Molise. Santa Maria della Strada

Basta guardare questa chiesa per restare affascinati dal Molise. Sorge in splendida solitudine su un colle in agro di Matrice.

Santa Maria della Strada in agro di Matrice

Santa Maria della Strada in agro di Matrice

La circonda una ragnatela di moderne vie di comunicazione, una rete intessuta di strade e binari che scendono da Campobasso. Ma questi moderni percorsi si sovrappongono oggi a quelli più antichi, ai due regi tratturi Celano-Foggia e Castel di Sangro-Lucera, al ‘braccio’ tratturale Cortile-Centocelle, alle vie di pellegrinaggio dirette all’Angelo del Gargano e a San Nicola di Myra.

La Madonna Odigitria

La Madonna Odigitria

Davvero quella definizione di Madonna “della Strada” appare felice e appropriata. È la Madonna Odigitria quella statua collocata nella nicchia dell’altare, la Madonna che indica il figlio in braccio e che ci conduce sul giusto cammino, venerata nella vicina Puglia e nell’Italia bizantina.

L'abside esterna

L’abside esterna

La chiesa rappresenta uno dei migliori esempi di architettura romanica del sud-Italia ed è stata eretta a monumento nazionale nel 1889. Ma al di là della forma architettonica è soprattutto la decorazione scolpita esterna che attrae l’occhio e la mente del fedele o del turista. Una decorazione che compone un quadro biblico di sintesi della storia della salvezza in prospettiva escatologica.

La facciata

La facciata

Proponiamo una lettura dei temi scolpiti in facciata utilizzando come fonte gli studi penetranti di Francesco Gandolfo e Franco Valente.

La condizione umana dopo il peccato originale

La condizione umana dopo il peccato originale

La condizione umana sotto il peccato originale. L’uomo è condannato a lavorare dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre.

La morte di Assalonne

La morte di Assalonne

Le figure del male. Joab insegue e uccide Assalonne, figlio di re David, vittima dei suoi lunghi capelli impigliati nel ramo di un terebinto.

La storia di Giona

La storia di Giona

La morte e l’inferno. Due lunghi serpenti ingoiano due creature defunte. La scena è replicata nell’arco, dove due pistrici ingoiano altrettanti uomini. Possibile il richiamo alla storia del profeta Giona, inghiottito dal mostro marino e dopo tre giorni risputato sulla spiaggia. La vicenda di Giona rimanda alla morte e alla risurrezione di Gesù.

L'uccisione di Abele e l'Angelo del giudizio

L’uccisione di Abele e l’Angelo del giudizio

L’Angelo. Figura dai molteplici significati. L’Arcangelo del Gargano sovrapposto al toro della visione garganica. L’Angelo-Cristo del’Apocalisse, con la mano giudicante, che scende sulla terra per iniziare il giudizio universale: “E vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: “Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio” (Ap. 7,2-3).

Il cavaliere verace

Il cavaliere verace

Il cavaliere a cavallo è la rappresentazione del cavaliere Fedele e Veritiero dell’Apocalisse. Il cavallo bianco viene assalito dal leone che è la sintesi delle forze inviate dal falso profeta. Il cavaliere brandisce la spada e si prepara a trafiggere il leone. La conclusione è la morte della Bestia e del Falso Profeta che finiscono insieme sotto terra. “Poi vidi il cielo aperto, ed ecco un cavallo bianco; colui che lo cavalcava si chiamava Fedele e Veritiero: egli giudica e combatte con giustizia. Dalla bocca gli esce una spada affilata, per colpire con essa le nazioni. La bestia fu catturata e con essa il falso profeta. Ambedue furono gettati vivi nello stagno di fuoco, ardente di zolfo” (Ap 19).

La Gerusalemme celeste

La Gerusalemme celeste

La donna raffigurata al vertice del protiro, abbigliata con l’abito da sposa, appoggiata al cavallo bianco, con il diaspro cristallino al collo e i capelli che formano un fiume con dodici anse e dodici alberi, simbolizza la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E mi mostrò poi un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22, 1-2).

11 - L'occhio di Dio

Il rosone. L’oculus è l’occhio di Dio, dal quale promana la luce che illumina la città celeste dalle dodici porte. I dodici fori sono le perle delle porte della città, fiancheggiate dalle colonne. Spenti gli astri luminosi del cielo è ormai solo la luce divina che illumina la piazza dorata della città santa, “cinta da grandi e alte mura con dodici porte”, le cui mura “poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello”. “Le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente” (Ap 21).

 

(La visita è stata effettuata il 31 marzo 2016)

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Abruzzo. Il Tratturo di Collarmele

Collarmele

Collarmele

Il tratturo Celano-Foggia, dopo aver calcato le rive dell’antico Lago Fucino, inizia la lenta risalita che lo porterà a valicare Forca Caruso, a 1100 metri di quota. Qui lascerà definitivamente la Marsica Fucense per traversare la valle Subequana e scendere nella conca Peligna. La transumanza sul tratturo è in realtà una memoria del passato; oggi gli allevamenti sono stanziali e al massimo si pratica la transumanza verticale tra il piano e il monte.

Gregge in riposo

Gregge in riposo

Gli allevatori di ovini che incontriamo sul percorso superano in cinque minuti la diffidenza verso l’escursionista e diventano un pentolone ribollente di lamenti, recriminazioni, rimpianti, invettive. Ne hanno per tutti: l’insensibilità dei politici, l’eccesso di controlli con le relative multe e sanzioni, il prezzo ridicolo della carne e della lana, il costo della tosatura, i controlli sanitari dei veterinari, la burocrazia delle ristrutturazioni, i furti di pecore e i danni di lupi e orsi. Eppure. Eppure nel 2016 si è celebrato a L’Aquila il primo “Pecora Day”. Sembra che si sia invertita la tendenza: dopo decenni le pecore tornano ad aumentare in Italia; si può contare su un patrimonio di 7,2 milioni di capi, quasi 200 mila in più rispetto a cinque anni fa secondo le ultime stime della Commissione europea.

Manifestazione promozionale

Manifestazione promozionale

Le pecore, dopo essere state a lungo dimenticate, stanno vivendo un momento di riscossa. Si segnalano uno storico aumento delle greggi, l’arrivo di giovani pastori, la scelta dell’innovazione, la domanda crescente di formaggi di qualità, nuovi marchi e politiche di marketing. E – si parva licet – anche sui tratturi si è ridestato un po’ d’interesse.

La passeggiata sul tratturo di Collarmele

La facile passeggiata che proponiamo ha inizio al parcheggio della Taverna di Cerchio, storica ‘stazione di servizio’ dei transumanti e, ancora oggi, frequentatissimo punto di sosta per camionisti, agricoltori, agenti e rappresentanti, pendolari e viaggiatori.

La Taverna di Cerchio

La Taverna di Cerchio

Siamo al km 130 della ex statale n. 5 “Tiburtina-Valeria”, al bivio d’inizio della strada statale n. 83 “Marsicana” per Pescina e Pescasseroli, nei pressi della stazione d’uscita “Aielli-Celano” dell’autostrada dei parchi. I moderni edifici degli esercizi commerciali si alternano alle vetuste architetture dell’edilizia rurale, marcando la continuità storica dell’antica taverna. Tra il bivio di Cerchio e la Tiburtina è ben visibile una strada bianca: è il tratturo che proviene da Celano e che prosegue verso Collarmele. Lo imbocchiamo in direzione nord-est, immergendoci immediatamente in un ambiente solitario e bucolico.

Il nastro erboso del tratturo

Il nastro erboso del tratturo

Il nastro del tratturo è visibilissimo, in leggera pendenza sul fianco del pendio, definito da una cornice continua di siepi alberate. La sterrata centrale passa sotto il viadotto dell’autostrada, affianca un tratto della Tiburtina e risale verso Collarmele, varcando anche un sottopasso della linea ferroviaria Avezzano-Sulmona. Una breve deviazione sulla sinistra conduce alla Fonte Nuova, storico fontanile in uso alle greggi transumanti.

La Fonte Nuova di Collarmele

La Fonte Nuova di Collarmele

Ripresa la salita si raggiungono le prime case di Collarmele. Si traversa il paese sul Viale Tratturo, al margine settentrionale del paese, oppure direttamente sulla centrale Via Tiburtina.

Collarmele

Per la visita di Collarmele vorrei suggerire tre motivi d’interesse legati agli eventi dell’ultimo secolo. Il primo è il terremoto del 1915 che distrusse il paese e tutti gli altri borghi del Fucino.

La Piazza 13 gennaio 1915

La Piazza 13 gennaio 1915

L’edilizia del paese risale tutta alla ricostruzione post-sisma e mostra le caratteristiche case basse a due piani distribuite nel reticolo delle strade che si diramano dal decumano della Tiburtina e dal cardo della Stazione ferroviaria. In occasione del centenario del terremoto della Marsica è stata inaugurata la piazza 13 gennaio 1915 con un suggestivo allestimento che comprende una porta in rovina, una scultura di Diego Sandro Mostacci e una grande foto d’epoca.

"La speranza in grembo" (scultura di Diego Sandro Mostacci)

“La speranza in grembo” (scultura di Diego Sandro Mostacci)

Il secondo è la riforma agraria del 1951 che espropriò ai Torlonia le terre prosciugate e le distribuì ai coltivatori. Delle opere della Riforma realizzate su iniziativa dell’Ente Fucino, Collarmele conserva l’interessante edificio della scuola dell’infanzia, progettato dall’urbanista Marcello Vittorini.

L'edificio scolastico progettato da Marcello Vittorini

L’edificio scolastico progettato da Marcello Vittorini

Il terzo motivo è legato all’ultimo terremoto del 2009 che ha gravemente danneggiato la città dell’Aquila. Anche Collarmele ha riportato danni, esemplati dalle impalcature che sostengono l’abside della chiesa delle Grazie. Nella parte alta del paese sono state costruite alcune casette utilizzate dalle famiglie rimaste senzatetto.

Le casette post-sisma del 2009

Le casette post-sisma del 2009

Di fronte alla chiesa, con i fondi raccolti grazie alla solidarietà del gruppo Montepaschi, è stato allestito il Parco Tratturo, punto di ritrovo per il paese.

La Chiesa della Madonna delle Grazie

La chiesa della Madonna delle Grazie è situata al margine del paese, lungo il Regio tratturo, e ha funzionato storicamente un punto di sosta apprezzato dai pastori transumanti. Caratteristica la facciata cinquecentesca con le pregevoli maioliche policrome che ne rivestono la parte superiore e che fanno corona alle statue di San Pietro e San Paolo.

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

La chiesa di Santa Maria delle Grazie

Sul tratturo

Dalla chiesa, lasciando a sinistra la Tiburtina, si segue ora la strada bianca del tratturo (frecce rosse con la sigla RT) che compie un ampio semicerchio alla base dei colli che ospitano una pineta e un impianto di pannelli solari. Dopo 2 km, a un incrocio di sterrate, dove ci si riaccosta alla ferrovia e all’autostrada, il tratturo devia a sinistra e s’infila in un valloncello che risale il colle di Maggiano, segnato dalla presenza di una cava, e prosegue sul Piano di san Nicola. Se si vuole mantenere il carattere di passeggiata, possiamo fermarci a questo bivio e tornare a Collarmele e alla Taverna di Cerchio: avremo impiegato fin qui un’ora e un quarto, che si raddoppiano con il ritorno. Si può anche prolungare la passeggiata, evitando di risalire il vallone, sulla sterrata che continua parallela all’autostrada e alla ferrovia e che raggiunge alcune aziende agricole e di allevamento o, ancora più in là, la stazione ferroviaria di Pescina.

Fioritura sul tratturo

Fioritura sul tratturo

Per approfondire

Segnalo tre pubblicazioni specifiche sul tratturo marsicano. Giancarlo Sociali ha scritto un volume dal titolo Il tratturo delle fate – Storia della pastorizia e della transumanza nella Marsica – Il Regio tratturo Celano-Foggia (Ianieri editore, 2013), articolato su quaranta brevi capitoli ricchi di notizie, curiosità e note storiche. Un’ottima guida dal titolo Regio Tratturo Celano-Foggia – Il trekking – 12 giorni sulle antiche tracce dei pastori, è il frutto della ricognizione sul campo effettuata da Sarah Gregg e Bruno Petriccione, pubblicata in un maneggevole volume (Edizioni Ser, 2013). Il lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura dei tre antichi tratturi dell’Aquilano (Tratturo Magno, Cinturelli-Montesecco, Celano-Foggia) è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo; i frutti sono documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it) e pubblicati nel volumetto, corredato di cartografia, dal titolo Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente (Terre di Mezzo editore, 2015).

Le guide

Le guide

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

(La ricognizione del percorso è stata effettuata il 6 giugno 2016)

 

Il borgo di Ceri

Ceri è un pittoresco borgo medievale cinto da mura merlate costruito su uno spuntone di roccia. Siamo nel Lazio, non lontani da Cerveteri, in terra etrusca. Ennio Flaiano vi giunge in gita da Fregene il 6 settembre 1957. E descrive l’impatto con Ceri in poche rapidissime pennellate. Si gira al 32 km dell’Aurelia al Fosso della Statua. Rovine di un castello del XII secolo. Nessun cartello indicatore. Bella pineta con due colonne – Alessandro Torlonia, anno 1855 – Strada pessima che si inoltra per 6 chilometri – sino agli acrocori di tufo. Altra pineta, un casale, poi Ceri. Vista stupefacente. Vecchia stampa o illustrazione dell’Orlando Furioso. Paese chiuso in una cinta merlata. Su uno spuntone di tufo – Palazzo dei Torlonia in rovina – Piazzetta, a cui si arriva per una strada scavata nel tufo. Osteria, alimentari, macelleria. Chiesa restaurata. Statua della Madonna in ghisa nella piazza. Pane appena sfornato. Padrona del negozio che invita a entrare e a sedersi. Niente luce elettrica. Casa acquistata per 400 mila lire, 15 vani. Prete in motoretta, molto giovane, che va a prendersi l’acqua alla fonte. È certo un luogo da non mancare per chi ama l’Italia “borghigiana” dei piccoli centri.

La Rocca di Ceri

La Rocca di Ceri

Il castello (palazzo Torlonia)

Le mura di Ceri

Le mura di Ceri

Etimologicamente la parola ‘borgo’ – termine presente peraltro in tutte le moderne lingue occidentali – indica un abitato sorto intorno a un castello. Anche Ceri ha la stessa genesi: un grumo di case e una chiesa intorno a un castello. Costruita dagli Orsini da Anguillara, la Rocca di Ceri passò più volte di mano tra le casate nobili dei Borromeo, dei Serra, degli Odescalchi. Nel 1833 arrivano i Torlonia. Come ci appare oggi il castello di Ceri è in gran parte l’esito dei radicali lavori di trasformazione effettuati da Don Alessandro Torlonia: il borgo e l’antico palazzo vennero radicalmente rimaneggiati; molte case demolite per creare la grande piazza al centro del borgo e per dare spazio al nuovo giardino annesso al Palazzo; fu costruita la nuova cinta muraria merlata, insieme con i magazzini e gli alloggi. Nel rinnovato borgo trovarono alloggio i dipendenti del Principe: il fattore, l’amministratore, il casaro, il fagocchio. La grande lapide che sovrasta la porta d’accesso al borgo ricorda le vicende del borgo e l’opera di Alexander Torlonia Princeps.

La porta d'ingresso al borgo

La porta d’ingresso al borgo

Le storie dell’antico testamento

La chiesa parrocchiale, dedicata all’Immacolata Concezione, esibisce un bel ciclo di affreschi del dodicesimo secolo che illustra episodi dell’antico testamento, dalla creazione del mondo al passaggio del mar Rosso.

Abramo e Isacco. Il passaggio del Mar Rosso

Abramo e Isacco. Il passaggio del Mar Rosso

Colpisce che in un luogo minuscolo e marginale come Ceri si trovi un ciclo di affreschi di altissima qualità, simile a quelli di san Clemente a Roma. Vediamo raccontati come nelle tavole di un fumetto i libri biblici della Genesi e dell’Esodo: le storie dell’inizio del mondo (la creazione, Adamo ed Eva, il peccato originale, la cacciata dal paradiso, Caino e Abele), i patriarchi (l’arca di Noè, la vicenda di Abramo, Isacco e Giacobbe, Giuseppe venduto dai fratelli e tentato dalla moglie di Putifar) e la vicenda di Mosè (L’Oreb, il Faraone, le piaghe d’Egitto, la traversata del Mar Rosso). Il restauro ne ha anche eliminato le velature ed esaltato i colori.

L'arca di Noè

L’arca di Noè

Il giudizio finale

C’era una volta anche il giudizio finale, affrescato sulla parete di fondo della chiesa. Ma un solo brandello, un’esigua striscia quadripartita, è scampata alle vicende della storia, alle offese dei Borgia e ai crolli.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

In alto s’individuano tre angeli, probabili accompagnatori del Cristo giudice. La seconda fascia mostra due apostoli seduti sui troni del tribunale celeste. La terza fascia mostra scene delle opere di misericordia, secondo la formula matteana del giudizio universale, con un richiamo evidente alla tavola vaticana di Giovanni e Nicolò. Il buon cristiano riveste con una tunica bianca un miserabile completamente nudo. Altri bisognosi sono nutriti e dissetati. Nell’ultima scena in basso s’individua la Gerusalemme celeste, con le mura tempestate di gemme. All’ombra di una torre sono i beati del paradiso: due donne e un uomo nimbati che indossano abiti sontuosi.

La Gerusalemme celeste

La Gerusalemme celeste

Il paesaggio

Il Piano territoriale paesistico della Regione Lazio definisce Ceri e la Valle Sanguinara “un insieme di alto valore paesaggistico”. Il piccolo caratteristico borgo medioevale è posto su un acrocoro sorgente dalla valle ed è dominato dalla monumentale rocca degli Anguillara. Con le vicine folte alberature forma tutto un complesso di cose immobili aventi un eccezionale valore estetico e tradizionale. Tale complesso, inoltre, colle caratteristiche piccole alture che lo circondano, ricoperte di verde, con la sottostante valle boscosa del Sanguinara costituisce un panorama e un paesaggio di singolare bellezza con pittoreschi quadri naturali e con punti pubblici di visuale che permettono di godere tale paesaggio e di altre zone circostanti. Nella località, infine, si trova la bella pineta del Prociglio, che forma una suggestiva nota paesistica, inquadrata nella circostante campagna.

Il borgo di Ceri

Il borgo di Ceri

Gargano. Le grotte di Siponto

Pannello informativo

Pannello informativo

Emerse tanto tempo fa dalla palude costiera una terra corrugata e piena di cavità, incrostata di conchiglie e fossili. Le grotte fornirono nella preistoria un modesto riparo ai nostri progenitori, che provvidero ad ampliarle. Divennero la mesta necropoli extra moenia dei coloni della Siponto romana. I fossores cristiani della diocesi di Siponto ampliarono la catacomba, illuminata fiocamente da lucerne a olio e dai luminaria, e inumarono i loro christifideles defunti in loculi, cubicula, arcosoli e formæ.

Sepolture rupestri

Sepolture rupestri

Poi venne il periodo buio delle scorrerie di terra e di mare, con la distruzione di Siponto, l’impaludamento, la dispersione degli abitanti e l’abbandono della necropoli. Nel XIII secolo giunse a Siponto il re Manfredi, figlio di Federico II, che volle costruirvi la sua rocca. L’antica necropoli fu profanata e divenne una cava di tufo dalla quale estrarre le pietre di costruzione della nuova città di Manfredonia. Placatosi il furore edilizio, nel Seicento, vi sorse una masseria e le grotte furono trasformate in stalle per i bovini, ovili per gli armenti, stoccaggi di granaglie e depositi di carri agricoli e attrezzi. Agli inizi del Novecento, proprietario della masseria divenne persino il sindaco di Manfredonia, il cavalier Vincenzo Capparelli. Poi il declino, l’abbandono, l’abusivismo e l’estrema umiliazione: la trasformazione in discarica.

La corte d'ingresso

La corte d’ingresso

Ma come nelle belle favole per le grotte di Siponto o, se preferite, per gli Ipogei Capparelli, è arrivata la risurrezione. L’happy end è in un progetto di valorizzazione finanziato dai fondi dell’Unione europea. L’intervento di recupero degli ipogei cristiani è stato frazionato in tre lotti funzionali.
Nel primo lotto, ultimato nel 2015 si è provveduto alla bonifica e sistemazione dell’area, a un’attenta analisi archeologica, al consolidamento strutturale degli ipogei, al recupero di alcune strutture murarie e a un sistema di sicurezza per i visitatori. Altri interventi seguiranno. Nel futuro c’è il grande parco di Siponto, con l’area archeologica collegata direttamente alla necropoli.

La mappa di visita

La mappa di visita

Un sistema di grotte non è certo una rarità nel Gargano, terra carsica per eccellenza, dove i tanti anfratti e ripari naturali sono stati sovente sacralizzati come luoghi di culto o utilizzati per ospitare le necropoli. E tuttavia gli ipogei di Siponto, una sorta di testuggine gibbosa che nasconde nel ventre un reticolo labirintico di cavità, hanno una loro assoluta originalità nella pur ricca antologia di speluncae garganiche. Si aggiunga inoltre che nei dintorni numerose altre cavità sono state rivelate dagli ‘occhi’ dei rilevatori elettronici e altre ancora sono schiacciate dagli edifici della zona. Ne emerge un corposo unicum che è destinato a integrare la già ricchissima civiltà rupestre pugliese.

L'ipogeo 1

L’ipogeo 1

La visita, meglio se guidata, è appagante. Gli ipogei restaurati e visitabili in sicurezza sono sei. L’ipogeo 1, scavato nel banco tufaceo e adibito a sepolcreto per persone di alto rango, si presenta come una vasta cattedrale rupestre a tre navate.

La croce bizantina

La croce bizantina

Sul frontone di accesso è scolpita una croce con due serpenti attorcigliati, antico simbolo della tradizione bizantina, riprodotta ancora oggi nei bastoni pastorali dei patriarchi ortodossi e testimone dei legami di Siponto con l’Oriente cristiano.

L'ipogeo 4

L’ipogeo 4

Dall’unico ingresso dell’ipogeo 4, illuminato anche da una finestrella, si diramano tre percorsi interni verso le numerose sepolture in terra e gli arcosoli laterali. Un allestimento sonoro fa risuonare dialoghi a più voci. Impressionante è l’ipogeo 5, un multipiano con tombe a sarcofago inserite negli arcosoli e tracce di affreschi.

L'ipogeo 2

L’ipogeo 2

Altrettanto impressionante è l’ipogeo 6, scavato in profondità sotto un’alta volta: un allestimento multimediale proietta sulla parete di sinistra un video che rielabora i segni grafici e i simboli dell’area. Un percorso protetto compie il periplo della superficie di copertura della necropoli, tra i caratteristici lucernari coperti e la torretta di avvistamento, fornita di camino. All’interno della corte più grande è stata sistemata un’area da destinare a spettacoli ed eventi all’aperto.

La masseria Capparelli

La masseria Capparelli

Gli Ipogei Capparelli sono situati a Siponto, all’ingresso meridionale di Manfredonia, nelle vicinanze della basilica di Santa Maria Maggiore. Vi si accede dall’uscita Manfredonia Sud della superstrada di Foggia, percorrendo la Via Giuseppe Di Vittorio. Per informazioni sulla visita è opportuno contattare l’associazione Mosaicomera: info.mosaicomera@gmail.com/.

Fossili marini

Fossili marini

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

(La visita agli Ipogei Capparelli è stata effettuata l’8 giugno 2016)

Tuscia. Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Il tesoro di Musarna

Chi non ha mai sognato di scoprire un tesoro? L’immaginario popolare è affollato di forzieri pieni di lingotti, di scrigni di monete d’oro, di isole segrete, di mappe vergate su pergamene, di cunicoli nascosti, di cantine e soffitte buie. La caccia al tesoro è uno dei giochi collettivi più divertenti e coinvolgenti. Pensate allora all’emozione di quegli archeologi che in un saggio di scavo del 1987 a Musarna scoprirono casualmente un vaso di terracotta traboccante di monete d’argento. Nell’antichità era uso comune – per l’assenza di casseforti – nascondere il proprio denaro sotto il pavimento di casa. L’ambiente scavato a Musarna era una bottega del mercato. Il ricco commerciante della Tuscia non riuscì a godersi i suoi guadagni e il nascondiglio che aveva scelto celò il suo tesoro di 994 denari per oltre venti secoli.

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Il sito di Musarna nella campagna viterbese

Musarna? Siamo d’accordo, non è certo il sito etrusco più conosciuto. E la romana Civitas Musarna è ancor meno nota. Ottime ragioni per avviare uno scouting geografico e archeologico sicuramente originale. La prima notizia è positiva: se chiedete lumi su Musarna a Google Maps, la sua localizzazione è immediata e precisa. Anche il web propone racconti di escursioni, per la verità un po’ scoraggianti, a causa dell’asserita incuria del sito, del suo degrado e anche pericolosità del posto. Meglio allora preparare la visita sui testi degli archeologi dell’École Française de Rome, che hanno realizzato scavi sistematici a Musarna in collaborazione con la Soprintendenza archeologica dell’Etruria meridionale. Il risultato è che la nostra visita ha necessariamente due poli di riferimento: il sito all’aperto di Macchia del Conte e la sala dedicata a Musarna nel Museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz a Viterbo.

Il pianoro di Musarna

Il pianoro di Musarna

Musarna si raggiunge da Viterbo, percorrendo per circa otto km la Via Tuscanese e deviando a sinistra per 2,5 km lungo la sterrata (e polverosa) Via Macchia del Conte. Il sito open air non ha molto da mostrare. Le aree scavate sono state ricoperte per esigenze di conservazione. Restano però visibili due o tre cose importanti. Il pianoro, innanzitutto. Un piccolo altopiano solitario, allungato tra il torrente Leia e il fossato difensivo etrusco, sopraelevato sul paesaggio agrario circostante, circondato da fitta vegetazione e punteggiato da alberi maestosi.

I bagni pubblici

I bagni pubblici

Una tettoia protegge l’area termale di età ellenistica, ancora pavimentata, utilizzata come servizio pubblico dagli abitanti delle vicine domus.

La cava di tufo a servizio della domus

La cava di tufo a servizio della domus

Di una di queste domus si osservano le fondamenta, anch’esse protette da una tettoia. Percorrendo il margine del pianoro tufaceo si osservano i resti delle due porte di accesso a nord e a sud, la via cava, le opere idrauliche per il drenaggio delle acque, il muraglione alzato sul fossato difensivo.

Il dromos della tomba Alethna

Il dromos della tomba Alethna

A oriente del pianoro sono disposte le necropoli. Impressiona particolarmente la grande tomba della famiglia Alethna. L’ingresso è recintato ma accessibile. Una trincea nel tufo funge da corridoio di accesso (dromos) e scende sul fondo.

L'interno della tomba

L’interno della tomba

Si entra in un’ampia stanza sorretta da due colonne di tufo dove sono visibili un sarcofago aperto e la base rettangolare di un sarcofago rimosso. Per esplorare gli altri ambienti occorre avere spirito di avventura e dotarsi di fonti di luce adeguate.

La pianta del sito di Musarna

La pianta del sito di Musarna

Ci trasferiamo ora al Museo nazionale etrusco di Viterbo, ospitato nella Rocca degli Albornoz. Una grande sala al primo piano accoglie le testimonianze scaturite dagli scavi della École Française di Roma sul sito di Musarna. Gli scavi sistematici hanno permesso di delineare in tutti i suoi aspetti la fisionomia di questo centro dell’Etruria interna frequentato sin dalla preistoria, ma con una occupazione stabile solo a partire dal quarto secolo avanti Crito. I pannelli descrittivi, arricchiti dalla documentazione fotografica, spiegano l’urbanistica di Musarna, i luoghi della vita pubblica, la vita domestica, la gestione idrica, fino alle modalità di sepoltura dei morti.

Il mosaico pavimentale

Il mosaico pavimentale

Particolare attenzione merita – per l’eccezionalità del rinvenimento – un mosaico pavimentale con l’iscrizione etrusca dei nomi dei due committenti. Il mosaico era nel calidarium dei bagni ellenistici di Musarna e attesta la volontà dei ceti dirigenti etruschi di mantenere la loro cultura identitaria pur accettando le innovazioni diffuse nel mondo romano.

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Capitello della cappella medievale di Cordigliano

Musarna cessò di vivere nel settimo secolo. Era troppo marginale e lontana dalle vie di comunicazione (la Cassia e la Clodia). I suoi abitanti l’abbandonarono, attratti dai nuovi centri emergenti di Viterbo e Tuscania. Anche i villaggi che sorsero nel medioevo – un esempio è quello della vicina Cordigliano – ebbero vita grama e breve.

La fattoria di Macchia del Conte

La fattoria di Macchia del Conte

Dopo un millennio di abbandono, nel 1928 sorge la grande fattoria rurale di Macchia del Conte che inaugura con tecnologie avanzate una nuova agricoltura, basata su grandi estensioni di terra e sullo sfruttamento intensivo delle risorse agricole e zootecniche. E arriveranno anche gli archeologi…

Sul pianoro di Musarna

Sul pianoro di Musarna

Visita la sezione del sito dedicata alle passeggiate nei siti della civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html

(L’escursione a Musarna è stata effettuata il 26 maggio 2016)

Abruzzo. Il Tratturo del Fucino

Celano, il lago del Fucino e il tratturo in una mappa del 1720

Celano, il lago del Fucino e il tratturo in una mappa del 1720

Il tratturo Celano-Foggia nasceva all’ombra del castello Piccolomini, sulla riva del grande lago abruzzese del Fucino, il terzo d’Italia per estensione. Per la verità l’imperatore romano Claudio aveva provato a prosciugarlo già nel 41 dopo Cristo. Furono necessari undici anni di lavoro per costruire una galleria di 5650 metri sotto il monte Salviano e scaricare nel Liri le acque lacustri. Ma poi la galleria si otturò e il lago, tornato alle sue dimensioni normali, riprese a fare dispetti ai paesi rivieraschi inondandoli con le sue piene.

La carta geografica cinquecentesca del Fucino (Musei Vaticani)

La carta geografica cinquecentesca del Fucino (Musei Vaticani)

Fu solo a metà Ottocento che un lungimirante capitalista dal cognome importante, Alessandro Torlonia, riprese il progetto di svuotamento del lago. I lavori durarono ventidue anni e impegnarono fino a quattromila operai. Nel 1875 il lago era svuotato. Gli anni successivi furono impegnati per le opere di bonifica. L’immensa conca liberata dalle acque divenne un’area agricola che ripagò con i suoi utili l’investimento dei Torlonia. Furono i cafoni dei romanzi di Ignazio Silone a sostituirsi ai pescatori e a mettere a frutto le terre emerse.

Il Fucino oggi (Google Maps)

Il Fucino oggi (Google Maps)

Nel secondo dopoguerra ci furono epiche lotte contadine per il possesso della terra. E con la riforma agraria del 1951 l’anacronistico latifondo dei Torlonia fu espropriato e il nuovo Ente Fucino divise e assegnò le terre ai coltivatori del territorio.

Il Museo preistorico delle Paludi di Celano

La giornata dedicata al tratturo Celano-Foggia può cominciare degnamente con la visita al Musè, il rinnovato Museo della preistoria situato sulle rive dell’ex lago del Fucino.

Il Museo Paludi

Il Museo Paludi

La visita del Museo è utile per tre ragioni. La prima è il contesto: siamo nella località denominata Paludi, dove il lago interagiva con la terraferma e formava una zona paludosa, ricca di laghetti e di vegetazione lacustre; la passerella sopraelevata del Museo permette di osservare dall’alto l’area acquitrinosa e i diversi ambienti naturali. La seconda ragione è ovviamente il materiale esposto. Il museo sorge là dove fu rinvenuto un insediamento su palafitte dell’età del bronzo, con l’approdo lacuale e la vicina necropoli; tombe e palafitte sono state ricoperte per ragioni di conservazione, ma i materiali scavati dagli archeologi sono ora esposti nelle sale del museo. La terza ragione è l’architettura a basso impatto ambientale: il museo simula un tumulo preistorico, ben mimetizzato nell’area palustre circostante.

Sepolture della necropoli

Sepolture della necropoli

Il tratturo

La visita al Musè ha rinfrescato le nostre memorie storiche del Fucino e ci introduce ora al cammino sul Regio Tratturo che ha il suo incipit a pochi passi dal Museo, in località Pratovecchio. Il Celano-Foggia – il terzo per lunghezza tra i Regi Tratturi – raccoglieva i flussi di armenti marsicani che provenivano dai Piani Palentini e dall’Altopiano delle Rocche e li canalizzava sul percorso diretto alle poste del Tavoliere foggiano. La sua funzione si è da tempo esaurita ma la sua configurazione e il suo percorso sono rimasti tuttora nitidissimi come può osservarsi dall’alto grazie a Google Maps. In territorio marsicano prende avvio al confine tra Paterno e Celano, affianca sulla destra la statale 5 Tiburtina, la traversa a Cerchio per poi salire attraverso Collarmele al valico di Forca Caruso. È possibile percorrerlo integralmente e in modo filologico. Personalmente suggerisco però un percorso più breve che ne fa apprezzare il suo tratto più bello e solitario. Chi esce dall’autostrada al casello Aielli-Celano, imbocca la Tiburtina in direzione di Avezzano fino alla vicina rotonda stradale del km 127,4; qui seguendo il segnale per Fucino s’innesta su Via della Stanga. Percorsi 800 metri dalla rotonda si è già sul tratturo e si parcheggia. Un’evidente strada sterrata percorre fedelmente il margine del tratturo.

L'aviopista sul tratturo

L’aviopista sul tratturo

Conviene seguire inizialmente il ramo di destra della sterrata che fiancheggia per tutta la sua lunghezza una pista di volo aereo per ultraleggeri, ormai abbandonata. L’assenza di protezioni consente di percorrere con un pizzico di emozione la pista, ancora dotata di hangar e manica a vento, che è stata costruita esattamente sul tratturo. Giunti al termine della pista, è opportuno fermarsi e tornare indietro: la prosecuzione verso il guado sul Torrente Foce è possibile ma è resa sgradevole da un’incivile discarica. Tornati all’incrocio si percorre ora l’altro ramo della sterrata in direzione est, rassicurati dai numerosi segnali RT (Regio Tratturo) tracciati su pali e alberi con vernice rossa.

La vegetazione sul tratturo

La vegetazione sul tratturo

Il tratturo scorre placidamente alla nostra sinistra in tutta la sua canonica larghezza, libero da costruzioni e occupazioni. All’orizzonte lo vediamo sollevarsi sui primi colli. In questo tratto possiamo ancora renderci di conto di come il tratturo transitasse sulla riva del lago, sfruttandone il margine rialzato. Oggi, al posto del lago, vediamo aziende agricole, campi coltivati e opifici industriali. Più avanti la sterrata si riduce a sentiero e raggiunge il ponte sul Rio di Aielli. Un breve tratto di strada bianca a sinistra ci conduce sulla statale Tiburtina all’altezza del segnale stradale del km 130. Al di là troviamo il bivio per Aielli e per Cerchio e i segnali di prosecuzione del tratturo. Ci fermiamo qui e torniamo indietro sul percorso già noto. Ne approfittiamo per osservare con attenzione il rosario dei borghi circumlacuali e la cerchia di monti che circonda il Fucino; alla nostra destra (nord) si alzano il Velino e il Sirente con i loro contrafforti più prossimi (il Mallevona, la serra di Celano e il monte Ventrino); a sinistra (sud) le antenne di Telespazio anticipano i monti del Parco nazionale d’Abruzzo e le valli che li risalgono.

Il tratturo in vista di Aielli e Cerchio

Il tratturo in vista di Aielli e Cerchio

Il percorso qui descritto è tutto in piano, ha una lunghezza complessiva di meno di 7 km tra andata e ritorno e si compie agevolmente in circa due ore.

Per approfondire

Segnalo tre pubblicazioni specifiche sul tratturo marsicano. Giancarlo Sociali ha scritto un volume dal titolo Il tratturo delle fate – Storia della pastorizia e della transumanza nella Marsica – Il Regio tratturo Celano-Foggia (Ianieri editore, 2013), articolato su quaranta brevi capitoli ricchi di notizie, curiosità e note storiche. Un’ottima guida dal titolo Regio Tratturo Celano-Foggia – Il trekking – 12 giorni sulle antiche tracce dei pastori, è il frutto della ricognizione sul campo effettuata da Sarah Gregg e Bruno Petriccione, pubblicata in un maneggevole volume (Edizioni Ser, 2013). Il lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura dei tre antichi tratturi dell’Aquilano (Tratturo Magno, Cinturelli-Montesecco, Celano-Foggia) è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo; i frutti sono documentati nel sito Tratturi e Cammini (www.tratturiecammini.galgransassovelino.it) e pubblicati nel volumetto, corredato di cartografia, dal titolo Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente (Terre di Mezzo editore, 2015).

Scena pastorale (sarcofago del Museo nazionale romano)

Scena pastorale (sarcofago del Museo nazionale romano)

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi: http://www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

(La ricognizione del percorso è stata effettuata il 31 maggio 2016)

Il cratere di Castiglione

A est di Roma, una bella passeggiata storica va alla scoperta del cratere vulcanico di Castiglione. Il luogo si trova al km 18 della Via Prenestina. Il percorso sul bordo del cratere combina diversi motivi d’interesse: la visita all’area archeologica di Gabii, città prima latina e poi romana; l’insediamento medievale di Castiglione; la storia delle bonifiche; e anche un pizzico di geologia vulcanica.

Il cratere di Castiglione

Il cratere di Castiglione

 La Via Prenestina antica

La via Prenestina antica

La via Prenestina antica

La Prenestina collegava Roma all’antica città di Praeneste, l’odierna Palestrina. La via usciva dalla Porta Esquilina e raggiungeva la Porta Maggiore; da qui si sviluppava secondo un tracciato ricalcato dalla via moderna fino alla città di Gabii, unica stazione intermedia situata al XII miglio, per poi giungere a Praeneste, posta alla distanza di 23 miglia da Roma. A Gabii il percorso della Prenestina antica diventa molto pittoresco, calcando i vecchi basoli ancora intatti, tra filari di pini marittimi e boschetti sacri. Si va paralleli alla Via Prenestina moderna, con diversi punti d’intersezione. A sinistra, sullo sfondo dei colli Tiburtini e Prenestini, si stagliano i resti della chiesa paleocristiana di San Primitivo. Più avanti si raggiunge una grande tomba romana a base circolare.

Il cratere di Castiglione

Il fondo del cratere di Castiglione

Il fondo del cratere di Castiglione

Il cratere di Castiglione è una manifestazione vulcanica periferica del complesso dei Colli Albani. Se ne apprezzano le dimensioni quando ci si affaccia sui suoi bordi tufacei. Il tufo di Castiglione era denominato dai romani lapis gabinus. Prodotto dell’esplosione del cratere, è un tufo costituito da ceneri grigio chiare contenenti lapilli scuri e frammenti di lava. Le cave per l’estrazione e la lavorazione di questo tufo sono distribuite in tutta l’area. Il fondo del cratere era occupato sino alla fine dell’Ottocento da un lago impaludato di origine vulcanica noto come “Lacus Buranus” o “Lacus Sanctae Praxedis“. Il lago di Castiglione fu prosciugato dalla bonifica realizzata dai Borghese nel 1890 e le acque furono immesse nel vicino fosso dell’Osa. Il fondo del cratere è zona agricola, ma ancora oggi, dopo forti piogge, diventa un acquitrino. Non manca qualche infiltrazione d’insediamenti edilizi abusivi, in fase di regolarizzazione.

Il Fosso dell’Osa

Il fosso dell'Osa

Il fosso dell’Osa

Il fosso dell’Osa appartiene al bacino del fiume Aniene, del quale è affluente di sinistra insieme con i fossi della Lunghezza, della Vitellara, di Mongiardino e di Benzone. Traversa un’area un tempo paludosa, utilizzata come latifondo pascolativo, e raccoglie le acque del Pantano Borghese (corrispondente all’antico Lago Regillo, prosciugato nel Seicento) e del cratere di Castiglione, prosciugato e bonificato tra Ottocento e Novecento. Lo si osserva dal ponte nei pressi dell’Osteria dell’Osa, all’intersezione della via Prenestina con la via Polense.

Il parco archeologico di Gabii

Il tempio di Giunone

Il tempio di Giunone

Tutto il bordo orientale del cratere è occupato dalle rovine dell’antica città di Gabii. Gli scavi delle necropoli, della città latina e di quella romana fanno di Gabii uno dei più importanti siti archeologici del territorio del Comune di Roma. Al di sotto del terreno di campagna, sono ancora in gran parte conservate le principali strutture e gli edifici della antica città. Il comprensorio è stato acquisito al Demanio dello Stato e assegnato in uso alla Soprintendenza Archeologica di Roma al fine di realizzare un parco archeologico sub-urbano.

Gli scavi di Gabii

Gli scavi di Gabii

Dopo l’abbandono del sito, alla metà dell’XI secolo, l’area – adibita ad uso agricolo – non è stata più oggetto di interventi costruttivi e di trasformazione, che in altre aree hanno irrimediabilmente cancellato le tracce delle frequentazioni passate. Pertanto l’area è un cantiere di ricerca mirato può consentire di acquisire nuove informazioni sulla storia urbanistica di età romana. Il monumento più importante è il tempio di Giunone, con le pareti esterne ancora alzate. Il Parco archeologico è interamente recintato ed è visitabile su richiesta. Può comunque essere visitato anche virtualmente con Street View (http://archeoroma.beniculturali.it/siti_archeologici/suburbio/gabii).

Il casale e la torre di Castiglione

La torre di Castiglione

La torre di Castiglione

Nel Medioevo, in seguito ai fenomeni d’impaludamento, la vita del centro urbano di Castiglione subì una contrazione e, tra l’XI e il XII secolo, la popolazione si rifugiò nel punto sommitale del cratere, dando vita al villaggio fortificato noto come “Castrum Castiglionis” o “Sanctae Praxedis”. Agli inizi del Quattrocento, il papa Bonifacio IX ordinò la demolizione della torre e del castello e Castiglione fu ridotto a casale agricolo. La tenuta rimase in proprietà dei monaci di Santa Prassede sino al 1527. Passò poi agli Odescalchi, quindi agli Azzolini da Fermo e infine ai Borghese, cui si deve la bonifica.

La cappella del Casale

La cappella del Casale

La visita all’insediamento (che si trova in fondo alla Via Valle di Castiglione, laterale della Via Polense), oggi quasi completamente in abbandono, permette di riconoscere le strutture tipiche delle tenute dell’Agro Romano: le stalle, i silos, la masseria, le abitazioni, la cappella, il forno e i servizi, le cave, le macchine agricole e la torre.

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo

La chiesa di San Primitivo (o San Primo) resiste ancora al tempo e si mostra pittoresca con i resti dei muri perimetrali e il bel campanile, trasformato in torre di avvistamento nel 1200 e noto come la torre di San Primitivo.

Le necropoli dell’Osa al Museo Nazionale Romano

Urna cineraria

Urna cineraria

Intorno al cratere sono state scavate due necropoli nelle zone di Castiglione e di Fosso dell’Osa. I corredi rinvenuti sono esposti a Roma in un allestimento realizzato alle Terme di Diocleziano, sezione del Museo nazionale romano. La sezione dedicata alla Protostoria dei popoli latini riunisce le testimonianze archeologiche sulle fasi più antiche della cultura che emerge in tutto il Lazio antico al tempo della nascita di Roma.

Tifone (acrotero del santuario di Gabii)

Tifone (acrotero del santuario di Gabii)