Brescia. Il Tribunale celeste e il Giudizio di San Cristo

Il turista che percorre la Via dei Musei, affascinato dal canto delle sirene artistiche bresciane, strattonato da un lato dalla Scilla del Capitolium romano e dall’altro dalla Cariddi della medievale Santa Giusta, scorge all’improvviso una viuzza ombrosa, una silenziosa via d’uscita, seguita da una lunga e un po’ preoccupante scalinata, che sale a una chiesa di sobria bellezza. Il cartello turistico la segnala come la Chiesa di ‘San Cristo’. In questa forma il titulus è certamente inconsueto e lascia perplessi; ma in realtà si tratta solo di una shortcut del nome più esteso di Chiesa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, o del Corpus Domini, o dell’Eucaristia. Il turista non troppo stanco che decide per l’ascesa, salite le scale, si ritrova di colpo nella cittadella dei Saveriani, la congregazione missionaria che ha avuto il merito del pieno recupero del complesso situato alle spalle del Teatro romano, sulle pendici della collina del Castello. Quando poi entra nella chiesa quattrocentesca resta colpito, ma direi meglio “avvolto”, dalle immagini dipinte dagli artisti bresciani, immagini che risalgono le pareti e coprono tutto il soffitto. Tra queste scene selezioniamo il grande Giudizio universale dipinto nella seconda metà del Cinquecento da Paolo da Marone, rampollo di una famiglia di artisti, entrato poi nella comunità dei Gesuati col nome di Fra’ Benedetto. Le scene si distribuiscono su spazi contigui ma sfalsati, come la fronte dell’arco trionfale, il soffitto, i primi due archi contrapposti della navata centrale.

Il Giudizio universale di San Cristo

Il Giudizio universale di San Cristo

Il cuore della visione dell’ultimo giorno è la figura del Giudice. Il Cristo torna trionfante sulle nubi, in un alone sfavillante di luce, esibendo le piaghe della passione; pronuncia la doppia sentenza di assoluzione e di condanna, simboleggiata dai gesti delle mani e delle braccia; la veemenza del giudizio e dell’ira divina è temperata dalla preghiera degli intercessori che scongiurano il giudice di essere misericordioso: hanno un rilievo drammatico le pose assunte da Maria, la madre di Gesù, e da Giovanni il Battista, inginocchiati in preghiera ai piedi del Cristo parusiaco.

Il Cristo giudice con gli intercessori

Il Cristo giudice con gli intercessori

Sul soffitto fanno corona al giudice i suoi dodici apostoli, raccolti insieme a comporre il tribunale celeste. Le figure degli apostoli sono rappresentate singolarmente, in riquadri personalizzati e con grande rilievo. Vediamo l’apostolo Pietro (con le chiavi del regno dei cieli), Giacomo il minore (con la spada della sua decapitazione), Tommaso (con la squadra del progettista di chiese), Filippo (con la croce), Matteo (con il libro del Vangelo), Simone (con la sega), Andrea (con la croce greca), Giovanni (con il calice e il serpente), Giacomo il maggiore (con la conchiglia del pellegrino), Bartolomeo (con il coltello della scorticatura), Giuda Taddeo (con l’alabarda) e Mattia (con la scure). Al centro del gruppo dei Dodici è in grande evidenza il triagramma di Cristo: IHS, Jesus Hominum Salvator.

I dodici apostoli

I dodici apostoli

L’annuncio del Giudizio è portato ai quattro angoli del mondo da altrettanti angeli tubicini che fanno squillare le loro lunghe bùccine ricurve e chiamano i morti al generale risveglio. La scena della risurrezione dei morti è ampiamente descritta nell’arcone laterale di sinistra e alla base dell’arco centrale.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

I corpi nudi di uomini e donne emergono dalle fosse sepolcrali. I risorti si volgono stupiti verso il Giudice. Frotte di angeli piombano in volo sui risorti per incoraggiarli, aiutarli a sollevarsi, assisterli e accompagnarli nell’ascensione versi il Cielo. Il frullare delle ali angeliche genera un vento impetuoso che fa svolazzare i resti dei sudari indossati dai risorti o i lunghi capelli delle signore.

L'ascesa dei beati

L’ascesa dei beati

Una citazione benevola per il suo ordine religioso il pittore la riserva a quei diversi risorti che fan riconoscere la loro scelta di vita grazie alla tonsura sul capo. I beati salgono al Cielo e s’inginocchiano davanti al Cristo.

Gli angeli tubicini, i beati, gli strumenti della Passione

Gli angeli tubicini, i beati, gli strumenti della Passione

Alla sommità dell’arco, pur tra cadute di pellicola e perdite di colore, si riconoscono il triagramma e gli strumenti della Passione (la croce e la colonna della flagellazione) sollevati dagli angeli.

I dannati respinti

I dannati respinti

Sul versante opposto vediamo la scena violenta della caduta dei dannati: un angelo respinge i peccatori lontano dal cospetto di Dio; i diavoli si alzano in volo per caricarsi di quei corpi lordi di peccato e scaricarli nel baratro infernale; altri diavoli maltrattano quei corpi a colpi di lancia e di forcone. La scena infernale continua sull’arcone laterale destro, ma resta molto meno leggibile a causa dell’apertura di una finestra: si notano comunque i corpi dei dannati dentro la caverna infera, ormai assestati tra le fiamme della loro eterna punizione.

I dannati all'Inferno

I dannati all’Inferno

Montagnana. Il giro delle mura

La Piazzola del Giorgione

La Piazzola del Giorgione

Il borgo murato di Montagnana merita un viaggio e una visita attenta. Agli occhi del turista che lascia le grandi città informi e devastate, il giro di mura di Montagnana si propone come un percorso assolutamente spettacolare. Per la geometria rettangolare, la regolarità dell’impianto, l’intatto profilo, l’area di rispetto, il pittoresco fossato verde che invita a tranquille e romantiche passeggiate.

Le mura orientali

Le mura orientali

Retrocediamo al Trecento. Gli Scaligeri di Verona si allargano e occupano le terre padovane. I Carraresi di Padova reagiscono e insediano a Montagnana il loro quartier generale. A protezione delle truppe e delle macchine belliche, degli alloggi del personale e dei luoghi di culto, delle stalle e delle officine, si alza una corona di mura. Quelle mura che ieri servivano a incutere rispetto, oggi ci stupiscono per i due chilometri di perimetro, per le ventiquattro torri che si elevano a intervalli regolari, per i due grandi castelli di porta, per il loro eccezionale stato di conservazione, per il fossato a prato, un tempo allagato e oggi sgombro da qualsiasi intrusione.

La Porta Vicenza

La Porta Vicenza

Quando poi, nel Quattrocento, Montagnana entrerà nell’orbita della Repubblica di Venezia, inizierà per lei un periodo storico dorato. Le stalle e le caserme saranno sostituite da banche, officine, palazzi signorili e chiese. L’aspetto austero e arcigno si ingentilirà sotto i segni tracciati da Giorgione e Andrea Palladio, da Paolo Veronese e il Buonconsiglio.

Castel San Zeno

Castel San Zeno

Sì, Montagnana merita certamente una visita. Non a caso gode del label di “uno dei borghi più belli d’Italia”. Le guide turistiche vi aiuteranno a definire i percorsi di visita. Lasciatevi però ammaliare dal giro delle mura. Se arrivate da sud – dalla stazione ferroviaria – le mura vi presenteranno il loro lato lungo con la caratteristica merlatura guelfa. Entrati dalla Porta XX Settembre si va a destra lungo la Via Mure Sud, seguendo i caratteristici spalti cavi interni. Svoltato l’angolo si trova il complesso di San Zeno, con il Mastio di Ezzelino. Visitato l’interessante Museo, con l’assistenza dell’ufficio turistico, si esce dalla Porta Padova e si percorre il fronte esterno delle mura orientali.

Il Mastio di Ezzelino

Il Mastio di Ezzelino

All’angolo nord-orientale merita una sosta la Piazzola del Giorgione: un allestimento turistico permette di comparare un disegno del grande maestro al paesaggio delle mura. Il viandante ritratto da Giorgione sotto le mura di Montagnana richiama la visione del pellegrino cristiano giunto sotto le mura paradisiache della Gerusalemme celeste. Dopo la sosta si prosegue lungo il fossato settentrionale per poi rientrare nel borgo attraverso la Porta Vicenza. Il tratto interno della Via Mure Sud mostra le case del vecchio borgo addossate alla cortina muraria.

La Rocca degli Alberi

La Rocca degli Alberi

Svoltato l’angolo s’incontra la poderosa Rocca degli Alberi, perfetta opera militare costruita con altissime mura, portoni corazzati, ponti levatoi, arciere e grate. Uscendo dalla Porta Legnago o proseguendo sulle vie interne, si chiude l’anello delle mura e ci s’immerge nel geometrico reticolo delle vie urbane e dei suoi monumenti.

Via Mure Sud

Via Mure Sud

Il disegno di Giorgione

Il disegno di Giorgione

La mappa di Montagnana

La mappa di Montagnana

Monselice. Il Sacro Monte e l’Eremo

Il Colle della Rocca di Monselice visto da Monte Ricco

Il Colle della Rocca di Monselice visto da Monte Ricco

Monselice invita all’ascesa e all’ascesi. Nelle giornate di nebbia fitta e di umidità trasudante, quando il reticolo urbano è occultato e svanisce nella bruma, è sufficiente risalire la via del Santuario o i tornanti del monte Ricco per scoprire il Colle della Rocca e i Colli Euganei stagliarsi sulla coltre bianca, illuminati dal sole. Monselice è una di quelle città della provincia italiana che deliziano l’occhio del turista in cerca di storia e bellezza. La storia di Monselice si condensa nei tre nuclei del Castello e nelle collezioni museali distribuite nelle sale. La bellezza è tutta nel profilo della cortina murata, delle chiese e dei palazzi scenograficamente disposti a mezza costa sul pendio, raccordati da un’indimenticabile passeggiata a balcone sulla pianura veneta.

La Pieve di Santa Giustina e il Belvedere

La Pieve di Santa Giustina e il Belvedere

Il Sacro Monte

L’ascesa al Sacro Monte inizia proprio dalla piazza centrale. Si fiancheggiano la Ca’ Marcello e la Villa Nani, ornata da grottesche (e auto-ironiche) statue di lillipuziani; si prosegue per la Pieve di Santa Giustina, già Duomo di Monselice, e la panoramica rotonda settecentesca del Belvedere. La Porta Romana, sormontata dai leoni, introduce alla via delle Sette Chiese (Romanis Basilicis Pares). Quelle di Monselice sono in realtà sei ma richiamano le sette basiliche giubilari romane, il cui percorso devozionale ad anello fu reso popolare da San Filippo Neri.

La Cappella di San Lorenzo fuori le mura

La Cappella di San Lorenzo fuori le mura

La prima cappella è dedicata a Santa Maria Maggiore e contiene un dipinto della Madonna Assunta. La seconda replica San Giovanni in Laterano e contiene un’immagine di Giovanni Battista nel deserto. La terza richiama Santa Croce di Gerusalemme e propone Sant’Elena, la madre di Costantino che ritrovò la croce di Gesù. Segue la quarta, dedicata a San Lorenzo fuori le mura, con il santo martirizzato sulla graticola. La quinta è dedicata alla basilica di San Sebastiano ad catacumbas e contiene il dipinto del santo martirizzato dagli arcieri. L’ultima cappella, dedicata congiuntamente ai santi Pietro e Paolo e alle due celebri basiliche romane loro intitolate, introduce a una spettacolare piazza, avvolta dall’ottagonale chiesa di San Giorgio, dalla Villa Duodo e da una scalinata che sale all’esedra adorna di statue.

La Villa Duodo

La Villa Duodo

Il luogo invita a una sosta di puro piacere estetico. L’ascesa ha anche valore giubilare grazie a un privilegio concesso da papa Paolo V nel 1605. Merita quindi di trasformarsi in una lenta ascesi, un cammino progressivo basato sulla lectio, la meditatio, la contemplatio e l’oratio.

La scalinata e l'esedra

La scalinata e l’esedra

L’eremo

Monselice è la porta d’accesso meridionale del Parco regionale dei Colli Euganei. Ed è dunque consigliabile abbinare alla visita della città l’ascesa del monte Ricco per raggiungervi in cima l’eremo di Santa Domenica, fondato dai benedettini nel 1206.

L'Eremo di Santa Domenica sul Monte Ricco

L’Eremo di Santa Domenica sul Monte Ricco

L’itinerario completo è descritto come “il sentiero del monte Ricco e monte Castello”, un anello inserito al numero 6 dei percorsi ufficiali del parco (www.parcocollieuganei.com). Lasciato il centro della città, si varca il canale Bisatto e si raggiunge la stazione ferroviaria. Al di là del passaggio a livello s’imbocca la strada in salita che tocca in successione i diversi edifici alle falde del monte Ricco. Dopo un’edicola dedicata a San Giovanni Battista si supera la sbarra che chiude il percorso del colle al traffico veicolare e si sale, sempre sull’asfalto, la sinuosa strada del monte Ricco, affollata di podisti e atleti di tutte le declinazioni. Giunti all’undicesimo tornante, si lascia l’asfalto e si va a sinistra sulla pista che costeggia due edifici (la “casa rossa”) e arriva in breve a una terrazza panoramica dominata dalla statua di Ercole che sorregge il mondo.

La terrazza di Ercole

La terrazza di Ercole

A destra si apre la scenografica scalinata che sale all’eremo di Santa Domenica, un tempo dimora del conte Vittorio Cini, fiancheggiata da due filari di imponenti cipressi.

La scalinata per l'Eremo

La scalinata per l’Eremo

Il sito ospita oggi una comunità di recupero e non è dunque visitabile. Tornati alla terrazza di Ercole, conviene proseguire nel bosco, abbassandosi leggermente in direzione del monte Castello. In questa zona, intorno all’area di sosta, si possono osservare opere militari risalenti alla seconda guerra mondiale: una lunga trincea, un camminamento protetto da muretti a secco, alcune piazzole d’artiglieria e i resti di un ricovero di pietra. Tornati sul sentiero principale si compie il periplo del monte Ricco, seguendo il sentiero o la pista forestale, chiudendo l’anello al tornante 11 e scendendo alla stazione ferroviaria sulla strada dell’andata. Il percorso ha un dislivello di 300 metri e richiede almeno 3 ore di tempo.

Piazzola per l'artiglieria su Monte Castello

Piazzola per l’artiglieria su Monte Castello

Roma. Il Paradiso di Burne-Jones

Le sante vergini e martiri

Le sante vergini e martiri

A Roma, lungo la centrale Via Nazionale, sorge la chiesa cristiana anglicana di San Paolo dentro le Mura, aggregata alla Convocazione delle chiese episcopali in Europa.

I mosaici absidali

I mosaici absidali

I mosaici dell’abside sono stati realizzati tra il 1885 e il 1907 da Edward Burne-Jones e dai suoi allievi, esponenti della corrente artistica dei Preraffaelliti. Il ciclo raffigura la gloria di San Paolo in Paradiso. Nella parte alta del catino absidale è raffigurato il Cristo benedice in trono sull’arcobaleno della nuova alleanza.

La Gerusalemme celeste

La Gerusalemme celeste

Ha nella mano sinistra il globo terrestre, segno della sua signoria sul creato. La scritta che lo circonda riporta il versetto giovanneo: in mundo pressuram habebitis; sed confidite, ego vici mundum (Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo! – Gv 16,33).

I cori degli angeli

I cori degli angeli

La parusia è accompagnata dal coro degli angeli musicanti. Gesù è circondato dalle “grandi e alte mura, con dodici porte”, secondo la visione apocalittica della Gerusalemme Celeste (Ap 21).

Il Cristo in trono

Il Cristo in trono

Ai suoi piedi sgorgano i quattro fiumi paradisiaci: il Pishon, il Ghihon, il Tigri e l’Eufrate (Gen 2). Sulle “porte” si affacciano gli Arcangeli: all’estrema sinistra Uriele, il guardiano del sole, accanto a lui Michele,  con la lancia e lo scudo; c’è poi un vano nero, vuoto, abbandonato da Lucifero dopo la sua caduta. Gabriele è alla sinistra del Cristo e tiene fra le mani il giglio dell’Annunciazione, accanto compare Chemuele il coppiere, seguito all’estrema destra da Zofiele, il guardiano della luna.

La creazione

La creazione

Nella fascia intermedia è raffigurata la scena della creazione secondo la Genesi con gli angeli in volo che separano le acque dal firmamento. La scena è accompagnata da due iscrizioni in ebraico “In principio Dio creò il cielo e la terra.” (Gen 1) e in greco: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.” (Gv 1).

San Paolo e i Dottori della Chiesa

San Paolo e i Dottori della Chiesa

Sulla terra, in un giardino paradisiaco davanti all’ingresso della Gerusalemme celeste, è raffigurato San Paolo con la croce nella mano sinistra, nella posa del maestro che insegna. Paolo è accompagnato dai Dottori della Chiesa orientale e occidentale. Si riconoscono Pietro, Giovanni Crisostomo, Ambrogio, Agostino, Girolamo, Gregorio Magno, Tommaso d’Aquino. A sinistra vediamo il gruppo dei santi asceti emergente dalle grotte eremitiche, con Giovanni Battista, la Maddalena e San Francesco d’Assisi.

I santi eremiti e le donne dei Vangeli

I santi eremiti e le donne dei Vangeli

Segue il gruppo delle donne dei Vangeli con le due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, le tre Marie e la donna dell’unguento. A destra è il corteo delle martiri, con Santa Caterina d’Alessandria (con la ruota), Santa Barbara (con la torre), Santa Cecilia (con l’organo), Santa Dorotea (con le rose) e Sant’Agnese (con l’agnello). All’estrema destra si trovano otto cavalieri cristiani bardati con le armature, alcuni a cavallo ed altri a piedi. Sono i santi patroni nazionali: San Giorgio d’Inghilterra, San Giacomo di Spagna, San Patrizio d’Irlanda, Sant’Andrea di Scozia, San Dionigi di Francia e il soldato romano Longino.

I santi patroni delle nazioni

I santi patroni delle nazioni

Giona e la Balena

Giona profetizza la fine di Ninive (Huc IL dies et Ninive subvertetur)

Giona profetizza la fine di Ninive (Huc IL dies et Ninive subvertetur)

La storia di Giona è narrata in uno dei libri della Bibbia. Ninive è una biblica città del male, la roccaforte del paganesimo e il centro della corruzione e della prepotenza. Dio manda Giona a predicarvi la penitenza e la conversione. Il profeta parte malvolentieri; va per mare, mentre a Ninive dovrebbe andare via terra; inoltre va dalla parte opposta, perché gli dispiace che Dio possa perdonare all’odiata città pagana. Dio scatena allora una burrasca marina: i marinai, saputo che causa del comune pericolo è Giona, lo prendono e lo gettano in mare. Un enorme pesce lo inghiotte: Giona si pente, prega e Dio fa rigettare Giona, dopo tre giorni, a riva. Allora Giona esegue l’ordine di Dio: va a Ninive, prega e tutti gli abitanti con a capo il re si convertono e Dio risparmia alla città il castigo minacciato. Giona ne soffre; si rifugia fuori città, all’ombra di una pianta di zucca o di ricino, in attesa che la punizione divina annienti Ninive. Ma un serpente avvelena la pianta e la fa seccare. La canicola imperversa. Giona è ancora sdegnato ma Dio gli dimostra che il suo sentimento angusto è ingiustificato.

Giona è gettato in mare (Otranto, mosaico della Cattedrale)

Giona è gettato in mare (Otranto, mosaico della Cattedrale)

Nella simbologia biblica la permanenza di Giona nel ventre della balena è divenuta figura del sepolcro di Gesù: «come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Matteo 12). Ma il libro di Giona, ricco di immagini deliziose e umoristiche, ha anche ispirato la fantasia degli scrittori e degli artisti. Si pensi a Moby Dick di Melville, al Leviatano e perfino al Pinocchio di Collodi. Vogliamo però proporre due testimonianze lasciate dagli artisti: il pulpito scolpito di Santa Maria in Valle Porclaneta e il mosaico pavimentale della cattedrale di Otranto.

 Giona a Rosciolo dei Marsi

Giona gettato in mare e ingoiato dalla balena (Rosciolo, Santa Maria in Valle Porclaneta)

Giona gettato in mare e ingoiato dalla balena (Rosciolo, Santa Maria in Valle Porclaneta)

Santa Maria in Valle Porclaneta, nell’Abruzzo aquilano, è una chiesetta isolata, situata nei dintorni di Rosciolo dei Marsi, alle falde del Velino. Il pulpito fu realizzato nel 1150 da Roberto di Ruggero e Nicodemo da Guardiagrele. Il muro che racchiude la scala è decorato da due pannelli scolpiti con tre scene dalla Vita di Giona: a sinistra il profeta viene ingoiato dalla balena, a destra ne viene restituito e siede sotto una pianta di zucca.

Rigettato dalla balena, Giona siede sotto la pianta di zucca

Rigettato dalla balena, Giona siede sotto la pianta di zucca

Giona a Otranto

I trombettieri annunciano a Ninive la tremenda notizia

I trombettieri annunciano a Ninive la tremenda notizia

La cattedrale di Otranto, nel Salento pugliese, conserva un famoso mosaico pavimentale commissionato dal vescovo locale Gionata al sapiente presbitero Pantaleone, che lo realizzò tra il 1163 e il 1165. Le storie di Giona sono raccontate nel mosaico dell’abside. Le scene descrivono la nave nella tempesta, Giona gettato in mare e inghiottito da un grosso pesce, Ninive la peccatrice, Giona che annuncia i castighi, il re terrorizzato, i principi che dall’alto delle torri e alle porte della città, intimano di far penitenza, Ninive penitente.

Il re di Ninive si straccia le vesti

Il re di Ninive si straccia le vesti

Abruzzo. Sulle tracce di Ovidio, Ercole e Pietro Celestino

1 - IMG_3617

Ecco una proposta per un autentico “camminare nella storia”. Siamo nell’Abruzzo peligno, alle falde del Morrone della Maiella. Qui ieri avremmo incontrato gli agricoltori che salivano a curare i campi d’altura e i raccoglitori di òrapi. Avremmo incontrato pastori che salivano per la monticazione, greggi di pecore e di capre, bovini e cavalli. Non era raro incrociare eremiti, asceti e solitari diretti agli eremi rupestri o a remote grotte con gli altarini. Non mancava qualche brigante, qualche ribelle in cerca di rifugi e libertà. Gli anziani vi racconteranno dei prigionieri fuggiti dal campo di Fonte d’Amore e delle pattuglie di tedeschi che li rastrellavano; o di più antiche storie di combattimenti tra francesi e borboni. Oggi i pochi pastori rimasti vengono dai Balcani e parlano slavo, con qualche stentata frase in italiano. Sulle sterrate pedalano sudati gli amanti della mountain bike e scorazzano infangati patiti del motocross. S’incontrano gli operai forestali e le guardie del Parco con i loro fuoristrada. Incontriamo gruppi di giovani dell’associazionismo cattolico in marcia verso gli eremi. E perché no, anche qualche camminatore buongustaio, avvertito da Ignazio Silone che per raggiungere i villaggi di questa montagna «bisogna camminare a piedi, bisogna meritarseli, versare conche di sudore, come i pellegrini d’una volta, salire scendere risalire lunghe coste, provare la propria virtù. Non sono montagne per turisti, ma per eremiti; non per vacche ma per capre e serpi; montagne aride deserte, di poca erba, di gente povera».

La badia morronese e la conca peligna

La badia morronese e la conca peligna

L’area dell’anello escursionistico che qui proponiamo è caratterizzata da un intreccio di elementi paesaggistici e naturalistici (la Fons amoris di Ovidio, la conca peligna e i monti che le fanno corona), archeologici (il tempio di Ercole Quirino), monumentali e artistici (la Badia Morronese), eremitici (il rifugio di Pietro Celestino) e storici (la base militare di Fonte d’Amore, la sede formativa dell’organizzazione penitenziaria). È un facile percorso ad anello, vario e molto panoramico, con un dislivello limitato a 275 metri, che si compie in meno di due ore e mezzo, nei dintorni di Sulmona.

L'ingresso della Badia morronese

L’ingresso della Badia morronese

Punto di partenza è l’abbazia di Santo Spirito al Morrone, detta comunemente Badia Morronese. La località Badia (360 m) dista circa 5 km da Sulmona. L’abbazia esprime bene il prestigio e la potenza raggiunti dall’Ordine dei Celestini. Dopo la soppressione degli ordini religiosi, essa fu adibita a carcere e, dopo una lunga fase di ristrutturazione e restauro, è ora la sede del Parco nazionale della Maiella. Lasciata l’auto, si ammirano le possenti mura secentesche e lo svettante campanile. Dal cortile interno si diramano i percorsi per i diversi ambienti (visite guidate dal lunedì al venerdì).

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

Usciti dalla Badia si percorre ora la strada asfaltata in salita verso la montagna. Un rettifilo conduce alla cappella della Madonna degli Angeli, dedicata ai caduti di guerra.

Il tempietto in memoria dei caduti in guerra

Il tempietto in memoria dei caduti in guerra

Entra poi obliquando nel bosco, lascia sulla sinistra l’attacco del Sentiero dello Spirito per l’eremo di San Pietro, e raggiunge il piazzale dello Chalet, con posto di ristoro, area picnic e posteggio auto (dalla Badia 1,8 km, ore 0,30).

Il portico d'ingresso all'eremo

Il portico d’ingresso all’eremo

A sinistra del bar, un ripido sentiero, a tratti scalinato e scavato nella roccia, protetto da una staccionata, ascende all’eremo di Sant’Onofrio al Morrone a 637 m di quota. Restaurato dopo le cannonate dell’ultima guerra, l’eremo conserva ancora l’aspetto arcigno che aveva all’epoca di San Pietro Celestino.

L'ingresso dell'eremo di Sant'Onofrio al Morrone

L’ingresso dell’eremo di Sant’Onofrio al Morrone

Qui il santo eremita ricevette il messaggio della sua elezione a Papa. Aperto il sabato e la domenica, l’eremo conserva la galleria di accesso, l’oratorio, diversi affreschi e una serie di celle e locali che hanno ospitato figure isolate di religiosi ed eremiti laici. Una breve scalinata conduce a una grotta sottostante.

L'oratorio celestiniano nell'eremo

L’oratorio celestiniano nell’eremo

Uno slargo consente di dominare con lo sguardo tutta la Valle Peligna e di riconoscere i principali gruppi montuosi che la delimitano. Nella piana si distinguono in particolare la città di Sulmona, la base di Fonte d’Amore e la Badia Morronese. A sinistra si osserva Colle Mitra e tutta la cresta di del monte Rotella, la valle del Gizio e il monte Genzana, la valle del Giovenco, la valle dell’Aterno con le gole di San Venanzio. Si ridiscende al piazzale dello Chalet (ore 0,30-1,00).

L'absidiola affrescata

L’absidiola affrescata

Per un cancello aperto si entra ora nell’area archeologica (la visita è libera) e si percorre in discesa un vialetto ghiaioso che porta prima al Belvedere e poi alle terrazze del tempio italico-romano con il sacello dedicato a Ercole Curino, ricco di stucchi policromi e pavimenti a mosaico. I pannelli informativi spiegano in modo esauriente la natura del luogo sacro e gli eventi che lo riguardavano.

Il santuario di Ercole Curino

Il santuario di Ercole Curino

Le rovine monumentali del Santuario dedicato alla divinità italica protettrice delle greggi sorvegliavano dall’alto il percorso del tratturo Celano-Foggia che attraversava tutta la conca peligna. I resti di una chiesetta celestiniana e un cancello aperto segnalano l’uscita dall’area archeologica.

Il sacello del santuario di Ercole

Il sacello del santuario di Ercole

Si segue il largo sentiero che traversa le pendici nord-occidentali della montagna del Morrone, alternando cave, captazioni e boschetti di pini e cipressi, con bel panorama sulla conca peligna. Più avanti si trovano i segnavia del Parco e una stradina asfaltata.

La chiesetta celestiniana

La chiesetta celestiniana

Superate alcune case rurali si raggiunge il muro di recinzione della base logistica militare, dominato da un’altana. Conviene qui lasciare l’asfalto e imboccare sulla destra la stradina sterrata che costeggia fedelmente la recinzione della base logistica militare e, successivamente, della scuola della Polizia penitenziaria.

Le prese dell'acquedotto costruito dai prigionieri austriaci

Le prese dell’acquedotto costruito dai prigionieri austriaci

Sulla destra si scoprono le insolite architetture asburgiche delle prese dell’acquedotto realizzate dai prigionieri austriaci nel campo, al tempo della prima guerra mondiale. Sempre seguendo la recinzione esterna la sterrata raggiunge un kartodromo e, da qui, in breve, la strada tra Badia e Marane.

La base logistica di Fonte d'Amore (ex campo 78)

La base logistica di Fonte d’Amore (ex campo 78)

Si va a sinistra per pochi metri. Superato l’ingresso della Scuola di Polizia, ci si addentra per un vialetto verso l’ingresso della Base logistica militare (oggi dismessa). Qui l’8 settembre del 1943 i prigionieri alleati fuggirono dal campo di prigionia e si dispersero nei paesi e nei casolari sparsi alle pendici del monte Morrone, aiutati dalla popolazione locale, in attesa di traversare il fronte. Nell’area è conservata una baracca di quel campo. Si sosta anche davanti al monumento dedicato al capitano pilota Francesco Santoro, morto “fra barbare torture” il 23 ottobre1943, medaglia d’oro al valor militare.

Fonte d'Amore

Fonte d’Amore

Proseguendo sulla strada per Marane, si raggiunge Fonte d’Amore, la fontana celebrata da Ovidio. Un’area di sosta, con panchine all’ombra degli alberi, invita a leggere i versi ovidiani tratti da Tristia (IV,10,3-4) Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis milia qui novies distat ab Urbe decem (“La mia patria è Sulmona, ricchissima di gelide acque, che dista nove volte dieci miglia da Roma”) e dagli Amores (II,16,1-2) Pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris parva sed inriguis ora salubris aquis (“Sono a Sulmona, una delle tre città della campagna peligna; è una piccola località, resa però salubre dalle acque che la irrigano”). Si riprende il cammino in senso inverso, in direzione della Badia morronese e del suo campanile, dove si ritrova l’auto (ore 1,15-2,15).

La sede del Parco nazionale della Maiella

La sede del Parco nazionale della Maiella

Carso triestino. Il sentiero Rilke

É una delle passeggiate più piacevoli e facili del Carso triestino. Qui amava passeggiare anche il poeta ermetico Rainer Maria Rilke, ospite nel castello di Duino e qui nacquero i suoi primi versi delle “Duineser Elegien”. Un itinerario giustamente celebre perchè intreccia la forza della natura e lo spirito della poesia. Il sentiero percorre il bordo delle alte falesie e lo straordinario calcare eroso dei ‘campi solcati’ a picco sulle onde più settentrionali del mare Adriatico, in un tripudio di vento, di sole e di verde. Ma questo sentiero diventa per Rilke un’esperienza purissima dello spirito, una “striscia di terra feconda”, un luogo dove “il cuore ci trascende”. Un sentiero-invito, da desiderare prima e da percorrere poi con in mano il libro dei nostri versi preferiti. “Lo trovassimo anche noi un umano puro, contenuto, ristretto, una striscia nostra di terra feconda tra acqua e roccia. Perché il nostro cuore ci trascende ancora” (Rilke).

La baia di Sistiana

La baia di Sistiana

Il sentiero Rilke si sviluppa tra Sistiana e Duino, sul bellissimo tratto di costa adriatica che da Monfalcone scende a Trieste. L’alto numero di riserve naturali e la presenza di numerosi percorsi “d’autore” (il sentiero Kugy, la strada Napoleonica, il sentiero Tiziana Weiss, la vedetta Slataper) rendono giustizia a un territorio denso di fenomeni carsici, memorie storiche, attrazioni naturali, baie e promontori, palazzi e castelli. L’integrazione tra mare e terra trova un esaltante momento simbolico quando la storica regata velica della Barcolana affolla di vele il mare ventoso del Golfo e riempie di escursionisti e spettatori ogni angolo delle alte falesie a balcone sulla costa. L’addensamento di studenti e ricercatori di tutto il mondo che trovano nel triestino un cluster formativo (il Collegio del Mondo Unito, la Scuola internazionale superiore di studi avanzati, l’Università) e un’area di ricerca di primissimo ordine, premiata dal Nobel ad Abdus Salam, è la versione contemporanea di quell’intreccio d’influssi della storia, di quell’oikoumene di fedi religiose, di quel particolare clima di dialogo interculturale, di quella densità di intellettuali e viaggiatori che hanno reso celebre Trieste.

Il sentiero Rilke

Il sentiero Rilke

La passeggiata, segnalata da un cartello, inizia dal parcheggio al bivio per Sistiana Mare, al km 135,7 della strada statale 14, nei pressi di un ufficio turistico. Si cammina, protetti da una recinzione in legno, proprio sul ciglione carsico, e si raggiunge un bel punto panoramico da cui si ammirano Sistiana, perla dell’alto Adriatico, Trieste e la costa dell’Istria.

I campi solcati

I campi solcati

Al termine della rete di recinzione dell’area campeggio, si trovano le prime pietre rugose, il “solcato carsico” che accompagna la passeggiata. È un esempio di carsismo superficiale, generato nel tempo dall’azione di dissoluzione dei calcari. Radi cespugli creano un contrasto di colore con il candore della pietra. Un cartello multilingue individua la “vedetta” di quota 86. Si tratta di una piazzola protetta di cemento che durante la guerra operava come batteria antiaerea a difesa della base di sommergibili. Altre opere belliche costellano il sentiero, memorie di guerre ormai lontane, ma che hanno insanguinato tutto il Carso.

Le postazioni militari

Le postazioni militari

Voci, voci. Ascolta mio cuore, come soltanto i Santi / ascoltarono un giorno: il grande richiamo / li alzava dal suolo; ma essi, impassibili, / restavano assorti in ginocchio; / così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere / la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta, / l’ininterrotto messaggio che da silenzio si crea. / Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te”.

La vegetazione del sentiero

La vegetazione del sentiero

Il percorso alterna punti di osservazione ad aree di riposo; si procede tra le rocce della scogliera, con stupendi scorci di mare, alternando tratti nel rigoglioso bosco di pini marittimi. Si incontrano piante tipicamente mediterranee, come il leccio e l’olivo selvatico ed altre caratteristiche del paesaggio carsico, come la quercia. Sostando sui punti più esposti della falesia, nelle giornate di cielo terso, l’orizzonte arriva a comprendere la costa dell’Istria, la laguna di Grado e il campanile di Aquileia, si spinge sino alle Dolomiti cadorine, ai monti della Carnia e alle Alpi Giulie, riscende alla foce dell’Isonzo e ai cantieri di Monfalcone. In un altro punto l’occhio si riempie solo di mare aperto e del volo delle rondini, dei falchi e dei gabbiani.

Il castello di Duino

Il castello di Duino

Dopo un tratto del sentiero in cui la vegetazione è particolarmente fitta si giunge all’ultimo belvedere. Una piazzola offre una veduta della costa di Grado e del castello di Duino, abbarbicato ad un promontorio roccioso sul mare, sullo sfondo di torri e pareti a picco sul mare.

Ma chi ci ha rigirati così / che qualsia quel che facciamo / è sempre come fossimo nell’atto di partire? / Come colui che sull’ultimo colle / che gli prospetta per una volta ancora / tutta la sua valle, si volta, si ferma, indugia -, / così viviamo per dir sempre addio”.

Il sentiero, divenuto percorso attrezzato anche per i disabili, termina all’ingresso del Collegio del Mondo Unito di Duino.

Il Collegio del Mondo Unito dell'Adriatico

Il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico

La vita e l’opera di Rilke sono un percorso difficile, un trekking umano segnato da svolte decisive e maturazioni sorprendenti. Dal suo viaggio nella Russia tolstoiana, nacque Das Stundenbuch, un Libro d’Ore di profondo misticismo, nel quale l’aspirazione a Dio si unisce alla pietà e all’amore per gli umili e i sofferenti. L’esperienza parigina con Rodin generò le Neue Gedichte (Nuove Poesie) e il romanzo-diario autobiografico sulla tormentosa condizione esistenziale dell’artista chiuso nella sua interiorità: I quaderni di Malte Laurids Brigge. Verranno infine le Elegie Duinesi, opere della maturità nelle quali lo spazio interiore è anche reazione allo sgomento della prima guerra mondiale. Dirà nella settima elegia: Essere qui è splendido. In nessun dove, amata, ci sarà mai mondo se non in noi. La nostra vita scorre trasmutando. E quel ch’è fuori di noi svanisce in forme sempre più meschine. Lo spirito del tempo si crea vasti sili di forza, informi, come l’incalzante tensione ch’esso da ogni cosa desume. Templi non ne conosce più. Questo prodigarsi del cuore ora risparmiamolo più segreto. Se dove mai resti cosa un tempo implorata, servita, adorata in ginocchio -, così come ora sta, si tende di già nell’invisibile. Molti non la scorgono più, senza per altro avere la grazia di edificarsela in cuore, con pilastri e statue, più grande.

Nella decima elegia duinese, l’ultima, il rapporto tra paesaggio esterno e paesaggio dell’anima diventa stringente, indimenticabile. Il Leidland è il paese della morte e del dolore, nel quale sgorga la fonte della gioia: Il morto deve andare, e in silenzio / la Lamentazione anziana, lo conduce alla gola della valle / dove brilla qualcosa al chiaro della luna: la fonte della gioia; con reverenza / la nomina, dice: presso gli uomini è un fiume di portata. / Ai piedi della montagna si fermano / e là, lei l’abbraccia piangendo. / Lui da solo s’interna su per i monti del dolore originario. / E dall’atona sorte non risuona nemmeno il suo passo. / Ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo in noi, / vedi che forse indicherebbero i penduli amenti dei nocciòli spogli, oppure / la pioggia che cade su terra scura a primavera. / E noi che pensiamo la felicità / come un’ascesa, ne avremmo l’emozione / quasi sconcertante / di quando cosa ch’è felice, cade.