Il Sentiero del Silenzio

Percorrere il Sentiero del Silenzio è un’esperienza stimolante e toccante. Stimolante, perché il sentiero è un continuo invito a fare memoria storica e a leggere testi incisivi di grandi maestri. Toccante, perché commuovono le parole scritte dai giovani soldati della Grande Guerra ed emozionano le reliquie e i ricordi bellici. Ho vissuto questo sentiero come uno scambio continuo tra i “piedi” e la “testa”, una rara esperienza del camminare come ricostruzione dell’unità personale.

Il pannello descrittivo del sentiero

Il pannello descrittivo del sentiero

Siamo sull’altopiano di Asiago. Il “Sentiero del Silenzio” è stato realizzato dal Comune di Gallio, su progetto dell’architetto Diego Morlin, in un’area d’interesse storico e ambientale, nell’alta valle di Campomulo (località Campomuletto), sulla strada che conduce a luoghi evocativi come l’Ortigara, il monte Lozze, la cima della Caldiera. Il percorso ad anello costituisce la traccia lungo la quale sono state posizionate 10 opere d’arte contemporanea, collocate rispettando la morfologia del luogo e gli elementi emergenti che in esso si trovano. Tra questi, si scorgono tra gli abeti e nelle piccole valli, i segni della guerra: postazioni, caverne, ricoveri, trincee, ex cimiteri. Il Sentiero inizia e termina nei pressi del Rifugio Campomuletto e va percorso in senso anti-orario. Sono qui descritte di seguito le dieci postazioni.

 

Pace ritrovata

La colomba della pace

La colomba della pace

Le travi di legno di castagno formano una gabbia, racchiudono uno spazio entro il quale si cela una colomba. Una prigione a cielo aperto, uno spazio angusto entro il quale intrufolarsi per godere della visione di libertà e di pace dettata dalla presenza della colomba, scolpita da un unico blocco di marmo bianco con le ali pronte a spiccare il volo verso il cielo che fa capolino nella struttura massiccia di legno.

 

Pietà

Le croci

Le croci

Quattro croci greche sono sovrapposte a due a due, crivellate dalle pallottole. Il simbolo della croce in molti popoli e, specialmente, in molte religioni, assume significati legati alla vita, alla morte, alla rinascita ed è un segno di forte identità sociale, culturale e religiosa. Il significato prevalente della composizione è la Pietà. Infatti, essa è orientata verso il Monte Ortigara, che nel corso della Grande Guerra, prevalentemente nel giugno del 1917, è divenuto tristemente il calvario di migliaia di soldati di tutte le nazionalità.

 

Speranza

Le braccia

Le braccia

L’installazione è formata da 12 braccia umane in bronzo, che emergono dal terreno e possono essere nude o “vestite”. Le braccia si elevano al cielo (messaggio positivo), con mani che tengono ben stretto un foglio contenente uno scritto, oppure porgono un fiore, una colomba o altro simbolo. Esse esprimono la speranza della risurrezione dei morti.

 

Lettere

Le lettere dei soldati

Le lettere dei soldati

Grandi lastre rettangolari in acciaio, da un metro per quattro, sono collocate orizzontalmente nel terreno, senza un ordine precostituito. Grandi pagine della storia, sulle quali sono posizionate lettere inviate dal fronte dai soldati della Grande Guerra alle loro famiglie. Ricordo indelebile delle loro sofferenze, paure, angosce, ma anche segno di amore e di speranza nei confronti dei loro cari, della vita e della pace. Gioie che a pochi di loro sono state concesse.

 

Testimoni

Le sagome dei soldati

Le sagome dei soldati

Grandi sagome in acciaio, allineate, stanno a rappresentare tanti soldati pronti alla partenza per il fronte o pronti sulla linea di combattimento. Sagome smembrate, slabbrate, ferite, scheggiate dalla guerra. Solo alcune di esse rimangono integre, immuni alla furia distruttrice della Guerra. Le sagome sono collocate a cerchio entro il quale sono posizionate nel terreno le parti mancanti, a significare che nulla di quanto patito andrà perduto, almeno sino a quando nella memoria di chi saprà leggere con sentimento la scena, il ricordo non sparirà.

 

Eserciti

Gli elmetti

Gli elmetti

Questa composizione rappresenta i due eserciti (italiano e austro-ungarico) che sulle montagne circostanti si sono fronteggiati nel corso della Grande Guerra. Elmetti, corrispondenti a quelli in uso nei due eserciti, si contrappongono, posizionati simbolicamente nella medesima direzione mantenuta dagli eserciti nel periodo bellico. Le due schiere di elmetti esaltano il momento dello scontro, il cui solo risultato sarà la Morte, simboleggiata da quattro teschi collocati al centro.

 

Fiore vivo

I fiori

I fiori

La composizione è costituita da una serie di fiori giganteschi realizzati in “acciaio corten”, che ben si addice al posto con la sua caratteristica tonalità simile al ferro arrugginito, elemento costantemente presente nei siti interessati dagli eventi bellici. Una selva di fiori arrugginiti, tristi segni di distruzione, sono redenti da un fiore colorato posizionato nel centro, messaggero di speranza e di fiducia che dopo tanta distruzione la Vita ritornerà a fiorire e a germogliare, spazzando via l’angoscia del passato.

 

Labirinto nero

Il labirinto

Il labirinto

Questa installazione prende spunto dal luogo stesso in cui si colloca e dalla presenza di pietre di grandi dimensioni disseminate in tutta l’area. Le pietre sono riunite in modo da permettere il passaggio di una persona alla volta, la quale si volgerà al cuore della composizione, entrando quasi in un labirinto, entro il quale spicca un blocco squadrato di granito nero. Sul masso centrale è incisa la parola Pace in 36 lingue. Un valore indiscutibile, celato dal biancore anonimo della quotidianità, una possibilità aperta a tutti.

 

Gli immortali

Gli immortali

Gli immortali

La radura brulica di grossi massi biancastri, informi, anonimi, pietre comuni della zona. Ogni pietra porta incise simbolicamente delle iniziali, a memoria degli innumerevoli soldati che hanno perduto la vita o sono risultati dispersi nel corso delle guerre. A cento anni dal conflitto, e, spesso, anche nelle famiglie dei soldati, dei caduti o degli eroi è andata perduta la memoria storica dei loro cari… Ecco allora che, a delle semplici pietre, in un luogo sacro, è dato il compito di mantenerla viva.

 

Frutti gloriosi

Gli alberi secchi

Gli alberi secchi

Questa installazione è collocata in una grande buca provocata dallo scoppio di granate di vario calibro, che all’epoca hanno spappolato qualsiasi cosa o essere vivente. Nulla ci si aspetta da un simile evento distruttore e da un luogo così desolato. Da questa buca, invece, “nascono” degli alberi senza vita, secchi, che in futuro non porteranno né foglie, né frutti, perché originati da una mutazione genetica dovuta alla guerra. Sul loro tronco emergono solo delle grandi “piastrine di riconoscimento”, oggetti che i soldati portavano al collo come segno di identificazione, perché contenevano tutti i dati personali, utili nella vita e, purtroppo, ancor più nella morte.

 

Il braccio alzato

Il braccio alzato

 

(Ho percorso il sentiero il 17 agosto 2016)

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Capua Vetere. Passeggiata nella città di Spartaco

L'anfiteatro campano

L’anfiteatro campano

L’odierna Santa Maria Capua Vetere sorge sull’antica Capua romana. La città antica era allora una delle più importanti dell’Italia meridionale e fra le più popolose dell’intera penisola. Era collegata direttamente a Roma dalla Via Appia e da essa si diramavano strade dirette verso le diverse località campane e, in particolare, verso il porto di Pozzuoli, lungo un asse che arrivava sino a Ercolano e Pompei, dall’altra parte del golfo. Era una città ricca, che riusciva a esportare grano, vino, tessuti, carni, metalli, profumi. E che basava la sua economia su una moltitudine di schiavi, la manodopera a basso costo diffusa in tutto il mondo antico.

 

I gladiatori

Gli schiavi lavoravano nelle aziende agricole, nelle botteghe e nelle case di città a servizio dei loro padroni. Un piccolo numero era selezionato per i combattimenti nell’arena, uno spettacolo particolarmente amato dal popolo romano. Erano in genere prigionieri di guerra, nemici o stranieri ridotti in schiavitù. Il termine gladiator indicava in modo specifico chi usava in combattimento una spada corta, il “gladius”, ma passò poi a indicare genericamente tutti quelli che combattevano nell’arena. A Capua esistevano diversi centri di addestramento per gladiatori. Queste strutture somigliavano alla combinazione di una prigione e di una fortezza.

I gladiatori

I gladiatori

 

Spartaco

Il gladiatore Spartaco veniva dalla Tracia (l’odierna Bulgaria). Era stato anche soldato nell’esercito romano ma aveva poi disertato quando gli fu chiesto di combattere contro il suo popolo. Ridotto in schiavitù, era presto diventato gladiatore per la sua prestanza fisica e si addestrava in un campo-prigione – un ludus, una palestra, come allora si diceva – alla periferia di Capua. Poi la fuga. Con una settantina di compagni evase dal campo e si diede alla macchia. Attorno a lui si raccolsero progressivamente migliaia di schiavi ribelli. Spartaco divenne il capo, lo stratega geniale in battaglia, di un esercito di decine di migliaia di disperati, consci che in caso di cattura sarebbero stati suppliziati. L’armata di Spartaco scese e risalì l’Italia, tirandosi dietro le legioni romane inviate a reprimere la ribellione. Le sconfisse e le umiliò più volte. Minacciò perfino di marciare su Roma. Ma quando gli fu inviata contro l’armata di Crasso, preponderante come numero di soldati e qualità dell’armamento, le sorti s’invertirono. La battaglia finale ebbe luogo all’inizio della primavera del 71 avanti Cristo nell’alto Sele, in prossimità della cittadina di Oliveto Citra. Spartaco cadde da eroe. Lì ebbe origine la sua leggenda, un’epopea che ha ispirato alcuni movimenti rivoluzionari e che affascina tuttora.

Scena gladiatoria nel Museo

Scena gladiatoria nel Museo

 

Il Museo dei Gladiatori

Il Museo dei gladiatori

Il Museo dei gladiatori

Oggi il Museo dei gladiatori permette di rivivere le vicende della scuola gladiatoria di Capua. Un diorama a dimensioni naturali ripropone i duelli tra gladiatori e i combattimenti contro gli animali. Una seconda sala propone la decorazione che rivestiva le gradinate dell’anfiteatro. Balaustre e transenne raffigurano gli animali esotici che erano uccisi durante la caccia selvaggia nell’anfiteatro e le allusive scene mitologiche delle fatiche di Ercole.

Ercole e Anteo

Ercole e Anteo

 

L’Anfiteatro campano

L'interno dell'anfiteatro

L’interno dell’anfiteatro

Il grande anfiteatro fu costruito alla fine del primo secolo dopo Cristo e abbellito con rilievi e sculture. Poteva ospitare fino a 60.000 spettatori. Fu utilizzato fino al Medio Evo, quando divenne una specie di fortezza. Decadde poi a cava a cielo aperto: le antiche pietre divennero materiale edilizio per la costruzione della città moderna. La visita al monumento restaurato impressiona per le dimensioni e la complessità dei ruderi. Accanto all’anfiteatro campano sono visibili alcuni resti del primo anfiteatro realizzato in età repubblicana, dove si esibiva Spartaco.

Gli archi decorati

Gli archi decorati

 

Il Museo dell’antica Capua

Il satiro in riposo

Il satiro in riposo

Ospite di un’originale rimessa di carrozze dell’ottocentesca caserma di cavalleria, il Museo ricostruisce cronologicamente la storia della città dalla preistoria all’età etrusca, dall’età dei Sanniti alla grande Capua dei Campani. Si segnalano la grande statua del Satiro in riposo di Prassitele, le immagini dei guerrieri sanniti, la Mater campana e la ricostruzione di alcune tombe dipinte.

La tomba dipinta

La tomba dipinta

 

Il Mitreo

Il Mitreo

Il Mitreo

Costituiva il luogo di culto consacrato a dio Mitra, antica divinità di origine persiana. Il Mitraismo divenne un culto diffusissimo in tutto l’impero romano. I suoi riti misterici e le modalità d’iniziazione degli adepti erano un tempo descritti sulle pareti, ma i dipinti sono ormai quasi completamente svaniti. Ben visibile sulla parete di fondo è invece la rappresentazione di Mitra che uccide il toro. Nella lunetta della parete opposta è rappresentata Selene, la Luna, sulla biga del suo viaggio notturno. Da segnalare anche il rilievo in marmo con le figure di Amore e Psiche e la volta dipinta con stelle verdi e rosse su fondo giallo.

Amore e Psiche

Amore e Psiche

 

Per approfondire

Utili informazioni sul sito archeologico di Santa Maria Capua Vetere sono presenti nelle pagine del sito del Circuito informativo regionale della Campania per i Beni culturali.

Il libro di Schiavone su Spartaco

Il libro di Schiavone su Spartaco

Aldo Schiavone ha pubblicato la storia di Spartaco, schiavo ribelle e condottiero dell’armata che minacciò Roma (Aldo Schiavone, Spartaco – Le armi e l’uomo, Einaudi, Torino, 2016). Con grande finezza filologica, Schiavone utilizza le scarse fonti disponibili e ricostruisce la personalità dell’eroe popolare, tenendosi lontano dalla retorica della “leggenda” che aleggia intorno al gladiatore trace e dal mito rivoluzionario che gli fu costruito intorno.

Guerriero sannita

Guerriero sannita

 

(La visita a Santa Maria Capua Vetere è stata effettuata il 1° luglio 2016)

Milano. L’abbazia di Mirasole

Il Sole, simbolo dell'abbazia

Il Sole, simbolo dell’abbazia

In una solitudine impressionante, nel deserto dei campi aperti, si svela all’improvviso l’abbazia di Mirasole. Sembra impossibile che quest’oasi medievale e questo rarefatto silenzio possano conservarsi a un passo dagli svincoli della trafficatissima tangenziale ovest di Milano, dal fiume Lambro, da Opera e dagli altri centri industriali e commerciali della periferia milanese. Eppure il quadrilatero di questa immensa cascina, la grande aia centrale, la chiesa affiancata dal chiostro hanno una bella storia remota e una complicata storia moderna.

Foto satellitare dell'abbazia di Mirasole

Foto satellitare dell’abbazia di Mirasole

 

Gli Umiliati a Mirasole

Gli Umiliati al lavoro

Gli Umiliati al lavoro

Gli Umiliati erano sorti come movimento laicale che voleva reagire alla ricchezza e alla rilassatezza dei costumi dell’alto clero e propugnava il ritorno a una vita più austera e frugale. Con il riconoscimento papale il movimento si articolò in una libera associazione di laici sposati (terz’ordine), in una sezione costituita da laici non coniugati che osservavano le norme e le forme della vita religiosa in comune (secondo ordine) e l’ordo canonicus composto da chierici viventi presso una chiesa e dediti alla cura pastorale.

L'ala delle vecchie stalle

L’ala delle vecchie stalle

Agli inizi del Duecento, nove secoli fa, un gruppo di Umiliati laici impianta nelle campagne a sud di Milano un grande ovile per l’allevamento delle pecore e una manifattura della lana a ciclo completo. Ben presto si crea anche una cascina e si mettono a coltura i terreni intorno in un grande fervore operativo e religioso. Le famiglie hanno ciascuna la loro abitazione ma lavorano insieme alle altre. Tutti obbediscono a un’autorità che li guida nell’organizzazione del lavoro e regola la distribuzione delle risorse in base ai bisogni. Devolvono il sovrappiù a chi è malato o bisognoso. Si radunano periodicamente per aiutarsi, con l’aiuto dei più autorevoli, nella comprensione del Vangelo e nella tensione a viverlo. Hanno come modello la comunità cristiana degli inizi. Il modello di Mirasole è innovativo perché l’abbazia possiede le uniche macchine del circondario per la fabbricazione di panni di lana e la trasformazione della lana in feltro.

 

La storia dell’Abbazia

L'ingresso dell'Abbazia

L’ingresso dell’Abbazia

Alla fine del Quattrocento Mirasole non è più amministrata direttamente dagli Umiliati ma da un abate commendatario nominato dal Papa. Nel 1571 l’ordine è soppresso dal papa su richiesta del cardinale Carlo Borromeo. A Mirasole s’insedia allora il Collegio elvetico fondato da San Carlo per l’istruzione del clero svizzero. Nel 1791 Napoleone, conclusa la campagna d’Italia, sopprime il Collegio e dona Mirasole all’Ospedale Maggiore di Milano, che ha curato i suoi soldati. E oggi l’Ospedale Maggiore di Ca’ Granda è ancora il proprietario dell’abbazia. Nel 1980, con il contributo della Regione Lombardia e della Fondazione Cariplo, viene realizzato un profondo restauro degli edifici che ne restituisce la piena funzionalità e li dota di servizi residenziali e collettivi (foresteria, biblioteca, sala conferenze). Dal 2013 l’abbazia ospita in comodato d’uso una comunità di Canonici regolari Premostratensi (l’ordine religioso fondato da San Norberto di Prémontré) che riporta la vita nell’abbazia a servizio del territorio circostante. La comunità norbertina, ridottasi nel numero, lascia però l’abbazia appena due anni dopo. In futuro Mirasole sarà un’abbazia della solidarietà e ospiterà nuclei di mamma-bambino con fragilità sociali e relazionali, alcune famiglie che faciliteranno il percorso educativo rivolto alle madri accolte e faranno accoglienza, e un piccolo nucleo di sacerdoti che consentirà non solo le celebrazioni religiose quotidiane, ma anche la promozione di iniziative di studio e di formazione.

La visita

La residenza

La residenza

Una croce stazionaria in ferro su un cippo di granito segna l’ingresso monumentale all’abbazia. Intorno al grande cortile centrale è un corpo di fabbrica continuo, con l’edificio residenziale, le celle dei monaci e le abitazioni contadine, le stalle adibite al ricovero estivo e a quello invernale. La recente ristrutturazione ha salvaguardato la fisionomia dei fabbricati ma ne ha naturalmente mutato le dotazioni e le funzioni. La chiesa ha una semplice facciata a capanna affiancata da un campanile di origine duecentesca. L’interno è a navata unica con un presbiterio quadrato dalla volta a crociera. La parete di fondo è decorata da un grande affresco quattrocentesco con la scena dell’Assunzione di Maria in paradiso. Gli spicchi della volta ospitano le immagini dei quattro evangelisti in trono. Nella cappella laterale è una cinquecentesca Adorazione dei pastori, di scuola cremonese.

L'edificio d'ingresso e la chiesa

L’edificio d’ingresso e la chiesa

 

I simboli

Il simbolo dell'abbazia

Il simbolo dell’abbazia

Il simbolo dell’abbazia di Mirasole è naturalmente il Sole. Nei capitelli del chiostro il simbolo vede sovrapposti il Sole e la Luna. Il Sole è il simbolo di Cristo, che dà luce al mondo con i suoi raggi. La Luna è il simbolo della Chiesa, fatta di uomini. Ogni Luna, ovvero ogni comunità ecclesiale, è viva e visibile per la presenza del Sole-Cristo.

I simboli della comunità degli Umiliati di Mirasole

I simboli della comunità degli Umiliati di Mirasole

Una formella sulla facciata della chiesa di Mirasole raffigura in alto il simbolo degli Umiliati: un agnello, figura dell’umiltà e, contemporaneamente, di Cristo. In basso è rappresentata la celebrazione della Messa nella chiesa abbaziale.

L'assunzione di Maria

L’assunzione di Maria

 

(La visita è stata effettuata il 21 agosto 2016)

Sila. Il Sentiero della Transumanza

Vacca podalica sui pascoli di Macchialonga

Vacca podolica sui pascoli di Macchialonga

Il Parco nazionale della Sila propone agli escursionisti il “Sentiero della Transumanza” (n. 11 del PNS e Cai 410), un tracciato che collega alcuni luoghi privilegiati di pascolo montano delle mandrie di vacche podoliche. È il più lungo di tutta la rete sentieristica ufficiale e ha come terminali da un lato i pascoli di vetta di Monte Botte Donato e dall’altro il vivaio della Fossiata. I pascoli della Sila, talvolta frutto di larghi disboscamenti effettuati nel corso dei decenni, esercitano un richiamo irresistibile e appetitoso per le mandrie transumanti che salgono in estate dagli allevamenti situati lungo la costa del Crotonese e del Marchesato. Con alcuni giorni di cammino le mandrie e le greggi risalgono gli antichi tratturi che fiancheggiano i fiumi e raggiungono le sponde dei grandi laghi silani e i pascoli più famosi come quelli dell’alta valle del Tàcina o quelli di Macchialonga. I permessi dell’Azienda regionale per lo sviluppo dell’agricoltura, i controlli di polizia veterinaria del Corpo forestale, gli incentivi agli allevatori, i caseifici di montagna, sono tutte misure che concorrono a migliorare le filiere del latte e della carne e la loro tracciabilità, dal produttore al consumatore.

Il vivaio forestale

Il vivaio forestale

Il percorso qui proposto ha inizio dall’Arboreto Sbanditi della Fossiata, sale nella foresta fino al valico di Macchialonga, traversa i magnifici pianori omonimi e sale infine alla panoramica vetta della Serra Ripollata. L’escursione è semplice e agevole, interamente su strada sterrata; ha un dislivello di circa 400 metri e si compie in quattro ore, tra andata e ritorno. Il punto di partenza è l’Arboreto Sbanditi, lungo la strada della Fossiata che s’imbocca sulla destra provenendo da Camigliatello Silano, dopo aver percorso la strada del lago Cecita e aver superato il centro di visita “Cupone”. I possibili ingressi, preclusi alle auto, sono tre e si trovano rispettivamente ai km 5,8 o 7,2 o 7,6. Il sentiero 410 inizia dalla località Santa Barbara (a quota 1325 m) e si raccorda nei pressi del vivaio forestale con i percorsi (410a) provenienti dagli altri due ingressi.

L’Arboreto

La mappa dell'Arboreto

La mappa dell’Arboreto

L’Arboreto del Parco è stato inaugurato nel 2015 ed è il frutto del recupero storico e paesaggistico della foresta demaniale della Fossiata, una foresta caratterizzata da una significativa antichità, posizione strategica e notorietà, sia a livello regionale che nazionale. L’Arboreto è divenuto così, grazie all’Ente Parco e al contributo dei centri di ricerca delle università calabresi, un Centro di esperienze a contatto con la natura. É un luogo di grande suggestione che accoglie esemplari secolari della flora locale (pinete, alnete, abetine) e anche esemplari tipici delle Alpi (abete rosso, larice, pino silvestre). Al centro è un’area attrezzata (chioschi, vialetti didattici, pannelli descrittivi), da cui si diramano brevi sentieri tematici.

La foresta

La prateria e il bosco

La prateria e il bosco

Lasciata l’area del vivaio, la strada s’immerge nella foresta di pini, salendo di quota con una serie di tornanti. Si percorre spesso un’autentica galleria vegetale, formata da alberi colonnari e coperta dalle larghe chiome ravvicinate. Da notare è la particolare forma della corteccia, segnata da sottili scaglie rossastre o grigie. Il contrasto tra la luce del sole e il colore verde cupo delle fronde, genera suggestivi giochi di luce. Il pino laricio, conifera endemica dell’altopiano silano, è la specie dominante della foresta. Anticamente era conosciuto per la resina che si estraeva dalla sua corteccia, la ‘pece bruzia’ dai molteplici usi (impermeabilizzazione delle barche, illuminazione, medicina). La presenza di numerosi alberi privi di corteccia e con le incisioni esterne per la colatura della resina attesta che l’attività è stata praticata almeno fino agli anni Cinquanta.

La Macchialonga

La Macchialonga

La Macchialonga

Raggiunto il valico a quota 1560, la foresta cessa per incanto e la vista si apre sull’immenso spazio dei pascoli della Macchialonga. Siamo su un altopiano ondulato, dove le praterie erbose e fiorite si alternano a fitte macchie di bosco. La strada contorna le praterie seguendone il margine destro e incontra alcuni rifugi in muratura utilizzati come stalle. Giunti al bivio del laghetto di Macchialonga (1545 m) si possono osservare le mandrie distribuite sui prati tutt’intorno e il richiamo esercitato dall’abbeverata. Un cartello segnala che è in corso un progetto Life per il ripristino della catena alimentare che fa capo al lupo attraverso il recupero di prati erbosi naturali degradati che andranno a favorire un aumento delle popolazioni di cervo e di capriolo, sue prede privilegiate.

Il laghetto di Macchialonga

Il laghetto di Macchialonga

La Serra Ripollata

La vetta della Serra Ripollata

La vetta della Serra Ripollata

La strada riprende a salire nel bosco, che torna a farsi fitto, e raggiunge il valico della Serra Ripollata a quota 1674. Siamo a uno snodo di sentieri. Il suggerimento è quello di varcare la recinzione e salire il cocuzzolo scoperto a sinistra, dov’è il segnale trigonometrico Igm. L’altimetro segnala che superiamo di pochissimo la quota 1700. Ma più che l’alpinistico è il valore paesaggistico a imporsi con un panorama sconfinato sui pascoli della Macchialonga, sul lago Cecita e sulle ondulazioni montane settentrionali della Sila Grande.

Il ritorno si effettua sul percorso dell’andata.

I pascoli di Macchialonga

I pascoli di Macchialonga

Mappa del sentiero: http://www.parcosila.it/images/sentieri/pdf/11_410.pdf

(Il percorso è stato testato il 29 giugno 2016)

Panorama verso il lago Cecita

Panorama verso il lago Cecita

 

Visita la sezione del sito dedicata ai tratturi e alla transumanza:

www.camminarenellastoria.it/index/PASSEGGIATE_TRATTURI.html

 

 

Massafra. La gravina della Madonna della Scala

Ambienti rupestri nella gravina di Massafra

Ambienti rupestri nella gravina di Massafra

Osservata dal piazzale in alto, la gravina di Massafra offre il suo consueto spettacolo. Il candore del santuario della Madonna della Scala contrasta col verde della rigogliosa vegetazione sul fondo, con il colore scuro delle pareti del canyon e con la moltitudine degli occhi neri delle grotte. Ma la nostra guida richiama l’attenzione sui crolli avvenuti sulla cornice rocciosa della gravina e ci racconta i devastanti effetti dell’ultima alluvione che ha spazzato via tutta la vegetazione, denudato le pareti, cancellato il sentiero sul fondo e riempito l’alveo di detriti trascinati dall’onda distruttiva. Come sempre, però, c’è stata la rinascita. Un nuovo manto verde ha avvolto misericordiosamente la gravina e nascosto le brutture. E così la visita può partire. La scalinata. Il santuario settecentesco. L’immagine della Madonna Odigitria. I cervi scolpiti della leggenda. Il vecchio sentiero è ormai scomparso. Lo sostituisce una nuova traccia, scomoda e tortuosa. La guida batte continuamente le mani, nella speranza di intimorire e mettere in fuga la fauna più sgradita. Ma infine si va. E la gravina mette finalmente in mostra i suoi tesori.

Il santuario della Madonna della Scala

Il santuario della Madonna della Scala

 Il villaggio rupestre

La parte centrale del grande burrone è sede di un villaggio trogloditico che, nonostante i crolli e le alluvioni, conserva ancora oggi le strutture originarie che sono poi tipiche anche dei modi di vita dei villaggi costruiti.

L'ingresso di un'abitazione rupestre con le canalette per la raccolta dell'acqua

L’ingresso di un’abitazione rupestre con le canalette per la raccolta dell’acqua

Lungo il percorso si visitano grotte utilizzate come abitazioni, articolate in due o tre vani destinati a camera da letto, soggiorno e cucina. Si notano la posizione del fuoco vicina all’ingresso, le nicchie sulle pareti per gli oggetti e l’illuminazione, i pozzetti per lo stivaggio dei cereali e dei legumi, la cisterna esterna per la raccolta dell’acqua.

Deposito di derrate

Deposito di derrate

Altre cavità, talvolta dotate di mangiatoia e vasca di abbeverata, sono destinate agli animali domestici: sono stalle, pollai, conigliere, ovili e alveari. Alcune grotte ospitano i laboratori artigiani per la vinificazione, la spremitura delle olive, la panificazione. L’espansione urbanistica del villaggio è avvenuta dal basso verso l’alto: in alcuni punti si scorgono i diversi livelli sovrapposti di abitazioni, collegati da scale e cenge aeree.

Trappeto o palmento

Trappeto o palmento

 La grotta del Ciclope

La grotta del Ciclope

La grotta del Ciclope

L’ampio sgrottamento che si apre alla base della parete della gravina è stato suggestivamente interpretato come l’antro del Ciclope, rievocando il celebre episodio di Ulisse e Polifemo nell’Odissea.

La fornace

La fornace

Più prosaicamente la grotta, per le sue grandi dimensioni e l’ampia platea, può essere interpretata come una sorta di agorà e luogo di riunione della comunità del villaggio. La presenza di una fornace ne fa anche ipotizzare una destinazione artigiana e commerciale.

 La farmacia del Mago Greguro

Le grotte in serie

Le grotte in serie

Il nome è sicuramente efficace sul piano della comunicazione turistica. Ed è comprensibile che la “farmacia di Mago Greguro” sia diventata l’attrazione principale della gravina. Si aggiunga che questo condominio di “grotte in serie” – dodici cavità intercomunicanti – con le finestre aperte sul vuoto, è scavato in alto, sullo spalto del costone tufaceo della gravina ed è irraggiungibile perché senza vie di accesso. Ce n’è abbastanza per scatenare la fantasia dei favolisti e la ridda d’interpretazioni degli studiosi.

L'accesso alla grotta

L’accesso alla grotta

Molti anni fa riuscii a salire aggrappandomi a una robusta corda e sfruttando le tacche di una “pedagna” incisa sulla parete. Questa volta la salita è facilitata da una scala esterna appoggiata alla parete e da una seconda scala interna. Ma resta la necessità di qualche acrobazia contorsionistica per divincolarsi tra le architetture interne e l’obbligo di strisciare attraverso i pertugi di collegamento per accedere le stanze. Le stanze di maggiore impatto sono quelle rivestite da una fitta rete di nicchiette scavate nelle pareti.

La colombaia

La colombaia

È facile riconoscervi la tradizionale colombaia per l’allevamento dei piccioni. Ma è certamente più intrigante interpretarla come la gigantesca scaffalatura della farmacia nella quale il mago Greguro e sua figlia Margheritella riponevano le erbe e gli arbusti medicinali che raccoglievano in gravina.

Interno con cisterna

Interno con cisterna

Per interpretare l’evoluzione e le funzioni della “farmacia” (monastero, laboratorio artigiano, santuario ipogeo, rifugio di sicurezza) è più opportuno affidarsi ai numerosi e seri studiosi della civiltà rupestre.

I vani interni

I vani interni

La chiesa rupestre

La chiesa della Madonna della Buona Nuova era uno dei centri cultuali della popolosa comunità di villaggio della gravina. Pur martoriata dai lavori di costruzione del santuario essa mostra ancora ai visitatori un bel repertorio di affreschi rupestri. Si osserva una monumentale Deesis trecentesca, con Cristo Pantocratore al centro tra la Vergine e San Giovanni Battista.

Santa Caterina d'Alessandria

Santa Caterina d’Alessandria

É facile interpretare le immagini dei santi: Lucia ha gli occhi nella patena; Caterina d’Alessandria ha la corona di regina e la ruota dentata del martirio; Vito ha i cani al guinzaglio. Spicca soprattutto l’immagine della Madonna della Buona Nuova, sintesi di sensibilità bizantina rinnovata dalla scuola pittorica toscana.

La Madonna della Buona Nuova

La Madonna della Buona Nuova

 

(La visita è stata effettuata il 19 luglio 2016)

Grande Guerra. Gli spalti dei Granatieri sul monte Cengio

La "granatiera" di Monte Cengio

La “granatiera” di Monte Cengio

L’altopiano di Asiago è uno dei settori del fronte maggiormente coinvolti nelle battaglie della Grande Guerra, soprattutto nei due anni 1916 e 1917. L’area monumentale e la zona sacra del Monte Cengio, teatro del sacrificio dei Granatieri, sono oggi uno dei luoghi più visitati dell’altopiano, grazie anche alla facilità dell’accesso stradale.

 La battaglia del Monte Cengio

Pannello didattico dell'Ecomuseo

Pannello didattico dell’Ecomuseo

Il 15 maggio 1916 l’esercito austro-ungarico lanciò un’offensiva sugli altipiani veneti e trentini – nota come Strafexpedition – con l’obiettivo d’invadere la pianura veneta e prendere alle spalle l’esercito italiano schierato sul Carso. La brigata dei Granatieri di Sardegna, comandata dal generale Pennella, ebbe il compito di difendere la zona di Monte Cengio e combattè per giorni senza cannoni, con poche munizioni e scarse riserve di acqua e viveri. La brigata fu circondata e il 3 giugno dovette soccombere all’assalto finale. Dei circa diecimila granatieri che erano saliti sull’altopiano, riuscirono a salvarsi in poco più di mille. L’accanita resistenza italiana e le perdite inflitte agli austriaci valsero comunque a frenare l’impeto dell’assalto, a rallentarne l’azione e a far fallire nella sostanza la Strafexpedition. Questi eventi sono narrati da Emilio Lussu nel suo Un anno sull’altipiano.

Pannello dell'Ecomuseo sulla battaglia del Cengio

Pannello dell’Ecomuseo sulla battaglia del Cengio

La Granatiera

La Granatiera alta sulla Valdastico

La Granatiera alta sulla Valdastico

Esaurita la spedizione ‘punitiva’, gli austriaci abbandonarono Monte Cengio e si ritirarono sulle posizioni di partenza, meglio attrezzate e difendibili. Il 24 giugno 1916 le truppe italiane ripresero possesso del Cengio e delle aree circostanti e decisero di attrezzarle con nuove fortificazioni. A tale scopo fu realizzata dal Genio Zappatori un’ardita mulattiera di arroccamento (chiamata “la granatiera”, in omaggio ai granatieri italiani che si erano sacrificati sul monte) che sfruttava le cenge naturali del monte e traversava in galleria le fasce rocciose impraticabili. La mulattiera era invisibile all’occhio nemico e consentiva il transito di uomini e materiale anche in pieno giorno. Le sue gallerie fungevano comunque da ricovero per le truppe in caso di bombardamenti mirati. Essa collegava inoltre le postazioni difensive, unite tra loro da un’unica lunga trincea, della cosiddetta “linea di resistenza a oltranza”.

Le opere di guerra

Le opere di guerra

L’escursione

La mappa dell'itinerario

La mappa dell’itinerario

Una emozionante passeggiata ad anello percorre oggi “la granatiera”, raggiunge la cima di monte Cengio e scende all’area monumentale. Il punto di partenza è il piazzale Principe di Piemonte a quota 1286. Lo si raggiunge in auto in 3,5 km dal bivio (segnalato) sulla strada che da Treschè Conca scende in direzione di Vicenza. Qui si parcheggia. Dal piazzale (pannelli dell’Ecomuseo della grande guerra), s’imbocca la stradina a sinistra della prosecuzione della strada asfaltata. Il sentiero sale tra cisterne, cannoniere, trincee e gallerie e percorre il tratto più emozionante, la cengia a strapiombo sulla Valdastico. Giunti sotto la selletta del piazzale monumentale dei Granatieri, senza salirvi, si prosegue sulla mulattiera che percorre ancora la cengia e una galleria elicoidale e raggiunge il piazzale Pennella. Una breve salita porta alla croce del monte Cengio (1347 m). Tornati al piazzale Pennella si segue ora la larga strada bianca che scende al piazzale dei Granatieri. Un tratto di asfalto lungo un km riporta al punto di partenza. L’escursione ha un dislivello di circa 200 metri e si compie in circa tre ore.

 La cisterna

La cisterna per l'approvvigionamento d'acqua

La cisterna per l’approvvigionamento d’acqua

Alla partenza dell’itinerario si osserva sulla destra la cisterna idrica in calcestruzzo. L’acqua prelevata dal fiume Astico veniva portata sul monte Cengio grazie a due stazioni di sollevamento. Questa cisterna in caverna della capacità di 150 metri cubi riforniva poi le truppe italiane dislocate nella zona sud-occidentale dell’altopiano.

 La cannoniera

La cannoniera in caverna

La cannoniera in caverna

Sulla destra del sentiero si trova l’accesso alla cannoniera italiana costruita nel 1917. Una galleria lunga 75 metri conduce alle caverne delle munizioni e a quattro vani-cannoniere dove erano posizionati cannoni da montagna puntati verso la testata della Val Silà.

 La quota 1363

La trincea a quota 1363

La trincea a quota 1363

Il sentiero conduce poi a visitare il ridotto di quota 1363, un complesso di opere fortificate inserito nel più ampio sistema della linea difensiva a oltranza. Il ridotto poteva contare su postazioni in pozzo per mitragliatrici, postazioni in caverna, camminamenti di raccordo e due trincee a corona della quota.

 La leggenda del salto del granatiere

Il salto del granatiere

Il salto del granatiere

I combattimenti di giugno 1916 germinarono l’epica leggenda del “salto del granatiere”. Alle spalle dell’ultima trincea italiana c’era infatti solo lo strapiombo della Valdastico. I soldati italiani avrebbero ingaggiato un corpo a corpo con gli schützen e, piuttosto che arrendersi, avrebbero preferito gettarsi nei dirupi, avvinghiati nella lotta agli austriaci, andando incontro entrambi a morte certa.

 La zona sacra

La statua del granatiere

La statua del granatiere

Il piazzale dei granatieri è il punto culminante della zona monumentale. Vi è stata eretta una chiesa votiva dedicata ai caduti che contiene dipinti, sculture e lapidi memoriali. Vi è anche eretta una statua al “Granatiere del Cengio”, costruita utilizzando schegge di granata e altri residuati bellici.

 Il piazzale Pennella

Cippo in memoria del generale Pennella

Cippo in memoria del generale Pennella

Si raggiunge il panoramico piazzale dedicato al generale dei granatieri Giuseppe Pennella. Qui è anche visitabile la Galleria che ospitava il posto di comando del Granatieri e l’artiglieria da montagna. Durante la battaglia del 1916 funzionò anche da posto di primo soccorso e da ricovero del gran numero di feriti.

 Il Monte Cengio

La croce sulla vetta del Cengio

La croce sulla vetta del Cengio

La vetta del Monte Cengio (1347 m) ospita una grande croce a tralicci di ferro e un’ara votiva. Una piastra di orientamento aiuta a individuare i monti fronteggianti la Valdastico, con il Priafora e il Pasubio in evidenza.

La tavola di orientamento sulla vetta del Cengio

La tavola di orientamento sulla vetta del Cengio

Per approfondire

http://www.asiagograndeguerra.it

http://www.ecomuseograndeguerra.it/veneto/

 (L’escursione è stata effettuata il 13 agosto 2016)

Sibari. Il Parco e il Museo archeologico

Sibari è oggi un centro agricolo, commerciale e turistico della Calabria jonica, cuore della Piana in cui è stata compiuta – con la riforma agraria e la bonifica – una vasta ed efficace opera di trasformazione fondiaria. La Sybaris di ieri era una delle capitali della Magna Grecia, una colonia fondata dagli Achei in prossimità della costa, vicino ai due fiumi Crati e Coscile. Era una città ricca potente, invidiata. Finì saccheggiata e distrutta nella guerra che le fecero i Crotoniati. Rinacque più tardi, con il nome di Thurium, forse su disegno urbanistico di Ippodamo da Mileto; ospitò lo storico Erodoto e il filosofo Empedocle. E ci fu poi la sua terza stagione di vita. Fu la volta dei Romani che vi dedussero una colonia e la chiamarono Copia. Gli eventi storici successivi e le alluvioni del Crati cancellarono le tracce, ma non la memoria di Sibari. E la riscoperta archeologica delle rovine delle tre città, dalla fine dell’Ottocento, è una sorta di avvincente romanzo che ha come protagonista Umberto Zanotti Bianco.

Il Parco archeologico

Io non son stato fortunato. Ho trovato il parco archeologico temporaneamente chiuso. Sono, infatti, in corso importanti lavori di messa in sicurezza e riqualificazione del sito dopo l’alluvione del 2013 che ha coperto di fango la città antica in seguito all’ennesima esondazione del fiume Crati. Come pure è in via di realizzazione il nuovo edificio per l’accoglienza dei visitatori al Parco del Cavallo.

Foto satellitare del parco archeologico della Sibaritide

Foto satellitare del parco archeologico della Sibaritide

L’ingresso si trova comunque all’altezza del km 24 della strada statale 106 “Jonica” bis. Il percorso
di visita parte dalla Porta Nord della città di Copia, procede lungo la grande strada basolata (plateia A) e arriva all’incrocio con l’altra arteria principale (plateia B) dove c’è la massima concentrazione di strutture monumentali di epoca romana. Si osservano qui la poderosa struttura semicircolare del Teatro e il grande impianto termale di età traianea (entrambi del primo secolo dopo Cristo).

Il Museo archeologico della Sibaritide

L'ingresso del Museo

L’ingresso del Museo

Mi sono spostato allora al vicino Museo nazionale archeologico della Sibaritide, aperto con orario lungo e situato sulla strada che porta ai Laghi di Sibari. Cinque grandi sale espositive raccontano il lungo excursus storico che parte dalle età del bronzo e transita per la fase della colonizzazione greca di Sybaris, per l’età ellenistica di Thurii e arriva all’età romana di Copia.

La vasca da bagno

La vasca da bagno ellenistica

La vasca da bagno ellenistica

Oddio, ma quella non è la vasca da bagno dei nonni? Anche il vintage va ormai nei musei! Poi un cartellino asciutto precisa che si tratta di una vasca da bagno a sedile mobile proveniente dall’abitato di epoca ellenistica di Torre Mordillo…

Il tesoretto di monete

Il ripostiglio monetale di Rossano-Ciminata

Il ripostiglio monetale di Rossano-Ciminata

Pensate all’emozione di quell’archeologo che ha ritrovato il tesoretto rovistando nel ripostiglio di una villa rustica della località Ciminata! È composto da 96 denarii romani repubblicani d’argento, contenuti in una piccola hydria d’impasto.

La cristianizzazione di Thurii-Copia

I risultati degli scavi documentano la precoce diffusione del Cristianesimo a Copia e farebbero ipotizzare che la prima sede vescovile locale sia antecedente alla fine del quarto secolo. La prima chiesa riutilizzò gli ambienti delle terme e sfruttò la vasca absidata come battistero.

Carta delle diocesi calabresi in età tardo-antica

Carta delle diocesi calabresi in età tardo-antica

Le strade romane in Calabria

La Via Popilia fu costruita nel secondo secolo per collegare Capua e la Via Appia con Regium. Entrava in Calabria a Muranum, e toccava Castrovillari (di qui c’era una diramazione per Copia); proseguiva poi nelle valli dell’Esaro (statio di Caprasia), del Crati (dove toccava Consentia) e del Savuto, per dirigersi infine verso Reggio lambendo la costa tirrenica. Alla Via Popilia si affiancavano due importanti strade costiere: la tirrenica e la jonica. Mentre la prima correva lungo la fascia litoranea, tra la Catena Costiera e il mare, confluendo nella Popilia all’altezza della piana di Sant’Eufemia, l’altra, partendo da Heraclea, lambiva tutto il litorale ionico. Su questo versante gli itineraria menzionano almeno tre stationes nella Sibaritide: quella ad Vicesimum (Amendolara), seguita da quelle di Thurii (Copia) e di Roscianum (ai piedi dell’attuale Rossano).

Le strade romane in Calabria

Le strade romane in Calabria

 

(La visita è stata effettuata il 26 giugno 2016)