Pizzo e il mare

Pizzo Calabro è una vivace cittadina della costa tirrenica calabrese, aggrappata al pendio di una rupe che strapiomba in mare. Il turista rimane incantato dai suoi tramonti sul Tirreno e dal profilo del vulcano marino di Stromboli. La posizione al centro del golfo di Sant’Eufemia è particolarmente evidente di notte quando si accendono le luci di tutti i paesi della costa, ma anche di giorno, salendo sui colli retrostanti, quando si definiscono nella loro ampiezza l’andamento dell’arco costiero e l’altopiano del Poro.

Il golfo di Sant'Eufemia

Il golfo di Sant’Eufemia

Il consiglio è di non limitarsi a vedere e ammirare. Occorre anche ‘capire’. É quindi suggerito di ascoltare le storie di vita degli abitanti di Pizzo (napitini o pizzitani) per comprendere il loro millenario rapporto con il mare. O almeno decifrare i segnacoli, le testimonianze visibili, le forme esterne di questo rapporto, in una lunga passeggiata sulla costa, dalla foce dell’Angìtola alla spiaggia della stazione.

Pizzo dall'alto

Pizzo dall’alto

La pesca miracolosa

La moltiplicazione dei pesci

La moltiplicazione dei pesci

La scena della moltiplicazione dei pesci nella chiesa rupestre di Piedigrotta è la chiave per comprendere l’antico legame tra i pescatori di Pizzo e il tonno. La donna stupita che osserva le ceste rigurgitanti di pesce sulle rive del mar di Galilea, frutto di uno dei più famosi miracoli di Gesù, esprime il desiderio onirico di ogni napitino di una pesca miracolosa nel golfo di Sant’Eufemia e il sogno di risorgere dopo una vita di stenti.

L’antica pesca del tonno

La mattanza dei tonni a Pizzo in una foto d'epoca dello stabilimento balneare "La Murena"

La mattanza dei tonni a Pizzo in una foto d’epoca dello stabilimento balneare “La Murena”

 

Per le sue favorevoli condizioni climatiche, il golfo di Sant’Eufemia è stato un ambiente ideale per la riproduzione dei tonni. Sin dall’antichità sulle coste calabresi si ebbe la maggiore concentrazione di tonnare ad alte produzioni. La “Tonnara Grande” di Pizzo risalirebbe al 1457. Tra i diversi sistemi di pesca, la tonnara “fissa” era un complesso sbarramento di reti immerse nel mare che intrappolava i tonni durante il passaggio nel periodo primavera-estate. Il sistema di reti a forma di rettangolo chiamato “isola” era composto da una serie di camere comunicanti, cinque in tutto, attraverso le quali i tonni venivano avviati verso l’ultima, posta a ponente, denominata “camera della morte”, l’unica ad avere la rete anche sul fondo. Il sistema è oggi abbandonato a causa dell’innovazione tecnologica e delle nuove normative europee in materia, ma è ancora nostalgicamente raccontato dai vecchi pescatori locali.

La tonnara

L'ex tonnara

L’ex tonnara

La Tonnara di Pizzo è oggi un luogo espositivo, dopo aver ospitato anche il museo del mare. Ieri era il riferimento per la pesca del tonno. Nel periodo invernale i tonnaroti vi riparavano le vecchie reti, ne fabbricavano delle nuove, calafatavano le numerose imbarcazioni (che per tradizione erano di colore nero per mimetizzarsi alla vista dei tonni), effettuavano la manutenzione dei cavi d’acciaio, delle ancore ed erano dediti a tanti altri lavori di preparazione. Nel periodo estivo vi affluivano le barche con il pescato e avveniva la prima lavorazione del tonno.

I morti in mare

Pizzo ai caduti in mare

Pizzo ai caduti in mare

Città di marinai, Pizzo non dimentica i suoi morti in mare. L’Associazione nazionale Marinai d’Italia ha voluto un monumento, sullo sfondo del Tirreno, con la seguente dedica: “Benedici, o Signore, le nostre case lontane, le care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo. Benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare. Benedici”.

L’Istituto Tecnico Nautico

L'Istituto Nautico

L’Istituto Nautico

L’Istituto Tecnico Nautico (denominato oggi Istituto Tecnico Trasporti e Logistica – Nautico e Aeronautico) è stato fondato nel 1959 ed è stato definitivamente sistemato nella struttura di via Prangi. Le sue origini risalgono tuttavia ai primi anni post-unitari del Regno d’Italia, quando nacque a Pizzo una “Reale Scuola Nautica e di Costruzioni”, abilitata a preparare capitani di gran cabotaggio e costruttori navali. Il Nautico, con le sue sezioni Capitani e Macchinisti, ha diplomato a Pizzo generazioni di professionisti del mare. La scuola sottolinea orgogliosamente di aver diplomato anche la prima donna Macchinista in Italia.

La Guardia costiera

La sede della Guardia Costiera

La sede della Guardia Costiera

Pizzo è sede di un distaccamento della Guardia costiera e dell’ufficio locale marittimo. Tra le competenze della Guardia costiera vi sono la salvaguardia della vita umana in mare, la sicurezza della navigazione e del trasporto marittimo, la tutela dell’ambiente marino, dei suoi ecosistemi e l’attività di vigilanza dell’intera filiera della pesca marittima, dalla tutela delle risorse a quella del consumatore finale. L’ufficio locale marittimo esercita le funzioni amministrative attinenti alla navigazione e al traffico marittimo nei singoli porti o approdi ed esercita la vigilanza sul demanio marittimo.

San Francesco di Paola

Francesco di Paola

Francesco di Paola

Il locale convento dei Frati Minimi, dedicato a San Francesco di Paola, per la sua favorevole posizione al vertice del paese, era il primo a scorgere il segnale lanciato dalle barche in mare e suonava le campane a festa, avvertendo allegramente la popolazione dell’abbondante pesca. Ai Frati per ogni buona mattanza si offriva, per voto, il tonno più grosso, vista la grande devozione dei pizzitani verso San Francesco di Paola, protettore della gente di mare. Al Santo sono dedicati un monumento sulla Via Nazionale e una scultura nella chiesa di Piedigrotta.

San Giorgio

San Giorgio e il drago

San Giorgio e il drago

San Giorgio, popolarissimo santo di tutta la cristianità, è anche il protettore di Pizzo. A lui è dedicata la centrale chiesa collegiata, dalla facciata barocca, con un bel portale e medaglione del santo in marmo bianco. La tradizione popolare lo raffigura come il cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede intrepida che trionfa sulla forza del maligno. Una scultura di San Giorgio si trova anche nella chiesa di Piedigrotta. Forse il pescatore devoto a San Giorgio sublimava nella lancia che infilzava il drago, il fiocinatore che infilzava il pescespada e il tonno.

Maria protegge la gente di mare

La Madonna che protegge la gente di mare

La Madonna che protegge la gente di mare

La statua della Madonna col Bambino che sovrasta la chiesa di Piedigrotta ricorda la devozione popolare per Maria protettrice della gente di mare. Si tramanda a Pizzo la leggenda di un naufragio avvenuto intorno alla metà del Seicento quando un veliero con equipaggio napoletano fu sorpreso da una violenta tempesta. I marinai si raccolsero nella cabina del Capitano, dove era custodito il quadro della Madonna della Piedigrotta napoletana e tutti insieme iniziarono a pregare facendo voto alla Vergine che, in caso di salvezza, avrebbero eretto una cappella e l’avrebbero dedicata alla Madonna. La nave si inabissò ma i marinai raggiunsero a nuoto la riva, miracolosamente accompagnati dal quadro della Madonna di Piedigrotta e dalla campana di bordo. Fu il prologo leggendario alla nascita della chiesa della Piedigrotta pizzitana.

L’uomo dei venti

L'uomo dei venti

L’uomo dei venti

A conclusione, sulla piazza principale di Pizzo, di fronte al castello Murat, c’è l’incontro emozionante con “l’uomo dei venti”, seduto sul bordo con lo sguardo rivolto al mare. É una scultura di Edoardo Tresoldi, un giovane artista milanese che realizza grandi sculture con rete metallica dall’effetto trasparente. “Il mio collezionista di venti – scrive Tresoldi – siede su un muro tra le viuzze del centro di Pizzo, lo sguardo fisso verso le Eolie, controlla il gioco dei venti che animano gli alberi e fischiano tra i vicoli. Non c’è vento che non abbia chiacchierato con lui”.

 

(La visita a Pizzo è avvenuta nei primi giorni dell’agosto 2016)

Roubion. La cavalcata dei vizi e la sfilata delle virtù

Roubion è un piccolo comune francese situato nel dipartimento delle Alpi Marittime (regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra). La Cappella di San Sebastiano, sita a margine del villaggio, fu costruita per proteggere gli abitanti dalla peste e dalle epidemie L’interno fu affrescato nel 1513, da un ignoto pittore itinerante, in uno stile molto popolaresco e naïf. Seguendo la volontà del cappellano, il pittore ha dipinto la cavalcata dei vizi e la sfilata delle virtù per proporre ai parrocchiani un modo di vita e comportamenti ispirati alla virtù e lontani dal vizio.

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

La cavalcata dei vizi

La Cavalcata dei vizi segue un modello iconografico diffuso nelle regioni frontaliere delle Alpi Marittime. I sette vizi capitali sono simbolizzati da altrettanti personaggi maschili e femminili che cavalcano animali anch’essi simbolici; il corteo dei personaggi a cavallo, legati tra loro da una lunga catena, è trascinato da due diavoli nella gola del Leviatano infernale. A Roubion la cavalcata è diretta da destra a sinistra. Davanti alla bocca spalancata del drago, un diavolo dal volto caprino tira la catena dei vizi, mentre un secondo diavolo, più somigliante allo scheletro della morte, dà il tempo alla cavalcata con il rullo del tamburo.

La Superbia è un nobile con la berretta piumata sul capo, che cavalca un leone.

L’Avarizia è un mercante di fattezze orientali che stringe nelle mani il sacchetto delle monete e cavalca un cane.

La lussuria e l'ira

La lussuria e l’ira

La Lussuria è una fanciulla bionda con gli stivali che si guarda vanitosamente allo specchio e mostra maliziosamente la coscia nuda; cavalca un caprone scuro.

L’Ira è un cavaliere che, con due pugnali, si trafigge autolesionisticamente il petto e il collo; cavalca un drago.

La Gola è un personaggio obeso che tracanna un fiasco di vino, ha un coscio arrosto infilato sullo spiedo e cavalca un vorace cinghiale.

L’Invidia è un cortigiano che si accusa dei peccati compiuti con l’occhio e la spada e cavalca una volpe.

L’Accidia è una donna in pantofole, spettinata, trasandata e indolente, che cavalca un asino con la corda appesa, privo di guida.

La gola, l'invidia e l'accidia

La gola, l’invidia e l’accidia

La sfilata delle virtù

La sfilata delle virtù

La sfilata delle virtù

Sulla parete opposta, le virtù sono in numero di sette, come i vizi, ma tutte personificate da donne nobili e borghesi, ritratte in piedi, su sfondi di diverso colore e abbigliate secondo la moda del tempo. Donne virtuose, certo, ma non necessariamente sobrie e modeste. I ricchi e originali copricapi ne sono la prova. La sfilata inizia dopo il ritratto del committente, il cappellano inginocchiato verso l’altare. La prima virtù è la Diligenza, che veste un sontuoso abito dalle larghe maniche, sul quale indossa un grembiule domestico: è impegnata nella filatura della lana e gioca con un cagnolino.

La Carità, vestita di rosso, allatta al seno due bambini che regge in braccio e assiste un mendicante.

La Temperanza indossa un turbante tempestato di pietre e un mantello dorato che somigliano alle vesti liturgiche della mitria e del piviale: modera l’ardore di una coppa di vino allungandolo con l’acqua versata da una brocca.

La Diligenza, la Carità e la Temperanza

La Diligenza, la Carità e la Temperanza

La Pazienza ha un magnifico abito rosso con le maniche svasate e una salopette da lavoro: a mani giunte manifesta la sua rassegnata disponibilità.

La Castità è una monaca che indossa un mantello scuro su una tunica ocra e regge nelle mani il libro delle preghiere e il cilicio per mortificare la carne.

Le ultime due virtù non sono leggibili: dovrebbe comunque trattarsi della Generosità e dell’Umiltà.

Subiaco. L’Eremo della Rondinella alla Morra Ferogna

Bosco, roccia, eremitismo, storia medievale. Ecco il mélange di un’escursione che ha per obiettivo l’eremo di Santa Chelidonia alla Morra Ferogna, nel parco regionale dei Monti Simbruini. Lasciata Subiaco, con le sue memorie benedettine, si segue la provinciale 40b fino all’ingresso della frazione di Vignola. Esattamente al km 3,9 troviamo la segnaletica per l’eremo (sentiero 671). La stradina sulla destra e poi il sentiero vanno su, ripidi. Una salita priva di allegoria e di misericordia, ma per fortuna breve. Novanta minuti sono sufficienti per superare i meno di quattrocento metri di dislivello. Chi vuol risparmiare qualche metro e qualche minuto può partire dalla frazione Iegli, un po’ più in alto.

L'inizio dell'escursione

L’inizio dell’escursione

Si sale sulla verticale dell’evidente rupe della Morra Ferogna. Giunti alla base dello sperone roccioso ci si sposta sulla destra per intercettare il sentiero che segue la valle di Monte Calvo, antica via di transumanza pastorale tra la valle dell’Aniene e le praterie in quota dei Simbruini. L’abbondante segnaletica (bandierine, paline, frecce di legno, pannelli) ci fa compagnia fino ai mille metri di quota dell’eremo e degli sgrottamenti successivi.

Le rovine del monastero

Le rovine del monastero

Inaspettate sono le rovine di un antico monastero, di cui vediamo i resti dei muri portanti e due grandi archi gotici affacciati sulla china boscosa, da cui lo sguardo spazia sulla città di Subiaco e i monti Affilani.

L'eremo e il rifugio

L’eremo e il rifugio

La chiesetta dell’eremo rupestre è in parte scavata nella roccia e conserva i resti di un affresco della Majestas Domini. Appena al di là è il piccolo rifugio costruito per accogliere i pellegrini. Il recente restauro del 2013 ha messo in sicurezza il sentiero e restituito agibilità al complesso. Si può salire sino alla sorgente, percorrendo la base della parete rocciosa, nella quale si aprono ripari naturali e grotte carsiche.

La Maestà dipinta nella grotta

La Maestà dipinta nella grotta

Retrocedendo all’ingresso dell’area sacra, si può ora seguire il sentiero per la Morra Ferogna. Traversata una fascia di bosco, si approda alla base della grande roccia e a una grotta chiusa da lamiere.

La Morra Ferogna

La Morra Ferogna

Seguendo la segnaletica, ci s’inerpica tra le roccette (qualche passaggio richiede piede sicuro) e si raggiunge la terrazza sommitale, dov’è una grande croce. Il panorama si allarga alla media valle dell’Aniene e ai monti Ruffi e Prenestini. Il ritorno – a meno che non si voglia proseguire verso monte Calvo – segue il percorso dell’andata.

La croce della Morra

La croce della Morra

Resta da spiegare la presenza del cenobio in un luogo che sembra appetibile solo a un eremita. Questo monastero fu costruito nel 1161 dall’abate di Subiaco per ospitarvi una comunità religiosa femminile. Fu intestato inizialmente a Santa Maria Maddalena, facendo memoria della sua vita solitaria e penitente. Dotato di terre e restaurato a metà del Duecento, rimase attivo fino alla soppressione decretata agli inizi del Quattrocento. La natura impervia del luogo, la difficoltà dei rifornimenti e le scorribande della soldataglia consigliarono il trasferimento delle monache a Subiaco, in un luogo più sicuro.

Subiaco e la valle dell'Aniene

Subiaco e la valle dell’Aniene

L’eremo è tuttavia più noto per la sua successiva dedicazione duecentesca a Santa Chelidonia, nome che in greco significa «rondine». Chelidonia (ma il nome originario doveva essere Cleridona) è un’affascinante figura dell’eremitismo femminile, che fu seguace del carisma di San Benedetto e della sorella Scolastica. Pur se totalmente medievale nella cultura e nelle forme di vita, Chelidonia desiderava il ritorno della chiesa a uno stile evangelico e povero, in polemica contro le sue deviazioni secolari; aveva il coraggio di censurare con fermezza i comportamenti degli abati del tempo, attratti dal potere e dalla potenza delle armi e del denaro. I suoi peregrinaggi a piedi sui sentieri dei monti Simbruini ne fanno persino il prototipo di un’escursionista ante litteram, amante della vita selvaggia. Nata in una famiglia agiata e colta, proprietaria di terre e fabbricati nella valle del Salto, verso l’età dei vent’anni, si reca in viaggio a Roma per visitare i luoghi cristiani. Qui Cleridona (Chelidonia – Rondine) legge la biografia di San Benedetto nei “Dialoghi” di San Gregorio Magno e ne resta affascinata. Lascia la casa paterna per trasferirsi (a piedi) nell’insediamento benedettino di Subiaco.

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Il ritratto di Santa Chelidonia nel Sacro Speco

Da laica, sceglie la vita solitaria e si ritira nelle grotte della Morra Ferogna. Dopo diciassette anni di riflessione penitenziale prende il velo di monaca benedettina, e torna al suo eremitaggio. Salvo qualche “spaziamento” per la partecipazione alle liturgie e a pellegrinaggi vi resterà fino alla morte, nel 1151. Ecco la confessione della sua vita, a mo’ di epigrafe: “Ho rinunciato ai beni di famiglia, nulla posseggo. Vivo accanto alla Morra, ho gli uccelli per compagni e poveri pastori al passo, vi con-divido il pane. Credo nel Cristo ucciso dai potenti, risorto dai morti, fondatore della Chiesa della pace, speranza dell’umanità, in cammino verso un regno dove i ricchi e i potenti non entreranno!”.

(L’escursione alla Morra Ferogna è stata effettuata il 10 dicembre 2016)

Toscana. La Badia a Conéo

Solitudine. È la sensazione del neo-pellegrino che scende sulla via Francigena da San Gimignano a Monteriggioni. Mentre percorre la solitaria campagna senese, giunto a Campiglia, di solito è attratto dalla variante francigena che lo porta ad ammirare Colle Val d’Elsa e i suoi tesori. Ma se decide di continuare sulla via canonica, quella che costeggia il torrente Foci verso Quartaia, scopre a sorpresa sul poggio il profilo della Badia a Conéo. Solitaria e abbandonata. E forse proprio per questo di una bellezza pura e severa che incanta con le forme del romanico senese. Fu abitata nel Mille dai monaci benedettini vallombrosani, i monaci “forestali” seguaci di San Giovanni Gualberto, particolarmente sensibili alla tutela della natura e dei boschi. Ma non ebbe fortuna storica. La chiesa, dedicata a Santa Maria Assunta, pur se chiusa, lascia ancora vedere la sua decorazione esterna. L’abitato dell’abbazia e le strutture di servizio versano invece in gravi condizioni di degrado e hanno i tetti sfondati. Il periplo del complesso consente di capirne la struttura costruita intorno alla corte centrale, con il forno, i depositi e le stalle, e le modifiche intervenute nei secoli.

La chiesa abbaziale

La chiesa abbaziale

La facciata della chiesa ha la tipica semplice struttura a capanna, con un portale e una finestra sovrapposta. Il portale è inserito in una decorazione di arcatelle cieche che poggiano su capitelli e semicolonne. I capitelli scolpiti mostrano volti umani stilizzati tra volute e foglie di pietra. Le tre colonne della facciata (due reggono l’arco laterale) hanno capitelli decorati con immagini umane (forse Adamo ed Eva) e uccelli simbolici.

Il transetto e il tiburio ottagonale

Il transetto e il tiburio ottagonale

Entrati nel recinto, si percorre la parete laterale sinistra della chiesa e si apprezza il bel tiburio ottagonale che sovrasta l’incrocio tra la navata e il transetto.

La zona absidale

La zona absidale

Giunti sul retro si osservano la curvatura dell’abside e il campanile a vela. Il sottotetto ha una decorazione continua di arcatelle cieche che diventano ben evidenti soprattutto nel transetto e nell’abside. Sotto il fregio, alla base delle colonnine e al centro degli archetti ricorre in continuazione il motivo dei volti umani stilizzati. Vanno pure notate le finestrelle allungate a tutto sesto, con l’arcata superiore semicircolare e la composizione cromatica alternata dei conci.

La decorazione del sottotetto

La decorazione del sottotetto

La Badia può essere raggiunta anche in auto, provenendo da Colle Val d’Elsa. Dalla città bassa s’imbocca la Via Volterrana toccando l’omonima porta della città alta e si prosegue fino alla località Le Grazie; si svolta sinistra seguendo le indicazioni per Casole d’Elsa; dopo circa un km, a un bivio, si va destra per Conéo e, seguendo fedelmente la segnaletica, si raggiunge l’abbazia. In tutto circa 6 km.

La Badia dall'alto

La Badia dall’alto

(Ho visitato la Badia l’11 settembre 2016)

Colle Val d’Elsa. La Cripta della Morte

La visita richiede uno stomaco forte. L’Oratorio della Misericordia, nella Cripta del Duomo di Colle, è la quintessenza di quel compiacimento nel macabro, tipico di una certa spiritualità del Seicento. L’ambiente è repulsivo, funereo, lugubre, opprimente. Bare, catafalchi, panni funebri, cappucci neri, ceri, statue del compianto. E un rivestimento di affreschi, sulle pareti e sulle volte, ispirato ai temi escatologici.

L'ingresso della cripta

L’ingresso della cripta

In realtà, al di là delle forme, l’Oratorio della cripta è lo storico luogo di riunione della Confraternita della Misericordia, la più antica forma di volontariato sorta nel mondo e ancora oggi estremamente vitale. Molto attive in Toscana, le Misericordie furono fondate nel 1244 a Firenze, aggregando semplici cittadini di ogni ceto ed età, impegnati a “onorare Dio con opere di misericordia verso il prossimo”, il tutto nel più assoluto anonimato e in totale gratuità. La Confraternita di Colle fu particolarmente impegnata nella settima opera di misericordia: seppellire i morti e le vittime di epidemie e pestilenze.

L'angelo della morte

L’angelo della morte

Guardiamo ora gli affreschi alle pareti del presbiterio. A destra e a sinistra sono dipinti gli scheletri di due angeli della morte. Essi hanno nelle mani scritte ammonitrici, mentre ai loro piedi giacciono alla rinfusa i simboli della vanità umana. Il cartiglio dello scheletro di destra riporta la locuzione latina “memento homo quia pulvis est” (ricordati uomo che sei polvere), citazione del libro della Genesi (3,19). In basso giacciono due volumi rilegati, un elmo piumato, un libro di musica e un sacco di monete d’oro, allusione alla vanità della ricchezza, dell’arte, della cultura e della forza.

La morte e la vanità del potere

La morte e la vanità del potere

L’angelo a sinistra calpesta invece un triregno papale, scettro, corone e ornamenti regali, una berretta cardinalizia e una mitra vescovile, allusione al potere e alle gerarchie della chiesa e del regno. Tra le mani esibisce la scritta “statutum est omnibus hominibus semel mori” che cita un versetto della lettera agli Ebrei: E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza (Eb 9,27-28).

Il Paradiso di Dio

Il Paradiso di Dio

L’evocazione scritturistica del nesso tra morte e giudizio introduce idealmente gli affreschi che decorano la volta e che rappresentano i regni dell’aldilà. Il Paradiso è sintetizzato nell’immagine di Dio Padre che vola nell’empireo accompagnato da uno stormo di angeli. Un angelo solleva il globo terrestre sormontato da una croce d’oro e l’offre a Dio a simboleggiare la sua signoria sul creato.

Il purgatorio

Il purgatorio

Il Purgatorio è rappresentato come un tempestoso mare di fiamme: vi affiorano i corpi di anziani canuti, di giovani barbuti e di donne che espiano i loro peccati. I loro volti non sono però straziati dalla pena ma esprimono una fiduciosa speranza nella misericordia divina. Misericordia che si manifesta con la discesa di un angelo che afferra per il polso una donna ormai redenta e la solleva per portarla in Cielo.

L'Inferno

L’Inferno

Ovviamente diversi sono i sentimenti vissuti dai dannati all’Inferno. La coppia di lussuriosi osserva atterrita lo spettacolo offerto dai peccatori. Un gruppo di dannati fugge davanti all’assalto di un drago alato. L’iracondo reagisce con l’autolesionismo al demonio che lo avvinghia. Un altro dannato è morsicato da aspidi velenosi e abbracciato da un demone cattivo, armato di forcone. Indimenticabile è infine il demonietto dalle mani grifagne che soffia dalla bocca una vampa di fuoco sui dannati come un mangiafuoco nello spettacolo di strada.

(Il sopralluogo è stato effettuato l’11 settembre 2016)

Poggibonsi. Il Parco di Poggio Imperiale

Camminare nella storia’ è una forma di escursionismo congeniale alla Toscana. L’immagine di questa regione nasce proprio dalla fusione di un celebrato paesaggio lavorato dall’uomo con un reticolo di cittadine trasudanti di storia, ricche di monumenti artistici, di splendide chiese, di palazzi e di edifici pubblici. Credo, per fare un esempio, che una delle più belle passeggiate storiche d’Italia sia quella che sale dal centro di Poggibonsi verso il sovrastante Poggio Imperiale. Una passeggiata che si snoda tra un’imponente cinta muraria, il parco della fortezza medicea, le fortificazioni e la spianata del Cassero, la fontana monumentale, il parco archeologico sui resti dell’abitato medievale, una basilica trecentesca. Un parco vitale, frequentato, che propone eventi, sede di un centro di documentazione, sala congressi, laboratori archeologici per ragazzi, bar e ristorante. Una passeggiata ad anello che è anche una terrazza circolare sulle colline toscane e i paesaggi della Valle dell’Elsa.

Poggibonsi e il Poggio Imperiale

Poggibonsi e il Poggio Imperiale

La fonte delle fate

Iniziando dal centro storico di Poggibonsi si segue in salita la tranquilla Via San Francesco che avvolge la base del colle, parallela alla trafficata Via della Fortezza. Si costeggia la muschiosa Fontana del Tempo e si raggiunge la scala d’accesso alla Fontana della Fate. Si penetra in un luogo appartato e suggestivo.

La fonte delle fate

La fonte delle fate

La grande fontana pubblica di età duecentesca ha la forma di un monumentale portico a sei arcate, all’interno del quale si trovano le vasche per la raccolta delle acque. Nelle vasche è collocata una sorprendente serie di sculture – coccodrilli e uomini in posizione fetale – che compongono l’opera I Dormienti realizzata dall’artista Mimmo Paladino.

L'opera di Mimmo Paladino

L’opera di Mimmo Paladino

San Lucchese

Giunti alla base delle mura, conviene traversare lo stradone e risalire il breve tratto di strada che introduce al complesso monumentale di San Lucchese. La basilica custodisce l’urna con il corpo del santo di Poggibonsi, che con sua moglie Bonadonna fu uno dei primi seguaci di San Francesco d’Assisi. Notevoli le opere d’arte all’interno. Si segnalano alcuni curiosi episodi della vita di santo Stefano, dipinti da Taddeo Gaddi. A fianco della basilica è il convento francescano con le sue strutture residenziali. Vi è anche un piccolo cimitero.

Il ritrovamento di Santo Stefano allattato da una cerva (Taddeo Gaddi)

Il ritrovamento di Santo Stefano allattato da una cerva (Taddeo Gaddi)

Il giro delle mura

Dal panoramico colle di San Lucchese si scende una rampa gradinata e si risale in direzione dell’imponente corona muraria di Poggibonsi. Siamo di fronte al perimetro esterno della Fortezza medicea costruita agli inizi del Millecinquecento per volontà di Lorenzo il Magnifico. Il progetto non fu portato a pieno compimento e pertanto non venne realizzato il nucleo urbano previsto al suo interno.

Le mura

Le mura

Ammirata la cortina muraria dal basso, se ne varca il portale di San Francesco, articolato in un doppio ingresso e in un androne coperto, e si sale sui bastioni. Si segue il giro delle mura in senso orario e in direzione nord, aggirando le altre porte d’accesso. Il panorama segue la linea dei colli fino allo svelarsi del centro urbano di Poggibonsi.

La porta di San Francesco

La porta di San Francesco

Il Parco archeologico

Lasciate le mura, ci si addentra nel Parco archeologico. Gli scavi, condotti dall’Università di Siena, hanno messo in luce la storia millenaria di Poggio Bonino (Podium Bonini). Si osservano i basamenti di case in muratura di notevoli dimensioni, sviluppate su due piani, affacciate sulla strada e dotate di corte interna. A queste si aggiungono i laboratori artigiani, una piazza con cisterna monumentale pubblica e due grandi chiese con i relativi cimiteri. Il colle è attraversato da uno dei diverticoli della Via Francigena “alta”, utilizzata quando il percorso di valle non era agibile. I pannelli descrittivi dei siti propongono ricostruzioni particolarmente efficaci.

La ricostruzione del villaggio medievale

La ricostruzione del villaggio medievale

L’Archeodromo

Più in alto è visibile l’Archeodromo, il piacevole museo didattico all’aria aperta che riproduce in scala reale il nucleo centrale del villaggio scavato dagli archeologi a pochi metri di distanza. Sono ricostruite la grande capanna della residenza padronale e le diverse strutture dell’azienda curtense destinate ad attività artigianali (il fabbro, il falegname, il correggiaio, il fornaio, la tessitrice) e all’immagazzinamento delle derrate alimentari e dei prodotti agricoli.

Un edificio dell'Archeodromo

Un edificio dell’Archeodromo

Il Cassero

Lasciata l’area archeologica, si prosegue sul percorso ad anello che attraversa una fascia di bosco. Un sentiero natura realizzato dagli allievi di una scuola media esplora la ricchezza botanica del colle e scopre gli alberi e le piante più rilevanti. In breve si raggiunge il bastione del castello. Siamo al Cassero, imponente opera di fortificazione dotata di bastioni sui quattro vertici.

Il Cassero

Il Cassero

La sua costruzione (1505-1510) prese avvio con l’edificazione del fronte bastionato, dotato di un’unica porta d’ingresso e di due torrioni laterali. Dalla porta si accede a un lungo corridoio d’ingresso e alla sala d’armi e, da lì, si arriva infine in una vasta area a cielo aperto, la piazza d’armi, luogo dove si svolgono numerosi eventi e manifestazioni. L’interessante centro di documentazione, un percorso geologico-didattico, la sala polivalente dedicata a Riccardo Francovich e le aree di ristoro risultano un importante attrattore per cittadini e turisti.

Il paesaggio toscano

Dopo la visita al Cassero si riprende il percorso sulle mura, nel loro tratto meridionale. Il paesaggio toscano si mostra qui nella sua bellezza più classica, con la linea ondulata dei colli segnata dalla verticalità delle torri, dei campanili e dei cipressi. Sullo sfondo si disegna il profilo scuro della Montagnola senese. L’anello si chiude tornando di fronte al colle di San Lucchese. La porta e la Via di San Francesco riconducono al centro storico di Poggibonsi.

Il centro storico di Poggibonsi

Il centro storico di Poggibonsi

Val d’Elsa. A piedi sulla vecchia ferrovia

La segnaletica del percorso

La segnaletica del percorso

C’era una volta…una vecchia ferrovia. Era una linea ferroviaria breve, di appena 8 km, risalente al 1885. Univa Colle val d’Elsa a Poggibonsi e alla linea ferroviaria Empoli-Siena. Garantiva così ai prodotti dell’industria di Colle l’infrastruttura logistica necessaria per il loro sbocco sui mercati italiani. La linea svolse la sua onorata funzione per circa un secolo, riparando i danni provocati dalle piene del fiume Elsa e dai bombardamenti alleati dell’ultima guerra. Ma dovette arrendersi di fronte all’eccezionale sviluppo e alla concorrenza del traffico merci su strada. Nel 1987 arrivò la sentenza di “ramo secco” e la chiusura.

I vecchi binari a Colle

I vecchi binari a Colle

Oggi il vecchio tracciato ferroviario Colle-Poggibonsi è stato trasformato in un percorso ciclabile e pedonale. Dismesse rotaie e traversine, dal 2011 una pista bianca di 6,2 km unisce i due centri e offre una nuova risorsa per il tempo libero dei cittadini. La pista è stata confortata da un grande successo di pubblico, come dimostra l’affollamento di ciclisti, carrozzine, runners e pedonauti nelle giornate di festa, ma anche nei giorni feriali. Le pendenze sono minime, le distanze sono indicate, i margini sono protetti, gli attraversamenti stradali sono limitati e ben segnalati, le aree di sosta e i punti panoramici sono graditi e piacevoli. Numerosi totem sul percorso raccontano la storia della ferrovia con foto d’epoca. Il tempo di percorrenza a piedi, sommando l’andata e il ritorno, è di circa tre ore. Ma sono ovviamente possibili percorsi più brevi.

Il ponte sull'Elsa

Il ponte sull’Elsa

Il punto di partenza a Colle val d’Elsa è il rondò all’inizio di Via Gramsci. Nel primo tratto sono conservati alcuni metri del vecchio binario e gli impianti di segnalazione, per la gioia degli appassionati di ferrovie storiche. Il monumento che celebra il cristallo, risorsa economica della città, e la malconcia cappella del Carmine salutano l’escursionista. Il percorso è inizialmente affiancato dalla strada molto trafficata ma presto diventa solitario, aggirando alture e traversando boschetti, zone coltivate e ampie radure. Tre sono i ponti che scavalcano l’Elsa, che scorre con il suo percorso tortuoso e pittoresco. Qualche incrocio, un casello, un paio di sottopassi e persino un’inaspettata colonia felina, animano il tracciato. Gli svettanti cipressi, tipici del paesaggio toscano, e una cappella in rovina segnalano l’imminente arrivo a Poggibonsi. Il percorso termina a Via San Gimignano, nei pressi degli impianti sportivi, ormai prossimi alle case e ai campanili cittadini, cui si sale agevolati da un ponte pedonale.

La tavolozza dei colori

La tavolozza dei colori

(Ho percorso la pista ciclo-pedonale il 10 settembre 2016)

Un pannello informativo

Un pannello informativo