Rovereto. Guerra e Pace

Un facile sentiero unisce in un anello il dosso di Castel Dante e il sovrastante colle Miravalle di Rovereto. La ricchezza di stimoli che esso propone lo qualificano come una passeggiata esemplare, tra le migliori d’Italia. Il percorso si muove tra le due opposte polarità della guerra e della pace. Si parte dal sacrario militare e dai nomi dei ventimila soldati che sono lì sepolti, impressionante testimonianza della Grande Guerra che fu combattuta sul fronte della Vallagarina. E si sale fino a raggiungere “Maria Dolens”, la monumentale campana di Rovereto che scandisce ogni sera i suoi rintocchi perché l’uomo, nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre e di tutte le nazioni del mondo, trovi la via della Pace. Lungo il percorso piccoli totem ricordano grandi uomini di pace: Giorgio La Pira, Nelson Mandela, Martin Luther King, Aldo Capitini, il Mahatma Gandhi. Sul colle una suggestiva mostra racconta le tante iniziative realizzate dalla Fondazione per la Campana dei Caduti. Un’escursione che giustifica pienamente l’attributo di “città della pace” che una Legge speciale ha conferito a Rovereto.

Il parco del Sacrario

Il Sacrario militare di Castel Dante

La trincea italiana

Il Sentiero “Camminando nella pace” può essere percorso a partire da Castel Dante. Qui fu inaugurato nel 1938 il Sacrario militare che racchiude le salme di 20.279 caduti italiani e austro-ungarici. All’ingresso è visibile un tratto della trincea costruita nel dicembre 1915 da reparti della Brigata Mantova con la targa che ricorda i combattimenti che si svolsero nella zona.

Il rudere del Castello

Nel prato che circonda il Sacrario rimangono un pozzo e pochi ruderi del castello nel quale si dice abbia soggiornato il sommo poeta Dante.

Il sacrario monumentale

Il sacrario è una gigantesca costruzione cilindrica che poggia su due gradoni, raggiungibili mediante una ripida scalinata. All’interno sono scolpiti sulle pareti tutti i nomi dei caduti. Vi si trovano anche un busto del generale Guglielmo Pecori Giraldi (comandante della Prima Armata) e le arche di Damiano Chiesa e Fabio Filzi, traslate qui nel secondo dopoguerra.

“Maria Dolens”, la campana della pace

Maria Dolens, la campana della pace

Usciti dal sacrario, si sale ora lungo lo stradino in lieve pendenza che traversa una zona di gradoni calcarei e una fascia di bosco, accosta una ‘calchera’ (un pozzo di cottura della calce) e giunge al parcheggio del Colle. Qui si visita la Campana, collocata in posizione panoramica sulla valle dell’Adige e i monti circostanti, all’interno della struttura della Fondazione che la tutela. La Campana dei Caduti è stata ideata dal sacerdote roveretano don Antonio Rossaro, per onorare i Caduti di tutte le guerre e per invocare pace e fratellanza fra i popoli del mondo intero. Venne fusa a Trento nel 1924 col bronzo dei cannoni offerto dalle nazioni partecipanti al primo conflitto mondiale e fu battezzata a Rovereto col nome di “Maria Dolens”. Benedetta a Roma in Piazza San Pietro dal Papa Paolo VI nel 1965, la Campana fu collocata sul Colle di Miravalle. Sul manto di “Maria Dolens” sono incise le massime dettate dai Papi: “Nulla è perduto con la Pace. Tutto può essere perduto con la guerra” (Pio XII) e “In pace hominum ordinata concordia et tranquilla libertas” (Giovanni XXIII). La Campana fa udire ogni sera i suoi rintocchi per celebrare i Caduti di tutto il mondo, senza distinzioni di fede o di nazionalità e per rivolgere un severo monito ai viventi: “Non più la guerra”.

Il pannello dedicato a Giorgio La Pira

La Mostra “Il mondo alla campana”

La Mostra della Campana sul colle di Miravalle

Nei locali della “Fondazione Opera Campana dei Caduti” si visita la mostra, assai suggestiva, dedicata alla campana e ricca di video e immagini. Il percorso espositivo parte dalla prima sala, la “Sala della profezia”, per proseguire nella grande sala circolare, lo “Spazio della missione”. Da qui, salendo lungo “l’Ascesa del pellegrino”, si esce sulla “Terrazza della visione”, per poi scendere attraverso il “Boschetto della pace” alla “Galleria delle arti”. Percorrendo il viale delle Bandiere si arriva poi ai piedi della Campana e si prosegue verso il “Parco della memoria” con i suoi allestimenti fotografici.

Le città della pace

Il Parco della Memoria

La Fondazione Opera Campana dei Caduti di Rovereto, grazie a una legge del 2006, ha istituito il Premio Internazionale “Città della Pace”, con l’obiettivo di far conoscere, valorizzare e rendere visibili quelle comunità, piccole o grandi che siano, che si contraddistinguono concretamente nell’importante creazione, sviluppo e affermazione di un’autentica “cultura di pace”. Nel corso degli anni il premio è stato attribuito alla comunità brasiliana di Acupe di Salvador de Bahia, alla città di Strasburgo, all’Isola di Lampedusa e alla stessa Rovereto.

Il Pellegrinaggio civile sul Sentiero della Pace

La colomba, simbolo del Sentiero della Pace

La Fondazione promuove anche il “Pellegrinaggio Civile” lungo il Sentiero della Pace. Questo percorso, realizzato dalla Provincia autonoma di Trento, collega i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dal Passo del Tonale alla Marmolada, per una lunghezza di oltre 520 chilometri. Il Pellegrinaggio è un cammino della memoria tra le montagne del Trentino, che si conclude alla Campana dei Caduti di Rovereto, simbolo della Pace nel mondo e della conciliazione quotidiana con noi stessi e con gli altri.

Il ritorno

La segnaletica del sentiero

Dal parcheggio del Colle si segue per pochi metri la strada asfaltata per Rovereto e s’imbocca sulla sinistra la strada sterrata che ridiscende all’Ossario di Castel Dante. Dopo due tornanti e un’ampia curva in discesa, la sterrata sbuca di nuovo sull’asfalto della Via Madonna del Monte. Sulla sinistra, quattrocento metri di stretta strada riportano al punto di partenza. Lungo il percorso si osservano le installazioni commemorative degli uomini di pace e i grandi pannelli descrittivi delle attività dell’Opera della Campana.

La mappa del sentiero

(Percorso effettuato il 20 settembre 2017)

Annunci

Da Castel Gandolfo a Nemi, sulla Francigena del sud

Sulla Via Francigena del sud i pellegrini lasciavano Roma e scendevano verso i porti pugliesi per imbarcarsi alla volta della Terrasanta. Oggi è possibile calcare le orme dei ‘palmieri’ medievali incamminandosi su un percorso ‘ufficiale’ della Francigena del sud che non ignora comunque le numerose varianti e le possibili vie alternative. La prima tappa – bellissima! – percorre la via Appia antica e raggiunge i Colli Albani. La seconda tappa traversa i Castelli Romani di Castel Gandolfo, Albano, Nemi e scende nella piana pontina a Velletri.

La segnaletica sulla Francigena

Come la prima, anche questa seconda tappa è molto appagante per il camminatore. Lo è perché si propone come uno stimolante cocktail tra i monumenti degli storici centri cresciuti intorno ai Castelli delle grandi famiglie nobiliari romane, le celebrate vedute sui due laghi vulcanici di Albano e Nemi e un fresco percorso sottobosco nella natura del Parco regionale. La tappa può essere percorsa anche in modo isolato e autonomo rispetto al trekking francigeno. La fitta rete dei trasporti stradali e ferroviari agevola gli spostamenti logistici.

Castel Gandolfo

La Villa papale

Il nostro percorso ha inizio a Piazza della Libertà, al centro di Castel Gandolfo, sotto la Loggia delle benedizioni della Villa Papale. Il Palazzo pontificio fu costruito da Carlo Maderno nel 1629 sulle rovine del castello dei Savelli e, insieme alla Villa Cybo e alla Villa Barberini, costituisce il complesso extraterritoriale di proprietà della Santa Sede tradizionalmente utilizzato come residenza estiva dai Papi. Attrazioni del complesso sono anche l’osservatorio astronomico della Specola vaticana e il Parco delle ville pontificie che si estende sui resti archeologici della villa imperiale di Domiziano. Il Museo pontificio e il Giardino Barberini sono stati di recente aperti al pubblico e sono dunque visitabili.

Il Lago Albano

Castel Gandolfo e il lago Albano

Usciamo da Castel Gandolfo lungo la Via Pio XI e la percorriamo per circa due km. Per compensare il fastidio del traffico conviene affacciarsi, quando possibile, sullo spettacolo del lago Albano, di cui percorriamo l’orlo del cratere occidentale. Il lago occupa il fondo di uno dei vulcani laziali ed è contornato dal cratere boscoso che sul lato meridionale scende a picco sulle acque. L’occhio spazia sulle ville del bordo orientale, sul convento di Palazzolo, sulla riva settentrionale e sulle sue attrazioni turistiche e sportive.

Il Convento dei Cappuccini di Albano

La grotta del Convento dei Cappuccini

Giunti a un incrocio di strade, visitiamo il complesso dei Cappuccini di Albano. Un’ampia scalinata, immersa tra grandi querce, conduce alla Chiesa e al Convento, di epoca seicentesca. La semplicità dell’architettura conventuale francescana si salda a un’invidiabile posizione panoramica percepibile dal grande cortile affacciato sul lago. Un vialetto conduce a una cavità nella roccia vulcanica dove è stata allestita una suggestiva area per le celebrazioni all’aperto.

L’antico acquedotto

Il cunicolo dell’acquedotto imperiale

Di fronte al Convento dei Cappuccini il percorso francigeno abbandona l’asfalto e imbocca l’ampio e comodo itinerario ‘di mezzo’ del lago Albano, segnalato dalle bandierine bianco-rosse del sentiero 511 del Parco. Lungo il viottolo accostiamo in più punti i resti dell’acquedotto ‘delle Cento Bocche’, così chiamato perché raccoglieva acqua da numerose sorgenti sparse nella località di Palazzolo e la convogliava verso la villa imperiale di Domiziano a Castel Gandolfo. Quelli che vediamo sono tratti in disuso di un acquedotto più recente che seguiva comunque la traccia di quello antico. Ne osserviamo il cunicolo all’aperto e il traforo sotto roccia, scavato con i lucernari per l’aria e la rimozione del materiale di scavo.

Il basolato romano

Il basolato della strada romana

Giunti a una biforcazione si lascia il percorso principale, che prosegue verso Palazzolo, e si va destra, salendo di quota fino a raggiungere e superare la cresta del bacino. Si transita nel sottopasso della strada statale e si entra in un bosco di castagno frequentatissimo in autunno. Il sentiero affianca qui la trafficata Via dei laghi. Un’emozione del percorso è calpestare per alcune decine di metri un tratto di strada romana, lastricata con basoli di roccia vulcanica. Siamo su un antico percorso, prossimo alla Via Sacra che saliva dall’Appia al Mons Albanus (l’attuale Monte Cavo), verso il santuario di Giove Laziale.

La Fonte Tempesta

Fonte Tempesta

Raggiungiamo un incrocio di sentieri nella località di Fontan Tempesta, dove sono alcune grotte-galleria e le vasche del fontanile. Siamo di fronte a un sistema idraulico ormai in disuso. Le gallerie si presentano ad asse orizzontale, con varie ramificazioni che inseguono e captano le vene dell’acqua; riunite poi in un unico collettore si incanalano nel Vallone Tempesta e convogliano l’acqua verso l’acquedotto comunale di Genzano.

Nemi e il suo lago

Il cratere del lago di Nemi

Inizia ora la lunga discesa sul sentiero che traversa una fascia di rocce vulcaniche e sbocca sulla strada lastricata di sampietrini a ridosso dell’abitato di Nemi. Un cartello ci ricorda che abbiamo percorso la ‘via detta di Roma’. Si entra in città attraverso l’arco di Palazzo Ruspoli, lungo una passeggiata che offre un ampio panorama sul pittoresco lago vulcanico di Nemi. La visita si sviluppa lungo la strada principale di Nemi, dove si concentrano le architetture civili, le chiese e le botteghe con i loro irresistibili prodotti tipici. Scendendo verso il lago si visitano le aree archeologiche dell’emissario, del tempio di Diana Nemorense e del Museo delle navi romane.

La mappa del sentiero 511

(Percorso effettuato il 15 ottobre 2017)

Romania. Il museo all’aperto dei villaggi di Bran

La Romania è tradizionalmente un paese rurale. La varietà dei paesaggi collinari, la vastità del territorio montuoso, la bassa densità abitativa e la mancanza di strade hanno condizionato la vita dei villaggi e li hanno costretti all’autosufficienza autarchica. Gli abitanti dei borghi sparsi si sono dedicati all’agricoltura, all’allevamento del bestiame e allo sfruttamento del bosco. E hanno sviluppato tutte le attività della cultura contadina, dall’edilizia all’artigianato, dalla gestione dell’acqua e delle altre risorse energetiche all’alimentazione e all’abbigliamento. Queste forme di vita sono diffusamente raccontate dai musei etnografici e dagli skansen, i musei all’aperto della vita rurale.

Il Museo dei villaggi di Bucarest è ovviamente il modello di riferimento per l’estensione dello spazio espositivo e per la rappresentatività dei territori. Ma numerose località si sono dotate di musei all’aperto descrittivi delle tipicità edilizie locali. Un esempio è il Museo di Bran, in Transilvania, ai piedi del celebre “castello di Dracula”.

La croce d’ingresso al museo di Bran

Creato nel 1960, il museo open air descrive attraverso 16 edifici l’evoluzione dell’architettura tradizionale dei villaggi della zona di Bran. Sono così attualizzate le tradizionali attività di base, dall’allevamento del bestiame al lavoro nella foresta, dall’agricoltura, alla lavorazione della lana e all’artigianato del legno.

La casa di Sohodol

La casa di Sohodol

L’abitazione proviene dal villaggio sparso di Sohodol, alle pendici dei monti Bucegi. Comprende la tradizionale sala di soggiorno con il camino e una veranda a portico all’esterno.

La cucina di campagna

La cucina di campagna di Șimon

Questa classica cucina di campagna è un monolocale rettangolare fornito di tavola da pranzo a piano terra e dispensa interna nel vano superiore. Il forno per la cottura del pane e delle altre vivande è all’esterno, sul retro. Proviene dal villaggio di Șimon.

La fattoria di Poarta

La fattoria di Poarta

Poarta è un villaggio di valle, a case sparse. Le occupazioni principali degli abitanti sono l’allevamento e lo sfruttamento forestale; in misura minore si pratica l’agricoltura sui campi terrazzati. La fattoria risale alla fine del Settecento e si compone di due stabili paralleli, collegati da una stalla. Il primo stabile è l’abitazione di famiglia, dotato di camera da letto, soggiorno e veranda. Il secondo stabile era destinato alla battitura dei cereali, alla conservazione del fieno e al riparo degli attrezzi da lavoro.

L’ovile di Vladusca

Il mungitoio-caseificio di Vladusca

Quest’ovile di epoca ottocentesca è stato utilizzato durante la monticazione estiva dei pastori sul massiccio di Piatra Craiului. Si compone di due ambienti. Il primo è dedicato alla mungitura e al trattamento del latte. Il secondo è destinato alla caseificazione e quindi alla produzione di formaggi e alla loro stagionatura. Tra i due ambienti è un corridoio dove le pecore scorrono per essere munte e proseguire poi verso lo stazzo. All’esterno, sul lato stretto, c’è un casotto per la porcilaia.

La carcara Varnita

La carcara Varnita

Si tratta di una classica fornace per la produzione di calce viva. Ha struttura circolare ed è poggiata direttamente sul declivio del terreno. Serve a sciogliere le rocce e a produrre legante per l’edilizia.

La gualchiera di Cheia

La gualchiera di Cheia

La gualchiera proviene dal villaggio di Cheia ed è una macchina tessile degli inizi del Novecento messa in movimento dalla ruota di un mulino ad acqua che aziona due martelli che cardano la lana in modo alternato. Era un tempo utilizzata per rendere più duri e sodi i tessuti di lana battendoli e pressandoli.

La ruota del mulino ad acqua

(Ho visitato il Museo di Bran il 18 luglio 2017)

Amalfi. Il rapimento di Proserpina

Amalfi è stata nel Medioevo una delle quattro potenti repubbliche marinare italiane. Tra l’839 e il 1135 intrecciò rapporti fecondi con l’Oriente e il Maghreb. Testimone di quel suo glorioso passato è oggi il complesso monumentale del Duomo. Nel Chiostro del Paradiso, ritmato da candidi archi intrecciati a centoventi colonnine di marmo, sono esposti i sarcofagi dell’antico cimitero dei nobili. Un sarcofago databile al secondo secolo racconta con le sue sculture il rapimento di Proserpina.

Il Chiostro del Paradiso

Il mito

Il mito di Proserpina e Plutone offre uno spaccato dell’Oltretomba greco e romano. Nella versione greca i protagonisti sono Demetra, Persefone e Ade. Nel mondo romano si chiamano invece Cerere, Proserpina e Plutone. Cerere era la dea dell’agricoltura, della fertilità e delle messi. Dalla sua unione con Giove nacque l’affascinante Proserpina. La bellezza di Proserpina fu notata da Plutone, il re degli Inferi, che, invaghitosi di lei, la rapì mentre raccoglieva fiori intorno al lago di Pergusa, in Sicilia, presso Enna. La madre Cerere, per il dolore, abbandonò i campi, causando una gravissima carestia. Giove, quindi, intervenne trovando un accordo tra Plutone e Cerere: Proserpina avrebbe trascorso sei mesi con la madre favorendo l’abbondanza dei raccolti mentre, per i restanti mesi dell’anno, quelli invernali, sarebbe rimasta con Plutone nell’Ade.

Il sarcofago di Amalfi

Le scene del sarcofago

Sul sarcofago di Amalfi scorrono in successione i diversi episodi del rapimento di Proserpina. Si comincia sul lato corto a sinistra, dove sono raffigurate le Naiadi che accompagnano Proserpina nella passeggiata tra i campi sulle rive del lago.

Le Naiadi e il fiume

Le Naiadi sono le ninfe delle acque siciliane. La sorgente che fluisce dal vaso della ninfa diventa un fiume che è personificato nell’uomo barbuto con il remo, allusione al mito di Aretusa e Alfeo.

Il carro di Cerere

Segue la splendida scena di Cerere armata di fiaccola che guida il suo carro trainato da serpenti. Leggiamo nei versi di Claudiano che Cerere lascia la figlia in Sicilia e parte per la Frigia “guidando i draghi dal flessuoso corpo che aprono le nubi con un aereo solco e bagnano il morso d’inoffensivi succhi; ora con le spire fendono gli Zèfiri, ora con volo basso sfiorano i campi. La ruota, scorrendo sulla grigia polvere, segna la terra e la feconda. Biondeggia di spighe la traccia e messi crescenti la ricoprono”. Sotto il carro vediamo una donna sdraiata con una spiga in braccio, personificazione del potere fecondante di Cerere.

Plutone rapisce Proserpina

Sul frontale, a destra, il dramma violento si compie. Plutone arriva sul suo carro, affida i cavalli a un demone e nello scompiglio generale rapisce Proserpina, la stringe con le sue possenti braccia e la conduce nell’oltretomba. Per la sorpresa e la veemenza del rapimento, la fanciulla lascia cadere a terra il cesto colmo dei fiori appena raccolti.

I cavalli infernali

I versi di Claudiano enfatizzano le emozioni dei cavalli infernali nel passaggio dal buio dell’Erebo alla luce del sole: “Il mondo atterrì i cavalli nati a pascersi in eterna caligine: mordendo il freno s’arrestano attoniti in quel mondo più bello e girando l’asse tentano di tornare al tremendo Caos. Poi quando ai fianchi avvertirono la frusta e appresero a tollerare il sole, piombano più veementi di un fiume dopo la bufera; di sangue è caldo il morso, il pestifero alito guasta l’aria, corrotto dalla bava s’infetta il suolo. Fuggono le Ninfe. Sul cocchio è rapita Proserpina”.

La reazione delle Ninfe e di Minerva

Le ninfe che accompagnano Proserpina reagiscono atterrite e sconvolte. Solo Minerva, armata di elmo e scudo, rimprovera Plutone per l’oltraggio compiuto e prova a fermarne l’azione. Ma la volontà di Giove è superiore all’ira di Minerva e lascia compiersi la promessa di dare una moglie a suo fratello Plutone.

Proserpina, Plutone e il cane Cerbero

L’ultima scena del sarcofago, sul lato corto di destra, è ambientata nell’Orco. Plutone e sua moglie Proserpina siedono sul trono delle divinità infere. Al loro fianco si alza l’albero che il re dedica alla sua regina: “In un bosco opaco c’è anche un albero prezioso che piega i rami fulgenti di verde metallo: l’albero sarà consacrato a te, sarai signora del dovizioso autunno e sempre ricca di rossi pomi”. Accucciato sotto il trono, a guardia della soglia dell’Averno, vediamo Cerbero, il cane a tre teste.

Il cesto caduto dei fiori di Proserpina

(Ho visitato il chiostro di Amalfi l’8 ottobre 2017. I versi citati nel testo sono di Claudio Claudiano, tratti dall’originale latino dell’opera “De raptu Proserpinae”)

Il fronte di Sesto in Pusteria nella Grande Guerra

Sesto di Pusteria, paese di lingua e cultura tedesca appartenente all’Impero, all’inizio della Grande Guerra si trovò sulla linea del fronte. Subì l’evacuazione forzata, conobbe il fenomeno dei profughi, fu semidistrutto dai bombardamenti delle artiglierie italiane e poi, insieme agli altri paesi del Sud Tirolo, fu annesso all’Italia. Il fronte dei combattimenti correva sulle vette che delimitano la val Pusteria, dal passo di Monte Croce Comelico alla Val Fiscalina e all’altopiano delle Tre Cime di Lavaredo.

Fortificazioni sull’Anderter Alpe

La Croda Rossa di Sesto, con le testimonianze lasciate dai soldati, è un prezioso patrimonio storico delle vicende belliche di alta montagna, ma anche della storia delle truppe di montagna, i Kaiserjaeger, gli Alpini e l’Alpenkorps, che qui si fronteggiarono.

Il Museo all’aperto dell’Alpe Anderter

La partenza del sentiero per l’Anderter Alpe

Oggi un Museo all’aperto mostra le opere di guerra costruite dai genieri austro-ungarici nella zona della Croda Rossa. L’Anderter Alpe è il settore del museo all’aperto più facile da raggiungere. L’altro settore, quello della Cima Undici, è riservato a escursionisti esperti. Il punto di partenza è il Rifugio Croda Rossa che si raggiunge in breve dalla stazione d’arrivo della Funivia Croda Rossa, situata a Moso, nei pressi di Sesto.

La segnaletica sui prati di Croda Rossa

Iniziando dal Rifugio il sentiero è segnalato da pannelli informativi che introducono ai diversi ambienti di visita. Si osservano tratti di trincea, resti di baracche, camminamenti, postazioni di mitragliatrici, la base di partenza della teleferica per Cima Undici. Il dislivello è di circa quattrocento metri. Il tempo di ascesa è di circa un’ora. Tra andata e ritorno e un’occhiata ai resti conviene mettere in contro tre/quattro ore di tempo.

Residuati bellici

La Mostra “Indimenticata” di Sesto

Stufa da trincea

A Sesto, in Via della Croce 9, nei locali della vecchia scuola elementare, è stata allestita la Mostra “Indimenticata – La Grande Guerra nelle Dolomiti di Sesto 1915-1918”. La mostra cerca di spiegare al visitatore, con l’ausilio di fotografie, cartine, pannelli e residuati bellici, il significato della malga Anderter Alpe (campo base per i soldati austro-ungarici), le postazioni della Croda Rossa e Cima Undici, le sfide logistiche, la costruzione di baracche e trincee, i duri mesi invernali sul terreno innevato e soggetto a valanghe, la vita quotidiana di un soldato sul fronte; la popolazione di Sesto e i combattimenti che si sono svolti al passo della Sentinella, sulla Croda Rossa, oppure sulla cima Undici.

Il Forte Mitterberg

Il Forte Mitterberg : Monte di Mezzo

Il Forte Mitterberg sorge a 1550 metri sopra le case di Sesto. Nonostante abbia subito diversi bombardamenti nel periodo della Grande Guerra e non sia mai stato oggetto di opere di recupero o restauro, è una delle opere fortificate austro-ungariche meglio conservate delle Dolomiti. Costruito tra il 1884 ed il 1889, il suo obiettivo era ostacolare un’eventuale invasione italiana proveniente dal vicino Veneto. È una grande opera di tre piani con una blindatura in granito. Quando terminarono i lavori, il Forte Mitterberg era considerato un vero e proprio esempio di modernità militare. Venne armato con tre cannoni disposti all’interno di una cannoniera e con tre mortai su cupole corazzate. Ciononostante, all’inizio della guerra, fu considerato obsoleto e facile bersaglio per le bocche da fuoco italiane e si decise quindi di abbandonarlo, trasferendo l’armamentario all’esterno e utilizzandolo solo come base di appoggio per la fanteria.

L’associazione Bellum Aquilarum

La guida storico escursionistica

L’associazione Bellum Aquilarum di Sesto vuole recuperare e valorizzare le testimonianze storiche della “guerra delle aquile” per conservarle e trasmetterle alle generazioni future, ai giovani della Pusteria, ma anche ai giovani dei paesi dell’ex-impero austro-ungarico che qui combatterono. Ha creato e gestisce il museo all’aperto e la mostra documentaria di Sesto. Organizza visite guidate ai luoghi di guerra della Croda Rossa e al forte di guerra Mitterberg. Si qualifica come organizzazione senza scopo di lucro, a finalità sociale, riconosciuta dalla Provincia Autonoma di Bolzano.

(Ho visitato i luoghi della Grande Guerra di Sesto nell’agosto 2017)

Terni. Risurrezione e Giudizio finale in Cattedrale

Dal 2007 un grande dipinto decora la controfacciata della Cattedrale di Terni. L’artista argentino Ricardo Cinalli vi ha reinterpretato il tema classico del Giudizio universale, che è visto come un’ascensione di Gesù Risorto che porta in Cielo due grandi reti con i corpi dei risorti nell’ultimo giorno. Le tradizionali immagini del paradiso e dell’inferno, dei salvati e dei dannati, degli angeli del giudizio, restano presenti ma in secondo piano, quasi dissimulate dal cambiamento di prospettiva.

Il dipinto di Cinalli nella cattedrale di Terni

Siamo di fronte a una potente visione, carica di speranza per l’uomo contemporaneo, che pone al centro del dipinto la salvezza che il Cristo risorto offre a tutti. La rete che Gesù, divino pescatore di uomini, lancia a tutta l’umanità, trattiene tutti coloro che riconoscono i propri limiti, la propria solitudine e i propri peccati, e si aprono alla prospettiva di risorgere dalla propria morte. Questa salvezza è offerta a tutti, senza distinzione di chiesa, di razza, di genere, di cultura.

La mano di Dio

La mano di Dio

La scena è introdotta in alto da una mano aperta a rilievo che sporge dalle nubi. Questa mano che scende dall’empireo e fora le nubi del cielo è la mano di Dio. La mano è una teofania, il più antico simbolo di Dio Padre diffuso nell’arte cristiana. La mano che si apre nel gesto dell’accoglienza è quella del Padre che accoglie il Figlio. Nel momento terribile della morte sulla croce Gesù aveva gridato a gran voce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito (Lc 23, 46). Ora che la morte è stata sconfitta, il Figlio risorto ascende al cielo ed è accolto dalla mano amorevole del Padre.

Gli angeli e il velo del tempo

L’angelo e il velo del tempo

Due grandi angeli arrotolano il sipario, lo accostano ai margini e svelano teatralmente la scena centrale. La radice scritturistica di questa immagine va rintracciata in un bel versetto di Isaia che profetizza la fine del tempo, quando il Signore “strapperà il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni ed eliminerà la morte per sempre” (Is 25, 7-8). Se il Velo del Tempio, squarciandosi in due da cima a fondo, aveva annunciato la morte di Gesù, ora il Velo del Tempo, avvolto e ritirato dagli angeli quasi come un sipario, lascia apparire la scena della vittoria sulla morte, la salvezza finale dell’umanità e il ritorno del Figlio al Padre, preludio dell’Eternità.

Il Cristo pescatore di uomini

Il Cristo pescatore di uomini

Gesù, morto e risorto, sale verso il Cielo. Ascende gli invisibili gradini della virtuale scala del tempo, quel tempo che è stato offerto a tutti per la redenzione. Sui piedi, sui polsi e sul costato sanguinano ancora le piaghe della sua crocifissione. Con le mani solleva coloro che hanno risposto positivamente al suo invito alla salvezza e ora sono aggrappati alla rete delle misericordia. L’immagine del pescatore di uomini è squisitamente evangelica. Qui si caratterizza nel suo significato di giudizio ultimo, secondo la lezione di Matteo: “il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti” (Mt 13, 47-50).

Gerusalemme celeste e Babilonia infernale

La città celeste

In alto, sulle nubi, è raffigurata, nella forma urbana della città ideale, la Gerusalemme celeste dell’Apocalisse: “E vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva: Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Ap 21, 1-4). Alla fine dei tempi l’interminabile corteo dei salvati si reca in pellegrinaggio alla città santa sul monte: qui è il centro del mondo, poiché solo qui a Gerusalemme abita il Signore (Sal 135,21).

La città infernale

Sotto la città ideale è raffigurata la città contemporanea con tutti i suoi problemi, una megalopoli con al centro grandi e svettanti grattacieli irti di antenne, circondata da ciminiere che producono fumi inquinanti e assediata da una povera baraccopoli. Alla Gerusalemme celeste si contrappone la terrena Babilonia infernale. Nell’Apocalisse Babilonia appare come la sede del potere terreno dell’Anticristo, il simbolo dell’inclinazione al peccato, della superbia e della lontananza da Dio. É la città da cui mette in guardia la voce dal cielo: “Uscite, popolo mio, da Babilonia, per non associarvi ai suoi peccati” (Ap 18,4).

La risurrezione dei morti

La risurrezione dei morti

La parte bassa del dipinto descrive la scena della risurrezione dei morti nell’ultimo giorno. Della tradizionale iconografia restano gli avelli tombali aperti sul terreno e i corpi risorgenti. Ma la scena è reinterpretata dall’artista per descrivere le povertà esistenziali, tutta la disperazione, la solitudine e il dolore del mondo. Il male principale che tormenta la società moderna è la solitudine che imprigiona l’uomo contemporaneo che solo apparentemente sembra essere felice nella società del mercato e del mercimonio; in realtà è incapace a tessere relazioni solidali, affettive e d’amore disinteressato. Gli avelli, con i vortici in cui sprofondano gli individui, rappresentano la solitudine e l’egoismo che possono isolare l’uomo di oggi dai suoi simili. Ma vediamo anche persone che aiutano gli altri a uscire dal proprio guscio e a sollevarsi, in una bella testimonianza di solidarietà. Altri tendono le braccia e il corpo verso la rete d’amore che viene loro offerta. Altri ancora rifiutano ogni salvezza e si rituffano nell’inferno del loro male.

La tomba vuota

La tomba vuota

In basso compare una tomba vuota, un sepolcro scoperchiato, l’ultimo luogo attraversato da Gesù: la tomba in cui viene sigillato il suo cadavere e da cui il suo corpo riemerge il terzo giorno risorto e vivo. La tomba vuota è il simbolo della vittoria sulla morte. Il pittore arricchisce la tomba vuota di un altro simbolo: la ninfea, un fiore bellissimo che ha le sue radici nella melma. L’orrore della morte è simboleggiato dal serpente che esce dal sepolcro, icona del peccato e del male. Il fiore che apre i suoi petali è il simbolo della vita che risorge.

I corpi e i volti

I personaggi che affollano il dipinto di Cinalli formano una galleria di corpi e di volti talvolta non convenzionale ma sempre ortodossa. Vanno segnalate le citazioni: i due angeli e i fregi del velo riproducono nitidamente la tenda del celebre dipinto della Madonna del Parto di Piero della Francesca; il salvato appeso alla corona del rosario riprende un particolare del celebre Giudizio di Michelangelo nella Cappella Sistina.

I salvati

Tra i salvati nella rete sono poi raffigurati i committenti dell’affresco: l’allora arcivescovo di Terni Vincenzo Paglia con il suo zucchetto e Don Fabio Leonardis, con un cuore tatuato sul braccio. Anche l’autore ha voluto lasciare il suo autoritratto tra i risorti e la sua firma su una pietra. L’universalità della salvezza, offerta a tutti, senza differenze di età, genere e razza è testimoniata dalla presenza di uomini e donne, di adulti e ragazzi, di una donna con il burqa, di un orientale con il codino, di tanti neri, di coppie gay, di un transessuale, di prostitute e prostituti con i corpi tatuati. Queste presenze ricordano la parola di Gesù: “In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Mt 21, 31).

La rete dei salvati

Grande Guerra. I forti del monte Brione sul lago di Garda

Definire “monte” un’altura di 376 metri è un pizzico esagerato. Ma certo il Brione si fa notare per le strapiombanti pareti rocciose del suo versante orientale che in qualche modo gli conferiscono l’aspra fisionomia tipica della montagna. Spicca isolato nella piana alluvionale del fiume Sarca, sulla riva settentrionale del grande Lago di Garda, e separa i due centri abitati di Riva del Garda e Torbole. Più che un vero “monte”, dunque, è un rilievo di natura calcarea-marnosa delle dimensioni di una collina; per la sua forma è stato paragonato a un enorme spicchio d’arancia poggiato su di un piano.

Riva del Garda e il monte Brione

Il monte Brione è percorso da un tratto del Sentiero della Pace, il lungo tracciato che segue i luoghi e le memorie della Grande Guerra sul fronte del Trentino, dallo Stelvio alla Marmolada, per centinaia di chilometri. Lo Stato Maggiore dell’Impero Austro-ungarico sfruttò la posizione strategica del Monte Brione costruendo diverse fortificazioni che, in occasione del centenario della Grande Guerra, sono state recuperate e valorizzate. Le posizioni italiane si trovavano di fronte, sulla cresta del dominante monte Baldo.

Iscrizione militare

Saliamo sulla cima del monte Brione percorrendone il magnifico sentiero di cresta. L’interesse è continuamente stimolato dalle fortificazioni asburgiche, dalle bellezze botaniche della riserva naturale e dai celebri panorami su lago di Garda. Molto consigliabile è partire direttamente dal centro di Riva camminando lungo la bellissima passeggiata pedonale in riva al lago. In venti minuti si giunge al porto di San Nicolò.

Il Forte di San Nicolò

Il Forte di San Nicolò

Sul porto vigila il Forte San Nicolò, di cui oggi resta il corpo centrale di forma rettangolare. Dagli austriaci era chiamato Strandbatterie, batteria da spiaggia, a testimonianza della funzione antisbarco. Era un forte di prima generazione: casamatta non armata di pietra a vista lavorata a scalpello e calce, dotata di quattro cannoni. La guarnigione era ospitata nella soprastante Villa Favancourt, che fungeva da caserma. All’inizio della guerra era considerato già superato e fu utilizzato come magazzino.

Il Forte Garda

Le cupole del Forte Garda

Il sentiero, gradinato, s’inerpica sulle rocce dietro al forte e tocca alcune postazioni. Lasciata la strada a sinistra, continua a salire con bei panorami sul lago. In breve raggiunge il forte Garda e lo contorna con un anello. Si può così osservare sia il lato rivolto al lago (ed esposto alle artiglierie italiane), sia il fronte interno. Se ne apprezza la sua conformazione mimetica, aderente al terreno e modellata sul tratto di cresta. Curioso il particolare delle finte cupolette per ingannare l’osservazione avversaria. Intorno al forte sono le cannoniere corazzate e le postazioni per i mortai e le mitragliatrici. Dal fossato posteriore parte una lunga galleria scavata nella parete del monte con i punti. Grazie a lavori di ripristino l’interno del forte può ospitare eventi ed è visitabile secondo un calendario programmato.

La riserva naturale

Cannoniera corazzata

L’ascesa di cresta continua sempre panoramica e traversa la Riserva naturale. Le particolari condizioni climatiche fanno sì che sul Brione possano vivere piante mediterranee come il leccio, la ginestra, l’albero di Giuda e l’alloro. Sugli ampi terrazzamenti digradanti a valle è coltivato l’olivo. Dall’alto è ben visibile l’ultimo tratto del fiume Sarca la cui foce, fino alla rettifica attuata nel 1919, si componeva di rami secondari che scorrevano nelle campagne di Torbole e venivano utilizzati per irrigare gli orti e come porto sicuro.

Il Forte di Mezzo

Il Forte di Mezzo

Continuando l’ascesa del crinale del monte Brione, superate alcune opere belliche secondarie e ormai in vista delle antenne sommitali, si raggiunge la Mittelbatterie, il Forte di Mezzo. Opera di terza generazione, è il classico forte di montagna costruito su roccia, con pietre squadrate e graniti e con la copertura in calcestruzzo. Sul fronte si aprono i varchi dei quattro cannoni di cui il forte era dotato, mentre sul retro sono gli accessi della guarnigione che poteva arrivare a cento uomini.

La croce di vetta

Superato il forte conviene salire ancora per un breve tratto, raggiungendo la grande croce eretta nel 2003 dagli Alpini in memoria dei caduti. Il percorso può anche proseguire fino a raggiungere il Forte di Sant’Alessandro, all’estremità nord del monte. La discesa per tornare a Riva, in alternativa al sentiero di salita, un po’ faticoso, può utilizzare la strada sterrata e la via asfaltata chiusa al traffico che scendono a poca distanza dalla cresta. Il dislivello è di circa trecento metri e il tempo complessivo dell’escursione, calcolando anche i tempi di visita e le soste panoramiche, è di circa tre ore.

(Ho effettuato l’escursione il 21 settembre 2017)