Gargano. L’architettura agropastorale di Monte Sant’Angelo

Monte Sant’Angelo è città garganica del più grande interesse. Lo è per la sua geografia di città appollaiata su uno spalto roccioso del promontorio del Gargano che guarda verso il mare dall’alto di profondi e inospitali valloni. Lo è per il suo inserimento nel Parco nazionale del Gargano e nel Patrimonio mondiale dell’umanità dell’Unesco. Lo è per la sua storia religiosa originata nella grotta dell’apparizione dell’arcangelo, divenuta attrattore di pellegrini di tutte le epoche. Lo è per la sua urbanistica, giocata sulla combinazione tra edifici religiosi, palazzi delle famiglie agiate e case popolari a schiera. Lo è per la sua natura rupestre scolpita nei sentieri gradinati, nelle cripte affrescate, negli eremi di Pulsano, nelle abitazioni e ovili in roccia, nei monumenti megalitici dei dolmen. Lo è per la sua tipica architettura rurale, frutto dell’integrazione tra l’attività agricola sui campi terrazzati e il pascolo dei caprini e dei bovini. Quella che proponiamo è una facile passeggiata che ha il merito di svelarci il mondo della pietra a secco e dell’architettura spontanea. Con poca fatica sfoglieremo un’antologia delle più caratteristiche tipologie edilizie del mondo agropastorale garganico.

L’itinerario

La passeggiata ha inizio dal piazzale del grande parcheggio situato a pochi passi dal Castello e dal Santuario dell’Angelo. Si esce dalla città percorrendo la stradina piastrellata che si dirama a destra della strada statale per Foggia e che costeggia il muro esterno del Palace Hotel San Michele. Superato l’hotel, la stradina diventa subito sterrata e si allunga assolutamente evidente e rettilinea sulla cresta del Monte.

Il sentiero di Monte Sant'Angelo

Il sentiero di Monte Sant’Angelo

Troveremo sul percorso alcuni cancelletti di paletti e filo spinato anti evasione del bestiame che andranno aperti e accuratamente richiusi dopo il nostro passaggio. I numerosi segnali di vernice gialla sul terreno ci ricordano che ci troviamo sul tratto finale della Via Micaelica, uno dei percorsi della Via Francigena nel Sud. A sinistra si apre lo spettacolo del golfo di Manfredonia e del mare Adriatico.

L’acqua

Il fontanile e l'abbeveratoio

Il fontanile e l’abbeveratoio

Appena sotto il sentiero, notiamo un caratteristico fontanile per l’abbeverata del bestiame. Due vasche di pietra sono alimentate dal vicino pozzo. Lungo tutto il percorso troveremo i cippi con la sigla AP e i tombini di ghisa che ci avvertono che stiamo percorrendo un tratto dell’Acquedotto Pugliese.

Il cippo dell'Acquedotto Pugliese

Il cippo dell’Acquedotto Pugliese

 

La chiesa campestre

Una breve deviazione sulla destra ci consente di risalire alla chiesetta campestre di Santa Maria degli Angeli.

Santa Maria degli Angeli

Santa Maria degli Angeli

L’edificio ha forma rettangolare ed è abbellito da un portale del tredicesimo secolo che ha in lunetta l’immagine scolpita di Maria in una mandorla sostenuta dagli angeli. La chiesa è costruita in posizione spettacolare lungo la panoramica cresta, a cavallo tra il versante marino del golfo di Manfredonia e il versante della Valle Carbonara e della Foresta Umbra.

Le macére

Macèra di confine

Macéra di confine

Tutto il versante della montagna che stiamo attraversando è caratterizzato dal reticolo delle macére. La macéra è un lungo e grosso muro a secco che serve da sostegno al terreno per la formazione delle ‘terrazze’ o per delimitare i poderi. Il territorio di Monte Sant’Angelo è caratterizzato da queste costruzioni a secco che s’inerpicano parallelamente lungo il costone della montagna, facendo da sostegno ai campi terrazzati un tempo coltivati e oggi prevalentemente adibiti a pascolo.

Muraglione di contenimento

Muraglione di contenimento

I pascoli

Una masseria sulla sinistra ci introduce all’osservazione degli animali pascolanti sul pendio del monte. Vediamo un gregge di pecore, che effettua la transumanza verticale tra la pianura e la montagna.

Gregge di capre al pascolo

Gregge di capre al pascolo

Notiamo un allevamento di capre nere di razza Garganica: il folto gregge di capre è disperso tra gli arbusti del declivio e arrampicato sui cespugli per strappare le tenere foglie degli alberelli. Numerose sono le vacche di razza podolica allevate allo stato brado: dal loro latte si ricavano ottimi prodotti caseari come il celebre caciocavallo podolico; sono animali capaci di adattarsi a condizioni ambientali anche molto difficili come i pascoli su suoli poveri e gli arbusteti. Vediamo anche un cavallo al pascolo, accompagnato dal suo puledro.

Lu pagghiére

Il pagliaio (lu pagghiére) è la tipica capanna in pietra a secco con copertura a tholos. Ne osserviamo diverse lungo il nostro itinerario, in maggioranza ormai dirute o col tetto crollato.

Capanna di pietra

Capanna di pietra

Si trovano a margine dei mandorleti, degli uliveti e dei terreni adibiti alle colture di ceci, fave e lenticchie. Presiedono i campi terrazzati, creati dalla pazienza del lavoro contadino per accumulare la terra e preservarla dal dilavamento dei pendii. Fungevano da ricovero d’emergenza per le persone ma soprattutto da deposito degli attrezzi e da luoghi di conservazione del fieno.

Capanna di pietra con copertura di terra

Capanna di pietra con copertura di terra

Hanno forma grossolanamente circolare, con un massiccio basamento di pietre a secco senza malta, una scala laterale e la copertura di lastre di pietra (le chiancarelle), ricoperte di terra per aumentare l’impermeabilità e la coibentazione della capanna.

Il portale architravato e la scala laterale

Il portale architravato e la scala laterale

La casetta

Nella zona è diffusa una variante della capanna in pietra a secco, a forma di casetta rettangolare, mono o bicellulare, con il tetto a due spioventi. Si tratta dell’evoluzione della capanna tonda, verso un modello di ricovero notturno del pastore dotato di un agio maggiore, di un punto-cucina, di un focolare per la caseificazione, di un forno e di un piccolo orto esterno. La casetta diventa così una rustica abitazione temporanea e un rifugio di campagna.

Casetta in pietra

Casetta in pietra

I recinti e gli jazzi

A partire dalle macére di confine, lo spazio del fondo è suddiviso in recinti di pietre a secco, dove gli animali trovano ricovero notturno. Gli stazzi (jazzi) sono situati in discesa nella parte alta del fondo, in modo da consentire il deflusso dei liquami. Recinti particolari, di dimensioni più piccole, sono destinati agli agnelli e ai capretti, oppure agli ovini malati e alle femmine gravide. Sono naturalmente presenti i varchi di accesso, talvolta con muri rastremati, per canalizzare gli animali e sottoporli alla mungitura del pastore.

Recinto rettangolare

Recinto rettangolare

La conclusione dell’itinerario

Dopo circa un’ora di cammino a saliscendi sul sentiero rettilineo si raggiungono le opere recintate dell’Acquedotto Pugliese e le torri dei ripetitori e delle antenne telefoniche. Possiamo fermarci qui e tornare indietro sul percorso dell’andata. È anche possibile, per variare l’itinerario, scendere a sinistra sul ripido stradello verticale di servizio agli impianti e raggiungere la vicina strada asfaltata. Si tratta della strada che collega Monte Sant’Angelo all’abbazia di Pulsano, pochissimo trafficata e amata per il passeggio. In diversa prospettiva vedremo altre capanne di pietra e il paesaggio agropastorale traversato all’andata.

L'area dell'escursione

L’area dell’escursione

A ritroso rientriamo in città percorrendo i tre chilometri scarsi che ci separano dal parcheggio di partenza. Avremo impiegato circa 2-2,30 ore, con un dislivello modesto.

(L’escursione è stata effettuata l’8 giugno 2016)

Vedi anche:

Monte Sant’Angelo rupestre

Gargano. Le grotte di Siponto

Gargano rupestre. Gli insediamenti del lago di Varano

Gargano. Le pietre dei pastori su Monte Calvo

 

Calabria. Il borgo Le Castella, da Uccialì a Brancaleone

Le Castella

Le Castella

Il borgo delle Castella è un luogo davvero attraente. Costruito su un isolotto a un centinaio di metri dalla costa e collegato da un istmo sabbioso alla terraferma, mescola sapientemente storia e natura. Localizzato sulla punta orientale del golfo di Squillace, controlla l’insenatura di Capo Rizzuto e un tratto importante del Mar Jonio crotonese. Il presidio del Castello è la prova che la zona è stata da sempre soggetta a conquiste, saccheggi, assedi e battaglie: greci, turchi, saraceni, pirati dei mari e spagnoli si sono storicamente contesi questo lembo di terra ionica come punto strategico da conquistare. E poi c’è la natura. L’area marina antistante e i 42 km di costa sono protetti dalla Riserva naturale di Capo Rizzuto che tutela il susseguirsi d’insenature, promontori, spiagge, scogliere, calette, memorie archeologiche e fondali marini. Le attività marine regolamentate proposte ai turisti comprendono le immersioni subacquee, le escursioni sui battelli a fondo trasparente e in barca a vela, la pesca turistica e l’aquarium.

I merli della torre

I merli della torre

 

Il Castello

La Rocca aragonese

La Rocca aragonese

La prima fortificazione medievale – un torrione – risale al dodicesimo secolo. Idrisi, geografo di Ruggero II, la ricorda come tappa consueta nei percorsi marittimi della costa ionica. Nel 1290 il borgo è assediato per otto giorni dal mare da Ruggero di Lauria, strappato agli Angioini e conquistato al demanio regio degli Aragonesi. La trasformazione della torre in castello e le trenta galere ancorate nel porticciolo diventano l’arma strategica della guerra di pirateria che gli aragonesi continuarono nei confronti della flotta angioina. Alla fine del Quattrocento gli Aragonesi vendono la proprietà ai Carafa, cui si devono le trasformazioni cinquecentesche del castello. Ma le continue incursioni turche costrinsero Le Castella a un declino irreversibile che culminerà alla fine del Settecento con l’abbandono del sito.

La mappa

La mappa

 

La torre

La torre è l’elemento di continuità tra le diverse trasformazioni operate nei secoli. Alla base c’è un’ampia cavità che fungeva da cisterna per la raccolta dell’acqua piovana. I tre piani, riscaldati da camini, sono collegati da una stretta e caratteristica scala a chiocciola interamente ricavata nella grossa parete perimetrale. La sommità è un importante osservatorio panoramico su tutto il promontorio.

La volta a crociera

La volta a crociera

 

La chiesa

La chiesetta del vecchio borgo cinquecentesco aveva pianta rettangolare, con un’unica navata terminante nell’abside e nella cupoletta. Oggi ne restano l’abside con le modanature in pietra, i resti di un pavimento mosaicato con la data del 1535 e alcune tombe circostanti.

Il borgo antico

Il borgo antico

 

Il borgo antico

Sopravvivono i resti del borgo antico, un minuscolo abitato composto da botteghe artigiane e aree di mercato dove la popolazione si riuniva per lo scambio delle merci.

La vita nel borgo

La vita nel borgo

 

Il pirata Uccialì

Il monumento al corsaro Uccialì

Il monumento al corsaro Uccialì

Le Castella ha dedicato una sua piazza al concittadino Giovanni Dionigi Galeni, più noto come Uccialì (Uluç Alì), corsaro e ammiraglio ottomano che imperversò in tutto il Mediterraneo e partecipò alla battaglia di Lepanto. Era stato rapito giovanissimo dai pirati saraceni durante un assalto alle Castella e aveva fatto poi fortuna fino a diventare una figura leggendaria nella tradizione popolare.

 

L’armata Brancaleone

L'arrivo di Brancaleone ad Aurocastro

L’arrivo di Brancaleone ad Aurocastro

La Rocca aragonese fu scelta da Mario Monicelli per ambientarvi la presa del feudo di Aurocastro da parte dell’Armata Brancaleone, nel film omonimo. Brancaleone (Vittorio Gassman) con la sua scalcinata compagnia, dopo aver preso possesso dell’agognato feudo, abbandonato anche dalla popolazione locale, soccombe in modo inglorioso all’assalto dei pirati saraceni.

La pavimentazione della Rocca

La pavimentazione della Rocca

(Ho visitato Le Castella il 27 giugno 2016)

Calabria. Il villaggio rupestre di Zungri

Il villaggio rupestre

Il villaggio rupestre

Siamo a Zungri, in Calabria, sull’altopiano del monte Poro che domina il promontorio di Tropea, proteso tra i due golfi di Sant’Eufemia e di Gioia Tauro. Il paese dista circa 20 km dal capoluogo Vibo Valentia. Il villaggio rupestre è situato nell’immediata periferia di Zungri, nel vallone della fiumara Malòpera, sui 490 metri di altitudine. Un centinaio di grotte di varie dimensioni e forme, risalenti sino al Medioevo, sono distribuite in modo disordinato ma sfruttando intelligentemente piccoli pianori e terrazzamenti del costone. Le abitazioni rupestri sorgono accanto ai laboratori artigianali e alle stalle, ai campi coltivati a cereali, ai vigneti e sono collegate dal sistema idrico e dalla viabilità interna. Come in altri casi, il sistema di grotte sul fondo del vallone si pone in stretta relazione con il paese costruito all’aperto più in alto e con il territorio circostante. Lo attesta la presenza di cantine e depositi, ricoveri per gli animali, opifici di trasformazione agricola, silos per la conservazione dei cereali, vasche di lavorazione, forni.

L'altopiano del Poro

L’altopiano del Poro

A parere degli studiosi, l’esistenza di un efficace impianto di viabilità interna, di raccordi tra i diversi livelli dell’insediamento realizzati con gradini ricavati nella roccia, di sistemi per la canalizzazione e la raccolta delle acque pluviali, costituisce l’indice di un embrionale ma efficace modello di ‘urbanesimo rupestre’. E a Zungri la stessa qualità della vita, in relazione al materiale delle dimore rupestri e alla qualità delle finiture, risulta comparabile ai coevi villaggi epigei medievali. Si colgono altresì indizi di una seppur minima gerarchizzazione sociale, quali la maggiore raffinatezza di alcuni manufatti, che si distinguono per una ricercatezza estetica e per una certa complessità spaziale.

Il Museo della civiltà rupestre e contadina

La sede del Museo

La sede del Museo

Il Museo è la porta d’accesso dell’insediamento rupestre. La prima sala espone attrezzi agricoli e strumenti artigianali legati al ciclo del grano e dell’uva, della ginestra, della canapa e degli altri tessuti, all’agricoltura, la pastorizia, l’allevamento, ai mestieri e le professioni artigianali.

La biancheria femminile

La biancheria femminile

La seconda sala ricostruisce la vita quotidiana: il focolare domestico con il paiolo, il braciere e lo stendibiancheria, l’angolo della panificazione e la conservazione dell’olio, una piccola forgia. Nella terza sala troviamo gli ambienti più intimi come la camera da letto, il corredo femminile, gli angoli per la pulizia e la toletta quotidiana. Di grande interesse è la collezione di foto storiche distribuita sulle pareti.

Il palmento

Il palmento

Il palmento

La porta di questa grotta dà accesso a due vasche poste a diverso livello e tra loro comunicanti con una canaletta. La cavità è un palmento, cioè un opificio per la produzione del vino. L’uva era pigiata nella prima vasca e il mosto defluiva nella seconda per la fermentazione. In seguito il mosto era travasato nelle botti per la maturazione.

La carcara

La carcara

La carcara

Questo ambiente contiene un grande silos che è stato utilizzato anche come fornace per la produzione della calce (carcara).

Il granaio a silos

L'edificio del granaio a tre piani

L’edificio del granaio a tre piani

Questo complesso rupestre colpisce per le sue dimensioni e per la sua organizzazione su tre livelli collegati tra loro da scale esterne. La cavità superiore è costituita da due vani ovoidali con le volte simili a due cupole paraboliche.

La cupola del granaio a silos

La cupola del granaio a silos

Il secondo vano intermedio aveva le stesse caratteristiche del superiore ma di minori dimensioni. Il vano inferiore era un atrio di accesso. Questa cavità furono concepite e utilizzate come granaio a silos. I cereali erano riversati dal terrazzo soprastante all’interno delle cavità attraverso le aperture praticate al centro delle volte. Da notare la pregevole facciata del secondo vano, affiancata da un “occhio” rotondo.

L'occhio del granaio

L’occhio del granaio

Le sorgenti e le vasche

La sorgente e la vasca di raccolta dell'acqua

La sorgente e la vasca di raccolta dell’acqua

Dalle tre sorgenti esistenti nella parte bassa dell’insediamento, l’acqua era raccolta e canalizzata in cisterne, pozzetti e vasche tra loro comunicanti e destinate ai diversi usi idrici: le esigenze domestiche, il lavatoio pubblico dei panni e l’abbeverata degli animali. Da notare che le cisterne erano accuratamente intonacate per evitare l’inquinamento dell’acqua.

Il lavatoio pubblico

Il lavatoio pubblico

Le abitazioni costruite

Le case costruite

Le case costruite

Questi ambienti sono scavati parzialmente nella roccia e poi completati con l’ausilio di strutture murarie. Costituiscono probabilmente la parte più recente dell’insediamento. La presenza di vasche rettangolari potrebbe far supporre un ultimo utilizzo come mangiatoie lasciandoci ipotizzare il piano terra come un ricovero per animali. Mentre l’altezza, la presenza di finestre e i fori destinati ad accogliere travi da solaio potrebbero indicare un uso abitativo dei piani in elevazione.

La strada gradinata

La strada del villaggio

La strada del villaggio

Il villaggio è percorso nella sua lunghezza da una stradina che alterna tratti ripidi a zone piane. La discesa più ripida è agevolata dai gradini incisi nella roccia. Se osserviamo i gradini del tratto iniziale-intermedio, possiamo notare tre cammini distinti: la canaletta per il deflusso dell’acqua piovana, il percorso centrale per le persone e una pista laterale percorsa dagli animali.

Il forno del villaggio

Il forno

Il forno

La cavità è un esempio di unità con camino, la cui volta in laterizi, sembra di epoca più recente. Il forno, idoneo alla produzione del pane, è parzialmente scavato nel banco roccioso. L’usura dei bordi e la presenza di diversi rimaneggiamenti attestano un utilizzo e una destinazione d’uso continui nel tempo. Dalla presenza di fori, rimasti sulle pareti della grotta, si evince che fosse sviluppata su più livelli. Il piano terra, forse era destinato al ricovero di animali data la presenza di una mangiatoia scavata nel banco roccioso e ancora oggi visibile.

La casa a due piani

L'abitazione a due piani

L’abitazione a due piani

Questa grotta è stata l’ultima a essere abbandonata. É una vera e propria casa a due piani. Dispone di finestre, ripostigli per gli oggetti di uso quotidiano e scale intagliate nella roccia per l’accesso al piano superiore.

La grotta con la tettoia

La grotta con la tettoia

La grotta con la tettoia

Quest’ambiente è costituito da un unico vano, le cui forme e cavità accessorie si susseguono in maniera così disordinata e sovrapposta da lasciare intendere svariati utilizzi nel tempo. Di sicuro fra gli ultimi frequentatori possiamo immaginare donne contadine che dopo aver raccolto e bollito la ginestra, la mettevano a macerare nella vasca, in attesa di scorticarla, sfibrarla, batterla, cardarla e filarla. L’incisione esterna ospitava una tettoia che impediva le infiltrazioni d’acqua.

La valorizzazione del sito

L'ingresso del villaggio

L’ingresso del villaggio

Zungri è un esempio di come, in pochi decenni, sia radicalmente mutato il modo di guardare all’habitat in grotta e si sia ribaltata l’immagine pubblica, culturale e turistica dell’Italia rupestre. La Tuscia toscana e laziale, le lame e le gravine pugliesi e lucane, i villaggi calabresi, le cave iblee siciliane, paesaggi un tempo ignorati quando non censurati ed emarginati dalla cultura ufficiale quali simboli di arretratezza e sottosviluppo, sono invece diventati oggi dei magnetici attrattori di interesse, curiosità, investimenti, turismo. Matera è certamente la punta avanzata di questa nuova cultura. Ma qualcosa del genere sta avvenendo anche a Zungri. Un reportage a firma di Carlo Vulpio sul Corriere della Sera del 2011 portò all’attenzione nazionale questo villaggio calabrese, documentando il lavorìo di ricerca delle università, degli archeologi medievisti, del catasto speleologico e la promozione effettuata dai giovani locali. Oggi chi visita le grotte di Zungri trova i risultati di un progetto di restauro e valorizzazione finanziato dai fondi europei. Magari qualche intervento sarà un po’ troppo “impattante”, ma certamente la visita risulta facilitata da percorsi guidati, illuminazione notturna, misure di sicurezza, scale e passerelle di ferro, pannelli informativi, videosorveglianza, un bel sito internet, un bookshop con pubblicazioni informative, un software interattivo touch per l’esplorazione virtuale del sito, persino un parco giochi per i bambini. Investimenti premiati dall’afflusso di turisti italiani e stranieri, in particolare tedeschi.

Per approfondire

Suggerisco di consultare il bel sito web dedicato alle grotte di Zungri. Tra la letteratura scientifica segnalo gli studi di Adele Coscarella e di Alessandro Di Muro. Segnalo anche il progetto ChrimaCultural Rupestrian Heritage in the Circummediterranean Area con il collegato Centro Internazionale di Documentazione sul Rupestre Circummediterraneo.

La porta scolpita

La porta scolpita

(La visita è stata realizzata il 2 agosto 2016)

Visita la sezione del sito dedicata alla civiltà rupestre.

Inferno e Paradiso a Fonni

La risurrezione dei morti e l'inferno

La risurrezione dei morti e l’inferno

Fonni si fa amare dagli escursionisti per la sua prossimità a monti importanti come il Gennargentu e lo Spada e per i valori naturalistici della Barbagia. Le sue tradizioni, il museo della vita pastorale, i murales, i siti archeologici, ne costituiscono ulteriori attrattori culturali e turistici. Il suo santuario della Madonna dei martiri, all’interno della cittadella francescana dei Minori Osservanti, si propone anche come tappa interessante per lo studio delle immagini dell’aldilà. Nella cappella il pittore Gregorio Are ha dipinto nel 1757 le scene dei tre regni oltremondani: il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

Lucifero in trono

Lucifero in trono

La visione dell’Inferno, quasi fumettistica, denuncia un gusto popolaresco per il grottesco e per la deformazione caricaturale dei personaggi. La scena è ambientata in ore leonis, nella bocca spalancata del Leviatano biblico, una bocca armata da venti denti incisivi e da trentatre canini. Nell’ambiente arroventato dalle fiamme si muovono tre gruppi di personaggi: i dannati, i diavoli e il bestiario.

La punizione del superbo

La punizione del superbo

Gli animali collaborano strumentalmente con i diavoli alla punizione dei peccatori. Se ne distinguono tre tipi: gli alati draghetti sputafuoco che svolazzano nell’aere livido e irrogano pene soprattutto psicologiche, come quel richiamo all’eternità dell’espiazione (“in eternum…in eternum”); il secondo gruppo è costituito da viscidi rettili come i rospi e gli intraprendenti serpentelli che si divertono a morsicare e a strangolare i peccatori; il terzo gruppo è formato da draghi cinocefali che abbaiano rabbiosamente e azzannano agli arti i dannati.

La pena dell'avaro

La pena dell’avaro

I diavoli hanno fisionomie più grottesche che spaventose; i loro corpi hanno colori scuri come il marrone o il verde, le tradizionali corna sul capo, le zanne cinghialesche in bocca ed eruttano fuoco e vapori dalla gola e dalle orecchie; esemplare è la figura di Lucifero, dotato di zoccoli e unghie, che sovrintende all’inferno appollaiato su un seggiolone dotato di protomi di drago.

Il lussurioso

Il lussurioso

I dannati hanno tutti un aspetto terrorizzato e allucinato; hanno le bocche spalancate e la lingua penzoloni nella spasmodica ricerca d’aria per il deficit di ossigeno in un ambiente dal calore asfissiante; hanno gli occhi fuori dalle orbite e i capelli ritti per il terrore delle visioni e il dolore delle torture.

Il vizio dell'ira

Il vizio dell’ira

A ciascun dannato è associato uno dei sette vizi capitali. L’iracondo, con una freccia in fronte, compie gesti autolesionistici.

La pena del goloso

La pena del goloso

Il lussurioso è scarnificato da unghie diaboliche, assalito da rospi e costretto ad accarezzare il corpo del diavolo mentre ne subisce il bacio oltraggioso. L’avaro ha ancora in mano il sacchetto con il tesoro delle sue amate monete ed è azzannato da molteplici mostri.

L'invidia

L’invidia

Il goloso è imboccato da un diavolo con una forchetta e costretto a ingoiare un rospo repellente. Il superbo ha uno scorpione sul viso e la lingua strappata da un diavolo. L’invidioso è morso da un serpente sulla lingua. L’accidioso è stimolato dal forcone di un diavolo e morso da mostri.

L'accidioso

L’accidioso

La visione del Purgatorio è anch’essa ambientata tra le fiamme; tutt’altro è però l’atteggiamento dei purganti. Pur immersi nel fuoco, essi hanno tutti gli occhi rivolti al cielo ed esprimono la preghiera di veder ridotto il tempo di espiazione della pena.

Un re in purgatorio

Un re in purgatorio

Tra di essi si riconoscono preti tonsurati, vescovi con la mitria, sovrani con la corona, religiosi con la chierica. Un angelo scende dal cielo a raccogliere un’anima che ha terminato l’espiazione, per condurla in paradiso. Il pittore ha voluto descrivere tre interventi divini che i vivi possono intercedere a favore delle anime del Purgatorio. Il primo, al centro, è l’intervento della Madonna del Carmine: molti purganti portano lo Scapolare del Carmine per assicurarsi la protezione di Maria e la sua intercessione per una sollecita liberazione dal Purgatorio. Il secondo intervento, a sinistra, è quello di San Francesco d’Assisi, simbolizzato dal cordone con i tre nodi che viene allungato ai purganti per liberarli dalla pena. Il terzo intervento, a destra, è quello di papa Gregorio che allude al beneficio delle Messe gregoriane da celebrare a favore delle anime purganti.

Un vescovo tra le anime del purgatorio

Un vescovo tra le anime del purgatorio

La visione del Paradiso è introdotta dalla doppia scena della risurrezione dei morti. Quattro angeli fanno risuonare le loro trombe ai quattro angoli del mondo e chiamano i morti al giudizio divino, indicando loro col dito il giudice nell’alto dei cieli (“surgite mortui, venite ad iudicium”). I morti si sollevano dalle tombe dov’erano inumati e si rivolgono al cielo esprimendo nella postura delle braccia la preghiera e la speranza della salvezza eterna.

Il paradiso

Il paradiso

In alto, in un cerchio di nubi, siede la Trinità. L’immagine è quella convenzionale dell’anziano Padre, del giovane Figlio con la croce e della colomba dello Spirito Santo. Maria, la Madre di Gesù, e San Giovanni Battista intercedono a favore dell’umanità risorta. Coerentemente con la dedicazione della basilica il Paradiso dei beati è popolato dalla gran folla dei Martiri. Essi sventolano la palma della vittoria ed esibiscono gli strumenti del loro martirio.

La schiera dei santi

La schiera dei santi

Visita sul sito la sezione dedicata alle Visioni dell’Aldilà in Italia.

Il villaggio operaio di Crespi d’Adda

Panorama di Crespi

Panorama di Crespi

L’Unesco ha inserito Crespi d’Adda nella World Heritage List, la Lista del Patrimonio Mondiale Protetto. Con questa decisione del 1995 il Villaggio è stato proclamato ‘bene di valore universale appartenente all’umanità intera’. Con questa motivazione: Crespi è un esempio eccezionale del fenomeno dei villaggi operai sorti tra l’ottocento e il novecento in Europa e negli Stati Uniti come espressione della filosofia predominante tra gli industriali illuminati desiderosi di soddisfare le esigenze dei loro operai. Nonostante le minacce cui l’evoluzione economica e sociale del secolo appena trascorso ha esposto l’abitato e la fabbrica, Crespi d’Adda conserva un altissimo livello di integrità e autenticità – soprattutto se paragonato agli altri esempi equivalenti – e mantiene in buona parte la sua vocazione industriale. Grazie al basso livello di modificazioni subite e, in particolare, per via della grande qualità della sua struttura urbana e architettonica, si pone come l’esempio più completo e meglio conservato di quella tipologia di villaggi industriali, diffusi nel Sud Europa, la cui concezione era ispirata ai valori propri del cattolicesimo.

La mappa di Crespi d'Adda

La mappa di Crespi d’Adda

Crespi d’Adda, in provincia di Bergamo, mostra intatti i caratteri di una “città ideale”, che nasce sulla base della filosofia e di un progetto dei suoi ideatori, gli industriali tessili della famiglia Crespi. L’insediamento si mostra ancora oggi come un microcosmo sociale formato dalla fabbrica, dalle abitazioni e dai servizi disposti razionalmente all’interno di una struttura armoniosa e compiuta, che metteva a disposizione dei suoi abitanti-operai tutto ciò che serviva loro per l’intero arco della loro esistenza, dalla culla alla tomba. La comunità intera – uomini, donne, fanciulli – era coinvolta, direttamente o indirettamente, nell’attività produttiva della fabbrica e viveva ordinata secondo una logica precisa di organizzazione ideale, morale e sociale: nelle intenzioni della famiglia fondatrice il Villaggio doveva diventare una piccola isola felice del lavoro in cui tutto si svolgesse sotto il proprio sguardo severo e comprensivo, dove ordine e armonia regnassero, lasciando all’esterno odi e lotte di classe.

La fabbrica

I capannoni della fabbrica

I capannoni della fabbrica

In fabbrica si lavorava il cotone e si producevano filati e tessuti di ogni genere, venduti sul mercato italiano ed estero. Alla struttura iniziale della filatura si sono aggiunti nel tempo i capannoni per la ritorcitura, tessitura, tintoria e finissaggio. Lo stabilimento è a piano unico ed è arrivato a impegnare nei periodi migliori fino a quattromila persone. Per la qualità del prodotto ha ottenuto il Gran Premio all’Expo di Parigi nel 1900.

Le abitazioni

Le case operaie

Le case operaie

Nel villaggio sono presenti tre modelli di abitazioni. Il primo tipo è costituito dai tre palazzotti, grandi case plurifamiliari, edificate intorno al 1878, che ospitavano il primo nucleo di operai specializzati. Il secondo modello è quello della cinquantina di casette, villette familiari moderne e gradevoli, fornite di orti, disposte lungo una rete ortogonale. Il terzo gruppo è costituito dalle ville liberty degli anni Venti, destinate ai capireparto e ai dirigenti.

Il castello

Il castello

Il castello

Il “castello” è il nome familiarmente utilizzato per indicare la villa padronale, ovvero la residenza della famiglia Crespi. La villa, a forma di maniero medievale, presidia strategicamente la fabbrica, il fiume e il villaggio.

Le case del medico e del parroco

La casa del parroco

La casa del parroco

Al medico e al cappellano erano affidati due ruoli chiave, quelli di custodi rispettivamente dei corpi e delle anime. Le due case sorvegliano e proteggono dall’alto la comunità degli operai.

La chiesa

La chiesa

La chiesa

La chiesa riproduce il tempio mariano di Busto Arsizio, paese natale dei Crespi. L’elegante stile rinascimentale bramantesco si apprezza sia all’esterno (la facciata, la cupola, il castello campanario), sia all’interno, dove la cupola è decorata da un cielo stellato. La chiesa era un luogo privato di culto, messo a disposizione degli abitanti; gli orari delle celebrazioni si conciliavano con i tempi di lavoro in modo da favorire la partecipazione.

 La scuola

La scuola era diretta ai figli dei dipendenti, ma ospitava anche altre attività formative e culturali: i corsi serali per i lavoratori, i corsi di economia domestica per le ragazze, i corsi di formazione professionale, il corpo musicale, il teatro e il cinema.

 Il lavatoio

Il lavatoio

Il lavatoio

Costruito tra la chiesa, il dopolavoro e l’albergo, il lavatoio veniva incontro alle esigenze delle lavandaie e permetteva di lavare i panni vicino alle case senza dover scendere sulle rive del fiume con cesti pesanti carichi di panni. Una struttura coperta proteggeva la doppia fila di vasche destinate rispettivamente al lavaggio e al risciacquo.

Il dopolavoro

Il dopolavoro

Il dopolavoro

Questa struttura promuoveva la ricreazione della popolazione operaia e delle famiglie. Era un luogo di ritrovo, di conversazione e di mescita del vino a piano terra. Ai piani superiori erano le sale attrezzate per le attività culturali (la biblioteca), sportive, educative e assistenziali.

L’ambulatorio

Il centro sanitario

Il centro sanitario

Il villaggio disponeva di un ambulatorio medico per le visite, le cure e le emergenze. Erano presenti un medico e un infermiere. Al piano superiore erano le sale di degenza per i malati. Per i casi più gravi esisteva una convenzione con gli ospedali milanesi.

Gli altri servizi

L'albergo

L’albergo

Il villaggio Crespi metteva a disposizione della comunità dei dipendenti e degli ospiti numerosi altri servizi, nella logica dell’autosufficienza. Tra questi, un albergo, l’ufficio postale, il centro sportivo, i bagni pubblici, lo spaccio alimentare e i diversi negozi (gestiti in forma cooperativa), il parrucchiere, i pompieri, la caserma dei carabinieri.

 Il cimitero

Le tombe degli abitanti del villaggio

Le tombe degli abitanti del villaggio

Il cimitero si distende al termine della via principale. Le tombe dei dipendenti sono ordinatamente disposte sul terreno e sono sormontate da piccole lapidi tutte uguali. In fondo è una piramide a gradoni che costituisce il tempio funerario (famedio) della famiglia Crespi. Anche nella morte le esedre laterali curve del mausoleo Crespi sembrano abbracciare la grande famiglia dei dipendenti defunti.

Per approfondire

Il monumento a Cristoforo Crespi

Il monumento a Cristoforo Crespi

Informazioni più ampie sulla famiglia Crespi e sulla storia del villaggio sono disponibili nei siti web: www.villaggiocrespi.it/, www.crespidadda.it/, www.crespidadda.org/ e www.crespidaddaunesco.org/. Presso il villaggio si trova un info-point del Comune di Capriate San Gervasio, che dispone di materiale informativo e bibliografia.

(La visita a Crespi d’Adda è stata effettuata il 20 agosto 2016)

Salento. La cripta rupestre di Giurdignano

La Madonna odegitria

La Madonna odegitria

Frequentata nel Medioevo. Apprezzata per gli affreschi resi scintillanti dalle pietruzze di madreperla. Poi il declino. Trasformata in cisterna, usata come cimitero e abbandonata. Alla fine del Settecento addirittura le costruiscono sopra una nuova chiesa moderna. Occultata e dimenticata. Ma arriva la rivincita. Il pavimento della chiesa sovrapposta sprofonda. Al di sotto emerge un ambiente buio, una cantina, che si rivela in progress come una stupefacente cripta sotterranea, capolavoro di architettura scavata, un’ostensione di affreschi sacri.

Il presbiterio

Il presbiterio

Per ammirare oggi la Cripta rupestre del Salvatore, grazie alle visite guidate della Pro Loco, occorre scendere sotto il livello della strada. Una scala di restauro immette nell’ambiente ipogeo, scavato nel banco tufaceo.

La navata destra

La navata destra

L’ambiente non è grande e si misura in pochi passi. Ma agli occhi dei visitatori mostra ben tre navate, tre altari, tre absidi circolari. Un’iconostasi a muretto separa il bema, la zona sacra riservata ai sacerdoti celebranti, dal naos, l’aula riservata ai fedeli che sedevano sul sedile di pietra ricavato lungo tutto il perimetro della cripta e intorno alla base delle colonne.

La zona centrale

La zona centrale

Quattro pilastri centrali dividono la cripta in nove settori. Ciascun settore ha la volta scolpita in modo diverso dagli altri: cupole a croce greca, a cassettoni, a capanna, a crociera, a costoloni, a vela, a scala.

La volta a croce greca

La volta a croce greca

Degli affreschi che un tempo decoravano buona parte della struttura solo alcuni sono sopravvissuti, come una Madonna con il Bambino tra due arcangeli, tre apostoli e, forse, i committenti della costruzione: tre figure tra le quali si può riconoscere un vescovo bizantino. La Madonna è odegitria, colei che mostra il figlio indicandolo come meta del cammino da percorrere; è anche un’icona della tenerezza, con il bimbo che abbraccia teneramente la madre, guancia a guancia.

L'affresco laterale

L’affresco laterale

(Il sopralluogo è stata effettuato il 22 luglio 2016 durante una visita guidata a cura della Pro Loco di Giurdignano)

Vedi anche l’itinerario Salento megalitico. I Dolmen e i Menhir di Giurdignano e la sezione del sito dedicata alla Civiltà rupestre.

La Masseria di Monte Sant’Elia nelle Murge. Sulle tracce di Gandhi

L'ambiente di Monte Sant'Elia

L’ambiente di Monte Sant’Elia

Un’oasi di pace. Un orizzonte rasserenante. Un anfiteatro verde di lecci e pini d’aleppo. La sapiente architettura spontanea della masseria e dei trulli. Siamo nella Masseria di Monte Sant’Elia, sul versante meridionale delle Murge orientali, nel comprensorio delle gravine tarantine. La fatica d’arrivarvi, l’estrema sobrietà della segnaletica, la rarefazione umana, sono remunerate da un paesaggio mitologico e dalla cortesia empatica di Rosanna e Franco, anime dell’oasi. Da questo terrazzo a 450 metri di quota si domina il mar Jonio. Lo sguardo scorre sulle località del golfo di Taranto e si allunga fino ai monti del Pollino e della Sila. A Giovanni Tammaro, che vi arrivò con la comunità dell’Arca nel 1979, la masseria apparve una terra brulla, sassosa, sitibonda, ma bella e ospitale, adagiata sul costone della Murgia che digrada verso il golfo di Taranto, uno scenario naturale rude, battuto dal vento e accecato dal sole, circondato da boschi di pino e di querce, ricco di storia e di magie naturali, a undici km dal paese più vicino, aperto verso orizzonti lontani che dilatano la mente e il cuore.

L'aia della masseria sullo sfondo del mar Jonio

L’aia della masseria sullo sfondo del mar Jonio

 

La Masseria

Il trullo-caseificio

Il trullo-caseificio

La masseria, nella sua parte residenziale, è costituita da nuclei abitativi autonomi, utilizzati dalle famiglie e dai membri delle comunità che si sono alternate nel tempo. Alcune soluzioni adottate per migliorare l’abitabilità del sito si rivelano ingegnose per la capacità di sfruttare gli spazi senza stravolgere il modello edilizio tradizionale. Il corpo centrale comprende anche una sala attrezzata a centro visite e una grande aula utilizzata per la vita comune, le riunioni, le proiezioni e i laboratori didattici.

Il trullo-forno

Il trullo-forno

Nei campi antistanti sono state edificate strutture a servizio del lavoro agricolo e dell’allevamento: la cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, l’abbeveratoio, il pozzo, le stalle, la serra per le erbe officinali e l’orticoltura. Spicca un caratteristico ‘casino’ a due piani, dotato di un alto fumaiolo. L’uso della pietra a secco è diffuso largamente nei recinti dei campi e negli ‘jazzi’ per il ricovero notturno degli animali; ma raggiunge anche elevati livelli di qualità, e persino di eleganza, negli alzati e nei portali d’ingresso. La presenza più caratteristica è comunque quella di ‘trulli’, che sembrano risalire anche al Settecento. Sono numerosi, una quindicina, e sono edificati sia nella modalità ‘a schiera’ sia in forma isolata a servizio dei coltivi. Un trullo mostra ancora chiaramente il suo utilizzo come forno a legna. Un altro trullo è stato utilizzato come caseificio domestico per la produzione di formaggi e latticini. Non hanno dunque destinazione abitativa, ma solo di deposito di attrezzi, di ricovero animali e di servizio alle attività produttive della masseria.

Il casino di campagna

Il casino di campagna

L’intero complesso mostra purtroppo i segni, talvolta preoccupanti, dell’abbandono, del degrado, dei furti vandalici e della mancata manutenzione. Si tratta invero di una struttura di pregio che potrà essere probabilmente restaurata grazie a finanziamenti europei richiesti dal Wvf.

Il portale in pietra a secco

Il portale in pietra a secco

 

La Comunità dell’Arca

Dal 1979 al 1991 la masseria ha ospitato un gruppo di seguaci delle dottrine non violente d’ispirazione gandhiana, formulate da Lanza Del Vasto, maestro di spiritualità e fondatore dell’ Ordine laborioso dell’ Arca; i componenti della comunità scelsero la masseria di Monte Sant’ Elia come punto di riferimento per la ricerca e la sperimentazione di un nuovo modello di educazione alla pace, alla lotta per la giustizia, alla ricerca religiosa, alla salvaguardia del creato, secondo uno stile di vita semplice, privo di discriminazioni e improntato sull’ accoglienza del prossimo.

La sala comune

La sala comune

La sintesi di questa esperienza è così riassunta da Giovanni Tammaro: Lavoro su se stessi, preghiera, vita quotidiana nonviolenta, educazione alla pace, lotta per la giustizia, ricerca religiosa, interreligiosa ed ecumenica, salvaguardia del creato, ricerca e sperimentazione di energie rinnovabili, lavoro dei campi e allevamento del bestiame fatti con metodi biologici e tradizionali, scelta di una alimentazione vegetariana, educazione nonviolenta dei figli, accoglienza, diventano i punti cardine di un impegno quotidiano. Il lavoro di ognuno si svolge all’interno della Comunità, teso a realizzare un’economia di sussistenza, liberi dalla schiavitù di un lavoro dipendente e salariato. Si tengono campi sull’insegnamento dell’Arca, sull’Azione nonviolenta, sulla Difesa popolare nonviolenta, sulle erbe officinali, sull’agricoltura biologica, sullo yoga, sull’alimentazione naturale, sul canto gregoriano, sulla calligrafia; furono l’occasione di incontri e amicizie.

Un angolo residenziale

Un angolo residenziale

Con il concludersi dell’esperienza comunitaria l’intera tenuta fu donata al Wwf, con l’impegno che fosse utilizzata come struttura di servizio per il territorio.

 

Lanza del Vasto

Lanza del Vasto

Lanza del Vasto

La Masseria vide anche la presenza di Lanza del Vasto, unico discepolo occidentale di Gandhi, il quale lo chiamò Shantidas (servitore di pace). Questa influente figura di viaggiatore, filosofo e poeta (San Vito dei Normanni 1901 – Murcia 1981) fu segnata da una lunga permanenza in India al fianco di Gandhi e dal ritorno in Europa finalizzato a fondare comunità gandhiane e diffondere la nonviolenza in Occidente, accanto ad altri testimoni come Tolstoj e Capitini. Una biografia di Lanza del Vasto è stata scritta da Anne Fougère e Claude-Henry Roquet (Lanza del Vasto. Pellegrino della non violenza, patriarca, poeta) per le edizioni Paoline. Le sue opere in italiano (Pellegrinaggio alle sorgenti; Introduzione alla vita interiore; Che cos’è la non violenza; L’arca aveva una vigna per vela; Giuda) sono pubblicate da Jaca Book. La storia della Comunità di Monte Sant’Elia, scritta da Giovanni Tammaro, può essere letta nel volume collettivo Il pensiero di Lanza del Vasto – Una risposta al XX secolo, curato da Antonino Drago.

Una raccolta di studi sul pensiero di Lanza del Vasto

Una raccolta di studi sul pensiero di Lanza del Vasto

 

L’Oasi Wwf di Monte Sant’Elia

Il logo del Wwf nella masseria

Il logo del Wwf nella masseria

Con l’istituzione dell’Oasi il Wwf si propone di valorizzare le specificità ambientali di Monte Sant’Elia. Il bosco di leccio – circa 70 ettari – e la macchia mediterranea ospitano numerose specie di piante di notevole interesse fitogeografico in quanto di origine balcanica o perché rare, localizzate, o addirittura esclusive come l’orchidea selvatica Ophrys tarentina. La fauna comprende rapaci, sia diurni che notturni, come il lanario, il falco grillaio, il biancone e il gufo reale. L’area delle gravine è interessata in primavera da un notevole flusso di rapaci in migrazione che, risalendo la costa ionica, attraversano e superano le Murge per spingersi sul versante adriatico della regione e continuare il viaggio verso nord.

 

Il Parco regionale Terra delle gravine

La gravina di Massafra

La gravina di Massafra

L’oasi è anche integrata nel Parco naturale regionale “Terra delle Gravine”. Istituito nel 2005, il Parco protegge un’estesa area della provincia di Taranto che presenta importanti valori storici, antropologici, culturali, paesaggistici e naturalistici: gli agroecosistemi a colture estensive come gli uliveti secolari, i seminativi, i pascoli, gli habitat steppici, le foreste a fragno, roverella e leccio, la macchia mediterranea, la gariga, gli ambienti rupicoli, le aree umide. Tra gli elementi naturali più significativi e spettacolari sono da segnalare le “gravine” che danno il nome all’area protetta e che caratterizzano l’anfiteatro tarantino: si tratta di imponenti incisioni carsiche nei terrazzamenti calcarei e calcarenitici dell’altopiano delle Murge.

 

Informazioni

La masseria di Monte Sant'Elia

La masseria di Monte Sant’Elia

La Masseria si trova nel comune di Massafra, in provincia di Taranto. La si raggiunge abitualmente provenendo dalla statale 100 Bari-Taranto, utilizzando l’uscita di Mottola; di qui ci si dirige verso Noci e percorsi 4 km si devia a destra sulla provinciale 53 per Martina Franca; dopo 5 km si trova a destra il bivio segnalato per l’oasi; si percorrono altri 3,5 km per giungere al piazzale della masseria. Normalmente l’oasi non è presidiata; una sbarra sulla strada ne preclude l’accesso. La visita va quindi previamente concordata con i responsabili del Wwf “trulli e gravine” di Martina Franca (tel. 320 6067922; mail: martinafranca@wwf.it).

 

(Ho visitato la Masseria il 19 luglio 2016)

Esplora la sezione del sito dedicata all’architettura spontanea e alla pietra a secco