Roma. Le Catacombe di San Callisto

La cella tricòra occidentale

La cella tricòra occidentale

La storia delle catacombe di San Callisto inizia quando papa Zefirino (199-217) affida al diacono Callisto (futuro Papa tra il 217 e il 222), il compito di sovraintendere al “cimitero” della grande chiesa di Roma, proprio in corrispondenza del terzo miglio della via Appia. Da allora – racconta Fabrizio Bisconti – quel piccolo cimitero rappresenterà il nucleo genetico delle catacombe, una sorta di prototipo dei cimiteri ipogei concepiti dai cristiani, come “dormitori provvisori” in attesa della resurrezione. Le invasioni barbariche porteranno devastazioni e insicurezza, il suburbio sarà abbandonato, le tombe saranno sistemate nelle basiliche funerarie e alcune entreranno addirittura all’interno della cinta muraria. Mentre alcune catacombe, annesse ai più amati santuari romani, come San Sebastiano, San Lorenzo e San Pancrazio, rimasero praticabili, le catacombe di San Callisto soffrirono per un progressivo e irreversibile abbandono. Si dovette attendere l’archeologo romano Giovanni Battista de Rossi che, nell’estate del 1844 – ad appena ventidue anni – assieme al fratello Michele Stefano entrò nella vigna Molinari, che si estendeva sulla via Appia e fu attratto dalla cosiddetta Tricòra Occidentale, ossia dal mausoleo triabsidato, allora ridotto a cantina, che doveva ospitare i corpi dei martiri e dei Pontefici che le fonti riferivano alle catacombe di San Callisto. In quegli anni, iniziava la grande avventura archeologica del de Rossi, che scavò l’intero complesso callistiano, a cominciare da quell’area, il cuore del cimitero, da identificare con quello voluto da Zefirino e continuando con le regioni di Sotere, di papa Milziade, di papa Liberio, a cui si aggiungeranno l’area di Lucina, il cimitero dei santi Marco, Marcelliano e Damaso e la catacomba anonima della via Ardeatina.

L'area verde delle Catacombe di San Callisto

L’area verde delle Catacombe di San Callisto

La visita

Le catacombe di San Callisto sono situate nel triangolo disegnato dalla Via Appia antica, dalla Via Ardeatina e da Via delle Sette Chiese. La visita si concentra su tre luoghi emozionanti. Le guide salesiane (i figli di Don Bosco curano la custodia della catacomba di San Callisto) aiutano efficacemente i visitatori a ricostruire antiche storie di fede e di martirio e a contestualizzarle negli ambienti ipogei. Il primo luogo è la Cripta dei Papi, dove furono sepolti i pontefici del terzo secolo. Va ricordato innanzitutto papa Sisto, trucidato il 6 agosto del 258, insieme ai suoi diaconi. E poi Antèrote, Ponziano, Fabiano, Lucio, Stefano, Dionigi, Felice, Eutichiano. Un carme di papa Damaso in latino ricorda “che qui giace raccolta una schiera di santi; i sepolcri venerandi ne racchiudono i corpi, mentre le anime elette sono rapite nella reggia celeste”.

La statua di Santa Cecilia del Maderno

La statua di Santa Cecilia del Maderno

Il secondo luogo è consacrato a Santa Cecilia, la giovane sposa del nobile Valeriano, martirizzata e decapitata in odium fidei ed eletta a protettrice della musica. La ricorda una copia dell’indimenticabile statua realizzata da Stefano Maderno per il Giubileo del 1600 visibile nella basilica di Santa Cecilia in Trastevere. Il terzo luogo sono i Cubicoli dei Sacramenti, adorni da ingenui e commoventi affreschi della primissima arte cristiana del terzo secolo: scene della vita di Giona, la mensa con i sette cesti di pani, il battesimo di Gesù, il paralitico risanato, il pescatore, Mosè che fa scaturire l’acqua dalla rupe sull’Oreb, il banchetto dei sette discepoli presso il lago di Tiberiade, il buon pastore.

Tarcisio

La statua del giovane Tarcisio

La statua del giovane Tarcisio

Una delle figure di martiri più ricordate dai pellegrini che visitano queste catacombe è quella di Tarcisio. La vita e il martirio del giovane Tarcisio ci sono stati tramandati da una poesia di papa Damaso, secondo cui il giovane fu ucciso a Roma da balordi mentre portava l’Eucaristia ai cristiani malati o in prigione. Per non farla cadere nelle mani degli assalitori, l’aveva stretta al petto rifiutandosi di consegnarla. Per la sua ostinata fedeltà alla missione ricevuta Tarcisio fu lapidato. Il suo corpo fu sepolto in una tomba comune nel cimitero di Callisto. Le spoglie furono in seguito traslate nella basilica di San Silvestro in Capite. San Tarcisio è il protettore dei ministranti, dei chierichetti e dei bambini della prima Comunione. Una statua ne ricorda il sacrificio nella tricora occidentale. Una seconda grande statua è stata collocata nei pressi dell’Istituto internazionale salesiano, sempre nell’area delle catacombe di San Callisto.

Le Catacombe nel Parco dell'Appia Antica

Le Catacombe nel Parco dell’Appia Antica

I Sette Dormienti di Efeso

Reliquiario dei Sette Dormienti (Marsiglia, Abbazia di Saint-Victor)

Reliquiario dei Sette Dormienti (Marsiglia, Abbazia di Saint-Victor)

Si narra che l’imperatore Decio, grande persecutore dei cristiani, verso il 250, in occasione di un suo viaggio in Oriente, chiamasse a giudizio sette giovani cristiani di Efeso, città della Turchia un tempo famosa per il tempio di Diana, una delle sette meraviglie del mondo, e poi per la devozione alla Madonna. Tra un interrogatorio e l’altro, i sette riuscirono a fuggire e a nascondersi in una grotta. Furono però scoperti e, per ordine dello stesso imperatore, murati vivi al suo interno. Ai ragazzi allora, non restò che prepararsi a morire in grazia di Dio e a tal fine si stesero a terra. Caddero però inaspettatamente in un profondissimo sonno. Non appena si svegliarono, videro attorno facce stupite che li osservavano. Il muro della grotta era stato abbattuto da un pastore che voleva ricavarne un ricovero per le sue bestie. I sette, convinti di essersi addormentati il giorno prima, chiesero se fuori ci fosse ancora pericolo. Dopo qualche battuta si giunse a capo del madornale equivoco: avevano dormito per ben due secoli per risvegliarsi dunque attorno al 450 sotto l’imperatore Teodosio II, cristiano, ma con poca fede nella risurrezione.

Il delizioso racconto dei Sette Dormienti di Efeso (qui riportato nella sintesi proposta dal sito Santi e Beati) intreccia tra loro un insieme di fili diversi: la memoria dei martiri cristiani vittime delle persecuzioni degli imperatori romani, l’agiografia cristiana di Gregorio di Tours e della Legenda Aurea di Jacopo da Varazze, i racconti dei pellegrini che tornavano dalla Terrasanta, la ripresa del tema nel Corano con la Sura del Mito della Caverna, la fede nella resurrezione dei morti, il dialogo interreligioso, l’iconografia. Pur se originato in Turchia, anche l’Italia conserva alcune tracce del culto tributato ai Santi Sette Dormienti, la cui memoria il Martirologio Romano ricorda il 27 luglio.

Storia dei Sette Dormienti (Roma, Crypta Balbi)

Storia dei Sette Dormienti (Roma, Crypta Balbi)

A Roma un Oratorio dei Sette Dormienti è incorporato nel Casale Pallavicini di Via della Porta di San Sebastiano. E un affresco proveniente dalla cripta di Santa Maria In Via Lata è attualmente esposto nella Crypta Balbi del Museo Nazionale Romano. La scena ritrae nel primo fotogramma l’incontro del vescovo di Efeso e di un alto funzionario imperiale con il primo dei sette dormienti; e nel secondo fotogramma è descritta la scena dei dormienti ridestati davanti alla grotta.

I sette dormienti nella grotta (Crema, abside del Duomo)

I sette dormienti nella grotta (Crema, abside del Duomo)

Un’immagine dei Sette Dormienti nella grotta è stata riscoperta dai recenti lavori di restauro del Duomo di Crema in un altarolo a nicchia dell’abside. Le statue di cartapesta dei sette martiri efesini, abbigliati come guerrieri romani con tunica e corazza, sono conservate ad Angri, nella settecentesca Cappella Pisacane.

Efeso: il sito dei Sette Dormienti

Efeso: il sito dei Sette Dormienti

La diffusione della leggenda tra le genti mediterranee delle diverse fedi è stata oggetto di un case study in occasione della mostra “Lieux saints partagés – Chemins de traverse entre les monothéismes” organizzata a Marsiglia nel 2015 dal Mucem, il museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo. La diffusione del culto dei Sette Dormienti sia tra i cristiani sia tra i musulmani ha suggerito nel tempo iniziative di dialogo interreligioso che fanno capo al francese Louis Massignon, teologo ‘cattolico musulmano’, e al padre gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, studioso dell’unità delle fedi abramitiche. Massignon, precursore del dialogo islamico-cristiano, ha avviato nel 1954 in Bretagna l’esperienza del pellegrinaggio islamico-cristiano dei Sette Dormienti. A Marsiglia è stata esposta un’icona dei Sette Dormienti realizzata nel 2007 dall’artista cattolico Oussamah Musleh in omaggio al dialogo islamico-cristiano promosso dal Padre Paolo Dall’Oglio (la cui sorte è al momento sconosciuta dopo il suo rapimento in Siria). L’autore dell’icona ha integrato ai piedi dei sette dormienti aureolati la figura di un cane; questo animale non è altro che Qitmir, il cane che – nella Sura 18 del Corano – vigila sui compagni della caverna.

Icona dei sette dormienti (Oussmah Musleh, Damasco, 2007)

Icona dei sette dormienti (Oussamah Musleh, Damasco, 2007)

Lo Stazzo del pastore nel Parco dell’Appia antica

Stazzo pastorale nella Campagna Romana (Charles Coleman, 1850)

Stazzo pastorale nella Campagna Romana (Charles Coleman, 1850)

L’Appia antica è oggi protetta da uno dei parchi più affascinanti del mondo. Lasciate alle spalle le mura Aureliane di Roma alla Porta di San Sebastiano, si percorre un lungo nastro stradale rettilineo sullo sfondo dei Colli Albani; si calpestano basoli, crepidines e sampietrini, salutati dal “viator vale” (O viandante, ti saluto) inciso sulle vecchie pietre, in un paesaggio incorniciato da celebri monumenti dell’antica Roma, dai pini, dai cipressi e dal verde della Campagna romana. La più famosa delle passeggiate “fuori porta” incrocia ancora oggi bucolici greggi al pascolo, cavalcate di ovini che corrono verso le ristoratrici fontane e perfino una strada chiamata via degli Armentieri. La simbiosi tra i pascoli dell’Appia e le greggi vigilate dai cani e dal pastore è talmente celebrata nell’iconografia, che il Parco ha deciso di realizzare un villaggio pastorale didattico – lo ‘Stazzo del Pastore’ – ricostruito secondo la tradizione storico-antropologica dell’Agro romano. Lo stazzo si trova nell’area verde esterna all’ex Cartiera Latina (Via Appia antica, 50).

La capanna e il pagliaio

La capanna e il pagliaio

Lo stazzo

3 - La capanna

Lo stazzo didattico racconta la storia dei pecorai transumanti che a settembre lasciavano i monti abruzzesi e scendevano in Agro con una decina di giorni di cammino, portando tutta l’attrezzatura mobile per il ricovero degli animali e la lavorazione del latte. La capanna è l’elemento più visibile con la funzione di riparo stanziale od occasionale nei periodi dell’anno legati alla transumanza e ai lavori agricoli nei campi. La tipologia costruttiva previlegiava la pianta a forma circolare e la copertura conica o tronco-conica per la residenza del pastore e la variante a pianta ellittica o rettangolare con copertura a due spioventi per il ricovero degli animali e lo stoccaggio del foraggio e degli attrezzi da lavoro. La realizzazione prevedeva l’uso di materiali naturali reperibili nei dintorni, come pali di legno, pertiche, paglia, felci, frasche, code di ginestra, stramma, vimini, canne di palude. L’unica porta d’accesso, con il saliscendi, introduceva all’interno; il pavimento era in terra battuta mista a cenere bagnata su cui posava centralmente il focolare, delimitato da sassi, con la catena che pendeva dall’alto, alla quale si agganciava il paiolo. Il piccolo villaggio comprendeva poi il recinto per le pecore, il gallinaro, la porcareccia e il ricovero per gli animali da soma e da lavoro.

4 - Il pagliaio

I pastori

Il focolare all'aperto

Il focolare all’aperto

I pastori che scendevano nelle pianure laziali erano lavoratori multitask. Erano innanzitutto allevatori: costruivano recinti, ripari e stazzi e portavano al pascolo pecore, capre, vacche, cavalli e maiali; senza dimenticare i pollai e le gabbie per gli animali da cortile. Esercitavano l’antico jus pascendi et faciendi tugurium. Erano poi casari specializzati nella lavorazione del latte e nella produzione di formaggi freschi e stagionati. Ma erano anche agricoltori, che spietrano i piccoli campi, aravano, concimavano, piantavano graminacee, seguivano l’orto, curavano la vite e l’olivo. Erano poi artigiani, suddivisi per categorie di mestieri, spesso specializzati in base al paese di provenienza: v’era chi lavorava la pietra, chi intagliava il legno, chi intrecciava stramma e vimini, chi batteva i metalli, chi filava lana, chi tagliava e cuciva abiti da lavoro, chi raccoglieva erbe e produceva farmaci della medicina popolare.

6 - La mandra

La storia di Gregorio

7 - La storia di Gregorio

Lo stazzo didattico del Parco dell’Appia racconta anche la vita di Gregorio De Santis, un ex pastore che oggi vive a Rocca Vittiana, un piccolo borgo della valle del Salto. Eccone uno stralcio autobiografico. “Sono un pastore di transumanza. Ho iniziato a 10 anni e ho continuato per 32 anni, spostandomi da un paese all’altro, lungo sentieri antichi che collegavano Rieti ai centri delle province di Roma e Latina. Per arrivare a Roma si seguivano i sentieri di Vallecupola, Stipes, Nerola, Tivoli, Palombara. A Roma si raggiungevano i centri di raccolta di Roma Vecchia, Capannelle e Frattocchie. Nelle proprietà private dei nobili romani come i Ludovisi Boncompagni, noi pastori venivamo ospitati per la notte nelle cave (Santa Maria della Mole) o nei casali (Roma Vecchia, Caffarella, Capannelle e altri). Per arrivare a Roma s’impiegavano 3 giorni e altrettanti per raggiungere le aree marine di Aprilia e San Felice Circeo. Le strade ci erano insegnate dai genitori. Vie più note con il nome di ‘tratturi’, ora in gran parte scomparsi sia per il ridotto uso della pastorizia di transumanza, sia perché le proprietà private impediscono gli attraversamenti. Lungo la strada si faceva il formaggio e grazie a quello si poteva ‘pagare’ l’ospitalità o l’attraversamento delle proprietà. Si dormiva quando era tempo buono a cielo aperto, altrimenti in stalle e capanne. Qui dentro si sistemavano i posti letto in forma circolare, erano le rapezzole. Il percorso per arrivare a Roma non era sempre lo stesso, variava rispetto ai luoghi di macellazione, vendita formaggio o la disponibilità di deposito del formaggio nelle caciare. Non si entrava in città, usando le grandi strade si raggiungevano Capannelle e Frattocchie, altre volte Prima Porta, la Caffarella e i Castelli Romani. Non eravamo ben visti dai cittadini e noi non entravamo molto in contatto con loro. Ci dicevano spesso ‘ecco i pecorari’. Era uso banchettare all’aperto, accoccolati a terra, anche perché si cucinava con i fuochi. I cibi preferiti tradizionali erano la fagliatella, cioè la parte più grassa dell’intestino dell’abbacchio che è cotta sulla brace e la pezzata (o sponsata) che è formata di carne di pecora tagliata a pezzi con l’aggiunta di lardo e cipolla e cotta nel caldarello a fuoco vivace”.

8 - Il libro di Romolo Trinchieri

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate sui tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

Le necropoli rupestri

Matera: tomba neolitica a grotticella

Matera: tomba neolitica a grotticella

Urne cinerarie a Tarquinia

Urne cinerarie a Tarquinia

La necropoli del Tufo a Orvieto

La necropoli del Tufo a Orvieto

La necropoli monumentale di Sutri

La necropoli monumentale di Sutri

La necropoli rupestre di Vaste

La necropoli rupestre di Vaste

La tomba etrusca Golini a Orvieto

La tomba etrusca Golini a Orvieto

La tomba Orioli a Castel d'Asso

La tomba Orioli a Castel d’Asso

Catacomba cristiana a Palazzolo Acreide

Catacomba cristiana a Palazzolo Acreide

Tombe antropomorfe ai Morticelli di Palazzolo

Tombe antropomorfe ai Morticelli di Palazzolo

Il cimitero delle Fontanelle a Napoli

Il cimitero delle Fontanelle a Napoli

Colombario a Cavo degli Zucchi

Colombario a Cavo degli Zucchi

Italia rupestre. Santuari, chiese, cripte e luoghi sacri

Il santuario rupestre della Madonna della Loe

Il santuario rupestre della Madonna della Loe

Il monastero rupestre nella gravina di Riggio

Il monastero rupestre nella gravina di Riggio

Il monastero rupestre di Cristo la Selva

Il monastero rupestre di Cristo la Selva

La chiesa monastica rupestre di Pulsano

La chiesa monastica rupestre di Pulsano

La chiesa rupestre di Santa Marina a Massafra

La chiesa rupestre di Santa Marina a Massafra

Il mitreo rupestre di Sutri

Il mitreo rupestre di Sutri

La cripta della Scaletta nella valle della Loe

La cripta della Scaletta nella valle della Loe

La chiesa rupestre di Santa Lucia a Palagianello

La chiesa rupestre di Santa Lucia a Palagianello

La cappella rupestre di Corchiano

La cappella rupestre di Corchiano

La cappella privata del Casino Radogna

La cappella privata del Casino Radogna

La cappella funeraria di Lama d'Antico

La cappella funeraria di Lama d’Antico

La cripta di Santa Cristina a Carpignano

La cripta di Santa Cristina a Carpignano

L'asceterio della Murgia Timone

L’asceterio della Murgia Timone

L'area sacra della Piramide Etrusca di Bomarzo

L’area sacra della Piramide Etrusca di Bomarzo

Italia rupestre. Urbanistica, città, villaggi, case, infrastrutture

Ginosa rupestre e moderna

Ginosa rupestre e moderna

Il villaggio trogloditico di Petruscio

Il villaggio trogloditico di Petruscio

Il villaggio rupestre di Vitozza

Il villaggio rupestre di Vitozza

Il rione Casalinuovo di Matera

Il rione Casalinuovo di Matera

La masseria rupestre di Macurano

La masseria rupestre di Macurano

Vicinato materano con piazzetta e pozzo

Vicinato materano con piazzetta e pozzo

Casa rupestre su due piani a Vitozza

Casa rupestre su due piani a Vitozza

La casa multipiano dell'Igumeno a Petruscio

La casa multipiano dell’Igumeno a Petruscio

Ricostruzione di un'abitazione in grotta a Matera

Ricostruzione di un’abitazione in grotta a Matera

Focolare domestico a Corviano

Focolare domestico a Corviano

Torre di vigilanza su Petruscio

Torre di vigilanza su Petruscio

Il corpo di guardia del Castello di Norchia

Il corpo di guardia del Castello di Norchia

La casa-fortezza nella gravina di Riggio a Grottaglie

La casa-fortezza nella gravina di Riggio a Grottaglie

Una 'vedetta' nella gravina di Riggio

Una ‘vedetta’ nella gravina di Riggio

Cava di tufo nella gravina di Riggio

Cava di tufo nella gravina di Riggio

La strada rupestre delle Murge a Ginosa

La strada rupestre delle Murge a Ginosa

Scala a 'pedagna' nel vallone di Petruscio

Scala a ‘pedagna’ nel vallone di Petruscio

Scalinata d'accesso alla rupe di Sutri

Scalinata d’accesso alla rupe di Sutri

Strada rupestre nel fosso Tacchiolo a Bomarzo

Strada rupestre nel fosso Tacchiolo a Bomarzo

La via America nel comprensorio delle Forre

La via America nel comprensorio delle Forre

Via Cava scavata nel tufo a Sutri

Via Cava scavata nel tufo a Sutri

Le 'centoscale' in galleria nella Cava d'Ispica

Le ‘centoscale’ in galleria nella Cava d’Ispica

Scalinata rupestre nei dintorni di Bomarzo

Scalinata rupestre nei dintorni di Bomarzo

Visita la sezione del sito dedicata alla Civiltà rupestre: http://www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

Peglio. Il Giudizio finale e un conturbante Inferno

Peglio è un antico borgo dell’alto Lario, reso caratteristico dal fitto reticolo di strade e case in pietra. Vi sale una strada provinciale che parte da Gravedona e dalle rive del lago di Como. A margine del paese è la chiesa parrocchiale dedicata ai santi Eusebio e Vittore, situata nei pressi del cimitero, in posizione isolata e con una magnifica vista sul lago. Dopo il 1613, terminata la ricostruzione della chiesa, la decorazione fu affidata a Giovanni Mauro Della Rovere detto il Fiammenghino, pittore dei Sacri Monti. La decorazione comprende due grandi affreschi raffiguranti la città infernale e il giudizio universale, sulle pareti, e poi la Pentecoste, l’Incoronazione della Vergine, Dio Padre benedicente e i Dottori della Chiesa nei riquadri della volta.

Il Giudizio universale di Peglio

Il Giudizio universale di Peglio

Il coloratissimo Giudizio Universale si trova sulla parete sinistra del presbiterio. La geografia del giudizio è piuttosto movimentata. Le scene comprendono il cielo, la terra, il fiume e la città infernale. In alto è la figura centrale di Cristo giudice, che indica il Padre, imbraccia la croce e mostra le ferite della passione sulle mani, sui piedi e sul costato. Ai suoi lati pregano in ginocchio gli intercessori: più compunto Giovanni Battista il precursore; più attiva la madre Maria, che mostra al figlio l’umanità risorta e gli chiede di essere benevolo nel giudizio finale. Dietro la Madonna vediamo gli apostoli seduti sui troni del tribunale celeste: in prima fila sono San Pietro (con le chiavi) e San Bartolomeo (con il coltello del martirio). Più in alto è ritratto il gruppo delle donne sante che portano in mano la palma del martirio: tra esse vediamo Santa Caterina d’Alessandria (con le insegne regali e la ruota) e Sant’Agata (con i seni tagliati su un piatto). Dietro Giovanni Battista si affolla il gruppo dei patriarchi biblici, tra i quali spiccano Adamo ed Eva (cinti di foglie di fico), Mosè (con le tavole del Decalogo) e il re Davide (con l’arpa). Più in alto sono i martiri. Si riconoscono tra essi San Lorenzo (con la graticola), San Sebastiano (con le frecce in mano) e San Giorgio (o San Pantaleone) con la ruota di pietra. A segnare il passaggio tra il cielo e la terra è il gruppo dei quattro angeli tubicini che suonano le trombe del giudizio.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

In basso a sinistra è descritta la risurrezione dei morti, ambientata in una landa desolata: in primo piano vediamo una pietra sepolcrale che si solleva, uno scheletro completo che si rianima, due mummie che fanno capolino nei sepolcri, alcune figure di risorti che si sollevano da terra. Il gruppo di risorti si raduna su un’altura ad ascoltare la sentenza che li riguarda. E qui avviene la separazione. L’arcangelo Michele (col cimiero, la lancia e la bilancia a doppio piatto) guida il gruppo dei giusti nell’ascesa verso il Paradiso. I dannati, viceversa, precipitano a capofitto nel fiume infernale, l’Acheronte. Il barcone di Caronte provvede a raccoglierli e a sbarcarli nella bocca infernale del Leviatano. Al di là del fiume, sulla terraferma, è costruita la città di Dite, l’inferno urbanizzato. Sul ponte d’accesso vediamo i diavoli che portano nella gerla il loro triste raccolto di dannati. Sulle torri più alte vediamo diavoli trombettieri e scene di caccia selvaggia al dannato. In primo piano, un diavolo, aiutato da un draghetto volante, spinge i reprobi verso la porta alla base della torre. Altri dannati, sorvegliati da serpenti, occhieggiano nella fetida cloaca sotterranea.

L'Inferno e il Purgatorio

L’Inferno e il Purgatorio

Di fronte al Giudizio Universale, il secondo dipinto racconta l’Inferno e quel che succede all’interno delle mura della città di Dite. E qui la fantasia sadica e morbosa del pittore si aggira nell’immensa sala di tortura per descrivere le più terribili punizioni somministrate ai dannati. La ruota è strumento di tortura in tre versioni: nella sua forma dentata che gira vorticosamente straziando i dannati; nella ruota da mulino girata dai diavoli che spreme i corpi dei dannati; nella sua forma aerea con i dannati appesi e colpiti da frecce e dalla punta di una lancia. Ci sono poi le punizioni con armi da taglio: uno scismatico è selvaggiamente fatto a pezzi a colpi d’ascia, mentre il suo sangue è raccolto in una caldaia; una coppia concubina è fatta a spezzatino da due diavoli direttamente sul letto del peccato. I tranci sono poi messi a bollire in una caldaia. Vediamo poi le scene terribili del dannato impalato, degli impiccati sotto l’arco del ponte, della disarticolazione delle ossa provocata dallo scarrucolamento. Impressionanti sono le torture applicate ai golosi e agli usurai, costretti a bere oro fuso o a ingurgitare senza sosta il contenuto di un’intera botte. Più tradizionali sono invece le pene della donna cavalcata dal demonio, del pozzo di fuoco e del lago di ghiaccio, sorvegliati da un Cerbero a tre teste. Ma si torna subito alla ferocia e alla fantasia da maniaco per punire la donna adultera, flagellata con fruste di ferro, strattonata per i capelli, addentata al seno dai serpenti e infilzata da un forcone. O per punire i peccati di lingua di un’altra donna, addentata in bocca da una vipera, stritolata da un serpente, con il corpo invaso di scorpioni e insetti repellenti. Un avaro è impiccato e strangolato con la stessa corda che regge la scarsella dei soldi appesa al collo. Di fronte alla crudeltà delle scene passano persino in secondo piano le sembianze teratologiche, belluine, cinocefale, ferine e scimmiesche dei diavoli che popolano i cortili della città di Dite.

Lo scismatico fatto a pezzi

Lo scismatico fatto a pezzi

A margine dell’Inferno il pittore colloca il Purgatorio, raffigurato come un’enorme fornace di altissime fiamme. Le anime purganti sono qui sottoposte alla sola pena del fuoco. Il loro atteggiamento esterno non è certo quello disperato e catatonico dei dannati. Pur nella sofferenza essi attendono in fiduciosa preghiera il termine della loro pena. L’intervento divino si manifesta con la discesa dal cielo degli angeli che vengono a liberare dal fuoco le anime redente e ad accompagnarle verso il Cielo.

Una dannata

Una dannata