Linea Gustav. I Colli della Portella

Oggi una galleria stradale di 650 metri collega velocemente il piano delle Cinque Miglia a Roccaraso, Rivisondoli e agli Altopiani Maggiori. Chi transita velocemente nel tunnel difficilmente percepisce che sopra la galleria ci sia un valico che per secoli ha condizionato la mobilità e d’inverno ha spesso bloccato le comunicazioni tra i due territori. Quando Kesselring e l’OKW decisero di trasformare questi monti in una barriera fortificata per bloccare la risalita della penisola da parte degli alleati, crearono una prima linea di difesa sull’arco di monti che sovrasta la valle del Sangro e la tortuosa strada che da Castel di Sangro risaliva verso Roccaraso.

Postazione alle spalle del Santuario della Portella

Postazione alle spalle del Santuario della Portella

Preoccupati per un improbabile ma possibile sfondamento della prima linea di difesa attrezzata sui monti che andavano da Alfedena a Pizzoferrato, impostarono anche una seconda linea di difesa sulle propaggini dei monti (il Porrara, il Pizzalto, La Rotella e il Calvario, i colli della Portella) che digradano verso gli altopiani. Grazie alla loro posizione elevata sul piano queste postazioni militari costituivano un eccellente osservatorio sulla prima linea e consentivano una difesa elastica di fronte a una situazione critica della prima linea.

Panorama dai colli della Portella: Rivisondoli, il Prato, Roccaraso, monte Tocco

Panorama dai colli della Portella: Rivisondoli, il Prato, Roccaraso, monte Tocco

Nella realtà queste postazioni restarono sostanzialmente inattive. Le attività militari si limitarono a sortite di pattuglia e a duelli di artiglieria. L’unico vero tentativo di sfondamento delle linee tedesche da parte alleata si ebbe alla fine del novembre 1943, con l’occupazione del colle di Castel di Sangro e il cannoneggiamento di Pietransieri e Roccacinquemiglia. Ma fu solo una manovra diversiva per tenere impegnati i paracadutisti tedeschi ed evitarne lo spostamento su altre aree di scontro. La ricognizione delle postazioni tedesche sugli altopiani ha oggi il senso di comprendere e apprezzare le tattiche di difesa in linea e in profondità. Le singole postazioni sono costantemente sotto il controllo di almeno due altri punti di fuoco più in alto, per favorire l’eventuale arretramento e il successivo contrattacco. Le postazioni dei colli della Portella sono poi a loro volta sotto la tutela dei punti di fuoco sui monti di Roccaraso da un lato e del monte Calvario-Rotella dall’altro lato.

Il Santuario della Madonna della Portella

Il Santuario della Madonna della Portella

Proponiamo una semplice passeggiata ad anello con partenza dal santuario della Madonna della Portella, posto sull’antico valico della statale 17, all’estremità del piano delle Cinque Miglia. La chiesa attuale risale al 1589 ma fu edificata su precedenti luoghi di culto, venerati dagli abitanti dei luoghi vicini, dai pastori che percorrevano il tratturo Celano-Foggia e dai viaggiatori che si avventuravano sugli altopiani. La chiesa è decorata all’interno ed è affiancata da una foresteria che ha ospitato eremiti fino al 1968. Una targa ricorda alcune vittime dei residuati bellici nell’immediato dopoguerra.

Targa-memoriale nel Santuario

Targa-memoriale nel Santuario

Dalla chiesa scendiamo per pochi passi in direzione est, per imboccare subito a sinistra una strada lineare che conduce a Rivisondoli, puntando in direzione del cimitero e della chiesetta di Santa Liberata. Questa strada fu attrezzata dai tedeschi come barriera anticarro preceduta da una fascia di campi minati. Si va ora a sinistra sulla stradina asfaltata che s’infila tra i colli della Portella e il monte Calvario. Il primo tratto, non molto piacevole, è presidiato da vecchie cave dismesse, magazzini e depositi di materiali, edifici rurali e piccoli allevamenti. Più avanti il percorso raggiungerà la conca di Pantaniello e diventerà molto più piacevole e riposante. Conviene comunque lasciare la strada molto prima, all’altezza di un fontanile dismesso, prima di una grande cava. Prendiamo a sinistra una stradina sterrata sale in breve a una selletta. Ci troviamo di fronte a inaspettati campi d’altura ancora coltivati.

Camminamento e ricovero

Camminamento e ricovero

Dalla selletta saliamo sul cocuzzolo a nord (quota 1301), su cui poggia un traliccio dell’alta tensione. Qui troviamo i resti di una nitida postazione, formata da una sinuosa trincea sommitale che conduce al ricovero scavato nella roccia, un tempo rivestito di assi di legno, corazzato e coibentato per resistere alle rigide temperature esterne.

Trincea

Trincea

Ridiscesi alla selletta si sale ora a percorrere la linea di cresta del colli della Portella, seguendo la direzione sud-est. Su ognuno dei cocuzzoli successivi troveremo analoghe postazioni difensive, articolate in un camminamento e un ricovero. Il colle più alto (quota 1331) è un punto di osservazione sul Prato tra Rivisondoli e Roccaraso e sulla prima linea tedesca, con il monte Tocco al centro.

Resti di postazione

Resti di postazione

Scendendo ora in direzione del santuario, traversiamo un vallo naturale munito di piazzole di artiglieria, probabilmente antiaerea. Poco dopo si trova un interessante stazzo pastorale, dotato di casetta, recinti per gli ovini, mungitoio ad anello, fontanile e vasca di lavaggio delle pecore (Stazzo Quado Silvestre, 1292 m). Una nuova postazione trincerata si trova alle spalle del piccolo calvario di tre croci, del campaniletto e della scalinata di accesso al santuario della Portella. La passeggiata ad anello richiede circa due ore e mezzo di tempo, con un dislivello limitato a poco più di cento metri.

Lo stazzo Quado Silvestre

Lo stazzo Quado Silvestre

 

Per approfondire

Visita la sezione del sito dedicata alla Linea Gustav: http://www.camminarenellastoria.it/index/LINEA_GUSTAV.html

Le vicende di Roccaraso durante la seconda guerra mondiale sono ricostruite da Ugo del Castello nel suo “1943 – Roccaraso Kaputt!”, scaricabile liberamente dal sito http://www.roccarasozoom.it/. Per la cartografia si consiglia “Altipiani Maggiori d’Abruzzo”, carta pubblicata in scala 1:25.000 dalle Edizioni Il Lupo.

(La ricognizione del percorso è stata effettuata il 14 aprile 2016)

Il volo di Alessandro Magno

Non è necessario riaprire i libri di storia. Alessando Magno è una di quelle figure mitiche che colpiscono l’immaginario giovanile e persistono a lungo nella memoria. Alessandro divenne Re della Macedonia giovanissimo, a soli vent’anni, ed è ricordato come uno dei più celebri conquistatori e strateghi della storia. Dalla Grecia mosse alla conquista della Persia e vinse Dario sul fiume Granico, iniziando così l’avanzata verso l’Asia Minore. Con la conquista di Persepoli divenne l’incontrastato dominatore di tutto l’impero persiano. In dodici anni conquistò l’Asia, dall’Egitto (dove fondò Alessandria) al Pakistan e all’Afghanistan e si volse ancora verso l’India. Fu la stanchezza dei soldati a fermarlo. Morì a Babilonia nel 323 avanti Cristo, a soli trentatré anni. Le sue imprese hanno del meraviglioso e ispirarono una tradizione letteraria e figurativa dove non si distingueva più il reale dal fantastico e il personaggio veniva trasformato in un eroe mitologico.

L'ascensione di Alessandro

L’ascensione di Alessandro

Riprendiamo dal Romanzo di Alessandro (II,41) la leggenda del suo volo. Dopo aver conquistato tutta la terra, Alessandro giunge a confini del mondo per cercare l’unico tesoro che gli manca: l’immortalità. “Continuavo a pensare tra me e me, se davvero era là il confine del mondo, dove il cielo appoggia sulla terra: decisi allora di indagare per sapere la verità. Ordinai che fossero catturati due degli uccelli che erano in quel luogo: erano enormi, bianchi, fortissimi e mansueti, tanto che stavano a guardarci senza scappare. Alcuni dei soldati li montavano, afferrandosi ai loro colli, e quelli volavano in alto, trasportandoli su: mangiano carogne di animali e proprio per questo motivo molti degli uccelli venivano da noi, per le carcasse dei nostri cavalli. Ne feci catturare una coppia e ordinai che non fosse dato loro cibo per due giorni: al terzo giorno diedi ordine di preparare un giogo di legno e di legarlo al collo di quegli uccelli; feci preparare quindi una sorta di grande canestro di pelle di bue e ci montai dentro, tenendo in mano una lancia, sulla cui punta avevi infilzato del fegato di cavallo. Gli uccelli subito si alzarono in volo, tesi per mangiare il fegato, e io andai su con loro, nell’aria, tanto in alto che mi sembrava di essere vicino al cielo: tremavo tutto perché l’aria si era fatta fredda per il moto delle ali degli uccelli. E allora mi si fa incontro un essere alato, antropomorfo, che mi dice: “O Alessandro, è forse perché non riesci a far conquiste sulla terra, che cerchi quelle del cielo? Torna giù in fretta se non vuoi diventare pasto di questi uccelli!” E ancora mi dice: “Sporgiti giù verso la terra, Alessandro!” Io mi sporgo, pieno di paura, e vedo un grande serpente arrotolato”.

La lunetta di Santa Maria della Strada

La lunetta di Santa Maria della Strada

L’ascensione di Alessandro in cielo ha ispirato gli artisti (e i teologi). Esaminiamo, ad esempio, la lunetta del portale sul fianco della Chiesa di Santa Maria della Strada, una delle più belle chiese del Molise, in agro di Matrice. Vi vediamo Alessandro in una grande cesta sostenuta da due grifoni alati: il re ha in mano due manici sui quali ha infilzato del cibo che ostende verso i volatili; i grifoni, nel tentativo di ghermire il cibo, sollevano in volo la primitiva mongolfiera reale. Due particolari aiutano a dare un significato complessivo alla scena. Sull’archivolto della lunetta, nella parte bassa a destra e sinistra, sono rappresentate due pistrici, quelle che nel Romanzo Alessandro osserva dall’alto e che simboleggiano, come nell’episodio di Giona scolpito sulla facciata della chiesa, la morte e la sepoltura da cui nel terzo giorno risorge il Cristo. La figura di Alessandro – come interpreta acutamente Franco Valente – diviene la profetica anticipazione della resurrezione e dell’ascensione di Cristo verso la Gerusalemme celeste dove è collocato l’apocalittico Agnello Crucifero. Nella parte centrale dell’archivolto, infatti, è la rappresentazione dell’Agnello che regge la croce. L’ascensione di Alessandro è dunque una sorta di imitatio Christi. Anche Chiara Frugoni attribuisce un significato ‘positivo’ all’interpretazione che della leggenda si dà nella lunetta del portale di S. Maria della Strada a Matrice e lo motiva ricordando che questa chiesa era un punto di sosta e di meditazione per i pellegrini in cammino verso San Michele al Gargano o San Nicola di Bari, oltre che per i pastori che percorrevano il vicino Regio Tratturo;

La didascalia

La didascalia

aggiungiamo che sopra il portale, all’altezza del tetto, è scolpito un versetto tratto dal Vangelo di Matteo (7,21) nel latino della Vulgata, (Non omnis, qui dicit mihi: “Domine, Domine”, intrabit in regnum caelorum, sed qui facit voluntatem Patris mei, qui in caelis est) che ricorda ai buoni cristiani che non basta proclamarsi tali a parole ma che occorre fare concretamente la volontà del Padre per poter salire in cielo a gustare le gioie del Paradiso.

Alexander Rex (Otranto)

Alexander Rex (Otranto)

Un’altra immagine del volo di Alessandro si trova a Otranto, nel Salento. La cattedrale di Otranto conserva un celebre mosaico commissionato dal vescovo locale Gionata al sapiente presbitero Pantaleone, un monaco formatosi alla scuola ellenistica del vicino monastero di San Nicola di Càsole, che lo realizzò tra il 1163 e il 1165. Il mosaico occupa l’intero pavimento della cattedrale e costituisce una sorta di enciclopedia illustrata della cultura dell’alto medioevo, sviluppata intorno all’immagine dell’Albero della Vita e ai temi dell’Incarnazione, della Redenzione e dell’Aldilà. La figura incoronata di Alexander Rex emerge imperiosamente nel mosaico della navata centrale. Egli è seduto sul giogo cui sono legati due grifoni alati e mostra agli uccelli mitologici due pezzi di fegato infilzati su altrettanti bastoni spingendoli così a volare. Diversamente dall’esempio molisano, di quest’immagine salentina è stata data un’interpretazione ‘negativa’, assimilando Alessandro a un exemplum superbiae. L’ascensione di Alessandro diventa a Otranto il simbolo di un temerario e smisurato orgoglio. Nel mosaico idruntino Alessandro è collocato vicino alle immagini della Torre di Babele e del Diluvio Universale, due esempi biblici negativi, di punizione divina dell’improntitudine umana. Quest’interpretazione sembra sottolineare, nel racconto del Romanzo di Alessandro, le parole dell’angelo che lo invitano perentoriamente a non “varcare i confini del cielo” e a tornare sulla terra. Altre immagini del volo di Alessandro si trovano in Puglia e in particolare nei mosaici pavimentali delle Cattedrali di Trani e di Taranto (in gran parte perduti) e in un capitello della Concattedrale di Bitonto.

Rex Alexander (Trani)

Rex Alexander (Trani)

Il tratturo di Lucito

Il tratturo alla Morgia Sant'Angelo

Il tratturo alla Morgia Sant’Angelo

Ci troviamo in Molise, nella provincia di Campobasso, tra i comuni di Lucito e Castelbottaccio. Qui il tratturo Celano-Foggia transita maestosamente mostrandosi in tutta la sua canonica estensione dei sessanta passi. Il tratturo degli altipiani ha già attraversato il Fucino, la valle Subequana, la conca Peligna, il piano delle Cinquemiglia e gli altipiani maggiori in Abruzzo. Ha poi guadato i fiumi Sangro e Trigno ed è salito sulla cresta dei monti Frentani al colle Marasca, dove inizia la sua discesa verso il Biferno. A saliscendi sui colli guaderà ancora il Fortore ed entrerà in Puglia, diretto verso la grande pianura di Foggia. Questa sezione bifernina del tratturo – come ci conferma l’agricoltore e pastore Nicola – attira molti appassionati a piedi, a cavallo e sulle due o quattro ruote, proprio per il suo nitido aspetto di via verde.

Nicola col suo gregge di capre

Nicola col suo gregge di capre

Il largo tappeto erboso, di colore diverso dalla vegetazione confinante, è protetto lateralmente da bordi di siepi ed è percorso da un esile sentiero a serpentina. In alto è affiancato da un parco eolico Edison, entrato in funzione nel 2008. La nostra passeggiata si muove tra la strada provinciale che collega i due comuni a circa 600 metri di quota e la Morgia di Sant’Angelo a quota 833. Il percorso di andata e ritorno richiede circa tre ore e mezzo.

Lucito

Panorama di Lucito

Panorama di Lucito

Si sale a Lucito con circa cinque km di strada tortuosa dal bivio sulla statale Bifernina. Il paese si distende lungo la strada principale e si aggruma intorno al palazzo marchesale Capecelatro. La sua economia ha storicamente utilizzato le risorse agricole dei vigneti e degli oliveti, la pesca delle trote e delle anguille nelle acque di Biferno e la lana delle greggi per la tessitura di rinomati tappeti. L’ondata migratoria oltreoceano del secolo scorso ha provocato un grave impoverimento demografico del paese. Le rimesse degli emigranti hanno comunque sostenuto il tenore di vita della comunità locale e integrato la sua economia.

La fonte del tratturo e il cippo

Il cippo tratturale

Il cippo tratturale

Per raggiungere il punto di partenza dell’escursione si esce da Lucito in direzione nord sulla strada per Civitacampomarano e Castelbottaccio. Dopo tre km, a un bivio, si va a destra in direzione di Castelbottaccio e si parcheggia dopo circa un km in corrispondenza delle staccionate di legno e dei pannelli che segnalano l’attraversamento del tratturo. Pochi passi sulla destra, in discesa verso valle, ci rivelano una fonte del tratturo e un cippo con le iniziali T(ratturo) R(egio), parzialmente occultati nel verde.

La fonte del tratturo

La fonte del tratturo

Dalla strada si va ora a sinistra per 1,4 km sul largo tratturo. Le due piste bianche che abbiamo di fronte ne costituiscono rispettivamente il bordo sinistro e quello destro. Conviene seguire la pista più bassa che sale su un’altura dov’è un fontanile abbandonato e scende alla strada asfaltata Lucito-Campomarano dopo aver costeggiato una fattoria.

Il fontanile abbandonato

Il fontanile abbandonato

 Le Serre

La via verde

La via verde

Traversata la strada (a sinistra è un edificio rurale con doppio tetto a spiovente) il tratturo ci si mostra di fronte in tutta la sua ampiezza, sgombro da arbusti e ben definito ai margini. La percezione visiva del tratturo che sale le Serre, in direzione di Colle Marasca (e delle pale dell’impianto eolico), scorrendo tra i campi coltivati che lo affiancano, è indubbiamente emozionante. Si segue la serpentina del tratturo che sale, a tratti faticosamente, tra i coltivi aggirando qualche affioramento di roccia calcarea e brevi tratti argillosi in frana. Il percorso è assolutamente evidente ma la segnaletica dei pannelli triangolari di legno ci fa gradita compagnia.

Morgia Sant’Angelo

La croce sulla Morgia

La croce sulla Morgia

Più in alto il tratturo è affiancato dalla strada bianca di servizio alla centrale eolica. Sia che si prosegua sulla serpentina tratturale, sia che si preferisca la più agevole sterrata, vedremo profilarsi sullo sfondo la morgia rocciosa di Sant’Angelo, sovrastata da una croce. Giunti nei pressi si può affrontare direttamente la paretina rocciosa che abbiamo di fronte o aggirare lo spuntone roccioso su una stradina laterale.

I ruderi della chiesa dell'Angelo

I ruderi della chiesa dell’Angelo

Sulla sommità sono i resti di un’area picnic e larghi tratti di mura dell’antica chiesa dedicata all’Arcangelo, probabilmente legata a un piccolo insediamento benedettino. Da qui si apre anche un ampio panorama sulla valle del Biferno e sul nastro del tratturo che risale i colli al di là del fiume verso il pizzo appuntito di Morrone del Sannio. Il ritorno segue il percorso dell’andata.

L’impianto eolico Edison

Tra vecchio e nuovo

Tra vecchio e nuovo

L’impianto sfrutta l’energia naturale del vento per produrre elettricità. Costruito nelle località Le Serre e Colle Marasca del Comune di Lucito, è entrato in attività nel 2008. Comprende 17 aerogeneratori tripala Ecotecnia-Alstom di potenza unitaria pari a 2 mw per un totale di 34 mw installati. L’energia elettrica prodotta in bassa tensione dal generatore di ciascuna macchina viene trasferita ai quadri di controllo e al trasformatore per la conversione a media tensione. Un sistema di linee a cavo interrato collega fra loro le cabine e prosegue fino alla stazione elettrica di Morrone del Sannio dove l’energia è trasformata e consegnata alla rete pubblica di alta tensione.

Pannello didattico sul tratturo

Pannello didattico sul tratturo

Per approfondire

La segnaletica del tratturo

La segnaletica del tratturo

Si consiglia di utilizzare la guida dal titolo “Regio Tratturo Celano – Foggia” scritta da Sarah Gregg e Bruno Petriccione (Ser – Editrice Ricerche, Folignano, 2013), il cui quinto capitolo è dedicato al percorso tra Castelbottaccio e Salcito. Utile è la consultazione della Carta tecnica regionale (elementi n. 394054 – Lucito e n. 393081 – Morgia Sant’Angelo) in scala 1:5000 prodotta dal Settore pianificazione territoriale e urbanistica della Regione Molise. Il Consorzio AssoMab costituito da alcuni comuni dell’Alto Molise (www.assomab.it) è impegnato in alcuni progetti di valorizzazione del tratturo Celano – Foggia.

Visita anche la sezione del sito dedicata alle passeggiate sui tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

Ercolano. Taverne e cibo di strada

Visitiamo gli scavi di Ercolano, l’antica Herculaneum, costruita sul mare tra Napoli e Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. Aggirarsi tra le sue strade e le insulae, infilarsi da intrusi nelle abitazioni dei plebei e dei patrizi del tempo, regala sensazioni da sopravvissuti. Perché è stata proprio la causa della fine di Ercolano a sigillarla così com’era e a conservarla per gli archeologi, le scolaresche e i turisti di oggi. L’ondata di fango scesa dal vulcano si è solidificata sulla città preservandone non solo il costruito ma anche gli arredi più deperibili, come il legno degli architravi, i tramezzi a traliccio, le stoffe, le pitture e i mosaici, i mobili e le scaffalature.

Il terzo cardo

Il terzo cardo

Si cammina nella storia, ma una storia che non è solo quella grande e solenne dei libri di scuola, quanto una microstoria intessuta di quotidianità, di abitudini e di stili di vita. Un percorso tematico (meritoriamente segnalato tra gli itinerari di visita proposti dalla Soprintendenza) riguarda l’alimentazione. Un po’ come nelle grandi città di oggi o nei nostri luoghi di lavoro, non c’era un vero e proprio pranzo, ma si faceva uno spuntino nelle numerose taverne dell’epoca: i thermopólia. Il pasto era a base di focacce, pesce fritto, uova, olive, salsicce e anche dolciumi e frutta. Alcuni piatti si potevano anche acquistare dai venditori ambulanti. Verso le quattro del pomeriggio ci si riuniva in famiglia o con gli amici per consumare la cena: dagli antipasti a base di uova e olive si passava alle portate di carne e pesce farcite, fino ai dolci e alla frutta. Dopo la cena, sempre in una dimensione conviviale, seguivano le bevute e si tirava tardi fino a sera. Durante i pasti si mangiava prevalentemente carne aromatizzata. Diffuso era il pesce di mare o d’acqua dolce: fritto, lesso o arrosto, e condito con salse. Il vino era la bevanda più diffusa. Il vino di Ercolano, in particolare, era esaltato dalle fonti letterarie e costituiva un’importante fonte di reddito. Era tagliato con acqua e aromatizzato con miele, spezie o erbe. Una bevanda economica era la pòsca, costituita da aceto diluito in acqua. Famosi a Ercolano erano anche i fichi locali che si distinguevano per la loro varietà.

Una bottega

Una bottega

La locanda “ad cucumas”

Semo Sancus, la divinità protettrice del commercio

Semo Sancus, la divinità protettrice del commercio

Nella sesta insula, affacciata sul decumano massimo, c’è una bottega, forse una caupona (locanda), dove si servivano bevande e cibi. L’insegna all’ingresso reca quattro brocche (cucumae, il nome si è conservato in alcuni dialetti) di colore diverso, con le bevande che qui si vendevano e l’indicazione del prezzo del vino. In alto campeggia la figura di Semo Sancus, divinità spesso assimilata a Ercole e per la quale si giurava negli affari, e l’iscrizione ad Sancum. Il pannello in basso con iscrizione in lettere rosse ‘nola’ è la pubblicità di uno spettacolo: vi si legge, cosa eccezionale, anche il nome del grafico: scr(i)ptor Aprilis a Capua.

L'insegna della locanda

L’insegna della locanda

Thermopolia

Un thermopolium

Un thermopolium

A ogni angolo di strada a Ercolano si trova un thermopolium, una sorta di bar o tavola calda. È un luogo di ristoro, un fast food, dove si servivano bevande e cibi caldi (donde il nome alla greca): infatti era usuale pranzare (prandium=pasto di mezzogiorno) fuori casa. La struttura tipica è semplice: un locale aperto sulla strada, con bancone di mescita in muratura, spesso decorato, in cui sono incassati i dolia (giare) per contenere la merce: talora in ambienti retrostanti ci si poteva sedere e consumare il pasto.

Il forno e la pizzeria

Lungo il cardo V è localizzata la bottega di un panificio che operava anche da pizzeria e da pasticceria. Proprietario del pistrinum era il pistor (fornaio) Sex. Patulcius Felix. Il locale espone la macina per la molitura del grano.

La macina del grano

La macina del grano

Nella stanza a fianco è il forno, perfettamente conservato, e protetto contro il malocchio da due falli in stucco posti all’ingresso. Nel retrobottega sono state ritrovate venticinque teglie circolari in bronzo rinvenute erano quelle usate per infornare le focacce (placentae).

Il forno di cottura del pane

Il forno di cottura del pane

La bottega

Alla Casa di Nettuno e Anfitrite è annessa una bottega di generi alimentari con la quale condivide il buono stato di conservazione: il crollo di parte del solaio consente inoltre di osservare la cucina e alcune delle stanze del piano superiore della casa. La bottega è completa dell’arredamento in legno e delle suppellettili: fave e ceci nei dolia (giare) del banco di vendita, un fornello sul bancone, scaffali e soppalco transennato per anfore vinarie, un tramezzo ligneo.

Le anfore e il soppalco transennato

Le anfore e il soppalco transennato

Le tabernae

Nella quarta insula sono localizzate due caratteristiche taverne. La prima conserva un’immagine di Priapo dipinta dietro il bancone di mescita, che serviva a tener lontano il malocchio. Nel dolium (giara) seminterrato presso il focolare furono rinvenute delle noci. Si può anche osservare il piccolo ripostiglio per le derrate, rivestito di cocciopesto, situato davanti al bancone. Dalla bottega il proprietario accedeva direttamente all’abitazione, con atrio a quattro colonne e con un piano superiore.

La bottega di Priapo

La bottega di Priapo

Vicino è localizzata la grande taverna, un’osteria con bancone rivestito di marmo, in cui sono inseriti i dolia (giare). Sui ripiani a scaletta, pure rivestiti di marmo, si poggiavano i vasi per servire da bere e da mangiare. Sul tramezzo dell’ambiente retrostante, oltre al dipinto di una nave, si legge un graffito con una massima misogina in greco che recita: Diogene, il cinico, nel vedere una donna travolta da un fiume, esclamò: “Lascia che un malanno sia portato via da un altro malanno”. Anche questa taverna è collegata a una piccola abitazione ad atrio, con due ambienti affrescati in parte conservati.

La grande taverna

La grande taverna

Per approfondire

Il sito della Soprintendenza di Pompei (www.pompeiisites.org) propone un’eccellente sezione dedicata a Ercolano. La visita degli scavi è aiutata da una serie di percorsi tematici dedicati ai luoghi di culto, all’alimentazione, alle attività artigianali, alle abitazioni, alle terme e all’impianto urbano. Come anticipazione della visita agli scavi è molto raccomandato lo spettacolare percorso del Museo archeologico virtuale di Ercolano (www.museomav.it).

Giara per alimenti

Giara per alimenti

(Il sopralluogo è stato effettuato il 14 aprile 2016)

Siena. Le visioni apocalittiche del Vecchietta

La Sacrestia Vecchia dell’ex Ospedale di Santa Maria della Scala a Siena è decorata da un ciclo di affreschi quattrocenteschi dovuti a Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, che vi lavorò dal 1496 al 1499. Il ciclo pittorico, piuttosto danneggiato, comprende la descrizione degli articoli del Credo, alcune scene del vecchio testamento (la creazione con Adamo ed Eva, Daniele nella fornace, Mosè e il serpente di bronzo, Giona nella balena, Salomone e il tempio di Gerusalemme) e della vita di Gesù (l’annunciazione, la natività, la passione, la discesa al limbo, la risurrezione, l’ascensione). Un grande rilievo è dato alla scena del Giudizio universale, sovrapposta alla visione apocalittica del profeta Daniele.

L'affresco del Vecchietta

L’affresco del Vecchietta

La rappresentazione del Giudizio è introdotta dal filatterio laterale ove si legge l’articolo del Credo: ‘inde venturus est iudicare vivos et mortuos (verrà a giudicare i vivi e i morti)’.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Il messaggio centrale dell’affresco è trasmesso dai due libri aperti dagli angeli e mostrati ai risorti. Il primo libro – le cui pagine sono mostrate ai beati – riporta l’elenco delle opere di carità, con grande aderenza al testo del Vangelo di Matteo: Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25, 34-36). Il secondo libro – mostrato ai dannati – riporta l’elenco dei sette peccati capitali: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia. L’arcangelo Michele, con la spada sguainata, separa i due gruppi di risorti, seguaci rispettivamente delle opere di carità e dei grandi vizi.

I risorti e i beati

I risorti e i beati

Due angeli armati provvedono a sollevare i risorti dalle loro tombe e a far prendere loro coscienza dei rispettivi destini. I dannati – senza distinzione di rango e di condizione – sono fatti prigionieri dai diavoli, legati con serpentelli e condotti nelle fauci aperte del Leviatano infernale. I beati sono invece accompagnati dagli angeli al cospetto di Dio. Nella prima fila dei beati compaiono le gerarchie ecclesiali (papi, cardinali, vescovi e religiosi). Se ci trasferiamo nel regno dei cieli, vediamo al centro il Cristo seduto su un trono all’interno di una mandorla fiammeggiante che giudica l’umanità, mostrando le piaghe delle mani, dei piedi e del costato. Gli fanno corona gli apostoli, preceduti da Pietro (con le chiavi), i cori degli angeli e i due intercessori, la madre Maria e il precursore Giovanni.

I dannati

I dannati

La parte inferiore dell’affresco descrive la scena del Giudizio universale secondo la visione notturna che ne ebbe il profeta Daniele. Un versetto esplicativo della Prophetia Danielis è trascritto nel margine inferiore dell’affresco, nel latino della Vulgata: Aspiciebam, 
donec throni posti sunt, 
et Antiquus dierum sedit. 
Vestimentum eius quasi nix candidum,
 et capilli capitis eius quasi lana munda; 
thronus eius flammae ignis,
 rotae eius ignis accensus. 
Fluvius igneus effluebat et egrediebatur a facie eius;
 milia milium ministrabant ei,
 et decies milies centena milia assistebant ei: 
iudicium sedit, 
et libri aperti sunt. Il libro profetico narra al capitolo 7 che nel primo anno di Baldassàr, re di Babilonia, Daniele, mentre era a letto, ebbe un sogno e visioni nella sua mente. Egli vede i quattro venti abbattersi sul mare, e dal mare salire le quattro grandi bestie. Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti.

I beati nella visione di Daniele

I beati nella visione di Daniele

La visione notturna di Daniele prosegue con la discesa dalle nubi del Figlio dell’uomo, cui viene dato il potere su tutti gli uomini e il cui regno non sarà mai distrutto. Di fronte all’agitazione e al turbamento di Daniele viene fornita la spiegazione dell’allegoria della Bestia e del Giudizio universale: “Si terrà poi il giudizio e gli sarà tolto il potere, quindi verrà sterminato e distrutto completamente. Allora il regno, il potere e la grandezza dei regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e gli obbediranno“.

I dannati nella visione di Daniele

I dannati nella visione di Daniele

La traversata di Siena sulla via Francigena

Sulla via Francigena senese

Sulla via Francigena senese

La traversata di Siena è uno dei più bei trekking urbani d’Italia. Ieri i pellegrini diretti a Roma che percorrevano la Via Camollìa, i Banchi di Sopra e i Banchi di Sotto, trovavano tutti i servizi necessari: le chiese e gli oratori, le botteghe, gli artigiani, i banchi di cambiavalute, le taverne, le scuderie e gli spedali. Oggi il centro storico di Siena è salvaguardato dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità con la motivazione che la struttura della città e il suo sviluppo, ininterrotto per secoli e guidato da un’unità di disegno che è stata preservata, ha reso Siena uno degli esempi eccellenti di città medievale e rinascimentale italiana. I neo-pellegrini che camminano lungo la via Francigena – coincidente con la Via Cassia – hanno l’opportunità straordinaria di affrontare i saliscendi senesi incontrando monumenti e tesori d’arte di fama mondiale e affacciandosi sui panorami dei colli toscani immortalati dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti.

Il Palazzo dei Diavoli

Il palazzo dei Diavoli e la cappella degli Angeli

Il palazzo dei Diavoli e la cappella degli Angeli

Si entra a Siena percorrendo la via di Marciano sulla corsia riservata ai pellegrini. Alla confluenza con la Via Fiorentina sorge il palazzo dei Diavoli (palazzo Turchi, poi Bonsignori), dominato da una caratteristica torretta e fiancheggiato dall’Oratorio di Santa Maria degli Angeli.

L’Antiporto

La porta affrescata dell'Antiporto

La porta affrescata dell’Antiporto

Si percorre ora tutto il viale Cavour fino all’Antiporto, che costituiva la difesa avanzata a protezione della città verso settentrione. La porta esterna è decorata da affreschi cinquecenteschi. A sinistra è il percorso di risalita automatizzata dalla stazione ferroviaria.

La colonna commemorativa

La colonna commemorativa

La colonna commemorativa

Dopo l’Antiporto il percorso prosegue sul viale Vittorio Emanuele. Tra le aiuole sulla destra è una snella colonna commemorativa dell’incontro avvenuto nel 1452 tra l’imperatore Federico III ed Eleonora di Portogallo alla presenza del vescovo Enea Silvio Piccolomini.

La porta Camollìa

La porta Camollìa

La porta Camollìa

Dopo la cappella del Santo Sepolcro si varca la porta Camollìa, aperta nella sezione settentrionale delle mura senesi. Sul fronte esterno, nel giro dell’arco, compare il saluto della città ai pellegrini francigeni: Cor magis tibi Sena pandit (Siena ti apre il suo cuore più largo di questa porta).

La chiesa di San Pietro

La chiesa di San Pietro alla Magione

La chiesa di San Pietro alla Magione

Inizia ora con la via Camollìa il percorso urbano nella città storica. Di fronte alla casa dell’architetto e pittore senese Baldassarre Peruzzi è la chiesa romanica di San Pietro alla Magione, così chiamata perché era dotata di un ospizio per i pellegrini. Fu gestita prima dai Templari e poi dai Gerosolimitani e dall’Ordine di Malta.

La chiesa di Sant’Andrea

L'incoronazione di Maria (Giovanni di Paolo)

L’incoronazione di Maria (Giovanni di Paolo)

Più avanti, su via Montanini, preceduta da due rampe di scale, è la chiesa di Sant’Andrea apostolo, sorta nel Mille, con battistero, cimitero e annesso ospizio per i pellegrini. Sull’altare maggiore è una tavola a fondo oro di Giovanni di Paolo.

Il palazzo Salimbeni

La piazza Salimbeni

La piazza Salimbeni

Superata la chiesa di Santa Maria delle Nevi si entra nei Banchi di Sopra per fermarsi subito nella piazza Salimbeni. I Salimbeni erano un’antica famiglia di banchieri e mercanti e il loro palazzo è oggi la sede del Monte dei Paschi. Al centro della piazza sorge la statua di Sallustio Bandini, economista settecentesco e inventore della cambiale.

La piazza Tolomei

Il palazzo Tolomei

Il palazzo Tolomei

La piazza Tolomei è dedicata all’altra storica famiglia di banchieri e mercanti dei Tolomei. Il loro palazzo duecentesco, la più antica residenza privata di Siena, è preceduto dalla colonna della lupa senese che allatta i gemelli Seno e Aschio. Fronteggia il palazzo la chiesa di San Cristoforo.

La loggia della Mercanzia

La loggia dei mercanti

La loggia dei mercanti

Giunti alla Croce del Travaglio incontriamo il quattrocentesco palazzo della Mercanzia. La loggia ha tre arcate su pilastri con le statue di San Pietro e San Paolo e dei santi protettori senesi Savino, Ansano e Vittore.

Il Duomo di Siena

La salita al colle della Sapienza (intarsio del pavimento del Duomo)

La salita al colle della Sapienza (intarsio del pavimento del Duomo)

Imbocchiamo ora l’antica Via dei Pellegrini che risale il colle in direzione del complesso del Duomo. Nella sua zona posteriore si visitano il Battistero e la Cripta. Risaliti sulla piazza, si ammira la facciata del Duomo e se ne visitano gli interni con il pavimento intarsiato, la Biblioteca Piccolomini affrescata da Pinturicchio, il pulpito di Nicola e Giovanni Pisano, le opere di Donatello, Bernini, Vecchietta, Beccafumi e degli altri maggiori artisti dell’epoca. Il Museo dell’Opera accoglie la vetrata circolare della Vergine, il tondo di Donatello e la Maestà di Duccio da Boninsegna.

Il Pellegrinaio

L'Ospedale di Santa Maria della Scala

L’Ospedale di Santa Maria della Scala

Di fronte al Duomo si visita l’Ospedale di Santa Maria della Scala, uno dei più antichi d’Europa, sorto lungo la via Francigena per dare assistenza ai pellegrini che andavano a Roma. Il ciclo pittorico della Sala del Pellegrinaio racconta la vita dell’Ospedale che si occupava di fornire le cure mediche, di accogliere i pellegrini e rifocillarli e di fornire ospitalità e istruzione ai bambini abbandonati. La visita è assistita dal simpatico tutorial di un pellegrino virtuale.

La piazza del Campo

La Fonte Gaia

La Fonte Gaia

Si scende ora alla Piazza del Campo, cuore della città e sede della corsa del Palio. La Fonte Gaia, di origine trecentesca, è ornata da rilievi, copie dei marmi trecenteschi di Jacopo della Quercia. Si visita il Museo civico nelle sale del palazzo Pubblico per ammirare le opere di Simone Martini e il Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti. La faticosa salita della Torre del Mangia offre uno spettacolare panorama della città e del territorio.

L’Università degli studi

L'Università di Siena

L’Università di Siena

Lasciata la piazza del Campo, il percorso della Francigena continua sull’asse di via del Porrione o su quello dei Banchi di Sotto. Qui si trova il palazzo del Rettorato dell’Università degli studi. Gli otto secoli di storia fanno dell’ateneo di Siena uno dei più antichi d’Italia. Il Rettorato ospita il percorso storico museale che riunisce, nelle sue sei sale, opere d’arte e oggetti che rappresentano la memoria storica dell’istituzione.

La porta Romana

La Porta Romana

La Porta Romana

Si scende su Via Roma, sfiorando chiese e palazzi, sedi scolastiche e universitarie, la Società di Esecutori di Pie Disposizioni e, da ultimo, l’Ospedale San Niccolò. Al termine è la porta Romana, che chiude le mura di Siena a mezzogiorno ed è munita di merli e antemurale. Qui la Via Francigena (o la via Cassia) inizia il percorso extra-urbano.

La Certosa di Maggiano

L'ingresso della Certosa di Maggiano

L’ingresso della Certosa di Maggiano

Usciti dalla porta Romana, si scende immediatamente a sinistra la ripida stradina gradinata che traversa una strada regionale e prosegue con il nome di Via della Certosa. La si segue lungamente, godendosi i bei panorami sulla città – fino a raggiungere il complesso della Certosa di Maggiano, la prima costruita in Toscana, seguita poi da quella di Pontignano. Oggi il monastero è trasformato in un albergo di lusso. Dopo la Certosa, la Via Francigena prosegue in direzione del Val d’Arbia.

(Il percorso è stato effettuato il 29 marzo 2016)

Petrella Tifernina. Il bestiario di San Giorgio

La prima emozione molisana che Petrella Tifernina ci regala in una nitida giornata primaverile è il ‘campo lungo’ sulla valle del Biferno. Dalla sua terrazza a 650 metri di quota lo sguardo corre sui colli percorsi dal tratturo di Lucito e si allarga a sinistra seguendo il solco del fiume e il nastro della superstrada fino alle sorgenti di Bojano ai piedi delle cime ancora innevate del Matese.

La valle del Biferno

La valle del Biferno

Ancora qualche passo nelle strette stradine del borgo ed eccoci di nuovo a trasalire per l’emozione di fronte alle absidi della chiesa di san Giorgio. Ne seguiamo il fianco per giungere sulla piazzetta su cui si spalanca la facciata illuminata dal sole. Sì, è certamente una delle più belle chiese del Molise. Ma dopo il colpo d’occhio sull’insieme, quando ci accingiamo a decifrare i rilievi dei portali e a interpretare il bestiario scolpito, di colpo le cose si fanno difficili. Siamo a naso all’insù sotto queste immagini fantastiche come di fronte a un trattato di enigmistica. Ci arrovelliamo sui simboli, le metafore, le allegorie. Per fortuna nel vicino negozio una tabaccaia, soccorrevole e complice, ci svela le chiavi di soluzione fornendoci due bei volumi dai titoli accattivanti: “Le pietre parlanti” e “Medioevo in Molise”. E grazie a questo ‘aiutino’ gli enigmi cominciano a sciogliersi.

San Giorgio e il drago

San Giorgio combatte il drago

San Giorgio combatte il drago

Sulla facciata è scolpito San Giorgio, ritratto a cavallo, mentre con la destra infila la sua lancia nelle fauci del drago, un serpentone senza zampe e con il collo squamoso. La Legenda Aurea di Jacopo da Varazze narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno dove si nascondeva un drago che uccideva con il fiato quante persone incontrava. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte. Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli, dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno. Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra. Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”. Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi.

Giona e l’Agnus Dei

La lunetta del portale centrale

La lunetta del portale centrale

La lunetta del portale centrale racconta nella sua parte alta la storia di Giona, prima ingoiato dalla pistrice marina e poi rigettato dopo tre giorni. La vicenda del profeta Giona è narrata in uno dei libri della Bibbia. Dio manda Giona a predicare la penitenza e la conversione nella città di Ninive. Il profeta parte malvolentieri e fugge via mare. Dio scatena allora una burrasca marina: i marinai, saputo che causa del comune pericolo è Giona, lo prendono e lo gettano in mare. Un enorme pesce lo inghiotte: Giona si pente, prega e Dio fa rigettare Giona, dopo tre giorni, a riva. Allora Giona esegue l’ordine di Dio: va a Ninive, prega e tutti gli abitanti con a capo il re si convertono e Dio risparmia alla città il castigo minacciato. Nella simbologia biblica la permanenza di Giona nel ventre della balena è divenuta figura del sepolcro di Gesù e, di conseguenza, della sua morte e resurrezione: «come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra» (Matteo 12). La parte bassa della lunetta mostra un agnello con la croce contrapposto a un serpente morente. L’agnello crucigero è un tradizionale simbolo di Gesù, mentre il biblico serpente tentatore è il simbolo del male. La doppia immagine rimanda quindi all’apocalittico trionfo dell’Agnello su Satana, il serpente antico, e alla vittoria del bene sul male. La scritta incisa sulla lunetta, parzialmente illeggibile, porta il nome dello scultore Alferid e la dedicazione della chiesa a Dio e San Giorgio (ad onorem dei et beati georgi martiris ego alferid…).

Gli animali selvatici

La lunetta del fianco sinistro

La lunetta del fianco sinistro

La lunetta del portale sul fianco sinistro della chiesa propone l’immagine di cinque animali selvatici. Si riconosce un uccello con becco e zampe da rapace, probabilmente un’aquila. Una bestia feroce apre le fauci di fronte a una spaventatissima femmina di un capriolo che tuttavia non fugge. In basso si fronteggiano due leoni, dotati di criniera e strane code, intenti a leccare con le lingue penzoloni.

Gli animali domestici

La lunetta del portale sul fianco destro

La lunetta del portale sul fianco destro

La lunetta del portale sul fianco destro della chiesa, sulla strada, contiene immagini familiari di animali comuni. Si riconoscono un gallo, due lepri e tre pesci che fanno corona all’agnello cristologico.

Il significato delle tre lunette

La chiesa di San Giorgio

La chiesa di San Giorgio

Il messaggio che le tre lunette vorrebbero trasmettere potrebbe sintetizzarsi così. Le due lunette laterali sono visioni paradisiache, ispirate al vecchio e al nuovo testamento. Nella prima, secondo la Genesi, gli animali selvatici vivono in pace nel paradiso terrestre dopo la creazione divina. Nella seconda è descritta la ricapitolazione in Cristo di tutte le creature (gli uccelli del cielo, gli animali sulla terra e i pesci nel mare). La lunetta centrale esprime il messaggio centrale della fede cristiana: la morte e la risurrezione di Gesù significano la vittoria definitiva della vita sulla morte e del bene sul male.

Le altre immagini

Il peccato originale di Adamo ed Eva

Il peccato originale di Adamo ed Eva

San Giorgio uccide il drago e salva la fanciulla

San Giorgio uccide il drago e salva la fanciulla

Il capitello degli acrobati

Il capitello degli acrobati

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La danza dei cervi

La danza dei cervi

I due pavoni, legati da un nastro, bevono allo stesso cantaro

I due pavoni, legati da un nastro, bevono allo stesso cantaro