Monastero di Cozia. Il Giudizio universale

In Romania, la valle che accoglie il medio corso del fiume Olt ospita una serie di monasteri espressione della migliore arte valacca. Il Monastero di Cozia, in particolare, fu fondato nel 1386 dal voivoda della Valacchia, Mircea il Vecchio, ed è ancor oggi molto visitato e animato da una comunità di monaci ortodossi. Il monastero racchiude una splendida chiesa che conserva forme e stili propri dell’architettura religiosa dell’Oltenia dal Trecento al Settecento. Alla chiesa originaria fu aggiunto nel 1706 un elegante nartece a logge con un ampio affresco che descrive il Giudizio universale.

Il nartece della chiesa di Cozia

La composizione dell’affresco ripete il modello consueto dei Giudizi bizantini, fissato nel canone che ha reso celebre Voroneţ, ma presenta anche alcuni particolari originali, frutto di un’ampia conoscenza delle fonti scritturistiche.

Il trono del giudice

La preparazione del trono

Il Cristo scende dall’empireo sulle ruote alate della visione di Ezechiele e si apre un varco nel firmamento che gli angeli stanno già arrotolando a significare la fine del tempo. Sotto di lui è pronto il trono, con la colomba dello spirito e le arma Christi, dove egli siederà per giudicare l’umanità. Al trono fanno corona i nove cori degli angeli, i progenitori Adamo ed Eva in ginocchio e i dodici apostoli seduti sugli scranni del tribunale celeste. Spicca poi la presenza originale di due gruppi di pellegrini e di invalidi che procedono verso il trono con l’ausilio di bastoni e stampelle. Viene qui richiamata la pagina del vangelo di Matteo: “i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. (…) Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11).

La cattura dell’Anticristo

L’Anticristo e i suoi seguaci

Sul versante “infernale” dell’affresco spicca evidente l’originale inserzione della scena dei due diavoli che catturano un personaggio di rango, venerato da seguaci in ginocchio. Si tratta dell’Anticristo la cui apparizione negli ultimi giorni è profetizzata più volte nelle Scritture e in particolare nel Vangelo di Matteo.   «Al monte degli Ulivi poi, sedutosi, i discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Di’ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”. Gesù rispose loro: “Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno. E sentirete di guerre e di rumori di guerre. Guardate di non allarmarvi, perché deve avvenire, ma non è ancora la fine. Si solleverà infatti nazione contro nazione e regno contro regno; vi saranno carestie e terremoti in vari luoghi: 8ma tutto questo è solo l’inizio dei dolori. Allora vi abbandoneranno alla tribolazione e vi uccideranno, e sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome. Molti ne resteranno scandalizzati, e si tradiranno e odieranno a vicenda. Sorgeranno molti falsi profeti e inganneranno molti; per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato» (Mt 24, 3-13). Questa immagine dell’Anticristo richiama un’altra pagina delle scritture, tratta dalla seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio» (2Ts 2,3-4).

I dannati

Il fiume di fuoco

L’Inferno è raffigurato come un fiume di fuoco che nasce ai piedi del Cristo e si riversa nella gola del Leviatano infernale. L’immagine del fiume riproduce una citazione del profeta Daniele (7,10): Un fiume di fuoco sgorgava e colava davanti al trono. Anche l’immagine del lago di fuoco nella gola del drago ha radici bibliche ed è una visualizzazione di un versetto dell’Apocalisse (12,16): E la terra aprì la sua bocca e assorbì il fiume che il dragone aveva gettato dalla sua bocca. Nella parte alta del fiume vediamo un reprobo che chiede ardentemente una stilla d’acqua per la sua lingua riarsa: è il ricco Epulone della parabola lucana che espia la sua mancanza di carità verso il povero Lazzaro.

L’Inferno

Sul fondo Lucifero troneggia seduto sui grandi peccatori: ha in mano la coppa d’oro “degli orrori e delle immondezze della prostituzione di Babilonia” e in grembo Giuda, parodia del paradisiaco seno di Abramo. Tra i gruppi di dannati trascinati dalla corrente del fiume di fuoco, accanto agli abituali farisei e ai re tiranni, il pittore ha inserito i commercianti e gli artigiani disonesti: vediamo il falsario con la sua bilancia, l’oste con la botte del vino annacquato, il mugnaio con la macina appesa al collo.

Il giardino del Paradiso

Il giardino del Paradiso

Il Paradiso è descritto come un giardino edenico racchiuso nelle mura della città celeste. In attesa che Pietro ne apra le porte, introducendovi gli eletti, il giardino è già abitato da alcune presenze significative. Vediamo Maria, la madre di Gesù, seduta su un trono e servita dagli angeli. Segue poi il buon ladrone Disma, cui Gesù in punto di morte ha promesso il paradiso. Vediamo poi il patriarca Abramo che ha in grembo l’anima del povero Lazzaro, come attestato dal Vangelo di Luca (16,22): Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Il patriarca è affiancato da Isacco e Giacobbe. Originale ma non sorprendente è la presenza del gruppo delle cinque vergini con le lampade accese, allusione alla parabola inserita dall’evangelista Matteo nel discorso escatologico di Gesù: Giunse lo sposo. Quelle che erano pronte entrarono con lui nella sala del festino, e fu chiusa la porta. Più tardi, giunsero anche le altre vergini dicendo: ‘Signore, signore, aprici!’. Ma egli rispose: ‘In verità vi dico: Non vi conosco’. Vegliate, dunque, perché voi non sapete né il giorno né l’ora (Mt 25, 1-13). Il giardino recintato del Paradiso mostra un ricco parco botanico, nel quale le piante assumono anche un ruolo di simbolo. Il più evidente tra questi è Cristo Albero della Vita: si tratta dell’albero tripartito al centro del giardino nella cui radice compare il volto del Salvatore.

La chiesa del monastero di Cozia

(Ho visitato Cozia il 23 luglio 2017)

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Al Sacro Monte Calvario di Domodossola

Domodossola – la domus dell’Ossola – è il centro principale della Val d’Ossola in Piemonte. Di origine medievale, grazie alla sua posizione strategica, ha favorito un intenso scambio con i popoli al di là del confine, attraverso importanti valichi alpini come il passo di Antrona, il passo del Monscera e soprattutto il passo del Sempione che la mette in comunicazione con Briga e la Valle del Rodano. Una piccola riserva naturale alle porte della città protegge il colle della Mattarella e il Santuario del Santissimo Crocifisso, ribattezzato monte Calvario. L’idea di edificare su questo colle un complesso monumentale come segno di devozione a Cristo si deve a due frati del convento dei cappuccini di Domodossola. I lavori iniziarono nel 1657 con il contributo in denaro e in giornate lavorative della gente ossolana. Dopo anni di abbandono, nel 1985 prese vita un progetto di restauro e valorizzazione a cura di soggetti pubblici e privati, all’insegna del motto “restituant nepotes montem quem sacrum voluerunt patres” (restaurino i discendenti quel monte che i padri vollero sacro).

La quinta cappella

Nel 1991 la Regione Piemonte vi ha istituito una Riserva naturale speciale e nel 2003 è giunto il riconoscimento dell’Unesco con l’inserimento nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Oltre all’interesse religioso e storico-artistico, la salita al Sacro Monte offre l’occasione per attraversare bellissimi boschi centenari di castagno, quercia e frassino. Da questo avamposto naturale si gode una stupenda veduta su Domodossola e sulla corona dei monti intorno. La breve passeggiata al sacro Monte può essere prolungata con la visita alle frazioni vicine, monumento vivente alla civiltà montanara.

L’itinerario

La sesta cappella

Si parte dal centro storico di Domodossola, il “borgo della cultura”. Dal collegio Mellerio Rosmini, di fronte al monumento ai caduti e alla chiesetta della Madonna della Neve, si seguono la Via Rosmini e la successiva Via Matterella. In fondo a quest’ultima ci sono le prime cappelle e i pannelli informativi sul Sacro Monte e sulla Riserva naturale. Qui inizia l’antica strada acciottolata, la “via regia” per il Calvario. Si tratta di una Via Crucis con quindici stazioni in altrettante cappelle, di cui dodici esterne e tre interne alla chiesa. La prima cappella – Gesù davanti a Pilato – risale al 1900 e sostituisce la cappella settecentesca adibita a deposito di polvere da sparo ed esplosa nel 1830. La seconda cappella – Gesù prende su di sé la croce e si avvia alla salita – è interessante dal punto di vista artistico per le tredici statue di Dionigi Bussola. La terza cappella – Gesù cade per la prima volta – è stata l’ultima a essere costruita, nel 1907, e contiene un notevole scenario in muratura. La quarta cappella è di notevole pregio artistico, con il gruppo plastico di Bussola che rappresenta l’incontro di Gesù con la madre. La quinta cappella, in stile neoclassico, con pianta circolare e tetto a cupola, contiene statue lignee e affreschi con l’episodio del Cireneo. La sesta cappella rappresenta con statue lignee la scena dell’incontro di Gesù con la Veronica.

La settima cappella

La seconda caduta di Gesù e il suo incontro con le donne di Gerusalemme sono gli episodi delle cappelle settima e ottava, rappresentati nel gusto popolare barocco del Seicento. Le statue della cappella nona – la terza caduta di Gesù – sono opera del barnabita Rusnati, allievo del Bussola. Il Rusnati ha lavorato anche nella decima cappella, che rappresenta la spogliazione del Cristo.

L’undicesima cappella

Grandiosi fondali della metà del Settecento si trovano anche nella cappella undicesima (la Crocifissione). Le statue del Cristo spirante in croce e della sua deposizione (stazioni dodicesima e tredicesima) si trovano all’interno del Santuario: sono opera del Bussola e sono giudicate le migliori di quelle da lui eseguite. La quattordicesima cappella si trova sotto il piano del Santuario ed è dedicata al Cristo morto. Vi è anche una quindicesima cappella, detta del Paradiso, situata fuori del santuario, poco più in alto: nove statue in cotto del Rusnati rappresentano la scena della Resurrezione.

L’incontro di Gesù con la Veronica

Per approfondire

La visita può essere preparata sul web consultando il sito curato dai Padri Rosminiani dell’Istituto della Carità che contiene un’eccellente descrizione della Via Crucis.

La mappa del Sacro Monte

Un inquadramento generale dei Sacri Monti e dei luoghi santi ricostruiti nelle regioni italiane è fornito dal volumetto dello storico Franco Cardini intitolato Andare per le Gerusalemme d’Italia. La Riserva naturale speciale, creata dalla Regione Piemonte, dispone di un proprio sito informativo. Anche il centro di documentazione europea sui Sacri Monti dispone di un buon sito informativo attraverso il quale si possono consultare e scaricare integralmente i libri e la rivista. Si segnala anche la rete dei percorsi transalpini italo-svizzeri del progetto CoEur – “Nel cuore dei Cammini d’Europa, il sentiero che unisce”.

Domodossola vista dal colle

(Ho visitato il Sacro Monte il 5 novembre 2007)

Abruzzo. L’Eremo di San Michele e la festa della transumanza

Giorno di festa all’eremo. Va in scena la transumanza. Ci sono i pastori e gli allevatori per l’escursione con pecore e buoi. E poi gli stand gastronomici, le donne in costume che raccontano i mestieri tradizionali, il caseificio didattico, il mercatino, la musica. Arrivano a frotte gli ospiti scesi a Pescocostanzo dal treno speciale partito da Sulmona. Li accoglie un po’ di pioggia, ma poco male. Presto tornerà il sole.

Il Vallone delle Masserie

Siamo sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, nel Quarto Grande, compreso tra i monti Rotella e Pizzalto. La strada del Vallone delle Masserie si stacca dalla Statale 84, nel tratto che collega Pescocostanzo e la Stazione di Palena, all’altezza del caratteristico Pizzo di Coda, estrema propaggine meridionale del monte Pizzalto. Con direzione nord-ovest la strada segue la base del Pizzalto, sfiora l’eremo di San Michele e confluisce dopo 4 km nella strada per il Bosco e l’Eremo di Sant’Antonio. Sulla destra sfila la successione delle masserie del Quarto Grande, talvolta trasformate in agriturismi, che testimoniano la storica vocazione di questa valle per il pascolo e per l’allevamento dei bovini e degli ovini, grazie anche alla ricchezza di fonti.

Pescocostanzo e il Quarto Grande

Le antiche regole del pascolo

L’intera valle è percorsa dal Fosso La Vera e da un fitto reticolo di strade, sterrate e tratturi che collegano le masserie di valle, gli stazzi in quota e i recinti dei campicelli d’altura. Il Liber Jurium conservato dal Comune di Pescocostanzo riporta le regole stabilite nel 1699 con la mediazione dell’Abate Penna di Montecassino sulle ‘poste’ pascolative. Nella posta di Roberto, quella di Pizzo di Coda, è stabilito, “secondo il solito, di far riposare le pecore, che passano per una notte solamente alla faccia della montagna verso questa terra, e la mattina dette pecore farle passare pedicagna pedicagna, cioè vera vera, da dove vi sia la strada pubblica, conforme ci è stata anticamente per comodità di chi passa tanto da cittadini, quanto de forestieri con animali grossi, e minuti, e che non si possa impedire li bovi, che arano li territori, che ivi vi sono secondo il solito; verum che senza altri animali vi possano andare a pascolare, fuorché quelli, che vorrà il compratore; e che non possa impedire il legnare ed estraere legna con animali di chi vorrà. E salva la giurisdizione in beneficio dell’Università delli danni dati; e che li poveri possano secondo il solito andare per herbe camparole dove a loro parerà. E che non si possa dare impedimento alcuno quando bisognerà a qualsivoglia cittadino cavare, e pigliare sassi di pietra per lavorare, e cavare pietre per fare calcare, e fossi per fare e tenere detta calce; come anche non si possono impedire li porci che vi anderanno a pascolare per le maesi, come al solito”.

I siti pastorali degli Altipiani Maggiori

I mestieri tradizionali

La lavorazione della lana

Sulla piazza le donne in costume mostrano gli oggetti che raccontano la vita delle famiglie dei pastori, la caseificazione, l’allestimento delle case, il lavoro dei campi, la tessitura e la tintura della lana e il costume popolare. Il paiolo sul fuoco richiama l’attenzione sulla dimostrazione didattica della lavorazione dei formaggi. Il ciclo della lana è raccontato dalla tosatura delle pecore per proseguire con la lavatura, la cardatura, la filatura, la tessitura e la tintura.

I costumi tradizionali e gli antichi mestieri

L’eremo rupestre dedicato all’angelo dei bifolchi

L’eremo rupestre di San Michele Arcangelo

L’eremo del vallone utilizza una grotta naturale scavata in una prominenza rocciosa alla base del Pizzalto. All’esterno della grotta è stato costruito il fronte della chiesa e, ad angolo, un’abitazione a due piani. La chiesa rupestre è dedicata all’arcangelo Michele, protettore dei pastori e funziona anche come santuario di grande richiamo in occasione delle due feste di maggio e di settembre che segnavano l’inizio e la fine della stagione estiva di pascolo e della transumanza sul tratturo Celano-Foggia.

La balaustra e il presbiterio

Fu la “società dei bifolchi” di Pescocostanzo che nel 1598 volle realizzare la chiesa rupestre, a imitazione del santuario di Monte Sant’Angelo sul Gargano; a proprie spese i bifolchi ristrutturarono la grotta, la dotarono di un altare di marmo e di una balaustra scolpita nella pietra, costruirono una casetta per l’eremita custode. Per lasciare un ricordo di quell’opera, i locali “bifolchi” (in latino bubulci o bibulci) fecero scolpire sull’architrave della porta della chiesa l’iscrizione seguente, dettata dal rettore della Collegiata di Pescocostanzo: “Sumptibus has propriis portas postesque, bibulci erectas dicant, Angele Dive, tibi. A.D. MDXCVIII”. I recenti restauri (promossi e diretti dall’Associazione Pensionati Pescolani) hanno ripulito i locali facendo risaltare il candore della pietra e la finezza del lavoro artistico della balaustra che chiude l’area presbiteriale. Interessanti sono anche le scritte incise sulla facciata e dedicate all’arcangelo e quelle della cappella funeraria di Giosafatte Ricciardelli.

Le scritte sull’architrave

Per approfondire

La guida Casa agli Altipiani Maggiori

Si segnalano i volumetti delle Edizioni Carsa dedicati agli “Eremi d’Abruzzo – Guida ai luoghi di culto rupestri” di Edoardo Micati e “Guida agli Altipiani Maggiori d’Abruzzo” a cura di Stefano Ardito. Molto interessanti anche gli ebook curati da Edoardo Micati e Domenico Spagnuolo sui “Siti pastorali” degli Altipiani Maggiori.

La locandina della manifestazione

Visita la sezione del sito dedicata alle Passeggiate sui tratturi, alla scoperta delle storiche vie della transumanza

Grande Guerra. Il Museo storico all’aperto del Monte Piana di Misurina

Monte Piana è un perfetto ossimoro, l’accostamento di due concetti contrari, il ‘monte’ e il ‘piano’. Il nome definisce bene, comunque, l’altopiano sommitale di questo monte sgraziato e insignificante, quasi schernito dalla corona di vette dolomitiche che lo circonda, cime magnifiche ed eleganti che si chiamano Tre Cime di Lavaredo, Paterno, Cristallo, Cadini di Misurina… A questa malasorte naturale monte Piana contrappone però sia la sua straordinaria terrazza panoramica sulle Dolomiti, sia la particolare rilevanza storica, attestata dal Museo storico all’aperto della Grande guerra, distribuito su tutta l’area sommitale. Proprio sulla Forcella e il Vallone dei Castrati, che dividono in due l’altopiano (con il monte Piana a sud e il monte Piano a nord), passava il confine tra Italia e Austria. Lo aveva deciso la commissione italo-austriaca riunitasi a Rovereto dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866, che ripristinò così la vecchia linea confinaria stabilita nel 1753 tra La Serenissima Repubblica di Venezia e la Contea del Tirolo. Fu così che all’inizio della Grande Guerra gli Alpini italiani occuparono le posizioni del Piana e gli austriaci si fortificarono sull’altura a nord. Si dovettero costruire strade militari, ardite teleferiche e ricoveri per un gran numero di soldati, in luoghi desolati dove al massimo potevano arrivare solo le greggi al pascolo (come il toponimo dei Castrati ricorda).

Il tavolato sommitale del monte Piana

Le vicende di guerra si possono condensare così: alcuni attacchi contrapposti senza alcun esito; la guerra di mine, nel tentativo di far saltare in aria le munite difese avversarie; un terribile inverno (il 13 dicembre del 1916 il Comando italiano segnalò: “Altezza della neve: metri 7; temperatura: 42 gradi sotto lo zero”) che provocò slavine micidiali sui soldati rintanati nei ricoveri. Dopo Caporetto gli italiani si ritirarono e lasciarono il monte agli austriaci fino al termine della guerra.

Residuati bellici sul monte Piana

Nel 1977 fu avviato un progetto di recupero del devastato campo di battaglia, ridotto a un cumulo di rovine. Anima del progetto fu il colonello austriaco Walter Schaumann, ex ufficiale di carriera, affiancato dai suoi “Amici delle Dolomiti”, con la collaborazione della Fondazione Opere di Monte Piana e del Comune di Dobbiaco. Il Comando del Quarto Corpo d’Armata Alpino mise a disposizione il battaglione “Bassano”. Molti giovani volontari italiani e austriaci si misero a disposizione per i lavori di restauro ambientale, con il sostegno dell’Alpenverein tirolese, del Club alpino italiano e dell’Associazione nazionale alpini di Trento. Ancora oggi i lavori di restauro proseguono grazie ai campi estivi del Gruppo volontari amici del Piana e al supporto del Sesto Alpini. Frutto di questo lavoro è il Museo storico all’aperto percorso da una “grande escursione storica” e da una rete di sentieri che collegano le opposte linee del fronte.

Il campo estivo degli Amici del Monte Piana

L’accesso più comodo al campo di battaglia è l’ex strada militare di 5 km che parte da Misurina a 1756 m e raggiunge il Rifugio Bosi a 2205 m. Il punto di partenza dei fuoristrada del Servizio di navetta è nei pressi del ristorante Genzianella, sulla strada per il Rifugio Auronzo e le Tre Cime di Lavaredo. La jeep risale la strada in quindici minuti circa. Dal Rifugio parte il percorso principale su sentiero facile che conduce alle trincee e ai siti storici del Museo all’aperto della prima guerra mondiale. La cima sud a 2325 m è raggiungibile dal Rifugio Bosi in circa venti minuti di lieve salita. L’itinerario in quota attraverso l’altopiano dura dalle due alle quattro ore. Vi è anche un percorso attrezzato in cengia consigliato solamente ad alpinisti esperti adeguatamente attrezzati. L’area è consacrata alla memoria di oltre 14.000 soldati italiani e austriaci che persero la vita nei duri combattimenti di cui questo luogo fu teatro. Il turista e l’escursionista di monte Piana possono ripercorrere camminamenti e trincee, gallerie e postazioni di bombarda accuratamente ripristinate, e al contempo godere di una spettacolare vista contemplativa sulle Dolomiti.

Il campo trincerato italiano

Il Rifugio “Bosi” e la Cappella Alpina

Il Rifugio Bosi

Le navette lasciano i visitatori al Rifugio Bosi. Il Rifugio è dedicato al Maggiore Angelo Bosi, caduto sul monte Piana il 17 luglio 1915 durante il primo attacco italiano contro le posizioni austriache sul monte. Sorge nel luogo dov’era situato il comando militare italiano. L’ultima ricostruzione è opera della famiglia De Francesch. Il Rifugio mantiene il suo valore storico e commemorativo custodendo all’interno un piccolo ma significativo museo e all’esterno le targhe delle unità combattenti italiane impegnate sul monte Piana. A fianco del Rifugio è stata costruita una cappella votiva, dedicata alla Madonna della Fiducia, in memoria dei soldati caduti di entrambi gli schieramenti.

La cappella votiva

Le opere in caverna

Postazione in caverna

Lungo il sentiero storico sono ancora visibili le gallerie scavate nella roccia che raggiungevano gli osservatori sulle linee nemiche. Esse erano utilizzate anche per raggiungere le batterie di artiglieria e bombarde o i nidi di mitragliatrici a controllo dei sentieri e delle strade di avvicinamento. Una particolare forma di galleria è quella scavata da entrambi i contendenti per raggiungere le posizioni avversarie e farvi brillare potenti mine distruttive.

Il punto terminale della galleria di mina italiana

Le trincee e i ricoveri per la truppa

Trincea italiana

Il percorso delle trincee e dei relativi camminamenti incrociava le baracche e i ricoveri sotto roccia. Che fossero semplici ripari per la truppa o dessero alloggio agli ufficiali e ai comandi, le baracche al fronte rappresentavano quanto di più somigliante a una casa. Per questo furono arredate con ogni cura e rese il più possibile confortevoli. La guerra di posizione esigeva di costruire ricoveri, allestire magazzini di vettovagliamento e armamento, organizzare ospedali da campo e posti di medicazione, senza dimenticare i piccoli cimiteri e le latrine.

Ricovero

La memoria

Cippo del Sentiero storico

Il Museo all’aperto è segnato da monumenti, simboli e memoriali. I più evidenti sono le grandi croci che sovrastano rispettivamente il settore italiano e quello austriaco. Vi sono poi numerosi cippi, da quelli che segnavano l’antico confine a quelli collocati sui luoghi dove caddero i protagonisti. Una piccola piramide ricorda la visita del poeta Giosuè Carducci. Una “campana dell’amicizia” è stata issata sulla prima linea. Vi sono poi le targhe apposte dai volontari che hanno curato il restauro dei luoghi. La segnaletica è stata allestita dall’ufficio Parchi naturali della Provincia autonoma di Bolzano.

La segnaletica

La mappa del Museo all’aperto

La mappa

(Ho visitato il Monte Piana il 14 agosto 2017)

Il Museo storico di Piana delle Orme. La battaglia di Cassino e lo sbarco di Anzio

La passione di un geniale collezionista, un impressionante numero di attrezzature agricole e di mezzi bellici, l’intuizione di voler parlare con il grande pubblico, l’accuratezza della ricostruzione storica di eventi non lontani nel tempo, la capacità evocativa degli allestimenti, sono i fattori che hanno decretato il successo dell’originale Museo di Piana delle Orme. Questo museo ‘periferico’ è situato nel territorio comunale di Borgo Fàiti ed è allestito nei padiglioni di un ex allevamento avicolo della piana pontina, in provincia di Latina. Il museo si presenta oggi come un parco storico all’interno dell’omonima azienda agrituristica. Le sue collezioni dedicate al Novecento ripercorrono cinquant’anni di storia italiana e raccontano le tradizioni e la cultura della civiltà contadina, le grandi opere di bonifica delle paludi pontine, le battaglie della seconda guerra mondiale.

La battaglia di Cassino

Il padiglione che racconta la battaglia di Cassino è fortemente evocativo e coinvolgente per la quantità e la qualità dei mezzi militari esposti, tutti originali e restaurati, e per la scenografiche ricostruzioni dei combattimenti della seconda guerra mondiale tra le truppe tedesche attestate in difesa sulla linea Gustav e le truppe alleate che risalivano la penisola.

L’avvicinamento a Cassino

La prima sezione descrive l’avvicinamento alleato al fronte di Cassino. Si osservano i mezzi militari alleati (autocarri, cannoni, camionette, gigantesche gru, mitragliatrici, impantanati nella melma del fiume Volturno in piena.

Postazione tedesca

Un lungo e stretto corridoio semibuio mostra le difese tedesche attrezzate nelle grotte, tra le rovine e nelle trincee protette, dove erano insediati i ‘diavoli verdi’ della divisione paracadutisti Goering.

Il bombardamento dell’Abbazia

Nel vasto salone successivo è ricostruito il bombardamento dell’abbazia di Montecassino. Sullo sfondo è la montagna con il monastero bombardato dagli aerei alleati. In primo piano sono i carri armati e le artiglierie che sparano verso il monte. Suoni e luci riproducono il crepitio dei colpi, i tonfi delle bombe e i bagliori delle esplosioni.

Soldati marocchini consumano il vitto

La scena successiva, al buio, riproduce l’accampamento dei soldati algerini, tunisini e marocchini del contingente francese. I soldati coloniali, divenuti tristemente famosi per gli stupri di massa, sono intenti a consumare il vitto, contornati da sagome di pecore, a ricordare la loro consuetudine di portare appresso animali vivi per poter consumare sempre carne fresca.

Ospedale da campo

Segue un ambiente con la ricostruzione di un ospedale da campo alleato, con personale medico, barelle, feriti e attrezzature sanitarie.

Stazione mobile ricetrasmittente

La sala adiacente è allestita con la stazione radio canadese, con le attrezzature di trasmissione del tempo e un furgone radiomobile.

La resa tedesca nell’abbazia distrutta

L’ultima sala racconta l’arrivo a Montecassino delle truppe polacche e la resa degli ultimi difensori tedeschi nello scenario delle rovine dell’abbazia ridotta in frantumi dal bombardamento alleato. La statua decapitata di San Benedetto, una campana, una croce spezzata, brandelli di affreschi e bassorilievi ricordano la storia artistica del monumento.

Inverno di guerra sull’Appennino

Lo sbarco di Anzio

Un altro padiglione di Piana delle Orme è interamente dedicato alla ricostruzione dello sbarco delle truppe alleate sulla costa di Anzio e alla battaglia per la conquista delle terre interne, quando la capacità di contrasto delle truppe tedesche, dopo l’iniziale sorpresa, aumentò progressivamente e bloccò la testa di ponte. Winston Churchill espresse tutta la delusione con una celebre frase pronunciata alla Camera dei Comuni: Avevo sperato di lanciare sulla spiaggia un gatto selvatico capace di strappare le budella ai crucchi, mentre invece ci troviamo sulla riva con una enorme balena arenata.

Lo sbarco dei mezzi anfibi

La prima delle sei sezioni del padiglione racconta lo sbarco dei mezzi militari e dei soldati alleati sulla spiaggia sabbiosa del litorale tirrenico.

Scena di battaglia a Campo di Carne

L’ambiente dedicato alla battaglia rappresenta la cruenta battaglia tra i soldati americani che cercarono di occupare il territorio compreso tra Anzio, Nettuno, Aprilia e Cisterna e i soldati tedeschi che si sforzarono di ributtarli a mare.

L’esodo dei civili

La terza sezione racconta le sofferenze della popolazione civile a causa della guerra. Una casa-podere semidistrutta ha nel vano interrato un rifugio buio e disadorno, ricavato da una grotta di tufo. Una famiglia carica su un carro le poche masserizie, costretta a fuggire dalla zona dei combattimenti.

Il Caccia americano recuperato in mare

Una sala contiene un aereo caccia americano costretto a un ammaraggio di fortuna e poi recuperato dalle acque del mare di Capoportiere. Restaurato ed esposto al pubblico è una delle attrazioni del museo.

Auto tedesca con ufficiali a bordo

Percorrendo un corridoio s’incontra l’ufficio comando americano con le sue dotazioni, tra cui un apparecchio radio ricetrasmittente e altri reperti bellici. In successione sono documentate con foto e pannelli la campagna per debellare la malaria, la storia dei grandi cannoni tedeschi, la liberazione di Roma e il cimitero militare americano.

Il dépliant del Museo

(Ho visitato il museo il 29 maggio 2017)

Pannello informativo

Visita la sezione del sito dedicata agli itinerari sulla Linea Gustav

 

Schiavi d’Abruzzo. Passeggiate nella storia

Dall’alto del suo colle, a 1172 metri di quota, Schiavi d’Abruzzo fa da cerniera tra l’Abruzzo e il Molise. Ce ne accorgiamo in paese, percorrendo la Rotonda dedicata a Salvo D’Acquisto che è il miglior punto di osservazione su un panorama sterminato. Il mare Adriatico si staglia invitante allo sbocco della valle del Trigno. A sud l’ondulata linea dei colli molisani è solcata da un fascio di storici tratturi e vie armentizie. A nord i monti di Capracotta e i Frentani anticipano le grandi montagne dell’Abruzzo. Questo panorama solenne fu apprezzato dalle popolazioni italiche che insediarono qui i santuari dei Sanniti Pentri. Poi ci furono le migrazioni dei popoli dall’altra sponda dell’Adriatico, quei croati e albanesi in fuga dai turchi invasori, chiamati Schiavoni, origine del nome del paese. Per secoli ci fu il movimento pendolare degli armenti transumanti lungo il regio tratturo Celano-Foggia e il fascio di tratturelli suoi tributari.

Il monumento all’Alpino

Più traumatico il passaggio della seconda guerra mondiale con la lenta transizione tra le truppe canadesi e quelle tedesche, e di cui resta testimonianza la trincea-osservatorio della Rotonda. E poi il dopoguerra, con lo stillicidio migratorio dei paesani verso Roma, dove formeranno il nerbo dei garagisti e dei tassisti, o verso le grandi destinazioni all’estero. Per apprezzare e amare Schiavi, dopo la passeggiata in paese, è consigliabile percorrerne le strade e i sentieri nei dintorni. Eccovi allora qualche idea.

I tempietti italici

La base del tempio maggiore

La fama di Schiavi è soprattutto legata all’area archeologica dei templi italici. La visita di questi tempietti è appagante sia perché se ne può così ammirare la caratteristica architettura sia perché se ne può apprezzare la loro particolare posizione panoramica, a dominio del tratturo e della valle del Trigno, di fronte al grande santuario federale di Pietrabbondante. I tempietti si trovano lungo la strada provinciale che da Schiavi scende alla fondovalle Trigno, a quattro km dal paese, su una terrazza accessibile da due ingressi.

Il secondo tempio

Il Tempio Maggiore (del secondo secolo avanti Cristo) e il Tempio Minore (degli inizi del primo secolo), sorgono affiancati e paralleli su un terrazzamento, contenuto da un lungo muro in opera poligonale e quadrata. Recenti esplorazioni hanno riportato alla luce un altare monumentale, di fronte al Tempio Minore, una necropoli utilizzata fino alla piena età romana, e un altro edificio sacro, abbandonato poco dopo la Guerra Sociale (91-89 a.C). Oggi è visibile anche la torre medievale a due livelli, eretta dietro al muro in opera poligonale del santuario: a questa struttura si deve il toponimo della zona, Colle della Torre. La visita ai templi può essere completata dalla visita al Museo archeologico allestito in paese.

Sui tratturi dei pastori

Il percorso del tratturo Castel del Giudice – Spondrasino

Il colle di Schiavi si pone a cavallo tra due antichi tratturi che collegavano la valle del Sangro alle valli del Trigno e del Biferno. A sud era il tratturello Castel del Giudice – Spondrasino che attraversava Capracotta, Agnone e Poggio Sannita, scendeva lungo il fiume Verrino fino ad attraversare il Trigno in località Terra Vecchia di Bagnoli. Il percorso del tratturo, ancora praticabile, è ben visibile per un lungo tratto affacciandosi al Belvedere della Rotonda di Schiavi. A nord il tratturo Ateleta – Biferno aveva uno sviluppo orizzontale e traversava l’agro di Castiglione e Torrebruna prima di scendere sul Trigno all’altezza di Montemitro. Una passeggiata non lunga può scavalcare il Monte Castel Fraiano (segnato dalla presenza delle gigantesche pale di una centrale eolica) e collegare la Madonna del Monte al lago della Croce. Intorno al lago il tratturo è ancora ben marcato e riconoscibile. E il santuario della Madonna del Monte alla Lupara è legato al mondo della transumanza e al culto della Madonna dei tratturi.

La passeggiata panoramica sul monte Pizzuto

Il monte Pizzuto visto da Schiavi

Il Colle Pizzuto, con la sua panoramica cima a 1290 metri di quota, è la meta di una bella passeggiata panoramica. Si può iniziare direttamente da Schiavi ma è più semplice lasciare l’auto al bivio sulla strada per Torrebruna, dove sono alcune case e spazio per il parcheggio. Una stretta strada prima asfaltata e poi lastricata sale a svolte nel bosco e raggiunge la cima dov’è una grande croce. Ampio panorama, in particolare sui vicini monti Frentani.

Il passaggio di Uys Krige

I monti di Capracotta e i paesi di Agnone e Belmonte visti da Schiavi

Uys Krige è un ufficiale sudafricano che fuggì dal campo di prigionia di Fonte d’Amore a Sulmona dopo l’8 settembre del 1943. Appassionato di poesia e scrittura, conosceva un po’ d’italiano e racconterà la sua rocambolesca fuga e il percorso a piedi verso la libertà in un libro famoso, “The way out”, tradotto in italiano come “Libertà sulla Maiella”. Alcune sue pagine sono dedicate al passaggio nella zona di Schiavi. Lungo il tratturo Krige attraversa le zone di Capracotta e Agnone giunge a Belmonte, dove è ospitato da un contadino. “Andate presto a dormire”, disse il vecchio, “domattina presto vi chiamerò e partirete. Sulla sinistra troverete un paese, Schiavi, in cima ad una collina. Dovete evitarlo, scendendo nel burrone sotto di esso. Poi uscirete dal burrone, attraverserete il villaggio di Taverna, che riconoscerete dalla chiesa rotonda e raggiungerete le case di Cupello. Qui vi dovete fermare, perché sarete vicini al Trigno. La gente di Cupello vi dirà dove sono le mitragliatrici”. I fuggitivi si dirigono verso Schiavi, attraversano il Sente, e raggiungono la contrada di Cupello. Qui conoscono Pasquale Tucci, una guida che accetta di accompagnare loro e un altro folto gruppo di italiani al di là delle linee. La marcia di Uys e dei suoi compagni termina ai primi di novembre. Traversato il Trigno ai piedi della collina di Cupello, il gruppo risale il pendio che porta a Salcito. Il giorno precedente i tedeschi hanno abbandonato le loro postazioni sul fiume e la prima pattuglia canadese è già in paese.

Il colle di Schiavi d’Abruzzo

(Ho visitato Schiavi d’Abruzzo il 28 luglio 2017)

L’architettura spontanea dei villaggi rurali in Romania

Siamo a Bucarest, capitale della Romania, nel parco di Herăstrău, sulle rive dell’omonimo lago. Passeggiamo in un grande museo all’aperto che espone una magnifica collezione di 85 edifici tradizionali provenienti da tutte le regioni della Romania. Sono tutti monumenti autentici, risalenti agli ultimi tre secoli, smontati nei luoghi di provenienza e poi riassemblati nel parco.

Il Museo nazionale dei villaggi romeni

Il Museo dei villaggi rurali (Muzeul Satului) è stato fondato nel 1936 e raccoglie il frutto di anni di ricerche effettuate da Dimitrie Gusti, promotore della scuola di sociologia dell’Università di Bucarest. Vi troviamo costruzioni di pietra, di legno, di mattone, di argilla e terra cruda. I tetti sono di paglia e di canne, di scandole, di lose. Ci sono case rurali, fattorie, mulini ad acqua e mulini a vento, chiese di legno, croci stazionarie, opifici, forni, stalle, fienili, pozzi. Provengono dalla Moldavia, dalla Transilvania, dal Maramures, dalla Valacchia, dalla Bucovina. Un’architettura popolare autoctona ma anche ricca di influenze magiare, tedesche, turche, greche. Ne proponiamo una breve rassegna per gli appassionati di architettura spontanea.

La fattoria di legno del Maramures

L’ovile invernale

Questa fattoria del 1775 apparteneva di una famiglia di allevatori, agricoltori e boscaioli. Ne vediamo l’abitazione domestica, l’ovile invernale, il laboratorio artigianale e un deposito di fieno col tetto mobile.

Il fienile

Il mulino a vento della Dobrugia

 

Il mulino a vento

Il mulino a vento risale al 1967 e proviene dal villaggio lacuale di Sarichioi-Istria nel distretto di Tulcea in Dobrugia. Le sei pale azionano il meccanismo per macinare il grano, costruito nella parte superiore dell’edificio chiuso. La parte inferiore del locale è destinata a magazzino e contiene i sacchi di grano e di farina oltre agli strumenti di lavoro del mugnaio.

La casa sotterranea dell’Oltenia

La casa sotterranea

Quest’abitazione sotterranea risale al primo Ottocento e proviene dal sud dell’Oltenia. Solitamente solo monolocale, in questo caso l’abitazione è articolata in tre camere. Scavata la fossa nel terreno, essa viene rivestita da pareti di legno. All’esterno essa appare come una grotta, con una copertura di legno, rivestita di paglia ed erbe. All’interno le pareti sono fasciate con travi di quercia che sporgono circa un metro dal terreno. Essa assicura condizioni climatiche costanti anche in presenza di forti variazioni esterne.

La casa a piramide dei monti Apuseni

Le case a piramide

La casa è stata costruita nel 1815 in un villaggio dei monti Apuseni per una famiglia di pastori e agricoltori. Sia l’abitazione che la vicina dispensa hanno struttura quadrangolare, con pareti di legno alzate su una base di pietra. La caratteristica copertura a piramide ha spioventi tre volte più lunghi delle pareti, rivestiti di fascine di saggina.

La chiesa di Dragomirești

La chiesa di legno

Capolavoro dell’architettura del legno è la chiesa di Dragomirești, nella regione del Maramures. Costruita nel 1722, ha una svettante struttura verticale, con tetto di scandole e pareti interne ancora rivestite di affreschi.

La chiesa affrescata di Timișeni

La chiesa di Timișeni

Questa chiesa proviene da Timișeni, un centro della regione dell’Oltenia ed è stata costruita nel 1773. Ha la struttura di legno e un tetto a spiovente rivestito di scandole. Presenta una zona absidata posteriore e un campanile quadrato alto sulla facciata. Impressionanti per lo stato della conservazione sono i dipinti molto naif sulla facciata esterna (Giudizio finale) e sui fianchi.

Il dipinto sulla facciata

(Ho visitato il Museo Gusti il 24 luglio 2017)