Gravedona. I vizi, le virtù e le opere di carità

Gravedona, nell’alto Lario, corona un piccolo golfo che fronteggia la penisola di Piona. Semplicemente incantevole è la posizione del complesso di Santa Maria del Tiglio. Sulla riva del lago spiccano in un colpo d’occhio magnifico l’architettura romanico-lombarda della chiesa, le fasce di colore bianco e scuro dell’esterno di pietra, il campanile ottagonale, le absidi semicircolari. All’interno, la navata unica è semplice e grandiosa nelle sue linee originarie.

Il Giudizio universale di Gravedona

Il Giudizio universale di Gravedona

La nostra attenzione va a concentrarsi sul Giudizio universale trecentesco dipinto sulla parete accanto all’ingresso. Il soggetto è trattato con una certa originalità, rispetto alla media delle raffigurazioni analoghe. Sono particolarmente sottolineate la funzione catechetica dell’affresco e la sua capacità di orientare i comportamenti concreti dei fedeli. La sottolineatura è soprattutto evidente in due sezioni dell’affresco: la separazione dei buoni dai cattivi, che viene motivata dalla pratica delle opere di carità, come indicato dalle parole di Gesù registrate nel Vangelo di Matteo; la proposta di sette comportamenti virtuosi contrapposti ad altrettanti vizi capitali.

Il Cristo giudice

Il Cristo giudice

Ma andiamo con ordine. Il registro superiore dell’affresco (peraltro piuttosto rovinato) contiene l’abituale immagine del Cristo giudice, seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza, all’interno della mandorla iridata; intorno a lui si muovono i cori angelici, gli angeli ostensori degli strumenti della passione, gli angeli tubicini e i due intercessori che guidano le schiere dei santi del Paradiso. Un inserimento importante è la presenza del sole e della luna, gli astri che si spengono nel giorno del giudizio per segnare la fine del tempo ordinario e l’inizio dell’eternità.

I giusti

I giusti

Il secondo registro contiene una lunga scena della risurrezione dei morti. Al suono delle trombe del giudizio i defunti si risvegliano, scoperchiano i loro sarcofaghi, escono allo scoperto e attendono in preghiera la sentenza individuale del giudice.

I dannati

I dannati

I risorti sono poi raccolti in due gruppi contrapposti: i beati e i dannati. Il terzo registro descrive con ricchezza di particolari e di cartigli esplicativi le due categorie contrapposte, e le motivazioni che hanno portato rispettivamente alla salvezza e alla dannazione. Il testo centrale richiama il capitolo 25 del Vangelo di Matteo: «Il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna”». La pratica o il rifiuto delle opere di carità sono descritte in piccoli exempla.

Le virtù e la Gerusalemme celeste

Le virtù e la Gerusalemme celeste

L’intero registro successivo è dedicato alla catechesi delle virtù e dei vizi. Al buon cristiano è proposto l’invito a ben vivere e a conformarsi agli esempi positivi delle virtù. Al contrario, con geniale soluzione iconografica, sono gli stessi vizi ad ammonire vigorosamente il cristiano di allontanarsi dal male e di evitare il rischio dell’inferno e delle sue punizioni. Il registro di sinistra è dedicato alle sette virtù: sette donne a mezzo busto, con la corona sul capo, si affacciano da finestre e oculi, stendono un lenzuolo con una scritta didattica e propongono un modo di vivere basato sull’Astinenza, sulla Pazienza, sulla Generosità (Largitas), sulla Castità. Il registro di destra è dedicato ai sette vizi capitali: altrettante malefemmine rivolgono un dito ammonitore al visitatore, indicandogli contemporaneamente con l’altro dito l’Inferno sottostante e il rischio di finire tra i dannati. La Gola non riesce nemmeno in questo momento a rinunciare al suo goloso coscio di pollo arrosto. La seguono l’Ira, l’Avarizia, la Lussuria. La successione delle virtù e dei vizi non è casuale ma segue lo schema delle diadi contrapposte: Gola/Astinenza, Ira/Pazienza, Avarizia/Generosità, Lussuria/Castità. La pratica delle virtù è premiata con il Paradiso. E così i buoni cristiani sono portati dagli angeli alla porta del Paradiso e introdotti nella città gloriosa dei beati. Qui a Gravedona il Paradiso è raffigurato nella forma urbana del borgo e richiama direttamente la città apocalittica della Gerusalemme celeste. I beati si aggirano tra le piazze e i campanili, tra i palazzi e le chiese; si affacciano da loggiati e da finestre ad arco; vivono in un quartiere urbano protetto da una cinta di mura merlate, segnato dalla presenza di torri e cupole; ascoltano il concerto delle campane che suonano a distesa e la voce gloriosa dell’Apocalisse: Udii allora una voce potente che usciva dal trono: Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

I vizi capitali e l'inferno

I vizi capitali e l’inferno

La consuetudine con il vizio comporta un destino di perdizione. Se le virtù sono direttamente collegate col premio del Paradiso, al contrario i vizi aprono le porte dell’Inferno. L’Inferno di Gravedona (o almeno quel che ne resta) è una replica oltremondana dei peccati capitali: vediamo così una prateria con radi cespugli all’ingresso della città di Dite dove un dannato è ancora rivestito delle armi, una coppia nuda è impegnata in un alterco, un goloso è punito con l’alimentazione forzata, un’altra figura è atterrata.

(Visita sul sito la sezione dedicata alle visioni dell’aldilà: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html)

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