Mantova. I quattro regni dell’Aldilà in Sant’Andrea

Dannato condotto all'inferno

Dannato condotto all’inferno

La basilica mantovana di Sant’Andrea fu progettata al tempo dei Gonzaga da Leon Battista Alberti, e fu poi realizzata da Luca Fancelli e completata da Filippo Juvara, che costruì la cupola. Con la sua navata unica, dilatata da profonde cappelle laterali e con la maestosa volta a botte, servì da modello per numerose chiese posteriori. Custodisce la reliquia di alcune gocce del sangue di Cristo, che la tradizione vuole portate da Longino, il soldato romano che trafisse con la propria lancia il costato di Gesù per accertarsi che fosse morto. Il nostro interesse si concentra su due cappelle che si fronteggiano all’inizio della navata e sulla cupola, che propongono immagini dei regni dell’aldilà secondo la visione controriformista dominante nel tardo Cinquecento. La cappella di sant’Antonio, seconda di destra, ha sulle pareti la rappresentazione del Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno, opera di Benedetto Pagni nel 1570. La cappella di San Silvestro ha sulla parete sinistra una rappresentazione del Limbo dei Padri, opera di Fabrizio Perla nel 1575. La cupola è affrescata con un Paradiso, opera di Giorgio Anselmi.

L'Inferno

L’Inferno

La traduzione iconografica che Pagni propone dell’Inferno ha una sua originalità. L’Inferno è una città circondata da alte mura megalitiche, alzate senza legante sovrapponendo blocchi di pietra squadrati. Oltre agli accessi dall’alto, le mura hanno due ingressi a forma trapezoidale, di diversa altezza. L’urbanizzazione dell’inferno non è una novità se si pensa alle immagini classiche della Babilonia infernale o della città di Dite, ma le mura poligonali costruite con enormi blocchi calcarei sovrapposti a secco sono indubbiamente una scelta iconografica originale.

Le mura della città infernale

Le mura della città infernale

Le pietre megalitiche della città infernale hanno anche un significato allegorico: esse recano infatti scolpito il nome dei peccati mortali puniti. La lista dei peccati è interessante perché costituisce una spia delle concezioni morali del tempo. Sono indicati solo tre dei classici vizi capitali: la superbia, l’avarizia e la lussuria; seguono le contravvenzioni ai comandamenti più noti del Decalogo: l’adulterio, la blasfemia, l’omicidio. Si aggiungono i cauchemar dell’epoca: l’eresia, l’infedeltà, il falso giuramento, l’usura e il sacrilegio. Per tutti i peccatori dannati vale l’avvertimento dantesco inciso sull’architrave della porta centrale: lasciate ogni speranza o’ voi ch’entrate.

La caduta dei dannati

La caduta dei dannati

L’ingresso dei dannati all’inferno non avviene certo spontaneamente ma solo al termine di una lotta selvaggia con i diavoli. I dannati sono strattonati, trascinati, caricati sulle spalle, avvinti e cinturati sulle diverse parti del corpo, arpionati con i rampini, infilzati don i forconi, bastonati, lapidati, fino al cessare di ogni resistenza ormai vinti dalle fiamme infernali. Alla base del dipinto una lunga scritta in versi funge da didascalia all’immagine: mortal contempla qui l’oscuro inferno / da le cui pene mai si ha riscatto / d’atroce foco e pien d’horror eterno / sol per affliger corpi et alme fatto. / Pianti stridi tormenti e duol interno / la prova sempre uguale al suo misfatto / in mezzo a spirti rei quel peccatore / che qui mal opra e nel peccato more.

Il Paradiso e il Purgatorio

Il Paradiso e il Purgatorio

Pagni combina in un unico affresco il Purgatorio e il Paradiso. In una logica bottom-up, il legame tra i due regni dell’aldilà è rappresentato dalle anime che hanno completato il loro periodo di purificazione e che salgono al Cielo. Pagni privilegia quindi un’idea del Purgatorio inteso come anticamera e sala d’aspetto del Paradiso, piuttosto che accentuarne il carattere di succursale a tempo determinato dell’Inferno. La didascalia scritta sul fondo del dipinto esprime tutta l’ambivalenza del focus purgatorius; essa recita: Questi son gli ampii e tenebrosi regni / che nel centro stan chiusi della terra. / Eguali in pene a Dite ma con sdegni / non s’arman contra a Dio d’eterna guerra. / Né questi come quei al tutto indegni / son, di goder quel ben che mai non erra. / Ma quando havran patito in gelo e in fuoco / mutaran miglior stato, e miglior luoco.

Il Purgatorio

Il Purgatorio

Il Purgatorio mantovano è immaginato come un’ampia fossa, con altissime fiamme tra le quali staziona una gran folla di uomini e donne. Molti volti esprimono il disagio e la sofferenza, ma la maggioranza dei purganti alza gli occhi al cielo in attesa di un liberatorio intervento divino. La liberazione dei prigionieri è opera degli angeli scesi dal cielo. Ne vediamo le diverse fasi: un primo angelo porge la mano a un uomo ancora tra le fiamme; un secondo angelo fa salire un anziano sul velo; altri due angeli sostengono in volo una donna inginocchiata; più in alto una coppia di angeli ha ormai raggiunto il cielo con una nuova beata; una piccola folla di angeli staziona sulle nuvole in attesa delle disposizioni divine sui prigionieri da liberare.

Il Paradiso

Il Paradiso

Il Paradiso è rappresentato in modo convenzionale. Gesù giudice, avvolto in un ampio mantello, siede sulle nuvole del Cielo alla destra del Padre, sullo sfondo dell’empireo luminoso e dei sette cieli. In segno di signoria sul creato Dio Padre poggia la mano sul globo terrestre dal quale si leva la croce della salvezza. Il Figlio porge la mano all’accoglienza dei beati, circondato da uno stuolo di angeli che esibisce gli strumenti della Passione: i tre chiodi, la croce, la corona di spine, il flagello, la colonna, la canna con la spugna. Più in basso, seduti su due tribune di nuvole, i santi affollano il Paradiso celeste. In prima fila sulla tribuna sinistra vediamo Maria, la madre di Gesù, seguita dall’apostolo Pietro (con le chiavi), dal re Davide (con l’arpa) e da San Paolo (con la spada del martirio). Sulla tribuna opposta siedono San Lorenzo (con la graticola) e Mosè (con le tavole del Decalogo).

Il Limbo dei Padri

Il Limbo dei Padri

La rappresentazione dei regni dell’Oltretomba si completa con la visione del Limbo nella cappella di San Silvestro. Il pittore Fabrizio Perla ha descritto la discesa di Cristo agli inferi, evento che il Credo colloca nel tempo compreso tra la morte e la risurrezione. Secondo la tradizione Gesù sarebbe sceso al Limbo per liberare le anime dei Giusti dell’antico testamento. Il Limbo non è un luogo sotterraneo ma un paesaggio di rovine di un’antica città decaduta. Abbattute le porte del confine, Gesù pianta il vessillo della vittoria sulla morte. Lo circondano vecchie barbe sapienziali. Si riconosce il buon ladrone Disma con la sua croce, cui Gesù ha promesso di portarlo con sé in Paradiso. Le figure in maggiore evidenza sono tuttavia quelle dei progenitori: Adamo ed Eva, che hanno i fianchi cinti da un serto di foglie, e il figlioletto Abele, che si aggrappa teneramente alle gambe della madre.

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Adamo, Eva e il piccolo Abele

Ci spostiamo ora sotto la grande cupola dello Juvarra. Alzando gli occhi possiamo ammirarvi l’immensa Gloria del Paradiso affrescata in forme tardobarocche da Giorgio Anselmi alla fine del Settecento.

La cupola di Sant'Andrea

La cupola di Sant’Andrea

La visione è altrettanto convenzionale ma certamente molto più potente di quella un po’ scialba e piatta di Pagni. La divina Trinità presiede la comunione dei santi e la risurrezione dei morti. Il Padre e il Figlio allargano le braccia per accogliere la moltitudine dei beati. La Madre di Gesù siede vicina. Appena più in basso vediamo San Longino che indica la città di Man­tova, personificata in una nobildonna, con una co­rona tur­rita sul capo, seduta ac­canto alle ampolle del san­gue di Gesù. Si riconoscono alcune figure di Apostoli (Pietro, Giovanni e Andrea) e di patriarchi biblici (Adamo ed Eva, Noè con l’arca e i tre figli, Mosè con le tavole della legge, il re Davide con la cetra). Colpisce la moltitudine di angeli, presenti dappertutto. Alcuni di loro circondano la Trinità e mostrano ai risorti gli strumenti della passione di Gesù. Un girotondo di angeli compone un festone decorativo alla base della lanterna.

La Trinità

La gloria del Paradiso

Visita la sezione del sito dedicata allle visioni dell’aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

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Grande Guerra. Sui luoghi della battaglia di Monte Zugna

Il fronte di guerra sullo Zugna

Il fronte di guerra sullo Zugna

Il Monte Zugna è soprattutto noto nella storia della Grande Guerra per l’epica resistenza italiana opposta all’offensiva austriaca (Strafexpedition) del maggio 1916. Lo Zugna si trovava in territorio trentino e quindi nell’area controllata dagli austriaci. Questi provvidero ad attrezzarlo con una strada di accesso, con le caserme per ufficiali e soldati e un impluvio per la raccolta dell’acqua piovana. Ma all’inizio della guerra gli austriaci preferirono accorciare il fronte e arretrarono le loro linee fino a Rovereto. Così, nel maggio-giugno 1915, lo Zugna fu occupato dall’esercito italiano che vi costruì proprie trincee, strade, baracche, teleferiche e acquedotti. Geograficamente il monte Zugna con la sua dorsale divide longitudinalmente il territorio del basso Trentino ponendosi a cavallo tra due direttrici fondamentali nel collegamento tra nord e sud: la Vallagarina e la Vallarsa.

2 - Il rifugio Coni Zugna

Il generale Conrad aveva già identificato nella Vallarsa uno dei punti migliori per entrare in Italia. Arrivando in cima al monte Zugna si percepisce immediatamente la sua grande rilevanza strategica con la vista che raggiunge il passo del Pian delle Fugazze oltre il quale si apre la pianura veneta e Vicenza mentre sul versante dell’Adige si apre l’area di Verona. Nella primavera 1916 gli austro-ungarici lanciarono un’offensiva in direzione del Veneto e tentarono di impadronirsi della Vallarsa.

La palazzina ufficiali

La palazzina ufficiali

Gli italiani li fermarono proprio sullo Zugna che ne costituisce uno dei versanti: nonostante lunghi bombardamenti e ripetuti e assalti, gli austro-ungarici non riuscirono a superare la resistenza italiana a passo Buole e al “Trincerone”, lo sbarramento realizzato nel punto più stretto del crinale. Si parlò allora di “Termopili d’Italia”. Da quel momento, fino alla fine del conflitto, i due eserciti si logorarono in una lunga guerra di posizione. Ne sono testimonianza i cimiteri e le numerose linee di trincee.

Il vecchio cimitero di guerra

Il vecchio cimitero di guerra

Oggi l’intera area di Monte Zugna, cui la strada militare asfaltata che da Albaredo sale verso la cima funge da spina dorsale, è stata interessata da lavori pluriennali di restauro ambientale e di ricupero dei manufatti militari: postazioni d’artiglieria, acquedotti, trincee, gallerie e cimiteri militari. Questi lavori sono stati promossi e finanziati di concerto tra tutte le istituzioni e le forze economiche locali, ponendosi così come un’esperienza assolutamente esemplare di valorizzazione storica del territorio.

L'impluvio per la raccolta dell'acqua piovana

L’impluvio per la raccolta dell’acqua piovana

Il percorso, lungo circa 11 km, è corredato da una fittissima segnaletica dettagliata, con oltre 200 totem e pannelli descrittivi trilingue. Si parte da quota 900, poco sotto Malga Tof, si transita nelle retrovie e nella prima linea austro-ungarica, si traversa la terra di nessuno, si seguono le linee e le retrovie italiane fino alla cima.

L'ingresso del baraccamento per i soldati

L’ingresso del baraccamento per i soldati

L’itinerario qui proposto si snoda nel tratto più alto del monte Zugna, particolarmente ricco di testimonianze e di memorie. Prevede che da Rovereto e Albaredo si raggiunga in auto il rifugio Coni Zugna (1616 m) dove è possibile parcheggiare. Il Rifugio, in bella posizione panoramica, dispone di ampio materiale informativo. Dopo il Rifugio la strada diventa sterrata e chiusa al traffico motorizzato. Nell’area sono presenti un osservatorio astronomico, una cappella votiva, un’area picnic e un percorso di land art.

Postazione in caverna per cannone

Postazione in caverna per cannone

La strada guadagna quota grazie a quattro tornanti con piacevole percorso nel bosco e raggiunge il pianoro del “Parco della pace”. In questo tratto si costeggiano il “Sass dei usei” con le sue gallerie in roccia e le feritoie delle mitragliatrici, un impressionante cratere generato dall’esplosione di una granata di grosso calibro, le tracce di costruzione della strada militare e i resti della trincea perimetrale del caposaldo. Il “parco della pace” ospita resti di costruzioni (la palazzina degli ufficiali, i baraccamenti per i soldati, l’infermeria, la vasca dei muli, il magazzino, gli uffici di compagnia) e un grande impluvio per l’acqua piovana allestiti dagli austriaci ma abbandonati nel 1915 e i manufatti realizzati successivamente dagli italiani (le gallerie in roccia, le postazione di artiglieria in caverna, l’acquedotto, un piccolo cimitero.

Pannello infomativo

Pannello infomativo

La strada si restringe, diventa mulattiera, guadagna ulteriore quota e raggiunge la cima del monte Zugna (1863 m), molto panoramica su Rovereto, la Vallarsa, il Pasubio e la valle dell’Adige. In questo tratto si osservano in successione un piccolo rifugio, la postazione di un cannone antiaereo, un osservatorio circolare con l’indicatore delle montagne che fanno corona allo Zugna, tracce di trincee e postazioni e la grande croce di vetta. La passeggiata è molto remunerativa, non è faticosa, si sviluppa su un dislivello di 250 metri e richiede circa 2 ore tra andata e ritorno, più il tempo per le visite. Disponendo di più tempo è possibile proseguire l’itinerario di cresta (sentiero 105 o della pace) fino al Passo Buole e ridiscendere sul percorso assistito fino alla Malga Tof.

La tavola di orientamento su monte Zugna

La tavola di orientamento su monte Zugna

La croce di vetta

La croce di vetta

Architettura spontanea. I Càrden dell’Alpe Pradaccio in Val Manzina

Le baite del Pradaccio di sopra

Le baite del Pradaccio di sopra

Siamo in Alta Valtellina. Una passeggiata faticosa ma breve, ci porta a visitare le belle baite dell’Alpe Pradaccio, sul percorso che dalla Valle dei Forni si dirama verso la valle Manzina. Le baite sono veri capolavori dell’architettura spontanea di montagna. Note anche con il nome di Càrden, queste baite sono edifici rurali, spesso antichi anche se restaurati di recente, costruiti su basi di pietra con tronchi di legno sovrapposti e incardinati a incastro angolare nell’estremità, utilizzati sia come dimore sia come stalle e fienili. Gli edifici sono sormontati da un tetto a due falde ricoperto da piote locali, lastre grezze ottenute dallo gneiss.

Le baite di Giorz

Le baite di Giorz

Il nome deriva dalla forma dialettale chjardàn che vuol dire incastro, a sua volta originato dalla definizione latina di opus cardinatum, tecnica costruttiva che utilizzava travi lignee o tronchi grezzi, sovrapposti e incastrati negli angoli, così a formare un blocco autoreggente ed elastico. La tecnica costruttiva è nota anche con il termine tedesco Blockbau (costruzione a blocco). Tra le diverse tipologie dei Càrden possiamo distinguere i fienili semplici da quelli sovrastanti una stalla, gli edifici destinati alle attività rurali (cantina, casera, deposito attrezzi, locale per la macellazione e lavorazione delle carni), le dimore semplici a tutto legno o in legno su base di pietra e poi gli edifici compositi dove la parte residenziale convive con la parte destinata a fienile, a stalla e ad altre attività rurali.

Le baite del Pradaccio di sotto

Le baite del Pradaccio di sotto

L’itinerario

Le porte di legno

Le porte di legno

Da Bormio si raggiunge Santa Caterina Valfurva dove, all’ingresso del paese, s’imbocca la stretta stradina asfaltata che sale ripida in Valle dei Forni. Percorsi circa 6 km, poco prima di raggiungere il grande parcheggio dei Forni, si lascia l’auto nei pressi del rifugio Stella Alpina, in località Campécc’ (2061 m). Di fronte al rifugio una stradina sterrata, segnalata, sale ripida nel bosco e ne esce alle baite di Pradaccio di Sotto (2175 m).

La tecnica costruttiva delle pareti di legno

La tecnica costruttiva delle pareti di legno

Traversato il villaggio si volge a sinistra per visitare le due baite della località Giorz. Tornati sulla strada, con due successivi tornanti e una ripida salita su gradini e cemento, si raggiungono le cinque baite di Pradaccio dei Forni, o Pradaccio di sopra (2298 m), perfettamente allineate su un terrazzo, di fronte al panorama dei monti della Valfurva. Le baite meritano una visita attenta. Alcune sono ancora abitate e utilizzate per le attività agricole l’alpeggio e l’allevamento dei bovini di razza bruna alpina. Altre sono utilizzate come case di vacanza nei mesi estivi. Altre ancora sono ormai abbandonate.

L'accesso al fienile

L’accesso al fienile

Le baite sono costruite con la tecnica del Càrden: mentre la parte inferiore è in muratura, quella superiore è interamente in legno, con incastro dei tronchi negli angoli. Nella baita si distribuiscono gli spazi abitativi e quelli su due piani destinati alla stalla e al fienile, con ingressi sfalsati che sfruttano abilmente la pendenza del terreno. All’esterno si rinvengono i depositi dei materiali, la legnaia e i baitelli per la refrigerazione del latte. Ingegnosa è la canalizzazione dell’acqua per l’irrigazione dei prati e l’abbeverata. Si torna assai rapidamente al rifugio sul percorso dell’andata, con un tempo complessivo dedicato alla passeggiata non superiore alle due ore. In alternativa l’Alpe Pradaccio è raggiungibile con un sentiero che proviene dall’albergo dei Forni. Volendo proseguire l’escursione, il lago della Manzina (2784 m) si propone come un ottimo obiettivo di visita.

La stalla

La stalla

Per approfondire

La legnaia

La legnaia

Sul web è disponibile uno studio sintetico, dovuto a Tiziana Forni, sulla dimora rurale in Valtellina (www.cmsondrio.it/libri/libro_beniculturali_57_78.pdf). Il Museo della Via Spluga e della Val San Giacomo (Muvis), ha promosso il progetto dedicato alle “vie dei Carden” per la valorizzazione degli originali assetti urbanistici e dell’architettura rurale spontanea. Dal Medioevo la Valchiavenna e la Val San Giacomo (o Valle Spluga) erano in collegamento con la Mesolcina attraverso vari passi alpini permettendo alle popolazioni locali di avere per secoli importanti scambi e proficui contatti. Alle origini del progetto c’è una storia secolare di scambi commerciali, emigrazione, transumanze, contese per pascoli, di cui il carden diventa il simbolo culturale e luogo depositario della memoria storica. Per approfondire: http://www.viedeicarden.it/.

L'ampliamento della baita

L’ampliamento della baita

Visita la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e alla pietra a secco: http://www.camminarenellastoria.it/index/PIETRA_SECCO.html

Il Rifugio Stella Alpina al Campecc

Il Rifugio Stella Alpina al Campecc

Puglia. La Rocca del Garagnone e la Masseria Melodia

La Masseria Melodia

La Masseria Melodia

La Rocca del Garagnone è un magnifico osservatorio sul versante occidentale dell’alta Murgia e sul paesaggio della Fossa Bradanica. Il secolare passaggio delle greggi sullo storico Tratturo Regio che collegava Melfi a Castellaneta, alternando la transumanza “vernotica” (invernale) a quella “statonica” (estiva), ha provocato la rarefazione del bosco e la diffusione dei pascoli, disegnando il tipico paesaggio della Murgia, una steppa arida fatta di cespugli di arbusti e bassa vegetazione. A questo paesaggio secco, ondulato e solcato dalle lame,sorvolato dai falchi grillai, fa contrasto la pianura della Fossa, più fresca e adatta alle coltivazioni estensive. Ma è soprattutto il paesaggio della pietra a colpire l’osservatore. Nella nostra breve passeggiata i protagonisti sono gli spuntoni di calcare, le rocce affioranti, le colline spoglie, i muretti di pietra a secco, gli stazzi, le masserie, le cisterne. E tutto questo mondo di pietra è spiato da un vecchio castello diroccato, la vedetta dell’alta Murgia.

La residenza del massaro

La residenza del massaro

Itinerario

La via più semplice e rapida per visitare la Masseria Melodia si trova al km 43,4 della strada provinciale 230 (ex statale 97), tra Minervino Murge e Gravina in Puglia, nei pressi del cartello di confine tra le province di Bari e Barletta-Andria-Trani. Una strada sterrata, sconnessa e polverosa, conduce in 1,5 km al cancello d’accesso. In alternativa, una strada più comoda, lunga circa 4 km, parte dalla stazione di Poggiorsini.

La cappella della masseria

La cappella della masseria

Si visita la masseria chiedendo ovviamente il permesso al pastore, se presente, senza disturbare gli animali. L’edificio centrale a due piani, fortificato con una garitta angolare, serviva da residenza al massaro e alla sua famiglia. Accanto alle abitazioni sorge una caratteristica cappella con il campanile a vela, utilizzata per il servizio religioso del massaro, dei contadini e dei pastori. Si notano inoltre le stalle e gli opifici per la lavorazione del latte e dei prodotti agricoli; come pure i depositi per gli attrezzi agricoli e i magazzini per la conservazione del grano e della paglia, legame con la cerealicoltura.

Veduta posteriore della masseria

Veduta posteriore della masseria

Accanto alle vecchie strutture sono in fase di costruzione nuovi ambienti coperti affiancati. Particolare attenzione meritano le strutture per la gestione dell’acqua. La cisterna interna e quella esterna alla masseria state costruite per far fronte alla carenza di acqua superficiale e garantirsi l’approvvigionamento idrico, sia per uso personale sia agricolo. Le cisterne sono fosse sotterranee foderate di pietre e costruite lungo il fondo lama dove l’acqua convoglia naturalmente. Un’apertura laterale permette il passaggio dell’acqua che si accumula prima in una vasca di decantazione, sul cui fondo si depositano terra, detriti, foglie, e poi passa nella cisterna. Sul tetto spiovente in pietra è aperto un pozzo dal quale l’acqua può essere prelevata con funi e secchi. Il vicino canale artificiale in cemento è stato costruito da un consorzio di bonifica per la sistemazione idraulica del bacino di Capodacqua e destinato a scopi irrigui ma è rimasto del tutto inutilizzato.

I recinti degli stazzi

I recinti degli stazzi

Dietro la masseria, sul declivio del colle, sono ancora visibili gli jazzi all’aperto, costruiti per il ricovero notturno delle greggi. Sono divisi in scomparti per tenere separate le diverse tipologie ovine e sono dotati di lastre sporgenti sui muri esterni con funzione di barriere anti intrusione. Sono costruiti in pendenza per favorire lo spurgo delle deiezioni e la pulizia dei giacigli. Alla base degli jazzi resistono gli ambienti dove i casari provvedevano alla lavorazione del latte e alla produzione del formaggio.

L'ovile e la lana tosata

L’ovile e la lana tosata

Saliamo ora alla Rocca del Garagnone, seguendo il sentiero nel solco della lama che separa i due mammelloni rocciosi soprastanti. Un ripido evidente sentierino sale sulla cresta alle spalle della Rocca e conduce in breve tra i resti del castello. Restano visibili solo alcuni ambienti sotterranei e tratti di mura che si mimetizzano con i banchi rocciosi.

La Rocca del Garagnone

La Rocca del Garagnone

Più interessante è il panorama che si gode dalla vetta. Vista dall’alto la Masseria Melodia svela le geometrie che la governano, insieme con gli stazzi e il mungituro retrostanti. Il paesaggio è caratterizzato dalle ripide scarpate e dalle lame che scendono dall’altopiano delle Murge verso l’area pianeggiante sottostante, la Fossa bradanica con lo sterminato patchwork dei suoi appezzamenti coltivati. All’orizzonte si stagliano il profilo del Monte Vulture e la linea di cresta delle montagne dell’Appennino lucano. Scesi nella lama si può risalire brevemente il cocuzzolo di fronte per curiosare nella grande grotta, per poi tornare all’auto. In tutto avremo impiegato circa un’ora.

Le mura esterne della Rocca

Le mura esterne della Rocca

Per approfondire

Locale sotterraneo

Locale sotterraneo

Al Garagnone è dedicata una specifica guida di educazione ambientale del Parco nazionale dell’Alta Murgia, disponibile nella sezione Pubblicazioni del sito http://www.parcoaltamurgia.gov.it/. Una Guida agli Itinerari escursionistici nel Parco, curata da Gianni Pofi, è pubblicata dall’editrice Adda di Bari. In rete sono disponibili due studi sulla Rocca del Garagnone a cura di Tonio Brusa (http://www.mondimedievali.net/Castelli/Puglia/bat/garagnone.htm) e Maurizio Triggiani (https://mat1968.files.wordpress.com/2010/12/il-castello-del-garagnone.pdf).

La cisterna dell'acqua

La cisterna dell’acqua

Grande Guerra. Le trincee austriache di Nagià Grom

Postazione di artiglieria

Postazione di artiglieria

Siamo in Trentino, nella Val di Gresta, che collega Riva e il lago di Garda a Rovereto e alla Vallagarina (com’è chiamata in questo tratto la valle dell’Adige). La nostra escursione va alla scoperta del campo trincerato austriaco sul Nagià Grom, un complesso difensivo che era organizzato in modo da garantire al presidio la massima autonomia e che ha quindi il pregio di concentrare in uno spazio limitato tutte le strutture militari e le risorse a servizio dei soldati.

La trincea

La trincea

Eccellente per la sua capacità didattica di raccontare oggi quel che fu la Grande Guerra, questo sito è visitabile grazie soprattutto al Gruppo Alpini di Mori che ha ripristinato le trincee, pulito i sentieri, effettuato i rilievi topografici, raccolto la documentazione storica, predisposte la segnaletica e le strutture per la visita e la sosta (bacheche e panchine), creato un sito internet e una pubblicazione virtuale.

Il deposito scavato nella roccia

Il deposito scavato nella roccia

Se si esce dall’autostrada a Rovereto sud, in auto si toccano Mori e Loppio, si lascia il fondovalle e ci s’inerpica verso San Felice, deviando poi sulla destra in direzione della frazione di Manzano. All’incrocio che precede le case di Manzano si lascia l’auto nei pressi di una bacheca e ci s’inoltra a piedi sulla stradina segnalata che conduce alle trincee (703 m). Il percorso è semplice e adatto a tutti; il dislivello è minimo e il tempo di visita è di circa 2 ore.

Croce commemorativa

Croce commemorativa

 Il caposaldo del monte Nagià Grom venne costruito a partire dalla primavera del 1915, come parte integrante del sistema fortificato austriaco che sorvegliava gli accessi alla Val di Gresta dalla Valle di Loppio e dalla Vallagarina. Il caposaldo era presidiato inizialmente da un plotone di fanteria (cinquanta soldati al comando di un cadetto aspirante ufficiale) e da un distaccamento d’artiglieria; nel 1916 la guarnigione raggiunse la forza di tre plotoni al comando di un capitano, rafforzati con una parte del battaglione Standschützen Kitzbühel; fu dotato di 4 mitragliatrici, 4 cannoni, un lanciamine (Minenwerfer) e un riflettore da 60 cm.

Sezione della trincea

Sezione della trincea

Fu scavata una trincea perimetrale che garantiva una difesa a 360 gradi e furono realizzate postazioni d’artiglieria (in caverna e ‘in barbetta’, cioè all’aperto), gli osservatori e la piazzola per un riflettore. L’area fu dotata di caverne per il ricovero dei soldati, baracche, magazzini, una cisterna per l’acqua e una cucina da campo con numerosi fuochi. Le diverse posizioni erano collegate da camminamenti che garantivano lo spostamento dei soldati al riparo dal tiro nemico. Attraverso questi passaggi si compiva il rito quotidiano del cambio delle truppe di presidio alle trincee ma anche il servizio di rifornimento delle armi dal deposito delle munizioni.

La cucina

La cucina

In posizione defilata dal tiro delle artiglierie nemiche, erano collocati i centri vitali del caposaldo: i baraccamenti per l’alloggio degli ufficiali, delle truppe e degli operai militarizzati, i magazzini di materiali e la cucina dotata di un ampio magazzino viveri. La conservazione delle strutture è stata agevolata dal fatto che il sito di Nagià Grom non risultò comunque direttamente coinvolto in fatti di guerra.

Posto di osservazione

Posto di osservazione

Il giro di visita percorre l’intera rete delle trincee, con le gradinate di accesso, le pedane per i fucilieri, le barriere anti-esplosione, le piazzole per le mitragliatrici e le postazioni per l’artiglieria. Impressionano le gallerie sotto roccia, le postazioni per i cannoni in caverna, i ricoveri scavati nella roccia, la cisterna sotterranea per l’acqua. La memoria dei combattenti è affidata a croci e cippi commemorativi.

La postazione del riflettore

La postazione del riflettore

Un’area di sosta è allestita intorno alla baracca degli alpini a servizio dei lavori di restauro ambientale. L’osservatorio di artiglieria nel punto più alto è allo scoperto: la visione dell’ampio panorama è aiutata da un pannello informativo che disegna l’andamento delle due linee contrapposte del fronte di guerra.

Osservatorio di artiglieria

Osservatorio di artiglieria

La croce di vetta

La croce di vetta

La mappa del campo trincerato

La mappa del campo trincerato

Puglia rupestre. La gravina di Giulieno a Massafra

L'ipogeo di Colombato

L’ipogeo di Colombato

A metà strada tra Massafra e Mottola, le due capitali del Parco delle gravine pugliesi, la gravina di Giulieno ci permette di scoprire, in fretta e senza grande fatica, l’architettura dei tre insediamenti più caratteristici della zona: una cripta rupestre stupendamente affrescata, una dignitosa abitazione in grotta e una grande masseria tradizionale. Intorno a Taranto si addensa una miriade di borghi e siti minori, una “criptopoli” sistematicamente ricavata erodendo i fianchi dei burroni, dove tutto, dalle case, alle chiese, ai cimiteri, ai monasteri, alle officine e alle botteghe è stato realizzato con architettura “di sottrazione”.

La gravina di Giulieno

La gravina di Giulieno

Le grotte furono sia luoghi sacri e ricovero per asceti, sia insediamenti umani. Nelle gravine si svilupparono veri e propri villaggi, in parte scavati, in parte “costruiti” dalla tenacia dell’uomo, costituiti da abitazioni vere e proprie, strutture funzionali alla comunità agricola come frantoi e stalle e da luoghi di culto. Gli insediamenti rupestri sorgevano però spesso in simbiosi con i borghi di superficie o con forti legami alle grandi masserie di campo, collegati da rampe di scale, sentieri e tratturi. Una passeggiata breve, priva di asperità, ma molto istruttiva, alla scoperta della cripta di San Simeone, dell’ipogeo di Colombato e della Masseria Famosa.

La gradinata rupestre

La gradinata rupestre

Itinerario

L'ingresso della cripta di San Simeone

L’ingresso della cripta di San Simeone

Si parte da Mottola. Dalla rotatoria all’ingresso del paese (ufficio turistico) si scende lungo la Via Salvador Allende per 1,2 km. Al bivio con le indicazioni per la contrada Catanese si va a sinistra, ancora sull’asfalto per 2,5 km, superando il ponte sulla statale e l’imbocco della gravina di Capo di Gavito. All’altezza del villino Odaldo si svolta a destra percorrendo per 500 m una stradina tra i campi. Si lascia l’auto esattamente all’inizio della gravina Giulieno. Seguiamo il viottolo di fronte (sud) costeggiando la gravina sul suo bordo di sinistra e superando una prima zona sporca di rifiuti. Le pareti rocciose emergono via via più evidenti dalla fitta vegetazione del fondo del fosso. Dopo alcune centinaia di metri ci fermiamo in uno slargo sulla destra: qui il viottolo curva lievemente a sinistra e poco più avanti incrocia un largo tratturo che attraversa la gravina. Affacciandoci sul bordo dobbiamo individuare il sentierino giusto che scende sulla cengia sottostante grazie a una scala con i gradini scolpiti nella roccia. Pochi passi nel fitto della macchia ci portano a un’abitazione rupestre articolata in due ampie grotte intercomunicanti, di forma regolare, con un portico aperto e limitato lateralmente da due archi.

Le due absidi di San Simeone

Le due absidi di San Simeone

Seguendo ancora la cengia raggiungiamo la chiesa rupestre di San Simeone (o Simone), protetta da un’inferriata aperta. La cripta è ad aula unica ma presenta due belle absidi ad arco con gli altari scolpiti alla maniera bizantina. Tra le absidi è una nicchia vuota. Ma accanto ai particolari architettonici, ciò che lascia stupefatti è il manto di affreschi che riveste tutte le pareti.

Il battesimo di Gesù

Il battesimo di Gesù

Affreschi certamente deteriorati dal tempo e dall’esposizione (oltre che dai vandali), ma ancora in buona parte leggibili, come il battesimo di Gesù nel fiume Giordano a opera di Giovanni Battista; a seguire è la scena degli apostoli seduti intorno al tavolo dell’ultima cena, dove si nota la cura nel disegnare le architetture dei monumenti di Gerusalemme; struggente è la scena della Deposizione di Gesù dalla croce, sotto gli occhi della madre e dei discepoli in lacrime (il dipinto è in una nicchia con una sepoltura alla base). Le due absidi accolgono le immagini di Gesù e di Maria, contornate da angeli e santi. Terminata la visita conviene tornare sul bordo della gravina: la parete rocciosa di fronte mostra altre grotte e cavità del minuscolo villaggio rupestre; ma raggiungerle richiede doti da Indiana Jones.

L'ingresso della Masseria Famosa

L’ingresso della Masseria Famosa

Si continua per qualche metro sul sentiero fino a incrociare l’ampio tratturo che traversa e la gravina; qui andiamo a sinistra (est) e seguiamo il tratturo fino a scorgere le forme della Masseria Famosa. Dal muretto di recinzione si traversa la grande aia e si entra nel complesso attraverso un arco. Abbandonata da tempo, la masseria mostra però ancora con chiarezza la sua ampia struttura interna e le diverse funzioni degli ambienti. Si notano in particolare le stalle per gli animali di tutte le taglie: gli animali da soma, gli ovini, gli animali da cortile, la colombaia. Grandi ambienti ospitavano i carri e gli attrezzi agricoli, fungevano da deposito dei raccolti, ospitavano gli opifici per la produzione casearia, dell’olio e del vino.

Le stalle

Le stalle

Colpisce la presenza dei camini, del forno esterno, della cisterna dell’acqua, delle mangiatoie, delle vasche per l’abbeverata e perfino di una toilette. Il piano superiore aveva destinazione residenziale. Dal terrazzo, dove si essiccavano i fichi e i pomodori, si ha uno sguardo d’insieme del complesso. Fuori del recinto si osservano le grotte, ricavate nel solco iniziale della gravina del Portico del Ladro, destinate a ospitare i pastori, i loro cani e le greggi. Al termine della visita si torna all’auto lungo il percorso dell’andata. Il tempo complessivo impiegato per l’escursione è di 2 ore e 20 minuti. Si noti che la Masseria Famosa è raggiunta da una strada che proviene da Massafra. Disponendo di tempo è consigliabile proseguire il percorso delle gravine e visitare gli altri villaggi e insediamenti rupestri annidati sulle pareti rocciose, dandosi come limite la grande condotta d’acqua che traversa le gravine.

La masseria e la zona rupestre, sullo sfondo di Mottola

La masseria e la zona rupestre, sullo sfondo di Mottola

Per approfondire

Le grotte visitate – note come l’Ipogeo di Colombato-Famosa e la Cripta di san Simeone di Famosa – sono censite ai numeri 825 e 314 del Catasto delle grotte e delle cavità artificiali della Puglia (www.catasto.fspuglia.it). Una selezione bibliografica di opere dedicate alle gravine pugliesi e agli insediamenti civili e religiosi è documentata nella sezione “Italia rupestre” del sito http://www.camminarenellastoria.it/. Gianni Pofi ha curato per le edizioni Adda la Guida escursionistica della Puglia (www.addaeditore.it/), con un’ampia selezione di itinerari nelle gravine. Lo stesso editore propone un agile volumetto illustrato scritto da Vito Bianchi che è un’ampia rassegna introduttiva alle Masserie pugliesi. Tra le guide promozionali merita una citazione Le strade del parco – Itinerari, luoghi ed attività nel Parco delle Gravine, scaricabile all’indirizzo: http://www.novelune.eu/documents/Le_strade_del_parco.pdf/.

Il forno

Il forno

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Il Sacro Monte francescano di Orta

Il lago d'Orta e l'isola di San Giulio

Il lago d’Orta e l’isola di San Giulio

Lo storico Franco Cardini parla dei «Sacri Monti» come di un geniale esperimento di «urbanistica santuariale» che insediò numerosi villaggi di costruzioni topomimetiche in luoghi dell’Italia e dell’Europa che riproducevano la morfologia di Gerusalemme e dei Luoghi Santi. L’idea fu concepita nel Cinquecento da un gruppo di frati francescani della Custodia di Terrasanta che, tornati in Italia, si posero il problema, per un verso, di come rilanciare il culto dei Luoghi Santi di Palestina e, per un altro, di come permettere un «pellegrinaggio sostitutivo» che consentisse a chi per motivi economici, o di salute, o di altro genere non potesse recarsi in Terrasanta, di ottenere comunque indulgenze analoghe a chi faceva invece il pellegrinaggio e, soprattutto, di poter provare emozioni spirituali analoghe.

La chiesa di Orta

La chiesa di Orta

Il Sacro Monte che domina il lago d’Orta propone una variante innovativa della Sequela Christi, quei cammini basati sulla riproposizione delle scene della vita di Gesù, dall’Annunciazione alla Risurrezione. Quello di Orta è un percorso devozionale costituito da venti cappelle affrescate e popolate da gruppi statuari di grandezza naturale in terracotta che illustrano la vita di San Francesco d’Assisi. Ogni Cappella rappresenta una scena della vita del Santo, dove Francesco è proposto come Alter Christus, un nuovo Cristo e non semplicemente un cristiano esemplare: importanti episodi della sua vita, quali il concepimento annunciato da un angelo, la nascita nella stalla, la scelta di povertà e predicazione, le tentazioni del demonio, lo accomunano infatti a Gesù.

Una cappella del Sacro Monte

Una cappella del Sacro Monte

L’itinerario

L’ascesa al Sacro Monte inizia direttamente dalle rive del lago, dove il molo del borgo di Orta fronteggia l’isola di San Giulio. Si risalgono ripidamente le stradine in direzione della chiesa di Santa Maria Assunta. Raggiunto il Cimitero, ha inizio il suggestivo percorso a saliscendi, scandito dalla progressione delle cappelle nel folto di un bosco che alterna assolate radure a ombrosi sentieri e a panoramiche terrazze sul lago. Il progressivo restauro degli affreschi e dei gruppi statuari rende più comprensibili e godibili le scene della vita di Francesco, grazie anche alle didascalie disponibili in tre lingue.

La nascita di Francesco in una stalla

La nascita di Francesco in una stalla

Le cappelle iniziali descrivono la nascita del santo, il crocifisso che parla a Francesco nella chiesa di San Damiano, la rinuncia ai beni terreni, la nascita del primo gruppo di seguaci e la loro predicazione, l’approvazione della regola dal Papa Innocenzo III. Le cappelle intermedie raccontano il sogno del carro di fuoco, le tentazioni diaboliche, la vestizione di Chiara, l’indulgenza della Porziuncola, le stimmate sulla Verna.

Il Santo, malato, fa ritorno ad Assisi

Il Santo, malato, fa ritorno ad Assisi

Particolarmente spettacolari sono le affollate scene corali ambientate nella città di Assisi e nella reggia del Sultano. Le scene finali si concentrano sulla malattia del Santo, sulla sua morte e sepoltura, sulla sua canonizzazione e sui miracoli collegati. La presenza del convento e della chiesa officiata dai frati Minori Francescani rende possibile un percorso che non sia semplicemente turistico ma che sia finalizzato anche alla conversione, alla preghiera e alla partecipazione alle celebrazioni sacramentali e liturgiche.

Le tentazioni diaboliche

Le tentazioni diaboliche

Il Sacro Monte di Orta è Riserva naturale speciale della Regione Piemonte ed è stato inserito dall’Unesco, insieme con gli altri Sacri Monti, nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Una mendicante

Una mendicante

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito dedicato http://www.sacromonte-orta.com/. Una ricca documentazione fotografica con le didascalie informative delle cappelle è disponibile sul sito http://www.orta.net/sacromonte/.

Bimbo assalito da un cane

Bimbo assalito da un cane

Presso la prima cappella del Sacro Monte è attivo un centro visite che fornisce depliants ed informazioni e un bookshop. Il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo (www.sacrimonti.net/) attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”: http://www.camminidevozionali.it/.

La segnaletica delle cappelle

La segnaletica delle cappelle

Il sacro Monte nel Patrimonio Mondiale

Il sacro Monte nel Patrimonio Mondiale