Roma. La Cappella Bessarione

Nella basilica dei Santi Apostoli a Roma è stata aperta al pubblico la Cappella del cardinale Bessarione, che fu titolare della chiesa dal 1439 al 1449. La cappella contiene un ciclo di affreschi quattrocenteschi realizzati da Antoniazzo Romano con la collaborazione di Melozzo da Forlì negli anni 1464-68. Due affreschi sono dedicati alle apparizioni dell’arcangelo Michele sul Gargano e a Mont Saint-Michel. Il ciclo angelico prosegue in alto con la visione delle nove schiere angeliche che fanno corona al Cristo trionfante.

L'apparizione del toro/angelo sul monte Gargano

L’apparizione del toro/angelo sul monte Gargano

La vicenda garganica è narrata nel Liber de apparitione sancti Michaelis in monte Gargano (o Apparitio), un’operetta dell’ottavo secolo. Al tempo di Papa Gelasio (V secolo), Gargano è un ricco allevatore che finirà per dare il suo nome al promontorio pugliese. Una sera – narra l’Apparitio – mentre Gargano torna a casa con la sua mandria, si accorge dell’assenza di un toro. Seccato, lo cerca per molto tempo fino a trovarlo fermo davanti a una grotta. Gli scaglia contro una freccia, per punirlo, ma la freccia torna sorprendentemente indietro e colpisce l’arciere. Gli abitanti di Siponto restano turbati. Il Vescovo è desideroso d’interpretare l’evento e si sottopone a tre giorni di digiuno. Al termine della penitenza, gli appare San Michele che gli rivela di essere l’artefice del miracolo e di essere intenzionato a diventare patrono e custode di questo luogo (ipsius loci inspector atque custos). L’affresco di Antoniazzo mostra nel riquadro di sinistra l’episodio del monte Gargano.

La grotta del toro

La grotta del toro

Il toro è visibile in alto sulla rupe, davanti alla grotta. A lato è la mandria dei vitelli di Gargano al pascolo. In primo piano gli arcieri, nei colorati abiti quattrocenteschi, scagliano frecce che tornano miracolosamente indietro.

Siponto, Monte Sant'Angelo e la mandria di Gargano

Siponto, Monte Sant’Angelo e la mandria di Gargano

Sullo sfondo è il golfo di Manfredonia con la città di Siponto cinta da mura e, in alto, il castrum di Monte Sant’Angelo con il santuario dell’Angelo.

L'apparizione del toro/angelo in Francia

L’apparizione del toro/angelo in Francia

Il secondo affresco di Antoniazzo, coadiuvato da Melozzo da Forlì, mostra l’apparizione dell’arcangelo in forma di toro in Francia, sul Mont Saint-Michel. Secondo la Revelatio francese, l’arcangelo Michele apparve nell’anno 709 al vescovo di Avranches, sant’Oberto, chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia. Il vescovo ignorò tuttavia per due volte la richiesta finché San Michele non gli bruciò il cranio con un foro rotondo provocato dal tocco del suo dito, lasciandolo tuttavia in vita. Il cranio di Sant’Auberto con il foro è conservato nella cattedrale di Avranches. Sull’isolotto del golfo di Saint-Malo – noto anche come monte Tumba – fu così costruito il santuario denominato Mont Saint-Michel au péril de la mer.

Il vescovo Oberto sullo sfondo di Avranches e del suo porto

Il vescovo Oberto sullo sfondo di Avranches e del suo porto

L’affresco di Antoniazzo è ambientato sulla spiaggia di Mont Saint-Michel, riconoscibile dalle conchiglie lasciate allo scoperto dalla bassa marea. Sullo sfondo è l’insenatura marina con tre imbarcazioni. Il toro appare legato a un albero sulla collinetta a destra. Il vescovo con la mitria presiede una processione di dignitari, preceduto da due prelati con piviali d’oro arabescati e da due gruppi di frati francescani e di monaci basiliani.

I frati francescani e i monaci basiliani

I frati francescani e i monaci basiliani

Fondamentale per la comprensione del ciclo pittorico è la personalità del suo committente, Giovanni Bessarione. Il monaco basiliano, nato nel 1403 a Trebisonda in Turchia e morto a Ravenna nel 1472 è una delle figure chiave del Rinascimento italiano. Umanista e grande uomo di cultura aprì la sua casa a letterati e studiosi facendone un centro dell’umanesimo rinascimentale. Famoso è il suo impegno per l’unificazione della chiesa orientale con quella di Roma e l’azione diplomatica per la liberazione di Costantinopoli e dell’oriente dall’espansionismo turco. Il ciclo pittorico della sua cappella funebre è una sorta di testamento spirituale a cui il cardinale affida le personali convinzioni religiose e le speranze di un nuovo assetto religioso e politico del mondo contemporaneo. Le storie dell’arcangelo Michele, germinate nel mondo bizantino in Frigia e Pisidia, poi giunte a Siponto sul Gargano e di qui diffuse nell’occidente cristiano, sono la trama della vita del cardinale Bessarione, ma sono anche per l’uomo di oggi una delle radici dell’Europa,. Intorno ai luoghi del culto micaelico continuano a muoversi ancora oggi imponenti masse di turisti e di pellegrini.

Roma. Le catacombe di Sant’Agnese

Il complesso monumentale di Sant'Agnese a Roma

Il complesso monumentale di Sant’Agnese a Roma

Visitare le catacombe di Sant’Agnese e il mausoleo di Santa Costanza nel complesso della basilica costantiniana significa immergersi nel cristianesimo delle origini, ma soprattutto fare memoria delle vicende di alcune donne straordinarie che testimoniarono la loro fede a Roma nel terzo e nel quarto secolo. Agnese e la sorella di latte Emerenziana furono martirizzate e sepolte nel coemeterium di Via Nomentana. La conversione alla fede cristiana della famiglia dell’imperatore Costantino fece cessare le persecuzioni contro i seguaci di Gesù e dichiarare il cristianesimo religio licita. Costanza (Costantina Augusta), figlia di Costantino, si appassionò alla storia di Agnese di cui ammirava la fede e chiese a suo padre di realizzare una grande basilica vicino alla tomba della santa.

La basilica costantiniana

La basilica costantiniana

Nel vicino splendido mausoleo volle poi essere sepolta, insieme alla sorella Elena, come testimonianza di vicinanza spirituale alla santa. Sulla tomba di Agnese, frequentata e venerata da pellegrini romani e stranieri, Papa Onorio fece innalzare, sostituendo un edificio più antico del tempo di Papa Simmaco, la basilica attuale, seminterrata, con nartece, tre navate e matroneo. L’abside è ornata da uno splendido mosaico rappresentante Agnese tra i papi Onorio e Simmaco. Nella cripta sotto l’altare è visibile l’urna che contiene i resti di Agnese ed Emerenziana.

La catacomba

L'ingresso della catacomba

L’ingresso della catacomba

Il Coemeterium Sanctae Agnetis si articola in tre reti di cunicoli scavati in tempi successivi a partire dal secondo secolo e fino al quinto. La visita è talvolta condizionata dall’allagamento delle gallerie in seguito a forti piogge. Alcune aree sono sono state gravemente danneggiate dai tombaroli e dai cosiddetti corpisantari, cercatori di reliquie e tesori.

Una galleria della catacomba di Sant'Agnese

Una galleria della catacomba di Sant’Agnese

Mancano gli affreschi tipici di altre catacombe, ma sono visibili numerose iscrizioni, graffiti e oggetti di uso funerario. Tra questi si segnalano l’epigrafe di un certo Petrus, affiancata dall’immagine dell’apostolo Paolo, un monogramma costantiniano in pietra, decorato con smalti e completato con l’iscrizione in hoc signo Sirici vinces, che parafrasa il famoso motto della battaglia di Ponte Milvio, che vide Costantino vittorioso su Massenzio; l’iscrizione metrica in cui la figlia defunta esorta i genitori a non piangere sulla sua sorte beata; le incisioni su pietra di un prosciutto e di una cazzuola che rinviano ai mestieri dei due defunti.

Iscrizione sepolcrale

Iscrizione sepolcrale

Tra i siti più interessanti è un cubicolo doppio contenente l’epitaffio dell’alumna Sabina, che volle essere sepolta sopra la tomba del genitore adottivo (super patronum).

Il cubicolo di Sabina

Il cubicolo di Sabina

Il mausoleo

È un edificio circolare, preceduto da un atrio e concluso lateralmente da due absidi. L’interno è diviso in due spazi concentrici da dodici coppie di colonne collegate da arcate. La galleria anulare è coperta da una volta a botte decorata da antichi mosaici del quarto secolo che conservano i caratteri dell’arte musiva romana.

Mosaico nel mausoleo

Mosaico nel mausoleo

Sono anche visibili due mosaici con la Traditio legis e la Traditio clavium. Il vano centrale è coperto da una cupola emisferica sostenuta da un ampio tamburo con un dipinto del Paradiso. Il sarcofago nel quale fu sepolta Costanza è una copia dell’originale conservato nei Musei vaticani.

Agnese, Emerenziana e Costanza

Agnese nel mosaico della basilica

Agnese nel mosaico della basilica

Il racconto del martirio delle due sante e della conversione di Costanza è riportato nella Legenda aurea di Jacopo da Varazze. “Agnese, giovane piena di senno, nel tredicesimo anno di età lasciò la morte e trovò la vita. La sua giovane età risultava dagli anni, ma la maturità della sua mente era straordinaria: giovane nel corpo, ma matura nell’anima, bella nell’aspetto ma ancor più bella nella fede. (…) Il vicario Aspasio la fece gettare in un grande fuoco: ma le fiamme si aprirono in due parti e cominciarono a bruciare la folla inferocita, senza neppure sfiorare Agnese. Aspasio allora le fece piantare una spada in gola: così lo sposo candido e vermiglio la consacrò a sé sposa e martire. (…) Emerenziana, sorella di latte di Agnese, era una vergine santissima, anche se allora era soltanto catecumena; mentre si trovava presso la tomba della sorella e discuteva con fermezza con i pagani, fu lapidata: subito Dio mandò un terremoto, tuoni e fulmini, e molti dei pagani morirono, e il terrore fu tanto che da quel momento nessuno che si recasse al sepolcro della vergine fu più molestato. Il corpo fu deposto accanto a quello di Agnese.

La lapidazione di Emerenziana

La lapidazione di Emerenziana

I genitori vegliarono per sette giorni sulla tomba e all’ottavo videro un coro di vergini splendenti nelle loro vesti d’oro, e in mezzo ad esse Agnese rifulgente in una simile veste, e alla sua destra un agnello più candido che neve. (…) Costanza, figlia di Costantino, soffriva di una forma gravissima di lebbra. Avendo sentito raccontare di questa visione, andò alla tomba di Sant’Agnese e dopo aver pregato a lungo si addormentò e le apparve la beata Agnese che le diceva: ‘sii costante, Costanza: se crederai in Cristo sarai sanata’. Sentendo queste parole si svegliò e si accorse di essere perfettamente guarita. Dopo aver ricevuto il battesimo fece costruire una basilica là dove era sepolto il corpo di Agnese”.

Via Francigena: da Ponte San Pietro a Lucca

1 - Via Francigena

La visita di Lucca è una delle principali attrazioni della Via Francigena. ‘La grande bellezza’ dello spazio urbano lucchese, il suo carattere di città ideale, i tesori che essa contiene, rinfrancano la fatica fisica del neo-pellegrino e ne esaltano lo spirito. Per dedicare a Lucca tutto il tempo che merita, ho preferito giungervi con una tappa breve, partendo da Ponte San Pietro. Qui la Francigena arriva in traversata dalla Versilia, provenendo dai centri di Pietrasanta e Camaiore, dopo aver traversato la fascia dei colli di Montemagno, Valpromaro e Piazzano. A Ponte San Pietro varchiamo il fiume Serchio e proseguiamo lungamente sulla pista ciclabile dell’argine sinistro. Giunti alla passerella pedonale che traversa il fiume, lasciamo la pista protetta e attraverso la via del Tiro a Segno e la via Cavalletti raggiungiamo le mura di Lucca ed entriamo in città dalla Porta di San Donato.

Ponte San Pietro

La statua di San Pietro sul ponte

La statua di San Pietro sul ponte

Il ponte sul Serchio risale al decimo secolo. Fu costruito con l’idea di facilitare il cammino di pellegrini e mercanti che dalla costa volevano raggiungere Lucca. Più volte è stato distrutto, l’ultima durante la seconda guerra mondiale, ma è sempre stato ricostruito. Oggi una bella statua di San Pietro – che ha in mano la croce astile del martirio e le chiavi del regno dei cieli – è collocata proprio al centro del ponte allo scopo di proteggere i passanti e il vicino borgo dai rischi delle alluvioni.

 Nave

Il fiume Serchio

Il fiume Serchio

L’abitato sulla riva sinistra del Serchio si chiama Nave, probabilmente in ricordo del servizio di traghetto sul fiume istituito dal conte Eriprando nel IX secolo. Da allora il luogo fu chiamato “ad navem Eriprandi“.

Il parco fluviale del Serchio

La passerella ciclo-pedonale sul Serchio

La passerella ciclo-pedonale sul Serchio

Il Parco fluviale ha consentito il recupero e la rivalutazione delle sponde del fiume Serchio, elemento fondamentale del paesaggio lucchese. Oggi è uno spazio verde popolarissimo, dov’è possibile passeggiare, fare attività fisica e godersi il proprio tempo libero. I pellegrini francigeni incrociano la grande famiglia dei pedonauti, podisti, runners, ciclisti, equites e dog sitter.

La fattoria Urbana “Riva degli Albogatti”

La fattoria urbana

La fattoria urbana

Lungo l’argine del fiume si trova la Fattoria Urbana “Riva degli Albogatti”, situata nel fabbricato dell’ex colonia solare di Nave. La Fattoria urbana è un laboratorio d’idee e iniziative tese a coniugare i saperi della campagna (e della tradizione) con quelli della città (e del progresso) per creare opportunità di crescita culturale per tutti. La Fattoria di Lucca aderisce alla European Federation of City Farms.

 La Via Francigena a Lucca

La porta San Donato

La porta San Donato

La Via Francigena entra nel centro storico della città attraverso Porta San Donato, la terza grande porta della cerchia rinascimentale, a ovest della città; attraversa il centro storico seguendo il tracciato dell’antico decumano, che da piazzale Verdi conduce al lato opposto della città. Il percorso attraversa Piazza San Michele, antico foro romano e sede di una delle più belle chiese romaniche della città, dedicata a San Michele arcangelo. Una breve deviazione consente di raggiungere la vicina cattedrale di San Martino, da sempre meta di pellegrinaggio verso il Volto Santo, l’antico Cristo ligneo che la leggenda vuole scolpito per mano dello stesso Nicodemo. L’itinerario prosegue lungo il decumano fino a Porta San Gervasio, che segna il limite orientale della città medievale e, percorrendo Via Elisa raggiunge infine Porta Elisa. Qui un tempo si apriva il panorama delle campagne e delle colline che accompagnavano il pellegrino nel suo cammino fino ad Altopascio, tappa successiva del Cammino francigeno verso Roma.

 Le mura di Lucca

Veduta aerea di Lucca e delle sue mura

Veduta aerea di Lucca e delle sue mura

Le Mura sono il simbolo della città. Risalgono al periodo rinascimentale e si sono conservate integre fino ad oggi. Da un punto di vista architettonico, le Mura si compongono di dodici cortine a terrapieno, che congiungono tra loro undici baluardi, con paramento in laterizio, di dodici metri d’altezza e trenta di larghezza alla base. Sviluppandosi per più di quattro chilometri interamente percorribili, vanno a costituire un suggestivo parco urbano e il luogo del passeggio di cittadini e turisti che possono così ammirare dall’alto (e raggiungere con brevi deviazioni) i campanili delle chiese e le famose torri che emergono dai tetti della città.

Il labirinto

Il labirinto di Lucca

Il labirinto di Lucca

Alla base dell’ultimo pilastro esterno della Cattedrale, sotto il campanile, è scolpito un labirinto. A destra del labirinto, vi è una scritta in latino che dice: hic quem / creticus / edit deda – / lus est / laberint / hus deq(u)- / o nullu – / s vader – / e quivit / qui fuit / intus / ni these – / us grat – / is adrian – / e stami- / ne iutus. Il testo è così traducibile: “Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese dal quale nessuno che vi entrò poté uscire eccetto Teseo aiutato dal filo d’Arianna”. Il labirinto è una classica metafora del tortuoso percorso dell’anima verso Dio ed è dunque anche un simbolo del pellegrinaggio francigeno.

La visita

Il trasferimento del Volto Santo a Lucca (San Frediano)

Il trasferimento del Volto Santo a Lucca (San Frediano)

Il servizio delle credenziali e dei timbri del pellegrino francigeno è offerto dall’ufficio informazioni turistiche di piazza Verdi. Lucca propone ai visitatori molti monumenti e luoghi caratteristici. Una selezione molto essenziale comprende, tra le chiese, il complesso della Cattedrale di San Martino e di Santa Reparata, San Michele in Foro, San Frediano e il complesso conventuale di San Francesco; i musei nazionali di Palazzo Mansi e di Villa Guinigi; la piazza dell’anfiteatro e il giro delle mura.

Tintoretto: l'ultima cena (Cattedrale)

Tintoretto: l’ultima cena (Cattedrale)

É attesa l’apertura di un Centro visite multimediale sulla Francigena e sulle Mura presso il Baluardo San Salvatore e la Casa del maestro di giustizia (ex casa del boia).

Ilaria del Carretto (Cattedrale)

Ilaria del Carretto (Cattedrale)

Roma. Le catacombe di San Sebastiano

La piazzola dei mausolei

La piazzola dei mausolei

Tra il secondo e il terzo miglio del suo percorso, iniziato dalla porta Capena, la via Appia antica conosce un improvviso avvallamento. Questa depressione nei pressi di un crocicchio di strade è l’erede di un’antica cava di pozzolana scavata due millenni fa. Fu proprio lì – ad catacumbas, presso la cava – che si cominciò a scavare e a ricavare i loculi di un cimitero cristiano. Quel nome – catacomba – che designava una località specifica conobbe un rapido successo e finì per designare tutti i cimiteri sotterranei. Le sepolture vi continuarono per secoli ma subirono nel 410 il violento trauma del sacco di Roma per mano dei Goti guidati da Alarico. I cimiteri costruiti fuori delle mura divennero insicuri e fu rischioso conservarvi i corpi dei martiri. Ci fu un moto centripeto: le ville di campagna, le infrastrutture come le strade e gli acquedotti, i cimiteri furono danneggiati e progressivamente abbandonati mentre la popolazione romana, provata dalle epidemie, dalle carestie e dalle guerre, si rinserrava nella cerchia delle mura aureliane.

Il sarcofago delle due oranti

Il sarcofago delle due oranti

Alcuni luoghi esterni alle mura continuarono tuttavia a essere frequentati fino a tutto il Medioevo. Erano i santuari dei più venerati martiri romani, come la basilica di Pietro alla necropoli del colle Vaticano, la basilica di Paolo sulla via Ostiense, la basilica di Lorenzo extra muros al cimitero del Verano. A questi si aggiunse la catacomba di San Sebastiano, che divenne un luogo di preghiera, nel quale i cristiani evocavano e ricordavano i principi degli apostoli Pietro e Paolo e dove si celebrava il loro culto congiunto. Nel periodo delle più feroci persecuzioni anticristiane, le reliquie dei due apostoli furono precauzionalmente spostate e nascoste nella catacomba per sottrarle a un’eventuale distruzione. Quando la nuova religione fu ufficialmente accettata a Roma, l’intensità di frequentazione di questo luogo della memoria apostolorum convinse l’imperatore Costantino a costruirvi una basilica a forma di circo per monumentalizzare il culto dei due apostoli.

 La visita

I graffiti devozionali

I graffiti devozionali

Il cimitero sotterraneo si sviluppa lungo 12 km di gallerie. Ovvio dunque che la visita si concentri solo sulle principali evidenze, quali la basilica, la galleria dei sarcofaghi, la cripta di San Sebastiano, il cubicolo di Giona e, soprattutto, i Mausolei della Piazzola e la Triclia della Memoria Apostolorum. La ‘piazzola’ è l’atrio sul quale si affacciano tre mausolei decorati in modo raffinato, probabilmente appartenuti a liberti assai facoltosi. Le facciate monumentali sono molto simili, tutte in muratura, costituite da una porta centrale sormontata da un’iscrizione con il nome dei proprietari, da un timpano decorato con pitture e da un attico nel quale probabilmente si tenevano le cerimonie di commemorazione dei defunti, come ad esempio i banchetti funebri (refrigerium) che ogni anno venivano allestiti nel giorno anniversario della morte. Un primo mausoleo è appartenuto a Marcus Clodius Ermete; il secondo mausoleo è detto degli Innocentiores, che, probabilmente, è il nome di un’associazione; il terzo mausoleo è denominato dell’Ascia, in quanto un’ascia è rappresentata sul timpano della facciata, anche questo appartenuto ad una corporazione.

Invocazione ai santi Pietro e Paolo

Invocazione ai santi Pietro e Paolo

Sopra ai mausolei è localizzata la Triclia, struttura porticata dedicata alla memoria degli apostoli Pietro e Paolo, dove centinaia di graffiti testimoniano il culto tributato ai due santi. Alcuni di questi graffiti sono ancora visibili e particolarmente interessanti e suggestivi, come quello di un certo pellegrino che, attorno al III sec. scrisse: Paule et Petre petite pro Victore, una richiesta di intercessione rivolta ai due martiri più importanti di tutta la cristianità.

L'incontro tra Pietro e Paolo a Roma

L’incontro tra Pietro e Paolo a Roma

 San Sebastiano 

Le notizie storiche su San Sebastiano risalgono alla ‘Depositio martyrum’ del 354 e al “Commento al salmo 118” di S. Ambrogio (340-397). Le poche notizie sono state poi ampliate e abbellite, dalla successiva ‘Passio’, scritta probabilmente nel V secolo dal monaco Arnobio il Giovane. San Sebastiano era nato e cresciuto a Milano, da padre di Narbona (Francia) e da madre milanese, era stato educato alla fede cristiana, si trasferì a Roma nel 270 e intraprese la carriera militare intorno al 283, fino a diventare tribuno della prima coorte della guardia imperiale a Roma, stimato per la sua lealtà e intelligenza dagli imperatori Massimiano e Diocleziano, che non sospettavano fosse cristiano. Grazie alla sua funzione, poteva aiutare con discrezione i cristiani incarcerati, curare la sepoltura dei martiri e riuscire a convertire militari e nobili della corte, dove era stato introdotto da Castulo, domestico (cubicolario) della famiglia imperiale, che poi morì martire. Proprio quando, secondo la tradizione, aveva seppellito i santi martiri Claudio, Castorio, Sinforiano, Nicostrato, detti Quattro Coronati, sulla via Labicana, fu arrestato e portato da Massimiano a Diocleziano, il quale già infuriato per la voce che si diffondeva in giro, che, nel palazzo imperiale si annidavano i cristiani persino tra i pretoriani, apostrofò il tribuno: “Io ti ho sempre tenuto fra i maggiorenti del mio palazzo e tu hai operato nell’ombra contro di me, ingiuriando gli dei”. Sebastiano fu condannato a essere trafitto dalle frecce; legato ad un palo in una zona del colle Palatino chiamato ‘campus’. Creduto morto dai soldati, che lo avevano trafitto, fu lasciato lì in pasto agli animali selvatici; ma la nobile Irene, vedova del già citato San Castulo, andò a recuperarne il corpo per dargli sepoltura e si accorse che il tribuno non era morto; trasportatolo nella sua casa sul Palatino, prese a curarlo dalle numerose ferite.

La statua di San Sebastiano nella Basilica

La statua di San Sebastiano nella Basilica

Miracolosamente Sebastiano riuscì a guarire e poi nonostante il consiglio degli amici di fuggire da Roma, decise di proclamare la sua fede di nuovo davanti a Diocleziano e al suo associato Massimiano, mentre gli imperatori si recavano per le funzioni al tempio eretto da Elagabalo, in onore del Sole Invitto. Ascoltati i rimproveri di Sebastiano per la persecuzione contro i cristiani, innocenti delle accuse fatte loro, Diocleziano ordinò che questa volta fosse flagellato a morte; l’esecuzione avvenne nel 304 nell’ippodromo del Palatino, il corpo fu gettato nella Cloaca Massima, affinché i cristiani non potessero recuperarlo. Il martire apparve in sogno alla matrona Lucina, indicandole il luogo dov’era approdato il cadavere e ordinandole di seppellirlo nel cimitero “ad Catacumbas” sulla via Appia. Fino a tutto il VI secolo, i pellegrini che vi si recavano attirati dalla ‘memoria’ dei Santi Pietro e Paolo, nella basilica costantiniana eretta in memoria dei due apostoli proprio sopra il cimitero, visitavano anche la tomba del martire, la cui figura era per questo diventata molto popolare e quando nel 680 si attribuì alla sua intercessione, la fine di una grave pestilenza a Roma, il martire s. Sebastiano venne eletto taumaturgo contro le epidemie e la chiesa cominciò ad essere chiamata “Basilica Sancti Sebastiani”.

Sarcofago del quarto secolo

Sarcofago del quarto secolo

Roma. L’Inferno di Francesca Romana

Il 9 marzo è la festa di Santa Francesca Romana. E a Roma, per la festa della loro fondatrice, le Oblate aprono al pubblico in via straordinaria l’antico Monastero di Tor de’ Specchi, situato vicino al Campidoglio e al Teatro di Marcello. Le prime Oblate vollero che l’Oratorio della loro casa fosse affrescato con gli episodi salienti della vita della Santa e ne affidarono il compito ad Antoniazzo Romano. Quegli affreschi, terminati nel 1468, costituiscono ancora oggi un’attrazione magnetica per i romani che appellarono ‘Romana’ la loro santa e la vollero Advocata Urbis, protettrice della città.

L'Inferno

L’Inferno

Insieme a tanti appassionati e a gruppi organizzati mi arrampico sulle ripide scale che salgono all’Oratorio. Qui c’è una rappresentazione dell’Inferno, la fedele trascrizione iconografica che Antoniazzo (con i suoi scolari) fece della visione infernale che la santa ebbe durante la sua malattia e che il suo confessore, il prete Giovanni Mattiotti, registrò ne lo tractato como la beata Francesca fu menata in spirito da l’angelo Raphaello ad vedere le pene che pateno l’anime nello inferno. Francesca Bussa de’ Ponziani (1384-1440) ha la visione quasi ne l’ora vespertina. L’arcangelo le mostra il grandissimo abisso et terribilissimo e deve sostenerla mentre lei arretra per l’orrore: et vedendo, sentendo ed odendo infinita terrebilità, con grande terrore fu sbagottita.

La visione di Francesca Romana

La visione di Francesca Romana

L’affresco descrive in alto la caccia ai dannati da parte dei diavoli psicopompi: oscenamente catturati, i dannati sono precipitati nella bocca del drago infernale. Il dragone grandissimo ha la forma di un serpente a scaglie verdi. Nella visione di Francesca stava lo capo dello dicto dragone in meço della entrata dello inferno, ma poco de socto alla dicta entrata; et teneva la boccha aperta colla lengua de fore, della quale gessiva grandissimo fuoco, non però che lucessi, ma era nerissimo,e rendeva grandissimo et crudele calore. Gessiva anche della soa bocca sì grande fetore, che non se porria ymaginare per mente humana; et per li suoi occhi, recchie et naso ne gessiva fuoco nero con grande calura et fetore.

L'arrivo dei dannati

L’arrivo dei dannati

L’altro personaggio che domina il cuore dell’inferno è Sathanasso terrebilissimo, lo quale stava in uno luoco quasi onorato, cioè che stava assiso, como fussi uno trave nello luoco de mieso. L’affresco lo presenta come un umanoide di colore nero, nel gesto di giudicare le anime prave (parodia del gesto di Cristo giudice), con artigli da rapace ai piedi, naso adunco, corna sulla testa e ali membranacee. L’anima malnata esce dal ventre del Leviatano ed è presentata dai diavoli ammanettata al principe Satanasso che prestamente la judicava, et subito la meschina anima era menata da certi altri demonî sopra de ciò deputati et ordinati, allo luoco indicato, secundo li peccati commessi.

I gironi infernali

I gironi infernali

L’inferno di Antoniazzo si sviluppa su cinque piani sovrapposti, destinati ai dannati; la sua geografia dei receptacula animarum e la descrizione delle pene si discostano tuttavia sensibilmente dalla visione di Francesca. Una cavità oscura, situata a fianco della bocca del Leviatano, ospita una decina di dannati nudi, tra cui diversi religiosi, assaliti e morsi da serpenti di tutte le taglie. Potrebbero essere gli invidiosi.

La pena dei superbi

La pena dei superbi

La fascia sottostante, vicina alla testa di Lucifero, ospita i superbi e gli orgogliosi, quelli che nel linguaggio medievale arcaico erano chiamati i vanagloriosi. I viziosi sono buttati nel pozzo e impiccati a testa in giù; alcuni di loro sono fatti a pezzi e dati in pasto ai cani. Un piano più sotto è la sala d’attesa, dove si trova il mesto corteo di quelli che so’ presentati a Satanasso, in attesa di conoscere la destinazione finale.

La pena degli accidiosi

La pena degli accidiosi

Segue il girone degli accidiosi, pigri e lenti nell’operare il bene, descritti in posizione fetale, inani a ogni impegno; i diavoli li sottopongono alla pena della graticola e al morso dei serpenti, nel tentativo inutile di stimolarli a una reazione.

La pena degli iracondi

La pena degli iracondi

Più giù troviamo il gruppo degli iracondi che esternano, nei visi deformi, tutta la loro rabbia vana; essi finiscono in pasto a un drago divoratore che li defeca poi dal ventre.

La pena degli avari

La pena degli avari

Sullo stesso livello degli iracondi sono puniti gli avari. Essi sono costretti dai diavoli a ingurgitare mestoli di oro fuso; altri sono azzannati e accecati da draghi-scorpioni o sono torturati con pettini di metallo per la cardatura della lana.

8 - La punizione dei golosi

Nel fondo dell’Inferno sono puniti i golosi, i lussuriosi e gli scomunicati. I golosi sono arrostiti allo spiedo e sono costretti a trangugiare liquidi innominabili e a mangiare serpenti e altri immondi animali.

La pena dei lussuriosi

La pena dei lussuriosi

I lussuriosi hanno tutti il sesso in fiamme; mentre il gruppo attende ordinatamente la sua pena, una donna è impiccata a una forca, un frate è legato al palo ed eviscerato e un dannato è inchiodato a un tavolo da macellaio e lì squartato da un diavolo con la mannaia.

La pena degli scomunicati

La pena degli scomunicati

Gli scomunicati, infine, precipitano nel più profondo dell’ade, impigliati nella coda del mostro e condannati a bollire in eterno nella caldaia, in un brodo di pece, zolfo, olio e ferro incandescenti.

Il tratturo di Collepietro

Il Tratturo Magno ha inizio alla basilica di Collemaggio e lasciatasi l’Aquila alle spalle, transita tra le rovine della città romana di Peltuinum e fa sosta alla chiesa della Madonna di Cintorelli, prima di traversare in direzione di Forca Penne e della Casauria. Presso la chiesa di Cintorelli dà origine al tratturo gemello Centurelle-Montesecco che si stacca e procede parallelamente al Tratturo Magno con un percorso pedemontano a saliscendi sulle colline abruzzesi e molisane prima di ritrovarlo e confluirvi in Puglia, vicino Chieuti.

Sul tratturo, verso Collepietro

Sul tratturo, verso Collepietro

Nel suo primo tratto il Centurelle-Montesecco, segnalato da numerosi cippi – i termini di confine – segue la linea dei colli che chiude a est l’altopiano, sfilando a fianco dei borghi di Civitaretenga, Navelli e Collepietro e scendendo poi a Bussi sul Tirino. La passeggiata ad anello che qui proponiamo ha per obiettivo Collepietro; nella prima parte seguiamo il percorso ‘montano’ del tratturo, lungo la panoramica Serra di Navelli; al ritorno traversiamo la bella piana di Navelli con la fonte e la chiesa, infrastrutture a servizio dei pastori transumanti. La base di partenza è la città di Navelli, con i suoi palazzi rinascimentali e le case medievali di pietra. L’intero circuito richiede circa cinque ore di tempo. Ha un solo tratto un po’ faticoso e un dislivello che – tenendo conto del tracciato a saliscendi – raggiunge i 600 metri complessivi.

Navelli

Il pozzo di Palazzo Santucci

Il pozzo di Palazzo Santucci

Il punto di partenza dell’itinerario è Navelli. La visita è d’obbligo, motivata anche dal suo inserimento tra “i Borghi più belli d’Italia” e dai consigli dell’ufficio turistico. Entriamo da Porta da San Pelino e risaliamo tutto il paese per la “direttissima” di Via del Macello. Qui si apprezza il tipico aspetto tardo-medievale: la viabilità “a lisca di pesce”, gli stretti vicoli, le case disposte a schiera, le fondamenta sulla roccia viva, le stalle e le cantine in basso, le abitazioni al piano alto, le “case-arco”, le “case-mura”, i ruderi, il forno e il macello. Il quartiere è spopolato e mostra i danni del terremoto. L’insieme è però suggestivo, grazie anche a qualche restauro, e presta bene i suoi spazi alla musica e al teatro di strada. Raggiungiamo in alto il panoramico cortile col pozzo esterno di Palazzo Santucci: è il classico esempio di palazzo castellato cinquecentesco, utilizzato come residenza signorile dai baroni di Navelli ma sorto come struttura fortificata; le sue architetture sono infatti la fusione del carattere residenziale e di quello difensivo, del quale sono riconoscibili alcuni elementi come le torrette angolari esterne. Scendiamo a Piazza San Pelino percorrendo le strade occidentali, ritmate dai palazzi delle famiglie più importanti, dalle chiese e dalle logge rinascimentali, dalle “mura rotte” della via Urbana.

Il tratturo

La croce della Cona

La croce della Cona

Dalla Piazza San Pelino (quota 680 circa) usciamo dal paese, sfiorando le casette prefabbricate post-terremoto. Varcata la superstrada grazie a un sottopasso, la costeggiamo sulla complanare, in direzione di Capestrano (nord). Giunti a un piccolo valico, nei pressi della Cona di Croce, una cappella votiva preceduta da una croce stazionaria, troviamo le tracce rosse del tratturo che proviene dalla chiesa di Cintorelli. Qui incontriamo subito una palina segnaletica e due cippi tratturali. Risaliamo ora in direzione est la cresta della Serra di Navelli. La salita è resa disagevole dal terreno pietroso e dai bassi cespugli legnosi. I segnali di vernice rossa sulle pietre e sui rami indicano la direzione dell’ascesa, almeno fino al punto in cui non s’interrompono e cessano bruscamente. Continuiamo l’ascesa fino a raggiungere la sommità della Serra, segnalata da un mucchio di pietre, a quota 967.

In vetta sulla Serra di Navelli. Sullo sfondo il Gran Sasso

In vetta sulla Serra di Navelli. Sullo sfondo il Gran Sasso

Il panorama circolare comprende la piana di Navelli a sud e la valle del Tirino a nord, tutti borghi e le rocche disposte a schiera sulle alture dell’aquilano, i monti del Gran Sasso e del Velino, le catene del Morrone e della Maiella che si alzano al di là delle gole di Popoli e della conca peligna.

La piana di Navelli

La piana di Navelli

La cresta della Serra cambia ora direzione e si dirige a sud-est in direzione di Collepietro. La traccia del tratturo diventa più evidente sul terreno aperto fino a incontrare un nuovo cippo, che spunta evidente sul pendio.

Il cippo tratturale sulla Serra

Il cippo tratturale sulla Serra

A un incrocio di sentieri imbocchiamo la strada sterrata in salita, rassicurati dai nuovi segnali di vernice rossa e dal simpatico logo delle  pecore someggiate. Procediamo lungamente sulla sterrata fino a raggiungere la verticale di Collepietro. Scendiamo in paese seguendo le ripide scorciatoie che tagliano i tornanti della strada.

Collepietro

La chiesa della Madonna del Buon Consiglio a Collepietro

La chiesa della Madonna del Buon Consiglio a Collepietro

Il paese sorge a 850 metri su uno sperone della cresta che separa la piana di Navelli dalla Valle Tritana. Il centro storico, compreso tra Via Capo la Terra e Via Dietro le Mura, conserva tratti medievali risalenti all’epoca dell’incastellamento dei piccoli centri fondati dai Longobardi. Si osservano le case-torri, le porte ad arco, i loggiati, le porte e le finestre architravate in pietra. Al centro del paese sorge la chiesa di San Giovanni Battista. Il monumento più suggestivo è la chiesa della Madonna del Buon Consiglio. La troviamo in posizione isolata fuori del paese, su un ‘riposo’ del tratturo. Una breve scalinata sale al bel portale sormontato da una lunetta. La navata si prolunga negli edifici di pertinenza, in parte in rovina. Ampio il panorama sulla valle di Sulmona e sulla piana di Navelli.

Il lago di Navelli e la Madonna delle Grazie

La cisterna di Navelli

La cisterna di Navelli

Lasciamo Collepietro in direzione del fondovalle e di Navelli, osservando le antiche case di pietra e le abitazioni rurali ormai abbandonate. La strada scende a mezzacosta tra i mandorli che crescono sulle pendici rocciose della Serra e raggiunge la piana. Presso un incrocio è il minuscolo lago di Navelli con il lungo fontanile che lo fiancheggia. L’elemento più interessante è il rudere dell’antico pozzo-cisterna a servizio dell’irrigazione e degli allevamenti diffusi nella zona. Due pietre murate sul fronte dell’edificio riportano un’iscrizione e una data. Ancora pochi passi in direzione di Navelli ci portano alla chiesa rurale della Madonna delle Grazie.

La chiesa campestre di Santa Maria delle Grazie

La chiesa campestre di Santa Maria delle Grazie

La facciata, dotata di un oculo e di un campaniletto a vela, è preceduta da un portico con un basamento che sostiene due pilastri laterali e da due agili colonnine con semplici capitelli. Il portale è affiancato da due finestrelle e sormontato da una lunetta con l’immagine mariana di dedicazione. Interessanti sono le scritte votive e i piccoli calvari incisi sulla pietra, lasciati nel tempo dai pastori e dai pellegrini di passaggio. Un percorso tra i capannoni rurali e le grandi stalle ci riporta al sottopasso della statale e al centro di Navelli.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti. Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it).

La zona dell'escursione

La zona dell’escursione

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate sui tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

Berna. Folla di beati e di dannati in Cattedrale

Il portale della cattedrale di Berna

Il portale della cattedrale di Berna

Berna (Bern, Berne) è la capitale (Bundesstadt) della Confederazione elvetica, oltre che il capoluogo del Cantone omonimo. Costruita sulla penisoletta circondata dall’ansa del fiume Aar, ha conservato nel tempo le architetture medievali che le sono valse il riconoscimento dell’Unesco di Patrimonio dell’Umanità per il suo centro storico. La Cattedrale (Berner Münster) è il suo edificio più importante: la costruzione iniziò nel 1421, ma la torre campanaria è stata completata solo a fine Ottocento. Di grande richiamo è la rappresentazione del Giudizio universale, scolpito sul portale maggiore dallo scultore Erhart Küng negli anni tra il 1460 e il 1485. I personaggi che popolano l’affollatissimo portale sono circa 210 e sono stati scolpiti in pietra o in legno. Il particolare più appariscente è il colore: tutti i protagonisti sono resi vistosi dai colori brillanti che li rivestono. Molte statue originali, sostituite da copie, sono state spostate per ragioni di conservazione e sono oggi visibili nel Museo storico di Berna. Diamo qui una descrizione delle diverse scene del Giudizio finale.

Il giudizio finale

Il giudizio finale

La corte celeste

L'angelo mostra i chiodi e la corona di spine

L’angelo mostra i chiodi e la corona di spine

Il giudice presiede il giudizio finale dall’alto della cornice esterna all’archivolto, accompagnato dai due intercessori – la madre Maria e Giovanni Battista – inginocchiati e oranti. Egli indossa un mantello che lascia scoperta la ferita della lancia sul torace e le piaghe dei chiodi sulle mani. La doppia sentenza di condanna e di salvezza è simbolizzata rispettivamente dalla spada della giustizia e dai gigli della misericordia che escono dalla bocca del giudice. Sulla cornice vediamo poi il tribunale celeste dei dodici apostoli. Ciascuno di essi è riconoscibile dal suo tradizionale attributo iconografico: vediamo, tra gli altri, Mattia con l’alabarda, Giacomo d’Alfeo col bastone del martirio, Bartolomeo con il coltello, Giovanni col calice dell’ultima cena, Pietro con la chiave del regno, Paolo con la spada, Giacomo il maggiore col bordone e la berretta del pellegrino, Andrea con la croce. Il personaggio, con la croce e le mani bucate dai chiodi, è il buon ladrone Disma, crocefisso anche lui sul Golgota, cui Gesù ha promesso il paradiso.

L’archivolto

L'angelo mostra la colonna della flagellazione e la canna con la spugna dell'aceto

L’angelo mostra la colonna della flagellazione e la canna con la spugna dell’aceto

La prima cornice dell’archivolto mostra le statue di cinque angeli, appoggiate su mensole, che abbracciano e ostendono gli strumenti della passione di Gesù: la grande croce, la colonna della flagellazione, la canna con la spugna dell’aceto, le verghe e il flagello, la corona di spine e i chiodi della crocifissione.

Il diavolo tamburino e Giuda

Il diavolo tamburino e Giuda

Il sesto personaggio, sulla cornice in basso a destra, è un diavolo che, con tamburo e trombetta, segna il tempo di marcia al corteo dei dannati diretti all’Inferno; nella caverna fiammeggiante sotto i suoi piedi vediamo già Giuda, il traditore di Gesù, col sacchetto dei trenta denari. La seconda cornice accoglie i profeti dell’antico testamento che hanno annunciato il giudizio finale: i filatteri che hanno tra le mani riportano i loro nomi e le citazioni tratte dai loro libri profetici.

L'angelo mostra le verghe e il flagello

L’angelo mostra le verghe e il flagello

L’arcangelo, la giustizia e le dieci vergini

L’arcangelo Michele è visibile sul balconcino che lo isola dalla folla retrostante e ne mette in evidenza il ruolo di ponderator.

L'arcangelo Michele

L’arcangelo Michele

Michele è ritratto in piena azione atletica: pesa un’anima sulla bilancia a doppio piatto, con esito favorevole, e contrasta a spada sguainata il diavolo che tenta di falsare a suo favore il risultato della pesatura; il diavolo ha messo il piede sul piatto e agita il suo randello, ma Michele lo afferra per la barba e con un fendente di spada gli apre il ventre e ne fa fuoriuscire le immonde viscere. Sotto l’arcangelo, il portale è ornato da una fascia di personaggi femminili. Al centro è la virtù della Giustizia, rappresentata in posa serena, flessuosa ed elegante, con la spada nella mano destra e la bilancia nella sinistra, affiancata da angeli che hanno cartelli esplicativi.

La virtù della Giustizia

La virtù della Giustizia

Ai lati sono le statue di dieci fanciulle ritratte con le loro lanterne. Esse richiamano la nota parabola del vangelo di Matteo delle dieci ragazze che attendono lo sposo per la festa delle nozze.

Le vergini sagge

Le vergini sagge

Cinque di esse, le prudenti, si sono munite della scorta d’olio per alimentare le lucerne; le altre cinque, le stolte, non se ne sono preoccupate. Lo sposo arriva di notte, all’improvviso. Le vergini prudenti, risvegliatesi, accendono le loro lampade ed entrano con lo sposo nella sala del convito. Le altre restano fuori nel freddo della notte. Allusione al giorno del giudizio, che verrà all’improvviso e alla separazione degli eletti dai dannati. La parabola è inserita nel discorso escatologico di Gesù.

Le vergini stolte

Le vergini stolte

Gli angeli tubicini

Al vertice del timpano compaiono due angeli tubicini in volo che suonano lo shofar e la tromba e che chiamano i morti alla risurrezione finale. I filatteri che fuoriescono dalle campane degli ottoni riportano infatti l’invito evangelico “surgite mortui, venite ad iudicium”. A sinistra un altro angelo scende in volo verso gli eletti e porta tra le braccia le corone di giustizia “che il Signore, giusto giudice, darà in compenso quel giorno a tutti quelli che hanno atteso con amore la sua manifestazione”.

Gli eletti

Gli eletti

Gli eletti

I risorti che sono stati giudicati degni del paradiso sono raccolti in corteo dagli angeli. Hanno tutti una crocetta rossa sulla fronte, memoria di quel segno, tracciato col sangue dell’agnello, che salvava il popolo eletto dall’ira dell’angelo sterminatore (Esodo 12). Indossano una tunica bianca, memoria della ‘veste candida’ indossata dagli eletti di fronte all’apocalittico trono dell’Agnello. Ai primi posti figurano le gerarchie civili e religiose, individuate dalle berrette cardinalizie, dalle mitrie vescovili, dai cappucci degli abati, dalle corone dei sovrani. Le guide locali sottolineano, con compiaciuto campanilismo che il bürgmeister di Berna (con l’insegna dell’orso bernese) va in paradiso, al contrario del suo pari di Zurigo che figura invece tra i dannati. Il gruppo degli eletti comprende i rappresentanti dei costruttori della cattedrale e delle corporazioni, individuati dagli strumenti di lavoro (la falce e la mazza della trebbia, il piccone, l’ascia, il martello, il rasoio). Deliziosa è l’immagine della suorina coi bimbi del suo kindergarten. Vediamo anche le regine, precedute da un pellegrino col bordone. Nel corteo entra anche un eletto che l’angelo riesce a strappare all’ultimo momento dalle grinfie del diavolo.

Il Paradiso

La porta del Paradiso

La porta del Paradiso

Gli eletti si dirigono verso la porta del Paradiso, vegliata da due angeli. Il primo a entrarvi è il Papa col triregno, seguito dalle più alte gerarchie ecclesiali. Il Paradiso è raffigurato come un cielo stellato, popolato dai patriarchi e dai santi. Tra i primi si riconoscono facilmente Mosè (con le tavole della legge) e il re Davide (con l’arpa). Le donne sante sono numerose: tra di esse riconosciamo Santa Caterina d’Alessandria (con la ruota), Santa Barbara (con la torre), Santa Chiara (con l’ostensorio), Santa Dorotea (con il cesto di fiori e di frutta), Santa Marina (con il drago). Tra i santi spiccano San Sebastiano (con la freccia) e San Lorenzo (con la graticola).

I santi e i patriarchi biblici

I santi e i patriarchi biblici

I diavoli e i dannati

La parte destra del timpano è popolata dai dannati caduti preda dei sadici diavoli punitori, esseri mostruosi e deformi, la cui tinta nera e rossa contrasta col candore dei corpi umani. I diavoli seviziano i dannati a morsi e li scarnificano con le unghie delle mani e dei piedi; ma non disdegnano l’uso di strumenti di tortura (funi e catene per legare, bastoni per picchiare, fiaccole per bruciare, spade per tagliare, lance per infilzare, forche per impiccare). I motivi che hanno causato la condanna all’inferno possono essere diversi. Alcuni attengono al mancato rispetto dei dieci comandamenti: vediamo tre impiccati per la lingua, bruciati sotto i piedi, probabile riferimento al peccato della bestemmia contro Dio; come pure vediamo la donna dai seni vizzi, punita perché ha ucciso il proprio figlio infante. Altri motivi sono legati ai sette vizi capitali: vediamo ad esempio la coppia lussuriosa formata da un frate infedele ai propri voti e da una concubina dai lunghi capelli biondi; vediamo anche punito il peccato di superbia, tipico degli uomini di potere. Altri motivi sono invece legati all’infrazione dell’etica professionale: vediamo infatti puniti l’artigiano che ha fatto male il suo lavoro, il commerciante che ha falsato il peso della bilancia, il maniscalco che ha frodato sul lavoro di ferratura dei cavalli e persino un falso mendicante invalido. Di straordinaria efficacia è l’immagine del ludopatico, punito come giocatore compulsivo e fraudolento, che ha una corona di dadi sulla testa e un dado in bocca. Particolare enfasi punitoria è posta sui religiosi che hanno profittato della loro condizione o hanno mancato ai voti fatti: vediamo vescovi benedicenti e simoniaci che hanno lucrato sulle indulgenze, suore e frati legati e trascinati all’inferno.

L’Inferno

I dannati

I dannati

Contrapposto al paradiso celestiale, l’inferno è etimologicamente collocato in un contesto rupestre e ipogeo, dove lo rocce scure sono illuminate da vampe fiammeggianti. Potremmo qualificarlo un inferno ‘gotico’, per le sue architetture sghembe e per le apparizioni di volti e fantasmi ghignanti. Nella grande caverna infernale, che richiama il pozzo apocalittico o la gola del leviatano, vengono scaricati i dannati colpevoli del primo vizio, quell’orgoglio (o superbia, o vanagloria) che già causò il peccato originale e la caduta degli angeli ribelli. Re, regine e potenti, papi, cardinali e vescovi cadono tra le fiamme, accolti da un gigantesco Lucifero, incatenato alle rocce con un collare.

Lucifero

Lucifero