Tuscia. Il villaggio medievale rupestre di Castel Campanile

Castel Campanile. Un promontorio di tufo che affiora e si allunga tra due fossi. Le rovine di un insospettato borgo medievale – le mura, la rocca, la chiesa, le case – insediato su uno zoccolo rupestre rosicchiato da grotte e vie cave. I campi di una vasta tenuta agricola, dove sciamano greggi di pecore, tranquilli bovini ed equini curiosi. Il paesaggio ancestrale della Campagna romana, nell’antico territorio cerite del Patrimonium Sancti Petri e della prima Tuscia suburbicaria.

Il rilievo di Castel Campanile

L’esplorazione di Castel Campanile inizia al Casale del Castellaccio, un accogliente e goloso agriturismo, con le sue festose tavolate e i prodotti biologici in vetrina. Vi arriva in 5,5 km la Via di Castel Campanile che lascia la Statale Aurelia al suo km 30, all’altezza di Palidoro. Parcheggiata l’auto, è corretto segnalare la propria presenza e chiedere il consenso alla visita del borgo a Claudio Lauteri, il proprietario della tenuta, un imprenditore impegnato nella tutela e nella valorizzazione dell’insediamento antico. Scendiamo su una stradina bianca tra i campi al Fosso del Castellaccio, dov’è un fontanile. Scavalcati due cancelli, risaliamo fino alla base della rupe.

La punta meridionale della rupe

Per avere un’idea completa del sito conviene compierne prima il periplo lungo la strada rurale che fiancheggia il lato orientale, aggira la punta meridionale della rupe e s’inoltra nella valletta occidentale percorsa dal Fosso del Tavolato. Si coglie così la diversità dei due versanti, più spoglio e solare il primo, più umido e protetto da una fitta macchia boscosa il secondo. In successione si visita l’insediamento percorrendone il largo sentiero sommitale. Frequenti tagliate nel tufo e sentieri di arroccamento consentono di salire e scendere dalla rupe, ripetendo così il tragitto degli antichi abitanti che dalle abitazioni in alto scendevano alle stalle in grotta, ai laboratori rupestri e agli ipogei di servizio al lavoro agricolo, situati sul fianco della rupe, accanto ai corsi d’acqua.

La torre della porta meridionale

L’ingresso al borgo avveniva tramite la porta sud. Un tempo era una porta ad arco fiancheggiata da due torri. Oggi resta visibile un’imponente muraglia che svela nei suoi fianchi l’anima di grandi conci squadrati e le diverse tecniche edilizie utilizzate per costruirla.

Le mura difensive

Sul bordo meridionale della rupe si stagliano mozziconi delle antiche mura di difesa. Sono realizzate con blocchi di tufo squadrati legati da malta. All’esterno sono rivestite da un paramento a blocchetti.

I resti di un’abitazione

Sul pianoro si osservano i resti di un’abitazione, un edificio parzialmente conservato in altezza e in larghezza. Sono riconoscibili dai rivestimenti i diversi ambienti in pessimo stato di conservazione.

La parete della chiesa

La piccola chiesa si trova nel settore settentrionale, con l’abside affacciata sulla rupe e parzialmente franata. Si conserva una parete alta circa due metri con un doppio rivestimento interno ed esterno la cui trama è formata da pezzame irregolare con blocchi di tufo, conci di arenaria e calcare, laterizi e materiale di risulta. La chiesa risalirebbe all’anno Mille con una dedica al “Nostro Signore Gesù Cristo, al beato apostolo Pietro e alla Beata Vergine Maria”. All’esterno è stato rinvenuto il piccolo cimitero, con fosse rettangolari scavate nel tufo e arrotondate intorno alla deposizione del capo.

La torre ovest

A difesa della zona settentrionale del pianoro sommitale si ergevano due torri, ancora parzialmente visibili, pur se incappucciate da rampicanti. La torre ovest ha pianta quadrangolare ed è chiusa da tre lati. Si vedono le feritoie e i fori quadrati per l’alloggio delle travi di sostegno agli ambienti interni. La torre domina il fossato occidentale ed è amata dai rapaci diurni e notturni.

La grotta della torre

Un terrazzino sulla parete appena sotto la torre ovest è l’atrio sul quale si affaccia una grotta a ferro di cavallo, formata da due camere scavate nella rupe e separate da un muro divisorio risparmiato nello scavo. Le pareti interne sono rivestite di nicchie ad arcosolio, di forma regolare e poste in successione.

L’interno destro della grotta

Sul fondo della camera di destra è un loculo. Una nicchietta sul fronte della parete divisoria ospitava la lucerna che illuminava l’ambiente interno.

Alla base delle pareti di tufo dei due versanti si aprono una trentina di grotte. Molte di esse risultano interrate, parzialmente crollate e comunque non accessibili.

Grotte affiancate sul versante orientale

Le altre si lasciano visitare e mostrano le diverse tipologie di scavo, dalle più semplici, di piccole dimensioni, ad arcosolio, alle più elaborate, con pareti e pilastri divisori o a vani affiancati. Queste grotte svolgevano diverse funzioni: erano stalle e ricoveri notturni per gli animali da lavoro, attrezzate con mangiatoie e lettiere; erano anche laboratori per la lavorazione del latte e la caseificazione o per la lavorazione e la conservazione dei prodotti agricoli; talvolta erano cantine collegate alle abitazioni soprastanti, destinate alla conservazione delle derrate (olio, vino, cereali) e alla custodia degli attrezzi agricoli.

La grotta azzurra

La più interessante è la grotta azzurra, visibile e facilmente accessibile al centro della parete orientale. Il nome le deriva dai resti di un intonaco di colore celestino che riveste tratti di parete e le volte. L’ambiente interno, semicircolare, ruota intorno a un pilastro centrale ed è caratterizzato da una serie di arcosoli regolari e da alcuni loculi.

I loculi interni

Queste caratteristiche fanno ipotizzare una destinazione funeraria, probabilmente più remota di quella medievale e risalente all’epoca romana.

La parete rocciosa del Pizzo del Prete, che fronteggia al di qua del Fosso del Castellaccio il rilievo del Castel Campanile, ospita una cavità destinata a colombaia.

La colombaia di Pizzo del Prete

L’allevamento dei piccioni integrava le altre forme di zootecnia, grazie anche alla sua redditività e all’utilizzo di tutti i prodotti (la carne, le piume, il guano, le uova). Per tali ragioni le colombaie erano generalmente scavate in ambienti inaccessibili o facilmente difendibili dalle intrusioni dei predatori. L’accesso avviene tramite un ripido sentierino e una serie di gradini che portano a un ingresso un tempo chiuso e protetto. I colombi sciamavano attraverso una finestra laterale e occupavano con le loro nidiate circa cinquecento cellette.

La cartina dell’insediamento

La storia di Castel Campanile risale all’anno Mille e si è srotolata nei secoli attestata dalle proprietà che si sono succedute: la famiglia Normanni, fino al Trecento, seguita dagli Orsini, signori di Ceri, Cerveteri e Bracciano, dagli Anguillara a partire dal 1467 e infine dai Borghese fino alla riforma agraria del Novecento. Una storia millenaria, dunque, che ha rischiato di venire umiliata sotto il pattume di Roma, per la progettata realizzazione di una grande discarica a Pizzo del Prete. Scampato il pericolo, grazie a una tenace opposizione popolare, resta l’impegno di conoscenza di visita di questa sconosciuta reliquia della Campagna romana.

La pubblicazione disponibile presso l’Agriturismo

(La visita è stata effettuata il 24 aprile 2017)

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