Orvieto. Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La facciata del Duomo di Orvieto è ornata da quattro grandi lastre di marmo che raccontano in bassorilievo le storie del vecchio e del nuovo testamento, dalla creazione dell’uomo fino al giudizio finale. Lorenzo Maitani e i suoi aiuti le scolpirono e le collocarono sui quattro pilastri che inquadrano le tre porte del Duomo all’inizio degli anni trenta del Trecento. Le scene del Giudizio universale si articolano in cinque fasce sovrapposte, separate da tralci di vite, con foglie e grappoli d’uva.

Il Giudizio finale di Lorenzo Maitani

La prima fascia contiene la visione del tribunale e del Giudice che pronuncia il giudizio finale. Gesù Cristo è scolpito all’interno della mandorla sorretta dagli angeli, seduto sull’arcobaleno; ha una barbetta e lunghi capelli ed esibisce i fori dei chiodi e la ferita sul costato. In cielo appaiono gli strumenti della Passione, segni della sua venuta: la croce, la canna con la pugna, la lancia di Longino, i flagelli, i chiodi e la corona di spine. Quattro angeli si lanciano in volo verso la terra e suonano le lunghe trombe che annunciano il risveglio ai morti e la sentenza del giudice.

Il giudice e la corte celeste

Il tribunale celeste è composto da ventitrè giurati; la prima fila è seduta su una panca di marmo; la seconda fila è invece in piedi; i giurati comprendono verosimilmente il gruppo degli apostoli e il gruppo dei profeti: quest’ultimi sono riconoscibili dai rotoli dei loro scritti annunciatori del giudizio. Ai due lati di Gesù sono ritratti in piedi Giovanni Battista e Maria di Nazaret che assolvono al tradizionale ruolo di avvocati dei peccatori e intercessori.

I santi

La seconda fascia descrive il Paradiso dei santi. Nella scena di sinistra gli angeli accompagnano al cospetto di Dio il gruppo dei papi e dei vescovi santi, i fondatori dei grandi ordini, i religiosi; in coda fa capolino l’autoritratto di Maitani con la squadra sulle spalle.

Le sante

La scena di destra vede invece protagoniste le vergini, le martiri e le donne sante. I loro volti esprimono la beatitudine. Le loro mani sono giunte nella preghiera. Una santa si scherma gli occhi con una mano, abbacinata dalla visione di Dio.

L’arrivo dei beati in cielo

La terza fascia è dedicata all’accoglienza dei beati. I protagonisti sono qui soprattutto gli angeli. Essi indicano ai titubanti risorti, che hanno appena superato la prova del giudizio e che si sono rivestiti della veste candida, quale sia la strada da percorrere verso il Paradiso e la visione di Dio; spingono i più timorosi, sollevano i più riluttanti, abbracciano fraternamente i nuovi arrivati, consigliano, si felicitano, incoraggiano.

Gli angeli accolgono i beati

La quarta fascia descrive la separazione degli eletti dai dannati e rappresenta con efficacia le diverse emozioni. I volti dei beati, appena giudicati, esprimono ancora la tensione dell’attesa, la sorpresa degli avvenimenti, l’incredulità per la loro nuova condizione, la gioia di riconoscere e segnalare le persone conosciute e poi, in crescendo, i sentimenti di gioia, di ringraziamento e di preghiera.

Il corteo degli eletti

Tutt’altre note si registrano invece nel campo dei dannati. La folla dei reprobi è pressata dagli angeli giustizieri, incatenata e trascinata da orridi diavoli. Si coglie il tumulto di sentimenti: il dispiacere che muove al pianto, il rifiuto di vedere l’orrore, l’urlo che si spegne in bocca, la richiesta di una pietà ormai impossibile, la paura del nuovo destino, l’annichilimento a causa dell’assordante fragore, l’angoscia per l’esito inatteso, fino alla perdita della coscienza e al crollo fisico e psichico.

Il corteo dei dannati

La quinta fascia, la più bassa, è protetta da una lastra trasparente. La scena di sinistra descrive la risurrezione dei morti. Corpi muscolosi si rianimano, scoperchiano i sepolcri, sollevano le lastre, riacquistano la coscienza, sperimentano la vista e l’udito, si muovono grazie alla nuova libertà del movimento, attendono il giudizio individuale che li riguarda.

La risurrezione dei morti

La scena di destra racconta l’orrore dell’Inferno. Lucifero ha la testa, i polsi e le caviglie incatenate ma poggia con il suo corpo su un trono formato dal viluppo dei corpi di un gruppo di sventurati dannati; il ruolo di punitore è assolto dal drago che avviluppa le sue membra e che è dotato di due teste fameliche: la prima addenta la nuca di un dannato, mentre la seconda è impegnata a ingoiarne un secondo divorandone il braccio. Tutt’intorno a Lucifero sono visivamente descritte le scene di sadismo e di tortura degli scheletrici diavoli. I dannati sono spinti, schiacciati, presi a calci, graffiati, trascinati per i capelli, flagellati, brutalizzati, strangolati, morsicati da lunghi serpenti. Sui loro volti si alternano il raccapriccio, il pianto disperato, l’urlo d’angoscia, l’impotenza, la rassegnazione.

L’Inferno

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Assisi. Il Giudizio finale dei Francescani

La Basilica inferiore di San Francesco ad Assisi custodisce un grande affresco del Giudizio universale dipinto da Cesare Sermei nel 1623. L’affresco occupa la semicalotta absidale della basilica ed è stato steso coprendo un dipinto precedente. Pur se commissionata direttamente dai francescani, l’opera è stata sempre malvista e sopportata come un’intrusa in un ambiente che ospita tesori d’arte dei maggiori artisti italiani. Tuttavia i restauri del 2009 hanno almeno eliminato la patina di grigio che il fumo dei ceri aveva depositato sul dipinto e ne hanno riconsegnato tutta la luminosità degli antichi colori. Il Giudizio può quindi essere guardato oggi con occhi diversi. Se ne possono apprezzare, ad esempio, le soluzioni adottate per fronteggiare il condizionamento causato dalle tre profonde finestre e l’utilizzo di tutti gli spazi disponibili, anche quelli più celati alla vista dei fedeli. Non sfuggiranno le numerose citazioni dal giudizio michelangiolesco. Ma soprattutto andrà meditato il suo significato: l’esaltazione degli ordini francescani come mediatori della salvezza alla fine dei tempi e intercessori per le anime purganti.

Il Giudizio e i Francescani

La parte alta dell’affresco è dedicata alla visione del Giudice e della corte celeste. Gesù è raffigurato in piedi, su una nuvola, sovrastato dalla figura di Dio Padre, nell’immagine trinitaria tipica della Controriforma. Sullo sfondo è l’empireo luminoso e dorato, nel quale spiccano i nove cori degli angeli. Gesù ha un’aureola sul capo, indossa una tunica svolazzante annodata sul fianco e mostra le piaghe delle mani, dei piedi e del costato. La mano destra è sollevata nel gesto solenne del giudizio, mentre la mano sinistra allontana i dannati. Intorno a Gesù, anche loro in piedi, sono presenti gli Apostoli e i Martiri. Si riconoscono facilmente Pietro con le chiavi, Paolo con la spada, Andrea con la sua croce, Bartolomeo con la pelle strappatagli nel martirio, Tommaso con la lancia. Ai piedi di Gesù sono raffigurati seduti gli intercessori Giovanni il Battista e Maria, la madre di Gesù. A fianco della Madonna siedono le altre due Marie. Il Battista dialoga con gli evangelisti e i profeti impegnati a trascrivere nei loro libri la visione di quanto sta accadendo nel giorno del giudizio. Il cerchio dei personaggi che circondano Gesù è chiuso dai progenitori, Adamo ed Eva, con i fianchi cinti di foglie di fico e dal gruppo di tre angeli trombettieri che suonano le trombe per risvegliare i morti.

La corte celeste e le Clarisse

Il Paradiso è riservato, almeno nei posti d’onore, allo stuolo dei frati Francescani e delle monache Clarisse. Si riconosce facilmente San Francesco, che ha le stimmate sulla mano e, sull’altro lato, Chiara, a braccia incrociate sul cuore, indicata al Giudice dalle consorelle velate. Seguono poi i cardinali e i pontefici che hanno protetto l’Ordine francescano e ne hanno riconosciuto la Regola. Alle spalle delle Clarisse appare la platea delle sante Martiri, con la palma in mano. Ai primi posti si riconoscono Santa Caterina d’Alessandria, che regge la ruota del martirio, in conversazione con Sant’Agnese che ha un agnello in braccio.

L’arcangelo Michele

La fascia inferiore dell’affresco contiene le scene della risurrezione dei morti, della salita al Paradiso, del Purgatorio e dell’Inferno. La scena introduttoria è quella dell’apertura dei libri del giudizio a cura degli angeli. Il libro di sinistra espone le pagine con l’invito Venite benedicti Patris mei («Venite benedetti del padre mio»), pronunciata dal Cristo ai beati nel capitolo 25 del Vangelo di Matteo. Il libro di destra riporta invece il versetto del capitolo 20 dell’Apocalisse dedicato ai dannati: et qui non est inventus in libro vitae scriptus missus est in stagnum ignis («E chi non risultò scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco»).

La risurrezione dei morti e l’ascesa dei beati

I morti risorgono alla loro seconda vita fuoriuscendo dai sepolcri, qui resi come una lunga fenditura delle rocce. Le ossa si rianimano, compongono gli scheletri, si liberano dei sudari e si rivestono della carne, fino a riacquistare le forme umane originarie. Tra i risorti, affacciato sull’abisso e rivestito degli abiti da cordigero francescano, è l’autoritratto del pittore Cesare Sermei.

Alcuni risorti ascendono al cielo con le proprie forze e grazie alla leggerezza del loro spirito puro. Altri risorti devono invece ricorrere alle braccia e alle spalle degli angeli per essere sollevati verso l’alto. Anche il cordone del saio francescano assolve il ruolo di ausilio ascensionale: i risorti si aggrappano al cordone e risalgono le tappe della beatitudine con un trasparente riferimento al ruolo intercessorio dell’Ordine. E non manca il sostegno di un frate a un confratello in difficoltà sul ripido pendio della virtù. La vicina immagine del Purgatorio rafforza l’ammonimento ad avvalersi degli strumenti di penitenza per l’espiazione dei propri peccati: solo così può affrettarsi il tempo di purificazione tra le fiamme del Purgatorio; scenderanno allora gli angeli a liberare i purificati e a incoronarli con la corona della giustizia. Le scene di risurrezione continuano anche sulle pareti sfondate della prima finestra. Segue poi la possente figura dell’arcangelo Michele con l’armatura, il cimiero e la spada sguainata, che indica ai risorti la loro destinazione definitiva. Ai suoi piedi è l’immagine decomposta della morte, ormai definitivamente sconfitta.

Lucifero incatenato

La seconda finestra separa anche fisicamente il mondo della beatitudine dal regno infernale. Lo spazio tra la seconda e la terza finestra è occupato da Lucifero, il re dell’Inferno, col pizzetto sul mento, le corna, le orecchie e le unghie ferine. Le catene gli bloccano il collo e le caviglie, legandolo eternamente a una grande roccia. Maneggia rabbiosamente i serpenti gli avvolgono il corpo. L’unica comodità di cui dispone è quella di utilizzare come sgabello il corpo o la schiena di sgomenti dannati. I risvolti delle vicine finestre riportano l’immagine inquietante della caverna infernale e le scene dei dannati arpionati dai diavoli e gettati tra le fiamme. A destra è descritta l’ampia scena dell’Inferno. Caronte traghetta sulla sua barca i reprobi verso un infelice destino. Usa il suo lungo remo sia per guidare la barca sulle paludi infernali, sia per scaraventarne fuori i dannati, accelerando le operazioni di sbarco.

L’Inferno

Non v’è spazio libero in questo carnaio di anime e di corpi che bruciano tra diavoli-salamandre, trattati senza il minimo riguardo e con sadica ferocia torturatrice. Un avaro che anche all’inferno stringe tra le mani avide il sacchetto col suo gruzzolo di soldi è tirato giù dalla barca con una catena che lo strangola. Una donna invidiosa, calunniatrice e pettegola, tenta troppo tardi di strapparsi la lingua che ha causato la diffamazione e la rovina dei suoi vicini. Prelati e confratelli incappucciati non sfuggono alla punizione che condanna la loro ipocrisia e falsità. Sulla barca compare anche un personaggio col turbante; si tratta probabilmente di Maometto, spedito all’inferno nell’eco della vittoria cristiana nella battaglia di Lepanto.

Terni. La visione ultraterrena della famiglia Paradisi

Terni ha fama di città industriale e operaia ma conserva anche piccoli tesori d’arte nascosti in scrigni pudichi. Uno di questi tesori è la Cappella Paradisi, vanto della chiesa di San Francesco, interamente rivestita dagli affreschi che Bartolomeo di Tommaso da Foligno dipinse intorno al 1450 su richiesta della famiglia Paradisi. La visione del mondo ultraterreno è declinata sulle tre pareti: la centrale reca le immagini del Giudizio universale e del Paradiso; la parete di destra è dedicata all’Inferno e la sinistra al Purgatorio e al Limbo.

Il Giudizio finale

Il Giudizio finale

Nella lunetta della parete centrale è descritta la seconda venuta del Signore. Il Cristo appare nella mandorla iridata con un nimbo crociato sul capo e siede sull’arcobaleno della nuova alleanza. Mostra le cinque piaghe del suo sacrificio, benedice con la mano destra gli eletti e con la sinistra allontana i dannati. Intorno a lui fanno corona le schiere degli angeli musicanti con trombe e liuti. Al giudizio divino partecipano gli intercessori: la Madonna, a sinistra, con le mani giunte in preghiera; Giovanni Battista, il precursore, a destra, che indica l’Agnus Dei. Sotto la mandorla sono i tre grandi arcangeli; al centro è Michele, in abiti militari, che comanda le schiere dell’armata celeste e sguaina la spada per l’esecuzione del giudizio divino; a sinistra è l’angelo della misericordia, che regge un giglio; a destra è l’angelo della giustizia che scaccia i dannati con la lancia. Nel cielo paradisiaco, intorno al giudice, sono anche presenti i patriarchi biblici, i giusti dell’antico testamento. Tra questi si riconoscono il patriarca Abramo che reca in grembo le anime dei beati, e il re David, con la corona e la cetra.

Il Paradiso

Il Paradiso

Sotto la lunetta, la folla di beati si accalca davanti alla porta del Paradiso. La porta è chiusa e vigilata da un angelo armato di spada, come ricorda il libro della Genesi: «Dio scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3,24). La guardia d’onore del Paradiso è costituita dagli Apostoli: un’innovazione rispetto alla tradizione iconografica che li vede abitualmente sedere sui troni del tribunale celeste ai lati del Giudice; come pure innovativo è il loro numero: sono infatti quattordici e non dodici, dato che comprendono anche Paolo, ritratto con la spada, e Barnaba. San Pietro apre la porta del cielo con le chiavi conferitegli da Gesù e invita i beati a entrare. A sinistra è il gruppo maschile, con i dottori della Chiesa e i santi fondatori di ordini, preceduti da San Francesco con le stimmate; tra tanti giganti della santità fanno capolino – ritratti in dimensioni molto più modeste – i membri della famiglia Paradisi (nomen omen!). A destra è il gruppo femminile che comprende le donne sante, le martiri e le fondatrici di ordini religiosi. Si riconoscono Chiara d’Assisi (col velo), la Maddalena (dai lunghi capelli biondi), Agata (con la ferita al seno).

L’Inferno

I castighi infernali

La parete di destra, molto danneggiata, è dedicata all’Inferno. Nelle due semilunette in alto, a sinistra e a destra del finestrone, gli angeli guerrieri, armati di spade e di lance, si avventano con violenza sulle anime che prendono progressivamente coscienza della loro condanna e se ne disperano, le raggruppano in un triste corteo e le cacciano violentemente entro le buche infuocate che mettono in comunicazione con l’inferno. La grande immagine in basso descrive la realtà che si cela sotto la crosta terrestre: un confuso percorso di cripte rocciose e di buie caverne che ha come terminale in basso l’antro destinato alla residenza di Lucifero, il re dell’inferno. Un gruppo di diavoli cornuti, con ali da chirottero, accoglie a suon di botte i dannati che precipitano dalle botole verso le quali erano stati spinti dagli angeli vendicatori. I reprobi vengono poi destinati alle celle punitorie. Un diavolo tiene con le molle una moneta arroventata e costringe un avaro a trangugiarla. Un sodomita è impalato su uno spiedo. I lussuriosi sono torturati da sadici diavoli. I golosi sono costretti a distogliere lo sguardo dalle leccornie svelate sul piatto. L’invidioso sputa dalla bocca un serpente velenoso. Gli accidiosi sono costretti all’autolesionismo mentre incassano bastonate dai diavoli. Non manca la pena della caldaia arroventata.

Lucifero

L’acme della ferocia si raggiunge nello spazio di Lucifero. Qui i superbi e i traditori, torturati da viscidi e intraprendenti serpenti, sono portati a spalla dai diavoli e sono buttati in pasto al famelico massacratore. Il grande Satana artiglia i peccatori con le sue mani e le zampe unghiute, li stritola, li divora con la bocca o con i rostri d’aquila che ha sui pettorali e dopo averli ruminati li defeca come supremo oltraggio. Un leone tra le gambe di Lucifero ingurgita altri dannati (in ore leonis).

Il Purgatorio

Il Purgatorio

La parete di sinistra descrive la visione del Purgatorio in modo speculare alla visione infernale visibile sull’opposta parete. Anche il Purgatorio è strutturato in un sistema ipogeo di caverne sovrapposte, brulicanti di peccatori. Si riconoscono dalle scritte le prigioni che ospitano gli accidiosi, i vanagloriosi, gli avari, gli iracondi e i lussuriosi. Ma è radicalmente diverso l’atteggiamento dei purganti rispetto ai dannati di fronte: non sono disperati, anche se qualche volta appaiono affranti per il protrarsi della pena; la maggioranza è in atteggiamento di attesa e di preghiera; e in molti di loro il volto brilla della speranza per una imminente liberazione. Al posto dei diavoli torturatori l’aere è popolato di angeli misericordiosi e premurosi che si lanciano in picchiata sulle anime ormai purificate per sollevarle dal fondo delle loro sofferenze, aiutarle a uscire dagli avelli del purgatorio, sostenerle nell’incerta ascesa verso il paradiso, traghettarle su nuvole a forma di vascello volante e addirittura spingerle con decisione a sfondare i sette cieli per raggiungere la beatitudine della visione di Dio.

Il Limbo

La risurrezione dei morti e il Limbo

Sul margine alto del Purgatorio vi è ancora un luogo ultraterreno, che il pittore ha voluto inserire nella sua visione dell’oltretomba. Questo luogo è il Limbo, che nella tradizione accoglie le anime dei giusti non cristiani. La bella figura del Cristo vittorioso impugna il vessillo reale, sfonda le porte infere e invita i carcerati a uscire per godere della loro meritata libertà. Il corteo dei progenitori Adamo ed Eva, dei patriarchi, dei re giusti, fino ad arrivare a Giovanni Battista, si avvia così a godere della visione beatifica di Dio.

Enoc, Elia e i profeti

I profeti Isaia, Giona ed Ezechiele

L’articolata iconografia dei luoghi dell’aldilà si completa con le immagini dipinte nel sottarco e sulla parete d’ingresso. Nel sottarco – quasi a introduzione dei temi descritti nella cappella – compaiono le immagini dei profeti che ci hanno trasmesso la descrizione del “giorno di Jahve”: Geremia, Daniele, Malachia, Isaia, Giona, Ezechiele. Sulla parete d’ingresso, sopra l’arco, il pittore ha voluto forse porre la rarissima immagine del patriarca Enoc e del profeta Elia. Secondo il racconto biblico Enoc ed Elia non sono morti ma sono stati trasportati vivi in cielo e posti a guardia del Paradiso terrestre. Ed è nell’Eden, serenamente distesi in ambiente bucolico, che oggi li vediamo attendere il giorno del giudizio universale.

(Visita la sezione del sito dedicata alle visioni dell’aldilà nell’arte)

Via Appia. San Paolo alle Tre Taverne e al Foro Appio

San Paolo si era imbarcato a Cesarea per uno sfortunato viaggio in mare funestato da un naufragio sulle coste di Malta. Era detenuto in attesa di giudizio. Un centurione lo conduceva al tribunale dell’imperatore a Roma dove lo attendeva il processo per l’accusa di aver provocato gravi disordini a Gerusalemme. Con una seconda nave erano poi ripartiti da Malta, avevano sostato a Siracusa e Reggio ed erano sbarcati nel porto di Pozzuoli. Dopo una settimana di sosta si erano rimessi in viaggio, questa volta via terra. Avevano percorso la Via Campana fino a Capua e lì avevano imboccato la Via Appia. La comunità cristiana di Roma aveva saputo in anticipo dell’arrivo di Paolo e gli aveva mandato incontro una delegazione che lo accogliesse, gli desse il benvenuto e gli testimoniasse l’affetto che il grande apostolo meritava, anche se egli giungeva incatenato e scortato dai soldati. I christifideles romani si spinsero fino a cinquanta chilometri dalla città, alla stazione della Via Appia chiamata Tres Tabernae. Qualcuno arrivò anche più lontano, al Forum Appii. San Paolo ne fu commosso e confortato e si persuase che il messaggio cristiano aveva ormai in Roma radici profonde. Il suo amico Luca racconta l’arrivo di Paolo in Italia nel libro degli Atti degli Apostoli: Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni. Salpati di qui, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Quindi arrivammo a Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio (Atti 28, 12-15).

La Via Appia

Se volessimo ripercorrere i passi di San Paolo e rivedere i luoghi dei suoi due incontri con i cristiani di Roma, cosa troveremmo oggi, trascorsi due millenni di storia?

Il diverticolo dell’Appia a Tre Taverne

Sorprendentemente la Via Appia è ancora al suo posto, perfettamente sovrapposta al tracciato dell’antica regina viarum. Certo, oggi l’asfalto sostituisce i basoli romani e due file di pini marittimi segnano a perdita d’occhio i margini della strada. Ma la “fettuccia” tra Cisterna e Terracina segue ancora il percorso perfettamente lineare che era stato progettato da Appio Claudio trecento anni prima della nascita di Cristo. Non solo. Il canale che raccoglie le acque della bonifica e costeggia fedelmente l’Appia odierna è ancora il canale Decennovium che i Romani avevano scavato per evitare l’impaludamento della strada e che correva parallelo all’Appia per una lunghezza di diciannove miglia, da Forum Appii a Terracina.

Intorno all’Appia, invece, è successo di tutto. Dopo il tramonto di Roma le acque si erano impadronite della pianura e si erano impaludate. La malaria rendeva la vita impossibile per molti periodi dell’anno. Successive bonifiche avevano restituito la terra a un’agricoltura redditizia. I borghi di fondazione sorti dopo la bonifica di Mussolini si erano popolati di coloni veneti. Un brandello del paesaggio delle paludi pontine è oggi protetto dal parco nazionale del Circeo. La ferrovia e nuove strade solcano la piana pontina. Sarà possibile ritrovare le reliquie paoline di duemila anni fa? C’è ancora traccia delle Tres Tabernae e del Forum Appii?

Le Tre Taverne

L’antica stazione di sosta di Tres Tabernae sulla via Appia sta progressivamente riemergendo dall’oblio che l’aveva avvolta, grazie a uno scavo archeologico in corso. Si trova, com’è logico, sul bordo dell’attuale strada statale, che qui semplicemente si sovrappone al vecchio basolato della regina viarum. Lo scavo, segnalato da un pannello, è localizzato all’altezza del km 58,1 dell’Appia, alla periferia sud di Cisterna di Latina, di fronte a una casa cantoniera. Se il cancello è chiuso, l’area resta comunque visibile percorrendone il recinto esterno.

L’area archeologica delle Tre Taverne

I romani vi avevano realizzato tutto quello di cui avevano ragionevolmente bisogno le persone affaticate e stanche per il viaggio: un confortevole luogo di sosta, i bagni, un ristoro, la stazione di cambio dei cavalli, il posteggio, un albergo per la notte. Mutatis mutandis, la mansio romana somigliava molto alle stazioni di servizio che oggi troviamo sulle nostre autostrade. Ed ecco, disseppellite dagli archeologi della Soprintendenza, le memorie delle Tre Taverne: una derivazione della strada, in basoli di calcare, fornita di marciapiede e di slargo utile per la manovra dei carri; un piccolo impianto termale; un pozzo e una cisterna per l’acqua; i locali di servizio.

L’impianto termale

L’originalità della scoperta è però il quartiere residenziale che si affiancò nel tempo alla statio. Lungo un corridoio si aprono alcuni ambienti residenziali dotati di raffinati pavimenti a mosaico, con motivi geometrici e vegetali. Nelle vicinanze spicca un grande edificio di prestigio della tarda età antonina (circa 180 dopo Cristo) con una sontuosa sala per i banchetti. Possiamo immaginare che San Paolo vi abbia trovato la gioia dell’amicizia dei suoi fratelli nella fede giunti da Roma ad accoglierlo, ma anche il conforto di una comoda sosta.

Un pavimento a mosaico

 

Il Foro Appio e il Borgo Fàiti

Su Forum Appii il tempo ha steso un velo di terra e di oblio. Ma l’antico villaggio dà talvolta qualche segnale della sua vita remota e si diverte a rilasciare indizi della sua storia. Dal sottosuolo fanno capolino frammenti di ceramica, ex-voto, tegole, coppi, mattoni, cocci d’anfora. E così il gradiometro e le prospezioni geofisiche degli archeologi hanno recentemente individuato nel sottosuolo la presenza di magazzini, di un porto fluviale, di una stazione di sosta, di un santuario, di un panificio, di laboratori per la produzione artigianale di ceramiche e metalli.

Le ricerche archeologiche a Foro Appio

Grazie a queste informazioni si può ragionevolmente affermare che l’insediamento sia stato fondato alla fine del quarto o all’inizio del terzo secolo avanti Cristo, contemporaneamente alla costruzione della Via Appia; è stato abitato fino alla fine del quinto o l’inizio del sesto secolo dopo Cristo e poi abbandonato a causa dell’impaludamento medievale. Forum Appii era così una delle varie stazioni di sosta (stationes) lungo il percorso dell’Appia, come Tres Tabernae (nei pressi di Cisterna di Latina), Tripontium (odierno Tor Tre Ponti), Ad Medias (attuale Mesa di Pontinia). Orazio vi aveva fatto tappa nel suo viaggio in compagnia del poeta greco Eliodoro e aveva notato – nella sua Satira quinta – come Forum Appii fosse brulicante di barcaioli e di osti malandrini (inde Forum Appi differtum nautis cauponibus atque malignis).

La lapide in memoria di San Paolo

In attesa che gli archeologi riscoprano quel che resta del Forum Appii, la memoria della sosta di San Paolo è oggi affidata al Borgo Fàiti, sorto a ridosso dei resti del villaggio romano. Il piccolo borgo rurale fu costruito dall’Opera Nazionale Combattenti durante l’appoderamento delle paludi pontine bonificate e fu inaugurato nel 1933. Vi s’insediarono coloni di provenienza veneta, friulana e ferrarese, ai quali vennero assegnati i poderi bonificati, dapprima coltivati in regime di “dipendenza” dall’Onc, e successivamente riscattati in proprietà dagli stessi coloni assegnatari. Siamo al km 72 dell’Appia, alla confluenza del fiume Cavata e all’incrocio con la statale dei Monti Lepini. Al borgo si accede grazie a due ponti sul Canale Linea Pio. Le abitazioni si distribuiscono intorno alla piazza, alla chiesa e alla scuola. Da apprezzare sono il monumento alle vittime del terrorismo, alcuni casali rurali d’interesse storico e una settecentesca stazione di posta (oggi hotel).

La rievocazione in costume

Una lapide sulla facciata della chiesa, collocata nel 1961, ricorda il passaggio dell’apostolo a diciannove secoli esatti dal suo incontro con la comunità cristiana di Roma. La gente del borgo organizza annualmente una rievocazione storico-religiosa dell’incontro tra San Paolo e i fedeli romani con ambientazioni, scenografie, costumi e sapori dei tempi antichi.

San Paolo nella rievocazione di Borgo Faiti

(La ricognizione è stata effettuata il 5 maggio 2017)

Tuscia. L’eremo rupestre di San Leonardo

Una testuggine che copre col suo guscio di tenera roccia un sacro speco intrecciato a più domestiche cavità. Un’aula ecclesiale scoperchiata, aperta a oriente, sulla prua di un promontorio roccioso incuneato tra due fossi. L’eremo rupestre di San Leonardo è il frutto dell’ora et labora di una piccola comunità di abili cavatori di tufo, sapienti interior designers, integratori delle forme economiche elementari, amanti dell’umbratilis vita dei boschi.

Siamo sul cratere del vulcano di Vico, tra i monti Cimini. La vista spazia a occidente sulla caldera vulcanica che ospita le acque del lago di Vico e una delle più belle riserve naturali del Lazio; a oriente il grande spazio della valle del Tevere, con le sue forre, i calanchi e i borghi della Tuscia rupestre. Dai monasteri di valle forse salivano quassù nuclei di monaci desiderosi di vivere periodi di vita solitaria e di ascesi a contatto con la natura del bosco.

L’eremo rupestre di San Leonardo

San Leonardo è nel territorio comunale di Vallerano. Diverse sono le strade rurali che salgono al poggio dal capoluogo, da Carbognano, dal santuario del Crocifisso e dai paesi del cratere. Una passeggiata a piedi può comunque iniziare direttamente dalla strada provinciale n. 1 “Cimina”. All’altezza del km 12,7 una breve deviazione conduce alla località di Poggio San Vito (quota 800) e a un trivio. Qui si parcheggia. A piedi si va in discesa sulla sterrata di destra (sud-est) che transita davanti ad alcune case ed entra nel bosco. Dopo circa un km, la carrareccia termina a T su una seconda sterrata; qui si va a sinistra (nord) in una zona di taglio del bosco. Cinquecento metri più avanti troviamo sulla destra la diramazione ci porta a San Leonardo; la stradina su fondo di cemento percorre in discesa per circa un km la cresta del colle, traversando un ampio castagneto e termina all’eremo. A piedi avremo impiegato circa quaranta minuti con un dislivello in discesa di 200 metri.

L’interno

Il complesso rupestre si articola su tre livelli sovrapposti.

Il livello più alto è all’aperto e consiste nella calotta sommitale tondeggiante che prosegue in modo sfalsato nell’aula della chiesa scavata nella roccia.

La calotta di roccia

La calotta presenta alcune cavità superficiali e delle canaline incise per il drenaggio dell’acqua piovana.

La chiesa

Alcuni gradini intagliati nella pietra scendono all’abside posteriore della chiesa. Accessibile anche dall’ingresso anteriore, la chiesa ha la navata unica protetta da due pareti di roccia e l’abside perfettamente curva, intagliata con cura nel banco roccioso della calotta. Cubi di pietra (forse un’iconostasi) e un gradino separano l’aula ecclesiale dal presbiterio. Nel naos è scavata una tomba rupestre di forma rettangolare che aveva un tempo una pietra di copertura. Una scalinata scende ai locali sottostanti.

L’ingresso

L’ingresso principale alla zona residenziale, che costituisce la parte più cospicua dell’insediamento rupestre, è sul versante meridionale. Due ampie stanze, separate da una parete di tufo risparmiata nello scavo, danno accesso mediante scalini agli altri vani distribuiti a raggiera sotto roccia.

Passaggio esterno

Visto dall’esterno l’insieme è molto pittoresco per il contrasto di colori tra la roccia e il bosco e per la presenza di ampi finestroni. Percorrendone l’interno si resta colpiti dalla qualità dello scavo: l’arco a tutto sesto, la cisterna circolare, il lucernario, le nicchie sulle pareti, il piccolo silos, le decorazioni della volta, il forno, la finestra trapezoidale, la cura nel taglio delle pareti, i passaggi gradinati sono i particolari più evidenti.

L’ingresso del vano inferiore

Un terzo livello, il più basso, è accessibile tramite un sentierino. La porta è architravata e si apre su un interno suddiviso in due da una sporgenza squadrata. Si trattava forse della stalla.

Le nicchie scavate all’interno

Sono in corso lavori di scavo a cura della cattedra di Archeologia medievale dell’Università della Tuscia e del gruppo archeologico di Vallerano. Il sito si presenta come un piacevole scrigno rupestre, splendidamente incastonato nel paesaggio. Disturbano soltanto alcune scritte vandaliche e qualche accenno di discarica. Un’elementare prudenza nei movimenti è richiesta per la prossimità delle pareti scoscese della rupe e delle aperture non protette.

Il lato meridionale

Il ritorno può effettuarsi sul percorso dell’andata. In alternativa, risalita la strada cementata, si può seguire la strada di destra, tenendosi a sinistra ai bivi e chiudendo così l’anello al Poggio di San Vito. In questo caso, la relativa maggiore lunghezza del percorso fa prevede circa un’ora di cammino.

Il livello superiore

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(Escursione effettuata il 7 aprile 2017)

Sardegna. Il villaggio nuragico di Serra Orrios

I nuraghi e le tombe dei giganti si fanno ammirare per la loro imponenza. Sono opere quasi sovrumane, monumenti possenti e isolati. Del tutto diversa è invece l’emozione trasmessa dai villaggi nuragici. Essi riescono a coinvolgere il visitatore e a fargli rivivere l’ecologia della vita quotidiana degli antenati. Quest’emozione è ben viva a Serra Orrios. Il villaggio è grande e tra i meglio conservati della Sardegna.

La ricostruzione ipotetica del villaggio nuragico

Il lungo viottolo lastricato che si percorre a piedi per raggiungere il grande recinto fa apprezzare il pregio ambientale dell’altopiano basaltico, con i suoi ulivi secolari e la macchia di lentisco. La vicinanza del fiume Cedrino (che oggi una diga ha trasformato in un piacevole lago) spiega il legame essenziale con l’acqua. E poi, quando si penetra e ci si aggira nel villaggio, si resta colpiti dalla sua urbanistica.

Il villaggio visto dall’alto

Il villaggio è costellato di gruppi di capanne riuniti in ‘vicinati’, che fanno corona a un cortile e a un pozzo. Queste ‘insulae’ trasmettono nitidamente l’idea della convivenza di clan familiari che si allargano e costruiscono nuove capanne, mantenendo vivi i legami di prossimità.

Le capanne

Le capanne

L’abitazione dei nuragici è la capanna circolare con la base di pietra. Capanne del tutto simili sono state utilizzate fino a qualche decennio fa dai pastori sardi. La base circolare è costruita con filari irregolari di pietra basaltica. La copertura era costruita con un tetto conico di tronchi e frasche. Il pavimento era realizzato con lastre di pietra, acciottolati o con un semplice battuto.

Una capanna circolare

Nello spessore dei muri erano spesso ricavate delle nicchie (armadi o semplici ripostigli) per custodire utensili. Per impermeabilizzare la struttura si usavano l’argilla e il sughero, ottimi isolanti naturali. Al centro delle capanne e in prossimità dell’ingresso, per garantire il tiraggio, era ricavato il focolare: semplice incavo di forma circolare delimitato con delle pietre. Una struttura semplice, ma che garantiva di soddisfare tutte le esigenze dell’uomo nuragico.

I tempietti

Il recinto

Al margine del villaggio di capanne sono visibili due tempietti, circondati da un recinto di pietra. Hanno una sala centrale rettangolare a megaron e sono entrambi doppiamente in antis con le pareti dei lati lunghi che si prolungano in avanti. Il maggiore dei templi (m 19×12) è stato rialzato a una discreta altezza; sul retro, all’esterno, il muro concavo fra la prosecuzione dei due muri perimetrali disegna una sorta di nicchia semicircolare.

L’ingresso al tempio

La cella interna era provvista di una panchina continua alla base delle pareti, e analoga coppia di sedili era presente anche ai due lati del piccolo atrio che precede l’ingresso. Un piccolo recinto racchiudeva interamente la struttura. Molto più ampio era, invece, il recinto che circondava il tempietto minore: quest’ultimo di appena m 8,30×4,50, è situato all’esterno dell’abitato.

La capanna delle riunioni

L’aula delle riunioni

Si differenzia da tutte le altre una struttura isolata, chiamata capanna delle riunioni perché nella parete interna è stato ricavato un bancone-sedile. L’ingresso è preceduto da un vestibolo formato da grossi massi e la stessa tipologia costruttiva, sono state utilizzate delle pietre di dimensioni maggiori, fanno ipotizzare che nella capanna si svolgessero attività pubbliche o cerimonie sacre.

Informazioni

L’ingresso al villaggio di Serra Orrios, ben segnalato, si trova nei pressi del km 25 della strada provinciale n. 38 che collega la cittadina di Dorgali alla superstrada n. 131 Olbia-Nuoro, non lontano dal lago Cedrino. A disposizione dei visitatori vi sono un’area di parcheggio, la biglietteria, un posto di ristoro, un bookshop, schede informative e la possibilità di visite guidate. Un cancello dà accesso alla stradina lastricata – da percorrere a piedi – che conduce, dopo circa 600 metri, al villaggio nuragico.

La segnaletica

(Ho visitato il villaggio di Serra Orrios il 10 ottobre 2016)

Abruzzo. Sul Tratturo Magno, dalla chiesa di Cintorelli al Colle della Cava

Grandiose vedute e povere pietre. I grandi panorami dominati dalle creste del Velino, del Gran Sasso e della Maiella. Le umili opere del lavoro umano: le capanne di pietra, i campi aperti, i muretti di confine, le macere dello spietramento, i cippi del tratturo. E tutto il fascino dell’Abruzzo interno. Siamo sul Tratturo Magno, la via armentizia della transumanza che collega L’Aquila e Foggia. Giunti alla chiesa pastorale di Santa Maria dei Cintorelli, il tratturo si biforca e procede su due rami paralleli distanti alcuni chilometri.

La chiesa della Madonna di Cintorelli vista dal tratturo

Seguiamo il ramo principale che dalla valle dell’Aterno scavalca una linea di colli, traversa la valle del Tirino, valica le ultime propaggini del Gran Sasso e scende nella Val Pescara. La passeggiata che proponiamo muove dalla chiesa di Cintorelli e sale al Monte della Cava, il balcone sulla conca di Capestrano. Il percorso è a saliscendi, con un dislivello modesto e richiede un tempo minimo di tre ore tra andata e ritorno.

Santa Maria di Cintorelli

Il bivio per Cintorelli si trova sulla statale 17, alla rotonda del km 62,6. La chiesa sorge isolata alla base del monte Castellone.

La chiesa tratturale celestiniana di Santa Maria di Cintorelli

Restaurata dopo i ruvidi scossoni del sisma aquilano, tornano a farsi ammirare la struttura tardorinascimentale a navata unica, la profonda zona absidale, le cappelle, l’ostello, la struttura porticata laterale di servizio alla transumanza, il pozzo, la croce celestiniana. Il cippo tratturale numero 101 si trova a pochi passi, al vertice della vicina rete di recinzione.

Il cippo 101 del Regio Tratturo

Il monumento a Vanzetti

A fianco della chiesa è stato collocato il monumento all’emigrante, realizzato nel 2006 dal maestro aquilano Augusto Pelliccione. Una lapide riporta una frase di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano emigrato e ucciso in America: «Vorrei un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, un insegnamento per ogni cuore, le luci per ogni intelletto». La sacca da viaggio e il bastone da cammino fanno dell’emigrante un personaggio intercambiabile con altri tipici frequentatori dell’altopiano come il pastore e il pellegrino.

Il monumento a Vanzetti

I campi di pietra

Sul retro della chiesa si segue ora il sentiero tratturale, ripulito e molto ben segnalato, che risale a mezza costa tra le rocce e i cespugli in direzione est, al valico del Monte Castellone in località Vernone. La traversata del valico ci fa incontrare le recinzioni con i muretti a secco degli antichi fondi coltivati e degli stazzi. A margine dei campicelli d’altura si scorgono le capanne di pietra costruite dagli agricoltori-pastori per custodire gli attrezzi di lavoro. Questi modesti ricoveri sono ormai rovinati ma in qualche caso si mostrano ancora intatti facendosi ammirare per la loro tecnica costruttiva.

La capanna in pietra a secco

Il piano d’Asèno

Si spalanca ora davanti a noi la conca che ospita l’ampio piano di Asèno. La marcatura del sentiero s’interrompe, ma la sterrata che traversa il pianoro è del tutto evidente.

Il Piano d’Asèno

In bell’evidenza sono i suoi “campi aperti”. L’intero pianoro è suddiviso in strisce di terra che scendono regolari e parallele dai fianchi dei colli verso la strada di fondovalle. Le strisce di terra erano un tempo coltivate a rotazione con le tipiche colture di montagna: i legumi, i cereali, le patate, gli erbaggi. Oggi le incursioni dei cinghiali rendono vana quest’agricoltura e consigliano solo la produzione di erba medica, foraggere, lupinella e crocetta. Ai nostri occhi, comunque, ogni striscia di terra assume un colore diverso da quelle vicine, creando così una straordinaria tavolozza colorata che è diventata il paesaggio agrario tipico del Gran Sasso.

Il Piano d’Asèno visto dall’alto

Il Colle della Cava

Traversato il piano, per proseguire serve un po’ di attenzione all’orientamento. I segni di vernice sul terreno sono scomparsi, sostituiti da rari fiocchetti di plastica annodati ai ginepri. Occorre procedere in direzione nord-est, su una sterrata che risale i colli tenendo sulla destra la recinzione della zona di rimboscamento. S’incontrano altri piccoli pianori coltivati e le opere dell’acquedotto realizzato dalla Cassa per il Mezzogiorno. A un incrocio di sterrate spicca isolato il cippo numero 113 del tratturo.

Il cippo tratturale 113

Giunti di fronte a un piano coltivato di forma allungata, lo si aggira sulla destra senza scendervi e si sale l’altura di fronte lungo un canalino. Siamo al Colle della Cava, a quota 911, obiettivo della passeggiata. Un moderno totem del tratturo si affianca all’antico cippo tratturale numero 117, sotto le chiome di un pino, all’inizio della ripida discesa verso Santa Pelagia.

Il cippo tratturale 117

Il panorama

Il colpo d’occhio dal colle ripaga la modesta fatica compiuta. In basso si distende l’ampia conca di Capestrano percorsa dal tratturo e dalla moderna strada di scorrimento. Il lago di Capodacqua segnala le sorgenti del fiume Tirino. A destra spicca Capestrano sul colle, col vicino convento di San Giovanni. Di fronte è Ofena, con le sue Pagliare e i vigneti che producono vini famosi come il Montepulciano, il Pecorino e il Trebbiano. Sopra Ofena è Villa Santa Lucia. A sinistra si alzano Castelvecchio, Calascio e la Rocca e il suo famoso Castello. E poi la skyline delle grandi montagne dell’Appennino, le creste e le vette delle catene del Gran Sasso e della Maiella, disegnate sulla ‘linea del cielo’. A sinistra il Corno Grande, il Prena e il Camicia. A destra il Blockhaus, l’Acquaviva, Pescofalcone, monte Amaro e il Porrara.

La conca di Capestrano

Di fronte a noi, seguendo il percorso del tratturo, individuiamo il valico di Forca Penne. A destra del valico è la piramide di monte Picca; alla sua sinistra la cresta con le gobbe della Cannatina e della Cappucciata, che prosegue poi verso i monti di Campo Imperatore.

Per approfondire

Le edizioni Exorma hanno pubblicato nel 2015 un magnifico volume collettivo, con un ricco corredo fotografico, dal titolo Abruzzo sul Tratturo Magno, curato da Letizia Ermini Pani. Il sottotitolo “ Borghi Archeologia Paesaggio Architettura Tradizioni Arte Transumanza” esplicita la varietà dei contributi raccolti e le declinazioni disciplinari degli specialisti coinvolti.

Abruzzo sul Tratturo Magno

Ma volumi e convegni produrrebbero effetti limitati senza un lavoro concreto di ricerca sul campo, di riapertura e di marcatura degli antichi tratturi. Questo lavoro è stato meritevolmente svolto dal Gal Gran Sasso Velino grazie a un progetto europeo. I frutti sono ben documentati nella guida “Le vie della transumanza – Guida ai tratturi aquilani fra Gran Sasso e Sirente”, corredata da un’ottima carta in scala 1:40.000, scaricabile anche dal sito Tratturi e Cammini.

Le vie della transumanza

(Ho percorso il tratturo il 17 marzo 2017)