La chiesa-neviera di San Magno

La chiesetta di San Magno

La chiesetta di San Magno

Siamo in Puglia, nel parco nazionale dell’alta Murgia. La visita dell’agglomerato rurale di San Magno sulla Murgia è molto istruttiva. Serve a scoprire come un tempo si riusciva a gestire ingegnosamente una risorsa scarsa come l’acqua. Già Orazio aveva definito la Puglia come una regione assetata: siderum insedit vapor siticulosae Apuliae (arriva alle stelle l’afa della Puglia sitibonda). E l’acquedotto pugliese arriverà ad alleviare la storica sete dei pugliesi solo all’inizio del Novecento.

La neviera

La neviera

Nel sito murgico troviamo così la chiesetta di San Magno che sovrasta una struttura in pietra un tempo utilizzata per stiparvi la neve e riutilizzata in estate come importante fonte idrica, ma fungeva anche da chiesa per la popolazione che abitava le masserie nei dintorni.

La piscina di San Magno

La piscina di San Magno

Poche centinaia di metri separano la neviera da una grande cisterna, una “piscina” a cielo aperto, di antica fattura e rimaneggiata nel tempo, che costituiva la riserva d’acqua per abbeverare il bestiame. La zona di San Magno può definirsi un altopiano carsico: vi sono i bacini “chiusi” dove convergono le acque piovane, come la depressione in cui si trova la cisterna; e vi sono poi le doline, depressioni minori con le tipiche forme “a scodella”, pianta circolare (o ellittica) e diametri di poche decine di metri. Tutt’intorno vediamo un paesaggio pianeggiante o lievemente ondulato, utilizzato per pascoli e colture estensive di cereali e foraggio.

L’itinerario

L'accesso alla cappella

L’accesso alla cappella

L’escursione parte dall’azienda Cimadomo in agro di Corato, presso la masseria San Magno, edificata alla fine del Settecento con le dotazioni tipiche della masseria fortificata. Una parte dei locali ospita le attività del Centro di educazione ambientale e un parco tematico archeologico. Vi domina la cerealicoltura, alternata alla coltivazione del foraggio e delle leguminose; ma è presente anche la zootecnia con l’allevamento di ovini, cavalli ed altri animali da cortile. Dopo la visita della masseria il percorso si dirige ora verso l’area “umida” presente nei pressi nei pressi dell’incrocio stradale, la cui parte centrale – recintata – è occupata da una grande cisterna. Quest’area raccoglie le acque meteoriche di deflusso di una vasta porzione della Murgia circostante, per cui la cisterna è piena per la maggior parte dell’anno, mentre periodicamente sul pianetto circostante si forma uno stagno a carattere temporaneo. Un fontanile e una serie di pozzi consentono la distribuzione dell’acqua. Si segue ora per cinquecento metri la sterrata fiancheggiata da un muretto e parallela alla strada asfaltata. I numerosi pannelli informativi e le paline segnaletiche agevolano il percorso e risolvono i dubbi. Una breve deviazione a sinistra conduce alla chiesa-neviera di San Magno, preceduta da un’ampia aia. La facciata è dotata di una porta e di una finestra ed è sormontata da un piccolo campanile centrale. La struttura è molto curiosa, una sorta di commistione tra sacro e profano. La porta anteriore consente di scendere in un ambiente interrato ben rivestito di pietra e con volta a botte. Qui d’inverno veniva stivata la neve, ben pressata e isolata con strati di paglia, destinata a essere poi riutilizzata nella stagione calda. La cappella per le funzioni religiose si trova invece al piano superiore, sopra la neviera, ed è accessibile da una scalinata laterale.

Segnaletica dei sentieri e della ciclovia

Segnaletica dei sentieri e della ciclovia

L’escursione – editio minor della durata di circa un’ora – può interrompersi qui. È tuttavia possibile prolungare la camminata, in direzione nord-ovest, sul tratturo che conduce all’interessante Jazzo Tarantini, un ovile dotato di lastre protettive di pietra “paralupi” e di una vasca per il lavaggio delle pecore. In direzione opposta (sud-est) si può raggiungere in 2,5 km l’area archeologica della necropoli di San Magno dove sono state individuati decine di sepolcri a tumulo, bordati da lastre di pietra a forma di dolmen.

Pannello informativo del Parco

Pannello informativo del Parco

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Minervino di Lecce. Gli affreschi di Specchia Gallone

La chiesa di Sant'Anna a Specchia Gallone

La chiesa di Sant’Anna a Specchia Gallone

Specchia Gallone è una frazione di Minervino di Lecce, situata nell’ambiente naturale delle Serre salentine, lungo la strada che conduce a Poggiardo. Ai margini del piccolo centro sorge la chiesetta francescana dedicata a Sant’Anna, la madre della Madonna, patrona delle puerpere. Siamo in un contesto rurale del tutto periferico rispetto ai circuiti artistici più rilevanti. Un borgo per il quale si potrebbero ripetere le scettiche e un po’ sprezzanti parole di Natanaele: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?”. Eppure dovremo seguire piuttosto la replica di Filippo che rispose: “Vieni e vedi”. Incredibilmente quest’anonima chiesetta di Sant’Anna ha l’interno completamente rivestito di affreschi cinquecenteschi di un certo pregio. Un ciclo pittorico molto godibile che distribuisce sulle pareti le immagini del vecchio e del nuovo testamento, dei santi e del giudizio universale.

Il Giudizio universale

Il Giudizio universale

La parete sinistra riporta le scene della Genesi, dalla nascita dei progenitori Adamo ed Eva fino all’arca di Noè. La parete destra riporta le scene dell’infanzia di Gesù, dall’annunciazione alla natività, fino alla fuga in Egitto e alla strage degli innocenti. Il presbiterio è affrescato con le scene della passione, dell’ascensione e della pentecoste, affiancate alle immagini dei santi più popolari.

La risurrezione dei morti e l'ascesa dei beati

La risurrezione dei morti e l’ascesa dei beati

La controfacciata è decorata dalla visione del giudizio universale. Il tribunale celeste è raccolto in una bomboniera di soffici nuvole. Gesù è seduto, espone le piaghe della passione e indica ai risorti sua madre, l’advocata peccatorum. A fianco di Gesù sono i due intercessori in ginocchio, Maria, la madre, che indica il figlio, e Giovanni il Battista, l’ultimo profeta che indossa l’abito eremitico di peli di cammello. La scena è purtroppo monca di brani di pittura andati perduti; possono però riconoscersi almeno gli apostoli Pietro (con il sacchetto delle monete del tradimento di Giuda), Giacomo il maggiore (con il bastone da pellegrino), Paolo (con la spada), Pietro o Andrea (con la croce del martirio).

Il Giudice e l'arcangelo Michele

Il Giudice e l’arcangelo Michele

Ai lati volteggiano gli angeli che esibiscono gli strumenti della passione: si riconoscono la croce, la canna con la spugna e il secchiello dell’aceto. Sulla verticale del Giudice un possente arcangelo Michele schiaccia sotto i piedi il diabolico ribelle e con la lancia gli spacca la testa. Quattro angeli, appollaiati sulle nuvole, suonano le trombe che chiamano i morti a risorgere. La risurrezione finale è articolata in cinque fotogrammi. Nel primo vediamo una caverna-ossario con gli scheletri che si rianimano e si ricostruiscono. Nel secondo vediamo i corpi dei risorti che emergono dai loro avelli. Nel terzo i risorti apprendono il loro destino dalle pagine dei libri della vita e del bene che gli angeli aprono davanti a loro. Nel quarto gli angeli formano il corteo dei beati e ne scacciano i diavoli predatori. Nel quinto si vede l’ascensione dei beati verso il Cielo.

La bocca dell'Inferno

La bocca dell’Inferno

Sull’altro fronte è descritta la fine dei dannati, condannati dalle pagine del libro del male, mostrato da due angioletti. I reprobi sono bastonati da un diavolo e spinti nelle fauci del drago infernale. Qui Lucifero in catene afferra i peggiori peccatori e li divora. Un paesaggio fiammeggiante, popolato da demoni, serpenti e rapaci alati, accoglie la folla sterminata dei viziosi.

Le opere di carità: visitare i carcerati

Le opere di carità: visitare i carcerati

Richiamandosi letteralmente al Vangelo di Matteo, la visione del giudizio finale è integrata didascalicamente dalla descrizione delle opere di carità, che costituiranno la materia su cui tutti gli uomini saranno esaminati. Vediamo così in basso sulla parete destra i quadri che descrivono l’invito a seppellire i morti, visitare gli infermi e i carcerati, rivestire gli ignudi, ristorare gli affamati e gli assetati, accogliere i pellegrini. Le scene sottostanti le opere di carità descrivono i comportamenti opposti, quelli che il giudice sanzionerà nell’ultimo giorno.

Le opere di carità: seppellire i morti

Le opere di carità: seppellire i morti

Visita le sezione del sito dedicata alla visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Le donne e i guerrieri della Lunigiana

Statua di donna

Statua di donna

La Lunigiana, valle della Toscana solcata dal fiume Magra, ha restituito finora un’ottantina di statue scolpite su pietra di epoca preistorica. Queste pietre rappresentano in maniera stilizzata uomini armati o donne ornate di monili o, in rari casi, bambini. Costituiscono una testimonianza di civiltà che ha interessato l’area lunigianese a partire dal terzo millennio avanti Cristo. Le statue stele erano realizzate in arenaria, estratta dalle cave della zona e lavorata con strumenti di pietra. Venivano poi infisse verticalmente nel terreno in aree particolarmente rilevanti (valichi, guadi, snodi viari).

Statua di guerriero

Statua di guerriero

Il museo di Pontremoli

Pontremoli sulla Via Francigena

Pontremoli sulla Via Francigena

La più importante raccolta di statue stele lunigianesi è visibile nel Castello del Piagnaro a Pontremoli. Il museo è stato fondato nel 1975 da Augusto Cesare Ambrosi ed è oggi aperto al pubblico in un nuovo allestimento che valorizza le stele nel contesto di un percorso di scoperta degli ambienti del castello, con una ricca dotazione di audiovisivi. Queste statue hanno un potere quasi ipnotico sul visitatore che si lascia emozionare dal contatto di reperti che, pur nella loro immobilità e nel loro silenzio, raccontano antiche storie.

Significato e funzione delle statue stele

Statua stele Minucciano

Statua stele Minucciano

Le statue stele potevano rivestire significati simbolici e astratti, legati alla sfera del culto religioso, e rappresentare immagini di divinità celesti. Oppure potevano raffigurare personaggi reali viventi o defunti che, comunque, dovevano aver avuto una posizione sociale emergente all’interno della comunità (antenati eroizzati, capi o capostipiti del clan patriarcale). Le statue stele potevano rappresentare immagini di entità protettrici o di personaggi reali posti come punti di riferimento o di “guardia ” alla sommità dei villaggi, in zone di caccia, di transito o d’interesse economico. In base ai confronti con altri monumenti provenienti da contesti coevi, (Veneto, area felsinea e medio adriatica, Etruria settentrionale, Foggiano) è possibile ipotizzare la loro funzione come monumenti funerari. Sono monumenti individuali che esaltano un personaggio eminente nella comunità locale, che adotta l’armamento aristocratico e ostenta una superiorità culturale che gli deriva dalla conoscenza della scrittura. La presenza delle iscrizioni, tutte interpretate come onomastiche, evidenzia ancor meglio la volontà di esaltazione individuale.

Le statue del gruppo A

Statua stele da Casola

Statua stele da Casola

Sono quelle più antiche, caratterizzate da un’elaborazione molto stilizzata, ancora più simili alla stele che non alla statua: la testa è appena abbozzata e non si stacca dal corpo; il volto è stilizzato, con la tipica forma a U e gli occhi sbozzati a pastiglia; attributi e ornamenti sono assai schematici.

Le statue del gruppo B

Statua stele da Moncigoli

Statua stele da Moncigoli

È il gruppo più numeroso, con un’elaborazione stilistica più curata. La testa si stacca dal corpo e assume la caratteristica forma a mezzaluna. Le donne hanno i seni in rilievo e indossano collane e monili. Gli uomini sono armati con pugnali e con asce.

 Le statue del gruppo C

La statua stele di Bigliolo

La statua stele di Bigliolo

Sono le più “recenti” e sono lavorate a tutto tondo: sono cioè concepite come statue per la visione globale e non più solo frontale. I dettagli del volto, delle braccia, delle armi e degli ornamenti si precisano e si arricchiscono. Compaiono alcune iscrizioni.

Le statue stele di Pontevecchio

Le stele di Pontevecchio

Le stele di Pontevecchio

Le statue stele del gruppo di Pontevecchio furono trovate nel 1905 nel bosco di Bocciari di Pontevecchio nel comune di Fivizzano, in provincia di Massa Carrara. La scoperta avvenne durante il dissodamento di un castagneto per ridurlo a coltura. I monumenti rinvenuti sono otto integri mentre la nona statua è stata trovata frammentaria. L’eccezionalità del ritrovamento è costituita dal fatto che sono sicuramente tra le più antiche (gruppo A) e sono state ritrovate in situ, cioè nel posto in cui erano state erette in origine. Erano inoltre allineate in ordine di altezza.

Le statue stele di Groppoli

Le statue stele di Groppoli

Le statue stele di Groppoli

Groppoli è un piccolo centro della Lunigiana appartenente al comune di Mulazzo. Tra il 2000 e il 2005, in seguito allo scavo di una trincea per lavori dell’Enel, sono venute progressivamente alla luce otto statue stele. Il contesto è una grossa buca di forma allungata, all’interno della quale le statue erano state sepolte con cura, in un terreno scuro che conteneva anche piccoli frammenti di ceramica di due diverse tipologie.

Informazioni: http://www.statuestele.org

Puglia. Il parco rupestre di Lama Cornola

Lama Cornola

Lama Cornola

Siamo in Puglia, sul mare Adriatico. Il Parco naturale regionale delle Dune Costiere si estende da Torre Canne a Torre San Leonardo, nei territori di Ostuni e Fasano e s’inoltra verso le aree agricole interne, occupate da oliveti plurisecolari e antiche masserie. Noi andremo a “immergerci” nella Lama Cornola, un piccolo canyon sui cui spalti rocciosi, a pochi passi dalle spiagge, si apre un insospettato e arcaico mondo rupestre. Le “lame” sono incisioni lineari del terreno, lunghi fossi perpendicolari alla linea di costa. Sono fiumi fossili, reliquie di quegli antichi corsi d’acqua che scendevano lungo la scarpata dalla Murgia verso il mare.

Abitato rupestre

Abitato rupestre

La Lama delle “cornole”, ovvero dei carrubi, s’infossa tra gli uliveti e le praterie di gariga. La sua intricata vegetazione rupicola offre rifugio ai rapaci che sorvolano le campagne circostanti a caccia di prede. Alla base delle pareti si aprono cavità sotto roccia e grotte scavate. Sono le tracce di una frequentazione umana che sopravvive ancora oggi. Ne sono testimonianza i trappeti ipogei per la lavorazione dell’olio, i ricoveri degli animali, il villaggio delle abitazioni rupestri.

L'ingresso di una casa-grotta

L’ingresso di una casa-grotta

L’itinerario

L'interno della casa-grotta

L’interno della casa-grotta

Per raggiungere l’ingresso a monte della Lama occorre lasciare la superstrada Bari-Brindisi all’uscita del Pilone. Dalla rotatoria stradale ovest s’imbocca la strada provinciale per Ostuni che si percorre per 2,6 km fino a un incrocio. Qui troviamo un’area di sosta della ciclovia Adriatica con un pannello del parco. Si va ora a destra per circa 1 km fino a un bivio dove un cartello indica a sinistra la direzione per la masseria Spagnulo; si va invece a destra per 100 metri e, tra un casotto bianco e una panchina, si trova una sbarra aperta su una strada sterrata che termina dopo 400 metri sotto un grande ulivo. Si lascia l’auto e si segue l’evidente sentiero che immette nel solco della lama.

Il sentiero dell'abitato rupestre

Il sentiero dell’abitato rupestre

Si attraversano lastroni di roccia che svelano nitide impronte di conchiglie fossili.

Conchiglia fossile

Conchiglia fossile

Subito dopo si visita il villaggio rupestre con le sue case-grotta, gli stazzi pastorali sotto roccia chiusi da muretti in pietra a secco, gli sgrottamenti utilizzati come stalle, i focolari e i camini per la lavorazione del latte. Sempre su sentiero si risale sul bordo della lama per incontrare un pozzo d’accesso a una cisterna sotterranea. Si costeggiano prati di gariga, uliveti intensivi, cave di blocchetti di tufo.

Abitazione in grotta

Abitazione in grotta

Più avanti si trova una nuova area rupestre distribuita sui due fianchi della lama. Si percepisce chiaramente come gli insediamenti in roccia siano strutture di servizio dei fondi agricoli soprastanti. Visitiamo opifici rupestri, frantoi ipogei, abitazioni dotate di pozzo e vasca, masserie rupestri recintate, rimesse di attrezzi agricoli e di reti per la raccolta delle olive. Notevoli i terrazzamenti e i recinti di pietra che ospitano gli olivi più grandi.

Vasto ambiente sotto roccia

Vasto ambiente sotto roccia

I collegamenti con i campi sono garantiti da stradine di accesso per i trattori e da ponticelli sul solco della lama. Il rumore intenso del traffico annuncia la vicina superstrada. Un ponte collega la lama con l’area naturalistica del parco realizzata nell’ex cava di Pezza Caldara. Il mare, le dune e il lago costiero sono a pochi passi.

Stazzo sotto roccia con recinto pastorale

Stazzo sotto roccia con recinto pastorale

Con una ripida rampa si sale alla strada complanare: il ponte sulla lama dista 300 metri dalla rotatoria dell’uscita Pilone. Il percorso si compie in 45 minuti. Se non si dispone di una seconda auto da lasciare sulla complanare, i tempi si raddoppiano per il ritorno sui propri passi. Con la visita degli ambienti rupestri calcolare in tutto due ore.

Trappeto ipogeo

Trappeto ipogeo

Per approfondire

Il Parco naturale regionale delle Dune costiere (www.parcodunecostiere.org) merita una visita più ampia che inglobi il lago costiero e le dune di Lido Morelli, gli impianti d’ittiocoltura, gli oliveti, la lama di Pezza Caldara, la Via Traiana e la ciclovia, la casa del Parco, il dolmen e il frantoio ipogeo. Al percorso della Via Appia Traiana sono dedicati Via Traiana – Una strada lunga duemila anni, scritto da Pierfrancesco Rescio (Schena editore, Fasano, 2013) e La Via Francigena del Sud – L’Appia Traiana nel Medioevo, di Renato Stopani (Le Lettere, Firenze, 1992). Itinerari di visita sono proposti dalle guide del Parco, da numerose associazioni escursionistiche e dalla Guida escursionistica della Puglia di Gianni Pofi (Adda editore, Bari, 2007).

Arabeschi di tufo modellati dal vento

Arabeschi di tufo modellati dal vento

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html