Roccacasale e il Colle delle Fate

Roccacasale

Roccacasale

Siamo in Abruzzo, nella Conca Peligna. Proponiamo un breve itinerario che esplora i dintorni di Roccacasale, paese da presepio inerpicato sulle falde del Morrone. Con percorso sempre panoramico si sale al Castello medievale e si prosegue poi per il Colle delle Fate, dove sfidano ancora i secoli le antiche mura fortificate della civiltà italica. Punto di partenza è la piazza di Roccacasale, raggiungibile dal km 90,8 della statale 17 con una deviazione di 3 km che traversa l’espansione a valle, dove sono nate aziende artigianali e iniziative commerciali, e sale al vecchio centro, una vedetta di pietra sulla conca peligna.

Roccacasale

Roccacasale

Lasciata l’auto nei parcheggi all’ingresso del paese, si sale a piedi verso il Castello, addentrandosi nella parte più alta e in via di riqualificazione dell’antico borgo, lungo le rampe che si dipartono in senso radiale dalla rocca. La visita consente di osservare il recinto murato, la torre di avvistamento trapezoidale e i ruderi del palazzo baronale. In occasione dei lavori di consolidamento e restauro del monumento è stata anche realizzata la nuova struttura che ospita il “museo della documentazione e delle tradizioni popolari”. A fianco del museo un sentierino un po’ avventuroso si arrampica verso la parte più alta del castello.

L'acropoli del Colle delle Fate

L’acropoli del Colle delle Fate

L’obiettivo diventa ora il Colle delle Fate, con i suoi resti archeologici. Usciti dal castello, si scende brevemente sulla via d’accesso, fino alla prima curva. Qui s’imbocca a sinistra un sentiero che supera prima un tratto in frana e poi un fosso su una briglia di cemento e traversa il pendio alto sul paese. Proseguendo in leggera e costante ascesa si traversa un caratteristico canalone e si raggiunge un’edicola devozionale. Siamo già sulla verticale del Colle. Il sentiero prosegue, aggira il colle sulla destra e raggiunge un fosso. Qui si lascia il sentiero e si risale a sinistra il colle su ghiaie e labili tracce. In pochi minuti si è sull’acropoli a 724 m di quota. Sono ancora ben visibili ampi tratti murari relativi ad un insediamento italico. Si può percorrere il recinto murario di sostegno che abbraccia l’altura, lungo alcune centinaia di metri, e osservare due cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Un ampio panorama abbraccia la conca peligna, la cerchia dei monti che vanno dalla cima del Porrara al Sirente e i paesi di Pratola, Prezza, Raiano, Corfinio e Vittorito. Il ritorno può seguire la via dell’andata fino al castello, oppure i sentierini che calano con percorso più diretto verso il paese.

Occorrono 15 minuti dal paese per raggiungere la Rocca e 45 minuti da qui al Colle delle Fate, su un dislivello di circa 300 metri. Il sentiero non è segnato, ma è ben riconoscibile perché segue il margine del rimboschimento e costeggia muretti e recinzioni.

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Libertà sulla Maiella. Il cammino di Uys Krige

Uys Krige

Uys Krige

Siamo in Abruzzo nel 1943. Un campo di concentramento nei pressi di Sulmona ospita circa tremila militari anglosassoni, provenienti soprattutto dalle operazioni della guerra in Africa. Il “Campo 78” (dalla numerazione che i tedeschi diedero a tutti i campi di concentramento sul territorio italiano) si trova in località Fonte d’Amore, alle falde del monte Morrone, e deriva da un vecchio campo fatto costruire per i prigionieri della prima guerra mondiale. La notizia dell’armistizio dell’8 settembre coglie di sorpresa il comando italiano del campo, nel dubbio se lasciare liberi i prigionieri, ora alleati, o consegnarli ai tedeschi, ora nemici-invasori. Nella generale indecisione le guardie allentano la vigilanza e molti prigionieri si danno alla fuga con la speranza di passare il fronte e ricongiungersi alle truppe alleate che avanzano dal sud Italia. I giovani prigionieri, che hanno bisogno di tutto, salgono sulla montagna o si rifugiano nei paesi che circondano la Valle Peligna. Nel frattempo il comando tedesco subentra agli italiani nel controllo del campo. Iniziano i rastrellamenti e sono affissi manifesti in cui si intima, pena la morte, di non dare aiuto ai prigionieri e di consegnarli. Tutti i paesi e le case di campagna nascondono prigionieri che ricevono aiuto disinteressato dalle popolazioni.

Il Campo di Fonte d'Amore oggi

Il Campo di Fonte d’Amore oggi

Uno degli evasi si chiama Uys Krige; è un ufficiale sudafricano appassionato di poesia e scrittura, che conosce un po’ d’italiano. Racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Il fascino del libro è tutto nel racconto degli incontri con i contadini e i pastori abruzzesi e molisani. Lo conferma Ignazio Silone: “Nel suo libro il Krige narra in forma semplice e commossa, innumerevoli episodi della spontanea e temeraria solidarietà di quella povera gente verso lui e i suoi compagni di evasione. Egli non esitava ad affermare che il tempo passato fra essi era il più bello della sua vita, avendo allora intravisto, per la prima volta, la possibilità di relazioni umane assolutamente pure e disinteressate”.

Il libro di Uys Krige

Il libro di Uys Krige

Qui seguiamo tuttavia le diverse tappe della way out di Krige, ricostruendo un percorso che può proporsi come un’affascinante idea di trekking. É infatti possibile rivivere oggi le emozioni di Krige percorrendo il lungo “Sentiero della libertà” segnato dal Parco nazionale della Majella o scegliendo percorsi più brevi sul Morrone, sul Porrara, sui Pizi o sui monti di Capracotta e sul tratturo di Salcito. Occorre tuttavia rinunciare alla tentazione “filologica” di rileggere fedelmente sul terreno il percorso originario. I profondi cambiamenti avvenuti in molte aree territoriali rendono arbitrarie molte ricostruzioni. Ma l’idea resta affascinante.

L'eremo di Sant'Onofrio al Morrone

L’eremo di Sant’Onofrio al Morrone

Krige racconta che, nei giorni successivi alla fuga, in compagnia di altri ufficiali, si rifugia nelle grotte del Morrone, scampa al rastrellamento tedesco, trova assistenza in casa di Vincenzo nei pressi di Bagnaturo e si nasconde in una capanna alle pendici del Morrone, sempre aiutato dalla gente del luogo.

<<Erano circa le sei di martedì 14 settembre 1943, e noi quattro – Frank Cochran, Samuel Rochberg, Michael Marchant ed io – avevamo trascorso la notte in un crepaccio sul fianco del monte dietro il Campo Prigionieri di Guerra, a Fonte d’Amore, che avevamo lasciato in gran fretta domenica pomeriggio. Frank aveva cercato invano per tutto il giorno precedente di trovare un sentiero attraverso le montagne con almeno una sorgente per facilitare il passaggio di tremila prigionieri senz’acqua e con poco cibo attraverso il culdisacco della valle di Sulmona; e gli uomini – le cui capacità di resistenza erano state diminuite da diversi anni di prigionia – durante il giorno avevano cominciato a soffrire per la fame, la sete e la stanchezza. (…) C’erano almeno 1500 prigionieri sul fianco della montagna dietro il campo; alcuni, è vero, si erano riparati tra gli alberi, nei crepacci, nei fossi, nei borri dietro le colline e le montagnole, ma molti erano all’aperto, perfettamente visibili dal campo stesso. (…) Guardo di nuovo in su. I miei occhi si posano sui resti della vecchia casa di Ovidio sul fianco della montagna, a sinistra del campo. Le rovine splendono come una melagrana nel sole. (…) Pietro, quello dalla voce profonda, ci disse che il monastero sulla collina nel quale volevamo rifugiarci era già stato occupato dai tedeschi>>.

L'area sommitale del Morrone

L’area sommitale del Morrone

Con il passare dei giorni la situazione si fa insostenibile. Il tempo peggiora. I rastrellamenti tedeschi sono più intensi e pervasivi. Uys decide di aggregarsi ai pastori transumanti del Morrone e muove con le loro greggi verso il Guado San Leonardo. Qui i pastori si fermano: il fronte si sta serrando e proseguire avrebbe probabilmente significato farsi requisire l’intero gregge. Uys li lascia. Con alcuni colleghi prosegue verso Campo di Giove.

Il Morrone visto dall'Acqua Fredda al Guado di San Leonardo

Il Morrone visto dall’Acqua Fredda al Guado di San Leonardo

<<Marciamo da quattro ore quando troviamo il primo campo coltivato, coperto da sottili steli di grano. La nebbia si è sollevata e la valle è illuminata dal sole come le montagne. La foresta di betulle è ormai alle nostre spalle e ci avviciniamo alle pendici meridionali del Morrone. A nord-ovest una città sorge nel mezzo della vallata: è una vecchia conoscenza, Sulmona. «Grazie a Dio!» dice Sherk. «Finalmente siamo a sud di quella città! Ci abbiamo messo cinque settimane!» «E siamo ancora liberi», nota Sam. «Addio campo, addio Sulmona». Le ultime pendici sono molto ripide. A destra compare un’altra città: è Pacentro, dorata e piena di pace in cima ad un colle invaso dal sole. Troviamo la prima strada e l’attraversiamo due o tre volte, di tornante in tornante. Più in basso attraversiamo un fiume su un solido ponte di pietra. Poi saliamo di nuovo, torniamo a discendere, tagliamo per i campi e infine giungiamo in vista della strada che porta a Campo di Giove. La seguiamo per un miglio. Compare Campo di Giove. Sorge su un rilievo, e si vede subito la chiesa di solida pietra. Le mura delle case sono marrone e dorate, il villaggio è piccolo e compatto, concreto e grazioso nella morbida luce del sole>>.

In paese è attiva un’organizzazione locale della resistenza. “Tutto il villaggio vi era coinvolto. Fino a quel momento avevano aiutato più di duecento prigionieri, passando loro abiti, scarpe, ecc. Li avevano anche forniti di cibo: in quei giorni, l’organizzazione passava ai duecento prigionieri, dispersi in varie località attorno al villaggio, due pasti al giorno. I nostri vivevano nelle capanne, nelle stalle, nei pollai, nelle cantine, e le donne portavano loro il cibo verso mezzogiorno e prima del tramonto”. Un doppio rastrellamento tedesco disperde però l’organizzazione. Uys e i suoi amici si dirigono allora verso gli altipiani maggiori, seguendo a poca distanza la ferrovia Campo di Giove-Roccaraso. Ma il presidio tedesco installato alla stazione di Palena li costringe a scavalcare con un’aspra salita il Monte Porrara.

Sulla cresta del Monte Porrara

Sulla cresta del Monte Porrara

<<Quando traversammo la ferrovia cominciava a calare l’oscurità. Andammo direttamente in su. (…) Dopo un’ora eravamo fuori dalla zona dei cespugli. Venti minuti dopo, senza fiato, ci trovammo sul crinale più elevato. Sotto la luna sembrava stretto, affilato e chiaramente delineato come l’elica arrovesciata di una nave colossale. Sotto di noi si stendeva un mondo immenso, mezzo in ombra e mezzo illuminato, composto di una serie infinita di picchi immobili e sereni nella radiazione lunare; di una successione sterminata di strapiombi e di abissi nelle cui profondità l’occhio non poteva penetrare, poiché il fondo era immerso nella più profonda oscurità. Riposammo fino a poco prima dell’alba, quando iniziammo la discesa. Scendemmo direttamente verso il basso, e presto scoprimmo di esserci persi in una foresta di alberi alti, di una specie che non conoscevo. Poi calandoci per un declivio scosceso dove non c’erano alberi, vedemmo, a meno di cinquecento metri da noi alla destra e al nostro stesso livello, un edificio a quattro piani, costruito su di una roccia; le sue mura consunte e gialle splendevano sotto il sole al di sopra di un baratro profondo almeno centocinquanta metri. «Deve essere un monastero…» disse Sam>>.

L'eremo della Madonna dell'Altare

L’eremo della Madonna dell’Altare

Il giorno dopo, costeggiando l’eremo della Madonna dell’Altare, scendono nella valle dell’Aventino, attraversano di corsa la strada Casoli-Roccaraso, percorsa dai veicoli tedeschi, e si buttano su un sentiero nei boschi della Val di Terra, in direzione di Gamberale.

I boschi della Val di Terra visti dal Porrara

I boschi della Val di Terra visti dal Porrara

Traversata la strada Pizzoferrato-Valico della Forchetta e superata Gamberale sulla destra, raggiungono la zona di Ateleta dove, seguendo le indicazioni di civili del posto, traversano il fiume Sangro.

La stazione di Ateleta sulla ferrovia Sangritana

La stazione di Ateleta sulla ferrovia Sangritana

<<Il sole era tramontato quando cominciammo a scendere il pendio alla nostra sinistra. Passo passo giungemmo in vista del fiume o meglio della sottile nebbia che si sollevava da esso. Lontano, alla nostra destra, sulla riva del fiume c’era il paese di Ateleta; e una strada, fiancheggiata dalla linea tranviaria, correva lungo l’argine settentrionale. Leggermente a destra oltre il fiume c’era il villaggio di Castel del Giudice in cima a una collina alta e isolata. Una strada si dirigeva verso di esso, e poi ne usciva continuando lungo l’argine meridionale in direzione dell’Adriatico; sulla vetta più alta del crinale davanti a noi si vedevano le chiazze bianche delle case di Capracotta, il nostro obiettivo di quella tappa>>.

Da Capracotta verso il monte San Nicola

Da Capracotta verso il monte San Nicola

All’alba il gruppo aggira Capracotta districandosi tra i massi ai piedi della parete di roccia di Monte Campo e nei giorni seguenti traversa la strada statale 86, trafficata di mezzi militari tedeschi, supera Agnone e raggiunge Belmonte del Sannio, dove è ospitato da contadini.

Da Capracotta al monte Castel Fraiano e al Trigno

Da Capracotta al monte Castel Fraiano e al Trigno

<<“Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”>>.

Schiavi d'Abruzzo

Schiavi d’Abruzzo

I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di  Cupello.  Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il tratturo di Salcito

Il tratturo di Salcito

<<Raggiungemmo l’argine del fiume. Il Trigno era davanti a noi, più largo del Sangro e meno profondo. Ci levammo le scarpe e attraversammo l’acqua gelida che tuttavia non ci raggiunse mai le ginocchia… Scalammo poi una collina molto ripida in direzione sud-est… Ci trovammo presto su un terreno difficile e dovemmo arrampicarci su un’altra collina per attraversare un altro affluente del Trigno… Percorso così mezzo chilometro, entrammo nella foresta, nella quale penetrammo profondamente lungo una strada in leggero declivio… Riprendemmo la marcia. Non c’erano più alberi, e la foresta era ormai una massa scura alle nostre spalle. Uno strato di erba folta copriva il terreno… Presto ci apparve Salcito. Lungo un sentiero pietroso superammo le prime case del villaggio. Quando raggiungemmo i carri armati i primi raggi di sole illuminavano le torrette mimetizzate. Poi i soliti alti, ridenti, entusiasti canadesi si tirarono fuori dalle coperte o uscirono dalla casa per darci il benvenuto; ma per noi erano qualcosa d’altro: giganti, eroi giunti da un mondo favoloso>>.

Panorama di Salcito

Panorama di Salcito

L’abitato rupestre di San Salvatore nella Macchia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

La colombaia di Piantorena

Piantorena è un borgo abbandonato della Tuscia rupestre, situato in un bel bosco di lecci nei dintorni di Grotte Santo Stefano. Chi lo visita resta colpito dalla sua capacità di sopravvivere al tempo. Una sorta di borgo dalle sette vite. Cominciarono gli Etruschi a sfruttare questo pianoro allungato, sollevato tra due fiumi: ne vediamo ancora le tombe in cui deposero i loro morti, scavate nelle pareti scoscese. Fu poi la volta dei Romani, provenienti da Ferentum, a frequentarne il plateau tufaceo e a lasciare le loro epigrafi sulle rocce e sui cippi. Nel Medioevo delle invasioni e delle scorrerie, divenne sede di un borgo che accoglieva famiglie in cerca di sicurezza: furono costruite torri di avvistamento e strutture di difesa; si ampliarono le cavità etrusche e romane per ricavarne abitazioni, certamente spartane, ma almeno occultate agli sguardi rapaci dei molti nemici.

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

Il Parco del Salvatore nella Macchia di Piantorena

In età moderna e in epoca post-unitaria i dirupi di Piantorena divennero il sicuro rifugio di una banda di briganti capeggiata da un certo Luigi Rufoloni: i fitti boschi erano la base di partenza per le loro imprese spesso riprovevoli. Oggi è rinato come parco attrezzato per feste popolari, messo in sicurezza per visite e picnic. Le vie cave e le tagliate etrusche sono state segnate e sono diventate sentieri-natura. E dunque, lunga vita a Piantorena!

La chiesetta del Salvatore

La chiesetta del Salvatore

L’itinerario

Le rovine del convento

Le rovine del convento

Da Grotte Santo Stefano e Magugnano, s’imbocca la strada per Roccalvecce e la si lascia dopo qualche centinaio di metri per una strada sterrata sulla destra. Su fondo buono e a saliscendi si percorrono in auto i 4,5 km che conducono al cancello d’ingresso del Parco del Salvatore. In alternativa si può iniziare a piedi direttamente dal paese oppure parcheggiare sulla sterrata all’altezza di una cava, dove parte a sinistra un sentiero segnato per la torre di Piantorena (che, in combinazione con la strada sterrata consente di percorrere un bell’anello escursionistico).

Grotta adibita a stalla

Grotta adibita a stalla

All’ingresso del Parco alcuni pannelli informativi forniscono i dati essenziali per la visita. Si comincia dalla semplice chiesetta del Santissimo Salvatore che ha due porte, un’abside e custodisce alcuni affreschi devozionali di santi popolari. A fianco della chiesa sono i ruderi interrati di un antico convento di frati. Tra le pareti in rovina si conservano due begli archi. Due percorsi protetti da reti conducono alle grotte scavate sui due versanti a strapiombo sui fossi.

Abitazione rupestre con muro divisorio

Abitazione rupestre con muro divisorio

Tra le 37 grotte censite si possono osservare alcune cavità interessanti per la loro destinazione d’uso. Vi sono abitazioni ipogee a due vani, accuratamente squadrate e rifinite, con un muro divisorio tra il vano-notte e il vano-giorno, che mostrano ancora la pavimentazione a piastrelle, le nicchie per deporvi gli oggetti casalinghi, l’alcova, le cisterne per l’acqua, il foro sul soffitto per la dispersione dei fumi del focolare, i fori per gli stipiti della porta. Altre grotte sono state invece utilizzate come stalle per gli animali. Si riconoscono facilmente per la presenza di mangiatoie e di vasche per l’abbeverata. È anche ipotizzabile l’uso di alcune cavità per lo stoccaggio degli attrezzi di lavoro e il deposito di prodotti: lo si intuisce dall’abbondanza di fori sulle pareti interne, atti ad accogliere assi e travi orizzontali di sostegno.

Abitazione rupestre

Abitazione rupestre

Particolarmente suggestivo è il bilocale a nicchiette che ospitava un consistente allevamento di piccioni. La colombaia è sistemata in una zona impervia che rendeva difficoltoso l’accesso agli spazi interni e la difendeva dalla possibile intrusione di predatori.

La torre di Piantorena

La torre di Piantorena

Dopo aver percorso un sinuoso sentiero nel bosco si giunge infine alla Torre di avvistamento, costruita sull’estremo sperone del banco di tufo. Ci si può affacciare con precauzione sulla spettacolare parete di calanchi argillosi. Bel panorama sulla valle del Tevere e sul Castello di Montecalvello. A fianco della torre, una scalinata rupestre, una tagliata e una via cava scendono sul fondo del fosso: si tratta di un’antichissima strada di collegamento tra la valle del Tevere e le località della Tuscia interna.

Le pareti argillose della rupe

Le pareti argillose della rupe

Per il ritorno – se si è lasciata l’auto alla cava o in paese – si può seguire il sentiero segnato diretto verso il fosso che percorre la base della rupe e la risale con una nuova tagliata.

Il sentiero-natura

Il sentiero-natura

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Abruzzo. Passeggiata a Corfinio

Il pulpito nella basilica di San Pelino

Il pulpito nella basilica di San Pelino

Nel 91 avanti Cristo i Marsi, privi dei diritti civili e politici, si ribellano apertamente all’autorità romana e costituiscono la Lega Italica, dotata un esercito comandato da Quinto Poppedio Silone che raccoglie le forze degli stessi Marsi e quelle dei Peligni, dei Vestini, dei Marrucini e dei Frentani. La capitale della confederazione è fissata a Corfinio, nella conca peligna. I primi anni di guerra sono contraddistinti, per i romani, da numerosi insuccessi. Gli Italici attaccano dapprima le fortezze, dandosi all’azione di guerriglia.

La navata centrale della basilica

La navata centrale della basilica

Successivamente iniziano le battaglie campali, nelle quali i Marsi di Silone si distinguono per valore militare e astuzia. Alle vittorie di Silone, però, fanno riscontro le ripetute sconfitte degli altri eserciti italici sugli altri fronti del teatro bellico, tanto che i Romani occupano la capitale della confederazione, Corfinio, già il 30 aprile dell’89 a.C. La Lega Italica è praticamente sconfitta. Ma l’indomito Quinto Poppedio Silone, nonostante le sconfitte, continuerà a tenere alta la fiaccola dell’indipendenza e della libertà, organizzando focolai di resistenza e di guerriglia tra i monti, nelle terre dei Sanniti, dei Piceni e dei Lucani.

I "morroni"

I “morroni”

Una passeggiata a Corfinio – grazie anche alla vicinanza del casello autostradale – è vivamente raccomandata. Antiche fortificazioni italiche e scavi di città romane fanno da quinte a questo scenografico itinerario sulla romana Via Valeria che vede continuamente rinnovare i suoi fondali: prima le pareti verticali del Sirente alte sui boschi, poi il canyon dell’Aterno e infine la grande piana di Sulmona. I moderni trekker ripercorrono così il cammino delle antiche tribù peligne che dai loro pagi montani scesero a Corfinio nel 98 a. C. per stringere un’alleanza con i loro vicini. Si può iniziare dalla principale attrazione, la Basilica di San Pelino, antica cattedrale della diocesi di Valva, uno dei più importanti monumenti medioevali abruzzesi. Se ne consiglia la visita dell’interno ma anche il giro esterno per ammirarne la bellissima zona absidale. Di fronte alla basilica sono i “morroni”, ruderi di antichi sepolcri. Una lapide ricorda che “in questi luoghi sorgeva l’antica Corfinium, cuore della terra peligna, assurta a capitale dei confederati nella guerra sociale del I sec. A.C. e ribattezzata Italia”.

La lapide del bimillenario ovidiano

La lapide del bimillenario ovidiano

Una passeggiata di circa un km collega San Pelino al centro storico e consente di osservare tutta l’area degli scavi archeologici, di raggiungere la piazza centrale, dove la disposizione curva delle case ipotizza la preesistenza del teatro romano, e di visitare il museo archeologico. Il Parco archeologico è articolato in tre differenti zone – Piano San Giacomo, Tempio Italico, Santuario di Sant’Ippolito – ed è stato intitolato nel 2007 al Rev. Nicola Colella, studioso di Corfinio degli anni ’30 che indagò il territorio ed approfondì la ricerca sulla topografia della città antica.

La zona archeologica

La zona archeologica

San Gimignano. Il Giudizio finale, il Paradiso e l’Inferno di Taddeo di Bartolo

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Il pellegrino che scendeva a Roma lungo la Via Francigena amava sostare sul colle di San Gimignano. Qui trovava ristoro spirituale ed emozioni d’arte nella Collegiata, dove meditava sulle ‘cose ultime’ sotto le immagini dell’aldilà dipinte nel 1393 da Taddeo di Bartolo. Ancora oggi il duomo di San Gimignano è una tappa d’obbligo per tutti gli amanti dell’Italia medievale. Le pareti della chiesa sono interamente coperte da affreschi che raccontano le storie del nuovo e del vecchio testamento dipinte da illustri pittori della scuola senese del XIV secolo. Sulla parete destra è possibile ammirare un ciclo di affreschi del Nuovo Testamento, capolavoro di Lippo e Federico Memmi. Sulla parete di sinistra sono narrate le Storie del Vecchio Testamento, realizzate nel 1367 da Bartolo di Fredi. Nel Duomo è inoltre possibile ammirare un gioiello del Rinascimento, la Cappella di Santa Fina ove hanno lavorato insieme tre artisti fiorentini di grande fama: un architetto, Giuliano da Maiano, uno scultore, Benedetto da Maiano e un pittore, Domenico Ghirlandaio.

Il Paradiso

Il Paradiso

Gli affreschi di Taddeo di Bartolo si concentrano sulla controfacciata e sulle due pareti contigue della navata centrale. La scena del Giudizio finale è sulla controfacciata e distribuisce i suoi attori intorno al rosone centrale. In alto vediamo il Cristo giudice seduto sul trono all’interno della mandorla iridata sostenuta dai cherubini. Gesù ha in evidenza le piaghe della crocifissione e pronuncia la sua sentenza sollevando il braccio destro. Ai lati pregano in ginocchio per impetrare la misericordia del giudice i due avvocati difensori, la madre Maria e il precursore Giovanni Battista. Due angeli si lanciano in picchiata verso la terra e suonano le lunghe trombe per risvegliare i morti. Altri due angeli mostrano ai risorgenti gli strumenti della passione di Gesù e in particolare la croce, la lancia, la canna con la spugna, la colonna e i flagelli. Al fianco degli angeli presiedono al giudizio anche il patriarca Enoc e il profeta Elia che, secondo la tradizione biblica, non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso. Sotto il rosone vediamo la lunga balaustra di legno con gli scranni su cui siede il tribunale celeste formato dai dodici apostoli. Questi sono identificati dalle scritte sottostanti e da alcuni loro attributi come le chiavi per Pietro, il bastone da pellegrino per Giacomo, il coltello per Bartolomeo e la croce per Andrea.

La struttura dell'Inferno

La struttura dell’Inferno

Sulla parete a sinistra del Giudizio, Taddeo di Bartolo ha affrescato la sua visione del Paradiso. Tre gruppi ne sono attori protagonisti: la divinità, i cori degli angeli e i santi. In alto, sullo sfondo dei sette cieli, si stagliano le figure in trono di Gesù (con il libro aperto) e della Madonna, unite dalla colomba dello Spirito Santo. In una sorta di cerchio concentrico si distribuiscono gli angeli che fanno corona alla divinità. I cori angelici sono una presenza costante nelle visioni paradisiache, ma l’originalità dell’immagine nella Collegiata è tutta negli strumenti musicali suonati dagli angeli che documentano l’intero repertorio orchestrale medievale. Sono raffigurati nell’ordine una viella, il salterio, l’organo, il flauto, l’arpa e il liuto. Nella parte inferiore dell’affresco è descritta la comunione dei santi. Vi ritroviamo le gerarchie ecclesiastiche: un papa, un cardinale, numerosi vescovi, religiosi tonsurati e monache velate. Ma sono presenti anche figure di laici. In basso a destra San Paolo (con la spada e le lettere) precede il corteo dei santi fondatori di ordini (Domenico, Agostino e Francesco).

Lucifero

Lucifero

La parete opposta ospita la visione dell’Inferno. La figura diabolica di Lucifero sovrasta i luoghi di punizione dei sette vizi capitali, suddivisi in tre registri. In alto, accanto a Lucifero, sono punite la superbia e l’invidia, ovvero i peccati di cui l’antico angelo si è reso colpevole. Il secondo registro si articola nei tre loca poenarum destinati ai peccati della carne: la gola, l’avarizia e la lussuria. La fascia in basso ospita gli accidiosi e gli iracondi. Il mostruoso Lucifero trifauce siede sul suo trono infernale con un ghigno feroce da massacratore; ha tre facce, munite di altrettante coppie di corna, e con le sue tre bocche divora i grandi traditori, tra i quali Giuda, il traditore di Gesù; dal suo mostruoso ventre-ano fuoriesce un superbo; con le mani stritola due dannati e con le zampe unghiute da rapace artiglia i grandi ‘cattivi’ della Bibbia e i persecutori dei cristiani: Simon Mago, Nerone, Averroè, Massenzio, Nabucodonosor, il Faraone, Erode e Caino. Due diavoli si accaniscono con martello e tenaglia su Nerone ed Erode.

La punizione della Superbia

La punizione della Superbia

Taddeo di Bartolo inserisce nel tradizionale settenario dei vizi capitali, alcune sotto-categorie di peccato e i vizi assimilati. Nel caso della superbia, ad esempio, la punizione coinvolge il bestemmiatore (tranciato da una sega) e la vanagloriosa (che si compiace allo specchio mentre il diavolo le defeca sulla testa). Tra gli invidiosi è inserito il falso testimone (con il corpo coperto dagli scorpioni e costretto a ingoiare un liquido bollente); compaiono anche un dannato sventrato e due impiccati, uno per i piedi e l’altro per la lingua.

La punizione dell'Invidia

La punizione dell’Invidia

Memorabile è la scena della punizione del vizio della gola: sei ghiottoni, tra i quali un indimenticabile monaco rotondetto, sono sottoposti al supplizio di Tantalo di fronte a una tavola imbandita di cibi e bevande. Nel riquadro dell’avarizia, l’avaro è strangolato con la corda che regge la sua scarsella di monete; l’antico detto che il denaro è lo sterco del diavolo è illustrato senza alcuna allegoria nel caso dell’usuraio; l’avido mugnaio è deriso dai diavoli che lo ingozzano di monete quando è ormai già ridotto a scheletro; chi presta soldi a usura viene immobilizzato e pugnalato.

La punizione della Gola

La punizione della Gola

Tra i lussuriosi sono puniti il sodomita (impalato su uno spiedo che finisce in bocca al suo drudo), il ruffiano con la sua compagna (flagellati con la frusta), l’adultera (baciata e palpata da un orrido e lubrico demonio). Gli accidiosi restano fermi nella inanità della loro pigrizia nonostante che vengano stimolati dal morso dei serpenti e dalle bastonate dei diavoli. Nel campo dell’ira un diavolo strangola un autolesionista suicida che si è inferto ferite con un pugnale. Sul fondo dell’affresco un corteo di diavoli conduce un gruppo di dannati verso la loro punizione; trascinano per i capelli una donna e si accaniscono contro una seconda donna bionda versandole addosso del liquido bollente e tormentandole il sesso con un bastone infuocato.

La punizione dell'Avarizia

La punizione dell’Avarizia

La punizione della Lussuria

La punizione della Lussuria

La punizione dell'Accidia

La punizione dell’Accidia

La punizione dell'Ira

La punizione dell’Ira

Visita la sezione del sito dedicata al Giudizio finale e alle visioni dell’Aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Castel di Ieri: la chiesa campestre, il tempio italico e l’eremo rupestre

Siamo in Abruzzo, a Castel di Ieri, nella valle Subequana. Una grande torre medievale segna in modo caratteristico la skyline di questo borgo medievale, antico vicus aggrumato su un’altura a 519 m. La chiesa dell’Assunta introduce all’architettura minore spontanea del centro storico e alle testimonianze di perizia degli antichi scalpellini.

L'eremo di Pietrabona

L’eremo di Pietrabona

Una bella passeggiata, consigliabile a piedi, ma percorribile in gran parte in macchina, risale da Castel di Ieri alla chiesetta del tratturo, agli scavi archeologici del tempio italico e all’eremo rupestre di Pietrabona. Con un lieve dislivello (circa 100 m) e con uno sviluppo complessivo di 7 km tra andata e ritorno, la passeggiata si compie comodamente a piedi in circa tre ore.

La chiesa campestre della Madonna del Soccorso

La chiesa campestre della Madonna del Soccorso

Si esce dal paese sulla strada in direzione di Goriano Sicoli, toccando la fonte e costeggiando il cimitero e la zona degli impianti sportivi. La chiesetta campestre dedicata alla Madonna del Soccorso è già visibile sulla destra della strada. L’area è stata restaurata e attrezzata dalla Comunità montana. Lo stile è quello familiare delle chiese che ritmano il percorso dei grandi tratturi abruzzesi. La semplice facciata è ornata da graziose sculture e da due caratteristiche finestrelle quadrate.

L'area archeologica di Piedi Franci

L’area archeologica di Piedi Franci

Poche centinaia di metri più avanti è l’area archeologica di Piedi Franci, posta a sinistra della strada ai piedi di un ripido costone roccioso. L’area è recintata e gli scavi sono protetti da una copertura artificiale. Qui nel 1987 è stato riportato alla luce un antico tempio del secondo secolo avanti Cristo collocato su un alto podio. Si accede con un’ampia gradinata ancora ben conservata e in parte reintegrata, che dà accesso alla cella centrale, individuata dal basamento delle antiche colonne.

Il basamento del tempio italico

Il basamento del tempio italico

Trecento metri più avanti, a un bivio sulla destra, un cartello segnala il percorso diretto alla chiesa rupestre della Madonna di Pietrabona. La strada asfaltata attraversa un’area ondulata di coltivi, boschetti e prati, e termina dopo 1,5 km a una piccola area di parcheggio. Su ampio sentiero si traversa in pochi minuti una piacevole e solitaria valletta, inaspettatamente selvaggia e stretta da spuntoni e paretine rocciose. Una grotta e una grande croce anticipano il cancello di accesso all’area sacra. L’eremo-santuario è costruito su una cengia a quota 628 m, alla base di una parete rocciosa, sul ciglio del burrone. L’ambiente è di forte suggestione.

L'ingresso della chiesa rupestre di Pietrabona

L’ingresso della chiesa rupestre di Pietrabona

Abruzzo. Il tratturo di Raiano e le fortificazioni italiche di Monte Urano

Veduta di Raiano

Veduta di Raiano

Raiano è interamente attraversata dall’antica via della transumanza dal tratturo Celano-Foggia. Questo Regio Tratturo raccoglieva a Celano i flussi pastorali della zona Velino-Sirente, costeggiava il bordo settentrionale della conca del Fucino e, attraverso la Valle Subequana, raggiungeva a Raiano la conca Peligna; traversata la conca, toccava Sulmona e iniziava la salita che dalla valle del Gizio, via Pettorano e Rocca Pia, conduceva al piano delle Cinquemiglia; il valico della Portella mette poi in comunicazione con gli altipiani maggiori di Rivisondoli, Pescocostanzo e Roccaraso. Per Raiano il tratturo è un segno identitario della sua storia. Suggeriamo quindi una panoramica escursione “storica”, con partenza da Raiano (a quota 400 m), che ripercorre il tratturo in direzione della valle Subequana, raggiunge il valico della Serra e, con poca fatica, percorre la cresta di monte Urano (1080 m), dove l’interesse per il panorama si somma alla passione archeologica per la scoperta dei resti di una cinta fortificata italica.

Le fortificazioni italiche su monte Urano

Le fortificazioni italiche su monte Urano

Percorsi il Viale Tratturo e il Viale Di Bartolo, ancora all’interno dell’abitato di Raiano, superato poi il passaggio a livello ferroviario e attraversata la Strada Statale Tiburtina, si sale lungo lo sterrato tratturale che conduce agli uliveti della zona della Civita. Sulla destra una breve deviazione conduce al colle del Castellone (626 m), dove si rinvengono gli antichi resti del primo nucleo abitativo di Raiano. Si proseguendo a margine o direttamente sul tracciato della strada provinciale per Goriano Sicoli (poco trafficata) e, tagliato un tornante, si giunge al valico della Serra (849 m), in corrispondenza di un pannello informativo del Parco dedicato al monte Urano. Sin qui è ovviamente possibile arrivare in auto, risparmiando dislivello.

Il Morrone, la conca Peligna e Raiano

Il Morrone, la conca Peligna e Raiano

Si lascia il percorso del tratturo pastorale che continua comunque verso l’abitato di Goriano Sicoli e si parte a piedi verso destra, sul tratto iniziale della cresta di monte Urano, seguendo le frequenti paline segnaletiche. Lo strappo iniziale è forse un po’ ruvido ma può essere addolcito con più comodi tornanti. Poco più in alto, tuttavia, in corrispondenza di una pinetina, la pendenza scema notevolmente. Si prosegue ora su un sentierino, via via più evidente. Più in alto s’incrocia il muraglione di grosse pietre, che cingeva l’area fortificata. Se ne può percorrere un tratto alla base per osservarne la struttura.

Il Sirente e la valle Subequana

Il Sirente e la valle Subequana

Un agevole percorso conduce ora alla cima di Monte Urano, individuata da un palo di legno. Splendido è il panorama circolare che si osserva dalla vetta.

Sulla cima di monte Urano

Sulla cima di monte Urano

A oriente è la conca peligna segnata dall’emergenza del monte San Cosimo e cinta dal Morrone che qui si osserva in tutta la sua lunghezza, dalle gole di Popoli fino a Pacentro. Della Maiella si osserva la cresta che va dal monte Amaro al guado di Coccia. Al di là sono la sottile cresta del Porrara, il Pizzalto e la Rotella, che si alza direttamente da Sulmona con il Colle Mitra. A sud il panorama è segnato dalle Serre e dalle pale dell’impianto eolico del monte Prezza, dietro il quale si alzano la Genzana e i monti di Cocullo e di Scanno. A occidente si osserva l’intera valle Subequana dominata dal San Nicola e dal Sirente.

Forca Caruso e il monte Ventrino

Forca Caruso e il monte Ventrino

L’intero percorso richiede 4,15 ore, tra andata e ritorno. La cresta di monte Urano richiede quaranta minuti per la salita e trenta per la discesa.

La mappa dell'escursione

La mappa dell’escursione