Salento megalitico. I Dolmen e i Menhir di Giurdignano

Antiche pietre. Echi del megalitico. Carnac e Stonehenge nel Salento. Inaspettati, sorprendenti, imprevisti e imprevedibili, inattesi, impensati. Eppure, a sorpresa, eccoli qua i grandi Dolmen acquattati tra i fragni e gli olivi; come pure gli svettanti Menhir piantati sulla pietra leccese. Siamo a Giurdignano e dintorni, pochi chilometri da Otranto. Si definisce il giardino megalitico d’Europa. Ma presenze protostoriche si replicano a Minervino, Melendugno, Melpignano, Zollino e in altri centri della provincia di Lecce. La visita a questi monumenti megalitici misteriosi e affascinanti è una passeggiata nella storia assolutamente originale. Seguitemi.

 

Il Dolmen li Scusi

Il Dolmen li Scusi

Il Dolmen li Scusi

Siamo in campagna, alla periferia di Minervino di Lecce. Il grande altare orizzontale di pietra, di forma quadrangolare e attraversato da un foro, poggia su pile di sassi, lastre e piccoli macigni. Tutt’intorno sono altri monumenti della pietra a secco: grandi recinti, pagliari, cortili, masserie.

Riparo e cortile in pietra a secco

Riparo e cortile in pietra a secco

 

Il Menhir di San Paolo

Il Menhir e la cripta di San Paolo

Il Menhir e la cripta di San Paolo

All’ingresso di Giurdignano svetta un Menhir alto più di due metri. Il suo nome deriva dalla sottostante grotta bizantina dedicata a San Paolo, decorata da affreschi di Maria e degli apostoli Pietro e Paolo, esempio di cristianizzazione di un monumento pagano. Originale è l’affresco che rappresenta la ragnatela della tarantola, l’aracnide che avvelena le donne con il suo morso e che origina il fenomeno esorcistico delle “tarantolate”, protette da San Paolo.

L'affresco della tarantola

L’affresco della tarantola

 

Il Menhir Vicinanze 1

Il Menhir Vicinanze 1

Il Menhir Vicinanze 1

Questo Menhir collocato nei pressi di Giurdignano prende nome dal vicino casale Vicinanze. Alto tre metri, ha un incasso in sommità che doveva accogliere una croce e due croci incise sulla facciata. La sacralizzazione del monumento è confermata dallo svolgimento di riti religiosi e dalla tradizionale processione della Domenica delle Palme che terminava davanti al menhir.

 

Le croci incise sul menhir

Le croci incise sul menhir

 

Il Menhir Vicinanze 2

Il Menhir Vicinanze 2

Il Menhir Vicinanze 2

Non lontano dal precedente, questo Menhir si alza per tre metri su uno scoglio roccioso collocato nei pressi della pineta e di un crocicchio di strade vicinali. Se ne ipotizza il legame con la vicina tomba rupestre, scavata nella roccia e preceduta da un lungo dromos d’ingresso.

La tomba sotterranea

La tomba sotterranea

 

Il Dolmen Stabile

Il giardino del Dolmen Stabile

Il giardino del Dolmen Stabile

Si trova in aperta campagna al confine tra i comuni di Giurdignano e Giuggianello. Il lastrone di copertura è percorso da un largo solco che confluisce in una cavità circolare; se ne ipotizza la funzione di raccolta del sangue di sacrifici animali rituali.

Il Dolmen Stabile

Il Dolmen Stabile

 

Il significato dei Dolmen

Il Dolmen Scusi di Minervino

Il Dolmen Scusi di Minervino

I Dolmen sono monumenti emotivamente affascinanti. Qualcuno ne ha ipotizzato la natura di altari officiati dai culti celtici. Ma l’interpretazione prevalente li considera come tombe o camere funerarie di tipo megalitico, costituite da pietre e lastre infisse nel terreno e da una lastra di copertura monolitica. Si tratterebbe di una sorta di uteri di pietra nei quali i morti rientrerebbero nella madre terra, sepolti in posizione fetale. Il termine deriva dal bretone dol (tavola) e men (pietra). I Dolmen salentini potrebbero risalire al quinto e al quarto millennio.

L'area domenica li Scusi di Minervino

L’area dolmenica li Scusi di Minervino

 

Il significato dei Menhir

Se sulla funzione del dolmen vi è sufficiente consenso, più variegate sono le ipotesi sul significato del menhir. Il nome deriva dal bretone men (pietra) e hir (lunga) e la forma di questo monumento preistorico è quella di un parallelepipedo allungato, posto verticalmente sul terreno. In italiano gli si dà anche il nome di “pietra fitta”. A Giurdignano per questi svettanti falli di pietra si immagina una possibile funzione astronomica di orologio solare. Oppure, vista la loro numerosità fuori e dentro la città, la funzione di cippi segnaletici e di indicatori topografici. O ancora luoghi di raduno e signa di vie sacre. E magari stele di pietra che individuano sepolture individuali e di gruppo di particolare rilevanza.

Il cerchio di pietra a li Scusi di Minervino

Il cerchio di pietra a li Scusi di Minervino

 

(Il sopralluogo è stata effettuato il 22 luglio 2016 durante una visita guidata a cura della Pro Loco di Giurdignano)

 

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Acaya, “città ideale” del Salento

Cos’è una “città ideale”? Nella varietà delle esperienze è un luogo dalla struttura urbana spiccatamente regolare, progettato con schemi spesso geometrici, un piccolo gioiello architettonico che nasce come il frutto di un sogno, di un’utopia o di una visione razionale di un principe, un papa o un architetto illuminato. Le “città ideali” sparse in Italia hanno nomi famosi, quali Pienza, Palmanova, Monteriggioni, Sabbioneta, San Martino al Cimino, Terra del Sole, San Leucio, Crespi d’Adda…

Acaya, città ideale

Acaya dall'alto

Acaya dall’alto

Acaya è una di queste “città ideali”, un borgo costruito nel Cinquecento in un angolo del Salento, al crocevia di strade importanti che seguivano le rotte verso Oriente. Su indicazione di Carlo V, re di Napoli, furono Alfonso dell’Acaya e il figlio Gian Giacomo a iniziare l’opera e a portarla a termine. L’architetto Gian Giacomo dell’Acaya era considerato uno dei massimi esperti di fortificazioni difensive bastionate. Acaya s’ispirò a princìpi di razionalità e armonia, senza dimenticare l’esigenza di difendersi dagli attacchi dei turchi, dai saccheggi degli eserciti e dalle incursioni dei predoni. Una cittadella fortificata, dunque, che ispira la sua “forma urbis” ai segni della Fortezza e dell’Ordine, in un equilibrio felice tra antico e moderno e tra città e campagna. Acaya ha la forma di un quadrato, con i lati lunghi 250 metri. Una piccola città che ha sugli angoli quattro bastioni a “punta di lancia”. Agli estremi della diagonale nord-sud si situano il Castello e il Convento dei Francescani. Al centro della città, sull’incrocio delle due diagonali, è la piazza con la Chiesa Matrice.

 

La visita del borgo

La porta urbica

La porta urbica

L’arrivo ad Acaya è dominato dalla sorpresa per l’inaspettata monumentalità dell’ingresso. La Porta Terra manifesta tutta la sua impronta celebrativa del potere civile e religioso, con lo stemma e l’epigrafe dedicatoria a Carlo V e la sua struttura a gradoni che culminano nella statua di Sant’Oronzo. Ma il tributo pagato al re e al santo patrono non celano la struttura difensiva della porta urbica, evidente nel piano scarpato, nel doppio arco che nasconde le caditoie, nella feritoia d’osservazione e nello snodo della cinta delle mura.

Il Castello Acaya

Il Castello Acaya

A sinistra la mole del Castello s’impone superba alla vista del visitatore. Il fossato, l’appuntito bastione, le imponenti torri circolari, la facciata, il cortile con il ponte d’ingresso sono le strutture costruttive esterne che vogliono intimorire senza rinunciare tuttavia all’eleganza delle forme. Il cancello d’ingresso è all’interno della cinta urbana e introduce alla corte, ai locali residenziali, all’appartamento nobile, alla sala ennagonale, alle scuderie e a una bellissima Dormitio Virginis affrescata. Il Castello ospita mostra ed eventi.

Le mura urbane

Le mura urbane

La cerchia originaria delle Mura è ancora visibile quando si percorra il circuito esterno del borgo. Esse sono state tuttavia alterate dall’apertura di due nuovi ingressi e dalla sovrapposizione di edifici e manifestano un certo degrado.

La chiesa di Santa Maria della Neve

La chiesa di Santa Maria della Neve

La Chiesa Matrice è dedicata a Santa Maria della Neve ed è stata costruita sull’area di un precedente tempio, di cui resta la torre campanaria quadrata. La facciata è valorizzata dall’apertura della piazza antistante.

I ruderi della chiesa del monastero

I ruderi della chiesa del monastero

Il Bastione settentrionale, opposto al Castello, ospitò il Convento dei Frati Minori e una cappella. Oggi i ruderi sono in deplorevole cattivo stato di conservazione hanno alle spalle una zona alberata.

La chiesetta di San Paolo

La chiesetta di San Paolo

All’esterno del borgo è collocata la chiesetta dedicata a San Paolo, l’apostolo che secondo la tradizione nominò Sant’Oronzo primo vescovo di Lecce e che è poi passato a proteggere anche le donne “tarantate”, vittime del morso della tarantola e oggetto dei rituali esorcistici e di guarigione a base musicale.

 

Per approfondire

8 - Letture consigliate

Il volumetto dal titolo “Andare per le città ideali”, curato da Fabio Isman (Il Mulino, Bologna, 2016) è una rassegna rapida ma efficace delle principali città ideali italiane. Una buona introduzione al borgo salentino è la pubblicazione di Rossella Barletta dedicata a “Acaya – borgo, castello, dintorni” (Edizioni Grifo). Il Castello di Acaya è la sede delle iniziative promosse dall’Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, un’associazione di Comuni che vuole aprire il Salento al confronto ed allo scambio con gli altri paesi del bacino del Mediterraneo in modo da favorirne il suo processo di integrazione o di “reintegrazione” all’interno di un tessuto storico e socio-culturale, quello della civiltà mediterranea.

La torre del castello

La torre del castello

 

(La visita è stata effettuata il 18 luglio 2016)

Calabria. Il Pathirion di Rossano

L'immagine musiva della pantera

L’immagine musiva della pantera

La chiesa di Santa Maria del Pàtire – o Pathirion – appartiene a un antico monastero italo-greco costruito a seicento metri di quota tra le creste boscose della Sila Greca, su una panoramica propaggine a balcone sulla Piana di Sibari e sul Mar Jonio. Un luogo isolato e splendido. Vi sale una tortuosa strada dalla località Piragineti, nei dintorni di Rossano. La strada fu costruita dai prigionieri austriaci nel 1916-17, su un antico tratturo di transumanza delle greggi tra la piana e il monte. In alternativa all’auto, l’ultimo tratto può essere sostituito da un percorso a piedi sul “Sentiero della Madonnina”.

Panorama della costa jonica

Panorama della costa jonica

 

La chiesa e il monastero

Le tre absidi abbaziali

Le tre absidi abbaziali

La parte più bella della chiesa è quella posteriore, la più antica, con tre absidi. La facciata ha un portale ogivale quattrocentesco. Altri due bei portali sono sui fianchi. L’interno è ampio e armonioso, articolato su tre navate divise da pilastri cilindrici che reggono gli archi. Altre colonne reggono l’arco del presbiterio.

La facciata dell'abbazia

La facciata dell’abbazia

A fianco della chiesa sorgono i suggestivi ruderi del monastero di età cinque-seicentesca, di cui si riconoscono ancora il campanile e gli archi del chiostro. Nell’attigua Masseria ha sede un Posto fisso del Corpo forestale dello Stato.

Il chiostro del monastero

Il chiostro del monastero

L’area del Pathirion è stata attrezzata con tavoli picnic, punti ristoro e strutture per l’accoglienza dei numerosi turisti.

La sede del Corpo Forestale

La sede del Corpo Forestale

 

Il mosaico figurato pavimentale

Il pavimento originario della chiesa abbaziale (il settore più vicino all’ingresso e quello della navata sinistra) è coperto da un vasto mosaico. Vi compare un bestiario medievale e un repertorio di animali allegorici, raffigurati all’interno di rotae. Il mosaico pavimentale figurato di Rossano segue un uso diffuso nelle cattedrali pugliesi coeve, come a Otranto, Taranto, Brindisi e Trani. L’opera del Pathirion è stata realizzata nel 1152 su iniziativa dell’abate Biagio, come attesta la grande scritta musiva: “Blasius venerabilis abbas hoc totum iussit fieri” (il venerabile abate Biagio dispose che tutto ciò fosse fatto). Le immagini degli animali reali o fantastici del Pathirion erano popolarissime nel medioevo grazie ai Bestiari, raccolte di storie moralizzate sugli animali.

L'iscrizione mosaicata

L’iscrizione mosaicata

 

L’unicorno

L'unicorno

L’unicorno

Animale fantastico che possiede un unico corno, posto sul capo o sul muso. Il corno è segno di potenza e di forza, fisica e sovrumana, ma anche di dignità e di onore, in terra come un cielo. L’unicorno è ‘figura’ di Gesù. Dice infatti Sant’Ambrogio: “Chi è l’unicorno, se non l’Unigenito Figlio di Dio, l’unico Verbo di Dio, che era in principio presso il Padre?”. L’unicorno del Pathirion ha forme equine, con zoccoli, coda e criniera.

 

Il grifone

Il grifone

Il grifone

Il grifone è un animale ibrido composto da parti di leone (il corpo, la criniera e la coda) e parti di aquila o uccello rapace (testa dal grande becco, zampe con artigli micidiali, due grandi ali). Si presenta quindi come somma degli attributi del re degli animali e della regina dell’aria, un essere eletto, supremo, che diventa emblema delle due nature di Cristo, quella umana e quella divina.

 

Il cervo e il centauro cacciatore

Il cervo

Il cervo

Nel Pathirion è raffigurata la scena di un centauro con arco e freccia che dà la caccia a un cervo. Animale libero ma non selvaggio, creatura dei boschi ma non delle tenebre, il cervo, grazie ai suoi zoccoli veloci, alla capacità di saltare e alle corna aeree, è diventato simbolo del dialogo tra terra e cielo. Più concretamente si è qualificato come simbolo del monaco contemplativo, che cerca la solitudine dei monti per arrivare a Dio. Il centauro è invece simbolo di un’umanità distorta e corrotta. La caccia allegorica del centauro al cervo simboleggia dunque la lotta tra il male e il bene e l’attacco del vizio della lussuria alla virtù della castità.

Il centauro cacciatore

Il centauro cacciatore

 

Il centauro che suona il corno

Il centauro che suona il corno

Il centauro che suona il corno

Il centauro è una creatura ibrida, per metà umana (il busto e la testa) e per metà cavallo. Diffuso nel mondo classico, il centauro è diventato nell’arte cristiana medievale la versione maschile della sirena (busto di donna su corpo di pesce). Figura negativa, l’ippocentauro era un essere brutale e primitivo, famoso per la sua smodata frenesia per il vino e le donne. Il centauro del Pathirion soffia in un corno che emette suoni sgradevoli che dovevano terrorizzare cervi e cerbiatti, le anime che anelano a Cristo, invitate a fuggire da questi mortali pericoli.

I ruderi del monastero

I ruderi del monastero

 

Per approfondire

Tra le opere più recenti ho trovato utile la lettura di Le orme del Monachesimo nel territorio del Parco Nazionale della Sila – Dai valori dello spirito allo sviluppo del territorio tra Basiliani, Benedettini, Cistercensi e Florensi, scritto da Francesco Cosco (Ente Parco Nazionale della Sila, 2014) e di Bestiario medievale – Animali simbolici nell’arte cristiana, scritto da Luca Frigerio (Àncora, Milano, 2014).

Libri di riferimento

Libri di riferimento

 

(La visita è stata realizzata il 1° luglio 2016)

Campania. Una passeggiata a Capua

L’incrocio tra la Via Appia e il fiume Volturno, le due coordinate che definiscono la posizione geografica di Capua, spiega bene le ragioni della nascita della città. Capua riprende il nome della città romana che sorgeva nel territorio dell’attuale Santa Maria Capua Vetere, ma il suo vero nome antico era invece Casilinum, il porto fluviale della città romana, incuneato in un’ansa del Volturno e posto di guardia sullo strategico ponte romano che valicava il fiume.

La città di Capua

La città di Capua

 

La Via Appia e la Via Casilina

Fu Appius Claudius Cæcus ad avviare nel 312 avanti Cristo la costruzione dell’Appia antica da Roma fino a Capua. Strada di grande successo, l’Appia fu quindi proseguita verso l’attuale Benevento (da cui si diramava l’Appia Traiana) e poi verso Taranto e Brindisi, porti d’imbarco per la Grecia e l’Oriente. Fiancheggiata dai grandi basamenti delle Torri di Federico II, l’Appia entra a Capua sul Ponte romano e traversa tutta la città lungo l’attuale Corso Appio. Il ponte romano, restaurato dall’imperatore Federico e poi da Carlo di Borbone, si conservò fino alla seconda guerra mondiale quando fu distrutto dai bombardamenti americani del 1943.

Capua-Casilinum era anche la località di destinazione della Via Casilina, un’altra importante arteria che partiva da Roma e che attraversava la valle del Sacco, la valle del Liri e l’alto Casertano, fondendosi con la Via Labicana e la Via Latina. La confluenza della Casilina nell’Appia avviene nei pressi del casello autostradale di Capua, nel comune di Pastorano.

Il ponte romano della Via Appia

Il ponte romano della Via Appia

 

Il fiume Volturno

L'ansa del Volturno

L’ansa del Volturno

L’ansa del Volturno che abbraccia Capua ci ricorda che il fiume ha rappresentato storicamente per la città sia una difesa naturale, sia un’opportunità di sviluppo commerciale grazie alla sua navigabilità. Il Volturno è il fiume più importante dell’Italia meridionale, per la sua lunghezza e l’ampiezza del suo bacino. Alimenta inoltre numerose centrali idroelettriche, soprattutto nel suo tratto montano tra le Mainarde. Il fiume è tuttavia anche un rischio, a causa delle piene del fiume, non tanto frequenti, ma pericolose, quando i venti di scirocco sciolgono le nevi dell’alto bacino, impedendo il deflusso delle acque al mare. La memoria delle inondazioni è condensata nelle targhe che ricordano – all’angolo della chiesa di largo Eboli – il livello raggiunto dalle acque. Una passeggiata originale che aiuta a capire la storia della città può svolgersi direttamente sulle rive del fiume, percorrendone i sentieri alla scoperta della vegetazione riparia e della natura circostante.

La memoria delle inondazioni

La memoria delle inondazioni

 

Le mura cinquecentesche

Le mura, il bastione e il fossato

Le mura, il bastione e il fossato

Capua è avvolta da un cerchio di mura e da imponenti bastioni che risalgono al 1515 e che furono poi ulteriormente ampliati e completati nel Settecento. Scenografico è il varco d’ingresso monumentale di Porta Napoli, con il ponte sul fossato e il fronte marmoreo esterno decorato di trofei d’armi nell’arco e nelle metope. Un buon modo per apprezzare la natura e la geometria delle fortificazioni è di percorrere il sentiero del fossato, alla base delle mura.

L'ingresso in città attraverso la Porta Napoli

L’ingresso in città attraverso la Porta Napoli

 

Il santo sepolcro e il candelabro pasquale

La cattedrale di Capua è risorta dopo la rovina della guerra seguite al bombardamento che gli americani, con la loro consueta delicatezza, eseguirono il 9 settembre 1943 e che distrusse la città e centinaia di vite umane. Questa simbologia di morte e risurrezione è oggi rappresentata dalla cripta del santo sepolcro e dal candelabro pasquale, visitabili nel Duomo.

Il Cristo morto nel Sepolcro

Il Cristo morto nel Sepolcro

Memoria di Gerusalemme, la cripta sotto l’altare maggiore ospita una riproduzione del Santo Sepolcro, con una statua del Cristo morto, fronteggiata dalla Mater dolorosa. L’asse verticale cripta-altare ricorda che ogni pietra su cui si celebra il sacramento dell’Eucarestia è un sepolcro nel quale il Cristo è rinchiuso per poi risorgere. Simbolo della risurrezione è il magnifico candelabro duecentesco destinato a sorreggere il cero pasquale, conservato a lato del presbiterio. Se ne apprezzano la decorazione degli anelli e le sculture che ornano le fasce. Quella inferiore descrive la liturgia della notte di Pasqua, con il vescovo, i diaconi e i chierici in processione dietro al cero, lumen Christi. La fascia mediana illustra l’episodio evangelico delle Marie che si recano al sepolcro di Gesù e ricevono da un angelo l’annuncio della sua resurrezione.

La processione pasquale

La processione pasquale

 

Il santuario delle madri

Le matres matutae del Museo Campano sono diventate lo stigma di Capua. Le Madri sono sculture scolpite nel tufo grigio del monte Tifata che riproducono figure femminili sedute su un sedile, che portano in grembo o allattano uno o più bambini in fasce. Furono ritrovate in un santuario dedicato probabilmente a Matuta, dea della fecondità, ed esprimevano l’offerta alla divinità della propria immagine di donne che impetravano la grazia della maternità. Le scoprì nel 1845 Carlo Patturelli che aveva iniziato scavi nel suo terreno lungo le mura dell’antica Capua e che rinvenne casualmente l’edificio sacro con le centosessanta statue delle matres.

Una Madre nel Museo Campano

Una Madre nel Museo Campano

 

Il coro delle ragazze

Il Museo Campano di Palazzo Antignano esibisce uno splendido mosaico proveniente dal santuario di Diana Tifatina. Vi si vede un gruppo di fanciulle, presidiato da una figura maschile, che è stato suggestivamente interpretato coma una schola cantorum del secondo o terzo secolo dopo Cristo. In realtà il mosaico faceva parte di una raffigurazione più ampia e complessa riferibile con tutta probabilità a una cerimonia sacra legata al culto della dea. Tutta da ammirare è la bellezza delle figure dei volti, degli abiti indossati e delle acconciature esibite.

Il mosaico delle ragazze

Il mosaico delle ragazze

 

L’alta formazione e la ricerca

Il Campus del Cira

Il Campus del Cira

A Capua sono localizzati alcuni importanti istituti di formazione universitaria e di ricerca scientifica. Il Dipartimento di Economia della Seconda Università di Napoli vi offre quattro corsi di laurea in discipline economiche. Vi opera anche il Centro italiano di ricerche aerospaziali (Cira), nato nel 1984 per gestire il Programma di ricerche aerospaziali (Prora) e mantenere all’avanguardia il nostro Paese negli ambiti dell’aeronautica e dello spazio.

L'insegna del Museo di Capua

L’insegna del Museo di Capua

 

(La visita a Capua è stata effettuata il 15 giugno 2016)

Gli alberi dell’Inferno

L’Olmo nel vestibolo dell’Orco virgiliano

L'olmo negli inferi virgiliani

L’olmo negli inferi virgiliani

L’olmo è un albero grande e ombroso che cresce spontaneo in campagna. E forse per queste sue grandi dimensioni che Virgilio colloca proprio un olmo nel vestibolo dell’Orco. Siamo nel canto sesto dell’Eneide. La Sibilla guida Enea nell’Oltretomba (“oscuri andavano giù nella notte per l’ombra deserta alle vuote case di Dite, a’ regni di larve”), e qui “In medio ramos annosaque bracchia pandit / ulmus opaca ingens, quam sedem Somnia volgo / vana tenere ferunt foliisque sub omnibus haerent” (In mezzo al vestibolo spande i suoi rami e le sue braccia vetuste un olmo di opaca grandezza, dove si dice che i sogni vani si adunino insieme confusi e a tutte le foglie si appendano in aria). All’ombra dell’olmo hanno il loro giaciglio il Lutto e gli Affanni, abitano le pallide Malattie, la triste Vecchiaia, la Paura e la Fame, la turpe Miseria, la Morte e il Dolore, il Sonno, fratello della Morte, e i malvagi Piaceri dell’animo, la Guerra portatrice di morte, i letti di ferro delle Eumenidi, la pazza Discordia coi capelli di vipere.

Il bosco dei suicidi

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

La selva dei suicidi (Gustave Dorè)

Passiamo ora alla Divina Commedia. Dante e Virgilio attraversano il Flegetonte con l’aiuto del centauro Nesso e giungono al secondo girone dell’ottavo cerchio. Qui penetrano in un paesaggio di arbusti, in un bosco di alberi infernali, che già nella sua aridità preannuncia un orribile mistero. Il bosco tenebroso è privo di sentieri, non ha piante verdi ma solo sterpi di colore scuro e con rami nodosi e contorti. È la selva di coloro che furono violenti contro la propria persona, dei suicidi e degli scialacquatori. Dante coglie un ramoscello da un “gran pruno” e viene sorpreso dal grido “perché mi schiante?”, seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Segue l’incontro con Pier delle Vigne e con gli uomini-alberi. “Non era ancor di là Nesso arrivato, / quando noi ci mettemmo per un bosco / che da neun sentiero era segnato. / Non fronda verde, ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. / Allor porsi la mano un poco avante / e colsi un ramicel da un gran pruno; / e ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”. / Da che fatto fu poi di sangue bruno, / ricominciò a dir: “Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi. (Dante Alighieri, Inferno, canto XIII, 1-7 e 31-37)

L’albero di Giuda

I diavoli impiccano Giuda sull'albero maledetto

I diavoli impiccano Giuda sull’albero maledetto

L’albero che Giuda, il traditore di Gesù, scelse per impiccarsi, è certamente il più famoso degli alberi infernali. Almeno secondo la tradizione, perché di quest’albero, in verità, non c’è traccia reale nel Vangelo di Matteo e negli Atti degli apostoli. Secondo Matteo (27,3-5), “Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «Che ci riguarda? Veditela tu!». Ed egli, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò ad impiccarsi”. Negli Atti di Luca (1,15-20) “Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: «Giuda comprò un pezzo di terra con i proventi del suo delitto e poi precipitando in avanti si squarciò in mezzo e si sparsero fuori tutte le sue viscere. La cosa è divenuta così nota a tutti gli abitanti di Gerusalemme, che quel terreno è stato chiamato nella loro lingua Akeldamà, cioè Campo di sangue»”. Combinando le due fonti bibliche in una sola immagine, l’affresco di Notre-Dame-des-Fontaines a Briga mostra Giuda impiccato e con il ventre aperto. Altrettanto espressivo è il rilievo scolpito da Gisleberto in Saint-Lazare di Autun, dove vediamo due diavoli affaccendati a impiccare Giuda sul ramo di un albero.

Il fico maledetto

Il fico maledetto (icona)

Il fico maledetto (icona)

Un albero infernale è anche il fico sterile e maledetto da Gesù che Matteo e Luca citano nei loro Vangeli. “La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: “Mai più in eterno nasca un frutto da te!”. E subito il fico seccò” (Matteo 21, 18-19). Il fico è stato anche associato al peccato originale: Adamo ed Eva coprirono le loro nudità con foglie di fico dopo aver trasgredito il comando di Dio. Nell’Antico Testamento, quando Jahve si adira con il suo popolo, colpisce i fichi e le vigne: “Ha fatto delle mie viti una desolazione e tronconi delle piante di fico; ha tutto scortecciato e abbandonato, i loro rami appaiono bianchi”. (Gioele 1,7). E ancora Matteo predice un destino infernale per i fichi sterili: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci! Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dagli spini, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Dai loro frutti dunque li riconoscerete” (Matteo 7, 15-20).

L’albero cattivo e la scure del Battista

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Il trionfo della morte (Lucignano)

L’albero cattivo – dice Giovanni Battista – sarà tagliato con la scure e gettato nel fuoco. Stiamo ascoltando una delle incandescenti prediche di Precursore contro la “razza di vipere”, riportate dall’evangelista Luca: “Alle folle che andavano a farsi battezzare da lui, Giovanni diceva: “Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque frutti degni della conversione e non cominciate a dire fra voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Anzi, già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Luca 3, 7-9).

La “scure posta alla radice degli alberi” compare in un affresco trecentesco nella chiesa di San Francesco di Lucignano in Val di Chiana. Il tema del dipinto è il trionfo della Morte, un classico della pittura medievale. Vediamo la vecchia signora ossuta, lanciata al galoppo sul suo cavallo nero, che fa strage di uomini. Un particolare distingue però quest’affresco di Lucignano dagli altri simili, ed è l’albero che il pittore ha collocato sulla destra del dipinto. L’albero reca un cartiglio inchiodato e un’ascia conficcata alla sua base. Si tratta di una citazione del Vangelo di Luca che esprime e sintetizza l’intenzione morale e il significato complessivo dell’affresco.

L’albero del male

L'albero del male (Sant'Agata dei Goti)

L’albero del male (Sant’Agata dei Goti)

Il supplizio fa rabbrividire. I corpi di uomini vivi e urlanti sono infilzati ai rami appuntiti di alberi spinosi, spogli e scheletrici. La scena è descritta con particolari atroci sia in un celebre Giudizio finale di Bosch, sia in un certo meno noto affresco nel santuario di Rezzo, ma poi in molti Inferni della tradizione pittorica medievale, come pure nella rievocazione del martirio di Sant’Acazio. Una fonte è la Visio Pauli, un’apocalisse apocrifa che ha influenzato le concezioni dell’aldilà e l’iconografia medievale. San Paolo – che nella sua lettera ai cristiani di Corinto accenna a un suo rapimento in cielo – è condotto da un angelo a visitare l’Inferno: “Vidit vero Paulus ante portas inferni arbores igneas et peccatores cruciatos et suspensos in eis. Alii pendebant pedibus, alii manibus, alii capillis, alii auribus, alii linguis, alii brachiis” (E in verità Paolo vide davanti alle porte dell’inferno alberi infuocati e peccatori tormentati sospesi su di essi. Alcuni pendevano per i piedi, altri per le mani, altri per i capelli, o per le orecchie, o per la lingua, o per le braccia). Nel grande Giudizio universale di Sant’Agata dei Goti, l’albero del male è un grande tronco suddiviso in quattro rami, spogli di foglie e di frutti. Diavoletti color carbone, armati di pugnali, saltano come scimmiette tra i rami e sottopongono varie tipologie di dannati alla pena della pendaison. L’omicida è impiccato per il collo; il bestemmiatore è impiccato per la lingua; il fornicatore è appeso per il sesso; il traditore è appeso a testa in giù per una caviglia; il ladro è appeso per una mano; il sacrilego è appeso per i fianchi; la ruffiana è appesa per i capelli; il falso testimone è impiccato per un occhio.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’Aldilà nell’arte: http://www.camminarenellastoria.it/index/VISIONI_ALDILA.html)