Roma. La Torpignattara e le Catacombe dei due allori

Siamo a Roma, al numero 641 della Via Casilina. Un tempo quest’area, situata al terzo miglio dell’antica via Labicana, era di proprietà dell’imperatore Costantino ed era nota come “ad duas lauros”, cioè “ai due allori”, arbusti tradizionalmente presenti presso i palazzi imperiali. Oggi, molto meno nobilmente, si chiama Torpignattara.

 

La tomba di Elena

Il Mausoleo di Elena

Questo nome popolaresco fu dato dal volgo romano al torreggiante monumento funebre costruito dall’imperatore Costantino per essere utilizzato come sepoltura di sua madre Elena, morta nel 329. Gli abili ingegneri romani, per alleggerire il peso della cupola ed evitare possibili crolli, inserirono nella copertura numerose anfore (dette pignatte). Tale stratagemma ancora visibile ha indotto nei secoli passati il popolino a indicare il Mausoleo costantiniano come “la torre delle pignatte”; e da qui sarebbe derivato il nome stesso della zona, conosciuta come Torpignattara.

 

Le catacombe di Marcellino e Pietro

Le Catacombe ‘ad duas lauros’

Nel sottosuolo dell’antica basilica costantiniana fu scavata nel terzo secolo una necropoli dedicata ai santi martiri Marcellino e Pietro. I tre piani di scavo, i diciassette km di gallerie e le quindicimila sepolture ne fanno una delle catacombe più grandi di Roma. Dopo la caduta dell’impero e le invasioni barbariche, le catacombe furono gradualmente abbandonate e dimenticate. Oggi le Catacombe di Marcellino e Pietro (www.santimarcellinoepietro.it), di proprietà vaticana, sono state restaurate e riaperte al pubblico dalla Pontificia Commissione di Archeologia sacra e affidate in gestione ai religiosi dell’Istituto Cavanis.

 

L’arte cristiana

Agape

Il grande tesoro custodito nelle cappelle di questa catacomba è l’arte cristiana delle origini. I cubicoli e gli arcosoli delle famiglie cristiane più facoltose sono stati decorati nel terzo e nel quarto secolo da meravigliosi affreschi, oggi riportati al loro originario splendore attraverso la tecnica del laser. I dipinti delle cappelle funerarie rievocano le storie dell’antico e del nuovo testamento e sono una meditazione sulla storia della salvezza per i nuovi convertiti. Viene spesso rappresentato Giona salvato dal ventre della balena, dove il profeta era rimasto per tre giorni, con questo rievocando la resurrezione del Cristo. Ma sono anche rappresentati il peccato originale di Adamo ed Eva, Noè scampato al diluvio, Susanna salvata dalle insidie degli anziani, Daniele che rimane illeso nella fossa dei leoni, Mosè che fa sgorgare l’acqua nel deserto. Dal Nuovo Testamento provengono le immagini della visita dei Magi, dei miracoli della guarigione del paralitico e dell’emorroissa, della resurrezione di Lazzaro e della moltiplicazione dei pani. Magnifici sono l’affresco dei santi eponimi, la descrizione personificata delle quattro stagioni, i banchetti funebri e le agapi eucaristiche, il canto di Orfeo, i giardini paradisiaci. Passiamo in rassegna alcune di queste immagini, commentate dai passi biblici di riferimento.

 

Il lembo del mantello

L’emorroissa e Gesù

Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata”. Gesù si voltò, la vide e disse: “Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata”. E da quell’istante la donna fu salvata (Matteo 9, 20-22).

 

Il paralitico guarito

Il paralitico guarito

Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere sulla terra di perdonare i peccati, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi il tuo lettuccio e torna a casa tua”. Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e andò a casa sua, glorificando Dio. Tutti furono colti da stupore e davano gloria a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose” (Luca 5, 24-26).

 

La risurrezione di Lazzaro

La risurrezione di Lazzaro

Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare” (Giovanni 11, 39-43).

 

Giona e la balena

Giona gettato in mare

il mare infuriava sempre più. Giona disse loro: “Prendetemi e gettatemi in mare e si calmerà il mare che ora è contro di voi, perché io so che questa grande tempesta vi ha colto per causa mia”. Quegli uomini cercavano a forza di remi di raggiungere la spiaggia, ma non ci riuscivano, perché il mare andava sempre più infuriandosi contro di loro. Allora implorarono il Signore e dissero: “Signore, fa’ che noi non periamo a causa della vita di quest’uomo e non imputarci il sangue innocente, poiché tu, Signore, agisci secondo il tuo volere”. Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia. Quegli uomini ebbero un grande timore del Signore, offrirono sacrifici al Signore e gli fecero promesse. Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti. Dal ventre del pesce Giona pregò il Signore, suo Dio. E il Signore parlò al pesce ed esso rigettò Giona sulla spiaggia (Giona, 1 e 2).

Giona rigettato dalla balena

 

La visita dei Magi

La visita dei Magi

La stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra (Matteo 2, 9-11).

 

Daniele nella fossa dei leoni

Daniele nella fossa dei leoni

Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: “Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!”. Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò. La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: “Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?”. Daniele rispose: “O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male”. Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio (Daniele 6, 17-24).

 

Mosè fa scaturire l’acqua nel deserto

Mosè

Nel deserto di Sin il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: “Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?”. Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: “Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!”. Il Signore disse a Mosè: “Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà”. Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele (Esodo 17, 1-6).

 

La fine del diluvio

Noè

Noè poi fece uscire una colomba, per vedere se le acque si fossero ritirate dal suolo; ma la colomba, non trovando dove posare la pianta del piede, tornò a lui nell’arca, perché c’era ancora l’acqua su tutta la terra. Egli stese la mano, la prese e la fece rientrare presso di sé nell’arca. Attese altri sette giorni e di nuovo fece uscire la colomba dall’arca e la colomba tornò a lui sul far della sera; ecco, essa aveva nel becco una tenera foglia di ulivo. Noè comprese che le acque si erano ritirate dalla terra (Genesi 8, 8-11).

 

(Ho visitato le Catacombe il 23 dicembre 2017)

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Albania. L’angelo, la bilancia e il diavolo coprofilo

Tra le opere depositate nel Museo Onufri di Berat, c’è un’icona del Giudizio finale proveniente dalla stessa ex cattedrale ortodossa della Dormizione di Maria che oggi ospita il museo. Ne sono autori Giorgio, figlio di Nicola, e suo nipote Costantino Tzetiri (Gjergj dhe Ndini Çetiri), due artisti originari del villaggio albanese di Grabova. L’icona è datata 6 marzo 1846.

Berat: l’icona del Giudizio finale

L’icona propone una visione ridotta e d’impronta popolaresca del giudizio finale. Il motore che mette in movimento gli eventi dell’ultimo giorno è la mano destra di Dio che spunta dalle nuvole del cielo e sostiene la bilancia a doppio piatto della psicostasia. Sul piatto di sinistra è una sorta di bozzolo simbolizzante l’anima del risorto; sul piatto destro si accumulano i rotoli di carta in cui sono trascritti i peccati e le azioni malvage del risorgente. La bilancia registra un esito favorevole e un verdetto di salvezza per il convenuto in giudizio. Il diavolo scatena la sua rabbia e si appende al piatto della bilancia che pesa le opere cattive, tentando di ribaltare l’esito a suo favore; l’arcangelo Michele, tuttavia, interviene prontamente e con la sua lancia infilza la testa demoniaca, vanificandone l’azione di sabotaggio.

La pesatura delle anime

Il diavolo in alto ha accalappiato un gruppo di tre Farisei e li trascina nel fiume infernale. Il patriarca Mosè, aureolato e a mezzobusto su una nuvola, abbraccia le tavole della legge e con l’indice della mano destra indica il Messia che i Farisei non hanno voluto riconoscere.

Mosè e i Farisei

Un secondo diavolo si muove sulla scena del giudizio: lo vediamo appoggiarsi a un bastone e portare sulle spalle un nuovo pesante fardello di attestazioni malevole, mentre dalla bocca mostra la lingua infuocata e dal retro defeca le sue feci direttamente nella bocca di un suo compagno che ha catturato e trascina una donna peccatrice.

I diavoli e il Leviatano

L’Inferno è reso con l’immagine del fiume di fuoco che trascina nella sua corrente i dannati denudati e li precipita nella bocca di Ade, il pistrice marino, il mostruoso Leviatano. Il primo dei dannati tra le fiamme è il ricco Epulone: egli mostra la lingua riarsa al padre Abramo e chiede invano la grazia di una stilla d’acqua.

Il Paradiso

La parte sinistra dell’icona mostra un Paradiso che ha la forma urbana di una torre della Gerusalemme celeste. L’apostolo Pietro, affiancato da Paolo, ne apre la porta con le chiavi del regno affidategli da Gesù e invita a entrarvi la coppia che ha superato il giudizio della bilancia e il gruppetto di eletti che sono già ascesi sulle nubi. La torre del paradiso è sostenuta da un porticato dal quale sgorgano le sorgenti dei quattro fiumi dell’Eden: il Pison, il Ghihon, il Tigri e l’Eufrate.

Le necropoli rupestri di Falerii Novi

Falerii Novi è la città romana che nel terzo secolo avanti Cristo prese il posto della falisca Falerii Veteres (l’odierna Civita Castellana). Se ne scoprono le mura percorrendo la strada tra Fabrica di Roma e Civita Castellana, nei pressi della frazione di Faleri. Imboccato il bivio per il Parco Falisco, si raggiunge l’accesso più noto, la Porta di Giove. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce le strade interne che delimitano le insulae, le aree residenziali, il Foro e il Teatro. Ma indubbiamente la presenza di maggiore evidenza è la grande chiesa romanica di Santa Maria di Falleri, di cui si ammirano soprattutto il portale e le cinque absidi.

Colombario sulla Via Amerina

Visitata la città romana, andiamo ora alla scoperta delle necropoli rupestri situate nei dintorni. Questi antichi cimiteri erano scavati nel tufo, una roccia tipica dell’area intorno al vulcano spento di Vico. La facilità dello scavo, anche con attrezzature molto semplici come un piccone, e la varietà delle forme prodotte da questa singolare architettura per sottrazione, sono le caratteristiche tipiche che ritroviamo in tutta la Tuscia, che è stata definita la regione delle necropoli rupestri.

Tombe rupestri sulla Via Amerina

 

La necropoli di Pian di Cava

La necropoli di Pian di Cava è molto vicina alla città romana. Uscendo dalla porta di Giove, si varca la Via Falerii Novi e si devia per pochi metri nella Via San Gratiliano. Sulla sinistra si dirama un sentiero che costeggia una recinzione e si dirige verso il Fosso Purgatorio. Per evitare l’intrico della vegetazione conviene tenersi sul margine del vicino campo coltivato fino a una ripida discesa, in corrispondenza di una palina del metanodotto.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

La rupe sottostante a sinistra è traforata da una serie di tombe che si raggiungono solo dopo aver combattuto un paziente corpo a corpo con il viluppo di sterpi e di rovi che le difende. La fatica è ricompensata dall’interesse degli ipogei.

Tomba a camera a ferro di cavallo

In due casi, entrati attraverso la porta trapezoidale un tempo chiusa da una pietra sagomata, si trova un ambiente scavato a ferro di cavallo, con una rientranza centrale e due corridoi laterali; questa soluzione di scavo consente di disporre una più ampia superficie nella quale ricavare loculi orizzontali di sepoltura. Da notare che alcuni loculi non sono ancora stati scavati o lo sono stati solo in parte. In un caso la tomba è accessibile mediante due porte sui lati opposti della rupe.

I loculi all’interno della tomba a camera

Altre tombe hanno una semplice struttura a camera o sono crollate o sono scavate direttamente sulla parete rocciosa in forma di arcosoli. Ci sono indizi di un riuso delle tombe e della trasformazione in stalle: è il caso delle mangiatoie realizzate nei loculi bassi e delle attaccaglie per legare gli animali.

L’ingresso di una tomba a Pian di Cava

 

La necropoli di Cavo degli Zucchi

Cavo degli Zucchi è un luogo molto amato dagli escursionisti per la sua facilità dell’accesso, per la simbiosi con il percorso basolato dell’antica Via Amerina e per la densità impressionante di sepolture di ogni tipo.

La Via Amerina

La si può raggiungere a piedi direttamente dalle mura di Falerii, con un percorso un po’ avventuroso che guada il Rio Purgatorio accanto al ponte romano crollato. Il modo più semplice per giungervi è però quello di traversare in auto l’abitato del Parco Falisco sulla strada con l’aiuola spartitraffico centrale e giunti in fondo svoltare a sinistra sulla Via dei Falisci fino alla sbarra di accesso. I cartelli turistici sono numerosi. Dalla sbarra, fatti pochi passi, si trova il fondo naturale della Via Amerina e la si segue sulla destra, in ambiente solitario, tra grandi prati e filari di siepi. Sullo sfondo si alzano il monte Soratte a sinistra e il cratere del Lago di Vico a destra.

Tomba a Cavo degli Zucchi

Superati due sepolcri romani si arriva in breve al Cavo degli Zucchi, una trincea dove l’Amerina taglia alla base le pareti rocciose laterali e raggiunge il Fosso sul Rio Maggiore.

Complesso sul lato est

Si possono osservare tombe rupestri a portico, tombe a camera, loculi, arcosoli, nicchie, edicole pozzetti, fosse, colombari, monumenti ad ara, recinti, iscrizioni romane. Si cammina sulle lastre di basalto dell’antica pavimentazione o sui marciapiedi (crepidines). Un tratto della strada è parzialmente ostruito da un masso crollato dalla parete laterale.

Loculi e arcosoli

Raggiunto il Fosso del Rio Maggiore, dove sono i resti del ponte romano crollato, si trova sulla sinistra la tomba a portico più pittoresca. La complessità architettonica e le rifiniture di rango le hanno meritato l’appellativo di Tomba della Regina.

La Tomba della Regina

 

La necropoli Tre Ponti

Un sentierino scende sul fondo del Rio Maggiore, lo traversa su una passerella di ferro e risale sul fronte opposto, costeggiando gli imponenti basamenti del ponte romano. Ritrovato il percorso della Via Amerina costeggiamo una nuova necropoli, caratterizzata da sette monumenti funerari di rilievo scavati sui due lati della tagliata di roccia.

Necropoli Tre Ponti

Le tombe sono descritte negli accurati pannelli informativi. Procedendo sulla strada gli ipogei si diradano; conviene tuttavia raggiungere il terzo ponte (dopo quelli, crollati, sul Rio Purgatorio e sul Rio Maggiore) che mostra tutta la capacità ingegneristica delle maestranze romane.

Necropoli Tre Ponti

Il ponte è stato recentemente consolidato nel quadro di un restauro ambientale. Si osserva il grande fornice sul fosso scendendo sul sentierino laterale. Il tratto recuperato della Via Amerina continua ancora in direzione della strada Nepesina e prosegue al di là verso il Castrum di Torre dell’Isola.

Il ponte romano

(Sopralluogo effettuato il 15 marzo 2017)

Le immagini del Limbo

Il Limbo definisce tradizionalmente il luogo e lo stato in cui si trovano dopo la vita terrena quelli che sono morti senza colpe e macchiati del solo peccato originale. Esso si aggiunge quindi agli altri tre luoghi classici dell’aldilà: il paradiso, il purgatorio e l’inferno. Nel Limbo sono confinati i bambini morti senza il battesimo, i giusti dell’antico testamento, i precursori di Cristo, i grandi spiriti pagani. La speranza di questi spiriti è la liberazione portata da Gesù.

Gesù scende agli inferi (Venezia, San Marco)

In effetti, quando recitiamo il Credo di Nicea che risale al quarto secolo, diciamo che Gesù “discese agli inferi”. Tra la sua morte in croce e la sua resurrezione, Gesù sarebbe dunque disceso nel mondo infernale. Di questo episodio, per la verità, non c’è traccia nei Vangeli. Ne dà però notizia Pietro nella sua prima lettera (3, 19-20): “E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua”. Gesù sarebbe dunque sceso nello Sheol per portare la lieta novella della liberazione agli spiriti dei giusti e ai patriarchi biblici.

Il Limbo di Virgilio

Enea e la Sibilla incontrano gli “infantes”

Virgilio dà una malinconica descrizione del Limbo dei bimbi nel sesto libro dell’Eneide (vv, 426-9). Appena superato il fiume Stige, Enea, accompagnato dalla Sibilla, ascolta le voci, i vagiti e i pianti di quei neonati che una morte prematura ha strappato al seno delle loro madri e portato alla tomba.

Continuo auditae voces vagitus et ingens / infantumque animae flentes in limine primo, / quos dulcis vitae exsortis et ab ubere raptos / abstulit atra dies et funere mersit acerbo.

In questo testo virgiliano il “limine primo” può essere tradotto in una duplice valenza: nella prima interpretazione i bimbi sono collocati in una regione speciale dell’Oltretomba, il “limbus”, la prima soglia dell’Ade; nella seconda interpretazione il “limine” si riferisce invece alla dulcis vitae e fa dunque riferimento ai bambini che si affacciano alla prima soglia della vita.

Il Limbo di Dante

Dante incontra i poeti e gli “spiriti magni”

Dante Alighieri descrive il Limbo nelle tre cantiche della Divina Commedia. Nell’Inferno, il Limbo corrisponde al primo cerchio, quello che accoglie le anime dei pagani virtuosi e dei bambini morti senza battesimo, che non peccarono ma sono esclusi dalla salvezza. Lo troviamo descritto nel canto quarto, quando Dante e Virgilio iniziano la discesa nella voragine infernale e si avventurano nel primo cerchio. Qui l’aria trema di sospiri senza pianto dovuti al “duol sanza martìri, / ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi, / d’infanti e di femmine e di viri”. Virgilio spiega che si tratta di quelle anime che non peccarono, ma i cui meriti non bastarono “perché non ebber battesmo”. Dante è preso dal dolore di vedere persone di grande valore in quel limbo e chiede se qualcuno ne sia mai uscito. Virgilio racconta di aver assistito alla discesa di Cristo e alla liberazione dei patriarchi. Vengono quindi incontro a Virgilio e Dante le ombre dei quattro grandi poeti dell’antichità: Omero, Orazio, Ovidio e Lucano. Insieme si dirigono ai piedi di “un nobile castello, sette volte cerchiato d’alte mura”, al cui interno, “in prato di fresca verdura”, dimorano “li spiriti magni”, gli eroi e le eroine della storia di Troia e di Roma, i filosofi e gli altri sapienti. Il Limbo ritorna nel canto settimo del Purgatorio, quando Virgilio ricorda “il luogo non tristo di martìri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan come guai, ma son sospiri”. “Quivi – continua Virgilio – sto io coi pargoli innocenti, dai denti morsi de la morte avante che fosser da l’umana colpa essenti”. Il destino infernale dei bambini non battezzati è richiamato infine nel XXXII canto del Paradiso (“ma poi che ‘l tempo de la grazia venne, sanza battesmo perfetto di Cristo tale innocenza la giù si ritenne”), dove i bambini nati dopo l’avvento di Cristo e morti subito dopo il battesimo sono invece descritti nella rosa dei beati.

Il Vangelo di Nicodemo

La discesa di Gesù al Limbo (dintorni di Caramanico Terme, Chiesa di San Tommaso Becket)

Il racconto più dettagliato della discesa di Gesù agli inferi è riportato nel Vangelo di Nicodemo, un apocrifo che risalirebbe al secondo secolo. Eccone un estratto. “Aprite le porte! Ci fu una voce grande come un tuono, che diceva: “Alzate le vostre porte, o prìncipi, aprite le vostre porte eterne ed entrerà il re della gloria”. L’Ade udì e disse a Satana: “Esci e resistigli, se puoi!”. Satana dunque venne fuori, e l’Ade disse ai suoi demoni: “Rafforzate bene le porte bronzee, tirate le spranghe di ferro, osservate tutte le chiusure, vigilate tutti i punti. Se egli entra qui, guai a noi!”. Venne allora una voce che diceva: “Aprite le porte!”. Udita questa voce per la seconda volta, l’Ade rispose come se non lo conoscesse, dicendo: “Chi è questo re della gloria?”. Gli angeli del padrone gli risposero: “Un Signore forte e potente, un Signore potente in guerra!”. A queste parole, le porte bronzee furono subito infrante e ridotte a pezzi, le sbarre di ferro polverizzate, e tutti i morti, legati in catene, furono liberati e noi con essi. Ed entrò, come un uomo, il re della gloria e furono illuminate tutte le tenebre dell’Ade. Poi il re della gloria afferrò per il capo l’archisatrapo Satana e lo consegnò agli angeli, dicendo: “Con catene ferree legategli mani e piedi, collo e bocca! Poi datelo in potere dell’Ade dicendo: “Prendilo e tienilo fino alla mia seconda venuta!”. Il re della gloria stese la sua mano, afferrò e drizzò il primo padre Adamo; si rivolse poi a tutti gli altri e disse: “Dietro di me voi tutti che siete morti a causa del legno toccato da costui! Ecco, infatti, che io vi faccio risorgere tutti per mezzo del legno della croce”. Così dicendo li mandò tutti fuori, mentre il nostro primo padre Adamo fu visto pieno di gioia, e disse: “Ti ringrazio per la tua grandezza, o Signore, avendomi tratto fuori dal profondissimo Ade”. Così tutti i profeti e i santi, dissero: “Ti ringraziamo, o Cristo, salvatore del mondo, poiché hai tratto fuori la nostra vita dalla corruzione”. Dopo che si erano espressi così, il salvatore benedisse Adamo con il segno della croce sulla sua fronte, ed ugualmente fece per i patriarchi, i profeti, i martiri, i primi padri e, presili, salì dall’Ade. E mentre egli proseguiva il cammino, i padri lo seguivano salmodiando e dicendo: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Alleluia! A lui la gloria di tutti i santi”.

La Discesa al Limbo dei Padri

La discesa al Limbo (Firenze, Santa Maria Novella)

Questo episodio misterioso della vita Gesù, concentrato tra la sua morte e la risurrezione, è piaciuto agli artisti. Tanto che ne troviamo raffigurazioni in tutte le epoche della storia dell’arte, sia nella pittura occidentale che in quella bizantina. La scena ruota intorno a tre personaggi chiave: Cristo liberatore, Adamo il primo uomo, Satana re dell’Inferno. Gli artisti vi hanno poi aggiunto lo scenario paesaggistico, le architetture infere, la moltitudine dei patriarchi e dei profeti, il buon ladrone Disma, l’arcangelo Michele, le porte dell’inferno abbattute, i diavoli sorpresi e sconvolti. Un esempio molto noto è la Discesa al Limbo dei Padri affrescata nel Cappellone degli Spagnoli in Santa Maria Novella a Firenze. Gli affreschi furono realizzati a partire dal 1367 da Andrea di Buonaiuto da Firenze, su incarico del priore del tempo Fra’ Zanobi de’ Guasconi. Il Limbo è collocato nella grande caverna sotterranea di un’area rupestre. Il muro che lo chiude è stato abbattuto e giace sbriciolato a terra. Le porte della prigione sono rovinate addosso al Demonio che ne ha ancora in mano le chiavi. Cristo arriva luminoso, con il labaro in mano, calpestando da trionfatore le porte scardinate e il diavolo umiliato. Tende la mano ad Adamo, canuto. Gli sono intorno, in piedi o in ginocchio, Eva, la prima donna, il figlio Abele con l’agnello in braccio, Mosè con i corni di luce sul capo e le tavole della legge, Noè con l’arca, il re Davide, una moltitudine di donne sante, patriarchi, profeti, gran sacerdoti, re e guerrieri. Giovanni Battista, il precursore, è ritratto nel gesto di annunciare agli astanti la venuta del Salvatore. Indimenticabili sono i diavoli, umanoidi e colorati, raffigurati nelle pose e nei gesti della sorpresa e della curiosità, dell’annuncio affranto e sconsolato, dello sbigottimento, della fuga verso i nascondigli.

L’Anastasis bizantina

Anastasis (Cattedrale di Torcello)

La tradizione iconografica bizantina identifica la risurrezione di Gesù con la sua discesa vittoriosa nel Limbo per liberare gli antichi padri. Questa scena viene definita Anastasis, ovvero risurrezione. L’Anastasis è ad esempio rappresentata a Torcello, inserita tra la crocifissione e il giudizio universale. Torcello è un’isola della laguna di Venezia. La sua Cattedrale conserva sulla parete di fondo uno dei più celebri mosaici bizantini che ornano le antiche chiese dell’Adriatico. La composizione si articola su sei fasce: le prime due in alto sono le più recenti perché lavorate per ultime dai mosaicisti agli inizi del XIII secolo e raffigurano la crocifissione di Gesù e la discesa agli inferi. In alto è la scena della Crocifissione. Gesù è morente e perde sangue dalle ferite delle mani, dei piedi e del costato. Ai lati sono la madre Maria e il giovane apostolo Giovanni. La scena successiva, in grandi dimensioni, racconta la discesa di Gesù agli Inferi: è l’Anastasis nel significato orientale della Risurrezione. Nel tempo compreso tra la sua morte e la risurrezione Gesù scende al Limbo dei Padri per liberare le anime dei giusti del vecchio testamento. Con la croce in mano schianta le porte dell’Inferno, le riduce in frantumi in un mare di chiodi, chiavi e serrature, e schiaccia il diavolo annichilito che era di guardia. Prende poi per mano Adamo ed Eva, i progenitori. Li seguono i due re, Davide e Salomone. A destra vediamo Giovanni Battista, coperto da un mantello eremitico di peli di cammello, nel gesto del precursore che indica col dito il Salvatore. Lo seguono i profeti, i quattro maggiori (Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele) e i dodici minori. Dalle tombe si alzano gruppi di risorti. Sui lati si stagliano le gigantesche e solenni figure degli arcangeli Michele e Gabriele, che reggono nelle mani il globo crocesignato e il labaro con l’invocazione “atioc”, il santo. Le quattro fasce sottostanti, della seconda metà del secolo XII, descrivono il Giudizio universale.

Il Limbo dei pargoli

Il Limbo dei bimbi (Mandello del Lario, Chiesa di San Giorgio)

Il Limbo dei pargoli è raramente raffigurato in arte. Forse perché anche gli artisti condividono l’orrore dei genitori per questo inumano destino dei neonati. Una di queste rare immagini la troviamo salendo lungo il Sentiero del Viandante da Abbadia Lariana in direzione di Mandello del Lario. Mentre traversiamo a mezza costa la splendida sponda orientale del lago di Como incrociamo la chiesetta romanica di San Giorgio e vi sostiamo per ammirarvi il ciclo di affreschi tardo quattrocenteschi che riveste l’arco del presbiterio e le due pareti laterali. Il tema unitario è il Giudizio universale, declinato nei quattro regni dell’aldilà e nelle condizioni per ottenere la salvezza eterna. Il Limbo dei pargoli accoglie in una caverna i neonati morti prima di ricevere il Battesimo. Macchiati del peccato originale ma in uno stato d’innocenza, i piccoli, ancora infagottati in fasce e cuffiette, non soffrono ma guardano con gli occhi spalancati il giudice, sperando nella misericordia di Dio. Anche a Triora il limbo è confinato in una spaziosa caverna. Vi si affollano i bambini morti precocemente senza aver ricevuto il battesimo (sepulcrum puerorum sine baptismati vocatur limbulus), privi dunque di colpe personali ma ancora gravati dal peccato originale. I bimbi non soffrono alcuna pena ma mostrano la mestizia di chi è impedito di godere della beatitudine. Ad Albenga, nella chiesa di San Bernardino, il Limbo dei pargoli è un’ampia cavità, chiusa da una grande grata di ferro, vigilata da un diavolo armato di bastone e separata da un cippo confinario dal mondo infernale.

I bimbi nel Limbo (Triora, San Bernardino)

La fine del Limbo

A chiudere definitivamente la saracinesca sulla caverna del Limbo ha provveduto nel 2007 Papa Benedetto XVI, approvando un lungo documento di 103 paragrafi redatto dalla Commissione Teologica Internazionale dal titolo “La speranza della salvezza per i bambini che muoiono senza Battesimo”. Il documento rileva che nell’odierna stagione di relativismo culturale e di pluralismo religioso, il numero dei bambini non battezzati aumenta considerevolmente. E in tale situazione diventa urgente la riflessione sulla possibilità di salvezza anche per questi bambini. La Chiesa è consapevole che essa è unicamente raggiungibile in Cristo per mezzo dello Spirito. Ma non può rinunciare a riflettere, in quanto madre e maestra, sulla sorte di tutti gli esseri umani creati a immagine di Dio, e in modo particolare dei più deboli e di coloro che non sono ancora in possesso dell’uso della ragione e della libertà. È noto che l’insegnamento tradizionale ricorreva alla teoria del limbo, inteso come stato in cui le anime dei bambini che muoiono senza Battesimo non meritano il premio della visione beatifica, a causa del peccato originale, ma non subiscono nessuna punizione, poiché non hanno commesso peccati personali. Questa teoria, elaborata da teologi a partire dal Medioevo, non è mai entrata nelle definizioni dogmatiche del Magistero, anche se lo stesso Magistero l’ha menzionata nel suo insegnamento fino al Concilio Vaticano II. La conclusione dello studio è che vi sono ragioni teologiche e liturgiche per motivare la speranza che i bambini morti senza Battesimo possano essere salvati e introdotti nella beatitudine eterna. Vi sono cioè ragioni per sperare che Dio salverà questi bambini.

Per approfondire

Il Colle della Civita, sulle tracce dell’antica Tarquinia.

Andiamo alla scoperta della Tarquinia antica. La Tarquinia moderna, quella celebre per il profilo delle sue torri, è certamente più nota ma in realtà è nata solo nel Medioevo con il nome di Corneto. Merita tutta la sua fama. Il flusso continuo di turisti e studiosi rinverdisce i fasti che già la segnalavano nel Grand Tour. Gli straordinari rinvenimenti archeologici hanno trovato una degna esposizione nel Museo nazionale di Palazzo Vitelleschi. Le pitture parietali delle tombe nella necropoli ci hanno raccontato la vita quotidiana, gli usi funerari e il credo religioso degli etruschi. Ma l’antica Tarchuna non coincide con la città moderna. Tarchuna occupava il pianoro della Civita, quello che la valle di San Savino separa dal Colle dei Montarozzi dove oggi sorge Tarquinia.

L’antica Tarquinia sul colle della Civita

Tarchuna ebbe inizio tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro. Acquistò nel tempo un tale prestigio tra le città-stato della Dodecapoli da riuscire a influenzare politicamente ed economicamente anche la nascente Roma, come dimostra la monarchia etrusca dei Tarquini a Roma nel VII-VI secolo.

L’acquedotto delle arcatelle

Ma ora mettiamoci in viaggio. Lasciamo l’autostrada tirrenica all’uscita di Monte Romano e ci inoltriamo nell’entroterra della Tuscia seguendo la strada statale 1 bis Aurelia. Lungo il percorso affianchiamo per un tratto l’acquedotto delle “arcatelle”, una presenza pittoresca nel paesaggio della Tuscia. Lo vediamo immergersi e scomparire nel ventre dei colli per poi fuoriuscirne con la successione di arcate che valicano le depressioni delle vallette. La costruzione risale al Settecento e forniva l’approvvigionamento idrico alla costa. Al km 6,4 lasciamo l’asfalto per una strada sterrata sulla sinistra che in 1,4 km ci conduce al parcheggio e all’area di sosta del Pian della Civita.

Il pianoro della Civita

Lasciata l’auto, ci inoltriamo nel pianoro. Siamo su un vasto tavolato che può essere suddiviso in tre settori: la Castellina a nord-est, il centrale Pian della Regina e il Pian di Civita che si restringe progressivamente e con l’appendice della Civitucola forma un cuneo puntato verso la valle del fiume Marta. Il pianoro è isolato, circondato da versanti che scendono ripidamente sui campi circostanti ed è difeso sui bordi da una cinta muraria ancora in parte visibile. Gli archeologi hanno riportato alla luce, attraverso successive campagne di scavo, singoli complessi monumentali. Sono ancora presenze isolate nella vastità del pianoro stremato dal pascolo, ma fanno intuire la possibile estensione e l’impianto urbanistico della città etrusca. Vanno poi considerate le necropoli parzialmente scavate nei dintorni del colle. E vanno ricordate anche le chiese rupestri di epoca medievale che i monaci hanno scavato alla base dei pendii. La città sopravvive alla conquista romana. Passano poi i Goti e i Longobardi. Inizia il graduale spopolamento dell’abitato etrusco-romano. In epoca medievale, mentre comincia a svilupparsi il nuovo abitato di Corneto sul vicino Colle dei Monterozzi, l’altopiano di Tarchuna/Tarquinii lentamente si desertifica; la città antica s’interra e viene dimenticata.

Le passeggiate nell’antica Tarquinia

La passeggiata sui due colli, separati da una sella, è oggi agevolata da sentieri, cancelli, percorsi protetti e soprattutto da una cartellonistica bilingue descrittiva delle emergenze archeologiche più importanti. Una tabella dei percorsi storico-naturalistici inquadra il territorio e indica le direzioni di visita. La lunga sterrata centrale che traversa tutto il piano, e che coincide probabilmente con il principale asse viario della città etrusca, è comunque l’elementare asse di riferimento dell’intera passeggiata.

Il tempio dell’Ara della Regina

Il monumento di maggior rilevanza è l’Ara della Regina, il più grande tempio etrusco finora noto. Protetto da una doppia recinzione è comunque accessibile. I resti oggi visibili sono il risultato di una ricostruzione del monumento sulle basi di un precedente santuario. Il tempio sorge su un terrapieno contenuto da muri a blocchi di calcare e fiancheggiato da due strade convergenti verso la fronte del monumento, dove era forse situato il foro cittadino. Il tempio è preceduto da una scenografica scalinata.

La fontana di Cossuzio

In età romana il tempio si popolò di statue e monumenti commemorativi come la cosiddetta “fontana di Cossuzio” un bacino di marmo con una scritta dedicatoria di Q. Cossutio, magistrato del municipio tarquiniese.

La cisterna romana

Sul pianoro si conserva anche una cisterna che garantiva la riserva d’acqua a una residenza privata. Si tratta di un vano rettangolare rivestito all’interno di uno strato impermeabile di cocciopesto.

L’arco etrusco

L’edificio etrusco prossimo all’Ara della Regina costruito con grandi blocchi di pietra e articolato in diversi ambienti, conserva un arco a tutto sesto rimasto integro.

La chiesa rupestre di Santa Restituta

Giunti al casale pastorale circondato dagli stazzi e dagli altri ricoveri notturni del gregge, si lascia il pianoro scendendo sul fianco meridionale lungo un sentiero in parte roccioso. Raggiunto il fosso (dov’è una vasca artificiale), lo si risale fino alla base della parete rocciosa dove si scopre la chiesa rupestre di Santa Restituta, risalente al XII secolo. Un vano ipogeo, con tre absidi scavate nella roccia, è preceduto da una parte costruita con decorazione architettonica e semicolonne. Lungo la parete rocciosa si trovano un sepolcreto e altri ambienti ipogei, che fanno ipotizzare un complesso monastico di celle raccolte intorno all’area sacra, probabile dipendenza del monastero del San Salvatore del monte Amiata.

La porta Romanelli

Risaliti sul pianoro e giunti alla sella che separa i due pianori, ci si affaccia sul versante opposto per scoprire un tratto delle mura che circondavano Tarquinia con una cinta lunga otto chilometri. C’è un abitato con le case separate da stretti vicoli e la strada di accesso che scende alla Porta Romanelli, di cui è visibile la base. Usciti dalla porta si percepisce la struttura delle mura, visibili per un tratto.

Il complesso monumentale dell’area sacra

Si percorre ora il Piano di Civita. Sulla destra si può osservare una zona recintata dove è stata scavata la più antica area sacro-istituzionale finora individuata in Etruria. Tarchuna è la città-madre della religione degli Etruschi. Cuore del complesso monumentale è una cavità naturale che costituisce il fulcro dei rituali. Accanto alla cavità naturale, c’è la tomba di un bambino. I resti dello scheletro sono stati studiati dai paleoantropologi che hanno stabilito trattarsi di un soggetto morto per cause naturali e affetto da epilessia, il male che nell’antichità era considerato “morbo sacro”, la condizione che permetteva il contatto con il mondo divino. Le fonti raccontano, che mentre Tarconte, il mitico fondatore di Tarquinia, proveniente dal Vicino Oriente e discendente dagli Eraclidi, arava la terra, da una zolla fuoriuscisse un fanciullo dai capelli canuti, quindi con la saggezza della vecchiaia, che gli insegnò “l’etrusca disciplina”, la religione etrusca, per poi scomparire. Il bambino epilettico corrisponderebbe al saggio Tagete, che per sua natura conosce gli dei e i loro segreti. La leggenda avvalora Tarquinia nel ruolo di madre della religione etrusca e nodo di contatto tra la cultura autoctona e la cultura orientale.

La valle del Marta

Percorso tutto il Piano di Civita e raggiunto lo strapiombo finale, lo sguardo spazia sul Mar Tirreno e l’Argentario, sulla foce del Marta, sul colle dei Monterozzi e sul profilo urbano di Tarquinia. Davanti a noi si stende la valle percorsa dal fiume Marta, che nasce come emissario del lago di Bolsena e attraversa la Tuscia sfiorando Tuscania, Monte Romano e Tarquinia, per poi sfociare in mare al Lido di Tarquinia.

Un’arcata dell’acquedotto settecentesco

(Ho visitato la Civita di Tarquinia il 27 novembre 2017)

I calanchi lucani e la chiesa di Anglona

La chiesa appare come un’isola, quasi un miraggio. Anglona è un approdo felice dopo la navigazione in un mare in tempesta. La tortuosa strada di Tursi si divincola tra i bianchi marosi dei calanchi lucani che la assediano. Uno spettacolo della natura. Ai lati del colle scorrono le bianche fiumare del Sinni e dell’Agri. Sullo sfondo del Mar Jonio il paesaggio si distende e si riappacifica. Le terre della bonifica si arenano rispettosamente davanti all’ultimo lembo della pineta costiera. La striscia verde del Bosco di Policoro prelude all’azzurro marino.

I calanchi di Anglona

 

Santa Maria Regina di Anglona

Il santuario di Anglona

La chiesa di Santa Maria di Anglona si staglia isolata sul colle con le sue architetture romaniche: il portale ad arco, il nartece quadrangolare che si stacca dalla facciata, la volta crociata, il campanile con le sue bifore, il fianco sagomato dalla navata, la bellissima abside adorna di archetti pensili.

I bassorilievi del portale

Sulla fronte del portale, sopra l’arco, si svolge la sequenza di cinque formelle in bassorilievo con i simboli del Cristo e dei suoi evangelisti: il bue di Luca, l’aquila di Giovanni, l’Agnus Dei con la croce astile, il leone di Marco e l’angelo di Matteo. Le figure del tetramorfo hanno il capo aureolato e l’Agnello divino ha il nimbo crociato.

La volta crociata del nartece

 

Gli affreschi

La creazione del mondo e la costruzione dell’arca di Noè

La parete destra della navata centrale è affrescata con le storie della Genesi. Narrano innanzitutto la creazione del cielo e della terra e degli animali terrestri, marini e alati. Segue il ciclo dei progenitori: la creazione di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre, il peccato originale, la cacciata dal paradiso, il lavoro per vivere, il sacrificio offerto da Abele e Caino e il fratricidio. Viene poi il ciclo di Noè con la costruzione dell’arca, riparo della sua gente e degli animali dal diluvio universale.

La nudità di Noè

Una scena raffigura Noè steso a terra, nudo dalla cintola in giù, ebbro accanto ad un’anfora di vino; suo figlio Cam saltella divertito mentre gli altri due figli coprono con un mantello la nudità del padre.

La torre di Babele

Molto bella è la scena della torre di Babele. Vediamo gli uomini insuperbiti che si affannano a innalzare la torre altissima, dando ordini, aiutandosi con le scale e sollevando i materiali da costruzione.

L’ospitalità di Abramo

La serie successiva è dedicata alle storie di Abramo: l’accoglienza degli ospiti alle querce di Mamre, l’incontro con Melchisedec, il sacrificio di Isacco, la lotta di Giacobbe e l’angelo. Alcune scene alludono alle storie di Giuseppe e al palazzo di Putifarre.

Il martirio dell’apostolo Simone

Santa Maria di Anglona con il suo singolare ciclo di affreschi, con la sua architettura, con la sua storia è un monumento nel quale confluiscono particolari indigeni, classici, bizantini, latini e arabi. E assurge così a espressione simbolica di questo territorio, dove si sono succeduti Lucani, Greci e Romani, monaci latini e orientali, pellegrini e invasori saraceni.

 

I calanchi

Il paesaggio dei calanchi

I colli che fanno corona ad Anglona e su cui sono insediati Tursi e Montalbano Jonico, sono segnati dal fenomeno dei calanchi. L’erosione dell’argilla ha generato profondi canyon, aride dune bianche che si sbriciolano lentamente, pinnacoli naturali ed enormi sculture di argilla che i secoli hanno modellato conferendo le forme più strane e fantasiose. L’antica presenza del mare nella piana metapontina è ricordata dal gran numero di fossili che sporgono dai fanghi argillosi emersi e consolidatisi nel tempo. L’area calanchiva ha rilievo geologico e paleontologico ma è anche terra di particolare pregio paesaggistico, ambientale, archeologico e culturale. Le profonde incisioni dei calanchi sono contornate da boschetti di macchia mediterranea, pini e cipressi, disegnano paesaggi di grande suggestione. Un esempio è la spettacolare Tempa Petrolla, uno sperone isolato di roccia che s’innalza in un mare di argilla. Opportuna è stata dunque l’istituzione da parte della Regione Basilicata della Riserva regionale dei Calanchi.

L’abside di Santa Maria di Anglona

(Ho visitato Anglona nell’agosto 2008)

Le torri della Campagna Romana

Roma è una grande città “verde”. Lo è al suo interno, grazie al sistema dei suoi parchi e delle celebri ville. E lo è anche alla sua periferia, dove, nonostante l’urbanizzazione, la Campagna romana ha spesso mantenuto intatte le sue caratteristiche. La passeggiata che proponiamo ci porta alla scoperta dei tratti tipici del paesaggio agrario romano: i vasti terreni seminativi, le estese e compatte colture specializzate, gli ampi panorami, l’arcadia delle greggi al pascolo, i nuclei fortificati turriti medievali, gli antichi casali rinascimentali, gli insediamenti della bonifica, i filari di pini marittimi, i boschetti.

La Vaccheria del Cerqueto

Visitiamo le tenute storiche del Cerqueto e di Torre Maggiore, comprese tra le vie Ardeatina e Laurentina, a cavallo dei comuni di Pomezia e Ardea. Qui la Campagna Romana fronteggia gli invadenti insediamenti industriali, le fabbriche, la logistica, i depositi di merci e carburanti, gli agglomerati industriali di Pomezia e Santa Palomba, il flusso continuo dei Tir e degli autofurgoni frigo, i treni dello scalo merci di Pomezia. Sono le due facce della cintura romana, quella della tradizione e quella dello sviluppo moderno. Il contrasto è marcato, perfino violento. Ma aggiunge interesse e riflessioni alla passeggiata.

Gregge al pascolo nel Parco degli acquedotti

Si può partire a piedi direttamente dalla stazione ferroviaria di Pomezia, servita dai frequenti treni regionali della linea Roma-Napoli. Usciti dalla stazione, s’imbocca a destra la via della Siderurgia, che costituisce l’asse della nostra passeggiata. Dopo un parcheggio di scambio, valichiamo il fascio dei binari su un cavalcavia pedonale. Il tratto successivo di strada è condizionato nei giorni lavorativi dal traffico diretto ai magazzini dell’area. Superato però l’insediamento industriale, il paesaggio si apre e diventa immediatamente tranquillo. Le tappe del percorso sono individuate da tre torri: la Torre Maggiore, la Torre Fausta e la Torre del Cerqueto. Lo sviluppo è di circa tre km. Tra andata e ritorno sono necessarie tre ore di camminata tranquilla.

La Torre Maggiore

La Torre Maggiore

Provenendo dalla stazione di Pomezia e varcato il cavalcavia ferroviario, la Via della Siderurgia traversa l’area industriale ed effettua una prima curva ad angolo retto sulla sinistra e poi una doppia curva sulla destra. Qui la si lascia per una temporanea deviazione e ci si infila su Via della Chimica, stretta tra le cisterne di carburante dell’Eni e il magazzino delle merci della Pam di Santa Palomba. In fondo alla via senza sbocco, troviamo la recinzione che protegge l’area vincolata. Il contrasto tra la modernità e il passato è macroscopico. La Torre Maggiore svetta su pochi ettari di verde residuo, assediata su tre lati dalle costruzioni moderne. Ferita da una lunga frattura verticale sul lato meridionale, forse agonizzante, difende faticosamente il prestigio che le deriva dall’altezza e dal suo ruolo di presidio e ‘porta’ dell’Agro romano. Ha pianta quadrata, è alta 34 m e si sviluppa su cinque piani, dotati di finestre. La torre è affiancata da una cinta muraria merlata. L’insieme è assolutamente pittoresco. La “turris cum claustro” è una tipologia costruttiva molto in auge nel Medioevo e in particolare nella Campagna Romana. La torre fortificata aveva una naturale funzione di presidio del territorio e di controllo sulla via Ardeatina antica. Ma aveva anche un ruolo nell’economia rurale del tempo. Già nel settimo secolo sorse qui la domusculta di sant’Edisto, una di quelle grandi aziende agricole del patrimonio di San Pietro, promosse dai pontefici per arginare la crisi degli approvvigionamenti della città di Roma e riattivare l’attività agricola dopo la crisi successiva alla caduta dell’impero. Nei secoli successivi si sviluppano le grandi aree agricole, abbinate alle “tenute di campagna” di proprietà delle famiglie nobiliari romane. La Torre Maggiore apparteneva in particolare alla famiglia dei Savelli, detentrice peraltro di numerosi altri castelli nella zona.

La Torre Fausta

La Torre Fausta

Rientrati sulla Via della Siderurgia, si prosegue in direzione della campagna, fino al termine dell’area dei magazzini. Qui svetta la Torre Fausta, edificata nel 1927 a presidio della riserva idrica per l’irrigazione dei campi. Si tratta infatti di una torre idraulica utilizzata per sollevare l’acqua del pozzo sottostante a una quota utile per essere immessa nel circuito idrico. La torre apparteneva al proprietario terriero conte Giovanni Ticca. Il blasone della famiglia spicca sulla parte alta del corpo murario.

Il borgo del Cerqueto

 

La torre medievale del Cerqueto

Si prosegue su via della Siderurgia. L’asfalto termina e si cammina ora su terra battuta. Il paesaggio industriale svanisce alle nostre spalle e sfumano anche i rumori provocati dal flusso continuo dei Tir. Dopo un breve tratto ancora parallelo alla linea ferroviaria, si volta a destra (sud-ovest). Si avvicina il piccolo borgo del Cerqueto, preceduto da edifici agricoli in rovina: la vaccheria con il fontanile a sinistra e i depositi del fieno sulla destra. Il Cerqueto è costituito dai resti di un antico castello medievale fortificato e munito di torre. Il nome ricorda la presenza di boschi di querce che diedero l’appellativo alla zona in età medievale. Il complesso si trova su una collinetta in posizione strategica, poiché il tracciato orientale della strada per Ardea passava in età antica proprio nei pressi del castello. Il moderno casale, anche se più volte restaurato, mostra chiaramente la sua origine medievale: all’interno è presente una torre (di circa 20 m. di altezza) quadrata e con la base rinforzata a sperone, costruita in blocchetti di tufo. Ha ancora le finestre originali con stipiti in peperino. La torre era circondata da un antemurale sul quale è stato in seguito costruito il recinto attuale composto da una serie di caseggiati.

Il Casale del Cerqueto

L’ultimo restauro del Cerqueto avvenne in età fascista quando l’antico castello fu convertito in un vasto casale agricolo munito di una serie di ambienti consoni all’attività agro pastorale, allor quando venne acquisito dal conte Giovanni Ticca. Il pastore che abita in loco aiuta cortesemente nella visita e spiega la funzione dei diversi locali: la residenza del fattore, gli appartamenti numerati dei dipendenti, il fontanile, i gabinetti e le docce con uso separato per uomini e donne, il magazzino dei cereali, la cappella, l’appartamento del prete, gli interni dotati di camino, le scalinate d’accesso al piano superiore. Il complesso è stato utilizzato fino alla seconda guerra mondiale ed è stato poi gradualmente abbandonato. Si trova oggi in un malinconico stato di degrado ma è ancora perfettamente leggibile.

Il paesaggio della Campagna Romana

Il Borgo del Cerqueto sullo sfondo dei Colli Albani

Conviene proseguire ancora per un tratto sulla strada sterrata che segue la linea ondulata dei colli. Si ha così la percezione delle continue variazioni del paesaggio agrario, delle lunghe alberate, dei boschetti, dei vasti terreni seminativi e dei loro rapporti con i casali costruiti sulla sommità di poggi e crinali. Sulla via del ritorno si vive l’emozione del panorama scenograficamente dominato dall’inconfondibile profilo dei Colli Albani e in lontananza dei monti Lepini. Scorrono le immagini del palazzo papale di Castelgandolfo, della città di Albano, di Rocca di Papa aggrappata al Monte Cavo, del ponte di Ariccia e del palazzo Chigi. Poi, più prosaicamente, si rientra nei confini dell’area di sviluppo industriale di Santa Palomba.

Il casale diruto

Per evitare il continuo passaggio di Tir e furgoni, si può traversare un campo e raggiungere il vialetto che costeggia la linea ferroviaria. Sorgono qui altri due casali agricoli in rovina e degradati a discarica. Essi mostrano tuttavia una certa loro originalità architettonica che fa ipotizzare l’antica destinazione a uffici e a officina dell’azienda agricola. Lo stradello termina nei pressi del cavalcavia pedonale. Varcato il fascio dei binari si ritorna rapidamente alla stazione ferroviaria di Pomezia.

La tutela

La dichiarazione d’interesse pubblico

La tutela di questa porzione di Campagna romana è stata attuata con il Decreto del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo del 27 ottobre 2017 dal titolo “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area «Tenute storiche di Torre Maggiore, Valle Caia e altre della Campagna Romana, nei comuni di Pomezia e Ardea» (Gazzetta Ufficiale n. 276 del 25 novembre 2017). L’area si pone in continuità con il Parco regionale dei Castelli Romani e con la Riserva naturale di Decima Malafede.

 

(Ho effettuato la ricognizione del percorso il 18 novembre 2017)