Gerasa in Giordania. Una Roma lontana da Roma

L’ufficio turistico giordano invita a visitare Jerash proponendola come “una Roma lontana da Roma”. Ed è vero. È una definizione corretta. Quando si visitano le località dell’antico mondo mediterraneo che furono parte dell’impero romano, il marchio di Roma è sempre immediatamente riconoscibile. Jerash si chiamava allora Gerasa. Conquistata dal generale Pompeo nel 63 avanti Cristo, entrò nella Lega della Decapoli, l’alleanza delle dieci grandi città romane del medio-oriente, e iniziò il suo periodo di massimo splendore. Oggi è una delle città di epoca romana meglio conservate al mondo. Sepolta per secoli sotto la sabbia, è stata riscoperta e restaurata a partire dal 1925. E noi la percepiamo come una splendida testimonianza della grandezza e dell’opera di urbanizzazione condotta dai Romani nelle province dell’impero in Medio Oriente: strade lastricate, colonnati, templi sulle alture, accoglienti teatri, spaziose piazze pubbliche, bagni termali, fontane e mura interrotte da torri e porte cittadine. Subentrata a Roma la successiva egemonia bizantina diffuse in città il credo cristiano e convertì alcuni templi pagani, riutilizzandoli come chiese. I mosaicisti del tempo decorarono i pavimenti delle chiese con estesi mosaici. E i turisti di oggi hanno un ulteriore motivo d’interesse nella visita della zona archeologica.

Jerash vista dall'alto

Jerash vista dall’alto

La visita

L’avvicinamento a Jerash/Gerasa mostra una Giordania diversa dall’abituale cliché desertico. Jerash si trova in una pianura a ridosso della fertile regione collinare di Gilead, ricca di sorgenti e fiumi, e circondata da aree boschive. Giunti nel sito antico ci si accorge immediatamente che l’area archeologica è pericolosamente circondata e assediata dalla città moderna e che le rovine riportate alla luce sono solo una modesta frazione della città antica. Ma la visita resta godibile e non risente dell’inquinamento provocato dalla città moderna e dal pattume sonoro del suo traffico.

L'arco di Adriano

L’arco di Adriano

Una grandiosa accoglienza è garantita dall’arco di trionfo, costruito per onorare l’arrivo dell’imperatore Adriano in visita a Gerasa. L’appariscenza dell’insieme si conferma anche nei particolari delle sculture a fogliami che ornano le basi e i capitelli delle colonne, il timpano e i finestroni.

L'ippodromo

L’ippodromo

Dopo l’arco si stende a sinistra l’immenso spazio dell’ippodromo, costruito per ospitare le corse di bighe e in grado di ospitare sugli spalti e le tribune fino a quindicimila spettatori.

Il mosaico della chiesa del vescovo Mariano

Il mosaico della chiesa del vescovo Mariano

Di fronte all’ippodromo è la chiesetta del vescovo Mariano, caratteristica per il suo mosaico pavimentale a forme geometriche con svastiche.

La porta sud

La porta sud

Al termine del lungo vialone esterno si accede al centro monumentale della città attraverso la porta meridionale.

La piazza ovale

La piazza ovale

Si entra nella spettacolare piazza ovale, sede della vita pubblica, ancora oggi utilizzata per festival e manifestazioni ufficiali. La sua originalità è data proprio dalla forma ellittica, dalle dimensioni e dalla sua estensione; è circondata da un largo marciapiede che costituisce la base per lo scenografico colonnato ionico sormontato per tutta la sua lunghezza da un architrave decorato.

La spianata e il tempio di Zeus

La spianata e il tempio di Zeus

Usciti dalla piazza ovale si sale la scala monumentale che conduce a una panoramica terrazza. Siamo nell’area sacra dominata dal tempio di Zeus.

Il teatro meridionale

Il teatro meridionale

Dal temenos si passa al bellissimo teatro, il primo dei due esistenti a Gerasa. Le trentadue file di sedili potevano accogliere fino a 3500 spettatori. Sorprendente è l’acustica. Le voci del palco erano perfettamente udibili a distanza e utilizzavano la cassa di risonanza offerta dalle nicchie laterali.

Il mosaico della chiesa dei santi Cosa e Damiano

Il mosaico della chiesa dei santi Cosa e Damiano

Una passeggiata su terreno sabbioso (sotto il quale sono sepolti i resti ancora inesplorati della città antica) permette di raggiungere l’area in cui sono state portate alla luce alcune chiese di epoca bizantina, riunite in un unico complesso. Particolarmente ammirato è il mosaico della chiesetta dei santi medici Cosma e Damiano, con motivi geometrici, animali, uccelli, piante e la riproduzione dei due benefattori che finanziarono la costruzione.

Le colonne del tempio di Artemide

Le colonne del tempio di Artemide

Si scende ora verso il tempio di Artemide, caratterizzato dalle raffinate colonne corinzie del peristilio. Le guide mostrano, con alcuni artifizi, la capacità delle gigantesche colonne di oscillare impercettibilmente, reagendo così al vento e ai terremoti.

Il cardo maximus

Il cardo maximus

Una monumentale scalinata, formata da sette rampe di sette gradini ciascuna, scende al cardo maximus, la larga strada porticata che attraversava la città e incrociava il decumano. Il percorso della strada è fiancheggiato da monumenti e da portici sotto i quali si aprivano i negozi e le botteghe.

Il ninfeo

Il ninfeo

Tra i diversi monumenti si fa ammirare il ninfeo, la fontana monumentale dedicata alle divinità delle fonti, preceduta da una grande vasca in granito rosa.

Il macellum

Il macellum

Dopo l’incrocio col decumano incuriosisce il macellum, a struttura circolare, circondato dai banchi dei macellai.

(Ho visitato Gerasa il 26 settembre 2016)

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Petra, la città rupestre dei Nabatei

Per gli appassionati del paesaggio rupestre la visita della città di Petra, nel deserto della Giordania, è un’emozione lungamente desiderata. Certo, vi sono nel mondo numerose città simbolo della civiltà rupestre. Penso a Matera e alle gravine joniche, a Göreme e alle città della Cappadocia, a Vardzia in Georgia e a tante altre. Ciascuna di esse accende la scintilla di un innamoramento e segna una tappa di un lungo camminare nella storia. Petra ha tuttavia un fascino specifico che l’ha portata di peso tra le nuove sette meraviglie del mondo, insieme alla Muraglia cinese, al Colosseo, a Machu Picchu, alle rovine Maya dello Yucatan, al Cristo di Rio e al Taj Mahal. A Petra l’estro architettonico dell’uomo si combina genialmente con le forme della natura modellate dal vento del deserto. Ma al principio vi sono le esigenze difensive del popolo nabateo di dissimulare la propria presenza in un luogo imprendibile dagli invasori, di controllare le vie d’accesso e di costruire ambienti compatibili con la natura ostile del deserto.

Petra e i Nabatei

I Nabatei che scavarono Petra erano tribù nomadi del deserto dell’Arabia. Verso il sesto secolo avanti Cristo penetrarono nel Neghev e s’installarono a sud oltre il Mar Morto. Vivevano del commercio, all’incrocio delle strade carovaniere provenienti dal mar Rosso. Anche dopo la conquista romana, i traffici commerciali tra la penisola arabica e l’occidente continuarono a fornire risorse ai Nabatei, almeno fino al terzo secolo. Nella provincia romana dell’Arabia Petraea, la capitale si spostò a Busra e Petra divenne metropoli. L’imperatore Adriano la ribattezzò Hadriana Petra e l’arricchì di monumenti romani. Ma quando l’asse commerciale tra oriente e occidente si spostò lungo la direttrice dell’Eufrate, per Petra e i Nabatei si fece buio e calò l’oblio. Almeno fino al 1812 quando Petra fu riscoperta da Johann Ludwig Burckhardt, un intraprendente e curioso esploratore svizzero.

La visita

Il percorso ordinario di visita mostra in successione tre ambienti radicalmente diversi pur nell’unitarietà del paesaggio desertico. Si traversano prima la fiumara e la stretta gola rocciosa. Si visitano poi le architetture della città rupestre scavate nell’arenaria. Si ammirano infine i monumenti classici costruiti sub divo in età romana e bizantina.

Le rocce di Petra

Le rocce di Petra

Superati il patio d’ingresso, le strutture di accoglienza e la biglietteria ci s’incammina sul letto asciutto della fiumara che ha inciso lo Uadi Musa (la valle di Mosè), assillati da noleggiatori di calessi e sciami di ragazzi che propongono chincaglieria e cartoline.

I monumenti sepolcrali lungo lo Uadi Musa

I monumenti sepolcrali lungo lo Uadi Musa

Sulla destra troneggiano alcuni monoliti di pietra squadrata (i blocchi di Jinn), monumenti tombali incompiuti. Sulla sinistra si staglia in parete la tomba degli obelischi con il sottostante triclinium, la sala utilizzata per i banchetti funebri.

Le opere di canalizzazione dell'acqua

Le opere di canalizzazione dell’acqua

Giunti al gate del canyon, dove sono i resti di un arco trionfale d’ingresso, si osservano le ingegnose soluzioni per la raccolta e la canalizzazione dell’acqua, risorsa scarsa e preziosa della civiltà nabatea. Una diga, il tunnel dell’acquedotto sotterraneo e le canalette incise nelle rocce laterali dove scorreva l’acqua diretta verso la città e il suo ninfeo.

Il percorso nella gola

Il percorso nella gola

Si entra nella lunga e spettacolare gola di Siq, stretta tra due ripide pareti di arenaria multicolore. Canalizzata l’acqua dell’antico fiume, il letto prosciugato della gola è stato trasformato in strada lastricata con basoli di pietra.

La strada lastricata

La strada lastricata

Sui fianchi del lungo percorso nella gola sorgono monumenti funebri, nicchie votive scavate nelle pareti e bassorilievi.

I metili del Maestro Sabinos

I metili del Maestro Sabinos

Un esempio tra gli altri è la serie di nicchie scolpite dal maestro di cerimonie religiose Sabinos Alexandros in onore di due divinità, Dushara e Atargatis.

Un bétile, pietra cubica con divinità incisa

Un bétile, pietra cubica con divinità incisa

Particolarmente espressivi della religiosità nabatea sono i bétili sacri, le pietre cubiche venerate come dimore divine o identificate con divinità protettive.

Il cammelliere

Il cammelliere

A metà della gola si scorgono i resti del vasto bassorilievo della carovana. Sono stati scolpiti uomini e cammelli di una carovana di mercanti diretta in città che incontrano altri intenti a uscirne.

Lo sbocco della gola sulla piazza del tesoro

Lo sbocco della gola sulla piazza del tesoro

Dopo un lungo percorso d’ombra, la gola termina all’improvviso sulla piazza sfolgorante di luce solare dove sorge il fotografatissimo monumento sepolcrale di Al-Khaznah.

Al-Khaznah, il tesoro del faraone

Al-Khaznah, il tesoro del faraone

La facciata del monumento, di stile ellenistico, ha tre ordini sovrapposti, decorati da colonne rilievi e statue (i Dioscuri, la dea Iside, le Vittorie alate). L’ammirazione per la sua elegante bellezza si mescola allo stupore per un lavoro che è stato di scavo e incisione dall’alto verso il basso e non di una normale edificazione dal basso verso l’alto.

La via delle facciate

La via delle facciate

Si percorre ora la larga strada “delle facciate”.

Le facciate delle tombe monumentali

Le facciate delle tombe monumentali

Procediamo in una sorta di cimitero monumentale, dove i nabatei hanno gareggiato nel disegnare le tombe più belle, con i richiami stilistici al mondo assiro, a quello greco e al romano. Spiccano le cosiddette “tombe reali”.

La croma delle rocce di Petra

La croma delle rocce di Petra

Un viottolo a tratti impervio risale il Luogo alto del Sacrificio. Ma l’attrazione è la tavolozza di sfumature cromatiche della roccia nella quale è scavata la tomba degli Angeli.

L'interno di una tomba

L’interno di una tomba

L’interno delle tombe custodisce le sepolture multiple dei familiari. Si alternano gli arcosoli, i loculi e le fosse per le inumazioni.

Le gradinate del teatro

Le gradinate del teatro

Petra dispone di un teatro interamente scavato alla base della parete rocciosa e in grado di ospitare sulle sue gradinate fino a tremila spettatori. Alle gradinate si accedeva dagli ambulacri scavati sotto l’auditorium.

Le grotte di Petra

Le grotte di Petra

Le grotte che fasciano le pareti rocciose di Petra sono state abitate in modo permanente dalle famiglie beduine fino ad alcuni decenni fa. Con la musealizzazione di Petra i vecchi abitanti sono stati spostati in un vicino visibile villaggio di edilizia popolare ma tornano ogni giorno tra le rovine a offrire i loro servizi ai turisti.

L'interno del tribunale

L’interno del tribunale

L’imponente tomba dell’Urna, con un accesso colonnare è chiamata comunemente il Tribunale perché fu effettivamente usata come archivio e sala di giustizia. Le grandi nicchie all’interno segnalano anche la trasformazione in chiesa cristiana a cura del vescovo Jassun.

Il grande tempio di Petra

Il grande tempio di Petra

Lasciata la città rupestre, alla confluenza di uno uadi, sorge la città metropolitana (non scavata ma costruita). Gli scavi archeologici più recenti hanno fatto riemergere il grande Tempio dei Nabatei e le altre strutture di età romana (la via colonnata, il ninfeo, la cisterna, i criptoportici, il tempio del leone alato, l’area residenziale).

Il mosaico della chiesa bizantina

Il mosaico della chiesa bizantina

Sulla collinetta di fronte è lo scavo della chiesa di epoca bizantina (450-500 dopo Cristo), con un battistero esterno e la grande navata centrale. Le due navate laterali sono decorate con splendidi mosaici che raffigurano figure umane, rappresentazioni delle stagioni, piante, animali e ceste di offerte.

Il mosaico della navata sinistra

Il mosaico della navata sinistra

 

(Ho visitato Petra il 25 settembre 2016)

Salento. L’Abbazia di Santa Maria di Cerrate

Siamo a nord di Lecce. Usciamo dalla superstrada per Brindisi al km 24 e percorriamo 4 km della strada provinciale 100 in direzione del mare di Casalabate. L’Abbazia di Cerrate si rivela all’improvviso, come un’isola in un mare di ulivi. Ci sono lavori in corso, ma la visita è consentita e gradita. Le ragazze del Fai si prodigano pazientemente in spiegazioni ai tanti turisti italiani e stranieri, adulti e bambini, di tutti i livelli sociali e culturali.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

Per apprezzare, e poi amare, quest’abbazia, occorre prima comprenderne l’insieme e poi esaminarne i particolari. La combinazione del ‘tutto’ e del ‘frammento’ produce un effetto di godimento culturale che rende Cerrate indimenticabile. Scolpita nell’undicesimo secolo nella bianca pietra leccese, pregevole testimonianza del romanico pugliese, impreziosita da raffinati affreschi, la chiesa di Santa Maria di Cerrate sorge al centro di una tipica masseria del Salento, un tempo monastero di rito greco ortodosso, poi centro di produzione agricola specializzato nella lavorazione delle olive, che erano spremute nei tradizionali frantoi ipogei.

La chiesa

L'ascensione di Gesù

L’ascensione di Gesù

La Chiesa di Santa Maria ha la facciata decorata da archetti pensili, finestre monofore e da un rosone istoriato in corrispondenza della navata centrale. Il portale è sormontato da un’arcata con altorilievi di eccezionale qualità che riproducono scene del Nuovo Testamento. Elemento originale della chiesa è il porticato addossato sul fianco sinistro, sostenuto da ventiquattro colonne con capitelli raffiguranti il bestiario romanico e figure umane. L’interno, a tre navate con absidi, era completamente decorato con affreschi. Oggi si possono ancora ammirare importanti decorazioni databili al XII-XIII secolo, di ambito bizantino, probabilmente opera di maestri greci. Altri affreschi staccati sono visibili nel vicino museo.

La masseria

La casa del massaro

La casa del massaro

Edifici di epoche diverse si distribuiscono intorno alla Chiesa: la Casa monastica, un edificio ottocentesco (la Casa del massaro) e un fabbricato impiegato come stalla. L’edificio d’ingresso, a due piani, era l’antica residenza dei monaci e ospitava lo scriptorium e la biblioteca del monastero.

Le macine del mulino

Le macine del mulino

Di fronte è l’edifico ottocentesco dove vivevano i fattori, la Casa del massaro. Dopo il restauro tornerà ad accogliere il Museo della cultura materiale tradizionale salentina e la ricostruzione di alcuni ambienti domestici con attrezzi e utensili tradizionali, tra cui due grandi mulini con macine.

Il frantoio ipogeo

Il frantoio ipogeo

Sul lato orientale del complesso è collocato un edificio a pianta rettangolare ad aula unica con volte a stella, risalente ai primi decenni del XVI secolo, utilizzato come stalla. Si trovano infine tracce dell’attività agricola, che qui si svolgeva fino agli anni Sessanta, nel piano sotterraneo della Casa monastica e della Casa del massaro, dove furono scavati e realizzati due frantoi ipogei (detti “trappiti”) con macine, torchi e pozzi di raccolta dell’olio.

Le stalle

Le stalle

Gli affreschi

La decorazione pittorica risale a epoche e scuole diverse. Nel catino dell’abside centrale è una bella Ascensione di Gesù, portato in cielo dagli angeli e salutato in basso dagli apostoli e da sua madre. Sulle pareti e nei sottarchi spiccano alcuni santi bizantini a figura intera. Compare anche il gruppo della Sacra Famiglia.

La morte di Maria

La morte di Maria

Il Museo espone i grandi dipinti dell’Annunciazione, rinascimentale, e della Morte della Vergine, di un pittore neo-bizantino della metà del Cinquecento. Da ammirare sono le scene dei cavalieri osservati da un gruppo di spettatori affacciati dalla terrazza di un castello sulla vicina collina: a destra è San Giorgio che libera la principessa e uccide il drago che la insediava; a sinistra è Sant’Eustachio impegnato in una scena di caccia; quando sta per raggiungere e uccidere il cervo in fuga, nel palco delle corna dell’animale gli appare il volto di Cristo in un nimbo crociato.

I castellani assistono alla scena di caccia

I castellani assistono alla scena di caccia

Il portale

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

Il bagnato del Bambino e il sogno di Giuseppe

L’archivolto del portale della chiesa è decorato dalle scene ad altorilievo che raccontano i vangeli della nascita di Gesù. Sui conci in basso è scolpita l’Annunciazione con le immagini di Maria, a sinistra, e dell’arcangelo Gabriele, a destra. Nella progressione dei conci vediamo poi la visita di Maria alla cugina Elisabetta, la processione dei Magi che portano i doni, guidati dalla stella, la natività con il bue e l’asino e la scena del primo bagnetto del Bambino.

I capitelli

Il capitello del monaco

Il capitello del monaco

Un gioco di enigmistica sacra è la lettura dei capitelli sulle colonne del portico laterale. Il rebus più avvincente è quello del monaco piegato a terra che combatte contro due draghi che vogliono addentarlo; un’aquila bicipite interviene a salvarlo, artigliando a sua volta coi rostri le teste dei varani. Il monaco combattuto tra la chiesa latina e l’ortodossia? Una scena di tentazione? Un po’ più semplice è la declinazione del bestiario medievale. Sui capitelli appaiono la sirena e un centauro con l’arco. Entrambe sono creature ibride, per metà umane (il busto e la testa) e per metà animali (il cavallo nel centauro e il pesce nella sirena). Sono dunque simboli di un’umanità distorta e corrotta. E poi il gruppo dei monaci con l’abate: il monastero come arca di salvezza nel mondo del vizio? I lavori in corso di ripulitura e restauro aiuteranno certamente a rendere più leggibili questi capitelli.

Il capitello del centauro

Il capitello del centauro

Il ruolo del Fai

Grazie a un bando pubblico promosso nel 2012 dalla provincia di Lecce, proprietaria dell’abbazia, il monumento è stato affidato al Fai (Fondo Ambiente Italiano). Sono attualmente in corso (2016) i complessi interventi di restauro, secondo un progetto pluriennale. Il Fai promette che, al termine dei lavori, l’Abbazia di Cerrate non avrà i caratteri di un semplice museo, ma rivelerà, attraverso la conservazione della stratificazione delle diverse fasi costruttive, la duplice anima di questi luoghi: da un lato verrà raccontata la storia religiosa di un importante centro di monaci basiliani e di un celebre scriptorium, che vede nella mirabile chiesa romanica la sua massima espressione; dall’altro la storia contadina di una masseria pugliese, la cui più importante testimonianza è rappresentata dai frantoi per le spremitura delle olive, ricavati in affascinanti grotte sotterranee scavate nel tufo.

La natività e la visita dei re magi

La natività e la visita dei re magi

(La visita è stata effettuata il 18 luglio 2016)

Le tombe dei giganti di Madau

Le tombe dei villaggi nuragici sono appariscenti, megalitiche, monumentali, imponenti. L’immaginario popolare ha fantasticato vedendo in questi cimiteri l’estrema dimora di giganti, di una mitica popolazione preistorica di ciclopi. Queste caratteristiche sono evidenti nell’area sepolcrale di Madau, probabilmente collegata al vicino villaggio nuragico di Gremanu. Vi troviamo quattro tombe di giganti disposte ad anfiteatro e rivolte verso il sole nascente, scavate dal grande archeologo sardo Giovanni Lilliu negli anni Ottanta.

La prima tomba

La prima tomba

La prima tomba è la più antica: ha l’aspetto di un sarcofago costruito con grandi lastre di granito infisse verticalmente sul terreno, che delimitano la camera sepolcrale.

La seconda tomba

La seconda tomba

La seconda tomba è quella più monumentale. Presenta una camera funeraria lunga circa venti metri (nella quale venivano inumati i morti) e un’ampia esedra sulla fronte provvista di banconi-sedili: in questo luogo sacro, contraddistinto dalla presenza di un focolare funzionale ai riti e ai banchetti funebri, si riunivano i parenti dei defunti per ricordare e pregare.

L'ingresso della seconda tomba con il focolare

L’ingresso della seconda tomba con il focolare

La terza tomba, a fianco della precedente, le è simile ma si caratterizza per la presenza di una grande esedra che protende i suoi bracci in avanti fino a chiudere un’ampia area circolare.

La quarta e ultima tomba è situata più a ovest su un modesto rilievo, ma non è ancora stata esplorata.

La terza tomba a esedra circolare

La terza tomba a esedra circolare

L’accesso più comodo a Madau è tramite l’uscita di Pratobello al km 22 della strada statale 389, la ‘direttissima’ tra Nuoro e Lanusei; di qui si segue per 3 km la strada provinciale (parallela alla statale) in direzione sud, verso il passo Caravai; il sito archeologico è sulla destra, a poca distanza dalla strada, segnalato da un cartello.

La camera funeraria della terza tomba

La camera funeraria della terza tomba

(Ho visitato le tombe di Madau il 9 ottobre 2016)

La segnaletica del sito

La segnaletica del sito

Milano. I mestieri di duemila anni fa

Perfino un museo archeologico riesce ad essere divertente! Perfino una raccolta di epigrafi incise su antiche pietre, quelle che il visitatore schiva, fuggendo solitamente di gran carriera. Accade a Milano. Sulle stele funerarie raccolte nel museo archeologico, i Mediolanenses, i milanesi di duemila anni, fa hanno immortalato i colleghi professionisti, commercianti e artigiani, scolpendo nel marmo le immagini del loro lavoro e dedicando loro malinconici ricordi.

Il lavoro degli antichi milanesi

Il lavoro degli antichi milanesi

La maestra Orensia

La maestra Orensia

La maestra Orensia

La stele del primo secolo raffigura la bacchettata inferta da un insegnante a un allievo indisciplinato. La maestra si chiama Orensia Obsequente ed è raffigurata in alto con gli strumenti del mestiere, un contenitore di calami (cannucce per scrivere) e un frustino.

La punizione dello scolaro indisciplinato

La punizione dello scolaro indisciplinato

Gaio Vettio e i commercianti di stoffe

I commercianti di panni

I commercianti di panni

L’immagine della grande stele rivela che il titolare del monumento, Gaio Vettio, è un produttore e commerciante di tessuti, attività frequente nella Milano del primo secolo. Anche una seconda stele è dedicata a un tale Licinio e alla sua numerosa famiglia di commercianti di stoffe.

I venditori di tessuti

I venditori di tessuti

Il fabbro ferraio Sesto

I fabbri ferrai

I fabbri ferrai

Su questa stele figurano, nell’atto di stringersi la mano, Sesto Magio Licino e Sesto Magio Turpio. La presenza di una tenaglia nelle mani di uno dei due personaggi e i simboli del martello e della tenaglia raffigurati sul frontone accanto a una testa di Medusa, inducono a credere che essi svolgessero, forse come soci, il mestiere di fabbro ferraio.

Il ciabattino Gaio Atilio Giusto

Il ciabattino

Il ciabattino

Fiero della sua professione, il calzolaio Gaio Atilio Giusto si fa ritrarre al lavoro nella sua bottega. Il rilievo compare alla base dell’imponente monumento funerario preparato, secondo il testamento, per sé e per la moglie.

Il vinaio Lucio Veracio Terenziano

La stele per il vinaio

La stele per il vinaio

La moglie e il fratello dedicano un altare funerario al liberto Lucio Veracio Terenziano, ricordandone l’età della morte (39 anni) ed evidenziando la sua professione di commerciante di vini (negotiatoris vinariari).

Per approfondire

La torre poligonale delle mura

La torre poligonale delle mura

Il Museo Archeologico di Milano è situato nell’ex-convento del Monastero Maggiore di San Maurizio. Al piano terra si trova la sezione dedicata a Milano Antica. Il percorso di visita continua nel chiostro interno (“la società milanese attraverso le epigrafi”) dove è visitabile la torre poligonale (fine III secolo) con affreschi medioevali (XIII Secolo). Al piano interrato si possono visitare la sezione di Arte del Gandhara e la sezione Abitare a Mediolanum. Dal chiostro interno del museo, percorrendo la passerella che attraversa le mura romane si raggiunge l’edificio di via Nirone 7, nuovo ampliamento del museo. Al piano terra c’è la sezione Caesarea Maritima (Israele). Al primo piano è esposta la sezione altomedioevale, al secondo la sezione etrusca mentre il terzo piano è dedicato alla sezione greca.

(La visita è stata effettuata il 23 giugno 2016)

Caccuri. Le rupi, le grotte, le chiese

Caccuri è una piacevole sorpresa per i visitatori delle terre del Marchesato, in Calabria. Spicca sui colli del Crotonese, in quel territorio di transizione tra la costa del Mar Jonio e i boschi della Sila, segnato dal solco del fiume Neto e facilmente raggiungibile grazie al veloce percorso della Statale 107.

Lo stemma del paese

Lo stemma del paese

All’ingresso del paese l’ottocentesca fontana di Canalaci, col suo getto copioso d’acqua fresca, ristora gradevolmente gli accaldati turisti e propone orgogliosamente lo stemma in pietra della locale universitas.

 Il paesaggio

Le erosioni

Le erosioni

Il primo elemento d’interesse è la forma del paesaggio. Le morbide rocce di arenaria, erose dal vento e dall’acqua, mostrano le loro forme arrotondate, modellate in figure sorprendenti e fantastiche. Le collinette a ovest del paese sono esemplari in questo senso. Roditori naturali ne hanno plasmato la crosta esterna e si sono addentrati negli spazi interni creando terrazzi, cenge, ripari, protuberanze e stalagmiti.

Cavità nella parete di arenaria

Cavità nella parete di arenaria

Le grotte

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Le grotte del Castello

Gli insediamenti rupestri sono un secondo motivo d’interesse. Il sistema di grotte di maggiore consistenza è posto lungo la parete meridionale dello spalto di arenaria sulla cui cima fu edificato il Castello di Caccuri. Sono state rilevate una cinquantina di grotte disposte lungo terrazzamenti paralleli. Una sorta di rione autonomo, con le sue strade di accesso, il reticolo interno di viottoli, l’edilizia spontanea, le chiusure in muratura, i depositi d’attrezzi e i laboratori, che controlla una zona agricola di antichi coltivi, progressivamente erosa dall’avanzata dei nuovi quartieri.

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L’insediamento rupestre

Le grotte al margine superiore dell’insediamento, appena sotto il castello, sono state recuperate e inserite nel parco cittadino. Altri piccoli insediamenti sono disposti sulla parete rocciosa che sovrasta il paese a nord, in contrada Patia e in località Vurdoi.

Il castello feudale

Il Castello sullo spalto rupestre di arenaria

Il Castello sullo spalto rupestre di arenaria

Il castello di Caccuri è un’imponente dimora baronale sorta probabilmente su un antico castro bizantino voluto dagli strateghi orientali per rendere sicura la strada che dall’altipiano silano conduceva a Crotone. Più volte rimaneggiato, ebbe nel 1885 l’aggiunta del rivellino e di una torre cilindrica merlata. Oggi questa prestigiosa residenza d’epoca ha aperto le porte al turismo ed è diventato un centro culturale e di ospitalità per soggiorni ed eventi.

 La chiesa della Riforma

Santa Maria del Soccorso

Santa Maria del Soccorso

La chiesa di Santa Maria del Soccorso (Miseris succurrentes) o della Riforma, annessa al convento dei Domenicani (poi dei Francescani riformati), risale ai primi del Cinquecento. Ha una semplice facciata a capanna, un ornato portale, un bel rosone a dodici raggi, una navata unica ed è fiancheggiata da una torre campanaria.

 La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa dei tre fanciulli

La chiesa di Santa Maria dei Tre Fanciulli, in località Patia, è tutto ciò che resta dell’antichissimo monastero basiliano di Santa Maria Trium Puerorum, fondato dai monaci greco-bizantini sul luogo dove tre fanciulli, perduti nella boscaglia del luogo, si salvarono da un incendiò che scoppiò all’improvviso, grazie all’intervento della Madre di Dio. Il declino del convento basiliano, che pure si distinse per il notevole spirito battagliero contro l’invadenza monacale latina, ebbe inizio con la donazione imperiale del 1195 del vasto territorio appartenuto ai monaci greci all’abate Gioacchino da Fiore. Da allora il monastero dei “Tre fanciulli” divenne una proprietà dell’ordine florense e perse ogni importanza.

 Gli evangelici pentecostali

La Chiesa evangelica in Piazza Annunziata e il Centro comunitario estivo Sion fuori paese testimoniano la presenza a Caccuri delle Chiese Cristiane Evangeliche “Assemblee di Dio in Italia”. Si tratta di una manifestazione del movimento pentecostale americano, nato all’inizio del secolo scorso e giunto in Italia attraverso la testimonianza degli emigranti.

La chiesa evangelica

La chiesa evangelica

 (La visita è stata effettuata il 28 giugno 2016)

La chiesa Stella Maris di Porto Cervo

La Costa Smeralda in Sardegna è il frutto di un grande investimento immobiliare in funzione turistica e balneare, promosso dal Consorzio omonimo, costituitosi nel 1962 su idea dell’Aga Khan Karim IV. La costa della Gallura, allora scarsamente popolata, si è progressivamente costellata di porticcioli, ville e alberghi di lusso, ed è stata profondamente trasformata. I giudizi sul valore e la qualità architettonica degli insediamenti realizzati sono tutt’altro che unanimi. Ma una passeggiata in questo segmento di storia contemporanea è certamente giustificata e istruttiva.

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Il sito forse più bello della costa – almeno per il mio gusto – è la chiesa Stella Maris (Stella del Mare), edificata su di un’altura che si affaccia sul golfo di Porto Cervo.

Il fianco destro della chiesa

Il fianco destro della chiesa

La chiesa fu progettata dall’architetto romano Michele Busiri Vici, che sviluppò il suo stile ispirato all’architettura ‘mediterranea’, disegnato in forme morbide, rivestite a calce, e con elementi di decoro ripetuti (i comignoli, gli archi a sesto acuto, le feritoie triangolari, il coppo e la ceramica mediterranei). La facciata ha un porticato antistante sorretto da sei monoliti, le grandi pietre di granito tipiche della Sardegna. Il campanile ha una forma a cono con una base molto larga.

L'interno della chiesa

L’interno della chiesa

Le finestre sono molto originali, impreziosite da cornici decorative. Il pavimento dell’interno a tre navate è lastricato con “fette” di granito.

L'angelo annunziante (L. Minguzzi)

L’angelo annunziante (L. Minguzzi)

Sculture e arredi della chiesa sono di Luciano Minguzzi, come le porte in bronzo raffiguranti l’Annunciazione realizzate nel 1988.

San Giuseppe (P. Sciola)

San Giuseppe (P. Sciola)

All’esterno sono collocate due sculture di Pinuccio Sciola, raffiguranti San Giuseppe e il Papa Giovanni Paolo II.

I due pesci (L. Minguzzi)

I due pesci (L. Minguzzi)

(Ho visitato la chiesa di Porto Cervo il 12 ottobre 2016)