Roma. Lungo il fiume Aniene

Un pezzo di verde strappato alla Campagna Romana e trapiantato in città. Un fiume importante ma con il complesso d’inferiorità rispetto al ben più famoso Tevere, del quale è poi tributario. E tutt’intorno i palazzi di alcuni dei quartieri più popolosi di Roma (Montesacro, Pietralata, Tiburtino). Ecco il menu della passeggiata sul sentiero fluviale che va da ponte Mammolo a ponte Nomentano, nella riserva naturale Valle dell’Aniene. Sei chilometri, a piedi o in bicicletta, in compagnia di podisti, raccoglitori di cicoria, coppiette romantiche, gruppi di escursionisti ciarlieri, byker, neo-rurali, birdwatcher, naturalisti e amici del fiume.

Murale della stazione Metro Rebibbia

Un comodo punto di partenza è la stazione Rebibbia della metropolitana. Si va sulla destra, in direzione Roma, lungo il marciapiede della Via Tiburtina; si traversa al semaforo la Via Casal dei Pazzi e s’imbocca per pochi metri la Via Furio Cicogna, dov’è l’ingresso del sentiero (un vistoso segnale annuncia il “sentiero ciclabile”). Per reagire all’allucinazione indotta dal traffico, dai lavori stradali, dalla folla solitaria, conviene alzare gli occhi sui bei murales dei dintorni.

Murale del Parco Kolbe

L’antico Ponte Mammolo – il pons mammeus romano del quinto secolo – è ormai uno e trino, dopo l’edificazione del ponte della metropolitana e del suo ponte gemello che convoglia a senso unico il traffico della Tiburtina diretto a Roma. La Via di Ripa Mammea è un flebile ricordo del lontano passato, quando in quest’area esisteva un porto fluviale, con i suoi depositi di derrate e forse la villa di quella Giulia Mammea, madre di Alessandro Severo, che impose il restauro del ponte e gli lasciò in eredità il nome.

Murale in Via Tiburtina

Il sentiero segue il corso del fiume, torna per un breve tratto sull’asfalto, e dopo circa un km rientra trionfalmente nel verde di uno degli ambienti più ampi e belli della Riserva naturale della Valle dell’Aniene. Il fiume scorre qui con numerose anse in un paesaggio molto vario che comprende tre zone di grande importanza naturalistica: l’area umida della Cervelletta, l’area ripariale fluviale e il Parco delle Valli. L’unione delle associazioni territoriali “storiche” relative a queste aree ha fatto nascere l’Associazione Insieme per l’Aniene Onlus, che gestisce il parco per conto dell’Ente Regionale Roma Natura. Un buon modo di capire la Riserva è visitare la Casa del Parco, ben segnalata e visibile dal sentiero.

Gli orti urbani

Il percorso accosta l’area degli Orti urbani della Riserva, realizzati grazie a un progetto europeo denominato “Dialogo sociale e interculturale attraverso la gestione dello sviluppo locale: agricoltura urbana e periurbana”. Con i fondi europei, il Comune di Roma ha realizzato l’area, l’ha dotata del sistema idrico e l’ha messa a bando. E oggi sia i singoli sia le associazioni possono prendersi cura di una singola parcella di terreno.

Al lavoro nell’orto urbano

Obiettivo del progetto è offrire al cittadino un’occasione per riavvicinarsi ai ritmi della natura, svolgere attività all’aria aperta, autoprodurre a km zero e mitigare lo stress provocato dall’ambiente urbanizzato.

Lungo il fiume

Il sentiero segue la riva destra dell’Aniene e il suo sinuoso percorso, mentre gli edifici dei quartieri prossimi si allontanano sullo sfondo o si avvicinano incombenti, aprendo varchi e sentieri di accesso. Radure e sentierini consentono di dare un’occhiata ravvicinata al fiume che scorre, alla folta vegetazione riparia e ai numerosi anatidi che lo popolano.

L’ambiente della Riserva

Il percorso è sempre pianeggiante e si muove tra i querceti (farnie, cerro, roverella e farnetto), cui la presenza del fiume ha aggiunto i canneti, l’olmo, il salice bianco, il frassino.

Il ponte Nomentano

Dopo l’ennesima ansa fluviale, si disegna sullo sfondo il profilo del ponte Nomentano, che consente alla Via Nomentana vecchia di scavalcare il fiume Aniene. Si tratta di una costruzione fortificata, in origine costituita da due torri collegate da un muro merlato, che erano occupate da corpi di guardia connessi da ballatoi lignei. Oggi il ponte è solo pedonale, mentre il traffico scorre sul vicino ponte Tazio. Questa soluzione aiuta a a ricordarlo come uno dei monumenti più suggestivi della Campagna Romana. Artisti e fotografi del passato lo raffigurano imponente ed isolato nella solitudine dell’Agro, animato unicamente dal passaggio di carri e greggi. Nel 2000, in occasione degli interventi realizzati per il Giubileo, è stato effettuato un restauro conservativo, associato alla bonifica e al recupero del contesto ambientale.

Sul ponte Nomentano

In un fazzoletto di strada, il ponte e i monumenti antichi contendono disperatamente lo spazio alle vecchie osterie, ai moderni depositi dell’Atac, alle officine, ai mezzi della nettezza urbana e ai giardini pubblici.

Il mausoleo romano

Della vasta necropoli di età imperiale sulla Nomentana restano solo due mausolei. Il primo è un sepolcro costruito da quattro dadi sovrapposti, che svetta tra le case. Di fronte, incorporato nel giardino, si trova un mausoleo a pianta circolare impostato in origine su un alto basamento, con la copertura a volta; nel Medioevo tale mausoleo dovette essere utilizzato come basamento per una torre.

Il Monte Sacro

La passeggiata può trovate la sua degna conclusione con la breve ascesa al Monte Sacro. Questa collinetta, sistemata a parco e compresa nell’anello delle vie Monte Sacro, Monte Serrone e Falterona, è nota nella tradizione letteraria antica, perchè identificata con il Sacer Mons, che fu occupato dalla plebe romana nel 259 avanti Cristo come reazione ai soprusi dei patrizi, e poi liberato solo a seguito dell’intervento del console Menenio Agrippa che, con il suo celebre Apologo, dissuase la popolazione. Un cippo ricorda il giuramento di Simòn Bolìvar, che qui si impegnò per la liberazione dei popoli dell’America Latina.

 

(Ho percorso il sentiero il 10 marzo 2017)

Abruzzo. Le capanne di pietra di Villa Santa Lucia

Villa Santa Lucia degli Abruzzi. Bisogna voler molto bene a questo paese per decidere di salire quassù. E bisogna prima scovarlo sulle mappe. Remoto. Isolato. Raggiunto da strade tortuose, a novecento metri di quota, proprio sotto le ultime creste della catena del Gran Sasso. Certo, il panorama ripaga la lunghezza del viaggio. Ma il paese è un deserto umano e commerciale. Verso le ultime case una loquace vecchina, molto curiosa, esce di casa e prende a raccontarmi della notte del terremoto e poi della nevicata record di quest’inverno e di altre interminabili storie del passato. Alla fine della passeggiata incontrerò un altro abitante, anche lui loquace: ce l’ha con il mondo intero e con la desolazione di un paese da cui tutti sono andati via. In Canada, innanzitutto e poi verso i paesi della costa o della pianura. A Villa siamo rimasti in trentadue – racconta – e un’altra decina nella frazione di Carrufo; da noi il medico sale una volta alla settimana e così il furgone ambulante degli alimentari. Racconta dell’azienda agro-pastorale del paese e della coltivazione del tartufo. Mi mostra il segno lasciato nel bosco dalla slavina invernale che è piombata giù fermandosi a pochi metri dal paese.

La segnaletica

Se il futuro di questo paese è perlomeno incerto, andiamo a scoprirne almeno il passato. Visto che – come afferma Antonella Tarpino – la memoria è la sola garanzia di esistenza per le culture agro-pastorali. E così seguiamo i sentieri che si dipartono a sud-est del paese e che si dirigono verso il colle della Madonna e il colle di San Nicola. Questi due rilievi interrompono come una risacca le ripide pareti discendenti dei monti Cappucciata e Cannatina e vi creano una valletta, che ospita campicelli d’altura, pascoli e un insediamento pastorale diffuso in pietra a secco, erede di un villaggio romano e poi longobardo. La ricerca condotta dall’università dell’Aquila vi ha censito una ventina di capanne di pietra a tholos. Siamo sul braccio di tratturo nel quale confluivano le greggi della Baronia di Carapelle che lasciavano i pascoli estivi di Campo Imperatore: da Calascio e Castel del Monte i pastori scendevano a Villa Santa Lucia per proseguire in quota e intercettare il Tratturo Magno a Forca Penne.

L’edicola dello Spirito santo

Dal Municipio di Villa (880 m) imbocchiamo la via Battisti, superiamo le ultime case di Randino e raggiungiamo un bivio presidiato da un’antica edicola di pietra, a forma di condola, un tempo affrescata e dedicata allo Spirito Santo. Qui deviamo sul percorso di destra, seguendo la segnaletica dell’ippovia del Gran Sasso e la freccia di legno con l’indicazione ‘capanna in pietra’. Dopo una ventina di minuti, due frecce con l’indicazione ‘tholos’ ci fanno scoprire sulla scarpata di sinistra una elaborata capanna di pietra con un gradone a spirale e il muretto che ne protegge la porta d’ingresso, sormontata dall’architrave. Tutta l’area è cosparsa di macere e capanne dirute, ma la loro esplorazione è resa molto difficoltosa dall’intricata vegetazione di arbusti.

La capanna di pietra di Colle della Madonna

Continuiamo a percorrere il sentiero (noto localmente come la via di Forca), autentico balcone sull’aquilano. La conca del Tirino è incorniciata dalle creste e dalle cime del Sirente e del Velino. A destra (nord-ovest) spiccano la rocca di Calascio e la piramide di roccia di Monte Bolza che domina Castel del Monte. A tratti invaso dalla vegetazione, il sentiero prosegue tra muretti di pietra e campi recintati coltivati a tartufo fino a incrociare un pianoro e una sterrata. Questo incrocio è indicato dalla segnaletica come Colle San Nicola. Abbandoniamo la sterrata per risalire un po’ faticosamente il pendio a sinistra (nord); i sentierini nella macchia salgono alla selletta che separa le due gobbe del Colle di San Nicola.

La capanna di pietra a quota 930

Per cresta saliamo sulla destra alla cima più alta. Impressionano i bastioni terrazzati che cingono l’acropoli e i muretti di pietra che delimitano la piana sommitale. Ai margini del corridoio a pascolo sotto la vetta, a quota 930, si svela una capanna a secco, con un avancorpo nel quale si apre la porta architravata a sezione rettangolare.

Il villaggio di pietra

Ridiscesi alla selletta, scopriamo davanti a noi un mondo dove i campicelli d’altura sono coronati da stazzi recintati, resti di antiche abitazioni di pietra, muretti e un reticolo di sentieri. Conviene salire sull’altura di fronte, sia per avere un quadro d’insieme all’insediamento medievale del Castelluccio, sia per scoprire proprio sulla vetta (quota 965) una nuova ampia capanna di pietra, caratterizzata da un dromos d’accesso, da una porta architravata rastremata in basso e da tre gradoni di pietra interni, utilizzabili sia come panche che come giacigli.

La capanna di pietra sul Colle di San Nicola

Esplorata l’area, prendiamo la via del ritorno verso Villa. La direzione è nord-ovest. Possiamo seguire il sentiero che traversa il pianoro delle Vicenne alla base il Colle della Madonna, dove sono una struttura campeggistica e la chiesa rurale di Santa Maria delle Vicenne. In alternativa possiamo seguire più in alto la strada bianca parallela che taglia le pendici del monte Cappucciata e che traversa l’impressionante traccia lasciata dalla slavina del gennaio 2017. La durata minima dell’escursione è di circa tre ore, con un dislivello molto limitato.

Villa Santa Lucia degli Abruzzi e i colli dell’escursione

(Ho effettuato l’escursione il 29 marzo 2017)

Tuscia. Il villaggio rupestre di Santa Cecilia

I fossi sono ambienti repulsivi e talora anche repellenti. E anche quando le acque che scorrono sul fondo non ripugnano all’odorato, la vegetazione che vi cresce indisturbata è talmente intricata, spinosa, aggrovigliata, ostile, da sconsigliare ogni tentativo di progressione. Ci sono però delle eccezioni. Fossi che sorprendono per la loro topografia. E che nascondono inaspettati tesori. Una di queste piacevoli eccezioni è costituita dai fossi che circondano Bomarzo, nella Tuscia viterbese. Le incisioni vallive e i boschi che ne foderano le pareti celano meraviglie archeologiche, abitati rupestri, singolari monumenti scolpiti in epoche remote, vie cave, scalinate, altari, necropoli, templi, piramidi. Ed è allora qui, nei dintorni di Bomarzo, che proponiamo un’escursione, breve e interessante, al villaggio medievale rupestre di Santa Cecilia.

Il panorama della valle del Tevere

Scendiamo nel Fosso Castello (o Fosso del Rio), una valle segnata dalla presenza di un’imponente balaustra di rocce, che spezza il bosco e si affaccia sul fondo. La valle è cosparsa di massi erratici di peperino che si sono staccati dalla parete rocciosa sovrastante e sono franati sul ripido pendio, assumendo forme inconsuete, tali da stimolare la fantasia dei nostri antenati che vi hanno inciso tombe, pulpiti, abitazioni primitive. Bomarzo si raggiunge dall’uscita di Attigliano dell’Autostrada del Sole o dalla superstrada Orte-Viterbo. Il punto di partenza dell’escursione è il campo sportivo raggiunto da una breve diramazione al km 1,5 della provinciale Bomarzese, individuata anche da una torre-serbatoio ben visibile.

Segnale sul sentiero

Dal campo sportivo un cartello “Santa Cecilia” indica il percorso da seguire. In breve si scende a un’ampia radura sull’orlo del bastione roccioso, dov’è un’area picnic. Accanto a una piccola tomba antropomorfa inizia uno stretto sentiero intagliato nella pietra, con i gradini sagomati tra due rocce.

Il sentiero intagliato nella roccia

Questa piccola via cava scende ripidamente cercandosi prima un percorso nella parete rocciosa e poi costeggiando grandi massi, districandosi nella fitta vegetazione e tra gli alberi caduti. Un’opportuna segnaletica del sentiero rassicura sulla direzione da seguire. Dopo una ventina di minuti, quando il pendio rimpiana, si scorgono sparsi nel bosco i ruderi dell’antico villaggio di Santa Cecilia.

La casa-grotta

Un grande masso è stato scavato per ricavarvi una casa-grotta, fornita di due ingressi, di un canaletto di scolo dell’acqua piovana e di un’incisione per la tettoia, a protezione dell’ingresso.

Parete interna di un’abitazione

In un masso sono scavate nicchie, un focolare e fori per l’appoggio di travi di legno. Era forse la parete interna di un’abitazione prolungata all’esterno e coperta con strutture di legno.

L’abside della chiesetta medievale

Su una terrazza a forma di prua di nave sono i resti di una chiesetta del dodicesimo secolo, dedicata probabilmente a Santa Cecilia. Si notano ancora il pilastro che reggeva l’altare, la sagoma dell’abside, parti di mura e le decorazioni.

Una croce greca

Intorno alla chiesa è un cimitero costituito da una decina di sarcofaghi, interi o spezzati. Sui frammenti sono visibili le croci greche scolpite a rilievo.

La necropoli

La necropoli continua con le caratteristiche sepolture in alveoli trapezoidali scavati nella pietra, sagomati sulla figura umana, con o senza il cuscino interno di pietra che sosteneva il capo.

Resti di abitazione

Interessanti sono i resti di un’abitazione complessa, che ha il piano superiore accessibile con una scalinata, il pavimento, alcune pareti scavate nella roccia, il piano d’appoggio della copertura del tetto.

Vasche di spremitura

Si trovano alcune pestarole e vasche sovrapposte e comunicanti, scavate nella pietra, probabilmente utilizzate per la spremitura dell’uva e la lavorazione del mosto.

Il presbiterio della chiesa medievale

Questo villaggio rupestre mostra di essere stato frequentato dall’età etrusca fino al Medioevo. Per la necropoli altomedievale è stato ipotizzato l’intervento delle truppe africane dell’esercito bizantino, schierate a ridosso della linea del fronte con l’esercito longobardo (seconda metà del sesto secolo). Pure evidenti sono i segni del cristianesimo, sia nella chiesa medievale, sovrapposta forse a un edificio sacro preesistente, sia nella dislocazione delle tombe intorno alla chiesa. Per il resto è un ulteriore esempio di borgo rupestre, satellite dei paesi vicini (Bomarzo, Chia), ricco d’acqua, nel quale si svolgevano attività agricole, di produzione del vino e di pascolo degli animali

(La ricognizione è stata effettuata l’11 febbraio 2017)

Umbria. I colli del lago Trasimeno

La quiete del lago infonde un senso di serenità, quasi di rilassamento ipnotico. A questo il lago Trasimeno, protetto da un parco regionale, aggiunge l’incanto del paesaggio umbro d’intorno, una trama di colli, pregiati uliveti, filari di cipressi, boschetti e ampie radure, pievi e borghi accoglienti. Andiamo oggi su una strada bianca che da Passignano risale il pendio di Poggio Castelluccio fino a un belvedere. Solo uno tra i tanti percorsi possibili a partire dalla sponda settentrionale del lago. Le memorie di Annibale e della battaglia del Trasimeno non sono lontane.

L’ambiente dell’escursione

 

Passignano sul Trasimeno

La passeggiata può iniziare direttamente con la visita di Passignano. Il paese è costruito su un promontorio digradante sul lago, circondato da un ventaglio di verdi colline coltivate a vite e a olivo. Facilmente raggiungibile in treno e in auto grazie alla stazione ferroviaria e alle uscite della superstrada, è anche punto di partenza dei traghetti diretti all’isola Maggiore. La tranquillità del borgo fortificato, la passeggiata sul lungolago, la visita della Rocca e del Museo delle Barche, la pieve del patrono San Cristoforo sono le principali risorse offerte ai turisti.

Passignano

 

Il viale dei cipressi

Usciti dal paese, si traversa la zona produttiva su Via di Valle Romana e si parcheggia esattamente sotto il viadotto della superstrada. Siamo nei pressi dello svincolo Passignano ovest. Se si utilizza il treno, dalla stazione ferroviaria sono circa due km a piedi.

Il viale dei cipressi

Con il lago alle spalle ci s’incammina verso i colli lungo un viale fiancheggiato da due fitte file di alti cipressi. Il percorso è splendido, scenografico, quasi monumentale. La strada bianca, un po’ polverosa, era un tempo percorsa dalle carrozze signorili; oggi si cammina placidamente, disturbati appena dallo scarso traffico di auto diretto ai casali dei dintorni. Al termine del viale si scopre un bel fontanile di pietra, la Cerqua del Prete. Fin qui è possibile anche arrivare in auto.

Il fontanile alla Cerqua del Prete

 

Il Borgo del Pischiello

Seguendo la segnaletica si raggiunge la tenuta del Pischiello. La villa fu costruita nel Settecento dalla famiglia dei marchesi Bourbon di Sorbello. Era al centro di un borgo che con le sue produzioni garantiva l’autonomia economica.

La chiesa della Madonna del Pischiello

Qui erano raccolti i prodotti della terra, si produceva l’olio di frantoio, venivano immagazzinati e moliti i cereali e vinificate le uve; il borgo ospitava anche una falegnameria, la bottega del fabbro ove si forgiava il ferro, le case dei contadini e degli addetti alle lavorazioni. Per un periodo vi funzionarono anche una scuola di ricamo, specializzata sul ‘punto umbro antico’ e i relativi laboratori che occupavano centoventi donne. Vi è anche una chiesa dedicata alla Madonna del Pischiello.

La fontana del Pischiello

Abbandonata negli anni Cinquanta, la Villa è stata recuperata e restaurata per ospitarvi un centro di ricerca avanzata (Art – Advanced Research Technologies) nei settori automotive, spazio, ferroviario, difesa e aeroportuale. La passeggiata nel borgo fa apprezzare gli scorci prospettici, i raccordi tra i terrazzamenti, la rete degli edifici, i percorsi alberati nel parco e la compenetrazione del borgo nella campagna circostante.

 

Il belvedere sul lago

Tornati sul percorso principale segnato (M26, M28), si sale a tornanti sulla strada bianca con direzione nord-est. Raggiunta a quota di 590 m una terrazza sulla verticale di una villa (Casa Renaglia), lo sguardo si allarga sullo splendido panorama dell’intero lago Trasimeno.

Il lago Trasimeno

A destra spiccano le due isole vicine, la Maggiore e la Minore; a sinistra è l’isola Polvese. Il panorama è particolarmente spettacolare al tramonto. Conviene proseguire ancora per un breve tratto fino a raggiungere, a quota 612, in corrispondenza di una masseria, una zona di prati e un incrocio di sterrate dominato dal Poggio Bandito. Qui l’escursione può interrompersi. In salita avremo impiegato circa due ore, con un dislivello di circa 350 m. Per il ritorno, escludendo il Pischiello, impiegheremo meno di un’ora e mezza.

I sentieri di Passignano

(La passeggiata è stata effettuata il 25 gennaio 2017)

Sardegna. Sul Monte Ortobene di Nuoro

Una grande statua di Cristo sul monte Ortobene domina da oriente l’altopiano di Nuoro e guarda i monti e le valli della Barbagia, del Supramonte e dell’Ogliastra. Da Nuoro saliamo le rocce e i boschi de Su Monte, tocchiamo i segni lasciati dalle antiche genti nuragiche e i segni più moderni della fede dei sardi. Grazia Deledda, scrittrice nuorese e premio Nobel per la letteratura nel 1926, esprime il sentimento popolare comune: «l’Ortobene è uno solo in tutto il mondo: è il nostro cuore, è l’anima nostra, il nostro carattere, tutto ciò che vi è di grande e di piccolo, di dolce e duro e aspro e doloroso in noi».

La strada

Nuoro. La chiesa della Solitudine

Il nostro punto di partenza da Nuoro è la chiesetta della Madonna della Solitudine, ai piedi del monte. Dal piazzale della chiesa una comoda strada panoramica risale il monte Ortobene. A un bivio la strada si divide in due e dà origine a un anello che può essere comodamente percorso in auto e che tocca tutte le principali località del monte. Il primo segno del paesaggio che ci colpisce sono le rocce granitiche. Erose dall’acqua e dal vento assumono le forme più curiose: sfere, pinnacoli, nidi d’ape, umanoidi, torri, animali. E si avvinghiano alla rigogliosa macchia spontanea dei lecci, delle sughere e dei lentischi, alternati a boschetti di conifere. L’Ortobene è anche il luogo di svago e di rifugio estivo dei nuoresi. I parchi offrono opportunità di passeggiate e scampagnate, ristoranti, risorse per lo sport, chiese e case per incontri e ritiri spirituali. A fine estate la Sagra del Redentore vede sfilare, tra canti e balli, i gruppi folcloristici dei paesi sardi nei tradizionali costumi colorati.

Domud de Janas di Borbore

Testimonianza archeologica dell’antica civiltà nuragica sono le domus de janas (letteralmente: case di fate). Se ne possono vedere alcune con una breve passeggiata. Al primo tornante della strada per l’Ortobene, s’imbocca in discesa la deviazione di circa un km per la fontana. Dalla fonte nel bosco un sentiero in pendenza porta in pochi minuti alle domus de janas di Borbore. Il nome letterario individua in realtà un’antica necropoli ipogea, composta da quattro celle di sepoltura scavate nel granito.

L’ovile Sa Conca

Molto curioso è anche l’ovile Sa Conca, situato sul ciglio della strada che porta al parco di Sedda Ortai. La casa del pastore è stata costruita scavando dentro una grande roccia isolata di granito a forma di fungo.

Il sentiero

L’attacco del sentiero del Redentore

Dalla chiesa della Solitudine, in alternativa alla strada, si può percorrere un sentiero pedonale che segue l’antica via che dava accesso alla parte alta del monte quando la strada asfaltata non era ancora stata realizzata. Le croci di ferro infisse sulla roccia che s’incontrano lungo la salita ricordano le tappe dell’antico pellegrinaggio. Il sentiero interseca in più punti la strada asfaltata, consentendo di percorrere anche solo singoli segmenti del percorso. Le attrazioni del sentiero sono diverse. Il bosco si presenta prima nell’aspetto di pineta, con gli svettanti pini e i cedri superstiti del disastroso incendio del 1971; segue la lecceta, con gli alberi senescenti e morti e con i nuovi fusti generati dalle ceppaie delle piante distrutte; si può anche ammirare un esemplare monumentale di sughera. Vi sono poi le forme della pietra: il selciato dell’antica carrareccia, i massi di granito scolpiti dalle forze della natura in modo fantastico e zoomorfo, le tracce del lavoro di cava degli spaccapietre. Si toccano poi la sorgente dedicata a Sant’Emiliano e l’area di Solotti, dove un edificio un tempo destinato a colonia è oggi sede di un centro di educazione ambientale.

Il Redentore

Panorama dall’Ortobene

Giungiamo ora sul parco giardino del pianoro sommitale. Il punto più elevato è il Cuccuru Nigheddu, a 955 m di quota, ma il cuccuru è irto di tralicci, antenne e ripetitori. Il nostro obiettivo, segnalato da numerose indicazioni, è invece il sentiero diretto alle rocce della cresta ovest. Un viottolo lastricato di pietra e alcuni gradini nel bosco ci conducono a un magnifico belvedere sul Nuorese, dove si eleva la grande statua bronzea del Redentore.

La statua del Redentore

Il Cristo è raffigurato nei modi di un’ascensione ventosa; regge la sua croce con la mano sinistra e rivolge la destra alle genti sarde. Evoca la sua morte in croce e la sua resurrezione. Tanti salgono qui al Redentore, accarezzano il piede della statua, si fanno il segno della croce e pregano. La statua fu collocata sul Monte Ortobene per il Giubileo del 1900, insieme alle statue innalzate sui monti di tutte le regioni a protezione dei «popoli» d’Italia. L’opera fu realizzata dallo scultore Vincenzo Jerace che vi volle fondere anche il ricordo della giovane moglie Luisa.

Il volto del bimbo

Quest’amalgama di rocce, fronde, vento, spazio e silenzio, sotto la bronzea mano benedicente di Gesù, provoca un’intensa emozione dello spirito, simbolizzata dal volto gioioso del bimbo scolpito dietro il piede del Redentore. Il volto barbuto del Signore, battuto dal maestrale e illuminato dal sole, diventa memoria di quel volto trasfigurato che sconvolse Pietro, Giacomo e Giovanni sul monte Tabor (Mt 17,1-9).

Per approfondire

La Madonna della Solitudine (Eugenio Tavolara)

L’itinerario in auto che percorre l’anello dell’Ortobene da Nuoro ha uno sviluppo di circa 10 km con un dislivello di 400 m. Il sentiero n. 101 “La Solitudine – Il Redentore” è segnato con paline di legno e bandierine bianco-rosse, ha uno sviluppo complessivo di 3,7 km, un dislivello di 370 m e un tempo di salita di circa 2 ore. La visita al Redentore può essere completata dai brevi percorsi che conducono alla chiesa di Nostra Signora del Monte e alla cappella di San Giovanni Gualberto. Il sito istituzionale del Comune di Nuoro presenta la storia della città, i musei cittadini, i parchi e alcuni itinerari turistici consigliati per scoprire la città e i dintorni.

(L’escursione è stata effettuata nell’ottobre 2016)

Roma. Visita al Carcere Mamertino

I Romani se ne intendevano. Parlo del carcere, delle punizioni e delle pene corporali. Carcere, per cominciare, deriva dal latino coercere, il regime restrittivo della libertà personale. Mandare qualcuno “in galera” si riferiva letteralmente alla condanna ai remi delle galere, le navi del tempo. Molto temuta era la damnatio ad metalla, ovvero la condanna al lavoro coatto nelle miniere di ferro. Diffusa era anche la condanna ai lavori forzati nelle opere pubbliche, nelle cloache e negli altri lavori usuranti e nocivi. La damnatio ad bestias era la condanna a essere sbranati dalle belve affamate e inferocite negli anfiteatri coram populo. E c’erano poi la schiavitù, la deportatio, i summa supplicia, la crocifissione.

Il Carcere Mamertino

In questo quadro generale “dei delitti e delle pene” nel mondo romano antico, la visita al Carcere Mamertino di Roma è un’esperienza certamente istruttiva (e anche un’emozione un po’ splatter). Il Mamertino può essere classificato in termini moderni come un carcere di massima sicurezza, una prigione di Stato, dove si eseguivano le pene capitali che i Romani riservavano alle grandi personalità nemiche di Roma.

I giustiziati illustri

Un esempio è il generale sannita Gavio Ponzio, quello che durante la terza guerra sannitica aveva umiliato i romani alle Forche Caudine; catturato da Quinto Fabio Massimo subì qui la decapitazione. Giugurta, re berbero della Numidia, vi fu fatto morire di fame. Vercingetorige, re della Gallia, sconfitto dalle legioni di Giulio Cesare, vi fu decapitato. Il luogo delle esecuzioni era il Tullianum, ovvero il pozzo sottostante il Mamertinum, la cella carceraria dei condannati. I visitatori vi scendono oggi per un’angusta scala. Il sito è ancora sinistro e impressionante. Un autore latino lo descriveva sprofondato sotterra, chiuso da robuste pareti, con una volta di pietra, di aspetto “ripugnante e spaventoso per lo stato di abbandono, l’oscurità e il puzzo”.

Il sotterraneo del Tullianum

 

Le memorie cristiane

La tradizione cristiana lega il carcere Mamertino alle memorie di San Pietro e di San Paolo. Secondo un racconto agiografico difficilmente documentabile, i due apostoli vi furono reclusi prima di essere condotti al martirio: Pietro alla crocifissione nel circo Vaticano e Paolo alla decapitazione alle acque Salvie.

La memoria della prigionia di Pietro e Paolo

La presenza di una polla d’acqua nel Tullianum ha fatto nascere la leggenda del miracolo della fonte: Pietro avrebbe fatto scaturire la sorgente e con la sua acqua avrebbe battezzato i suoi due carcerieri, Processo e Martiniano. Tra le altre reliquie si conservano la colonna ove erano incatenati gli apostoli e un incavo nella roccia provocato da una testata di Pietro spinto dai carcerieri. Gli ambienti sono decorati da altari, affreschi, statue e lapidi. Ritenuto luogo sacro fin dal Quattrocento, il Carcere Mamertino fu definitivamente consacrato nel 1726 a San Pietro in Carcere.

Gesù e Pietro

 

La visita

Dal 2016 il Carcer Tullianum è nuovamente accessibile dopo i lavori di restauro che hanno messo in luce e valorizzato la struttura architettonica e gli affreschi e l’hanno dotato d’infrastrutture avanzate per la visita. Il percorso è guidato da tablet multilingue che descrivono analiticamente i luoghi e gli oggetti conservati. Si visitano in successione il Museo, fornito di interessanti reperti archeologici, il Mamertino, le memorie degli apostoli e la cavità del Tullianum. Il sito si trova nell’area dei Fori Romani (Clivo Argentario 1) ed è accessibile sia dal Campidoglio, sia da Via dei Fori Imperiali, percorrendo la via di San Pietro in Carcere. Di buon interesse è anche la visita degli ambienti della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami sovrastante il carcere.

I fedeli sotto il mantello della Madonna

(Ho visitato il Carcere Mamertino il 20 settembre 2016)

Montpellier. Il Cielo e l’Inferno di Octave Tassaert

Il Museo Fabre di Montpellier apre le sale della sua Pinacoteca con una tela intitolata Ciel et Enfer, datata 1850. Ne è l’autore Octave Tassaert (1800-1874), un artista francese di origini fiamminghe, formatosi nella Scuola di Belle Arti di Parigi.

Ciel et Enfer (Octave Tassaert, 1850)

La scena è ambientata su una lunga scalinata che – come nel sogno di Giacobbe – congiunge la terra al cielo. La scala è percorsa dagli angeli che respingono i dannati verso il baratro infernale e portano in cielo gli innocenti. Questo doppio moto ascendente e discendente replica molti dipinti classici (da Michelangelo a Rubens) dedicati all’ascensione dei giusti e alla caduta dei reprobi. Il dipinto può anche essere definito un Giudizio finale, orfano però della figura del Cristo giudice, la cui presenza s’intuisce nell’empireo.

L’ascesa dei beati

Dal cielo scendono gli angeli, preceduti dall’arcangelo Michele che salva o condanna le anime con la sua bilancia a doppio piatto e con il libro della vita. Le creature alate applicano il verdetto divino. I beati sono amorevolmente accolti tra le braccia degli angeli e da loro sostenuti nell’ascesa verso la beatitudine celeste. L’artista ha voluto però soprattutto esprimere un giudizio morale di condanna nei confronti dei vizi sociali e della corruzione dei costumi del tempo.

I poveri in cerca di giustizia

Ed ecco il fluire verso il basso una serie di figure di donne che interpretano i sette vizi capitali, declinati al femminile: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia.

La caduta dei dannati

Tra le donne viziose s’infilano gli angeli ribelli a Dio, personificazione dell’orgoglio, con i colori e gli attributi demoniaci. In basso, schiacciato sotto il peso del male, vediamo Lucifero, il capo degli angeli ribelli, raffigurato con le tre teste allusive anche al mostruoso cane Cerbero.

La Lussuria

Nei pressi è la fossa che dà accesso alla caverna infernale, illuminata dal riverbero delle fiamme. La critica sociale di Tassaert, puntata verso le classi dirigenti, esalta, di converso, le figure dei poveri e dei sofferenti.

La Gola

Vediamo sulla destra una famiglia di lavoratori schiantati dalla fatica, con il figlio malato, gli attrezzi di lavoro e il simbolico fardello dei pesi della vita, che risale faticosamente l’erta del Paradiso, invocando a braccia alzate la giustizia divina.

Le tre facce di Lucifero