Appia antica: il X e l’XI miglio

Il basolato dell'Appia antica

Il basolato dell’Appia antica

Camminare sull’Appia antica, ripercorrendone il decimo e l’undicesimo miglio tra Frattocchie e Capanne di Marino, è oggi una piacevole sorpresa per chi ricorda lo stato dell’antica via anche solo qualche anno fa. Gli interventi del Parco hanno restituito a questo tratto di strada la dignità e l’aspetto originale. Sono state così cancellate le brutte memorie di quell’esile sentierino assediato dalla vegetazione infestante su cui ci si avventurava con timore, del degrado umano delle zone malfrequentate, delle umilianti discariche abusive. I monumenti e i sepolcri sono stati liberati dalla soffocante coperta di rovi che li avvolgeva. Gli scavi archeologici fanno emergere sorprendenti reperti del passato.

Il sepolcro e la torre Secchi

Il sepolcro e la torre Secchi

Certo, rimane la violenza degli attraversamenti stradali e delle attività economiche non coerenti con il paesaggio. Ma il ricordo dell’interramento del Grande Raccordo Anulare che ha restituito unità e continuità all’Appia antica è un motivo di speranza. Se è vero che le folle che frequentano le catacombe, Cecilia Metella e la Villa dei Quintili sono lontane diverse miglia, pure il flusso costante di camminatori e di ciclisti in quest’area, l’ascolto di conversazioni nelle più diverse lingue straniere, danno coraggio e ripagano gli sforzi dei gestori. Il percorso dell’Appia antica è uno dei più bei trekking del mondo.

L'Appia antica a Frattocchie

L’Appia antica a Frattocchie

Si parte da Frattocchie, dove l’Appia antica e quella nuova si ricongiungono, prima di affrontare la salita verso Albano e i Colli. Ci avviamo verso Roma sui basoli della strada romana, scortati dai cipressi e dai pini marittimi. Sulla destra ecco il caratteristico profilo della Torre Secchi, costruita sulla cella funeraria di un sepolcro romano. In leggera discesa ci liberiamo progressivamente dell’invadenza delle abitazioni frontaliere per aprirci alla vista dei vigneti e degli uliveti, il tipico paesaggio dell’Appia antica con le sue diverse componenti naturali, storiche, archeologiche, agricole e urbane. Raggiungiamo Santa Maria della Mole e la stazione ferroviaria della linea Roma-Velletri. Gli scavi in corso stanno restituendo le Tabernae della Mutatio ad Decimum, che era una stazione di posta per il cambio dei cavalli. Interessante e ben descritto è lo scavo dell’impianto termale che sfruttava le emissioni solforose locali. Curioso è il “butto”, una discarica d’epoca di blocchi di peperino spezzati e di sculture in frantumi. Sottopassata la ferrovia, procediamo placidamente nella campagna romana.

Il sepolcro di Giovannino

Il sepolcro di Giovannino

A sinistra si alza il Sepolcro di Giovannino, ancora relativamente ben conservato. Attraversiamo il ponticello del Fosso delle Cornacchiole e alterniamo lo sterrato a tratti del basolato originario, affiancato da aree di sosta e dai crepidines laterali. Alcuni sepolcri di diversa forma e natura (a tumulo, a croce greca, con sarcofago) fiancheggiano il nostro cammino ormai in vista della meta. Siamo infatti giunti alla Via Capanne di Marino, in vista del bel mausoleo a tumulo circolare, noto come il Monte di Terra. Se ci fermiamo qui, dove avremo lasciato un’auto, abbiamo piacevolmente camminato per circa 45 minuti. Possiamo evidentemente tornare indietro a piedi, con lo stesso tempo, o proseguire in direzione di Roma. L’opuscolo descrittivo dell’itinerario può essere scaricato dall’area download del sito del Parco (www.parcoappiaantica.it/).

Il sepolcro La Mola

Il sepolcro La Mola

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Morcote. La rete del diavolo

Morcote. Le storie di Sant'Antonio Abate

Morcote. Le storie di Sant’Antonio Abate

Morcote, in Svizzera, è un comune del lago di Lugano, situato all’estremità della penisola formata dal monte Arbòstora, sul ramo del lago che guarda l’italiana Porta Ceresio. Dal borgo, una lunga scalinata sale alla trecentesca cappella dedicata a Sant’Antonio abate. L’attuale oratorio deriva forse da un antico hospitium costruito dai monaci antoniani a servizio dei viandanti e dei pellegrini che percorrevano la mulattiera di Lugano. Le pareti interne della chiesa sono quasi interamente decorate da dipinti della metà del Quattrocento attribuiti a Lombardo e Cristoforo da Seregno. Il dipinto della parete di fondo – che sembra risalire agli inizi del ‘400 – è diviso in due sezioni. La parte inferiore narra in sette riquadri alcuni episodi della vita di Sant’Antonio Abate. La parte superiore del dipinto è la trascrizione di una curiosa visione di Sant’Antonio, riportata dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze: Et ecce vidit quendam longum et terribilem caput usque ad nubes tollentem, si quosdam pennatos ad coelum volare cupientes extensis manibus prohibebat et alios libere pervolantes retinere non poterat…. I diavoli hanno teso una lunga rete nella quale restano impigliate le anime. Le figurine nude delle anime dei defunti si dibattono nella rete e si arrampicano tra le fitte maglie per raggiungere la cima e liberarsi; gli angeli in cielo le accolgono e le portano in volo al cospetto di Dio Padre. Non tutte le anime però ce la fanno: alcune sono accalappiate dai demoni e sono trattenute nella rete, impossibilitate a liberarsi.

La rete del diavolo

La rete del diavolo

I significati del dipinto sono molteplici. Vi si può leggere una variante del genere letterario classico delle tentazioni di Sant’Antonio, con le insidie tese dai diavoli ai monaci. Vi si può leggere anche un’allegoria del giudizio universale, che descrive il duplice destino dei risorti chiamati alla beatitudine o alla dannazione. Una terza lettura è quella del contrasto tra gli angeli e i diavoli che si disputano le anime dei risorti. E infine la scena della rete può essere intesa come una metafora del Purgatorio: le anime dei purganti espiano la pena e, progressivamente alleggeriti dal carico dei peccati, ascendono verso la liberazione, simbolizzata dagli angeli che portano in cielo, a Dio, le loro anime. Quest’ultima lettura è rafforzata dalla presenza nella cappella di una cassetta per la raccolta di “elemosine per l’anime del purgatorio”. Va anche aggiunto che l’immagine della rete dovette risultare particolarmente efficace in un paese – Morcote – che nel Quattrocento, allorchè apparteneva al ducato di Milano, aveva ottenuto il diritto di pesca su tutte le acque del lago.

Le anime nella rete

Le anime nella rete

Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html

Il Tratturo di Navelli

La segnaletica del tratturo

La segnaletica del tratturo

Lasciata L’Aquila e traversate le rovine di Peltuinum, il Tratturo Magno si distende nella piana di Navelli e fa sosta alla chiesa della Madonna di Cintorelli. Qui si sdoppia e genera il Tratturo Centurelle-Montesecco. Dalla biforcazione il secondo tratturo procede parallelo al primo con un percorso pedemontano a saliscendi sulle colline abruzzesi e molisane e si ricongiunge al Tratturo Magno al suo ingresso in Puglia, a Montesecco (Chieuti).

Il percorso del tratturo

Il percorso del tratturo

Il Centurelle-Montesecco segue un percorso intermedio tra i due grandi tratturi che scendono a Foggia rispettivamente da L’Aquila e da Celano. Il suo compito è quello di calamitare e canalizzare i flussi di armenti che scendono dal versante orientale della Maiella e dei monti Frentani; per i pastori della Maiella orientale il percorso a saliscendi sulle colline del Chietino resta preferibile rispetto alla soluzione di confluire nei due tratturi maggiori, più agevoli forse, ma più lontani. La ricognizione effettuata dal Corpo Forestale nel 1999 ha verificato che le tracce del tratturo Centurelle-Montesecco sono ormai svanite lungo la maggior parte del percorso originario ma che per almeno una trentina di km lo stato di conservazione è ancora buono o almeno visibile. Con la passeggiata ad anello che proponiamo, ripercorriamo il primissimo tratto del Centurelle-Montesecco.

Il cippo fratturale di Monte San Nicola

Il cippo tratturale di Monte San Nicola

Giochiamo alla caccia al tesoro con il rosario dei cippi confinari, visitiamo i due borghi storici di Navelli e Civitaretenga, ammiriamo le architetture di alcune caratteristiche chiese isolate nella piana di Navelli. I segni del terremoto del 2009 sono ormai cicatrizzati. E il paesaggio sereno dell’altopiano, certamente solitario, a tratti addirittura solenne, torna a emozionare chi si mette in cammino su un percorso d’altri tempi.

Santa Maria di Cintorelli

Santa Maria di Cintorelli

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone. Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, torniamo ad ammirarne la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle e la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, la croce celestiniana. L’imponente facciata illuminata dalla luce radente del tramonto è uno spettacolo da non perdere. A fianco è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il tratturo

Il cippo fratturale n. 21

Il cippo fratturale n. 21

Dalla chiesa ripercorriamo la diramazione di accesso e, senza tornare sull’asfalto, andiamo a sinistra (sud) sulla sterrata che procede parallela alla statale 17. Nei pressi della rotonda possiamo comunque deviare brevemente per osservare lo scavo archeologico, protetto da una tettoia e da una recinzione, che ha riportato alla luce un sepolcreto vestino con tombe di diversa foggia. Da Cintorelli percorriamo circa due km tra le strisce dei ‘campi aperti’ fino a un bivio: a destra la stradina asfaltata si riavvicina alla statale; noi andiamo invece sulla pista di sinistra, superando il fosso su un ponticello. Ora occorre un po’ di attenzione. Il percorso lascia ben presto la strada (a servizio di una grande stalla) e s’innalza a sinistra a mezzacosta sui colli della Serra di Navelli, al margine tra il bosco e i campi coltivati. Il sentiero è stato ripulito e riaperto e a farci da guida ci sono, oltre ai segni rossi, anche la sfilata dei pali della luce che indicano la giusta direzione. Due successive paline ci invitano a sostare per ammirare il panorama della piana di Navelli e il borgo di Civitaretenga con i suoi campi di zafferano. Ripresa la salita, raggiungiamo e superiamo una strada asfaltata. Il pendio è ora più aperto e la cresta più nitida. Qui incontriamo i primi cippi tratturali, che ci faranno compagnia a lungo: hanno incisa la sigla R(egio) T(ratturo) e il numero progressivo (19, 21, 21 bis). Costeggiando grotte e muretti di sostegno a campi terrazzati tocchiamo la cima di colle dove sono un ripetitore, il casotto dell’acquedotto e una croce, di fronte al panorama di Civitaretenga.

Belvedere sulla piana di Navelli

Belvedere sulla piana di Navelli

Iniziamo la discesa lungo il sentiero di sinistra, seguendo la marcatura e nuovi cippi, prima tra i ginepri e poi in un rimboschimento. In caso di dubbi o difficoltà di percorso la presenza delle strade più in basso è comunque rassicurante. Nei due casi raggiungiamo la prima strada (bianca) a un cippo del tratturo; ne percorriamo pochi metri per poi abbandonarla e scendere su sentiero alla sottostante strada asfaltata. Di qui si va a sinistra fino al bivio successivo. Seguendo fedelmente i segni rossi si va ancora a sinistra, attraversando i campi coltivati (e una discarica in corso di risanamento) alla base di due colli contrapposti: alla sinistra è il monte Asprino, segnato dalla presenza sul pendio di un grande stazzo rettangolare; a destra è il monte San Nicola che nasconde Navelli. Raggiungiamo l’ennesimo bivio, segnalato sulla destra dal cippo tratturale n. 34, ottimamente conservato. Il tratturo prosegue sulla strada di sinistra, raggiunge il fondovalle nei pressi di alcuni capannoni industriali, traversa la statale alla Cona di Croce e risale i colli in direzione di Collepietro. Il nostro percorso segue invece la strada di destra e raggiunge in breve il borgo di Navelli.

Navelli

Il monumento all'emigrante

Il monumento all’emigrante

Navelli è arroccata su uno sperone roccioso sovrastato dal cinquecentesco palazzo baronale dei Santucci. Privo di mura, il borgo presenta numerose case-torri erette a scopo difensivo lungo il confine esterno del nucleo abitato. La presenza di edifici d’impronta gentilizia testimonia il benessere derivante, in passato, dal florido commercio dello zafferano, coltura di montagna oggi praticata in proporzioni ridotte. Il Palazzo Santucci rappresenta un classico esempio di palazzo castellato cinquecentesco, utilizzato come residenza signorile dai baroni di Navelli ma sorto come struttura fortificata; le sue architetture sono infatti la fusione del carattere residenziale, oggi prevalente, e di quello difensivo, del quale sono riconoscibili alcuni elementi come le torrette angolari esterne. Il palazzo ha un ampio cortile con pozzo centrale e una scala a due rampe che conduce all’elegante loggiato posto lungo il lato occidentale. Lasciamo il borgo percorrendo la Via Pereto con percorso parallelo alla vicina Statale 17.

La chiesa di Santa Maria in Cerulis

L'abside di Santa Maria in Cerulis

L’abside di Santa Maria in Cerulis

A circa un chilometro da Navelli raggiungiamo la chiesa cimiteriale di Santa Maria in Cerulis. La chiesa risale al Mille ed è stata edificata sulle rovine del Vicus Incerulae e di un antico tempio dei Vestini. Ci colpiscono dall’esterno il caratteristico campanile a vela e la complessa zona absidale nella quale fanno capo le tre navate interne. Interessante il portale laterale. Meno significativa la facciata, che dà direttamente sull’area delle tombe. Nel medioevo i morti del paese venivano sepolti nei sotterranei della chiesa e nel duemila sono state trovate quarantacinque mummie medievali in ottimo stato di conservazione. La chiesa ha comunque subito danni dal terremoto del 2009.

Civitaretenga

Capanna di pietra a Civitaretenga

Capanna di pietra a Civitaretenga

Dal cimitero seguiamo la strada sterrata diretta al colle di Civitaretenga. A una biforcazione possiamo scegliere il ramo di destra e salire in paese seguendo la segnaletica dell’ippovia. In alternativa possiamo scegliere il ramo di sinistra che percorre la base occidentale del colle. Nel centro storico riveste particolare interesse la via Giudea, un percorso coperto, realizzato con un’articolata sequenza di archi di sostegno delle abitazioni sovrastanti, che porta nel cuore dell’antico quartiere ebraico, fino alla Piazza Giudea. Quello che dai civitaresi viene chiamato “ju buch” (il buco) data la sua conformazione angusta e stretta, presenta un’architettura originale e molto articolata. Fuori dell’abitato è il bel complesso monastico di Sant’Antonio: il chiostro, ben conservato, è databile al secolo tredicesimo, mentre la chiesa è di stile rinascimentale e quindi di epoca più tarda (1480). Il convento ospita oggi l’Ostello sul tratturo. Dal borgo si scende verso la chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il percorso alternativo segue la base del colle e accosta i campi coltivati protetti da muretti di sostegno. Ben visibile è una piccola capanna a tholos, costruita con pietra a secco. Dopo un casotto di servizio il percorso si restringe nella stretta del valico. Si svela qui un’interessante zona di sgrottamenti e ripari sotto roccia. Raggiunto l’asfalto e un edificio diruto, percorriamo la strada affiancata da una chiesetta, da edifici rurali, da una vistosa grotta in parete e da un bel fontanile alimentato da varie bocche d’acqua.

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

Santa Maria delle Grazie

Santa Maria delle Grazie

Pochi passi ci conducono ora a Santa Maria delle Grazie, una chiesa campestre della seconda metà del Cinquecento, oggi praticamente sfiorata dalle auto che percorrono la statale 17. La chiesa è a navata unica chiusa da un’abside poligonale. Molto bella la facciata, di gusto rinascimentale, serrata da lesene angolari. In alto è un ampio rosone centrale, con archetti trilobati e colonnine. Il portone architravato con timpano triangolare è affiancato da due finestrelle quadrate incorniciate.

Per tornare a Cintorelli occorre risalire di qualche metro il margine, districarsi tra gli svincoli stradali, imboccare la strada rurale che punta a nord tra i campi e procedere lungamente verso la chiesa tratturale che rimane sempre bene in vista.

Il percorso ad anello così individuato richiede circa cinque ore di cammino vario e ricco di motivi d’interesse. Le visite ai due borghi aggiungono tempo al percorso base. Si possono naturalmente disegnare percorsi più brevi e concentrati sui monumenti principali.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it).

Lo stazzo di monte Asprino

Lo stazzo di monte Asprino

Napoli. Le catacombe di San Gaudioso

L'allegoria della morte

L’allegoria della morte

Dopo quelle di San Gennaro, le catacombe di San Gaudioso sono il secondo cimitero paleocristiano più importante di Napoli. L’ingresso è all’interno della Basilica di Santa Maria della Sanità, centro nevralgico del popolare Rione Sanità. La chiesa è nota per il culto tributato alla Madonna della Sanità, raffigurata in un dipinto che è probabilmente la più antica raffigurazione mariana di Napoli. Ma è anche nota per la devozione a San Vincenzo Ferreri (Vicent Ferrer di Valencia), il focoso e apocalittico predicatore domenicano, la cui statua – detta ‘O Munacone – è portata in processione nel quartiere. Guidati dai giovani della cooperativa La Paranza scendiamo nelle catacombe per visitarne le due principali sezioni, molto diverse tra loro. Il primo nucleo risale al quarto e al quinto secolo ed è il più vicino alla tradizionale fisionomia delle catacombe cristiane (loculi, arcosoli, cubicoli, cappelle). Il secondo nucleo risale invece al Seicento. Le catacombe riprendono la loro funzione di sito sepolcrale e diventano il cimitero sotterraneo della buona società e della nobiltà napoletane, nel quale si esprimono tutta la fastosità e il gusto barocco del macabro partenopeo. Tra queste due fasi di sepolture c’è un lungo periodo di abbandono a causa delle frane che sommergevano la zona: colate di fango e detriti detti Lave dei Vergini che scaturivano dall’erosione delle colline circostanti. La visita si conclude con l’attraversamento su passerella di un’antica cisterna, riutilizzata come cimitero dai domenicani e infine come antiquarium nell’Ottocento e nel Novecento.

Il cimitero paleocristiano

Il mosaico

Il mosaico

Il centro ideale della catacomba è il sepolcro di San Gaudioso, individuato dal titulus a mosaico “hic requiescit in pace sanctus Gaudiosus episcopus qui vixit annis LXX”. L’arcosolio del santo è lo sfondo di un cubicolo interamente rivestito di loculi, secondo l’antico uso tradizionale di addensare le sepolture a scopo propiziatorio intorno alla tomba di un martire o di un santo pilota. Gaudioso ‘l’Africano’ fu vescovo di Abitine, in Tunisia. Dopo l’invasione dei Vandali non volle convertirsi all’arianesimo. Il re Genserico lo imbarcò su una nave senza vele né remi insieme ad altri esuli cristiani, tra cui Quodvultdeus vescovo di Cartagine. Grazie alla protezione divina la barca arrivò miracolosamente a Napoli. Gaudioso si stabilì sulla collina di Capodimonte e vi costruì un monastero. Alla sua morte, fu sepolto tra il 451 e il 453 dopo Cristo nella valle della Sanità, l’area cimiteriale extra moenia di Napoli, e il luogo della sua sepoltura diventò ben presto oggetto di culto.

Il sepolcro di San Gaudioso

Il sepolcro di San Gaudioso

Da lì cominciò a espandersi il cimitero ipogeo paleocristiano poi diventato Catacombe di San Gaudioso. Intorno alle tombe dei santi Gaudioso, Nostriano, Agnello, Pascenzio e Sossio sono ancora visibili e affreschi e mosaici con i simboli della prima età cristiana, come il pesce, l’agnello, la vite con i tralci. Una sintesi efficace di questi simboli è l’arcosolio con il mosaico dei due agnelli. Al centro, racchiusa da un clipeo dal fondo rosso, sono visibili i resti di una decorazione raffigurante una croce latina di colore bianco. Il medaglione è sostenuto da una colomba, che ha una corona tra le ali aperte, a rappresentare l’allegoria del Cristo trionfatore. Ai lati della composizione sono raffigurati due robusti agnelli bianchi dalla lunga coda, circondati dalle viti e dalle larghe volute di tralci di grappoli d’uva.

L’ambulacro seicentesco

L'ambulacro

L’ambulacro

Nella seconda sezione si distende l’ampio ambulacro sotterraneo, il corridoio lungo trenta metri, scandito da cappelle e cubicoli laterali con l’esposizione di una galleria di teschi e di scheletri di aristocratici ed ecclesiastici. All’inizio c’è una grande immagine moraleggiante della morte, uno scheletro ai cui piedi giacciono una clessidra, un libro, uno scettro e una corona, i simboli del tempo, della cultura e del potere. Al termine del corridoio c’è un altare sul quale è deposta una statua del Cristo morto, sovrastata da un affresco che mostra le anime dei purganti nelle fiamme del Purgatorio, salvate dagli angeli grazie alla croce, strumento di salvezza. Lungo i fianchi è la galleria mortuaria creata dai domenicani, con le sepolture dei defunti.

Il magistrato

Il magistrato

Gli scheletri sono incassati nelle pareti dell’ambulacro mentre i crani sono in evidenza; la figura veniva completata ad affresco e accompagnata da contrassegni didascalici e cronologici indicanti lo status sociale del defunto o le opere compiute in vita. Sono esposti, tra gli altri, donna Sveva Gesualdo, principessa di Montesarchio, con la gonna a larghe pieghe, un domenicano in preghiera, i magistrati Diego Longobardo e Marco Antonio d’Aponte con la toga, il militare Scipione Brancaccio con la spada, il pittore fiorentino Giovanni Balducci, con tavolozza e pennello.

L'altare

L’altare

Le ‘cantarelle’

Un ambiente aperto nel Seicento fu destinato al rito della scolatura e alla realizzazione dei cosiddetti “seditoi”, volgarmente chiamati “cantarelle” o “scolatoi”, ovvero sedili scavati nel tufo con un vaso nel fondo, su cui i defunti venivano disposti a disseccare prima di essere deposti in un ossario comune o in una tomba privata. La scolatura era il procedimento per cui si ponevano i cadaveri nelle nicchie allo scopo di far perdere loro i liquidi. Questo processo avveniva in piccole cavità dette seditoi, scolatoi o in napoletano cantarelle, dal greco cantarus, per il vaso posto al di sotto del defunto, che aveva la funzione di raccogliere i fluidi cadaverici. Una volta concluso il processo di scolatura, le ossa venivano lavate e deposte nella loro sepoltura definitiva. Dal rito deriva una celebre imprecazione napoletana “Puozze sculà!”, cioè “Che tu possa scolare”, morire. Questo compito macabro era assolto da una figura chiamata schiattamuorto. Lo schiattamuorto aveva il compito di porre i cadaveri a scolare, avendo cura di praticare dei fori sui corpi in modo da favorirne il processo di disseccamento, e di spezzarne le ossa per l’inumazione nei loculi.

Il seditoio di scolatura

Il seditoio di scolatura

 

Il pastore di Erma

La terza visione

La terza visione

L’incontro con il Pastore di Erma è una delle sorprese più emozionanti che le Catacombe di San Gennaro a Napoli riservano ai loro visitatori. Siamo nel vestibolo superiore. La decorazione ad affresco propone sia soggetti pagani, come la Nike alata simbolo della vittoria, che soggetti biblici come Davide con la fionda, i progenitori Adamo ed Eva, il Cristo Pantocratore con i quattro fiumi del Paradiso. Ma ecco la sorpresa. Un affresco incorniciato descrive tre donne intente alla costruzione di una torre. Le donne raccolgono le pietre che lavano nel fiume e con esse costruiscono la torre. L’immagine – rarissima, se non unica – è tratta di peso dalla terza visione del pastore di Erma. Il pastore d’Erma è un testo ritenuto ispirato scritto nel secondo secolo in Grecia e largamente diffuso sia in oriente che in occidente. L’opera è articolata in cinque visioni, dodici precetti e dieci allegorie o similitudini. La prima parte tratta della Chiesa, presentata sotto le sembianze di una matrona, la quale si mostra e parla ad Erma. Nella seconda parte è invece protagonista l’Angelo della penitenza che appare sotto le spoglie di un pastore. Il fine ultimo dell’opera è quello d’in­durre i fedeli alla penitenza, nell’imminenza di una grande persecuzione che, secondo Erma, preannuncia la fine del mondo.

Le tre donne che costruiscono la torre personificano le virtù della Fede, della Speranza e della Carità. Raccolgono le pietre che lavano nel fiume – allegoria dei cristiani che ricevono il battesimo – e con esse costruiscono la torre – simbolo della Chiesa, formata dalla comunità dei credenti.

La terza visione del pastore di Erma (estratto)

Ascolta, dunque, i simboli della torre. La torre, che vedi costruire, sono io, la Chiesa, che ti sono apparsa ora e prima. Domandami ciò che vuoi riguardo alla torre e te lo farò sapere, perché tu gioisca con i santi”. Le dico: “Signora, poiché mi hai stimato degno che tutto mi si riveli, rivelamelo”. Essa mi dice: “Quello che sarà necessario ti sia rivelato, ti sarà rivelato. Solo che il tuo cuore sia rivolto al Signore e non dubitare di ciò che vedi”. Le domandai: “Signora, per qual motivo la torre viene innalzata sulle acque?”. Essa mi rispose: “Te lo dissi già che sei curioso e sollecitato dalla ricerca. Ricercando, dunque, trovi il vero. Ascolta perché la torre viene costruita sulle acque: la nostra vita fu salva e sarà salva mediante l’acqua. La torre è stata innalzata con la parola del nome onnipotente e glorioso ed è retta dalla potenza invisibile e infinita”.

  (…)

Ascolta ora quanto concerne le pietre che entrano nella costruzione. Le pietre quadrate, bianche e che combaciano con le loro congiunture sono gli apostoli, i vescovi, i maestri e i diaconi, che camminando nella santità di Dio hanno governato, insegnato e servito con purezza e santità gli eletti di Dio, quelli che sono morti e quelli che sono ancora vivi. Vissero sempre in armonia tra loro, stando in pace e l’uno ascoltando l’altro. Per questo nella costruzione della torre le loro congiunture sono giuste”. “E quelle tratte dal fondo e poste nella costruzione, che combaciano con le connessure delle altre pietre già ordinate, chi sono?”. “Sono quelli che hanno patito per il nome del Signore”. “Le altre pietre che vengono portate dalla superficie della terra vorrei sapere chi sono, signora”. Disse: “Quelle che si mettono nella costruzione, senza essere tagliate, le ha valutate il Signore perché camminarono nella sua rettitudine e ubbidirono ai suoi comandi”. “E quelle trasportate e messe in opera chi sono?”. “I novizi della fede e i credenti. Sono esortati dagli angeli a fare il bene e non ci fu in loro malizia”. “Quelle che venivano scartate e gettate, chi sono?”. “Sono coloro che hanno peccato e vogliono pentirsi; non furono gettati lontano dalla torre, poiché saranno utili alla costruzione se si pentiranno. Quelli che stanno per pentirsi, se faranno penitenza, saranno forti nella fede, purché facciano penitenza, ora che la torre è in costruzione. Quando la costruzione è finita, non avranno più posto e resteranno tagliati fuori. Ottengono soltanto di rimanere vicino alla torre”.

(…)

Quando ebbi terminato di interrogarla su tutte queste cose, mi chiede: “Vuoi sapere altro?”. Essendo desideroso di conoscere ne fui contento. Mi guardò e sorridendo mi disse: “Vedi sette donne intorno al perimetro della torre?”. “Sì, signora”. “La torre è da loro sostenuta per ordine del Signore. Ascolta ora le loro mansioni. La prima, che ha molta forza nelle mani, si chiama Fede; per mezzo suo gli eletti di Dio si salvano. La seconda, che si cinge le vesti ed ha aspetto virile, si chiama Continenza; essa è figlia della fede. Chi la segue è felice nella sua vita, perché si asterrà da ogni opera malvagia nella fiducia che, lungi da ogni insano desiderio, conseguirà la vita eterna”. “Le altre, signora, chi sono?”. “Sono figlie l’una dell’altra e si chiamano Semplicità, Scienza, Innocenza, Castità e Carità. Quando tu compirai tutte le opere della madre, potrai vivere”. “Vorrei sapere, signora, la capacità di ognuna”. “Ascolta, dice, le virtù che hanno. Le virtù sono subordinate l’una all’altra e l’una segue l’altra come sono generate. Dalla Fede nasce la Continenza, dalla Continenza la Semplicità, dalla Semplicità l’Innocenza, dall’Innocenza la Castità, dalla Castità la Scienza, dalla Scienza la Carità. Le loro opere sono sante, pure e divine. Chi servirà loro ed avrà la forza di possedere le loro opere, abiterà nella torre con i santi di Dio”. Interrogandola sui tempi, se fossero compiuti, essa a gran voce mi gridò: “Stolto, non vedi che la torre è ancora in costruzione? Quando la torre sarà terminata, si avrà la fine. Ma presto sarà compiuta. Non chiedermi più nulla.

Napoli. Le catacombe di San Gennaro

La storia della riapertura al pubblico delle catacombe di Napoli è un capitolo del racconto “Noi del Rione Sanità” scritto da Don Antonio Loffredo come “la scommessa di un parroco e dei suoi ragazzi”. Una bella storia italiana. Il 20 luglio 2009 – ricorda Don Loffredo – è una data storica. La Pontificia commissione di archeologia sacra affida la gestione di tutte le catacombe di Napoli direttamente all’arcidiocesi che pochi giorni dopo, il 27 luglio, sigla una convenzione con la cooperativa del Rione Sanità, La Paranza, affidandole la gestione per cinque anni. Il cuore sembra esplodermi nel petto quando consegno le chiavi delle catacombe di San Gennaro nelle mani dei miei ragazzi. Quel gesto li rende una volta di più responsabili e degni di fiducia, li eleva al rango di chi è padrone del proprio destino.

San Gennaro

Il primo ritratto di San Gennaro martire

Il primo ritratto di San Gennaro martire

Le origini di San Gennaro sono ancora incerte. Nato probabilmente nel 272 dopo Cristo, fu vescovo di Benevento. Nel quarto secolo fu arrestato per aver professato la sua fede cristiana e fu decapitato a Pozzuoli nel 305. Parte del sangue del martire fu conservata in due ampolle e i resti sepolti nell’Agro Marciano. Nel quinto secolo fu portato a Napoli dal vescovo Giovanni I e sepolto all’interno delle Catacombe, che divennero luogo di pellegrinaggio. Le spoglie furono trafugate nell’831 dal duca longobardo Sicone e portate a Benevento. Furono successivamente spostate nel santuario di Montevergine, dove restarono quasi dimenticate per oltre due secoli. Dopo molti anni di trattative con i monaci di Montevergine, le ossa furono restituite alla città di Napoli nel 1497. Oggi sono venerate nella Cappella del Succorpo del Duomo.

La struttura delle catacombe

La basilica rupestre

La basilica rupestre

Il nucleo originario delle Catacombe di San Gennaro risale al secondo secolo dopo Cristo. Si tratta, probabilmente, del sepolcro di una famiglia gentilizia poi donato alla comunità cristiana. L’ampliamento iniziò nel quarto secolo in seguito alla deposizione delle spoglie di Sant’Agrippino, primo patrono di Napoli, nella basilica ipogea a lui dedicata. Un’unica navata scavata nel tufo, che conserva ancora una sedia vescovile ricavata nella roccia e l’altare con un’apertura, in cui i fedeli potevano vedere e toccare la tomba del santo. La catacomba inferiore si è sviluppata attorno alla Basilica di Sant’Agrippino, secondo una struttura a reticolato. L’ampiezza degli spazi e la regolarità delle forme accolgono silenziosamente il visitatore in un luogo senza tempo. L’imponente vestibolo inferiore, con soffitti alti fino a sei metri, ospita una grande vasca battesimale voluta dal vescovo Paolo II, che nell’ottavo secolo si rifugiò nelle Catacombe di San Gennaro a causa delle lotte iconoclaste. La catacomba superiore ha origine da un antico sepolcro, databile al terzo secolo, che conserva alcune delle prime pitture cristiane dell’Italia meridionale. La sua espansione è iniziata con la traslazione nel quinto secolo delle spoglie di San Gennaro. La presenza del martire fece sì che la catacomba superiore diventasse meta di pellegrinaggio e luogo ambito per la sepoltura. Due esempi dell’espansione della Catacomba sono la Cripta dei Vescovi, dove erano sepolti i vescovi della città e la maestosa basilica adjecta, una basilica sotterranea a tre navate, realizzata dopo la traslazione dei resti di San Gennaro in un cubiculum, identificato in quello al di sotto della basilica dei vescovi.

Le immagini dei cristiani defunti

Gli arcosoli e i cubicoli delle catacombe sono decorati da immagini dipinte riferite ai defunti, ai santi protettori e a storie bibliche. Alcune di queste vetuste immagini sono ancora emozionanti.

La famiglia di Theotecnus

La famiglia di Theotecnus

La famiglia Theotecnus è la protagonista dell’affresco del sesto secolo in un cubicolo della catacomba superiore. La bimba Nonnosa è raffigurata al centro, tra la madre Ilaritas e il padre Theotecnus, a figura intera con le braccia aperte nell’atto di pregare e con una corona d’alloro sul capo, simbolo del premio per la verginità, essendo morta a soli 2 anni e 10 mesi, come dice l’iscrizione accanto a lei. Nonnosa, vestita come una principessa bizantina, indossa un lungo abito rosso ricco di ornamenti e di perle poste sul collare, sul petto e sulle maniche. Un diadema di gemme bianche le cinge i capelli. Il padre e la madre, raffigurati a mezzo busto, sono in preghiera con le braccia aperte.

La piccola Nicatiola

La piccola Nicatiola

Sempre nella catacomba superiore emoziona l’arcosolio di Cominia e Nicatiola, madre e figlia. L’affresco le ritrae intorno a San Gennaro in un ideale habitat paradisiaco sottolineato da due grandi ceri ardenti. La piccola Nicatiola (hic requiescit benemerens in pace Nicatiola infans) è raffigurata con una tunica bianca e i capelli raccolti. La madre Cominia indossa una tunica matronale bianca e ha i capelli coperti dal velo. San Gennaro è individuato da un’iscrizione posta sul capo che recita Sancto Martyri Ianuario: è il suo primo ritratto che ci è stato tramandato.

L'arcosolio di Cerula

L’arcosolio di Cerula

L’arcosolio di Cerula (Cerula in pace) testimonia il ruolo preminente di una donna protagonista della chiesa napoletana delle origini. La donna è ritratta con le braccia sollevate e aperte, in atteggiamento di orante. La sua figura è al centro di una serie di simboli cristiani: in alto la croce monogrammatica con le lettere apocalittiche e ai lati due volumina recanti ognuno i nomi di due degli evangelisti: sul volumen sinistro si leggono chiaramente i nomi Marcus e Ioannis e su quello destro Lucanus e Matteus. La lunetta centrale è incorniciata dalle raffigurazioni dei Santi Paolo (a sinistra) e Pietro (a destra, ma la figura è quasi illeggibile) su uno sfondo architettonico chiaro e un cielo luminoso.

Benvenuti al Parco…!

Siamo nella Grotta di San Michele a Cagnano Varano nel Parco nazionale del Gargano. Qui – secondo la leggenda – l’arcangelo Michele, affranto per la fatica del lungo viaggio, sostò per ristorarsi. Da allora frotte di pellegrini hanno voluto seguire devotamente le sue orme, in cerca di ristoro fisico e spirituale. Ma il continuo stillicidio di pellegrini ha finito per irritare un anonimo indigeno che è sbottato in un invito perentorio a cercare ristoro altrove…

1 - Parco del Gargano

Ci trasferiamo nel Parco nazionale del Circeo. La splendida foresta planiziale è percorsa da una fitta rete di sentieri. Un autentico paradiso di bellezza per lo slow tourism a piedi, in bici o a cavallo. Ma anche in paradiso l’eccessivo affollamento finisce per innervosire. E così un anonimo camminatore, pedestre, esprime il suo disappunto con un parere omofobo sull’intera categoria dei turisti a due ruote…

2 - Parco del Circeo

Risaliamo ora la montagna del Morrone, nel Parco nazionale della Majella. Le tracce dell’antica civiltà pastorale sono ancora evidenti. E così gruppi di escursionisti, di antropologi e di studiosi concentrano il loro interesse sui relitti di una società arcaica e assillano gli ultimi pastori. Cercate di capirlo. Anche l’anonimo allevatore montanaro non ne può più e finisce per manifestare la sua insofferenza verso l’invadente curiosità dei cittadini. E chiede con fermezza la tutela della propria privacy

3 - Parco della Majella

Il Parco dei Campi Flegrei ci accoglie con il suo solenne carico di storia e di racconti mitologici. Seguiamo le orme di Enea nella sua descensio ad inferos sul lago d’Averno. Una lapide riporta i versi di Virgilio del libro sesto dell’Eneide: “Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu, 
scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris…”. Un ignoto poeta locale, stordito dalla bellezza dei versi virgiliani, ha voluto emularlo e ha vergato le sue rime emozionanti sulla Grotta di Cocceio…

4 - Parco dei Campi Flegrei

Ci trasferiamo nell’area archeologica dell’antica Via Salaria romana.

5 - Antica Via Salaria

Non son piú, cipressetti, un birichino, / e sassi in specie non ne tiro più. E massime a le piante. — Un mormorio / pe’ dubitanti vertici ondeggiò / e il dí cadente con un ghigno pio / tra i verdi cupi roseo brillò. (G. Carducci)

E infine anche il Parco Archeologico Ambientale di Santa Maria in Monte d’Elio, nel suo piccolo, invoca sostenibilità e intima il dovuto rispetto delle regole…

6 - Parco di Monte d'Elio