Sardegna. I Murales di Fonni

Passeggiare per le strade di Fonni è un’emozione, un’esperienza di continue sorprese. I muri delle case di questo paese montano della Sardegna sono tappezzati di affreschi che raccontano la vita quotidiana della gente, i momenti di festa, la storia del paese. Questo paese remoto, alle falde del Gennargentu, si trasforma così in un’opera d’arte, in un museo all’aperto. I murales sulle case e i muri dipinti vanno affermandosi come ‘arte di strada’ (street art), nella quale si cimentano i decoratori più bravi. È nata persino un’Associazione italiana dei circa duecento Paesi dipinti. Il ‘manifesto’ dell’associazione sostiene che un “paese dipinto” rappresenti l’Italia di una geografia insolita, offerta al turista intelligente, sensibile, avido di conoscenza, e capace di recepire il messaggio di cultura che si cela nella voglia di raccontare, mostrandola, la propria condizione, la propria filosofia, la propria storia. Si tratta di piccole comunità, orgogliose delle proprie origini, attente a conservare quasi con gelosia un patrimonio artistico, non superficiale ed effimero, ma consapevolmente voluto e integrato con perfetta armonia nel paesaggio circostante e nel “vissuto”.

E allora eccovi i risultati della mia passeggiata per le strade di Fonni alla scoperta dei suoi murales.

L'uscita del simulacro della Madonna dei Martiri

L’uscita del simulacro della Madonna dei Martiri

La cartolina

La cartolina

La filatrice

La filatrice

La processione di San Giovanni Battista

La processione di San Giovanni Battista

Foto di gruppo

Foto di gruppo

Le maschere del carnevale di Fonni

Le maschere del carnevale di Fonni

Il profilo della Sardegna

Il profilo della Sardegna

La mappa dei murales di Fonni

La mappa dei murales di Fonni

(Ho visitato Fonni il 9 ottobre 2016)

Cademario. I mestieri dei dannati

La chiesa di Sant'Ambrogio

La chiesa di Sant’Ambrogio

Cademario è un comune svizzero del Canton Ticino, situato nella regione del Malcantone. Il suo cimitero accoglie i defunti in un ambiente di valore, su un balcone affacciato sul lago di Lugano e sulla piana d’Agno. L’ultimo saluto al defunto viene officiato nella chiesa cimiteriale, rivestita di affreschi escatologici che evocano la seconda parusia del Signore, il giudizio universale, le gioie del paradiso e le punizioni infernali. La chiesa è dedicata al Santo Vescovo milanese Ambrogio, ritratto con il flagello in mano per le sue posizioni contro gli eretici.

Gli affreschi di Cademario

Gli affreschi di Cademario

La scena del Giudizio universale vede al centro, in alto, il Cristo giudice seduto sul trono e con la corona d’oro sul capo, segni della sua regalità sul creato. L’immagine è mutuata dall’affresco della Madonna dei Ghirli nella non lontana Campione d’Italia. Le due figurine di Adamo ed Eva, collocate sul tetto del trono ricordano la storia della salvezza, iniziata col peccato originale dei progenitori e risolta con la nuova alleanza generata dal sacrificio e della risurrezione di Gesù.

Il giudizio finale

Il giudizio finale

Il messaggio è rafforzato dalla sottostante visione apocalittica: l’agnello sgozzato, con il nimbo crucifero sul capo e il vessillo della vittoria sulla morte, è adagiato sul libro chiuso dai sette sigilli. Le prime due sezioni orizzontali dell’affresco sono occupate dagli angeli. In alto sono i cori celesti che cantano le lodi di Dio. Sotto sono schierate le milizie angeliche guidate dall’arcangelo Michele, armate di corazza, elmo e scudo. A fianco del giudice sono gli angeli che suonano le trombe della risurrezione, aprono i libri del giudizio e ostendono gli strumenti della passione (la canna con la spugna dell’aceto, la colonna della flagellazione, la lancia di Longino).

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto gli angeli si posizionano, ordinati sue due sezioni, i beati del Paradiso. Vediamo innanzitutto i due intercessori, inginocchiati ai piedi di Gesù: sono la madre Maria, che prega con le braccia incrociate sul petto, e Giovanni Battista il precursore, che offre al giudice la testa mozzata del suo martirio. Dietro di loro potrebbero essere schierati i dodici apostoli che compongono il tribunale celeste. Più in basso sono i beati, con gli uomini a sinistra e le donne a destra. Tra queste ultime si riconoscono la Maddalena dai lunghi capelli biondi, Caterina d’Alessandria con la corona sul capo, Cecilia con l’organo, Chiara con l’abito monacale. Tra gli uomini dovrebbero esserci i dottori della chiesa (con Ambrogio) e i santi fondatori degli ordini religiosi. La parte inferiore dell’affresco è largamente mutilata. Vi si leggono tuttavia tre scene. Al centro, dov’era probabilmente descritta la risurrezione dei morti, un angelo scende in volo ad accogliere le anime dei salvati, contrastando con la spada sguainata le manovre dei diavoli. A destra e a sinistra sono le due scene che descrivono – in positivo e in negativo – il criterio che ispira il giudizio finale, così come è espresso nel vangelo di Matteo.

L'Inferno

L’Inferno

A destra un gruppo di dannati è rappresentato tra le fiamme, nella bocca aperta del Leviatano biblico: il cartiglio spiega che questi dannati sono finiti nel fuoco eterno perché non esercitarono la carità verso il prossimo. A sinistra è descritta una donna che dà l’elemosina ai poveri: in forma elementare è spiegato il concetto delle opere di carità; il gruppo dei salvati (nel quale compaiono uomini e donne, laici e religiosi, ricchi e popolani) guarda lieto verso il Cristo giudice.

Il dannato sulla graticola

Il dannato sulla graticola

Nella parete a destra del Giudizio universale è dipinta la scena del giudizio individuale: l’arcangelo Michele, in abiti guerrieri, pesa sulla bilancia a doppio piatto i meriti di un risorto. Un diavolo cerca di condizionare l’esito del giudizio facendo pendere verso di sé il piatto della bilancia.

L'albero del male

L’albero del male

Sulla parete opposta è descritta un’ampia scena dell’Inferno e delle punizioni dei dannati. Simmetricamente al Cristo del Giudizio, è l’immagine di Lucifero a dominare la scena infernale. Il suo volto demoniaco è fornito di lunghe zanne, corna e tre bocche. Come un pavone, simbolo di superbia, allarga a ruota dietro di sé le ali membranacee fornite di occhi. Divora con le bocche laterali due superbi. In basso ha una replica in un diavolo in forma di rapace grifagno, che afferra i dannati per i polsi o per il collo e li divora. A destra in alto i diavoli avvinghiano i dannati, se li caricano come sacchi sulle spalle e li trascinano verso le loro punizioni. Un cartiglio indica i colpevoli del peccato capitale dell’accidia. Al centro, a sinistra, vediamo un dannato, forse un lussurioso, costretto sulla graticola, abbracciato lubricamente alle spalle da un diavolo e morso sul polpaccio da un drago. Le scene più caratteristiche sono quelle dipinte in basso. A destra vediamo un grande arbor mali con i suoi frutti marci: è l’albero del male sui cui rami sono infilzati i dannati fatti a pezzi e le parti del corpo responsabili del peccato commesso. A differenza di altri affreschi simili, l’albero non ha i rami secchi e spinosi ma è rigoglioso di fogliame.

I mestieri dei dannati

I mestieri dei dannati

A sinistra è il grande calderone nel quale sono lessati i peccatori. Tutti i dannati sono puntigliosamente individuati dall’attributo della loro condizione sociale e del mestiere che esercitano. Si riconoscono così, in una sorta di gioco del who’s who, i dadi del giocatore d’osteria, la cazzuola del muratore, le forbici del sarto, il rastrello del contadino, la mazza ferrata del soldato, la bilancia del commerciante, l’alambicco del farmacista, la mannaia del macellaio, lo specchio e i profumi della cortigiana, la cornamusa del musicante.

(Il sopralluogo è stato effettuato il 6 aprile 2012)

Il nuraghe di Dronnoro

Il nuraghe Dronnoro

Il nuraghe Dronnoro

Un nuraghe maestoso, solenne, solitario, in uno spazio aperto e panoramico. La breve passeggiata che raggiunge la zona archeologica di Dronnoro è indubbiamente gratificante. L’accesso è nei pressi del cartello del km 7 sulla strada provinciale che collega Fonni a Pratobello.

La segnaletica

La segnaletica

Costeggiata una fattoria, la pista, protetta da due muretti di pietra a secco, s’innalza tra cespugli e radi alberi, traversa una zona di pascolo e immette nella zona recintata, regno della pietra. Ed eccolo il nuraghe, inquadrato in modo pittoresco tra due alberi. La torre centrale è ben conservata ed è affiancata da due torri laterali in rovina. Un poderoso bastione fascia l’intero complesso.

Veduta posteriore

Veduta posteriore

Vi si accede da sud-est, dopo aver attraversato un piccolo cortile triangolare a cielo aperto delimitato dalle torri laterali e dal bastione. L’imponente ingresso architravato immette in un breve corridoio su cui si apre, sulla sinistra, il vano scala che conduce sulla sommità, dove era la terrazza. Dal corridoio si accede alla camera circolare della torre principale: è emozionante osservare come si sia conservata intatta la copertura a tholos realizzata con anelli di conci progressivamente aggettanti, chiusi da una lastra centrale posta a 7 metri dal suolo.

L'interno voltato

L’interno voltato

Dalla sommità della scala si possono ammirare Fonni, monte Spada e i monti del Gennargentu, le cime brulle di Ollolai e di Olzai sulla destra, la catena calcarea del Supramonte sulla sinistra.

Usciti dal nuraghe si può gironzolare nei dintorni per scoprire le tracce del villaggio, non ancora scavato, i resti di una tomba di giganti e una domus de janas scolpita in una roccia.

La scala interna

La scala interna

(Ho visitato il nuraghe di Dronnoro il 9 ottobre 2016)

Bibola, un borgo sulla Via Francigena

Sin dolor no hay gloria”. Il celebre aforisma del Cammino di Santiago esprime bene il rapporto tra la fatica del cammino e la gioia dell’arrivo. Medito in continuazione questa verità mentre arranco sudato sull’esile e scorbutico sentiero che da Aulla sale al borgo di Bibola. I trecento metri di dislivello si fanno sentire, come pure i “panigacci” con salumi e formaggi, la specialità lunigianese della cena di ieri sera. Per fortuna il percorso è breve e gli adesivi della Via Francigena abbandonano finalmente il percorso verticale nel bosco per una più misericordiosa e panoramica strada sterrata. Un’ultima deviazione nel bosco, in corrispondenza di un’edicola mariana e di un’area di sosta, e poi si apre la visione del borgo appollaiato sulla cima di un colle a forma di cono.

L'arrivo a Bibola

L’arrivo a Bibola

Ciò che oggi resta dell’antico castello, delle mura e del borgo risale al Quattrocento dei Malaspina. Fu allora che il borgo si andò espandendo in modo circolare, seguendo le curve di livello, con una strada a spirale che risaliva dalla porta di accesso fino alle torri del castello. Nel Cinquecento Bibola accentuò la sua trasformazione in borgo fortificato. La strada acquistò alcuni passaggi coperti “in galleria” che avevano un’evidente funzione difensiva. Ma possiamo ipotizzare che servissero a riparare i borghigiani dalle intemperie e a consentire in modo protetto anche nella cattiva stagione alcune lavorazioni agricole e artigiane.

Un angolo del borgo

Un angolo del borgo

Bibola ebbe anche un presidio imperiale nel 1706, ai tempi della guerra di successione spagnola. Vi transitarono pellegrini, drappelli di armigeri e carovane di muli dei mercanti in transito tra la pianura padana e il mare.

La galleria

La strada in galleria

La strada in galleria

La strada in galleria è oggi l’attrattiva peculiare del borgo di Bibola. Il percorso supera con una gradinata il dislivello con la sommità del colle ed è protetto da una copertura sostenuta da una successione di archi di pietra e da una copertura di travi di legno. Una serie di finestroni si apre con funzione difensiva sul percorso sottostante e con funzione di osservazione sui dintorni del borgo.

Un affaccio in galleria

Un affaccio in galleria

Sulla gradinata si affacciano i locali destinati ad abitazione, a laboratorio e a magazzino. Si può anche immaginare tra due archi ravvicinati l’esistenza di una saracinesca che sigillava l’ingresso al paese.

Il castello

Il castello di Bibola

Il castello di Bibola

Il castello occupa la sommità del colle ed è l’evoluzione di diversi corpi di fabbrica. Ne vediamo oggi la sua versione quattrocentesca, di forma quadrangolare, con due torri ogivali e un terzo torrione a sud-est, aggiunto successivamente.

Una torre del castello

Una torre del castello

La chiesa

La chiesa di san Bartolomeo

La chiesa di san Bartolomeo

La chiesa parrocchiale è dedicata a San Bartolomeo ed è frutto di successive ristrutturazioni avvenute nel tempo. Delizioso è il sagrato, il cortile davanti la chiesa, che è ingentilito da una pavimentazione a ciottoli di varie sfumature che formano una raffinata decorazione geometrica.

Particolare del sagrato

Particolare del sagrato

Secondo un’antica tradizione la chiesa conserverebbe le spoglie di Margherita dei Pannocchieschi, la moglie del conte Ugolino della Gherardesca, immortalato da Dante nella Divina Commedia.

Via Francigena: l'area di sosta di Bibola

Via Francigena: l’area di sosta di Bibola

(Ho visitato Bibola il 4 settembre 2016)

Nuoro. Passeggiata sui luoghi di Grazia Deledda

La pergamena del premio Nobel

La pergamena del premio Nobel

Grazia Deledda, scrittrice sarda, è premio Nobel per la Letteratura. Il 10 dicembre 1927, a Stoccolma, Henrik Schück le conferisce l’onorificenza con queste parole: Alfred Nobel volle che il premio di letteratura venisse dato a chi con le sue opere letterarie avesse donato all’umanità quel nettare che infonde salute ed energia di vita morale. Conformemente a questa volontà, l’Accademia Svedese ha aggiudicato a Grazia Deledda tale premio “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale, e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”.

Siamo a Nuoro, sua città natale, e le vogliamo dire grazie per i romanzi che ha scritto e le passioni che ci ha trasmesso con una breve passeggiata che tocca alcuni dei luoghi a lei familiari.

La statua

La statua di Grazia Deledda

La statua di Grazia Deledda

Il punto di partenza è su corso Garibaldi. Qui, nel 2016, è stato eretto il monumento che la città di Nuoro e il distretto culturale nuorese hanno voluto dedicare alla scrittrice. La statua in bronzo, realizzata dallo scultore nuorese Pietro Costa, raffigura una Grazia Deledda giovinetta, che indica la strada per arrivare al rione che le ha dato i natali e che ha ispirato tante storie dei suoi romanzi. «Grazia Deledda fu una donna forte e anticonformista, che non temeva i pregiudizi, autrice di una scrittura personale che affonda le sue radici nella conoscenza della tradizione e della cultura sarda». È il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a ricordare con queste parole l’ottantesimo anno dalla morte della scrittrice nuorese e il novantesimo anno dal conferimento «dell’unico Premio Nobel femminile delle lettere italiane».

La casa-museo

La casa-museo

La casa-museo

Una serie di orme di piedi impresse sulla strada ci indica la strada da percorrere nello storico rione di San Pietro per raggiungere la casa in cui nacque la scrittrice, oggi trasformata in museo. La visita si snoda sui tre piani dell’abitazione, collegati dalla scala centrale, e continua nel cortile e nel giardino. La biografia, l’ambiente sociale culturale nuorese, la vita familiare e culturale del periodo romano, il conferimento del premio Nobel sono descritti attraverso fotografie, documenti e scritti autobiografici. La casa familiare conserva ancora intatti gli arredi delle camere, lo studio e la cucina con gli utensili di uso quotidiano, così come descritti nel romanzo autobiografico Cosima della scrittrice. Il giardino è oggi arredato con alcune panchine e con le rastrelliere che contengono tutti i libri scritti dalla Deledda: un invito a creare un’atmosfera di complicità tra i luoghi e la narrazione di essi.

La cucina di Casa Deledda

La cucina di Casa Deledda

«La casa era semplice, ma comoda. Del resto tutto era semplice e antico nella cucina abbastanza grande, alta, bene illuminata da una finestra che dava sull’orto e da uno sportello mobile dell’uscio sul cortile. Nell’angolo vicino alla finestra sorgeva il forno monumentale, col tubo in muratura e tre fornelli sull’orlo. Dalla finestra, munita d’inferriata, come tutte le altre del piano terreno, si vedeva il verde dell’orto; e fra questo verde il grigio e l’azzurro dei monti». (G. Deledda, Cosima)

Il monte Ortobene

I monti visibili dalla casa di Grazia Deledda sono le rupi dell’Ortobene, amatissime dalla scrittrice, che vi ambientò il romanzo Il vecchio della montagna. L’Ortobene si alza a est della città di Nuoro e raggiunge quasi i mille metri di altezza. Sulla sua cima si può ammirare la statua del Redentore innalzatavi in occasione del Giubileo del 1900.

Il monte Ortobene visto da Casa Deledda

Il monte Ortobene visto da Casa Deledda

«Le roccie accavalcate parevano enormi sfingi; alcuni blocchi servivano da piedestalli a strani colossi, a statue mostruose appena abbozzate da artisti giganti; altri davano l’idea di are, di idoli immani, di simulacri di tombe dove la fantasia popolare racchiude appunto quei ciclopi che in epoche ignote sovrapposero forse le roccie dell’Orthobene, traforandole nelle cime con nicchie ed occhi, attraverso cui ride il cielo…. Qualche roccia si slanciava sottile come un obelisco; altre giacevano su enormi piedistalli, come sarcofaghi coperti da drappi di musco verde. E tutte le cose, alberi, roccie, macchie, in quel luogo di solitudine, parevano immerse nella contemplazione dei solenni orizzonti». (G. Deledda, Il vecchio della montagna).

La chiesetta della Solitudine

La chiesetta della Solitudine

La chiesetta della Solitudine

Dalla casa-museo un percorso lineare di 750 metri ci conduce in dieci minuti alla chiesetta della Solitudine, ai piedi del monte Ortobene. Grazia Deledda le dedicò uno dei suoi ultimi romanzi e ce ne dà una malinconica descrizione notturna. La chiesa è stata ricostruita negli anni Cinquanta sul sito in cui ne sorgeva una più antica, su progetto dell’artista nuorese Giovanni Ciusa Romagna. L’edificio presenta le caratteristiche architettoniche tipiche delle chiese campestri. All’interno di un sarcofago di marmo riposano le spoglie di Grazia Deledda, morta nel 1936 a sessantacinque anni. Splendido è il portale scolpito da Eugenio Tavolara con l’immagine della Madonna della Solitudine circondata da figure ispirate alle storie bibliche e alle tradizioni della Sardegna.

Il portale della chiesa della Solitudine

Il portale della chiesa della Solitudine

«Ella andò nella chiesetta, passando per la piccola sagrestia che comunicava anch’essa con la cucina. Una finestruola alta s’apriva nella stanzetta, a nord: si vedeva il monte, come in un quadretto melanconico, senza sfondo di cielo, e la luce cruda delle rocce nude dava un senso profondo di solitudine glaciale. Anche la chiesetta, alla quale si entrava per mezzo di un usciuolo comunicante con la piccola sagrestia, sembrava scavata sotterra, tanto era fredda e umida; il barlume della lampadina accanto all’altare, e quello della lunetta polverosa sopra la porta, ne accrescevano la tristezza, ma, aperta la finestra, un chiarore cilestrino che veniva dall’orizzonte schiarito sopra le lontananze della valle, fece apparire meno gelido e desolato il povero santuario» (G. Deledda, La chiesa della solitudine).

Il conferimento del Nobel a Grazia Deledda

Il conferimento del Nobel a Grazia Deledda

(Ho visitato Nuoro l’11 ottobre 2016)

Parco del Pollino. Civita e le gole del Raganello

Civita è la pagina di un libro di storia, aperta sulle migrazioni tra le due rive del mar Jonio. Le gole del Raganello sono uno dei luoghi più impressionanti e spettacolari del Parco nazionale del Pollino. La passeggiata che combina la visita ai due luoghi è certamente tra le più belle proposte turistiche della Calabria.

La gola del Raganello

La gola del Raganello

Civita

Si arriva a Civita dall’uscita “Castrovillari-Frascineto” dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria oppure dalla strada statale 106 “Jonica” all’uscita di Villapiana. Le origini del paese sono antiche e risalgono al borgo latino del Castrum Sancti Salvatoris. Ma un terremoto del Quattrocento lo distrusse e ne causò l’abbandono. Fu ricostruito e ripopolato dagli albanesi con un disegno urbanistico di particolare interesse. La sua caratteristica è l’andamento ‘circolare’ dei vicoli che abbracciano i piccoli e numerosi sheshi (piazzette) e collegano le gjitonie. ‘Gjitonia’ (vicinato) è un’espressione della lingua albanese arbëreshe che ha il significato socio-urbanistico delle contrade: solidarietà, spirito di appartenenza, comunione, ma anche competizione, rivalità e goliardia. Civita si fregia dei label dei ‘Borghi più belli d’Italia’ e delle ‘Bandiere arancioni’ del Tci.

Gli albanesi

Nel Museo etnico di Civita

Nel Museo etnico di Civita

L’attuale Civita fu fondata nel 1468 dai profughi albanesi in fuga dalla loro terra di origine dopo la morte dell’eroe nazionale Giorgio Castriota Skanderbeg. Queste famiglie albanesi fuggivano dai turchi e provenivano dalla regione ‘Tosca’, ai confini con la Macedonia. Il Museo etnico arbëresh ne racconta le tradizioni e la cultura. Il percorso espositivo e di ricerca è composto da varie sezioni (una biblioteca linguistica, la pinacoteca, la sala del telaio, i costumi popolari) e presenta ampi spazi per le immagini e per l’oggettistica; è inoltre punto d’informazione sul parco del Pollino.

Il rito orientale

La comunità italo-albanese di Civita è di fede cattolica ma segue il rito liturgico greco-bizantino ed è inserita in una speciale diocesi, l’Eparchia di Lungro, istituita nel 1919.

La chiesa di Civita

La chiesa di Civita

La chiesa di Santa Maria Assunta mostra i tipici connotati orientali, con una ricca iconostasi, i mosaici e l’immagine del giudizio universale sulla controfacciata. La Messa, i Sacramenti e i riti della Settimana santa si celebrano nel rito greco, arricchiti dal folklore dei canti (kalimere) e delle danze (vallje).

Le gole del Raganello

L’attrazione di Civita è la gola del Raganello, scavata dal torrente che nasce alle pendici sud-orientali del massiccio del Pollino e che sfocia nel mar Jonio dopo aver attraversato la piana di Sibari. L’incisione del canyon del Raganello è lunga tredici chilometri. Ma è soprattutto a Civita che è possibile apprezzarne la ridotta distanza tra le due pareti, la loro verticalità e la profondità di centinaia di metri della forra.

La discesa nella gola

La discesa nella gola

La passeggiata che proponiamo è molto semplice. Dal paese una stradina lastricata scende ripidamente, con una serie di tornanti, fino allo spettacolare Ponte del Diavolo che scavalca il torrente.

Il ponte del diavolo

Il ponte del diavolo

Di qui si scende sul greto che è percorribile per un buon tratto nelle due direzioni. Un’escursione più impegnativa è la traversata della gola sul suo fondo (canyoning) o l’arrampicata sulle pareti. Ma anche la semplice discesa, arricchita magari da un bagno estivo nelle fresche acque del fiume, è assolutamente emozionante. Certo, occorre poi considerare la faticosa risalita al paese, fortunatamente non lunga.

Il torrente Raganello

Il torrente Raganello

(L’escursione è stata effettuata il 9 agosto 2008)

 

Sarzana, città ligure sulla Via Francigena

I giardini della Cittadella

I giardini della Cittadella

Avanzo lentamente sul corso di Sarzana. Ma non è la stanchezza della camminata francigena che mi rallenta il passo. È piuttosto la sorpresa di scoprire una città attraente, piena di gente, di chiese e palazzi, di focaccerie, di manifesti e locandine che invitano a partecipare a ogni sorta di incontri ed eventi. A Sarzana è in corso il Festival della Mente, il primo festival europeo dedicato all’indagine delle idee e della creatività. Uno stuolo di giovani volontari in maglietta bianca distribuisce opuscoli, informa, orienta, guida e regola l’afflusso di visitatori storditi dall’offerta, solo oggi, di ben sedici eventi. C’è una libreria nel cortile del palazzo pubblico. Ci sono spazi per bambini e per ragazzi. E poi ci sono spettacoli teatrali e concerti. E perfino una festa dionisiaca e celtica delle Alpi Apuane, con degustazione d’idromele, ippocrasso e sambyké. È aperto da pochi giorni un ipermoderno centro museale multimediale dell’ipermedievale sistema fortificato della Lunigiana. Tutto questo a Sarzana.

La mappa di Sarzana

La mappa di Sarzana

La Via Francigena

I viaggiatori sulla Via Francigena

I viaggiatori sulla Via Francigena

Siamo in Liguria, nella bassa valle del Magra, dove la ferrovia, la statale e l’autostrada della Cisa s’innestano sulla via Aurelia, la via ferrata e l’autostrada tirreniche. La città di Sarzana è situata nel cuore della Lunigiana, diretta discendente dell’antica città romana di Luni, che sostituì in quanto ad importanza religiosa all’inizio del XIII secolo.

Segnaletica francigena

Segnaletica francigena

La Via Francigena l’attraversa in modo perfettamente lineare, da nord-ovest a sud-est, entrando da Porta Parma e uscendo a Porta Romana, sull’asse delle attuali Via Bertoloni e Via Mazzini, affiancata dalle piazze del mercato, dalle principali chiese, dai palazzi pubblici e gentilizi, da un alveare di botteghe.

La Cittadella

La torre della Fortezza

La torre della Fortezza

La Fortezza Firmafede, conosciuta come la “Cittadella” è un bell’esempio di architettura militare, voluto nel 1487 dalla Signoria fiorentina, all’indomani della vittoria sui genovesi, come avamposto fortificato. Passò in seguito alla repubblica di Genova e poi al Regno Sabaudo, terminando la sua carriera come caserma di polizia e come carcere. Oggi è completamente restaurata e visitabile. Passeggiando sulle mura, si apprezza il suo ruolo cardine della cerchia muraria sarzanese e il suo rapporto con la fortezza di Sarzanello che sorge sulla cima del vicino colle.

Il Museo delle Fortezze

Scena d'assedio

Scena d’assedio

La Fortezza Firmafede è dal 2016 la sede del MUdeF – Museo delle Fortezze. Il percorso interattivo ed emozionale si snoda attraverso 27 sale distribuite su quattro piani e racconta storia e caratteristiche della Lunigiana attraverso le sue fortezze, gli usi e i costumi inserendoli nel loro contesto abitativo e, soprattutto, storico. Schermi olografici, quadri parlanti, videomapping, sono alcuni degli elementi che caratterizzano l’allestimento multimediale realizzato da un’azienda creativa e digitale genovese. Un percorso coinvolgente che permette al visitatore di immergersi in un’epoca passata, rivivere la storia e le vicissitudini di Sarzana in epoca medievale con l’ausilio di immagini e contenuti bilingue (italiano e inglese).  Uno speciale braccialetto, fornito all’ingresso, accompagna il visitatore per tutto il percorso museale permettendogli di attivare i contenuti multimediali come proiezioni, audio e video.

Il Museo diocesano

Una sala del Museo diocesano

Una sala del Museo diocesano

Affiancato alla Cittadella è l’oratorio della Misericordia, edificato, verso la fine del ‘500 dalla Confraternita dei Neri. All’interno è stato allestito il Museo Diocesano di Sarzana, articolato in sei sale. Il Museo conserva il gruppo marmoreo dell’Annunciazione e alcune oreficerie, tra cui una teca siriana del settimo secolo e varie suppellettili e arredi datati tra il XV e il XIX secolo.

Le pale di marmo della Cattedrale

La Cattedrale dell'Assunta

La Cattedrale dell’Assunta

La candida e imponente facciata marmorea della Cattedrale (www.cattedraledisarzana.it) introduce alle navate interne e a una galleria di opere d’arte. Le opere più belle sono a mio gusto le due pale marmoree realizzate dagli scultori Riccomanni di Pietrasanta e collocate nelle due cappelle del transetto. Esse interpretano bene la novità dello stile rinascimentale quattrocentesco.

La pala dell'Incoronazione

La pala dell’Incoronazione

La pala di sinistra è dedicata all’Incoronazione di Maria, quale regina dell’universo, da parte di suo figlio Gesù, alla presenza del Padre e della colomba dello Spirito, in un tripudio di angeli, santi, profeti ed evangelisti.

La pala dell'Assunzione

La pala dell’Assunzione

La pala di destra è dedicata all’assunzione di Maria in cielo. Nella predella sono le scene della crocifissione di San Pietro, della decapitazione di San Giovanni Battista e della morte della Vergine. Negli scomparti laterali figurano Giovanni Battista, Saulo-Paolo con la spada, l’apostolo Andrea, Pietro con le chiavi, Giovanni evangelista e Basilio vescovo. Negli scomparti del registro superiore sono le scene della flagellazione di Gesù, della preghiera nell’orto del Getsemani e della crocifissione.

La pieve di Sant’Andrea

La facciata della chiesa di Sant'Andrea

La facciata della chiesa di Sant’Andrea

La chiesa di Sant’Andrea è l’edificio più antico della città e mostra ancora ben visibili i segni della sua storia secolare riconducibile alle tre fasi romanica, gotica e rinascimentale. La facciata ha una caratteristica e compatta muratura in pietrame. Incorpora un campanile trecentesco e un portale cinquecentesco. All’interno sono due gruppi marmorei: l’annunciazione, con Maria e l’arcangelo Gabriele; Sant’Andrea, tra San Pietro e San Paolo.

La statua di Sant'Andrea

La statua di Sant’Andrea

(Ho visitato Sarzana il 3 settembre 2016)