Molise. Il Tratturo di Guglionesi

Il Tratturo Magno L’Aquila-Foggia arriva a Guglionesi da San Giacomo degli Schiavoni. Varcato il fiume Trigno, il tratturo lascia l’Abruzzo ed entra nel Molise. A Petacciato si lascia definitivamente alle spalle il mare Adriatico e punta verso i colli dell’interno. Ai piedi di San Giacomo degli Schiavoni la fascia del tratturo è ancora integra e perfettamente visibile in tutta la sua larghezza. Dopo Guglionesi il tratturo scende nella valle del Biferno.

Il tratturo proveniente dal mare Adriatico

La nostra passeggiata inizia tre km prima di Guglionesi, dove il tratturo incrocia l’ex strada statale 483 proveniente da Termoli. Siamo a 173 m di quota. L’incrocio è segnalato dagli abituali cartelli indicatori del tratturo.

La segnaletica del tratturo

La fascia tratturale è qui una sterrata (Strada del Colle di Ruta), percorribile anche dalle auto e frequentata dai trattori che lavorano i terreni coltivati dei dintorni. Un filare di eucalipti sulla destra e una fila di bottini segnalano il passaggio dell’Acquedotto molisano. Sulla sinistra domina l’altura del monte Coccia, con le sue file regolari di ulivi. Nulla ricorda ormai che settantacinque anni fa su quei pendii si combattè una battaglia tra i tedeschi dell’interno e gli inglesi sbarcati di sorpresa nel porto di Termoli. Più avanti il tratturo costeggia il vigneto e l’uliveto della vicina masseria, protetti da un filare di pini marittimi.

Verso il Colle di Ruta

Al colle Adamo segue sulla destra il più pronunciato e pittoresco colle di Ruta, presidiato sulla sommità dalla masseria Zarlenga. A sinistra spicca la masseria Corvo, circondata dagli alberi.

Il profilo di Guglionesi sul colle

Ad attirare lo sguardo è però ormai il profilo di Guglionesi, allungato sul colle di destra. Il tratturo inizia la sua discesa nella valle percorsa dal fiume Biferno. Verso il mare si osservano i viadotti di Termoli e l’area industriale. Sul colle dietro il Biferno appare il profilo di San Martino in Pensilis.

Scendendo nella valle del fiume Biferno

Il tratturo sfocia sulla strada provinciale 126 che scende da Guglionesi verso lo svincolo della Fondovalle “Bifernina”. Siamo a 40 metri di quota. Abbiamo percorso a piedi circa 3 km, avendo impiegato meno di un’ora. Proseguire al di là non è molto invitante a causa dell’ingorgo di strade percorse dal traffico pesante. Se non si dispone di due macchine è preferibile rientrare al punto di partenza sul percorso dell’andata, godendosi a pieni polmoni il paesaggio e l’ambiente rilassante del Molise collinare.

Il tratturo di Guglionesi

Prima o dopo l’escursione è certamente consigliabile una visita a Guglionesi, il più grande dei comuni molisani per estensione territoriale. Raccomandata è la passeggiata esterna lungo le vecchie mura, sulla parte più alta del colle (quota 370 m). Si ammira un panorama vastissimo che spazia dall’Appennino abruzzese al Gargano, al Lago di Lesina, alle Isole Tremiti, e che è ricco di particolari sulla valle del Biferno e sui colli molisani. La storia del paese, raccontata dai nomi delle sue strade, vede il passaggio in successione del longobardo Galterio, del normanno Roberto il Guiscardo, degli angioini Roberto d’Angiò e Antonio Caldora, cui succedono diverse famiglie feudali. Nel Cinquecento arrivano dall’altra sponda dell’Adriatico le famiglie albanesi in fuga dall’oppressione turca. Gli albanesi si stanziano nella zona più alta del paese, presso la cinta muraria del Portello, e si organizzano in forma autonoma, sia dal punto di vista urbanistico, sia religioso, essendo cattolici di rito greco–bizantino.

La lunetta della chiesa di San Nicola di Bari

Almeno due chiese meritano una visita accurata. La prima è dedicata a San Nicola di Bari e ha una bella facciata romanica, con una lunetta a rilievo dove si affrontano un leone e un grifone. La seconda è Santa Maria Maggiore, ricca di ancòne e pale d’altare dipinte. Da non mancare è la visita della magnifica cripta di epoca normanna, affrescata con le storie dell’antico testamento.

Il diluvio universale (Guglionesi, cripta di Santa Maria Maggiore)

(Il percorso è stato testato il 26 gennaio 2018)

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La rupe di Canino e le grotte di Castellardo.

La passeggiata “rupestre” da Canino alle rovine di Castellardo non deve spaventare. Sono meno di tre chilometri di strada asfaltata pochissimo trafficata. Tre quarti d’ora a piedi. Pochi minuti se si opta per l’auto. Chi arriva a Canino dall’Aurelia e lascia il mare a Montalto di Castro, attraversa l’ampia pianura della Maremma e sale poi verso il tavolato del tufo, dove il paesaggio collinare e vulcanico dell’alta Tuscia è inciso in profondità dai torrenti e alterna coltivazioni e boschi. La densità abitativa è molto bassa, ma nelle pieghe di questo paesaggio solitario si celano le reliquie delle antiche civiltà, i tesori archeologici della preistoria, degli etruschi, dei romani, gli insediamenti medievali. La fitta presenza di caseifici e di frantoi oleari attesta subito le dominanti economiche della zona e il ruolo della pastorizia e degli oliveti. Canino è un paese piacevole per il flâneur, grazie alla regolarità del suo impianto urbanistico, alla varietà di edifici e al suo museo nel chiostro del convento francescano. I monumenti che i caninesi hanno alzato a Papa Paolo III Farnese e a Luciano Bonaparte sintetizzano efficacemente la storia della città.

Finestra rupestre

La prima parte della passeggiata scende lungo la Via d’Ischia sul fondo del Fosso San Moro e segue la base della rupe di Canino e del colle che lo fronteggia. Le fondamenta dei monti di Canino sono rivestite da un’ininterrotta serie di cavità scavate nel tenero tufo. Grotte ampie e articolate all’interno, profonde spelonche buie, più modeste tane, aerei loggiati, una via cava in trincea, compongono il mosaico rupestre di un’appariscente cittadella sotterranea.

Insediamento in grotta

Alcuni siti sono chiaramente abbandonati al degrado, ma numerosi altri sono ancora pienamente attivi e utilizzati in molte forme dagli abitanti. Vi sono stalle per i cavalli, allevamenti di animali da cortile e colombaie nelle grotte d’altura. E poi vere e proprie fattorie con orti e allevamenti. Si osservano anche depositi di materiali, rimessaggio di attrezzi e veicoli agricoli, laboratori artigiani. Molte cavità sono abitabili e dotate di comfort. Reti, cancelli, sbarramenti e saracinesche attestano la continuità d’uso e la difesa delle proprietà.

Colombaia

Imboccata la strada per Pianiano, guidati dalle segnalazioni per Castellardo, si segue il corso del torrente Timone. Ormai riemersi dalla trincea del fosso, il cammino diventa piacevole e lo sguardo si allarga sui campi e i colli dei dintorni. Più avanti troviamo sulla destra la deviazione che su strada sterrata ci porta alla base del colle di Castellardo. Varcato il ponte sul fosso, la sterrata svolta a sinistra e con un tornante si alza verso il profilo delle rovine già evidenti.

Le mura del castello e il villaggio esterno

Castellardo era un villaggio appollaiato sulla sommità naturale del colle. Era difeso da un giro di mura, alzate anche sul ripido versante settentrionale. E aveva all’interno un nucleo fortificato che costituiva la residenza del dominus. Probabilmente il villaggio era cresciuto nel tempo e gli abitanti avevano realizzato abitazioni intorno al castello, scavando la roccia. La storia dell’insediamento s’interrompe bruscamente nel 1459. Una spedizione armata di abitanti di Canino distrugge l’abitato che era forse diventato un rifugio di banditi e di soldati di ventura. Da allora le rovine sono fatalmente andate incontro al disfacimento del tempo e sono state occultate da un mantello di bosco e di rovi. Fino a che, in anni recenti, un gruppo di archeologi ha iniziato un’opera di recupero e salvaguardia per mettere fine a secoli di abbandono.

Il villaggio rupestre

L’operazione di ripulitura e valorizzazione del sito, iniziata dal Gruppo Archeologico Romano nel 1998 e ancora in corso, ha permesso l’accessibilità alle rovine emergenti, la loro sistemazione, la preparazione di sentieri di visita, la cartellonistica e la documentazione grafica. Liberate dal groviglio della vegetazione spontanea, le rovine sono tornate progressivamente alla luce. E con loro, svuotate dall’interramento, sono riapparse le case-grotta e le cisterne. Un lavoro paziente e lungo, ancora da completare, ma che già caratterizza Castellardo come uno degli insediamenti rupestri più singolari della Tuscia. L’intreccio di architettura costruita e di scavi spontanei, le dimensioni ridotte e la bellezza del paesaggio circostante ne fanno un buon attrattore potenziale.

Tratto in frana della cinta muraria

Prima di esplorare l’interno può convenire fare il periplo delle mura per avere un’idea dell’ampiezza dell’insediamento e per comprenderne la struttura. Il percorso non è sempre agevole ma aiuta a studiare il rapporto con la rupe, l’orientamento, le tagliate nella roccia, il sistema delle vie d’accesso e delle porte. Le mura sono ancora conservate per ampi tratti e mostrano uno spessore superiore al metro; un tratto di muro in dissesto si è coricato lateralmente a causa di uno smottamento e del distacco dei conci dal terreno. La fortezza è ovviamente l’architettura che s’impone con maggiore evidenza grazie all’altezza delle sue pareti e ai resti delle torri.

Abitazione rupestre con cisterna

Una caratteristica che rende affascinante Castellardo (e la sua esplorazione) è la presenza di un corposo sito rupestre. Le grotte sono decine e di diversa tipologia. Alcune sono scavate al livello del terreno, mentre altre scendono in profondità. Sono presenti abitazioni umane e stalle per animali.

Grotte sovrapposte

L’interno delle grotte mostra nicchie parietali, vasche per l’abbeverata e vaschette per l’uso domestico, forni, parete e pilastri divisori, mangiatoie scavate lateralmente, fori per accogliere le strutture di legno a sostegno dei letti e dei ripiani di conservazione delle derrate. Originali di Castellardo sono le numerose cavità, geometricamente intagliate nella roccia, destinate a pozzi, cisterne per l’acqua, silos per lo stoccaggio dei cereali, “butti” per la spazzatura e i cocci.

Stalla

La presenza dei due corsi d’acqua laterali alla rupe agevolava il rifornimento d’acqua. I campi e i boschi dei dintorni fornivano le risorse alimentari necessarie. Il borgo controllava dall’alto una strada di una certa importanza, forse la stessa via Clodia o un suo diverticolo, e il passaggio di merci e di persone.

Cisterna

(Ho visitato Castellardo il 22 novembre 2017)

Spoleto. La Teseide di Boccaccio a fumetti

Conoscete la “Teseide”? L’opera scritta nel 1340 da Giovanni Boccaccio? Mai sentita? Ebbene, è una complicata storia d’amore ambientata al tempo delle guerre che Teseo, sovrano di Atene, muove contro le Amazzoni e la città di Tebe. Boccaccio racconta l’amore di Arcita e Palemone, due prigionieri tebani che Teseo ha condotto ad Atene dopo la vittoria, per Emilia, sorella della regina delle Amazzoni Ippolita. Arcita e Palemone sono grandi amici, ma l’amore comune per Emilia li mette uno contro l’altro. Teseo decide allora di esiliare i prigionieri, e Arcita è la prima vittima di tale decisione. Dopo aver vagato per varie città Arcita riesce tuttavia a rientrare sotto mentite spoglie ad Atene, e inizia a servire Teseo sotto il falso nome di Penteo. Panfilo, unico a conoscenza della vera identità di Penteo, avverte Palemone del ritorno di Arcita; quest’ultimo riesce a evadere dal carcere, con l’intento di eliminare l’amico. Palemone e Arcita, ritrovatisi, si sfidano a un duello all’ultimo sangue per conquistare il cuore di Emilia. All’ultimo minuto, s’intromette però Teseo che cambia le regole del “gioco”, imponendo non un classico duello, uno contro uno, ma una vera e propria battaglia: Arcita e Palemone verranno dotati di cento cavalieri ciascuno, e sposerà Emilia chi riuscirà a mettere in fuga lo schieramento nemico. Il vincitore finale risulta Arcita che, seppur ferito in maniera mortale durante il duello, sposa Emilia. Consapevole tuttavia di essere prossimo alla morte, Arcita lascia come volontà testamentaria che l’amico Palemone sia il nuovo compagno di Emilia. Il poema si conclude con il funerale di Arcita e le sfarzose nozze di Emilia e Palemone.

Il ciclo affrescato della Teseide

La favola amorosa è affrescata nella deliziosa “Camera Pinta” della Rocca Albornoz, a Spoleto, in Umbria. Fu il cavaliere napoletano Marino Tomacelli, inviato come governatore a Spoleto nel 1392, a volere sui muri della sua camera privata le immagini del poemetto di gusto cavalleresco scritto da Boccaccio. Le scene della graphic novel si susseguono sul muro della stanza come un colorato fumetto.

La festa delle nozze tra Teseo e Ippolita

La festa di nozze

Le nozze furon grandi e liete molto, / e più tempo durò il festeggiare, / e ciascun dalla sua fu ben raccolto, ed a tutti pareva bene stare. (Teseide I, 138)

Le pene d’amore di Arcita

Arcita riposa malinconico presso una fonte

Ma per celar la sua voglia amorosa, / e per lasciar li sospir fuori uscire, / che facean troppo l’anima angosciosa, / avie in usanza talvolta soletto / d’andarsene a dormire in un boschetto. / Egli era bello, e d’alberi novelli / tutto fronzuto e di nuova verdura, / ed era lieto di canti d’uccelli, / di chiare fonti fresche a dismisura, / che sopra l’erbe facevan ruscelli / freddi e nemici d’ogni gran calura: / conigli, cervi, lepri e cavriuoli / vi si prendean co’ cani e co’ lacciuoli. (Teseide IV, 65)

Palemone riconosce Arcita addormentato

Palemone e Arcita

Mentre ched e’ così dicendo andava, / giunse nel bosco per gli alberi ombroso, / e con intero sguardo in quel cercava, / acciocchè Arcita trovasse amoroso: / e mentre in dubbio fortuna il portava, / s’avvenne sopra ’l prato, ove riposo / prendeva Arcita, ch’ancora dormiva, / e Palemoa vegnente non sentiva. / E poichè fu di sopra alla rivera / sotto al bel pino in su le fresche erbette, / che aveva lì prodotte primavera, / vide dormire Arcita; onde ristette, / ed appressato quasi dov’egli era, / il rimirava, ed a ciò molto stette, / e sì nel viso gli parve mutato, / che non l’avrebbe mai raffigurato. (Teseide V, 33-34)

Il convito di Atene

Il convito di Teseo ad Atene

Qualunque fur de’ possenti signori, / re, duca, prence, o altri d’onor degno, / o qual si fosser piccoli o maggiori, che di Teseo venisse ancor nel regno, / e’ fur con sommi e lietissimi onori / ricevuti, e ciascun con tutto ingegno: / e per sè prima gli onorava Egeo, / e poi con lieto volto il buon Teseo. (Teseide VI,65)

La preghiera di Emilia

La preghiera di Emilia a Diana

Fra gli altri che agl’Iddii sagrificaro / fu l’una Emilia più divotamente; / la qual sentendo quanto ciascun caro / era degli due amanti alla sua gente, / non sofferse il suo cuor d’essere avaro / di porger preghi a Diana possente / in servigio di que’ che amavan lei, / più che gli uomini in terra o in ciel gli Dei. (Teseide VII, 70)

Emilia interrompe il duello

Emilia interrompe il duello

Così m’hai fatto, Amore, e più non posso, / e senza amore innamorata sono: / tu mi consumi, tu mi priemi addosso, / per colpa degna certo di perdono: / tu m’hai il cor dolorosa percosso / con disusato e non saputo trono; / ed or fossi pur certa che campasse / l’un d’essi due, e sposa men portasse. (Teseide VII, 109)

La battaglia tra i cavalieri nell’arena

La battaglia tra i cavalieri

E così insieme gli altri combattieno / Tutti nel campo raccesi a battaglia, / E lungo assalto tra lor mantenieno / Ciascun di cacciar l’altro si travaglia (Teseide VII, 119)

Gli spettatori

Gli spettatori del torneo

Delle quali una in verso il sol nascente / sopra colonne grandi era voltata, / l’altra mirava in verso l’occidente, / come la prima appunto lavorata: / per questa entrava là entro ogni gente, / d’altronde nò, chè non vi aveva entrata: / nel mezzo aveva un pian ritondo a sesta, / di spazio grande ad ogni somma festa. / Nel qual scalee in cerchio si movieno, / e credo in più di cinquecento giri, / in sino all’alto del muro salieno / con gradi larghi per petrina miri: / sopra li quali le genti sedieno / a rimirare gli arenarii diri, / o altri che facessono alcun gioco, / senza impedir l’un l’altro in nessun loco. (Teseide VII, 109-110)

Le spettatrici

Le spettatrici

Vennervi i cittadini, e tutte quante / le belle donne realmente ornate, / e qual per l’uno, e qual per l’altro amante / preghi porgeva: e così adunate, / dopo tututte con lieto sembiante / Ippolita vi venne, in veritate / più ch’altra bella, ed Emilia con lei, / a rimirar non men vaga di lei. (Teseide VII, 113)

I bambini

(Ho visitato la Camera Pinta il 6 gennaio 2018)

Gli avori medievali di Salerno. La storia di Noè

Salerno è una bella città di mare. Da qui si parte alla scoperta dei borghi della Costiera amalfitana per riconciliarsi con il mondo. Ma la bellezza di Salerno non è solo, per così dire, ad extra. Vi è anche una bellezza ad intra, custodita in tanti scrigni preziosi della città. Uno di questi portagioie è il Museo diocesano, prossimo alla cattedrale di San Matteo. Nel suo patrimonio artistico spiccano gli avori salernitani, la più vasta e completa raccolta di tavolette eburnee istoriate del Medioevo cristiano. Si tratta di decine di placche illustrate con scene dell’Antico e del Nuovo Testamento.

Il paliotto ricomposto

Sembra che facessero parte di un paliotto d’altare realizzato da tre diversi artisti di una stessa manifattura salernitana. L’epoca della sua realizzazione oscilla tra il 1084, anno della consacrazione del Duomo e il secondo quarto del dodicesimo secolo.

La vicenda di Noè

Il libro della Genesi (capitoli 6-10) racconta che il Signore decide di punire l’umanità peccatrice cancellandola dalla terra con il Diluvio universale. Può salvarsi soltanto un uomo giusto come Noè, e con lui la sua famiglia e una coppia di tutti gli animali. Lo strumento della salvezza sarà l’Arca, prefigurazione della Chiesa. Il ciclo di Noè è distribuito a Salerno su cinque tavolette.

Dio comanda a Mosè la costruzione dell’arca – Noè dirige i lavori

Nella prima scena vediamo Dio rivolgersi a Noè e ordinargli la costruzione dell’arca. Il patriarca, a piedi nudi, in posizione eretta, barba a punta, rivestito di una lunga tunica e mantello, protende in avanti le braccia nell’atto di accogliere il comando divino. Nella seconda scena vediamo Noè dirigere i lavori di costruzione dell’arca. Due lavoranti in basso stanno segando una tavola; altri due sono intenti a pareggiare, chiudere le fessure con la stoppa e inchiodare le assi; seduto sul tetto dell’arca, l’operaio a sinistra controlla la regolarità della costruzione con il perpendiculum, l’altro, a destra, è intento ad armeggiare con un trapano ad arco.

Dio chiude l’arca con Noè – Il ritorno della colomba

Mentre le acque del diluvio universale cominciano a innalzarsi, Dio chiude la porta dell’arca e benedice alla greca Noè che fa capolino con due figli da un finestrino. Nella scena a fianco vediamo Noè affacciato alla finestra dell’arca circondata e sollevata dalle onde; egli stende la destra per prendere un ramoscello d’ulivo dal becco della colomba in volo con le ali spiegate. Il corvo è appollaiato sul tetto arcuato dell’imbarcazione.

Uscita dall’arca – Il sacrificio di Noè

Quando le acque si sono ormai ritirate Noè esce dalla porta dell’arca poggiando un piede sulle zolle già asciutte. China il busto, solleva il capo e protende riconoscente le mani verso il Signore aureolato che lo benedice dall’alto; alle spalle del Patriarca si scorgono di profilo i volti di due dei suoi figli meravigliati. La scena a fianco descrive il sacrificio di ringraziamento. Sull’altare-graticola ci sono un vitello, un volatile e una pecora che arrostiscono sulle lingue di fuoco. Noè con un coltello taglia la carne di fronte ai suoi tre figli. Dall’arcobaleno dell’alleanza sporge la mano divina benedicente.

Noè benedetto con la sua famiglia. Noè viticoltore

Noè e i suoi tre figli, inchinati profondamente, ricevono la benedizione di Dio che solleva la destra sul loro capo. Alle spalle degli uomini, tre donne osservano la scena: sono le spose di Sem, Cam e Jafet. La prima poggia la mano sul ventre con evidente allusione alla nuova fecondità femminile promessa da Creatore e alla nuova genealogia di Noè. Nella scena accanto, figura la vigna di Noè, un rigoglioso pergolato con filari sostenuti da grossi pali, recintata da un muretto. Noè pilucca un grappolo d’uva e osserva uno dei suoi figli versare il mosto da un’anfora in una botte. Gli altri due sono alle sue spalle: uno di essi è intento a pigiare l’uva in un tino cubico, mentre si solleva per afferrare un canestro portogli dall’altro.

Ebbrezza di Noè – Torre di Babele

La scena dell’ebbrezza di Noè vede il Patriarca, vestito, disteso sul letto e addormentato, con accanto la brocca allusiva al vino bevuto. Sullo sfondo di edifici a cupola, Cam richiama irriverente i fratelli indicando loro il padre ubriaco. Sem, camminando a ritroso copre il corpo del genitore, che la Bibbia indica nudo. Jafet si distacca pensieroso volgendo le spalle e sorreggendosi il mento. La scena successiva descrive la costruzione della torre di Babele, narrata nel capitolo 11 del libro della Genesi.

 

(Ho visitato il Museo diocesano di Salerno il 10 gennaio 2018)

Puglia. L’Abbazia di San Leonardo di Siponto

L’Abbazia di San Leonardo di Siponto è un gioiello architettonico che brilla sotto il riverbero del sole nella grande pianura del Tavoliere. Un gioiello di storia e architettura, ritornato luccicante dopo un lungo restauro. Una pianura che appare deserta ma che è in realtà una fitta rete di strade antiche e moderne, percorse da viaggiatori di ogni tipo. L’Abbazia occupa il bordo della Lama Volara, la vallecola che scende dal Gargano e si dirige verso il mare Adriatico. Le sfreccia accanto il traffico che corre veloce sulla strada statale 89 che collega Foggia ai paesi e alle spiagge del Gargano. Siamo al km 175,800 della “Garganica”. Il luogo è stato un importante punto di sosta dei pellegrini che nei secoli hanno voluto raggiungere la grotta dell’Angelo sulla «montagna sacra».

La sacra famiglia

A fianco della chiesa sorgono il monastero e l’antico ostello, la domus hospitalis che fungeva anche da ospedale per i pellegrini. Fondata probabilmente come cella dipendente dall’abbazia benedettina piemontese di S. Michele della Chiusa, divenuta poi collegiata canonicale, nel 1260 fu affidata ai cavalieri-monaci dell’Ordine Teutonico che la portarono a una nuova fioritura. L’Ordine Teutonico, oltre ad essere impegnato nella difesa militare della Cristianità in Terrasanta e nel Baltico, ha svolto in Puglia, un’intensa attività imprenditoriale di carattere agro-pastorale e un’efficace assistenza religiosa, sociale e sanitaria alle popolazioni. Nel Settecento a San Leonardo s’insediarono i Frati Minori che si dedicarono all’apostolato tra i pastori abruzzesi transumanti che nei mesi invernali si stabilivano nella zona con le loro greggi. L’Abbazia ha però conosciuto anche lunghi periodi di crisi e di abbandono. Le cronache raccontano che nel 1821 furono portate a Foggia ben venticinque carrette cariche di porte, finestre, tegole e tavole divelte dall’edificio di san Leonardo per servire al nuovo ospedale. Oggi, tuttavia, la ricostruzione degli ambienti diruti e un restauro generale hanno fatto risorgere la cittadella monastica. La comunità religiosa dei “Ricostruttori” ne ha fatto un centro di spiritualità.

La lotta tra il bene e il male

Turisti, pellegrini, viaggiatori e cercatori di bellezza son tornati a sostare davanti allo splendido portale della chiesa, con un Cristo in gloria nella lunetta. I capitelli raccontano due storie di pellegrinaggio. La prima storia è il viaggio del profeta Balaam sulla sua asina, un episodio narrato nel libro dei Numeri nel vecchio testamento. La seconda storia, narrata nei Vangeli, è il lungo viaggio dall’Oriente intrapreso dai Magi, al seguito della stella, per trovare il neonato re dei Giudei e portargli dei doni.

Il viaggio del profeta Balaam

L’asina di Balaam

Il viaggio di Balaam a dorso della sua asina non è facile. Tre volte il quadrupede è costretto a deviare dalla strada, sbarrata dall’angelo di Dio. La prima volta “l’asina deviò dalla strada e cominciò ad andare per i campi”. La seconda volta, in un sentiero infossato tra le vigne, “l’asina si serrò al muro e strinse il piede di Balaam contro il muro”. E infine “in un luogo stretto, tanto stretto che non vi era modo di deviare né a destra né a sinistra, l’asina si accovacciò sotto Balaam”. Solo quando accoglie la parola di Dio il cammino di Balaam riacquista senso e diventa agevole.

Il pellegrinaggio dei Re Magi

I Re Magi

Il Vangelo di Matteo racconta che “nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’. All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta. Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.

L’Arcangelo Michele

L’arcangelo Michele trafigge il drago

Sullo stipite del portale figura l’arcangelo Michele che con la spada colpisce il drago demoniaco. La presenza dell’arcangelo ci ricorda che l’abbazia era ubicata iuxta stratam peregrinorum, vale a dire lungo la strada che portava i pellegrini al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Fin dal quinto secolo moltitudini di pellegrini furono attratte da una grotta dove si sarebbe manifestato Michele, l’arcangelo guerriero. Monte Sant’Angelo divenne meta di una delle più importanti arterie del pellegrinaggio medievale.

Gesù in gloria sull’arcobaleno

Il Cristo in gloria

Nella lunetta sorretta da un architrave ornato, il Cristo benedicente scende dall’empireo e campeggia al centro di una mandorla retta da angeli. Egli siede sull’arcobaleno, segno della nuova alleanza. Il libro della sua Parola sulle ginocchia ricorda a tutti i viandanti che “Io sono la via”. Tutto attorno gira un’alta fascia scolpita percorsa da un tralcio in cui si riconoscono i simboli degli Evangelisti (il leone di Marco, l’angelo di Matteo, il toro di Luca e aquila di Giovanni). Le altre figure simboleggiano rispettivamente il Bene (il centauro musicante e la cerva) e il Male (il demone che suona il corno e il dragone alato).

San Leonardo

San Leonardo davanti a Cristo

I Canonici Regolari di Sant’Agostino portarono in Italia il culto di San Leonardo. Essi replicarono nella nuova realtà pugliese quello che già svolgevano sia nel monastero di Limoges, sia al Passo di San Bernardo: accudire i pellegrini di passaggio. Il culto per San Leonardo di Noblac, amico e discepolo di San Remigio, venerato come liberatore dei prigionieri e degli schiavi, raffigurato con ceppi e catene nelle mani, approdato in Capitanata, si diffuse in tutto il Meridione, soprattutto durante i secoli delle Crociate. Molti combattenti e pellegrini, infatti, finiti prigionieri dei Saraceni, ricorrevano con fede al santo.

Il portale dell’abbazia

(Ho visitato l’Abbazia il 25 gennaio 2018)

Gargano. L’Abbazia della Trinità al Monte Sacro

Si arriva solo a piedi. La salita non è lunga ma lo strappo finale è da fiatone. E quando le siamo davanti, lo sconcerto si sovrappone allo stupore. Le antiche mura affondano nel bosco. Le pietre cadute sono preda della macchia invadente. I brandelli di affreschi e i capitelli scolpiti resistono eroicamente all’assedio della boscaglia. Una tragedia di tanti secoli fa. Un terremoto sconvolse queste architetture e frantumò gli sforzi secolari di uomini spirituali che avevano costruito una cittadella monastica, uno spazio di preghiera e di lavoro ispirato all’ora et labora. La spiritualità benedettina, tesa verso l’alto, cedette in un attimo alle forze della natura brutale. E tuttavia, a distanza di secoli, architettura e natura non si sono reciprocamente sopraffatte. Per dirla con Simmel le rovine del Monte Sacro indicano che nelle parti scomparse o distrutte dell’opera d’arte sono ricresciute altre forze e altre forme, quelle della natura; così che dalle forze ancora vive dell’arte e da quelle già vive della natura è venuta fuori una nuova totalità, un’unità caratteristica.

Le absidi della chiesa abbaziale

Ma andiamo con ordine. Visitiamo la cittadella monastica della Santissima Trinità, situata nel territorio di Mattinata, sulla terrazza sommitale del Monte Sacro, che con i suoi 874 metri di quota è una delle cime più alte del promontorio del Gargano. Una stretta striscia d’asfalto (Strada Contrada Stinco), ben segnalata, sale da Mattinata verso la montagna, con bellissime vedute verso il mare e la conca tappezzata dagli uliveti. Nei pressi di un agriturismo, in corrispondenza di un visibile cartello segnalatore, a quota 660, si lascia l’auto e si segue il percorso a piedi (Sentiero Natura). Si traversa dapprima una zona aperta, presidiata da antichi stazzi pastorali; si entra poi nel bosco e, con salita più vivida, si raggiunge l’area archeologica a quota 850 circa. La distanza è di 1400 metri e i tempi di percorrenza sono di un’ora e mezza tra andata e ritorno.

L’inizio del sentiero per il Monte Sacro

La storia

La scarsità delle fonti e la distruzione dell’archivio abbaziale per mano turca provocano ai visitatori più grattacapi che certezze. E anche gli studiosi navigano tra enigmi e ipotesi che i primi scavi archeologici aiutano a chiarire. Nel Mille nasce una cella, un piccolo cenobio, dipendente dal monastero di Calena presso Peschici. Nel secolo successivo diventa un’abbazia indipendente e nella prima metà del Duecento vive la maggiore fioritura economica e culturale. La vicinanza del santuario di San Michele di Monte Sant’Angelo e il flusso dei pellegrini rendevano questo luogo meno solitario di oggi e giustificavano l’esistenza dei vasti magazzini sotterranei, delle cisterne e dei depositi di approvvigionamenti tuttora visibili.

Feritoia della torre di difesa

L’abbazia perde importanza nei secoli successivi fino alla grande crisi del Quattrocento. Il terremoto del 1443 provoca l’esodo dei monaci e l’abbandono dell’intero complesso. Tra le rovine s’insediano gli allevatori della zona che riutilizzano gli edifici ancora agibili come stalle, ovili, recinti pastorali e laboratori caseari. Negli ultimi anni del Novecento sono stati realizzati lavori di disboscamento, consolidamento strutturale, scavo archeologico e restauro. Con la nascita del Parco nazionale del Gargano, le ricerche dell’Università di Bari e dell’Università Tecnica di Norimberga, il successo ottenuto nel censimento dei ‘luoghi del cuore’ promosso da Fai, i primi finanziamenti, si è acceso l’interesse dei turisti e degli escursionisti per questo luogo solitario e affascinante.

La chiesa abbaziale

La torre, il nartece e il portale

Un nartece a portico, una sorta di atrio o pronao a tre campate, in parte ancora coperto, dà accesso ai portali della chiesa. Ad attirare l’attenzione è la lunetta del portale centrale, impreziosita da una decorazione a graticcio, un bassorilievo con due nastri viminei, disposti su tre registri.

Il portale centrale

Una delle semicolonne addossate alla parete presenta un capitello raffigurante tre aquile ad ali spiegate, i cui artigli trattengono due serpenti dalle teste di drago con le fauci aperte, che tentano di addentare della colombe: si tratta forse di un’immagine della Trinità che difende le anime buone dall’aggressione demoniaca. Sulla parete del nartece vi sono ancora tracce di affresco raffiguranti una Madonna con Bambino e due santi benedettini.

Il capitello delle tre aquile

L’aula della chiesa è divisa in tre navate a cinque campate, con archi sorretti da pilastri. Sul fondo sono visibili le absidi, con qualche traccia di affresco.

La navata laterale

L’abbazia

Il muro esterno

Il campanile affianca la navata destra della chiesa. Ancora in piedi ai primi del Novecento, conserva oggi solo la base e la cella d’ingresso. Dietro la chiesa si distribuiscono i locali dell’abbazia, con il dormitorio dei monaci a nord, il refettorio e la cucina, una cisterna, il magazzino e la dispensa.

L’interno del battistero

Vi troviamo anche una seconda cappella, utilizzata come oratorio dei monaci e un locale che fungeva probabilmente da battistero: ha una struttura quadrangolare, con nicchie nelle pareti, archetti angolari di sostegno e cupola a tronco di cono con pseudo-cupola.

Panorama dall’Abbazia

Il complesso occidentale

L’ambiente con le arcate ogivali

A oriente della chiesa è ancora visibile il muro di difesa che cinge in un quadrilatero la cittadella abbaziale. Sulle pareti del muro di cinta sono addossate lunghe camerate, utilizzate forse come residenze dei conversi e del personale a servizio dell’abbazia e come scuderie. Le mura sovrastano i profondi fossati e le scarpate che costituiscono già una protezione naturale dell’abbazia. Si attraversa ora la bella radura che nasconde depositi e cisterne sotterranee e le tombe del piccolo cimitero. Si risale la scarpata che porta alla boscosa e poco pronunciata vetta del Monte Sacro, segnalata da un ometto di pietre.

La cappella occidentale

Sul declivio si scopre un quartiere satellite della città dei monaci. La struttura più appariscente è la lunga cella dotata sulla parete di una sequenza di arcate ogivali. Accanto è una piccola cappella, ancora relativamente integra, con la facciata a casetta e il portale ad arco, coperta da una volta a botte, a una sola navata che si chiude con una pronunciata abside semicircolare. Sul pendio è una condola parzialmente interrata e scavata nella roccia, con il tetto caduto e le pareti intonacate.

La condola sul declivio

Il mondo agro-pastorale

L’area pascoliva

La discesa del Monte Sacro è l’occasione per osservare da vicino il mondo agro-pastorale del Gargano. Al di sotto della fascia del bosco si distende l’area dei pascoli e dei coltivi. Un fontanile a vasche ricorda quanto fosse preziosa l’acqua a quella quota. I muretti costruiti a secco con le pietre di cui è ricca la zona separano le proprietà e circondano gli stazzi un tempo destinati allo stazionamento notturno del gregge.

Rifugio in abbandono

Una spettacolare aia terrazzata racconta ancora le pratiche di trattamento dei raccolti di cereali e la tecnica di seccare sotto il sole gli ortaggi e la frutta. Piccoli edifici agricoli, talora ricostruiti su basi preesistenti e infine abbandonati, raccontano con i loro comignoli la vita estiva dei pastori-agricoltori: la lavorazione del latte e la caseificazione, il forno per la cottura del pane e delle vivande, la dispensa per i beni di prima necessità, il calore serale del camino, i giacigli per la notte. Si osserva anche una capanna in pietra a secco che serviva da deposito per gli attrezzi del lavoro sui campi.

La capanna in pietra a secco

(Ho visitato l’Abbazia del Monte Sacro il 25 gennaio 2018)

Le tentazioni di Sant’Antonio nel deserto

Antonio abate è uno dei più celebri eremiti nella storia della Chiesa e un santo tra i più popolari. Nato nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. I suoi biografi ci hanno raccontato tanti episodi leggendari della sua vita e in particolare le tentazioni da lui subite nel deserto e la persecuzione dei diavoli nei suoi confronti. Le tentazioni di Sant’Antonio sono poi diventate uno dei soggetti preferiti dagli artisti e dai letterati. Proponiamo qui alcune immagini di un ciclo affrescato a metà del Quattrocento – forse da Andrea di Cagno – nella chiesa di San Francesco, gloria della cittadina di Montefalco, in Umbria.

La donna tentatrice

La tentazione della Lussuria

Antonio si trova in preghiera nel suo eremitaggio nel bosco. Il diavolo tenta di corromperlo apparendogli nelle vesti eleganti di una bellissima principessa che si offre spudoratamente. L’ampia scollatura, la lunga treccia bionda e le mani che aprono il vestito sono una visione assolutamente glamour. Ma le corna sul capo e i piedi di porco della ‘adorna damisela’ denunciano il diabolico travestimento. E Antonio respinge il diavolo tentatore redarguendolo aspramente.

La visione dell’Inferno

La visione dell’Inferno

Mentre Antonio si reca con i suoi compagni a pregare nel deserto ha una visione infernale. Vede grotteschi diavoli impegnati a bastonare e arpionare poveri dannati nudi. Vede i diavoli che trasportano con ogni mezzo i dannati verso la punizione eterna. Vede infine la grande caverna fiammeggiante ai piedi di una montagna al cui interno si ammassano i volti delle anime dannate avvolti dalle fiamme e stritolati dalle spire di serpenti.

I diavoli bastonatori

Le bastonate dei diavoli

Una volta, mentre Antonio pregava nel suo eremitaggio, una moltitudine di diavoli lo picchiò con i bastoni e lo lasciò in fin di vita, sfinito dal dolore delle ferite. La bastonatura demoniaca si completa con il tentativo di sfilargli il cappuccio della cocolla. Ed ecco che apparve improvvisamente una luce meravigliosa che mise in fuga tutti i demoni, mentre Antonio fu subito guarito. Capendo che Cristo era venuto lì da lui, disse: “Dov’eri, buon Gesù? Dov’eri? Perché non sei venuto subito ad aiutarmi e a guarire le mie ferite?”. “Antonio – gli rispose il Signore, – io ero qui, ma aspettavo di vedere la tua battaglia. Poiché hai combattuto con tutte le tue forze, farò che il tuo nome corra per tutto il mondo” (Legenda aurea).

La fuga da Patras

La fuga da Patrasso

Antonio viveva a Patras in un cenobio monastico nel quale aveva sperimentato l’impossibilità di servire Dio nella maniera dovuta, a causa di una quanto mai riprovevole commistione della vita dei monaci con quella dei secolari. Decide allora di fuggire di notte, calandosi dalle mura della città, e di andare a fondare un nuovo monastero nel deserto con un gruppo di fedeli confratelli.

Il drago e i cammelli

Il drago e i cammelli

Un drago inquinava le acque di una fonte e minacciava la vita degli abitanti. L’olezzo dell’acqua fetida era talmente ammorbante da costringere un frate a turarsi il naso. Antonio caccia il drago con un esorcismo e provvede a purificare l’acqua. Nella scena successiva vediamo una carovana di cammelli carica di rifornimenti che arriva in soccorso di Antonio e dei suoi monaci afflitti dalle privazioni nel deserto. Il Santo innalza una preghiera di ringraziamento e i monaci scaricano lieti le botticelle d’acqua e i sacchi di cibarie.