Romania. La scala delle virtù a Suceviţa

Il Monastero di Suceviţa è uno scrigno d’arte nato sulle rive dell’omonimo fiume e incastonato in uno scenario montano di grande bellezza. All’interno di una cinta di mura, scandita da torri, sorgono la chiesa affrescata e gli ambienti del monastero. Suceviţa fu anche l’ultimo a essere costruito e affrescato nella serie storica dei grandi monasteri della Bucovina. La costruzione risale infatti al 1584, quando i tre fratelli Gheorghe, Ieremia e Simion Moviļa, membri della nuova dinastia voivodale della Moldavia, raggiunta la prosperità economica, vollero emulare il mecenatismo dei loro predecessori. Gli affreschi esterni, eseguiti nel 1595-96, sono opera di un gruppo di artisti diretti dai fratelli Sofronie e Ioan di Pângărați, pittori di icone e miniaturisti.

La scala delle virtù

Il fianco settentrionale della chiesa è decorato da un vasto affresco della Scala del Paradiso. Una scala composta da trenta gradini sale dalla terra fino al cielo. I monaci vi si arrampicano in preghiera. Ciascun gradino rappresenta simbolicamente una delle trenta virtù che il monaco deve coltivare per raggiungere la perfezione spirituale. La salita ascetica è difficile e faticosa: gli angeli accompagnano la progressione virtuosa ponendo la corona della gloria sul capo del monaco vittorioso; Gesù li accoglie nel Cielo e li premia aprendo loro le porte della Gerusalemme celeste. Ma il rischio della caduta è sempre presente, accentuato dalle tentazioni suggerite da una legione di diavoli. Vediamo così monaci strattonati dai diavoli che scivolano e si aggrappano alla scala; altri loro colleghi più deboli non riescono a resistere e precipitano in caduta libera nella gola di Lucifero e degli altri mostri infernali, tra la gioia dei demoni.

Il monaco arriva in cielo

L’affresco è la traduzione iconografica di una celebre opera di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco», risalente al settimo secolo. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant’anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all’incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all’hesychía, alla quiete dell’anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù a essi contrarie.

La caduta

La scala è un itinerario di purificazione che inizia sulla terra (con la rinuncia al mondo, apotagé) e giunge fino al cielo (la carità, agape). I primi sette scalini simboleggiano la rinuncia, il distacco e la xeniteia, seguite dall’obbedienza, la metanoia, il ricordo della morte e il penthos. I sedici gradini centrali rappresentano la lotta del monaco contro i vizi della parte irascibile (collera e dolcezza, rancore, maldicenza, multiloquio e silenzio, menzogna, acedia), i vizi della parte concupiscibile (gola, lussuria, avarizia) e i vizi della parte razionale (povertà, insensibilità, eccesso di sonno e veglia, pusillanimità, vanagloria, orgoglio, bestemmia). Verso l’alto si succedono i gradini della perfezione cristiana, frutto della vita pratica (mitezza e semplicità, umiltà, discernimento e sensibilità spirituale) e dell’unione con Dio (esichia, preghiera, impassibilità, fede, speranza e carità).

L’inferno

(Ho visitato Suceviţa il 20 luglio 2017)

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Romania. Il Giudizio universale di Voroneţ

Il monastero e la chiesa di Voroneţ furono costruiti nel 1488 per iniziativa di Stefano il Grande, voivoda di Moldavia, come ringraziamento per i preziosi consigli ricevuti dall’eremita Daniele. Voroneţ fu un’autentica culla della vita monastica romena. La celebre decorazione pittorica – esterna e interna – della chiesa di San Giorgio è il frutto della ricerca di questa comunità di monaci e della loro abilità pittorica, ispirata da Gregorio Roşca, teologo e studioso delle sacre scritture, metropolita di Suceava e cugino del voivoda Pietro Rareş.

Il monastero di Voronet

Il Giudizio universale affrescato nel 1547 sulla parete esterna occidentale dell’esonartece è un’immensa composizione che si colloca certamente tra i capolavori dell’arte mondiale, come conferma del resto l’iscrizione del monastero nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco.

Il Giudizio universale di Voronet

Il motivato stupore iniziale di fronte alla vastità della scena, alla tavolozza dei colori, all’azzurro dei lapislazzuli, deve poi pazientemente declinarsi nella lettura analitica dell’identità della folla di personaggi che si muove su questo teatro dell’ultimo giorno dell’umanità e nel decifrare la selva dei simboli e delle fonti scritturistiche sottese alle immagini.

Passiamo dunque a scansionare i cinque registri sovrapposti dell’affresco, partendo dagli eventi che si visualizzano in cielo (la seconda parusia del Signore, il Giudice e la corte di giustizia, la preparazione del trono, le schiere dei santi, i popoli a giudizio) per scendere poi sulla terra a visitare i luoghi e a individuarne i protagonisti (la risurrezione dei morti, la pesatura delle anime, il corteo dei beati, il paradiso terrestre, il fiume dell’inferno).

L’Antico di Giorni

L’Antico di Giorni

Nel primo registro in alto compare al centro la raffigurazione dell’Antico di Giorni, ovvero Gesù Cristo il Vecchio, ritratto come un vegliardo con la barba e i capelli completamente bianchi. Il riferimento è la visione del profeta Daniele (7,9): Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana. Anche Giovanni ha una visione simile nell’Apocalisse (1,14): I capelli del suo capo erano candidi, simili a lana candida come neve.

La fine del tempo

Gli angeli arrotolano il cielo

L’apparizione dell’Antico di Giorni è accompagnata da uno stuolo di angeli che arrotolano la carta del cielo. Nel firmamento sono raffigurati i sette cieli, il sole, la luna, le stelle e le costellazioni dei segni zodiacali. Il tempo, con i suoi segni astronomici, è finito. Ha inizio l’eternità. Dietro il velo del Tempo si aprono le porte che svelano l’immagine dell’Eterno.

Il sole, le stelle e i segni zodiacali

Le fonti bibliche di queste immagini sono diverse: Apocalisse 20,11 (Scomparvero dalla sua presenza la terra e il cielo senza lasciare traccia di sé); Gioele 2,10 (Davanti a lui trema la terra e il cielo si scuote, il sole e la luna si oscurano, le stelle celano il loro splendore); Isaia 13,10 (Le stelle del cielo e le loro costellazioni non daranno più la loro luce; il sole si oscurerà al suo sorgere e la luna non diffonderà la sua luce) e 34,4 (I cieli si arrotolano come un libro).

Il giudice e la sua corte

Il giudice e la corte celeste

Nel secondo registro la figura centrale è quella del Giudice. Gesù si manifesta in un varco del Cielo, sprizzante di raggi luminosi, seduto sull’arcobaleno della nuova alleanza. La rapidità della sua seconda venuta è rafforzata dall’immagine delle quattro ruote sotto i suoi piedi, tratta dalle visioni dei profeti Ezechiele (1,15-21) e Daniele (7,9): il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. La duplice sentenza di assoluzione e condanna è simbolizzata dalla mano destra che benedice e dalla mano sinistra che respinge. L’immagine della potenza del giudice è sottolineata dalla presenza delle legioni armate degli angeli.

Il giudice, Maria advocata nostra, gli apostoli e i cori degli angeli

Ai lati del giudice, riverenti e in piedi, sono raffigurati i due avvocati difensori – la madre Maria e il precursore Giovanni Battista – che intercedono per la salvezza dell’umanità risorta. I dodici apostoli siedono su due lunghe panche, fornite di schienale e suppedaneo; il loro compito di giudici a latere è stato prefigurato direttamente da Gesù: Voi che mi avete seguito, quando, nella rigenerazione, il figlio dell’uomo siederà sul trono della sua maestà, siederete anche voi sopra dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele (Matteo 19,28).

La preparazione del trono del giudice

Il trono preparato per il giudice

Nel terzo registro, l’immagine del trono vuoto sta a simboleggiare l’attesa del Cristo giudice. La preparazione (etimasia) del trono è dunque attesa attiva del giudizio. Sul cuscino del trono sono visibili la croce e la tunica di Cristo, la colomba dello Spirito santo e il libro dei Vangeli. Sulla predella è appoggiato il calice che contiene i quattro chiodi della crocifissione. Ai lati del trono vediamo inginocchiati i nostri progenitori, Adamo ed Eva. Puniti per aver trasgredito il comando del Signore e rotta l’alleanza, sono anche i primi a essere perdonati grazie alla nuova alleanza generata dal sacrificio di Cristo. Tra le fonti di quest’immagine va ricordato il Salmo 9 (Ma il Signore siede in eterno, ha preparato il suo trono per il giudizio: governerà il mondo con giustizia, giudicherà i popoli con rettitudine). Nel libro dell’Apocalisse, Giovanni ha la visione del trono del giudizio nelle teofanie dei capitoli 4 e 20 (“Ed ecco, c’era un trono nel cielo, e sul trono Uno stava seduto”. “E vidi un grande trono bianco e Colui che vi sedeva”).

I santi e i beati

Il corteo dei beati

La grande immagine della comunione dei santi si sviluppa a sinistra su tre registri sovrapposti. Il lungo corteo di beati che incede verso il Cielo è guidato dall’apostolo Pietro che apre con le sue chiavi la porta del Paradiso e v’introduce l’apostolo Paolo seguito dagli altri apostoli e dai patriarchi biblici. Tra questi si riconoscono Mosè e i re David e Salomone.

I gruppi di beati

I santi sono raggruppati nei diversi ordini della tradizione bizantina: i profeti, gli alti prelati e i teologi, i martiri, gli asceti, i re giusti, le donne martiri e sante.

I beati

Spiccano alcune figure care alla devozione ortodossa: la regina Elena con il figlio, l’imperatore Costantino, Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno, il vescovo Spiridione, l’anacoreta Onofrio.

Mosè e gli Ebrei

Mosè presenta Cristo agli Ebrei

Al giudizio divino si presentano gli Scribi, i Farisei e tutto il popolo ebreo. Mosè – che ha consegnato loro le tavole della legge antica – li precede e indica loro col dito il Cristo giudice. Il cartiglio che ha in mano ricorda un versetto tratto dal libro del Deuteronomio: Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto (Dt 18,15). L’annuncio mosaico del Messia provoca scompiglio tra gli Ebrei: alcuni si tirano la barba, altri urlano e reagiscono scompostamente.

Il giudizio dei popoli

I popoli a giudizio

Presenza originale nell’affresco di Voroneţ è il corteo dei popoli che attendono di essere giudicati e che sono raffigurati separatamente alle spalle del popolo ebreo. Questi popoli sono ben riconoscibili poiché raffigurano volti stranieri, talvolta ostili ma comunque noti alla popolazione moldava e fedi diverse da quella ortodossa. Il primo gruppo è quello dei Turchi, seguito da quello dei Tartari; in successione si vedono gli Armeni, guidati da una figura monastica; chiudono il corteo gli “Arabi”, popolazioni africane dalla pelle nera. Il senso di queste presenze va ricercato nell’universalità del giudizio, al quale saranno chiamate tutte le genti, gli ebrei e i pagani. La fonte è il vangelo di Matteo (24,30): Allora comparirà in cielo il segno del Figlio dell’uomo e allora si batteranno il petto tutte le tribù della terra, e vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria.

La morte del giusto e del peccatore

La morte – il primo dei quattro Novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) – è ricordata a Voroneţ con la duplice scena della morte del giusto e di quella del peccatore, intervallate dalla figura del re David. L’uomo giusto, vestito di bianco, spira disteso per terra, con le braccia incrociate sul petto; dalla sua bocca esce l’anima, una figurina bianca che viene raccolta dall’angelo custode che assiste al trapasso. Il peccatore giace invece sul suo lussuoso letto di morte, fornito di coltri e di cuscino; tre diavoli lo attorniano, lo trapassano con la spada e cercano di trascinarne via il corpo avvolto nella coperta; il suo angelo non può che confermare il verdetto negativo sulla sua vita e lo infilza con un forcone. Al centro spicca la figura del re Davide, rappresentato nell’atto di suonare la cobza, uno strumento musicale moldavo simile al mandolino. La fonte scritturistica di queste immagini è il Salmo 36, opera del re Davide, nel quale la sorte dei giusti è contrapposta a quella degli empi: “Oracolo del peccato nel cuore del malvagio: non c’è paura di Dio davanti ai suoi occhi; perché egli s’illude con se stesso, davanti ai suoi occhi, nel non trovare la sua colpa e odiarla. Le sue parole sono cattiveria e inganno, rifiuta di capire, di compiere il bene. Trama cattiveria nel suo letto, si ostina su vie non buone, non respinge il male. (…) Riversa il tuo amore su chi ti riconosce, la tua giustizia sui retti di cuore”.

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

Al suono della tromba i morti si rianimano; risorgono dalle loro tombe e sono restituiti dalla terra, dal mare, dalle fiere terrestri e marine. La specificazione dei morti sulla terra e degli annegati in mare ha la sua fonte nell’Apocalisse (20,13): Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. La Terra è personalizzata da una figura femminile che ha sul capo l’abete di un bosco e regge in mano un sepolcro con un risorgente. Dai sarcofaghi i morti si sollevano ancora rivestiti dai sudari bianchi e si rivolgono a mani giunte verso il giudice. Le bestie carnivore restituiscono i poveri resti degli uomini divorati. Nel bestiario spiccano due draghi alati, un elefante, un leone, un lupo, un orso, un’anatra e un lungo serpente. Ma spicca anche il cervo, biblica figura dell’innocenza e simbolo cristiano.

La risurrezione dei morti in mare

Il mare, raffigurato come un grande lago, ricorda il Mar Nero. Esso è personificato in una donna che ha una banderuola e un veliero tra le mani ed è seduta sul dorso di un cetaceo. Tra le acque si riconoscono i profili delle balene, di una piovra e di un serpente marino, oltre alle sagome di pesci più diffusi e familiari. L’ombra di un annegato riemerge tra le onde. Altri resti umani sono vomitati dai grandi predatori marini. Curiosa la scena degli uccelli schierati sulle rive marine e pronti a catturare pesci con i loro lunghi becchi.

La pesatura delle anime

La psicostasia

Sotto il trono dell’Etimasia spunta la mano di Dio che regge una bilancia a doppio piatto. Un uomo nudo simbolizza l’anima che si sottopone al giudizio individuale. Il suo angelo custode riempie il piatto della bilancia con le opere buone compiute in vita. Una piccola folla di diavoletti neri si affanna a porre sull’altro piatto della bilancia l’elenco delle opere cattive. Altri tentano di frodare con l’uncino l’esito della pesatura, favorevole al giudicato. I condannati sono scortati dai diavoli e sono condotti in catene verso l’Inferno. Il contrasto tra il Bene e il Male è plasticamente reso dal combattimento tra l’arcangelo Michele e il diabolico Satana.

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. La porta è ancora chiusa e vigilata da un cherubino armato, eco della Genesi (3,24): Scacciò l’uomo e pose a oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada guizzante, per custodire la via all’albero della vita. In attesa che Pietro ne riapra le porte, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso di portarlo seco in paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe, entrambi con le anime dei giusti nel grembo. Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero al centro del giardino nella cui chioma compare il mezzobusto di una figura imberbe vestita di bianco. Tra gli alberi del Paradiso oltre all’albero della conoscenza del bene e del male, ci sono il fico, la vite, il cedro, il cipresso, la palma, l’ulivo.

Il fuoco dell’Inferno

Il fiume infernale

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo, citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Il grande lago di fuoco alimentato dal fiume scompare nell’abisso aperto sulla crosta terrestre. Anche questa immagine ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un angelo che trascina per la barba un dannato: si tratta dell’eretico Ario. Lo stesso angelo infilza un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

Lucifero e i dannati

Sul fondo del lago Lucifero troneggia seduto su un drago multiteste. Intorno a lui ruotano i grandi peccatori: Maometto II, il sultano ottomano che assediò e distrusse Costantinopoli; gli imperatori iconoclasti; Giuda, l’apostolo traditore; Caifa, il fariseo ingiusto giudice di Gesù; Erodiade che chiese e ottenne la testa di Giovanni Battista.

Francia. I tre vivi e i tre morti di Carennac

A Carennac (Lot), in un edificio conventuale prossimo al chiostro abbaziale, attualmente di proprietà privata, è stato scoperto nel 1977 un dipinto murale con una versione quattrocentesca della leggenda medievale dei tre vivi e dei tre morti. Nella tradizione letteraria di genere, tre nobiluomini a cavallo, impegnati in una battuta di caccia, incontrano sulla strada dei revenant, tre cadaveri ‘viventi’ di orribile fattezza. La visione è ammonitrice e il messaggio trasmesso dai tre morti (“siete come noi eravamo; sarete come noi siamo”) vuole convincere gli spensierati a condurre una vita virtuosa.

Le dit des trois morts et de trois vifs à Carennac

Nel dipinto la scena è ambientata a un incrocio di strade, nei pressi di una croce stazionaria (o un calvario). Il paesaggio è invernale, segnato da alberi spogli sullo sfondo di città fortificate, torri e mulini. I tre revenant occupano lo spazio di destra. Il primo ha i tipici connotati della morte: uno scheletro, con la corona di regina, che scocca dardi mortali dal suo arco. Il secondo indossa un sudario a brandelli e impugna la falce livellatrice. Il terzo, dal colore scuro di mummia, è un cadavere in putrefazione che mostra le sue viscere divorate dai vermi.

A sinistra sono ritratti i tre cavalieri. Hanno copricapi, mantelli e abiti eleganti. Cavalcano animali di colore scuro, forniti di gualdrappe ricamate e finimenti di lusso. L’apparizione dei morti viventi crea in loro reazioni psicologiche e comportamenti differenti. Il primo cavaliere a sinistra ha una reazione inorridita e fa scartare il cavallo verso una rapida fuga. Il secondo cavaliere è molto spaventato e resta bloccato sulla sua cavalcatura; ritrae lo sguardo dall’apparizione e con la mano compie una benedizione o uno scongiuro. Il terzo cavaliere resta calmo, volta il suo cavallo e sembra sostenere orgogliosamente impassibile la provocazione che di fronte.

Francia. Il sentiero-balcone tra Loubressac e Autoire nel Lot

Questa bella escursione sui colli tra Loubressac e Autoire ci aiuta a scoprire tutti i valori caratteristici del Lot, il dipartimento francese nella regione del Midi-Pyrénées. Il percorso scopre in successione due borghi di charme, premiati dal marchio “les plus beaux villages de France”; un paesaggio di boschi e pascoli che ospita razze bovine e ovine di pregio; una falesia percorsa da un’ardita cengia che ospita una rocca del tutto inaspettata; la freschezza di una spettacolare cascata.

L’area dell’escursione

Ci muoviamo nella fascia di territorio compresa tra il fiume Dordogna e il parco naturale Les Causses du Quercy.

Il castello di Loubressac

Il punto di partenza è Loubressac, arroccato su un promontorio dal cui belvedere si può godere l’ampio panorama della valle della Dordogna e di tutti i castelli nei dintorni. Loubressac offre ai visitatori il fascino del castello, delle sue case medievali di pietra ocra e con i caratteristici tetti appuntiti e delle sue dimore signorili.

Il portale della chiesa di San Giovanni Battista

La chiesa di San Giovanni Battista ha un portale scolpito che fu preso a martellate dai protestanti nel 1572. Il timpano mostra ancora una crocifissione, affiancata dal giudizio di Pilato e dal volto di Giuda che ha la scarsella dei trenta denari appesa al collo. Sui piedritti spiccano le conchiglie del Cammino di Santiago.

Gregge in riposo

Lasciamo Loubressac seguendo strade secondarie, sentieri protetti da muretti di pietre a secco, stradine di campagna, che alternano tratti di bosco ad ampie radure a pascolo, popolate da greggi di ovini e tranquille mandrie di bovini dalla pelle marrone.

Un’azienda agro-pastorale

Giungiamo al villaggio di Siran. Un’azienda agropastorale, che offre anche un punto di sosta e ristoro, ci ricorda che dalle capre d’angora allevate in questa zona si ricava la pregiata lana detta mohair.

Belvedere su Autoire

L’escursione diventa qui un autentico sentiero-balcone, molto frequentato dal popolo dei randonneur. Ne viviamo i suoi momenti più emozionanti. Dal belvedere sulla valle che ha Autoire al suo sbocco, si percorre una stretta cengia che traversa tutta la falesia e supera le rampe più scoscese con l’aiuto di scale di ferro.

La discesa nella falesia

Si scopre la visione dall’alto della cascata alla testata della valle, generata dalle acque del torrente che dà il nome al villaggio.

La cascata del torrente Autoire

La cengia trova la sua sorprendente conclusione nel Castello degli Inglesi, una rocca costruita a picco sulla parete. Il fortino risale al tredicesimo secolo e servì da riparo alle compagnie armate inglesi durante la guerra dei Cento Anni.

Il Castello degli Inglesi

Un sentiero scende ora nel solco della valle e raggiunge la strada sul fondo. Si può così raggiungere la cascata e goderne lo spettacolo dal basso. Il paesaggio è dominato dalla parete rocciosa che abbiamo appena percorso.

La falesia vista da Autoire

Giungiamo infine a Autoire, piccolo centro gode anch’esso del marchio di Les Plus Beaux Villages de France. L’amenità del sito convinse le agiate famiglie di Saint-Céré a costruirvi le loro residenze estive e case di vacanza. Si spiega così l’addensamento di “châteaux”, “manoirs”, “gentilhommières” e “belles maisons paysannes”, con i tetti di lose e le colombaie sulla sommità delle torri.

Il Castello di Autoire

Una citazione merita almeno il turrito Château del Limargue, dimora del “sieur” Lafon, fatto cavaliere da Carlo VIII.

Un antico tetto di lose

(Ho percorso il sentiero il 3 luglio 2017)

 

 

Francia. Il villaggio abbandonato di Barrières

L’hameau di Barrières è un autentico monumento della pietra a secco. Dopo il suo progressivo abbandono nel corso del secolo scorso non ha subito modifiche significative pur cadendo inevitabilmente in rovina. Costituisce dunque un unicum nel Quercy perché è una testimonianza integra della vita agro-pastorale del passato. La sua esistenza e le sue attività sono in parte legate al Priorato Saint-Jean des Fieux (1297-1624), localizzato a meno di un km dal villaggio. Collocato all’incrocio di tre strade, la frazione di Barrières comprende una dozzina di abitazioni interfacciate con le loro dipendenze agricole (cantine, porcilaie, fienili, ovili). Le ragioni del suo abbandono risalgono allo spopolamento delle campagne provocato dalla crisi dell’agricoltura di fine Ottocento e poi dalla Grande Guerra (1914-1918). Nel 1911 gli abitanti del villaggio erano ancora una cinquantina, in maggioranza coltivatori e allevatori. Nel 1946 essi si erano ormai ridotti a due. L’ultima nascita, quella di René Pouzalgues, risale all’agosto del 1926. E la sua ultima abitante, morta nel 2001, si chiamava Victoria Treil.

Veduta dall’alto

Il villaggio è una delle frazioni di Miers, comune del dipartimento del Lot, nella regione del Midi-Pyrénées. La visita permette di apprezzare la solidità e l’integrità degli scheletri degli edifici, costruiti a secco con le pietre del calcare del Quercy. Sono invece crollate le coperture dei tetti, sostenute da travi di legno che non hanno retto all’usura del tempo.

La strada basolata

La passeggiata tra le rovine può seguire l’asse della strada principale del villaggio, i cui basoli di pietra sono ancora visibili. Con brevi deviazioni si possono osservare le reliquie della vita quotidiana del tempo. La casa di Pierre Grimal, ad esempio, mostra ancora la grande cucina con le pareti del camino e il lavabo dell’acqua.

La casa Grimal

Casa Grimal ha alle spalle la stalla di famiglia ed è affiancata da una grande aia lastricata, dove giocavano i ragazzi, si batteva il grano e si seccavano al sole gli ortaggi e la frutta.

L’aia lastricata e la grangia con la porta architravata e la finestra di aerazione

Due edifici più piccoli, accanto all’aia, erano le grange con i depositi di fieno di Jean Brel e Armand Pouzaigues.

Il locale del forno

Il forno del villaggio è quasi completamente in rovina, ma sull’unica parete rimasta ancora in piedi, pur se interrata, è ancora visibile la cella di cottura del pane.

La scala di accesso al fienile

Le stalle dei bovini e gli ovili erano sul fondo del villaggio, addossati ai muretti di confine. Si può ancora osservare un edificio diruto a due piani, munito di scala esterna per l’accesso al fienile superiore; l’ambiente al piano terra era una stalla o un ovile.

Un orto recintato

I campi erano adibiti prevalentemente a pascolo degli animali. Si riconoscono ancora le parcelle di campi a seminativo, qualche orto e giardino.

La grangia a due piani

L’edificio più spettacolare perché ancora integro e con il tetto a spiovente è la lunga grangia a due piani, costruita sfruttando con intelligenza il naturale dislivello del terreno. L’accesso anteriore apre lo spazio del piano alto, destinato a pagliaio. La porta laterale dà invece accesso al locale basso, utilizzato probabilmente come ovile.

Il pozzo del villaggio

Il villaggio disponeva dell’acqua necessaria alla vita degli abitanti grazie a tre pozzi distribuiti tra le case.

L’abbeveratoio

Gli animali utilizzavano le vasche per l’abbeverata, con l’accesso a scivolo, costruite negli immediati dintorni del villaggio. Le vasche sfruttavano piccole sorgenti naturali che alimentavano le piscine d’acqua.

La ricostruzione didattica di una capanna circolare

Oggi il villaggio di Barrières è di proprietà pubblica. L’associazione culturale Racines, con il concorso del Parco naturale Causses du Quercy e degli enti locali, ne cura la manutenzione, la valorizzazione e l’animazione a favore delle scuole e dei turisti. Sono stati attivati alcuni cantieri-scuola per la ricostruzione didattica dei muretti e di una capanna circolare. La visita di Barrières può combinarsi al percorso dei Dolmen e alla visita dell’Archeosito dei Fieux.

La mappa del villaggio

(Ho visitato Barrières il 4 luglio 2017)

Francia. Il paesaggio della pietra a secco nei Causses du Quercy

Siamo nel Midi francese. Qui, nel parco naturale regionale dei Causses du Quercy, il paesaggio della pietra a secco è stato modellato dalle antiche pratiche agricole di scasso dei terreni, di dissodamento delle aree incolte, di spietramento dei seminativi, di recinzione delle parcelle, di costruzione di capanne o edifici rurali di servizio.

I muretti

Un muretto di confine

Onnipresenti nel territorio sono i muretti di pietra a secco (murets, murailles) che definiscono il confine dei fondi. La densità del reticolo dei muretti testimonia ancora oggi l’evoluzione che nel tempo hanno avuto la gestione fondiaria, la trasmissione delle eredità familiari e la varietà stessa dei terreni e delle colture. L’espansione demografica della prima metà dell’Ottocento e l’irradiarsi delle colture sui terreni ancora liberi favorirono la costruzione dei muretti di pietra con diverse finalità: per accompagnare, ad esempio, il percorso dei tratturi, collegare i villaggi, delimitare gli spazi delle grange e delle fattorie, individuare le sorgenti e i fontanili.

I cayrous

Un cayrou evoluto nei campi dei Fieux

Associati ai muretti sono i cayrous, ovvero i mucchi di pietre o le macere, frutto dell’ossessivo lavoro di spietramento dei campi da arare. Si tratta spesso solo di mucchi di pietre posti a margine dei campi, ma in altri casi sono organizzati in forme elementari, gradinati con pietre sporgenti oppure dotati di nicchie e vani interni usati per il canile. L’abbandono dei campi ha comportato il deteriorarsi di queste pierriers, la colonizzazione delle coperture da parte della vegetazione e il loro smembramento per nuove costruzioni.

Bories, caselles, gariotes, cabanes

Una capanna in pietra a secco nel Lot

Conosciute con una pluralità di denominazioni, le capanne costruite con la pietra a secco, senza legante, sono una presenza diffusa nel Midi francese e in particolare nel Parco e nei paesi della Dordogna. Queste testimonianze di architettura spontanea possono alzarsi su una base quadrangolare o rotonda, avere il tetto a forma di cono o di campana, misurare altezza e diametro più o meno significativi, ma in ogni caso hanno pareti costruite con pietre sbozzate e hanno tetti di lauzes (le lose, piccole lastre di ardesia).

Una cazelle del Lot

Le capanne erano frequenti negli antichi vigneti, dove fornivano un riparo temporaneo ai vignaioli (e in questo caso erano dotate all’interno di banco e sedili di pietra sporgente) o servivano da rimessa degli attrezzi da lavoro o, ancora, fungevano da cantina, custodendo i tini, le botti e le attrezzature per la viticoltura e l’enologia.

Una cazelle à Saint-Martin-Labouval, sulla Dordogna

Altri usi diffusi erano quelli di stalla per gli animali domestici (i polli, il maiale, l’asino, la capra e le pecore) o di vera e propria abitazione, sia temporanea che permanente. In questi casi la capanna era più ampia, dotata di almeno una finestra e di un lucernaio in alto, oltre che di giaciglio e nicchie per gli alimenti e gli oggetti domestici.

La capanna di Nouel

La Caselle di Nouel

La capanna di Nouel è una delle più belle del Quercy. Costruita nel 1850, ha una superficie di quindici metri quadri, un diametro di cinque, la circonferenza esterna di ventidue. I suoi 5,45 metri di altezza ne fanno la più alta della regione. Assai caratteristica e rara è la forma appuntita del tetto.

La colombaia

Pigeonnier a Rocamadour

Le colombaie (o piccionaie) sono una presenza costante sia nei borghi che nelle campagne. L’allevamento di piccioni era altamente redditizio perché forniva le uova per l’alimentazione, le piume per i giacigli, la carne per la cucina, il guano per concimare i campi. Le colombaie occupano solitamente la parte superiore delle caselle di pietra; hanno una finestrella d’accesso riservata ai soli piccioni e l’interno strutturato a nicchiette sovrapposte per ospitare i nidi. Si cercava con queste soluzioni di proteggere una risorsa preziosa dagli appetiti degli animali predatori e dalle incursioni dei ladri.

La casa del pastore

Casa, ovile e colombaia a Loubressac

Una caratteristica architettura della zona è la bergerie, costituita da due parallelepipedi accostati, di cui uno, il più ampio, fungeva da abitazione e laboratorio caseario del pastore, e il secondo, più basso, da ovile.

Il villaggio di Breuil

Le Cabanes du Breuil

Un bell’esempio di villaggio in pietra è costituito dalle “Cabanes du Breuil”. Queste erano edifici rurali a servizio di una fattoria agricola di Saint-André-d’Allas, situata nella frazione di Calpalmas. Costruite in pietra a secco su base circolare con i caratteristici tetti conici a punta, rivestiti di lose, le bories formano un agglomerato di pregio e costituiscono un curioso e affascinante museo privato.