Mottola. La chiesa rupestre di Santa Margherita

Il sito della cripta di Santa Margherita, sullo sfondo del mar Jonio

Il sito della cripta di Santa Margherita, sullo sfondo del mar Jonio

Certo, doveva essere proprio eroica la fede delle donne partorienti della gravina di Mottola. Provate oggi a raggiungere la chiesa rupestre di Santa Margherita. Dopo aver traversato i campi coltivati, zigzagando tra le cave di pietra, si deve percorrere una strapiombante cengia rocciosa sul bordo della gravina e con un passo un po’ aereo calcare la soglia della cripta, affacciata sul vuoto, e penetrare nel rassicurante interno.

La cengia rocciosa di accesso alla cripta rupestre

La cengia rocciosa di accesso alla cripta rupestre

Un secondo percorso risale alla cripta dall’impraticabile fondo della gravinella, traversando un sottostante antro ipogeo a destinazione funeraria. È vero che le indicazioni di una guida appassionata e affabulatrice come Maria Grottola e le protezioni di sicurezza realizzate in loco agevolano oggi il percorso, ma resta tutto lo stupore per una fede orante che si riuniva in luoghi così inaccessibili e tuttavia rivestiti del manto colorato dei ritratti delle donne sante, del santorale popolare e della bibbia in immagini.

La parete rocciosa con la cripta

La parete rocciosa con la cripta

 

La chiesa rupestre

 

La realtà rupestre di Mottola si differenzia dalle altre perché è policentrica e periferica rispetto al centro abitato posto sulla sommità della collina che domina la piana traversata dalla Via Appia e digradante verso lo Jonio. Le cripte e i villaggi rupestri occupano i solchi e le lame di Casalrotto, dei Casali di San Vito, di Petruscio, di San Sabino, di San Giorgio, della Madonna delle sette lampade. La chiesa di Santa Margherita occupa uno spalto alle pendici dell’altura di Mottola, a poca distanza dal casale benedettino di Sant’Angelo a Casalrotto.

L'interno della grotta

L’interno della grotta

La pianta è complessa, frutto dei successivi ampliamenti di una chiesa primitiva. Sono presenti tutti gli elementi tipici dei luoghi di culto in grotta: le navate, l’abside, gli altari, i pilastri, gli archi, l’atrio, il portico, il sedile in pietra, il naos e il bema. Ma è soprattutto il complesso degli affreschi – policromi e monocromi – a imporsi alla curiosità, alla lettura e all’ammirazione del visitatore.

L'interno della grotta

L’interno della grotta

Senza nulla togliere alla forza espressiva del volto del Cristo pantocratore, dell’arcangelo Michele, dei santi Antonio, Giorgio, Demetrio, Stefano, Marco e Lorenzo, mi hanno particolarmente emozionato quattro soggetti: la figura di Margherita, la storia a fumetti della sua passione e morte, il miracolo di San Nicola di Mira e una tenerissima Madre col Bambino.

 

Margherita

Santa Margherita

Santa Margherita

La figura intera di Santa Margherita accoglie il visitatore sul pilastro che fronteggia l’ingresso. Ha sul capo una corona gemmata e indossa una veste sfarzosa, tipicamente bizantina. La mano destra regge la croce alzata, simbolo del martirio, mentre la mano sinistra è poggiata sul petto a palma aperta. Margherita è il nome latino di questa santa orientale, protettrice delle gestanti, che si chiamava in realtà Marina e che visse nella città di Antiochia, in Pisidia, regione dell’attuale Turchia.

 

Il martirio di Margherita

Margherita nella fornace

Margherita nella fornace

Un dipinto sulla parete della cripta racconta in dieci quadri la passione e la morte della santa, seguendo il testo della celebre Legenda aurea, scritta nel Duecento da Iacopo da Varazze: “Margherita, originaria di Antiochia, era figlia di Teodosio, patriarca dei gentili. Fu affidata alla nutrice, e quando era già grande fu battezzata: per questa ragione era odiosa al padre. Un giorno, quando aveva ormai quindici anni, mentre con altre vergini stava guardando il gregge della nutrice, passò di lì il prefetto Olibrio. Vide quanto era bella, e subito si accese in lui l’amore. Irritato dalla decisa volontà di Margherita di conservare la sua fede in Dio, il prefetto la fece legare al cavalletto, poi la fece dilaniare prima a colpi di bastone, poi con striglie di ferro, fino alle ossa, mentre il sangue sgorgava come da una fonte purissima. Il prefetto si copriva gli occhi con la veste, perché non resisteva alla vista di tanto sangue. La fece togliere dal cavalletto e chiudere nel carcere, ove prodigiosamente brillò la luce. Il giorno seguente, sotto gli occhi della folla radunata, fu condotta dal giudice.

La decapitazione di Margherita

La decapitazione di Margherita

Apparve un grande drago che le si slanciò contro per divorarla. Margherita si armò del segno di croce, e in grazia della croce il drago si squarciò e la vergine uscì illesa.

Non volle sacrificare, e allora fu spogliata e le infersero bruciature su tutto il corpo con legni accesi, tanto che tutti si meravigliarono di come potesse una così tenera ragazza sopportare dolori così forti. Poi la legarono e la gettarono in una vasca tutta piena d’acqua perché con il mutamento di supplizio si accrescesse l’efficacia della tortura: ma ecco che d’improvviso la terra si scosse e sotto lo sguardo di tutti la vergine ne uscì illesa. Allora per questo cinquemila uomini credettero, e andarono incontro alla pena capitale per la gloria del nome di Cristo. Il prefetto, però, per evitare che altri si convertissero, fece rapidamente decapitare Margherita”.

 

I regali di San Nicola

Il dono di San Nicola al padre delle tre fanciulle

Il dono di San Nicola al padre delle tre fanciulle

Nicola, vescovo di Mira, è notissimo a noi italiani come San Nicola di Bari. Un episodio della sua vita, narrato nella Legenda aurea e affrescato nella chiesa rupestre di Santa Margherita, ha ispirato persino il mito di Santa Claus e i doni di Babbo Natale. Racconta la Legenda che “un vicino di San Nicola, che aveva tre figlie ancor giovani, aveva deciso, a causa dell’estrema povertà e nonostante la nobiltà del casato, di spingerle alla prostituzione, per ricavare di che vivere da quello sconcio commercio. Il santo seppe la cosa, ne ebbe orrore e, avvolto dell’oro in un panno, di notte, attraverso una finestra, lo gettò in casa del vicino, e fuggì. La mattina, svegliandosi, il vicino trovò l’oro, rese grazie a Dio e con quella cifra maritò la primogenita. Non molto tempo dopo il servo di Dio rifece la stessa cosa. L’uomo trovò di nuovo l’oro e scoppiando di gioia e di gratitudine decise di far di tutto per riuscire a sapere chi era che rimediava in quel modo alla sua povertà. Dopo pochi giorni, raddoppiata la somma, Nicola gettò di nuovo il sacchetto dentro la casa; l’uomo, svegliato dal rumore, si mise a inseguire Nicola che fuggiva, gridandogli: ‘fermati, fatti conoscere!’. E, riuscito a raggiungerlo, riconobbe Nicola; subito si gettò a terra e cercò di baciargli i piedi, ma Nicola non volle e anzi gli fece promettere che non avrebbe mai rivelato la cosa a nessuno, per tutta la vita”.

 

La Madonna della tenerezza

Una dolcissima Madonna con bambino

Una dolcissima Madonna con bambino

Molto bella nell’iconografia della grotta è l’immagine della Madre che regge in braccio il suo Bambino. Il bimbo si aggrappa alla mamma e si stringe a lei guancia a guancia. Una lieve malinconia pervade il viso materno e le restituisce un’umanità che il nimbo sul capo e il trono regale su cui è insediata non riescono a nascondere. É una delicata rappresentazione della Vergine Glykophilousa o della Tenerezza.

 

Per approfondire

 

Si suggerisce di visitare il bel sito web visitmottola.com/, realizzato dalla guida turistica Maria Grottola (tel. 349 3269302; mail: info@visitmottola.com) e dedicato alle quattro principali chiese rupestri della città: San Nicola, Santa Margherita, San Gregorio e Sant’Angelo. Le chiese sono chiuse e protette. Di conseguenza le visite con le guide autorizzate e l’apertura vanno concordate con l’Ufficio turistico di Mottola (tel. 099 8867640; mail: info@mottolaturismo.it). La bibliografia scientifica è molto ampia e coinvolge i maggiori studiosi dell’habitat rupestre pugliese. Tra i più recenti si segnala il penetrante studio sulla chiesa di santa Margherita curato da Domenico Caragnano e Franco Dell’Aquila e pubblicato nella rivista Umanesimo della pietra (www.archeofriuli.it/files/Umanesmo_della_pietra.pdf).

Si visiti anche la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre: www.camminarenellastoria.it/index/ITALIA_RUPESTRE.html/

Legenda aurea

Legenda aurea

(La visita è stata effettuata il 20 luglio 2016)

Amatrice. Dies Irae nella chiesa di San Francesco

Amatrice. Gli effetti del sisma nella chiesa di San Francesco

Amatrice. Gli effetti del sisma nella chiesa di San Francesco

Il terremoto del 24 agosto 2016 ha portato lutti e distruzione nei paesi della valle del Tronto, ai piedi dei monti della Laga. Vorrei fare memoria dell’antica e svanita bellezza della cittadina di Amatrice con le immagini del grande dipinto trecentesco del Giudizio Universale affrescato sulla parete destra della chiesa di San Francesco. Le foto scattate dai Carabinieri nei giorni immediatamente successivi al sisma testimoniano che il dipinto è apparentemente salvo, mentre è rovinato a terra il sontuoso altare che gli fu sovrapposto nel Seicento.

Prima del sisma

Prima del sisma

Al centro della scena è Cristo giudice del mondo, raffigurato in una mandorla e affiancato dalla croce, dalla lancia, dai flagelli e dagli altri strumenti della passione. Partecipano al giudizio la Madre Maria e un eremitico Giovanni Battista, nel tradizionale ruolo degli intercessori.

I Beati, l'Eden e la Gerusalemme celeste

I Beati, l’Eden e la Gerusalemme celeste

Maria e Giovanni precedono le schiere degli angeli, degli apostoli e dei santi, tra i quali spicca San Francesco. Sotto il gruppo dei religiosi, a sinistra, è ritratta la moltitudine dei risorti ascesi nel giardino paradisiaco e sulla torre della Gerusalemme celeste, accolti dalla musica degli angeli.

Gli angeli e i santi

Gli angeli e i santi

A destra è un tormentato inferno. Come un grande fumetto, una strip di scenette mostra in successione i vizi capitali e i peccatori del tempo, ciascuno perseguitato dal proprio demone punitore.

I vizi puniti all'Inferno

I vizi puniti all’Inferno

Il “Liber Figurarum” di Gioacchino da Fiore

Il “Libro delle Figure” è un codice miniato che riporta le meditazioni sulla Bibbia dell’abate Gioacchino e la proposta delle corrispondenze da lui individuate nelle Scritture e tradotte in immagini. Il Libro delle figure può essere definita la più bella e importante raccolta di teologia figurale e simbolica del Medio Evo. Le “Figurae“, concepite e disegnate da Gioacchino da Fiore in tempi diversi, vennero esemplate e radunate nel Liber Figurarum nel periodo immediatamente successivo alla sua morte, avvenuta nel 1202. In esse è perfettamente illustrato il complesso e originale pensiero profetico dell’abate florense, basato sulla teologia trinitaria della storia e sull’esegesi concordistica della Bibbia. L’opera ci rimane oggi in tre esemplari ben conservati: il codice di Oxford, il codice di Reggio Emilia e il codice di Dresda. Il Centro internazionale di studi Gioachimiti ha allestito una Mostra permanente delle Tavole del Liber Figurarum nella navatella esterna della chiesa abbaziale di San Giovanni in Fiore, utilizzando le riproduzioni tratte dal codice di Reggio Emilia, databile intorno alla metà del tredicesimo secolo. Più antico è il manoscritto di Oxford, prodotto dall’Officina scrittoria di un monastero calabrese, probabilmente l’abazia di San Giovanni in Fiore, tra il 1200 e il 1230. La serie delle Figurae comprende: l’albero dei due avventi; l’albero-aquila del vecchio e del nuovo testamento; i cerchi trinitari; il nuovo ordine monastico; il salterio delle dieci corde; il drago dalle sette teste; le ruote di Ezechiele; il contrasto tra la chiesa cristiana e la Roma pagana; le sette età; la spirale liturgica; l’albero della Trinità; i due alberi concordistici.

Riproduciamo qui tre tavole selezionate dall’intera collezione proposta nella mostra.

 

Il drago rosso dell’Apocalisse

Draco Magnus

Draco Magnus

Simbologia del drago

Simbologia del drago

 

Il nuovo ordine monastico

Il nuovo ordine

Il nuovo ordine

Il progetto del nuovo ordine monastico

Il progetto del nuovo ordine monastico

 

Gli alberi delle concordanze

Gli alberi delle concordanze

Gli alberi delle concordanze

Simbologia dei due alberi

Simbologia dei due alberi

 

Per approfondire

Si suggerisce di consultare il sito web dedicato a Gioacchino da Fiore dal Centro internazionale di studi gioachimiti: http://www.centrostudigioachimiti.it/

San Giovanni in Fiore e l’abate Gioacchino

Gioacchino da Fiore, morto nel 1202, è un pensatore medievale che esercita ancora un grande fascino su noi moderni per il suo messaggio positivo sul futuro e per il pensiero profetico e utopico. Egli cercò essenzialmente di trovare nelle Scritture il senso della storia. Collocò il suo secolo ancora nel­l’Età̀ del Figlio, avendo superato quella del Padre, ma in vista di una prossima Era dello Spirito. Questa non è l’Era della Gerusalemme celeste, posteriore allo «svelamento» dell’Apocalisse, ma un periodo di pace successivo al 1260, dopo la venuta di un re detto l’Anticristo. Gioacchino legge l’Apocalisse in chiave millenaristica: “mille e non più mille” significherebbe proprio la fine dell’era intorno allo scadere del primo millennio, senza per questo pensare a una fine della storia. L’abate segnala l’imminenza di una nuova Era, dove tutte le gerarchie e tutti i poteri si sarebbero fusi armonicamente sotto il soffio dello Spirito.

Gioacchino da Fiore

Gioacchino da Fiore

Colpisce di Gioacchino che l’elaborazione del suo pensiero e lo studio biblico non avvengano nelle aule delle celebri università medievali o nelle biblioteche dei grandi monasteri, ma in tuguri e piccoli cenobi sperduti sui monti della Sila, lontanissimi dalle vie di comunicazione e dai crocevia culturali. Gioacchino è un asceta che però ha viaggiato, ha visitato la Terrasanta, ha incontrato papi e re, ha dialogato con i teologi del tempo, ha vissuto a Palermo e a Casamari, è stato a Messina, Verona, Napoli e Roma. Conosce il mondo, i suoi vizi, le invidie e i contrasti della chiesa e delle corti. Ma quando deve pensare e scrivere, si ritira nei suoi romitori di montagna con pochi e fidati collaboratori. Gioacchino è un antesignano del «think global, act local», apprezzato ancora oggi per il suo pensiero globale, ma le cui tracce vanno scoperte sui monti della Calabria.

 

San Giovanni in Fiore e l’Abbazia Florense

Oggi San Giovanni in Fiore è un’importante e attiva cittadina della Sila, centro commerciale e artigiano, punto di partenza per diverse località turistiche del parco nazionale della Sila. Nacque però come piccolo centro di servizio al Monasterium Florense, fondato da Gioacchino da Fiore nel 1189. Si sviluppò poi nel corso dei secoli con l’immigrazione di molti abitanti dei casali di Cosenza.

L'Abbazia Florense

L’Abbazia Florense

L’Abbazia, che oggi è vanto e attrattore turistico della cittadina, risente delle vicende storiche, di manomissioni, alterazioni e restauri. Riesce tuttavia a farsi ammirare per il suo ornato portale duecentesco, per l’alta navata unica, per l’altare barocco e per la zona absidale con tre monofore ogivali sormontate da un rosone esalobato circondato da tre oculi. Nella cappella laterale destra vi è una ripida scala che conduce nella cripta: restaurata nel 1929, custodisce l’urna contenente le spoglie di Gioacchino da Fiore.

 

Il Centro internazionale di studi gioachimiti

Il Centro Internazionale di Studi Gioachimiti è insediato nei locali della restaurata Abazia Florense, ed è il punto di riferimento, di coordinamento e di propulsione della generale ripresa d’interesse verso l’Abate di Fiore.

I cerchi trinitari di Gioacchino

I cerchi trinitari di Gioacchino

Svolge un’intensa attività scientifica e editoriale, divulgativa e promozionale, formativa e didattica, convegnistica e seminariale, anche in collaborazione con università e istituzioni di ricerca italiane ed estere, testimoniata dagli otto Congressi internazionali con i relativi Atti, dalla rivista internazionale “Florensia”, dai seminari di specializzazione post laurea e dalla biblioteca. Il Centro sta procedendo alla ricognizione della tradizione manoscritta delle opere di Gioacchino da Fiore sparsa su tutto il territorio europeo, ne sta microfilmando i codici ed ha avviato l’edizione critica definitiva dell’Opera Omnia del grande Abate.

 

Il Museo demologico dell’economia, del lavoro e della storia sociale silana

Il Museo è dal 1984 il luogo di documentazione del territorio dell’Altopiano silano di cui San Giovanni in Fiore è il luogo centrale d’interesse per l’analisi della storia, dell’economia, delle tradizioni e dei caratteri folkloristici delle popolazioni silane. Il museo è articolato in sezioni dedicate agli attrezzi di lavoro, alle produzioni tradizionali, alla pastorizia, alla storia sociale e alle culture popolari.

Il logo del Museo

Il logo del Museo

Contiene l’esposizione permanente di cinque botteghe artigianali di antica tradizione locale: tessitura, oreficeria, pietra ornamentale, ebanisteria, calzolaio. Una citazione merita il fondo “Saverio Marra”, il fotografo novecentesco che ha lasciato un prezioso patrimonio fotografico di circa 3000 immagini sulla gente dell’altopiano.

 

Jure Vetere (Fiore Vecchio)

Disponendo di tempo, è opportuno completare la visita a San Giovanni in Fiore con un’escursione sui principali luoghi gioachimiti dei dintorni. Uno di questi è l’attuale Jure Vetere (Fiore vecchio), la sede della prima comunità monastica florense fondata da Gioacchino.

Lo scavo archeologico di Jure Vetere

Lo scavo archeologico di Jure Vetere

Gli scavi archeologici hanno riscoperto la struttura del protocenobio che andò distrutto da un incendio nell’estate del 1213. L’incendio costrinse i monaci florensi a trasferirsi a Faraclonio, l’attuale San Giovanni in Fiore, dove fu edificata l’abbazia di Fiore Nuovo. Il sito si trova lungo il fiume Arvo, a cinque chilometri in linea d’aria a est della città.

 

Il monastero di Corazzo

Il monastero di Corazzo fu fondato nel dodicesimo secolo. Fu abbazia benedettina e poi cistercense.

L'abbazia di Santa Maria di Corazzo

L’abbazia di Santa Maria di Corazzo

La storia di Santa Maria di Corazzo s’incrocia con quella di Gioacchino da Fiore, che qui vestì l’abito monacale, divenendone subito dopo abate. Proprio qui a Corazzo Gioacchino scrisse le sue opere principali, aiutato dagli scriba Nicola e Giovanni. L’abbazia è stata vittima delle distruzioni dei terremoti. Le suggestive rovine sono comunque state oggetto di restauro e sono oggi visitabili in località Castagna, frazione dei comune silano di Carlopoli.

Il portale dell'Abbazia Florense

Il portale dell’Abbazia Florense

 

(La visita è stata effettuata il 28 giugno 2016)

Casabona, città rupestre nel Crotonese

Panorama di Casabona

Panorama di Casabona

Casabona. Un bel nome per questo centro disteso sulle colline di Crotone, a cavallo tra le vallette del Vìtravo e del Seccato, la cui fama è legata a uno dei principali insediamenti rupestri della Calabria. Già risalendo le tortuose strade che provengono dalla costa e dalla valle del Neto, si resta colpiti dalle forme del paesaggio. A oriente del paese stagliato sul colle, si osservano le “sciolle”, caratteristiche formazioni d’argilla, mescolate con sabbia e arenaria, collinette erose, che restano a testimonianza dell’antico borgo, abbandonato a seguito di una serie di terremoti, frane e alluvioni. Giunti in paese, si cerca la Valle cupa, un cuneo vallivo a forma di testa d’anatra che s’infila nel grembo dell’abitato e lo separa in due parti.

Il presepe in grotta

Il presepe in grotta

L’itinerario

L'accesso al parco rupestre

L’accesso al parco rupestre

Dal parcheggio sommitale della variante ovest si osserva la stradina che scende ripida sul fondo della forra, fiancheggiata dai due pendii del colle, sforacchiati da una successione di grotte a schiera scavate nel tufo. Il versante esposto a est conserva la sua configurazione tradizionale. Il versante opposto è stato oggetto di un buon intervento di restauro ambientale. Sono stati impiantati i pannelli informativi, recuperati i gradini di accesso, ripuliti i sentieri dagli infestanti, sfoltita la vegetazione, creati dei percorsi protetti e attrezzati con ringhiere di sicurezza, costruito un impianto d’illuminazione, svuotate le grotte dai detriti.

Il sistema di cenge terrazzate

Il sistema di cenge terrazzate

Il risultato consente una maggiore leggibilità dell’insediamento: una serie di cenge orizzontali sovrapposte, di terrazze parallele raccordate tra di loro, lungo le quali si distribuiscono in ‘ordinata’ successione decine di grotte scavate nell’arenaria.

Grotta-stalla con mangiatoia

Grotta-stalla con mangiatoia

Nelle prime grotte dell’insediamento sono state inserite le statue di un presepe tradizionale che ricorda la nascita di Gesù e l’arrivo dei pastori e dei magi. La simbologia dell’allestimento si combina perfettamente con il contesto naturale che rinvia al paesaggio medio-orientale.

Grotta pluricellulare

Grotta pluricellulare

Le grotte, in gran parte ormai abbandonate, mostrano i segni del loro passato utilizzo. Numerose tra esse sono servite da ricovero per gli animali, come conferma la presenza delle mangiatoie e delle vasche per l’abbeverata: stazzi per gli ovini, porcilaie, ricovero per cavalli e muli da lavoro, colombari per i piccioni, stie per l’allevamento di animali da cortile. La maggioranza delle grotte sono adoperate come magazzini di attrezzi e fondaci. Lo è in modo ancora evidente per quelle chiuse ma anche per quelle che hanno ospitato piccoli laboratori di trasformazione degli alimenti (olio, vino, caseificazione).

Interno

Interno

Alcune unità rupestri mostrano una maggiore complessità. L’interno è articolato in due o più vani, separati da pareti laterali, con la presenza di colonne di sostegno alle volte, con opere in muratura all’ingresso e la presenza di architravi, stipiti e finestre. Sulle pareti si osservano nicchie, sporgenze, ripiani e mensole per la deposizione di oggetti e lanterne, fori per l’alloggiamento di pali di legno per i soppalchi, le lettiere e le recinzioni. Non si può del tutto escludere l’uso come abitazione temporanea.

L'insediamento rupestre occidentale

L’insediamento rupestre occidentale

L’osservazione dell’insediamento nel suo complesso, permette di cogliere la singolare simbiosi tra il borgo ‘costruito’ in alto e le cavità ‘scavate’ in basso. Si può intuire che la funzione delle grotte rispetto alle case sovrastanti corrisponda alla moderna concezione delle cantine e dei ‘bassi’ rispetto agli appartamenti dei condomini e alle abitazioni. Potrebbe confermarlo la circostanza che ancora fino alla metà del Novecento, le oltre quattrocento unità rupestri erano utilizzate dagli abitanti di Casabona sulla base di contratti di locazione stipulati con il Comune.

 

Per approfondire

Grotta trasformata in abitazione

Grotta trasformata in abitazione

Per la Calabria ionica si consiglia la lettura degli studi contenuti in Medioevo rupestre. Strutture insediative nella Calabria settentrionale, a cura di Pietro Dalena (Bari, Adda editore, 2007) e in Le aree rupestri dell’Italia centro-meridionale nell’ambito delle civiltà italiche: conoscenza, salvaguardia, tutela, a cura di Enrico Menestò (Spoleto, Cisam, 2011). Si vedano anche, di Francesco Cosco, Civiltà rupestri e siti Monastici nel Marchesato di Crotone, e il saggio di Francesco Cuverà Architettura rupestre nella provincia di Crotone.

Pannello informativo

Pannello informativo

 

(La visita a Casabona è stata effettuata il 27 giugno 2016)

I Giganti della Sila

Sull’altopiano della Sila, in Calabria, c’è un bosco monumentale, dove si ammirano alberi alti 45 m, dal tronco largo 2 m e dall’età straordinaria di 350 anni. Una selva di pini larici e aceri montani piantata nel Seicento dai Baroni Mollo, proprietari del vicino Casino.

I pini della Riserva

I pini della Riserva

Oggi la pineta è una riserva naturale biogenetica, dove l’intervento umano ha il solo scopo di lasciare che la natura faccia il suo corso. Le piante presenti nella riserva vengono lasciate crescere senza importanti interventi da parte dell’uomo ed anche gli esemplari abbattuti dagli elementi naturali o dalla vecchiaia sono lasciati sul terreno, dove rimangono esposti ai normali processi biologici di deterioramento in un rispetto integrale dell’ecosistema e della biodiversità. Ogni albero secolare è stato catalogato dal Corpo Forestale dello Stato e le sue caratteristiche sono evidenziate in specifiche tabelle in prossimità di ciascun esemplare e, nell’areale circostante, oltre al pino laricio sono presenti anche meli selvatici, faggi, castagni, pioppi tremuli e aceri montani, di cui sette, situati ai margini della Riserva, sono centenari.

 

La storia della Riserva

La storia di questa Riserva è ricordata da Francesco Bevilacqua nella sua guida alle montagne calabresi. Il bosco scampò al taglio verso la metà degli anni Settanta: l’Ente di sviluppo agricolo della Calabria (ex Opera Valorizzazione Sila, oggi Azienda regionale di sviluppo agricolo), che ne è proprietario, intendeva assegnare il piccolo appezzamento di terreno a un contadino perché vi piantasse patate. La denuncia della famiglia Mollo di Cosenza, proprietaria di una delle due case, e l’azione congiunta del Wwf e di Italia Nostra scongiurarono il taglio degli alberi e salvarono il bosco. Nel 2016 la stessa famiglia Mollo ha donato la sua proprietà al Fondo Ambiente Italiano. Il Fai ha in corso un progetto di restauro e valorizzazione del borgo e dell’area.

Il portale del Casino Mollo

Il portale del Casino Mollo

 

Il borgo

Nel 1632 la famiglia Mollo acquista il casino e le terre circostanti. Ne nasce un piccolo villaggio: la chiesa, un pozzo e un mulino e dall’Ottocento una filanda.

La Filanda

La Filanda

Si sviluppa una tipica azienda latifondistica: si coltivano grano e foraggio, si pascolano buoi e pecore durante la transumanza e si producono legname, pece estratta dai pini e, più tardi, la seta. Esaurite le attività alla fine dell’Ottocento, la proprietà viene smembrata con la Riforma agraria degli anni Cinquanta. Il progetto in corso prevede che l’edificio sia riallestito come un tradizionale casino della selva silana: racconterà attraverso gli arredi tradizionali e i cimeli del passato, ma anche le tecnologie multimediali, la storia di quest’angolo di paesaggio rurale del Mezzogiorno.

 

La visita

Il bosco di Fallistro con i Giganti della Sila è posto a circa 1400 metri di quota ed è attualmente recintato e protetto.

Il percorso pedonale

Il percorso pedonale

Vi si accede da un vialetto chiuso al traffico delle auto che passa davanti al Casino Mollo, alla fontana e alla Filanda. Varcato il cancello d’ingresso e pagato un modesto contributo, si segue il percorso pedonale obbligato (pedana di legno con ponticelli, terrazze panoramiche e mancorrente). Ciascuno dei circa cinquanta alberi è individuato da una targa che ne descrive le principali caratteristiche. Emoziona soprattutto rivolgere lo sguardo verso l’alto e osservare le chiome dei pini e degli aceri che rifrangono i raggi del sole. Colpiscono i tronchi spaccati alla base per estrarne la pece, con aperture capaci di ospitare fino a quattro persone. La visita si completa in circa trenta minuti, con l’eventuale assistenza degli operatori. Il chiosco d’ingresso dispone di libri, audiovisivi e ricordi.

I giganti gemelli

I giganti gemelli

La Riserva si raggiunge dalla strada statale 107 “Silana-Crotonese” attraverso l’uscita per la località “Croce di Magara”. Di qui si percorrono 3 km, seguendo l’apposita segnaletica, fino all’ingresso della riserva, in località Fallistro. La località ospita ormai solo sette famiglie. Gli edifici (hotel, ristoranti, villaggio vacanze) che s’incontrano sul percorso furono costruiti in previsione della costruzione d’impianti di risalita mai realizzati e sono oggi sostanzialmente abbandonati.

Un pino cavo

Un pino cavo

 

(Escursione effettuata il 29 luglio 2016)