San Candido. Dalla Creazione del mondo all’Apocalisse

San Candido (Innichen, in tedesco) è un delizioso centro dell’Alto Adige, tra i più noti e frequentati della Val Pusteria. Tra i tanti spunti di visita che il paese offre, proponiamo un tour con lo sguardo all’insù. L’obiettivo sono gli affreschi che decorano la volta della Collegiata romanica e della Parrocchiale di San Giorgio. Ne emerge un originale viaggio biblico tra la Genesi e l’Apocalisse, tra l’inizio e la fine del mondo.

L’affresco della Creazione nella Collegiata

La Collegiata di San Candido nasce nel Mille da un antico convento benedettino e raggiunge il suo aspetto attuale nel Duecento. Ha le austere sembianze di una cittadella fortificata, una sorta di “fortezza di Dio”. L’affresco che riveste la cupola racconta tutto il ciclo della Creazione del mondo: una sequenza d’immagini che seguono il filo del racconto della Genesi, illustrato nello stile romanico del 1280.

La Creazione

L’affresco è strutturato in tre zone concentriche: al centro è il firmamento notturno, con le stelle e gli astri maggiori; lo circonda il cielo diurno e, sotto le nuvole, la superficie della terra. I sei giorni della creazione sono evocati da altrettante immagini del Dio creatore. Il ciclo inizia con il “fiat coelum”: Dio colloca gli astri nel cielo e separa la luce dalle tenebre, genialmente umanizzate. Segue il “fiat firmamentum”: il Creatore separa le acque sopra e sotto la volta celeste e fa così apparire la terra rocciosa e alberata, traversata dai fiumi. Nella terza scena, quella del “Fiant volatilia”, avviene il popolamento dell’acqua e dell’aria con le diverse specie di pesci e di uccelli. La quarta raffigurazione – “Fiant animalia” – propone un giardino zoologico di animali piccoli e grandi, reali e fantastici; l’uomo con il cappuccio che cavalca il cavallo è forse l’autoritratto del pittore. Con il “Fiat Adam” ecco la quinta scena in cui Dio, alla maniera di un vasaio, crea il suo capolavoro, l’uomo. Dio pone le mani sul capo e sul mento dell’uomo, mentre Adamo mette le mani sul cuore. Nella sesta scena – “Fiat Eva ex Adam” – le mani di Dio estraggono Eva dal fianco di Adamo e la benedicono accarezzandole la fronte. Il ciclo termina con la scena della cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre. Un cherubino dalle ali spiegate con la destra impugna la spada e con la sinistra spinge i progenitori fuori dalla torre di guardia all’ingresso. Adamo ed Eva coprono le loro nudità con una foglia di fico, e andandosene, guardano tristi verso l’albero della conoscenza del bene e del male e il paradiso perduto.

Le immagini apocalittiche dell’arcangelo Michele

La vicina chiesa di San Michele Arcangelo si fa ammirare per le forme eleganti del barocco tirolese e per i suoi richiami al rococò, frutto della trasformazione avvenuta nel 1735. La nostra attenzione si concentra comunque all’interno della chiesa sul ciclo di dipinti che il pittore barocco Christoph Anton Mayr realizzò nel 1760 sulla volta della navata. Il ciclo è dedicato all’arcangelo Michele, patrono della chiesa, e alle sue apocalittiche battaglie contro il demonio in qualità di capo delle milizie celesti, difensore della chiesa, giudice delle anime.

Il giudizio individuale

Il dipinto all’inizio della navata descrive una scena di “giudizio particolare”. Un morente spira nel suo letto, circondato dai suoi familiari e da un sacerdote che lo assiste. In cielo appare Gesù Cristo, nel suo ruolo di giudice supremo, mentre esibisce la croce della sua passione, segno di salvezza per l’umanità. Inginocchiata ai suoi piedi, la madre Maria intercede per la salvezza del defunto. Il suo angelo custode avvia l’anima all’immediato giudizio individuale sui piatti della bilancia del ponderator. L’arcangelo Michele, in abiti militari, regge la bilancia a doppio piatto e con la spada sguainata tiene a distanza il serpente diabolico. Intorno ai piatti della bilancia si sviluppa una simbolica battaglia tra il bene e il male. Un demonio cerca di far pendere il piatto della bilancia dalla propria parte, collocandovi sopra i simboli dei peccati capitali che estrae da una cornucopia: nel caso specifico poggia sul piatto un sacchetto di monete, simbolo del vizio capitale dell’avarizia.

San Michele, la Donna e il dragone

La seconda scena dipinta sulla volta è la visione della donna e del drago, il celebre dramma dell’Apocalisse che si svolge tra cielo e terra. Si tratta di un’immagine tripolare, giocata sulla donna, l’angelo e il drago a sette teste, affiancata dalle immagini dei progenitori ai tempi dell’innocenza e dalle conseguenze del peccato originale. In alto è la madre di Gesù, vestita di bianco e di blu: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,1-2). Il secondo polo è concentrato nella plastica immagine dell’arcangelo Michele, vestito di una leggera armatura e protetto da uno scudo, con la spada sguainata e fiammeggiante e con un mantello svolazzante di vivido colore rosso. Il terzo polo è costituito dal drago furente a sette teste, respinto dalle nuvole verso il basso.

La caduta degli angeli ribelli

La terza scena dipinta sopra l’altare descrive la battaglia tra gli angeli fedeli, guidati da Michele, e gli angeli ribelli a Dio, guidati da Lucifero. La caduta degli angeli ribelli richiama le parole apocalittiche: «scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme ai suoi angeli, ma non prevalse e non vi fu più posto per loro in cielo. E il grande drago, il serpente antico, colui che è chiamato diavolo e il Satana e che seduce tutta la terra abitata, fu precipitato sulla terra e con lui anche i suoi angeli» (Ap 12,7-9).

La Collegiata di San Candido

(Ho visitato San Candido il 15 agosto 2017)

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Sul Monte Elmo. Memorie storiche e panorami

Il monte Elmo si trova nel gruppo delle alpi Carniche e segna il confine tra Italia e Austria. Pur senza essere particolarmente appariscente questa piramide, alta 2434 metri, è molto apprezzata per il suo spettacolare panorama circolare sull’arco alpino e sulle Dolomiti orientali. Se si aggiunge la facilità dell’accesso grazie alle due cabinovie che salgono a quota 2000 rispettivamente da Sesto e da Versciaco, si comprende anche perché sia frequentatissimo da escursionisti e famiglie.

La carta turistica del monte Elmo

Dalle contigue stazioni di arrivo delle due funivie e dal parco di attrazioni per i bambini si percorre la strada sterrata che attraversa in leggera salita verso est un ampio pendio boscoso e in meno di mezz’ora porta al Rifugio Gallo Cedrone, a quota 2150 m, in bella posizione. Il monte Elmo è da qui ben visibile. Si può salirvi direttamente dal rifugio lungo un sentiero un po’ scabroso e ripido tra le rocce. Oppure si può continuare per un tratto lungo la sterrata per poi abbandonarla e seguire a sinistra il ripido sentiero 4a che sale a stretti tornanti, protetti da corrimani di legno, lungo un erto costone di erba e roccette. Oppure scegliere un percorso un po’ più lungo ma più tranquillo e panoramico che segue ancora per un tratto la sterrata in direzione del rifugio della Sillianer Hutte e giunto alla selletta dov’è un incrocio di sentieri, inverte la rotta e sale in cima all’Elmo per facile cresta.

L’arrivo in vetta

Il panorama

La Val Pusteria

Dalla cima dell’Elmo si apre il vasto panorama circolare sulle Dolomiti, la Pusteria e i monti dell’Osttirol e della Carinzia. I pannelli opportunamente collocati in vetta aiutano a riconoscere la successione delle cime dolomitiche: il Popera, la Croda Rossa, cima Undici, cima Dodici, l’Antelao, le tre Cime di Lavaredo, le Marmarole, il Paterno, la Cima dei Tre Scarperi, i Baranci.

Il confine tra Italia e Austria

Un cippo di confine

Il percorso di cresta è segnato da una successione di cippi che individuano il confine tra Italia e Austria. Sui due lati opposti del cippo sono le lettere I e O, iniziali di Italia e Österreich (Austria). Di lato è incisa la data di apposizione del cippo (1920) e in alto la linea del confine. Questo confine fu definito dopo la prima guerra mondiale nel trattato di pace di Saint-Germain-en-Laye del 1919. L’Italia ottenne allora i territori considerati naturalmente italiani perché al di qua della linea di spartiacque della Drava. Tuttavia il monte Elmo si trova al di là della linea di displuvio della sella di Dobbiaco: la ragione di questo sforamento del confine dipende dalla richiesta di parte italiana, accolta nel trattato, di inserire nel proprio territorio, per ragioni di controllo e continuità territoriale, anche la conca di San Candido e la valle del Rio Sesto.

L’ex rifugio Helmhaus

La Casa dell’Elmo

La sommità del monte è occupata da un edificio, oggi sprangato e pericolante, ma dall’interessante passato. Fu costruito alla fine dell’Ottocento dalla sezione di Sillian del Club alpino austro-tedesco e, con il nome di Helmhaus, funzionò da rifugio alpino, apprezzato per la sua terrazza panoramica. Dopo la Grande guerra, con lo spostamento del confine, il rifugio si trovò in terra italiana e fu inserito nel sistema difensivo del Vallo alpino. Esaurito il suo ruolo militare e doganale il rifugio fu abbandonato e andò progressivamente in degrado. Dal 1998 l’edificio è stato trasferito al patrimonio della Provincia autonoma di Bolzano. Se ne ipotizza un restauro, dopo che le due sezioni confinanti dei Club alpini austriaco e alto-atesino hanno bandito un concorso per il rinnovamento e la rivitalizzazione dell’Helmhaus, premiando il progetto dell’architetto Johannes Watschinger di Sesto.

Una croce per l’Europa

La Croce del Cristo vivo

In vetta a monte Elmo spicca il grande crocifisso che fu simbolicamente piantato sulla linea di confine, per celebrare la nascita della Comunità europea avvenuta con il Trattato di Roma del 1957. Autori dell’iniziativa furono 53 boy scout e un padre gesuita provenienti da sette paesi europei (Germania, Italia, Svizzera, Francia, Spagna, Belgio e Olanda), impegnati a Sesto in un campo europeo nell’estate del 1958. Per lasciare una testimonianza duratura di questo incontro europeo si commissionò al maestro Josef Tschurtschenthaler una scultura in legno del Cristo crocifisso. La grande croce del peso di oltre 100 kg fu trasportata a spalle dagli scout sulla cima del monte Elmo, seguendo il suggerimento di Aldo Janotto, allora comandante della Guardia di Finanza di San Candido. Da allora il “Cristo vivo” del monte Elmo protegge l’anelito all’unità dei giovani europei.

Le casermette del Vallo alpino

Una delle casermette di confine

Appena sotto la vetta dell’Elmo, al riparo della cresta orientale, sono ancora in piedi sei casermette inserite un tempo nel sistema difensivo del Vallo alpino. Gli edifici sono stati privati di tutti gli arredi interni e degli infissi ma restano visitabili sia pure con qualche precauzione per evitare le buche e i detriti. Le caserme risalgono agli anni Trenta quando, in epoca fascista, fu realizzato lo sbarramento di Versciaco, in chiave difensiva contro un possibile attacco tedesco. Il sistema difensivo doveva collegare il corno Fana, il cornetto di confine, il monte Chiesa la cima Lepri e il monte Elmo. Fu però nel secondo dopoguerra che il Vallo alpino assunse un nuovo ruolo, questa volta in chiave Nato, come risorsa difensiva nel caso di un’ipotetica invasione da este da parte delle truppe del Patto di Varsavia. In effetti come risulta evidente a tutti gli escursionisti dai 2400 metri del monte Elmo si poteva avere una vista amplissima della Pusteria austriaca in caso di incursioni militari ostili. Fu però utilizzato anche dalla Guardia di Finanza per il controllo della dogana e per la repressione del contrabbando. Dopo le vicende del 1989 successive alla caduta del muro di Berlino e con l’ingresso dei paesi confinanti nell’Unione europea, cessò la necessità di queste strutture di confine ed esse furono disarmate e abbandonate.

(Escursione effettuata il 18 agosto 2017)

Il giro del lago di Anterselva

Popolare lo è senza dubbio, visto il gran numero di escursionisti che ne percorre le rive. Apprezzato lo è ancora di più, per la comodità di accesso, per la sua bellezza, per la capacità di coinvolgere i bambini, per la tavolozza dei colori, per il sentiero-natura. Il giro del lago di Anterselva, alla testata dell’omonima valle, laterale della Val Pusteria, è una classica proposta turistica del parco naturale delle Vedrette di Ries in Alto Adige.

Il lago di Anterselva

Si raggiunge il lago in auto (o in treno+bus) percorrendo la valle di Anterselva, prima che la strada si restringa e s’impenni verso il passo Staller. Un ampio parcheggio è disponibile nei pressi dello stadio e del centro di formazione della specialità olimpica del Biathlon. Siamo a 1642 metri d’altitudine. Iniziamo la passeggiata ad anello in senso orario, percorrendo una passerella di legno che traversa la fitta rete di rigagnoli, stagni, torbiere e sorgenti della riva sinistra.

La passerella protetta sulla riva del lago

Il sentiero-natura offre ai camminatori le tabelle informative sulle diverse caratteristiche dell’ambiente: i pesci di lago, la fauna del bosco, gli alberi e le piante, le rocce che affiorano sul percorso. Alcuni allestimenti sono coinvolgenti e interattivi: l’albero degli uccelli e il gioco delle pigne entusiasmano i ragazzi, e non solo loro. A metà strada si trovano un ristorante e un punto di ristoro accanto a un grande prato e al parco giochi.

La mappa del Sentiero Natura

Un pannello racconta la curiosa leggenda sull’origine del lago. Tanto tempo nella zona dove ora c’è il lago c’erano tre masi, i cui abitanti erano molto duri di cuore contro i poveri. Un giorno, durante la sagra del paese, venne un vecchio mendicante e chiese l’elemosina. I ricchi contadini gli diedero solo del pane ammuffito. Allora il povero si arrabbiò e disse a ognuno di loro: ‘State attenti, fra qualche giorno sgorgherà una sorgente dietro le vostre case e vedrete cosa combinerà’. La gente non diede retta alle parole del mendicante. Per tre giorni non successe niente. Il quarto giorno, però, nacque una sorgente dietro ogni casa. Le acque sorgive dilagarono fino a sommergere i masi degli avari contadini, formando il lago di Anterselva. Fin qui la leggenda. Nella realtà il lago si è formato in seguito alle ingenti frane che hanno colmato il fondo della valle.

La sorgente e la scultura in legno

Attraversata la strada che porta al Passo Stalle, si percorre la via del ritorno. Il sentiero si alza e percorre a mezza costa il bosco. I pannelli segnalano le principali emergenze del fronte montano settentrionale: la Ohrenklamm, la gola più selvaggia di Anterselva con le sue stelle alpine; il torrente Hundskehl che scende dagli alpeggi della malga Reinisch; le radure create dalle valanghe lungo il corso del torrente Sattelbach.

Il lago e la cima di Collalto

Ormai in prossimità della strada, accanto a un allevamento di cervi, si traversa una fascia di bosco e si rientra al punto di partenza, chiudendo l’anello. Nell’ultimo tratto ci fanno compagnia gli atleti del biathlon che si allenano sulla pista dedicata.

La passerella di legno

(Ho percorso l’anello il 14 agosto 2017)

Vallo Alpino. Il Bunker di Valdaora in Val Pusteria

“La pace regna in Valle Anterselva. Il vento sussurra soavemente tra le alte cime degli alberi, le travi di una vecchia baita scricchiolano piano. Altrimenti il silenzio. I boschi selvaggi odorano di resina, i prati seducono con un profumo dolce e acerbo…”. D’accordo, è il linguaggio rarefatto dei dépliant turistici. Del resto siamo in Alto Adige, nella Val Pusteria, uno dei distretti turistici alpini tra i più amati. Ancor più sorprendente, quindi, scovare opere di guerra, nascoste nelle pieghe di questa terra. Un colosso di calcestruzzo si annida alla confluenza del rio Anterselva nel fiume Rienza. Bunker e sbarramenti, si sa, per loro natura sono costruiti in modo da passare inosservati: scavati nel profondo del terreno e nella roccia, sempre ben mimetizzati. Il Bunker di Valdaora è invisibile e ignoto ai più. Se ne può andare alla scoperta solo con una visita guidata.

Valdaora in Val Pusteria

Prima però qualche rigo di storia. Il Vallo Alpino risale agli anni Trenta del secolo scorso, quando il regime decise di proteggere i confini alpini dell’Italia con un sistema di fortificazioni difensive distribuito tra Ventimiglia a Fiume. Anche l’Alto Adige fu interessato dal lavoro di costruzione degli sbarramenti fortificati in funzione anti-tedesca. Le proteste del Reich e le successive vicende belliche comportarono la sospensione dei lavori. Solo dopo l’adesione al Patto Atlantico, nel 1949, le Forze armate italiane ripresero i lavori del Vallo Alpino a difesa della frontiera nord-orientale, nella logica della Guerra Fredda e del contrasto con il Patto di Varsavia. Con la caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica e l’adesione dei nuovi paesi all’Unione europea, cessò definitivamente l’importanza strategica e di conseguenza l’interesse per le fortificazioni di confine. Nel 1992 iniziò la completa dismissione di tutte le opere dell’ex Vallo Alpino, site in Alto Adige e nel Friuli Venezia Giulia. Nel 1998 le fortificazioni dismesse dell’Alto Adige sono state trasferite in proprietà alla Provincia autonoma di Bolzano. La Provincia ha selezionato le opere più interessanti da conservare e ne ha progressivamente aperto l’accesso ai visitatori a scopo culturale, didattico e turistico.

Apertura mimetizzata

Lo sbarramento di Rasun-Valdaora fu realizzato nel 1940, con il compito di difendere la direttrice della Val Pusteria. Comprendeva venti opere difensive, tra cui sei scavate nella roccia, ma le difese anticarro (fossati e punte di calcestruzzo) e i campi minati non vennero mai realizzati. Il Bunker di Valdaora era equipaggiato con armamenti fissi (cannoni) e mobili (mitragliatrici), nonché con impianti tecnologici (elettrico, telefonico, aereazione, deumidificazione) e arredi necessari alla permanenza delle truppe all’interno dell’opera (camerette con brande, tavoli, riserve d’acqua e di cibo, latrine).

L’ingresso del bunker di Valdaora

Al bunker era assegnato il battaglione Alpini d’Arresto ‘Val Brenta’ che risiedeva nella caserma di Valdaora di Sotto. La visita dei gelidi interni del bunker si sviluppa nei lunghi corridoi, affiancati dalle camere e dalle strutture di servizio e raggiunge le camere di sparo dell’artiglieria e le feritoie delle mitragliatrici. Sono anche visibili gli impianti manuali per la ventilazione e le centraline degli impianti elettrici.

L’impianto manuale di ventilazione interna

Il giro esterno del bunker consente di apprezzare il suo basso profilo sul terreno, la dissimulazione della struttura nel boschetto, le protezioni mimetiche esterne e le diverse feritoie di sparo. La visita va concordata con l’ufficio turistico di Rasun di sotto.

Feritoia di sparo

(Ho visitato il bunker il 17 agosto 2017)

Il forte asburgico di Fortezza sull’Isarco

Singolare destino per questo imponente complesso di architettura militare costruito dagli Asburgo. Fu figlio della paura. Si aveva timore che la Francia di Napoleone potesse attaccare l’Austria da sud, lungo la valle dell’Isarco. Con sforzi immensi si costruirono casematte in durissimo granito, si alzarono mura poderose, si aprirono feritoie irte di artiglieria e fucileria per il controllo dei dintorni. Un gioiello di architettura bellica asburgica, a prova di bomba, che doveva rappresentare uno sbarramento invalicabile per qualunque esercito. Mai utilizzato, però. Nessun ‘nemico’ lo ha mai attaccato. I suoi cannoni non hanno mai sparato neanche un colpo. Per fortuna, certo. Ma proprio un destino bizzarro, se non farsesco, per un’opera di guerra.

La Fortezza nella stretta della valle dell’Isarco

Siamo a Fortezza (Franzensfeste), in Alto Adige, tra Vipiteno e Bressanone. Il forte, che ha trasmesso il nome anche al vicino borgo, sbarra come una diga il fiume Isarco, affiancato dalla statale, dall’autostrada del Brennero e da due linee ferroviarie. Alle guarnigioni austro-ungariche si sono succedute nel tempo le truppe tedesche della Wehrmacht e gli Alpini italiani. Poi nel 2005, cessate tutte le preoccupazioni militari legate alla Guerra fredda e alle minacce del Patto di Varsavia, ritiratisi i soldati, la Fortezza è stata pacificamente invasa dai turisti, che dall’alto delle mura possono rivivere le sensazioni letterarie del tenente Drogo, nel “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Divenuta luogo di eventi ed esposizioni, la Fortezza sta definendo una sua nuova identità, trasformando così un luogo inquietante e repulsivo in un’attrazione turistica internazionale.

Un pannello della mostra storica

L’ingresso

Il portone d’ingresso della Fortezza

Il monumentale portone d’ingresso è costruito con possenti blocchi di granito, ognuno dei quali pesa circa tredici tonnellate. La scritta latina sull’architrave ricorda gli imperatori austriaci Francesco e Ferdinando che decisero la costruzione della fortezza (“Franciscus I. Austr. Imp. inchoavit MDCCXXXIII – Ferdinandus I. Austr. Imp. Perfecit MDCCXXXVIII”).

La cappella

L’interno della cappella

Nel cortile della fortezza sorge la chiesetta a servizio della guarnigione. Costruita in stile neo-gotico, il suo profilo esterno contrasta nettamente con le masse squadrate delle fortificazioni. Anche l’interno, con le pareti e le volte a cassettoni, è dissonante rispetto al resto; a imitazione della volta del Pantheon romano, l’interno ha una buona resa acustica che consentiva alla voce del celebrante di diffondersi anche all’esterno. Più recentemente la cappella è stata arredata da pannelli con citazioni tratte dalla Bibbia e dalle encicliche degli ultimi Papi e anche con piccole opere d’arte.

Locus perennis: l’obelisco geodetico

L’obelisco locus perennis

Un piccolo obelisco sovrasta una scritta in latino che dice: luogo perenne di misurazione precisa dell’altitudine realizzato nel 1893 con un teodolite europeo in Austria e Ungheria. Si fa riferimento al problema scientifico della misurazione dell’altitudine. Nel 1871 i geografi europei avevano stabilito di creare in luoghi assolutamente stabili dal punto di vista geologico delle quote di riferimento precise al millimetro, che potessero fungere da base per ulteriori misurazioni. Nell’Impero austro-ungarico l’Istituto Geografico Militare di Vienna individuò, sette punti di riferimento altimetrico tarati sull’altezza media del mare nel porto di Trieste. Il più alto di questi riferimenti si trova proprio qui, nella Fortezza, a 736 metri: la placca di ottone con la misura è nascosta sotto l’obelisco di granito. Gli altri sei punti si trovano in Slovenia, Cechia, Ungheria e Romania.

Le architetture interne

Un arco interno

La Fortezza fu progettata come una struttura sobria e orientata unicamente alla funzionalità. Scalpellini e muratori la costruirono tuttavia con l’orgoglio artigianale di un tempo, ove ogni pezzo era unico e realizzato a mano. Pilastri, archi e volte in rossi mattoni pieni esibiscono curve perfette come si trattasse di architetture da mettere in mostra.

L’esposizione permanente

Un pannello della mostra permanente

Una mostra permanente, distribuita nelle sette grandi casematte, illustra le vicende di questa costruzione. I visitatori hanno la possibilità di informarsi sulla storia della ‘Cattedrale nel deserto’, dalla sua realizzazione fino ad oggi, attraverso racconti e aneddoti, in particolare sulla realizzazione di questa gigantesca struttura e degli effetti che questa ha avuto sulla zona circostante. Tramite diverse postazioni interattive è possibile scegliere oltre alla storia del Forte, anche la storia del traffico nel territorio e dell’oro della Banca d’Italia che una volta era custodito in questa fortezza. Alla mostra permanente si affiancano periodicamente mostre temporanee.

Un cortile del forte

(Ho visitato Fortezza il 16 agosto 2017)

L’uomo con la borsa al collo

L’uomo con la borsa al collo è un’immagine medievale che esprime la condanna sociale e religiosa per l’uso peccaminoso del denaro. La borsa al collo è piena di monete: una ricchezza ‘male acquisita o illecitamente tesaurizzata’, un pesante fardello del quale il peccatore non riesce a liberarsi e che lo appesantisce precipitandolo all’inferno. La borsa al collo contraddistingue numerose figure detestate nella società medievale: l’avaro, l’avido usuraio, il falsario di monete, il mercante disonesto, il ricco cattivo, il traditore Giuda.

L’uomo con la borsa al collo tra i dannati (Autun)

La preoccupazione dell’idolatria di Mammona è una costante nella vita della chiesa. Gesù mette in guardia dalle ‘borse’ e ammonisce: “Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 33-34). La tensione tra ricchezza e povertà attraversa la chiesa medievale: i movimenti pauperisti, per i quali la povertà voleva dire essenzialmente assenza di possesso, trovarono come obiettivo polemico della loro predicazione mercanti, usurai, vescovi e abati disinvolti nella gestione dei beni. Tensioni analoghe si sviluppano nella società medievale, sconvolta dalla nascente economia di mercato, dal prestito a interesse, dall’affermazione delle banche e dei banchieri.

Il dannato con i fardelli delle sue ricchezze (Fornovo di Taro)

L’immagine dell’uomo con la borsa al collo compare in diversi contesti, a cominciare dai giudizi universali per poi proseguire nelle raffigurazioni dell’inferno, nei combattimenti tra i vizi e le virtù, nelle cavalcate dei vizi, nella pittura infamante urbana, nei cicli delle parabole di Lazzaro e del tradimento di Giuda.

Propongo una breve rassegna tipologica di personaggi nei quali la borsa al collo identifica i tanti peccati legati all’uso del denaro.

L’usuraio di Ennezat

Il capitello di Ennezat

L’uomo è afferrato ai polsi da due diavoli alati e ha una borsa tondeggiante che gli pende dal collo. Il diavolo ha scritto sul cartiglio “Cando usuram acepisti opera mea fecisti” (Quando prendesti l’usura compisti l’opera mia). Al di sotto è un recipiente che reca le parole “munera” e “dives”. Il capitello è nella Collégiale Saint-Victor et Saint-Couronne di Ennezat fondata dal duca di Aquitania tra il 1061 e il 1073 per la vita comune di dodici canonici. L’usura è il prestito di denaro da restituire gravato da interessi onerosi. L’usuraio era considerato un peccatore tra i più infami.

L’avaro di Conques

Il capitello di Conques

Su un capitello del transetto di Conques vediamo l’avaro finire nelle mani dei diavoli che lo prendono in consegna con visibile soddisfazione. L’avaro ha la scarsella dei soldi appesa al collo e la soppesa con la mano, proteggendola dalle mire diaboliche. La scritta sul cartiglio dice “Tu pro malum, accipe meritum”, ovvero “ricevi la ricompensa che meriti per il tuo peccato”. Conques, nell’Aveyron, fu in antico sede di un’abbazia benedettina di cui oggi non rimane che la chiesa di Santa Fede (Sainte-Foy), imponente edificio romanico del secolo undicesimo, tappa lungo la via di pellegrinaggio per Santiago di Compostella.

Il ricco Epulone di Moissac

Il portale di Moissac

Il portale dl Moissac racconta una delle parabole più note del Vangelo di Luca (16,19-31), quella del povero Lazzaro e dell’uomo ricco. Questi, nel corso della sua vita fortunata, vestiva elegantemente e banchettava con i suoi amici mentre alla sua porta il povero Lazzaro mendicava il cibo. Dopo la morte il povero Lazzaro era stato accolto in cielo, nel seno di Abramo, mentre il ricco si era ritrovato tormentato nell’Ade. La scultura descrive la punizione del ricco tra le fiamme dell’inferno, schiantato a terra, con il sacco delle monete stretto al collo, artigliato dai diavoli. Moissac è soprattutto famosa per la sua chiesa abbaziale di Saint-Pierre, tra i principali monumenti del Cammino di Santiago lungo la strada da Tolosa a Bordeaux. Consacrata nel dodicesimo secolo ha sul fianco destro un prezioso portale, eseguito tra il 1100 e il 1130, capolavoro della scultura romanica.

Fol Dives: il ricco stolto di Orcival

Il capitello di Orcival

Un capitello nella chiesa di Notre-Dame di Orcival, scolpito nella prima metà del dodicesimo secolo, mostra un personaggio che stringe la borsa appesa al collo mentre due diavoli lo tormentano con i forconi. L’incisione sovrastante lo definisce “Fol Dives”, un “ricco folle”. Si tratta della figura immortalata nella parabola di Luca (Lc 12, 16-21): “La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: ‘Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!’. Ma Dio gli disse: ‘Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?’. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”.

I trenta denari di Giuda

Giuda impiccato all’inferno con la borsa dei trenta denari (Conques)

Nel giudizio universale di Conques, a fianco di Lucifero, compare un uomo impiccato, con il corpo avvolto nelle spire dei serpenti e con la borsa di monete appesa al collo. Si tratta di Giuda, l’apostolo che tradì Gesù per trenta denari. La storia è nota dal vangelo di Matteo: “Allora Giuda – colui che lo tradì -, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: “Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente”. Ma quelli dissero: “A noi che importa? Pensaci tu!”. Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi” (Mt 27, 3-5). L’ignobile mercato della vita di Gesù venduta per denaro fece di ‘Judas mercator pessimus’ un soggetto esecrato nella mentalità popolare e nell’iconografia.

Il Simon Mago di Chartres

Simon Mago con la borsa al collo calpestato da San Pietro (Chartres)

Il portale sud della cattedrale di Chartes è rivestito dalle lunghe statue dei dodici apostoli. In posizione d’onore, l’apostolo Pietro schiaccia sotto i piedi un omino barbuto che stringe la borsa appesa al collo. Quell’omino è Simon Mago, il samaritano che ‘praticava la magia e faceva strabiliare gli abitanti della Samaria, spacciandosi per un grande personaggio’. Nel racconto degli Atti degli apostoli egli chiese a Pietro e Giovanni – in cambio di denaro – il privilegio di conferire lo Spirito Santo: “Simone, vedendo che lo Spirito veniva dato con l’imposizione delle mani degli apostoli, offrì loro del denaro dicendo: “Date anche a me questo potere perché, a chiunque io imponga le mani, egli riceva lo Spirito Santo”. Ma Pietro gli rispose: ‘Possa andare in rovina, tu e il tuo denaro, perché hai pensato di comprare con i soldi il dono di Dio! Non hai nulla da spartire né da guadagnare in questa cosa, perché il tuo cuore non è retto davanti a Dio. Convèrtiti dunque da questa tua iniquità e prega il Signore che ti sia perdonata l’intenzione del tuo cuore. Ti vedo infatti pieno di fiele amaro e preso nei lacci dell’iniquità” (At 8, 18-23).

Il vescovo simoniaco di Giotto

Il vescovo simoniaco (Padova)

Il giudizio universale dipinto da Giotto nella cappella degli Scrovegni di Padova dedica un ampio spazio ai peccatori che si sono macchiati delle colpe legate al cattivo uso del denaro. Tra questi vediamo un vescovo simoniaco, portato sulle spalle da un diavolo, che dà l’assoluzione a un fedele inginocchiato in cambio della borsa di denaro che ha appesa al collo. La simonia è l’uso peccaminoso delle risorse sacre e la compravendita di beni sacri spirituali, come le assoluzioni e le indulgenze. Nel medioevo furono definiti simoniaci coloro che compravano il titolo di vescovo e abate al solo scopo di entrare in possesso dei feudi, dei fondi e degli immobili che nelle campagne e nelle città erano legati alla carica. Le spese di gestione, tra l’altro, gravavano spesso sui sudditi. Ciò spiega le ribellioni del basso clero e del popolo insieme con la diffusione di movimenti pauperistici ed ereticali contro la corruzione del clero simoniaco.

L’avarizia a cavallo

L’avarizia e la superbia nella Cavalcata dei vizi

La Cavalcata dei Vizi è un soggetto iconografico diffuso nelle regioni frontaliere delle Alpi occidentali. I sette vizi capitali sono simbolizzati da altrettanti personaggi maschili e femminili che cavalcano animali anch’essi simbolici; il corteo dei personaggi a cavallo, legati tra loro da una lunga catena, è trascinato da un diavolo nella gola del Leviatano infernale. Un ciclo della cavalcata è stato affrescato da Aimone Duce nella cappella di Santa Maria di Missione a Villafranca Piemonte. Qui l’Avarizia è raffigurata nei panni di una vecchia tirchia, a cavallo di una scimmia cleptomane, che pur di accrescere il suo tesoretto di monete si costringe a una vita di privazioni, percepibile nel corpo macilento, nell’abito misero e strappato, nello straccio usato come copricapo, nella mancanza di calzature.

La carità schiaccia l’avarizia

Largitas vs Avaricia a Aulnay

Il portale della chiesa di Saint-Pierre di Aulnay è decorato negli archivolti da scene di combattimento tra le virtù e i vizi. Il contrasto tra la generosità e l’avarizia è rappresentato dalla donna guerriera della Largitas, armata di elmo, corazza e scudo, che calpesta Avaricia, visualizzata come un uomo con la borsa al collo. Fu il poema allegorico della Psychomachia a sviluppare la rappresentazione dei vizi e delle virtù. Prudenzio vi descrive, in scene vive e variate, i combattimenti epici che impegnano le personificazioni femminili: la Fede contro l’Idolatria, la Pudicizia contro la Libidine, la Pazienza contro la Collera, l’Umiltà contro la Superbia, la Sobrietà contro l’Abbondanza, la Generosità contro l’Avarizia, la Concordia contro la Discordia.

Per approfondire

Il libro di Giuliano Milani

Il mare. Una tragedia, il finimondo…

Oggi il mare è sinonimo di piacere e di villeggiatura. Il 48% degli italiani che va in vacanza sceglie le località marine. Ma non è sempre stato così. Nell’antichità e nel medioevo il mare è stato associato nella sensibilità collettiva alle peggiori immagini di sciagura. Esso era collegato alla morte, alla notte, all’abisso, alle tempeste, ai naufragi, ai cicloni, alle malattie infettive, alla sete ardente, ai mostri. Sancho Pancia sintetizzava così il sapere popolare sul mare: “Se vuoi imparare a pregare, vai per mare”. E allora, ecco una rassegna d’immagini d’arte nelle quali il mare non è più un sogno ma un terribile incubo.

Il maremoto

Il maremoto è un cataclisma generato da movimenti tellurici sottomarini che determinano l’insorgere e il propagarsi nei mari e negli oceani di onde, talora molto alte, con effetti in qualche caso disastrosi, di flusso e di riflusso, specie sulle coste. Nella letteratura e nell’arte cristiana il maremoto è addirittura un evento apocalittico, uno dei segni che accompagneranno la fine del mondo. Un esempio lo troviamo a Lanciano, in Abruzzo, dove la Cappella di San Legonziano è decorata di affreschi del 1515 che descrivono i cataclismi che precederanno la fine del mondo e il giudizio universale. Le prime quattro catastrofi saranno quelle del mare.

Il mare si solleva…

Primo giorno: il mare si alzerà al di sopra delle montagne (el primo dì salzera el mare quaranta braza sopra ciascadun monte). Una gigantesca onda anomala, frutto del maremoto, si solleva sulla spiaggia popolata da persone atterrite e raggiunge le nuvole in cielo. Il mare ospita grandi pesci, imbarcazioni di diversa taglia e una vistosa sirena dalla coda bifida.

Il mare si ritira…

Secondo giorno: il mare si ritirerà (el secondo dì  andarà tanto igiuso che a mala pena si potrà vedere. Per questo el populo starà tanto pensoso). Un’eccezionale bassa marea rivela il letto asciutto del fiume sotto i ponti e il fondo del mare con la fauna marina a secco. Di fronte al borgo, sulla riva, la gente indica i segni del prodigio naturale.

I pesci saltano fuori dall’acqua…

Terzo giorno: i pesci salteranno fuori dall’acqua (el terzo dì i pesci monteranno sopra de l’aqua con gran furore tanto le voci e gridi che vi saranno insino al cielo andarà quelo romore). I pesci, le sirene e i serpenti marini si avventano fuori dall’acqua schiumante, aggredendo gli umani e combattendo una selvaggia battaglia ittica.

Il mare si prosciuga…

Quarto giorno: il mare si essiccherà (el quarto dì si die secare con tute le altre aque similmente). È l’ultimo cataclisma marino. Sotto gli sguardi turbati della gente, l’acqua del mare evapora totalmente e lascia a secco le imbarcazioni a vela.

Il diluvio universale

Il diluvio universale

Nell’immaginario popolare una delle grandi paure è quella dell’alluvione. Da Firenze al Polesine, per effetto dei cicloni, delle “bombe d’acqua”, delle esondazioni, le alluvioni sconvolgono i campi e distruggono le case. L’archetipo di questi cataclismi è il diluvio universale. La biblica storia di Noè e dell’arca è raccontata nelle immagini di tanti artisti. Proponiamo l’immagine dipinta da Aurelio Luini nel 1556 a Milano, nella chiesa di San Maurizio, accompagnata dal testo del libro della Genesi.

Il diluvio durò sulla terra quaranta giorni: le acque crebbero e sollevarono l’arca, che s’innalzò sulla terra. Le acque furono travolgenti e crebbero molto sopra la terra e l’arca galleggiava sulle acque. Le acque furono sempre più travolgenti sopra la terra e coprirono tutti i monti più alti che sono sotto tutto il cielo. Le acque superarono in altezza di quindici cubiti i monti che avevano ricoperto. Perì ogni essere vivente che si muove sulla terra, uccelli, bestiame e fiere e tutti gli esseri che brulicano sulla terra e tutti gli uomini. Ogni essere che ha un alito di vita nelle narici, cioè quanto era sulla terra asciutta, morì. Così fu cancellato ogni essere che era sulla terra: dagli uomini agli animali domestici, ai rettili e agli uccelli del cielo; essi furono cancellati dalla terra e rimase solo Noè e chi stava con lui nell’arca. Le acque furono travolgenti sopra la terra centocinquanta giorni (Genesi 7, 17-24).

I morti in mare

La risurrezione dei morti in mare

Una tragedia che ha provocato storicamente una grande angoscia è il morire in mare. L’idea di non avere una sepoltura, una croce sulla quale potesse confluire il pianto e il ricordo delle persone care, era intollerabile. Forse per questa ragione la speranza nella risurrezione dei morti nel giorno del giudizio universale ha trovato riflessi nelle raffigurazioni artistiche dell’ultimo giorno e ha voluto ricordare i morti in mare. In particolar modo nell’arte bizantina, al suono della tromba del giudizio i morti si rianimano, risorgono dalle loro tombe e sono restituiti dalla terra, dal mare, dalle fiere terrestri e marine. La specificazione dei morti sulla terra e degli annegati in mare ha la sua fonte nell’Apocalisse (20,13): Il mare restituì i morti che esso custodiva, la Morte e gli inferi resero i morti da loro custoditi e ciascuno venne giudicato secondo le sue opere. Nel Giudizio universale di Voroneţ, in Romania, il mare è personificato in una donna che ha una banderuola, una fontana sul capo, un veliero tra le mani ed è seduta sul dorso di due cetacei. Tra le acque si riconoscono i profili delle balene, di una piovra e di un serpente marino, oltre alle sagome di pesci più diffusi e familiari. L’ombra di un annegato riemerge tra le onde. Altri resti umani sono vomitati dai grandi predatori marini. Gli scomparsi in mare avranno la loro giustizia.