I Bunker in Albania

Il paesaggio albanese è costellato da una miriade di bunker militari che spuntano simili a funghi, lungo la costa, sulle montagne e intorno alle città. Sono uno dei frutti, velenosi e ingombranti, che la guerra fredda e il regime comunista hanno lasciato in eredità all’Albania.

Nel periodo del suo governo, avviato nel dopoguerra e caduto solo nel 1991, il dittatore Enver Hoxha credette il suo Paese a rischio di un’invasione esterna e decise così di metterlo in sicurezza dotandolo di una rete difensiva diffusa e capillare. Le sue ondivaghe alleanze internazionali, prima con la Jugoslavia di Tito, poi con l’Unione Sovietica di Stalin, quindi con la Cina di Mao Zedong e infine con l’orgoglioso isolamento autarchico, portarono Hoxha a vedere nemici dappertutto, dai paesi comunisti “fratelli” del Patto di Varsavia, all’Italia e alla Grecia del Patto Atlantico. Fu l’invasione della Cecoslavacchia il fattore scatenante che convinse Hoxha ad avviare il programma di bunkerizzazione dell’Albania. Inizialmente le fortificazioni furono costruite solo al confine settentrionale con la Jugoslavia, a quello meridionale con la Grecia e sulla costa che guardava l’Italia. I piccoli bunker furono affiancati da tunnel nei porti, depositi sotterranei di armi, polveriere, postazioni antiaeree. Ma a cavallo tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il programma fu intensificato e la produzione di bunker divenne frenetica, grazie anche al diffondersi di fabbriche specializzate.

Il bunker sul passo di Llogara (1035 m)

Le cupole corazzate, le mura laterali, i tunnel di accesso furono costruiti separatamente e in serie. Si provvedeva poi a trasportarli nei luoghi designati e ad assemblarli in loco. Fu così che l’Albania venne letteralmente ricoperta da un manto di bunker. Quanti siano è impossibile saperlo a causa della distruzione degli archivi. Le cifre che si leggono oscillano da un minimo realistico di 36 mila a cifre incontrollabili di centinaia di migliaia. Quel che però è certo è che la produzione massiccia di bunker, che utilizzava necessariamente ferro e cemento armato, assorbì una parte consistente delle risorse finanziarie statali. Le spese militari misero all’angolo gli investimenti in un Paese che mancava di tutto e in particolare delle infrastrutture per l’energia, i trasporti, l’istruzione e la sanità.

L’accesso posteriore del bunker

Dopo la caduta del regime, la produzione cessò e i bunker – mai utilizzati – rimasero come un ingombrante relitto del passato. Una parte è stata distrutta da bande di zingari o da piccole ditte specializzate, alimentando una micro-economia locale: fatti esplodere e pazientemente picconati, hanno liberato il prezioso metallo, venduto poi alle fonderie. Un’altra parte è stata riutilizzata nelle forme più diverse e fantasiose. Nelle campagne i bunker sono diventati depositi di attrezzi agricoli, magazzini di prodotti alimentari, porcilaie, stalle per gli animali domestici, basi per i filari di viti, distillerie di raki, forni e cucine da campo. Sulle spiagge sono stati creativamente dipinti e sono diventati beach bar, distributori di bevande, cabine spogliatoio, pizzerie e piccoli ristoranti, discoteche, bed and breakfast.

Bunk’Art 2, il museo dell’ex bunker antiatomico di Tirana

Esemplare è il destino del rifugio antiatomico sotterraneo costruito nel centro della capitale albanese. La struttura si trova sotto il ministero dell’Interno su una superficie di oltre mille metri quadrati, e ospita ventiquattro stanze e una sala riunioni. Il rifugio era nato per proteggere la nomenklatura in caso di attacchi chimici o atomici. Oggi il rifugio, la cui entrata è rappresentata da un bunker, è un museo dedicato alla storia delle forze dell’ordine albanesi, dal 1913. Un grande spazio occupa l’esposizione di documenti e materiali relativi a uno dei periodi più bui della storia del paese, quella della Sigurimi, la polizia segreta del comunismo.

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Informazioni su carlofinocchietti

Carlo Finocchietti dirige a Roma un’agenzia europea specializzata nella mobilità accademica internazionale e nel riconoscimento dei titoli di studio esteri. I suoi interessi di ricerca e le sue pubblicazioni si concentrano sull’internazionalizzazione dei sistemi universitari, l’orientamento professionale e i rapporti tra università e industria. Camminatore appassionato e curioso ha esplorato e descritto in diversi volumi intriganti percorsi escursionistici legati alla memoria storica dell’Italia centrale.

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