrapposte e rastremate in alto, le capanne hanno taglie diverse, dalle più piccole che sono destinate a magazzino, alle più grandi, in grado di ospitare persone. Molto bene ha fatto il Parco nazionale della Maiella a individuare e segnalare un percorso ad anello sulla direttrice del tratturo di monticazione che sale da Lettomanoppello ai pascoli della Maielletta. I pendii al margine del bosco di Cerratina sono stati modellati dall’uomo, che vi ha realizzato vie pastorali particolarmente curate, fiancheggiate da muretti in pietra ben conservati, gradoni nelle poche vallette che disponevano di terreno coltivabile, stazzi circondati da muri e numerose capanne sparse un po’ ovunque. L’interesse dell’escursione è disturbato dagli esiti ancora visibili del devastante incendio del 2007 che ha martoriato il rimboschimento di Cerratina, ma è gratificato dal panorama decisamente spettacolare di cui si gode lungo tutto il percorso e che abbraccia la valle del fiume Pescara, parte delle colline teatine e un buon tratto della costa adriatica.

La tabella descrittiva del sentiero

La tabella descrittiva del sentiero

Le capanne di pietra

Doppio recinto con arco

Doppio recinto con arco

I ricoveri di pietra in montagna erano ovviamente molto spartani, ma non mancavano il focolare, un giaciglio per la notte e i ripostigli per gli oggetti di vita quotidiana. Osservando con attenzione queste costruzioni è possibile rendersi conto della loro funzionalità̀ e dell’ingegnosità̀ con cui i costruttori hanno saputo conciliare le esigenze delle attività̀ agricole e pastorali alla morfologia del territorio, all’ambiente circostante e ai materiali disponibili. E’ possibile infatti distinguere i locali destinati all’alloggio, meglio rifiniti, ed a volte con pavimentazione in pietre e aperture per l’uscita del fumo, i locali per il ricovero degli animali, i fienili.

Mungitoio

Mungitoio

Facilmente riconoscibili sono i mungitoi, in quanto in genere si tratta di locali con due aperture collegate a stazzi distinti, in modo che risultasse agevole separare gli animali già̀ munti da quelli ancora da mungere. Nei casi in cui il recinto era unico, questo poteva comunque essere diviso in due da divisori mobili realizzati con reti e pali di legno. Non va tuttavia dimenticato che questi complessi erano a servizio non solo delle attività̀ di pastorizia, ma anche di quelle agricole; i loro possessori non erano tanto i pastori transumanti che conducevano greggi composte da centinaia di capi, quanto gli agricoltori locali che durante il periodo estivo si trasferivano in montagna per coltivare i campi e portare al pascolo i pochi capi che possedevano. Non a caso, generalmente le strutture comprendono anche locali per il deposito dei prodotti e degli attrezzi.

Capanna con recinto

Capanna con recinto

L’itinerario

Piccola capanna sul pendio

Piccola capanna sul pendio

L’escursione ha inizio dal Piano delle Cappelle, al km 11,200 della strada provinciale che da Lettomanoppello sale a Passo Lanciano. Lasciata a sinistra una strada sterrata e il successivo parco della Madonna della Neve, il sentiero, tabellato e segnato con le bandierine bianco-rosse, risale il pendio, costeggia una stalla sociale moderna e segue per un tratto il fosso, per poi scavalcarlo e salire sulla destra a raggiungere il crinale della Cerratina. Qui il vecchio tratturo pastorale bordato dai sassi riacquista la sua chiara identità e procede seguendo fedelmente la cresta. Le capanne di pietra si distribuiscono sul pendio, accanto o a breve distanza dal tratturo. I campicelli terrazzati si alternano ai recinti degli stazzi e a qualche boschetto salvatosi dall’incendio. Si osservano alcuni complessi pastorali più articolati, formati da due o più capanne, coordinati con i recinti comunicanti attraverso il mungitoio.

Recinto con capanna di servizio

Recinto con capanna di servizio

Al bivio di quota 1010, segnalato da paline, si lascia a sinistra il sentiero che scende (lo si percorrerà al ritorno) e si procede ancora lungamente sulla cresta fino a incontrare il bosco.

Capanna di pietra sulla Cerratina

Capanna di pietra sulla Cerratina

Al successivo bivio di quota 1257 lasciamo il sentiero che prosegue verso Castelluccio e Passo Lanciano e scendiamo a sinistra sul tratturo segnato che percorre la regione delle Mandrelle.

Villaggio pastorale alle Mandrelle

Villaggio pastorale alle Mandrelle

Il tratturo segue il percorso di un fosso ed è ben individuato dagli alti muretti di pietra che lo fiancheggiano, ma è sassoso e scomodo. I prati che attraversiamo sono il regno della pietra: i campicelli un tempo coltivati sono meticolosamente recintati e sostenuti da terrazzini di pietra. Le capanne di servizio si fanno più rade e sono spesso dirute; ma si addensano più numerose intorno alla vecchia fonte a trocchi di Santa Maria, circondata da pietre incise dai nomi dei nuovi pastori provenienti dai Balcani.

La fonte a trocchi di Santa Maria

La fonte a trocchi di Santa Maria

Greggi e mandrie si affollano intorno al nuovo fontanile costruito su un poggetto. Dalla fonte si prende la via del ritorno seguendo i sentierini in quota che raggiungono la cresta ai limiti del bosco di Cerratina e chiudono l’anello al bivio di quota 1010. Sul tratturo percorso all’andata si torna al punto di partenza. In alternativa, dalla fonte si può scendere sulla stradina a fondo naturale, costruita a servizio della vicina cava dismessa e percorrerla a ritroso fino alla stalla sociale, a pochi metri dalla partenza del nostro sentiero.

Tempo di percorrenza: circa 3 ore. Dislivello: circa 400 metri.

Per approfondire

Il complesso pastorale d'Alfonso

Il complesso pastorale d’Alfonso

Una schedatura delle capanne della Maiella, completa di foto, descrizioni, mappe dei sentieri e georeferenziazione dei siti è disponibile nella pubblicazione del Parco nazionale della Majella “Paesaggio agrario distribuito” diffusa gratuitamente nei centri di visita e scaricabile liberamente dal sito istituzionale: http://www.parcomajella.it/. Si segnalano comunque la Carta Turistica del Parco in scala 1:50.000 e la Carta dei sentieri del gruppo della Majella, edita da SER su base Igm in scala 1:25.000. Presso l’ufficio turistico del comune di Lettomanoppello sono disponibili opuscoli e informazioni sui sentieri e sui percorsi locali. Particolarmente interessanti sono gli itinerari di archeologia industriale delle miniere della zona. Da vedere sono anche le numerose scultura in pietra locale opera degli artigiani locali.

Il bivio del sentiero a quota 1010

Il bivio del sentiero a quota 1010

Sirmione. Il Giudizio di San Pietro in Mavino

La chiesa di San Pietro in Mavino

La chiesa di San Pietro in Mavino

Sirmione è una punta di freccia lanciata nel lago di Garda, una penisoletta incantevole, una testimone di storia e d’arte che risuona ancora delle gioiose risate del poeta latino Catullo: «Salve, o venusta Sirmio, atque ero gaude gaudente; vosque, o Lydiae lacus undae, ridete quidquid est dome cachinnorum». Chi dalle Colombare percorre lungamente la strada rivierasca e poi s’infila nelle stradine del borgo, tra la Rocca scaligera e la chiesa di Santa Maria, coglie la presenza di un turismo multicolore e cosmopolita e apprezza le molteplici risorse, dalle terme agli alberghi e ai bagni di lago. Basta però che si allontani di pochi metri e risalga il colle, per lasciarsi alle spalle le folle del turismo di massa e ritrovare la pace accanto alla chiesetta di San Pietro in Mavino. Sulla pietra è inciso un esplicito invito: «Ascolta il silenzio…». Entrati nella chiesa, troviamo la compagnia di una folla di santi e di sante che ci scortano verso l’absidiola centrale. Qui, nel catino dell’abside, troviamo la scena centrale del Giudizio finale, un po’ incrinata e appannata, ma ancora perfettamente leggibile.

La scena del Giudizio finale

La scena del Giudizio finale

Il Cristo giudica l’umanità seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza. Egli è al centro della mandorla, quel varco apertosi nell’empireo per consentire il ritorno di Gesù sulla terra. Indossa una tunica regale, tempestata di gemme, cui si sovrappone il mantello color rosso di martirio. Porta sul capo un nimbo crociato e mostra le stimmate della passione sugli arti e sul costato, mentre allarga misericordiosamente le braccia per accogliere i beati all’ombra dei rigogliosi alberi del Paradiso terrestre.

Il Cristo giudice

Il Cristo giudice

Due angeli sontuosamente abbigliati suonano le loro lunghe trombe per chiamare i morti al risveglio. Due gruppi di morti si sollevano dai loro sepolcri e si presentano al giudizio. Un gruppo è accolto tra i beati ed esprime con i gesti della preghiera la sua riconoscenza al giudice. L’altro gruppo è invece assalito dai serpenti e prende così conoscenza del suo destino di dannazione. A loro favore due personaggi inginocchiati ai piedi del giudice intercedono per chiedere misericordia: sono Maria, la madre di Gesù, e Giovanni battista il precursore.

Il Battista, l'angelo tubicino e la resurrezione dei morti

Il Battista, l’angelo tubicino e la resurrezione dei morti

Usciamo dalla chiesetta di San Pietro e raggiungiamo in pochi passi i grandiosi resti della villa romana di Sirmione. Il turbamento della recente visione dell’Oltretomba si stempera nell’orizzonte di bellezza superba del lago di Garda. Un paesaggio che faceva esclamare a Catullo: «Paene insularum, Sirmio, insularumque ocelle, quascumque in liquentibus stagnis marique vasto fert uterque Neptunus, quam te libenter quamque laetus inviso». E cioè: «Sirmione, perla delle penisole e delle isole, di tutte quante, sulla distesa di un lago trasparente o del mare senza confini, offre il Nettuno delle acque dolci e delle salate, con quale piacere, con quale gioia torno a rivederti».

Il silenzio di Sirmione

Il silenzio di Sirmione

A Lavinium, sulle tracce di Enea

La porta dell'Heroon di Enea

La porta dell’Heroon di Enea

Ecco una proposta per “camminare nella storia” nei dintorni di Roma. Si tratta di una breve passeggiata – tra storia e mitologia – a Lavinium, sulle tracce di Enea.

Il lungo viaggio di Enea

Memoria del bimillenario virgiliano

Memoria del bimillenario virgiliano

Virgilio compose il poema epico Eneide nel primo secolo avanti Cristo rielaborando antiche tradizioni letterarie e “riscrivendo” la storia di Roma. L’eroe Enea fugge da Troia, fonda una nuova città, Lavinium, considerata “metropoli” (città madre) dei Latini, dove custodisce gli déi portati da Troia e la memoria di nobili antenati da cui discendono la stirpe albana e la stessa Roma (non è casuale che anche la Storia di Roma di Tito Livio abbia inizio con lo sbarco di Enea nel territorio laziale). Il viaggio che porterà Enea da Troia al Lazio durerà ben sette anni. La prima tappa è in Tracia. Poi nell’isola di Delo a consultar l’oracolo del dio Apollo. Successivamente nell’isola di Creta, dove scoppia una pestilenza; nelle isole Strofadi (Mar Ionio); ad Azio e a Butroto nell’Epiro (Albania), dove Enea incontra Andromaca, moglie di Ettore, divenuta schiava di Pirro, figlio di Achille. Dall’Epiro alla Sicilia, dove muore Anchise. Di qui una tempesta, scatenata da Giunone, che odia i Troiani, spinge Enea e i suoi compagni in Africa. Dopo un lungo soggiorno a Cartagine, il viaggio riprende con una nuova tappa in Sicilia per onorare la memoria di Anchise, poi una sosta a Cuma per consultare la Sibilla e infine l’arrivo sulle coste del Lazio.

L’arrivo a Lavinium

I luoghi dello sbarco di Enea

I luoghi dello sbarco di Enea

Nel settimo libro dell’Eneide, Virgilio descrive così l’arrivo di Enea sulla costa di Roma: “Già sotto i raggi il mare arrossava quando i venti si posarono e all’improvviso ogni alito cadde… E qui Enea grande, dal mare, un bosco divino avvista. Nel mezzo, il Tevere con l’amena corrente, a mulinelli rapidi, biondo di mota arena, prorompe in mare. E sopra e all’intorno, variopinti, gli uccelli avvezzi alle rive e al greto dei fiumi con canto accarezzavano l’aria e per il bosco volavano. Quando col primo raggio le terre imbiancava, sorgendo, il giorno nuovo, città, lidi e terre del popolo esplorano per vie diverse: questi gli stagni del fonte Numico, e questo fiume è il Tevere, i forti Latini qui vivono”. Lo sbarco sarebbe avvenuto in una laguna interna, separata dal mare dalla duna costiera, grazie a un’apertura che avrebbe permesso l’attracco di una nave di basso pescaggio come erano quelle dell’età del Bronzo. Lì sarebbero apparse le due sorgenti che dissetarono Enea e i compagni. Nella laguna sfociava il fiume Numicus: risalendone il corso era facile trovare acqua e viveri nella Silva Laurentina. Lì sarebbe stata fondata Lavinium.

L’antica Lavinium

Il borgo di Pratica di Mare

Il borgo di Pratica di Mare

La città di Lavinium era situata al diciottesimo miglio dell’antica Via Laurentina (a circa 28 km da Roma e a 4 km dal mare). L’acropoli risale all’età del Bronzo e alla prima età del Ferro. Nel sesto secolo raggiunse la massima espansione sia urbanistica che economica. Si svilupparono i contatti commerciali, soprattutto con l’ambiente greco coloniale. Questi contatti sono testimoniati dalla forma dei monumenti, dai culti provenienti dalla Magna Grecia e dalla ceramica d’importazione. La Via Laurentina, la Via per Ardea e la via che dai Colli Albani si dirigeva verso il porto costituivano i principali assi viari di riferimento. I monumenti più famosi sono il Santuario dei tredici altari, l’Heroon di Enea e il Tempio di Sol Indiges. La fine della città si può stabilire intorno al quinto secolo, probabilmente a seguito di un terremoto.

Il Borgo di Pratica di Mare

Il palazzo baronale di Pratica di Mare

Il palazzo baronale di Pratica di Mare

La passeggiata può iniziare dal Borgo di Pratica di Mare, frazione del Comune di Pomezia, nei pressi dell’aeroporto militare. Pratica di Mare è costruita esattamente sull’acropoli dell’antica Lavinium. Il borgo è appartenuto ai monaci benedettini fino al Trecento, per poi passare alle proprietà delle grandi famiglie baronali: i Colonna, i Capranica, i Massimi e, dal 1617, i Borghese, attuali proprietari. La conformazione attuale del borgo è riferibile alla ristrutturazione operata nel Seicento dall’architetto Rainaldi su disegni di Antonio da San Gallo il Giovane. Il monumento di rilievo è il Castello, nelle forme di un palazzo baronale.

 Il Museo archeologico Lavinium

Il Museo archeologico Lavinium

Il Museo archeologico Lavinium

Usciti dal Borgo di Pratica di Mare e percorso un centinaio di metri si raggiunge la villa che ospita il Museo archeologico Lavinium. Modernamente concepito, il Museo è affascinante e propone una visita molto appagante. Il viale d’ingresso è fiancheggiato dai pannelli che riportano i brani dell’Eneide e risuona degli stessi versi diffusi in quadrifonia con l’accompagnamento di una colonna sonora. Le sale dispongono di videoinstallazioni che raccontano con grande efficacia il viaggio di Enea, fanno parlare le statue delle offerte votive ci fanno incontrare un sacerdote virtuale nel tempio delle tredici are. Cinque sale sono dedicate rispettivamente alla straordinaria statua di Minerva, la Tritonia Virgo, alla bellezza femminile del Mundus Muliebris, alla nave del viaggio di Enea per mare, alla Civitas religiosa, con i culti dei vivi e le sepolture dei morti, e all’Heroon di Enea.

 L’area archeologica

I tredici altari di Lavinium

I tredici altari di Lavinium

La vicina area archeologica, normalmente chiusa, è comunque visitabile in alcune occasioni. Tra i monumenti di maggiore interesse c’è il Santuario delle Tredici Are che trae il nome dal numero degli altari rinvenuti (anche se recentemente se n’è aggiunto un quattordicesimo). Vi è poi la cosiddetta tomba di Enea (Heroon), una tomba a tumulo del VII sec. a. C., che in epoca successiva, nel IV sec. a.C. venne significativamente ristrutturata con l’aggiunta di una cella quadrangolare chiusa da una porta a finto battente in tufo.

8 - Museo di Lavinium

Il giro del Lago d’Averno, con Enea e la Sibilla

Il Lago d'Averno con Enea e la Sibilla Cumana (William Turner, 1798)

Il Lago d’Averno con Enea e la Sibilla Cumana (William Turner, 1798)

‘Camminare nella storia’ diventa ancora più intrigante quando i fili della storia s’intrecciano con quelli del mito. É quel che succede, ad esempio, quando ci proponiamo di seguire le orme di Enea dopo il suo sbarco a Cuma, con il periplo del lago d’Averno, un lago che esiste davvero e che non è solo un topos della fantasia mitologica di Virgilio. Una tranquilla passeggiata a piedi, che diventa ancor più piacevole se alternata alla lettura del sesto libro dell’Eneide (in latino, per chi è capace di leggerlo, o in una buona traduzione italiana).

Il Lago d'Averno (visto da ovest)

Il Lago d’Averno (visto da ovest)

Il Lago d’Averno nei Campi Flegrei

Le rovine delle Terme (c.d. Tempio di Apollo)

Le rovine delle Terme (c.d. Tempio di Apollo)

Il Parco regionale dei Campi Flegrei (i campi ‘ardenti’) tenta dal 2003 di arginare la straripante pressione urbanistica di una delle zone più densamente popolate d’Italia, per tutelare una fascinosa regione vulcanica a occidente del golfo di Napoli e promuovere un’immensa area archeologica nella quale si mescolano mito, storia e natura. Scendendo dalla collina di Posillipo s’incontrano – solo per fare qualche esempio – la Solfatara di Pozzuoli, le sorgenti di Agnano, gli scavi e il parco sommerso di Baia, l’antro della Sibilla, le isole di Nisida, Procida e Vivara, il capo Miseno, il cratere degli Astroni, il Monte Nuovo, la Piscina Mirabile di Bacoli. Alcuni crateri vulcanici sono divenuti i laghi di Averno, Lucrino, Fusaro e Miseno. Il lago d’Averno, in particolare, è uno specchio di acque immote e cupe, cinto da ripide pareti boscose coltivate a vigneti e frutteti. La severità del paesaggio, il silenzioso raccoglimento, le forme singolarmente regolari delle sponde, i vapori sulfurei delle fumarole termali indussero gli antichi a considerarlo come l’entrata agli Inferi.

Scorcio del lago

Scorcio del lago

L’itinerario

Vigneto storico

Vigneto storico

L’accesso consigliato per chi usa i mezzi pubblici è la stazione “Lucrino” della Ferrovia Cumana che collega Napoli Montesanto a Torregàveta. Usciti dalla stazione (che dà direttamente sulla spiaggia), sulla rotonda stradale s’imbocca il viale di fronte (Via Italia) che sfiora il lago Lucrino e conduce direttamente sulle sponde del lago Averno (850 m, 10 minuti). Una lapide riporta i versi di Virgilio del libro sesto dell’Eneide: “Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, 
scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris…”. Si va ora a destra (est) seguendo la sponda del lago che si allontana dalle auto e si fa subito tranquilla. Sulla terra battuta i pazienti pescatori si alternano ai runner e ai ciclisti. Ammiriamo le grandiose rovine del cosiddetto Tempio di Apollo, monumentale edificio termale che sfruttava le fumarole del lago e di cui resta una sala ottagonale. La passeggiata diventa piacevolissima tra la vegetazione riparia che regala ameni scorci del lago e le storiche vigne del cratere. Le aziende agricole e agrituristiche si alternano ai capanni di legno del parco per l’osservazione degli uccelli lacuali. A circa metà percorso, nei pressi di un edificio, troviamo l’ingresso alla Grotta di Cocceio: opera dell’ingegneria civile romana, era il tunnel che traforava il monte e collegava il lago al mare aperto di Cuma. Da qui in poi la strada torna lastricata e percorsa dalle auto dirette ai ristoranti della sponda occidentale. Una breve deviazione ci porta alla Grotta del Bagno della Sibilla, invasa dalle acque e atrio d’accesso alla galleria di collegamento con il lago Lucrino. Pochi passi ci riconducono al punto di partenza e chiudono l’anello circumlacuale (il perimetro è di 2,86 km, percorribili in 50 minuti).

Il lago d'Averno (visto da nord)

Il lago d’Averno (visto da nord)

Enea nell’aldilà virgiliano

La grotta della Sibilla

La grotta della Sibilla

Virgilio e altri autori classici hanno trasfigurato il lago d’Averno e il cunicolo della Sibilla nell’ingresso dell’Oltretomba e hanno immaginato che qui iniziasse la descensio ad inferos di Enea e degli eroi della mitologia. Il lago costituiva quindi il punto di contatto tra l’aldiquà e l’aldilà della geografia infernale romana, mentre i bui cunicoli prospicienti fungevano da budelli di transito. Rinfreschiamo allora le memorie scolastiche e ricordiamo come Virgilio descrive il lago e la spelonca del vestibolo dell’oltretomba e come narri l’ingresso di Enea e della Sibilla nell’aldilà (la traduzione è di Giuseppe Bonghi).

L'Oltretomba di Virgilio

L’Oltretomba di Virgilio

«C’era una grotta profonda e immensa per la sua vasta apertura, rocciosa, protetta da un lago nero e dalle tenebre dei boschi, sulla quale nessun volatile impunemente poteva dirigere il proprio volo con le ali, tali erano le esalazioni che, effondendosi dalla nera apertura, si levavano alla volta del cielo. (Per questo i Greci chiamarono il luogo col nome di Aorno). Quand’ecco ai primi chiarori del sorgere del sole mugghiare la terra sotto i piedi e le cime delle selve cominciare a tremare e le cagne sembrano ululare attraverso l’oscurità all’avvicinarsi della dea. – Lontani, state lontani, o profani, – grida la veggente, – e allontanatevi da tutto il bosco; e tu intraprendi la via e strappa la spada dal fodero: ora, o Enea, ci vuole coraggio, ora ci vuole un animo risoluto. Detto questo entrò furente nell’antro aperto; ed egli con passo sicuro eguaglia la guida che avanza. O dei che avete il dominio sulle anime, ombre silenziose e Caos e Flegetonte, vasti luoghi silenziosi nella notte, concedetemi di raccontare quel che udii e col vostro consenso rivelare le cose sepolte nella terra profonda e nell’oscurità. Andavano oscuri nella notte solitaria attraverso le tenebre e le vuote case di Dite e i regni delle ombre vane come è il cammino nelle selve al debole lume dell’incerta luna quando Giove nasconde il cielo nell’ombra e la nera notte toglie il colore alle cose. Proprio davanti al vestibolo e sul primo ingresso dell’Orco, hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni vendicatori e vi abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame cattiva consigliera, la turpe Miseria, fantasmi terribili a vedersi, la Morte e il Dolore; quindi il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo e sull’opposta soglia la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere cinti con bende sanguinanti. In mezzo un ombroso immenso olmo stende i rami e le sue vecchie braccia, dimora che, dicono, i Sogni fallaci occupano a frotte e restano attaccati sotto ogni foglia. E inoltre numerose figure mostruose di diverse fiere hanno dimora sulle porte: i Centauri e le Scille biformi, Briàreo dalle cento braccia e l’idra di Lerna, che stride orribilmente e la Chimera  armata di fiamme, le Gòrgoni e le Arpie e il fantasma dell’ombra dai tre corpi. Qui Enea, tremante per un improvviso terrore, afferra la spada e presenta la punta aguzza alle ombre che avanzano e se non l’avvisasse l’esperta compagna, che si tratta di vite leggere senza corpo che volteggiano sotto una vuota immagine di forme, si sarebbe precipitato e invano col ferro avrebbe squarciato le ombre. Di qui comincia la via che porta alle onde del Tartareo Acheronte, qui un gorgo torbido di fango ribolle in una vasta voragine ed erutta tutta la sua melma nel Cocito».

Enea scende all'Averno (Nicolò dell'Abate, 1543)

Enea scende all’Averno (Nicolò dell’Abate, 1543)

Visita la sezione del sito dedicata alle Visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Terremoto del Fucino. Il borgo vecchio di Lecce nei Marsi

Le rovine del terremoto a Lecce nei Marsi

Le rovine del terremoto a Lecce nei Marsi

Il 13 gennaio 1915 – cent’anni fa – un rovinoso terremoto sconvolse il Fucino e l’area della Marsica. Era stato preannunciato nei giorni precedenti da strani fenomeni: i gas infiammabili che fuoriuscivano dai terreni e le acque degli stagni e dei pozzi divenute improvvisamente bollenti. La scossa fu avvertita perfino a Roma, dove cadde una statua della basilica di San Giovanni. L’esito fu disastroso. “Paesi e borgate rasi al suolo come fieno sotto la falce”, scrive Don Guanella che visita i luoghi qualche giorno dopo. Uno spettacolo di apocalisse e oltre trentamila morti. A un secolo di distanza quelle rovine sono ancora intatte e ben visibili intorno a Lecce nei Marsi. Qui il terremoto provocò centinaia di vittime e costrinse gli abitanti superstiti ad abbandonare i borghi d’altura e a spostarsi più in basso.

Lecce nei Marsi

Lecce nei Marsi

Il nuovo paese fu costruito ai margini orientali del piano del Fucino, a un livello di cinquecento metri più in basso rispetto al vecchio abitato, con l’opportunità di ricostruire case più confortevoli e di sviluppare un’agricoltura molto più produttiva. Proponiamo due facili passeggiate a piedi nei dintorni di Lecce, alla scoperta di rovine sorprendentemente conservate, in un gradevole paesaggio di pascoli, boschi, valli e monti, tutelato dal Parco nazionale d’Abruzzo.

Le Case sparse

La Ca' Marino

La Ca’ Marino

L’asse di riferimento del nostro itinerario è la strada asfaltata dedicata a Palmiro Togliatti, nota come la “panoramica”, che si stacca dal paese di Lecce nei Marsi (730 m) e sale fino ai 1425 m dell’area attrezzata del rifugio La Guardia. Le prime imponenti rovine sono subito visibili a destra della strada. Dopo 1,7 km, all’altezza di una croce di ferro che ricorda una Missione, s’imbocca sulla destra una stradina, prima asfaltata e poi sterrata, che raggiunge l’interessante chiesetta di Sant’Antonio (Madonna delle Grazie sulle carte), introdotta da una scalinata e dotata di un’area di servizio per i pellegrini.

La chiesetta di Sant'Antonio

La chiesetta di Sant’Antonio

Lasciata l’auto, andiamo a piedi alla scoperta delle case sparse di Lecce. Esploriamo così una serie di frazioni e nuclei abitativi satelliti, collegati tra loro da stradine, tra campi terrazzati, pascoli, recinti e stazzi pastorali, campicelli protetti e antichi frutteti, a balcone sull’immensa piana del Fucino. Uno straordinario e malinconico mondo di pietra. Dalla chiesetta, tornando brevemente indietro, troviamo subito a sinistra il rudere della Ca’ Carlone. Ma è più interessante raggiungere il tornante della strada, dove sorgono le rovine della Ca’ Marino, accanto a un fontanile. I tetti e gli interni sono collassati, ma le mura sono rimaste in piedi e consentono ancora di studiare la struttura interna dell’abitazione principale e dei vicini edifici di servizio alla masseria. Si prosegue ora in direzione del colle di fronte: il vecchio tratturo, protetto da muretti di pietra, è infrascato e impraticabile, ma un ampio sentiero di pietra raggiunge la selletta e si biforca.

L'arco di Sierri

L’arco di Sierri

I ruderi di Sierri

I ruderi di Sierri

A destra il tratturo scende tra i campi terrazzati verso lo spettrale borgo di Sierri, ridotto a una selva di mozziconi di muri puntati verso il cielo, una waste land di desolazione e rovine. Eppure – come per un miracolo – un aereo arco di pietra è incredibilmente sopravvissuto al sisma, simbolica porta d’ingresso al borgo coventrizzato. Risaliti sul colle, si va ora a visitare la Ca’ Buccella.

La Ca' Buccella

La Ca’ Buccella

La fattoria è disposta a semicerchio con gli edifici vicini intorno a un’ampia corte centrale. Con prudenza è possibile visitarne anche gli interni. Tutt’intorno è un pittoresco merletto di recinti di pietra, di varia forma e grandezza, a protezione di campi, frutteti e stazzi. Tornando verso la chiesa e l’auto, si può ancora imboccare una sterrata che si dirige a ovest in leggera discesa. In pochi minuti si raggiungono gli scarsi resti di un altro piccolo insediamento, significativamente chiamato Macchia, ormai conquistato dal bosco. L’intero circuito delle case sparse di Lecce si compie in un’ora.

Il castello di Lecce Vecchio

Il castello di Litium

Il castello di Litium

Ripresa l’auto si continua sulla sterrata che aggira la chiesetta e riporta sull’asfalto della Panoramica. A otto km da Lecce e alla quota di circa 1250, si alzano altri inaspettati ruderi. Il Castello di Litium, risalente al X secolo, sovrasta con la sua torre il nucleo del paese di Lecce Vecchio, abbandonato dopo il terremoto del 1915. Il colle che ospita l’abitato sorge sul lato sinistro della strada e confina a monte con una sterrata che si dirige verso le Prata e la Cicerana (sentiero T1 del Parco) e a valle con una seconda sterrata a margine di una zona di pascoli (sentiero S4). Conviene osservare l’abitato compiendone il periplo esterno.

I ruderi di Lecce Vecchio

I ruderi di Lecce Vecchio

Per la visita ravvicinata occorre avventurarsi sui sentierini che risalgono il colle, ostacolati dai ‘cavalli di frisia’ degli spinosi cespugli della macchia che ha colonizzato i ruderi. L’esplorazione è comunque interessante, grazie anche agli scorci panoramici sui valloni e sui boschi circostanti. Il tempo di visita è inferiore a un’ora. A completamento dell’escursione conviene seguire la strada fino al termine e raggiungere il pianoro della Guardia, introdotto da una lapide che ricorda il sacrificio di un partigiano sovietico di nome Ivan. Qui sorgono un rifugio e alcuni edifici in pessime condizioni, accanto a una piccola sciovia in disuso e a un fontanile. Dal pianoro il sentiero S3, in piena immersione nel bosco, sale verso il monte Fontecchia e la lunga cresta che si affaccia sulla Vallelonga.

Ruderi a Ca' Buccella

Ruderi a Ca’ Buccella

 Per approfondire

Il programma delle iniziative in memoria del terremoto di Avezzano del 1915 è catalogato nel sito istituzionale http://www.centenarioterremotomarsica.it/. Molto interessanti sono i documentari filmati sui borghi terremotati della Marsica curati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia: https://ingvterremoti.wordpress.com/2015/03/16/le-radici-spezzate-marsica-1915-2015/. Tra le pubblicazioni di taglio più storico e scientifico si segnalano “Fucino ieri” di Raffaele Colapietra e “13 gennaio 1915. Il terremoto nella Marsica” di S. Castenetto e F. Galadini (Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1999). Il sito istituzionale del Comune di Lecce nei Marsi racconta la storia del paese e propone un repertorio fotografico. Per l’orientamento sono utili le carte “Coppo dell’Orso – Carta dei sentieri della Vallelonga” in scala 1:25.000 e la “Carta turistico-escursionistica” del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, in scala 1:50.000.

Le rovine di Sierri

Le rovine di Sierri